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Nell’ambito delle società lucrative, si è poi soliti distinguere le società di persone (tra cui si

annoverano la s.s., la s.n.c. e la s.a.s.) dalle società di capitali (tra le quali rientrano la s.p.a.,

la s.a.p.a. e la s.r.l.). Sebbene non sia del tutto chiaro quale carattere rappresenti l’autentico

tratto distintivo dei due tipi sociali, particolarmente significativa risulta la differenza che

assume il concetto di partecipazione sociale: nelle società di persone, infatti, essa

rappresenta una posizione che, pur essendo dotata di valore, esprime l’appartenenza a

un’organizzazione che varia quindi al modificarsi del suo titolare; nelle società di capitali,

invece, essa si configura in termini di vero e proprio bene, cioè di valore economico

autonomo, e come tale suscettibile di divenire oggetto di vicende giuridiche autonome.

Inoltre la distinzione tra società di persone e società di capitali corrisponde,

tendenzialmente, a quella tra società non personificate e società personificate: infatti,

mentre tutte le società sono dotate di soggettività giuridica, poiché in grado di dare vita a

rapporti giuridici separati e distinti rispetto ai soci, al contrario solo le società di capitali,

oltre alle cooperative, sono fornite altresì di personalità giuridica, e pertanto di autonomia

patrimoniale perfetta.

Sotto quest’ultimo profilo, infatti, i tipi sociali sono tradizionalmente suddivisi tra società

a responsabilità illimitata e società a responsabilità limitata. Le prime sarebbero

caratterizzate dal fatto che i soci sono tenuti a rispondere con il proprio patrimonio delle

obbligazioni non soddisfatte dalla società; nelle seconde invece i creditori sociali, anche in

caso d’insufficienza del patrimonio sociale, non possono aggredire quello personale dei

soci.

5. La tipicità sociale e i limiti dell’autonomia negoziale.

I tipi di società, seppur traggono origine, come gli altri tipi contrattuali, da un atto di

autonomia negoziale, sono sottoposti a un regime di tipicità, in base al quale i soci possono

scegliere, tra i tipi sociali predisposti dalla legge, quello più adatto alle loro esigenze, ma

non possono configurare tipi sociali diversi da quelli legali, dando così vita a società

atipiche.

Vero è peraltro che un’espressa scelta di un tipo piuttosto che un altro non rappresenta un

fattore imprescindibile per la validità della costituzione della società: in mancanza, infatti,

di una precisa scelta, la società avente ad oggetto l’esercizio di un’attività non

commerciale, è regolata dalle disposizioni sulla società semplice; se invece la società ha ad

oggetto l’esercizio di un’attività commerciale, essa viene regolata dalle norme sulla società

in nome collettivo.

Il principio di tipicità, inoltre, non è rigido a tal punto da impedire ai soci di apportare

modificazioni al modello legale prescelto; la legge consente, infatti, la modifica dei tipi

legali, mediante l’adozione di clausole atipiche, nell’ambito comunque di determinati

limiti, dipendenti dalla maggiore o minore elasticità della disciplina di ciascun tipo di

società. In caso di violazione dei suddetti limiti, le clausole atipiche introdotte sono da

considerarsi nulle, ferma restando la validità dell’intero contratto, sempre che le clausole

non siano da considerarsi essenziali per tutti i soci.

La legge, infine, nonostante il principio di tipicità, consente altresì di cambiare l’intero tipo

sociale, senza estinguere l’originaria società e crearne una nuova, mediante l’istituto della

trasformazione, il cui ambito di applicazione è stato assai ampliato con la riforma del 2003,

fino al punto di comprendervi non solo tutte le società, ma anche gli enti associativi

(consorzi e associazioni) e non associativi (fondazioni), nonché fenomeni privi di

soggettività giuridica (comunione d’azienda).

6. Le società estere.

Il diritto societario è un diritto essenzialmente nazionale: ogni Stato provvede, infatti, a

dettare un proprio sistema di regole; nel diritto italiano, ad esempio, le società sono

disciplinate “dalla legge dello Stato nel cui territorio è stato perfezionato il procedimento

di costituzione” e “si applica, tuttavia, la legge italiana se la sede dell’amministrazione è

situata in Italia”, ovvero se in Italia si trova l’oggetto principale della società.

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Anche le società estere, però, possono essere soggette alla legge italiana: infatti, una società

estera che ha in Italia una sede secondaria con rappresentanza stabile, è soggetta alla

disciplina italiana sulla pubblicità degli atti sociali ed è tenuta a pubblicare nel registro

delle imprese anche le generalità e i poteri delle persone che la rappresentano in Italia.

Peraltro, dalla natura nazionale del diritto societario consegue la possibilità che tra

ordinamenti si sviluppi una competizione per attrarre più iniziative economiche nel

territorio di competenza; per evitare pertanto che ciò ostacoli l’instaurazione di un

mercato comune, l’UE ha intrapreso un percorso di armonizzazione dei diritti societari dei

singoli Stati membri, mediante l’introduzione di tipi sociali (Società Europea, Società

Cooperativa Europea) disciplinati in modo unitario e uniforme in tutta la Comunità, a

prescindere dal luogo di costituzione, di stabilimento della sede sociale e di esercizio

dell’attività. L’organizzazione delle società di persone

7. Autonomia patrimoniale imperfetta e soggettività.

Tratto comune a tutte le società di persone è l’autonomia patrimoniale: a prescindere dal

tipo, infatti, ogni società di persone ha un proprio patrimonio distinto e separato da quello

personale dei soci. Si tratta peraltro di un’autonomia imperfetta in un duplice senso: da un

lato, i creditori sociali possono aggredire il patrimonio personale dei soci per tutte le

obbligazioni non soddisfatte dalla società; dall’altro lato, i creditori personali del singolo

socio, possono, in presenza di determinate condizioni, ottenere la liquidazione della quota

del proprio debitore.

Ciò nonostante, numerosi sono i riferimenti normativi che consentono di affermare

l’esistenza di una soggettività giuridica, non solo nelle società di capitali e nelle

cooperative, ma anche nelle società di persone. Da questo riconoscimento consegue che:

• le obbligazioni della società non sono obbligazioni personali dei soci;

• per il pagamento dei debiti sociali il socio è responsabile non per debito proprio, ma

per debito altrui, cosicché in caso di pagamento egli avrà diritto di regresso verso la

società;

• i beni sociali non sono beni in comproprietà dei soci, bensì beni di proprietà della

società;

• imprenditore non è il gruppo dei soci, ma la società.

8. Responsabilità dei soci per i debiti della società.

La responsabilità sussidiaria dei soci per le obbligazioni sociali non va inoltre confusa né con la

partecipazione dei soci alle eventuali perdite della società, né con la responsabilità di quei

soci che abbiano prestato garanzie personali per talune obbligazioni sociali. Nel primo

caso, infatti, i soci sono liberi di stabilire il grado di partecipazione di ognuno di essi alle

perdite, attraverso pattuizioni sociali, aventi tuttavia mera rilevanza interna, nel senso che

non potranno essere opposte al creditore sociale procedente, potendo solo consentire al

socio, che abbia subito l’azione del creditore, di agire in regresso contro gli altri soci per

ottenere il rimborso di quanto pagato in eccedenza rispetto alla propria percentuale di

partecipazione alle perdite. Nel secondo caso invece il socio garante potrà essere chiamato

a rispondere direttamente delle obbligazioni sociali per cui ha prestato garanzia, senza

potersi avvalere per esse del beneficio di escussione.

Il beneficio di preventiva escussione è infatti una procedura normativamente prevista a

conferma della sussidiarietà della responsabilità del socio per i debiti sociali, e che opera

diversamente a seconda del tipo di società. Nella s.s. (anche irregolare) il socio potrà

evitare l’aggressione del proprio patrimonio, indicando al creditore i beni sui quali

quest’ultimo possa agevolmente soddisfarsi (danaro, strumenti finanziari, crediti, beni

mobili). Nella s.n.c. e nella s.a.s. (regolari, e in quest’ultima con riferimento alla sola

categoria dei soci accomandatari) il beneficio di escussione opera invece automaticamente:

i creditori sociali, infatti, non possono pretendere il pagamento dei debiti sociali dai soci se

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non dopo l’infruttuosa escussione del patrimonio sociale, intendendosi con tale

espressione il vano esperimento di una vera e propria azione esecutiva sui beni della

società.

L’unica limitazione legale alla regola della responsabilità illimitata è quella relativa alla

categoria dei soci accomandanti della s.a.s., che rispondono infatti limitatamente alla

quota conferita. In altri casi la legge si preoccupa esclusivamente di definire la portata

della responsabilità del socio in funzione del suo ingresso o della sua uscita dalla società. Il

nuovo socio che entra a far parte di una società già esistente sarà illimitatamente

responsabile assieme agli altri soci per tutte le obbligazioni sociali, comprese quelle

anteriori all’acquisto della qualità di socio; così lo stesso effetto si produce per i soci che

assumano la responsabilità illimitata a seguito di una trasformazione di società di capitali

in società di persone. Il socio uscente, invece, non sarà più responsabile per le obbligazioni

sociali sorte successivamente al verificarsi dello scioglimento del suo rapporto sociale,

purché tale circostanza sia portata a conoscenza dei terzi; adempimento, quest’ultimo, che

nella disciplina della s.s. deve essere assolto attraverso la diffusione ai terzi di tale notizia

con mezzi idonei (ad es., tramite l’invio di una raccomandata ai creditori potenziali),

mentre nella s.n.c. e nella s.a.s. è assolto tramite la pubblicità legale.

Infine, il principio della responsabilità personale di tutti i soci per le obbligazioni sociali

può essere in alcuni casi pattiziamente derogato: il codice civile dispone infatti che per le

obbligazioni della s.s. rispondono i soci che hanno agito in nome e per conto della società

e, salvo patto contrario, gli altri soci. Tale derogabilità è invece totalmente esclusa, per

quanto attiene il profilo esterno dei rapporti con i terzi, nella s.n.c. e nella s.a.s.; di contro,

sul piano dei rapporti interni, nulla vieta che un patto in tal senso sia validamente

stipulato tra i soci di una s.n.c., o tra gli accomandatari di una s.a.s: esso avrà tuttavia una

mera rilevanza interna.

9. Il creditore particolare del socio.

L’autonomia patrimoniale, sia pure imperfetta, delle società di persone sottrae il

patrimonio sociale alle pretese dei creditori personali dei soci, i quali tuttavia sono tutelati da

alcune specifiche regole; essi infatti possono alternativamente:

• far valere i propri diritti sugli utili eventualmente spettanti al socio debitore;

• compiere atti conservativi (come ad es., procurarsi un sequestro conservativo sulla

quota spettante al debitore, in caso di liquidazione della società).

A queste alternative, si aggiunge, poi, ma solo nel caso di s.s. e società irregolare, il potere

di chiedere la liquidazione della quota del proprio debitore, a condizione di provare che

gli altri beni di quest’ultimo sono insufficienti a soddisfare i propri crediti.

La liquidazione della quota determina quindi l’esclusione di diritto del socio, ma non è

ottenibile nel caso in cui il debitore sia socio di una s.n.c. o di una s.a.s. (regolari), almeno

fino alla scadenza della società fissata nell’atto costitutivo. Pertanto, solo in caso di

proroga della società, il creditore potrà attivarsi per la tutela delle sue ragioni:

• nel caso di proroga espressa, facendo un’opposizione giudiziale alla proroga entro

tre mesi dall’iscrizione della relativa delibera nel registro delle imprese, e

ottenendo, se accolta, l’obbligo a carico della società della liquidazione della quota

del socio debitore;

• nel caso di proroga tacita, chiedendo subito la liquidazione della quota, previa

dimostrazione dell’insufficienza degli altri beni del socio debitore.

10. I conferimenti.

Passando alla disciplina dei conferimenti nelle società di persone, occorre subito rilevare

come all’obbligo di conferimento non corrisponda una necessità di determinazione

pattizia del conferimento dovuto dal singolo socio. A conferma, il codice civile prevede

una disciplina che supplisce a tale mancanza con una presunzione: se, infatti, i

conferimenti non sono determinati, si presume che i soci siano obbligati a conferire, in

parti uguali tra loro, quanto necessario per il perseguimento dell’oggetto sociale.

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Quanto, invece, alla tipologia dei beni conferibili, la disciplina delle società personali

prevede che qualunque entità utile allo svolgimento dell’attività sociale e suscettibile di

valutazione economica può, in linea di principio, essere oggetto di conferimento: quindi,

non solo denaro, beni in natura e crediti, ma anche prestazioni d’opera e di servizi.

La disciplina dei conferimenti è poi influenzata dalla natura degli stessi:

• nel caso di denaro, il socio può versare interamente o in parte la somma oggetto del

conferimento, ovvero può impegnarsi ad eseguire tale versamento in un momento

successivo;

• nel caso di beni in natura, il contratto sociale può stabilire se il conferimento del

bene avviene in proprietà o in godimento. Nella prima ipotesi il socio sarà tenuto

alla garanzia del bene conferito e sopporterà il rischio del perimento del bene per

causa a lui non imputabile solo fino al passaggio della proprietà del bene alla

società; nella seconda ipotesi, invece, il rischio resta a carico del socio conferente;

• nel caso di crediti, il socio sarà chiamato a rispondere dell’insolvenza del debitore,

ma solo nei limiti del valore attribuito al suo conferimento;

• nel caso di prestazioni d’opera o di servizi, la legge si limita a dettare alcune

disposizioni che legittimano questo tipo di conferimento e a precisare per le s.n.c. e

le s.a.s. che la prestazione d’opera deve essere indicata nell’atto costitutivo.

Lo stesso dicasi per il valore attribuito ai conferimenti di ciascun socio e il modo di

valutazione; nessun riferimento è invece contenuto nella disciplina della s.s..

Peraltro, anche per le s.n.c. e le s.a.s. l’obbligo di valutazione dei conferimenti

sussisterebbe solo per quelli che possono iscriversi in bilancio come poste attive e che

attribuiscono al socio il diritto ad ottenere il rimborso del loro valore al momento dello

scioglimento della società (i cc.dd. conferimenti di capitale); per contro, la valutazione non

sarebbe obbligatoria per quei conferimenti che, salvo capitalizzazione, non danno diritto a

tale rimborso (i cc.dd. conferimenti di patrimonio, come il conferimento d’opera o il

conferimento di un bene a titolo di godimento).

Infine, mentre per la s.s. manca del tutto una disciplina del capitale sociale, per la s.n.c. e la

s.a.s. sussistono talune disposizioni dirette ad assicurarne l’integrità:

• l’art.2303 vieta la ripartizione tra i soci di utili che non siano stati realmente

conseguiti;

• l’art.2306 detta un disciplina restrittiva delle operazioni di riduzione reale del

capitale sociale.

11. La partecipazione sociale e i requisiti soggettivi per il suo acquisto.

Nelle società di persone, la partecipazione sociale si caratterizza per il fatto di modellarsi

attorno alla persona del singolo socio che ne è titolare: la sua stessa misura varia, infatti,

normalmente in ragione dell’entità del conferimento eseguito dal socio.

La partecipazione si acquista per effetto:

• dell’adesione al contratto sociale in sede di costituzione;

• dell’adesione al contratto in sede di un successivo aumento del capitale con nuovi

conferimenti effettuati da terzi;

• dell’acquisto inter vivos di una quota di partecipazione in una società già esistente;

• della successione mortis causa nella partecipazione di un socio defunto.

In linea di principio, qualunque persona fisica può acquisire una partecipazione sociale in

una società di persone; tuttavia, costituendo tali iniziative atti eccedenti l’ordinaria

amministrazione, la legge le subordina, nel caso di soggetti incapaci, ad una preventiva

autorizzazione da parte dell’autorità giudiziaria, il rilascio della quale è inoltre soggetto, in

caso di partecipazione in una s.n.c. o, come soci accomandatari, in una s.a.s.,

all’osservanza delle diposizioni che disciplinano l’esercizio di un’impresa commerciale da

parte di un incapace.

Decisamente controversa è stata invece l’ammissibilità della partecipazione di una società

di capitali ad una società di persone, e in particolar modo ad una s.n.c. o ad una s.a.s.;

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problema che è stato definitivamente risolto con la riforma del 2003 che ha previsto

espressamente l’assunzione di partecipazioni, da parte di una s.p.a., in un’altra impresa

“comportante una responsabilità illimitata per le obbligazioni della medesima”, li-

mitandosi a riservare tale decisione all’assemblea e ad imporre una specifica notazione

nella nota integrativa del bilancio. Tale riconoscimento, però, trascina con sé alcuni

problemi applicativi, come quello dell’omogeneità dell'informazione di bilancio della

società di capitali partecipante e della società di persone partecipata; solo per quest’ultimo

il legislatore ha fornito una parziale soluzione stabilendo che, qualora tutti i soci

illimitatamente responsabili di una s.n.c. o di una s.a.s siano società di capitali, la società

partecipata deve redigere il proprio bilancio secondo le norme previste per la s.p.a. ed è

tenuta, ove ne ricorrano le condizioni, all’obbligo di redigere e pubblicare il bilancio

consolidato.

Meno problematica è invece l’ammissibilità della partecipazione di società di persone ad

altra società di persone; in questo caso infatti, i creditori sociali della partecipata potranno

aggredire il patrimonio personale dei soci della partecipante solo dopo aver

infruttuosamente escusso tanto quello della partecipata, quanto quello della partecipante.

12. Diritti e obblighi dei soci.

Con l’acquisizione della partecipazione sociale, il socio diventa destinatario di determinati

diritti, che vengono tradizionalmente distinti in due categorie: i diritti patrimoniali e i

diritti amministrativi.

Fanno parte della prima categoria: il diritto agli utili, al quale tuttavia fa da contrappeso la

partecipazione alle perdite; il diritto alla liquidazione della propria quota, nel caso di

scioglimento del rapporto sociale limitatamente al singolo socio; e il diritto alla quota di

liquidazione, comprensivo del rimborso dei conferimenti e della quota di ripartizione

dell’eventuale attivo residuo, nel caso di scioglimento della società.

In particolare, il diritto agli utili matura per effetto della mera approvazione del bilancio

d’esercizio, che costituisce così condizione sufficiente per legittimare ciascun socio a

pretendere la distribuzione dell’utile risultante. Diversa è invece la condizione che rende

attuale l’obbligo di partecipare alle perdite; infatti, fin tanto che il socio non ottiene la

liquidazione della sua quota o finché, in mancanza di patrimonio sociale disponibile, il

liquidatore non chiede ai soci di versare quanto necessario per pagare i creditori sociali, le

perdite restano per così dire virtuali e non determinano alcun obbligo immediato per il

socio; il loro unico effetto è quello d’impedire la distribuzione degli utili, almeno finché le

stesse non siano ripianate o il capitale non venga ridotto di un corrispondente ammontare.

La determinazione della parte di utili e di perdite spettante a ciascun socio è rimessa alle

pattuizioni dei soci con l’unico limite del divieto del patto leonino o di qualsiasi altro patto

contrattuale o parasociale, che preveda l’esclusione di uno o più soci da ogni

partecipazione agli utili o alle perdite. La nullità di tali patti è da ricollegarsi alla loro

incompatibilità con la causa stessa del contratto di società e all’esigenza di evitare una

scorretta amministrazione.

In mancanza di espresse pattuizioni sui criteri convenzionali di ripartizione degli utili e

delle perdite, troveranno applicazione i criteri legali suppletivi, secondo i quali:

• le parti spettanti ai soci nei guadagni e nelle perdite si presumono proporzionali ai

conferimenti;

• se il valore dei conferimenti non è determinato dal contratto, tali parti si presumono

eguali;

• qualora manchi la determinazione contrattuale della parte spettante al socio d'o-

pera, questa dovrà essere fissata dal giudice secondo equità;

• se il contratto si limita a determinare la parte di ciascun socio nei guadagni, si

presume che nella stessa misura debba determinarsi la partecipazione alle perdite (e

viceversa).

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I suddetti criteri suppletivi non troveranno invece applicazione qualora il contratto sociale

rimetta ad un terzo la determinazione della parte di utili e di perdite spettante a ciascun

socio.

I diritti amministrativi del socio comprendono, invece, oltre al diritto di amministrare che,

salva diversa pattuizione, spetta a tutti i soci a responsabilità illimitata, altri diritti che

possono essere derogati o integrati dal contratto sociale, come:

• il diritto di esprimere il proprio consenso in tutti quei casi in cui la legge rimette

una decisione alla collettività dei soci o al gruppo dei soci amministratori;

• i diritti di controllo spettanti ai soci che non partecipano all’amministrazione;

• il diritto di aver comunicazione ed eventualmente contestare il bilancio d’esercizio

nella s.n.c. e nella s.a.s.;

• il diritto di promuovere l’azione di responsabilità nei confronti dei soci

amministratori;

• il diritto di chiedere giudizialmente la revoca per giusta causa dell’amministratore;

• il diritto di recesso.

Con l’acquisizione della partecipazione sociale, il socio diventa però anche destinatario di

obblighi, a cominciare dall’obbligo di collaborazione verso la società, fino all’obbligo di

conferimento e a quello di pagare i creditori sociali. Ad essi si aggiunge, poi, per i soci di

una s.n.c. e per i soci accomandatari di una s.a.s., l’obbligo di non esercitare, per conto

proprio o altrui, un’attività concorrente con quella della società e di non partecipare come

socio illimitatamente responsabile ad altra società concorrente. Tale obbligo tuttavia può

essere derogato con il consenso degli altri soci e il loro consenso è presunto se l’esercizio di

tale attività preesisteva al contratto sociale e gli altri soci ne erano a conoscenza. La

violazione del divieto espone, invece, il socio al risarcimento dei danni subiti dalla società

e all’eventuale esclusione.

13. Le decisioni dei soci.

La disciplina legale delle società di persone distingue le decisioni dei soci a seconda che esse

modifichino il contratto sociale o ineriscano all’amministrazione; mentre queste ultime

possono essere prese da ogni singolo socio anche disgiuntamente, le prime - in assenza di

diverse pattuizioni e fatte salve le decisioni in materia di trasformazione, fusione e

scissione - devono essere prese con il consenso di tutti i soci.

Peraltro, le esigenze di rapidità e flessibilità del processo decisionale nelle società di

persone rendono il più delle volte inappropriata sia l’introduzione di organi sociali, sia

l’adozione di un procedimento collegiale per la formazione delle decisioni dei soci: ne

consegue che, salvo il caso in cui il metodo assembleare sia espressamente previsto dal

contratto sociale, la volontà collettiva potrà formarsi anche attraverso una consultazione

individuale.

14. Potere di amministrazione e di rappresentanza.

Il modello legale delle società di persone prevede che, in assenza di specifiche disposizioni

dell’atto costitutivo, il potere di amministrazione spetti disgiuntamente a ciascun socio

illimitatamente responsabile, il quale potrà quindi autonomamente intraprendere

qualunque atto che rientri nell’ambito dell’oggetto sociale, senza essere tenuto né ad

informare anticipatamente gli altri soci amministratori, né a chiedere la loro preventiva

approvazione; questi ultimi avranno solo la possibilità di opporsi prima che l’operazione

venga realizzata.

I soci possono, peraltro, con espressa previsione nel contratto sociale, adottare il modello

alternativo dell’amministrazione congiuntinva, secondo il quale, per il compimento di

qualsiasi operazione è necessario il consenso di tutti i soci amministratori. Lo stesso

contratto sociale potrà tuttavia derogare alla rigida regola dell’unanimità, prevedendo

espressamente che per l’amministrazione, o anche solo per determinati atti, sia sufficiente

il consenso della maggioranza; oppure potrà prevedere l’adozione di varianti

diversamente modulate (come ad esempio l’adozione combinata della forma disgiuntiva

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per gli atti di ordinaria amministrazione, e di quella congiuntiva per gli atti di

straordinaria amministrazione).

A prescindere, comunque, dal regime di amministrazione adottato, l’atto costitutivo può

contenere clausole con le quali si deferiscono ad uno o più terzi i contrasti tra coloro che

hanno il potere di amministrazione.

Infine, in assenza di diverse pattuizioni nel contratto sociale, il modello legale delle società

di persone stabilisce una perfetta corrispondenza tra potere di amministrazione e potere di

rappresentanza: ciascun socio amministratore potrà, infatti, esercitare il potere di agire in

nome e per conto della società secondo le stesse modalità di esercizio del potere di

amministrazione.

15. Soci amministratori. Soci non amministratori. Amministratori non soci.

In virtù dell’investitura nel potere di amministrare, il socio amministratore può compiere

tutti gli atti di ordinaria e straordinaria amministrazione che rientrano nell’oggetto

sociale, sottostando tuttavia agli obblighi imposti dalla legge ed eventualmente dal

contratto sociale. La violazione di tali obblighi può comportare l’applicazione di sanzioni

amministrative e penali e potrà altresì costituire una giusta causa per la revoca dalla

carica di amministratore.

I soci amministratori sono poi in ogni caso esposti a responsabilità civile per i danni causati

alla società a seguito del loro inadempimento; si tratta di una responsabilità di natura

contrattuale che investe solidalmente tutti gli amministratori, salvo quelli che dimostrino

di essere esenti da colpa, e che potrà essere fatta valere con un’azione diretta a reintegrare

il patrimonio sociale attraverso una loro condanna al risarcimento dei danni.

La tutela dei soci non amministratori è inoltre rafforzata dalle disposizioni del codice civile

che riconoscono a ciascuno di essi due tipi di poteri di controllo:

• il diritto d’informazione immediata;

• il diritto al rendiconto degli affari sociali, che il socio matura di solito al termine di

ogni anno.

In deroga, invece, al principio secondo cui l’amministrazione della società spetta a ciascun

socio illimitatamente responsabile, il contratto sociale può riservare il potere di gestione

solo ad alcuni di essi, ovvero attribuirlo a persone diverse dai soci (salvo nel caso di s.a.s. e

di società tra avvocati). Non mancano tuttavia orientamenti contrari, soprattutto in

giurisprudenza, all’ammissibilità dell’amministratore non socio: a sostegno

dell’inammissibilità si invoca prevalentemente il principio della stretta corrispondenza tra

potere di amministrazione e responsabilità illimitata; secondo la dottrina però questo non

esclude la possibilità che i soci possano decidere di affidare la gestione dell’impresa ad un

terzo estraneo, mancando nell’ordinamento un principio che imponga loro l’obbligo di

amministrare direttamente. Pertanto, piuttosto che un problema di ammissibilità, si pone

semmai un problema di effetti per il terzo che assuma la funzione di amministratore; e ciò

a causa della tendenza della giurisprudenza a considerare e trattare a tutti gli effetti come

socio chi si comporti agli occhi dei terzi come tale (socio apparente).

Problema risolto è invece quello dell’esercizio del potere di amministrazione da parte di

soci che non siano persone fisiche, ora che la riforma del diritto societario ha riconosciuto

come possibile la partecipazione di società di capitali a società di persone.

16. Attribuzione, revoca e modifica dei poteri di amministrazione e

rappresentanza.

Il potere di amministrazione può essere attribuito, in deroga al modello legale, nel

contratto sociale o con atto separato (e in quest’ultimo caso, la decisione deve essere

assunta all’unanimità, salvo che l’atto costitutivo non preveda il principio maggioritario).

La modalità di attribuzione è rilevante ai fini della disciplina della revoca dalla carica di

amministratore; infatti:

• se nominato dal contratto sociale, l’amministratore può essere revocato solo

quando ricorra una giusta causa e con decisione presa all’unanimità se non è

stabilito diversamente;

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• se nominato con atto separato, l’amministratore potrà essere revocato anche senza

una giusta causa.

La fonte del potere di amministrazione è invece irrilevante ai fini dell’esercizio da parte di

uno o più soci del diritto di chiedere giudizialmente la revoca dell’amministratore per

giusta causa.

Infine, le eventuali deroghe al modello legale dell’attribuzione del potere di rappresentanza

potranno essere rese opponibili ai terzi secondo diverse modalità:

• nel caso di s.n.c. e s.a.s. regolari, attraverso l’iscrizione di ogni limitazione nel

registro delle imprese;

• nel caso di società irregolari, solo qualora si riesca a provare che i terzi ne erano a

conoscenza;

• nel caso di s.s., le limitazioni originarie del contratto sociale sono sempre

opponibili ai terzi, mentre le limitazioni successive sono opponibili solo se portate

a conoscenza di questi con mezzi idonei ovvero se la società riesce a provare che i

terzi ne erano comunque a conoscenza.

17. I soci accomandanti.

Tra le società personali, la s.a.s. rappresenta l’unica figura di società a responsabilità

mista, in quanto costituita da due categorie di soci:

• gli accomandatari, solidalmente e illimitatamente responsabili delle obbligazioni

sociali e, in quanto tali, titolari dei poteri di amministrazione e di rappresentanza;

• gli accomandanti, obbligati solo al conferimento e responsabili nei confronti dei

terzi limitatamente alla quota conferita.

Al beneficio della limitazione della responsabilità patrimoniale dei soci accomandanti fa,

tuttavia, da contrappeso una ferrea esclusione degli stessi dall’amministrazione della

società: esclusione sancita da un vero e proprio divieto d’immistione, la cui portata è più

o meno ampia a seconda che si tratti di s.a.s. irregolare o regolare; in quest’ultima infatti i

soci accomandanti concorrono comunque alla nomina e alla revoca degli amministratori,

e hanno inoltre la possibilità:

• di trattare e concludere affari in nome della società sulla base di una procura

speciale;

• di prestare la propria opera, sempre sotto la direzione degli amministratori;

• di dare, nei casi previsti dall’atto costitutivo, autorizzazioni o pareri per

determinate operazioni;

• di compiere atti di ispezione o di sorveglianza, sempre se previsto dall’atto

costitutivo;

• di consultare, alla chiusura dell’esercizio, il bilancio della società al fine di

controllarne l’esattezza.

Il divieto d’immistione assume invece un carattere assoluto per gli accomandanti di una

s.a.s. irregolare, nel senso che sarà loro preclusa qualsiasi forma di partecipazione ad atti

di amministrazione interna ed esterna (anche se legittimati da una procura speciale).

L’ingerenza nell’amministrazione, oltre ad esporre il socio accomandante al rischio di

esclusione dalla società, determina la perdita del beneficio della responsabilità limitata,

rendendolo così responsabile verso i terzi, solidalmente con gli accomandatari, per tutte le

obbligazioni sociali (passate e future); lo stesso effetto si verifica nel caso in cui

l’accomandante consente che il suo nome sia compreso nella ragione sociale. In entrambi i

casi, tuttavia, la perdita del beneficio della responsabilità limitata è prevista solo

nell’interesse dei terzi e non anche nei rapporti interni tra i soci, nei quali egli mantiene i

diritti e gli obblighi di socio accomandante, cosicché quest’ultimo potrà esercitare il diritto

di rivalsa, per le somme eventualmente pagate ai terzi in eccesso alla quota conferita.

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Le vicende delle società di persone

18. La costituzione.

La costituzione delle società di persone avviene mediante la conclusione di un contratto,

col quale due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di

un’attività economica.

In realtà, ai fini dell’applicazione della disciplina societaria, la giurisprudenza ritiene che

la società possa essere costituita anche solo per fatti concludenti o addirittura senza

l’esistenza di un preventivo accordo, neppure tacito (come nel caso dei coeredi di

un’azienda che decidono di utilizzarla per svolgere un’attività imprenditoriale): entrambi

i fenomeni sono qualificati in termini di società di fatto, per le quali si applica la disciplina

della s.n.c. irregolare o della s.s., a seconda che l’attività abbia o meno natura

commerciale.

Il principio della libertà di forma del contratto di società subisce però un’eccezione nei

casi in cui il conferimento abbia ad oggetto beni per il cui trasferimento la legge preveda

determinate forme ai fini della validità (come nel caso di conferimento di diritti reali

immobiliari o di godimento ultranovennale di beni immobili) o a fini probatori (come nel

caso di conferimento di un’azienda commerciale).

Inoltre, ai fini dell’iscrizione nel registro delle imprese, la legge richiede che il contratto

delle sole società commerciali sia redatto per atto pubblico o con scrittura privata

autenticata, e contenga:

• le generalità dei soci;

• la ragione sociale, contenente il nome di almeno un socio e l’indicazione del

rapporto sociale;

• i soci che hanno l’amministrazione e la rappresentanza della società;

• la sede della società e le eventuali sedi secondarie;

• l’oggetto sociale;

• i conferimenti di ciascun socio, il valore ad essi attribuito e il modo di valutazione;

• la prestazione a cui sono obbligati i soci d’opera;

• le norme secondo le quali gli utili devono essere ripartiti e la quota di ciascun socio

negli utili e nelle perdite;

• la durata della società.

L’atto costitutivo della s.a.s. deve altresì indicare i soci accomandatari e i soci

accomandanti, con la precisazione che nella ragione sociale deve figurare il nome di

almeno un accomandatario.

19. L’iscrizione nel registro delle imprese. Le società irregolari.

La legge prevede l’iscrizione nel registro delle imprese di tutte le società di persone, dettando

tuttavia una disciplina diversa a seconda che si tratti di società commerciali o di società

semplici.

Le prime, infatti, devono essere iscritte nella sezione ordinaria del registro delle imprese

nella cui circoscrizione è ubicata la sede sociale, su richiesta degli amministratori o del

notaio, nel termine di trenta giorni dalla conclusione del contratto; le società semplici

sono invece tenute ad iscriversi nella sezione speciale del registro delle imprese, su

richiesta degli amministratori, mediante una domanda d’iscrizione che, in caso di

contratto verbale, deve essere sottoscritta da tutti i soci.

Per le s.n.c. e le s.a.s., l’iscrizione nel registro delle imprese ha valore di pubblicità legale

con efficacia dichiarativa, in quanto si crea una presunzione assoluta di conoscenza da

parte dei terzi, che non possono quindi eccepire l’ignoranza incolpevole degli atti o dei

fatti iscritti; al contrario l’iscrizione nella sezione speciale del registro delle imprese ha

valore di mera pubblicità notizia, fatta salva l’ipotesi di s.s. che abbia ad oggetto

un’attività agricola, la cui iscrizione ha infatti eccezionalmente efficacia dichiarativa.

  11  

La mancata iscrizione della s.n.c. e della s.a.s. comporta invece l’assoggettamento ad una

particolare disciplina, quella delle società irregolari, alle quali infatti:

• si applicano le norme dettate per la s.s. relativamente alla posizione dei creditori

sociali e dei creditori particolari dei soci;

• trova applicazione l’ordinario termine di prescrizione decennale, anziché quello

quinquennale, dei diritti derivanti dai rapporti sociali;

• non è applicabile l’art. 10 l. fall., nella parte in cui esclude che il fallimento possa

essere dichiarato decorso un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese.

20. L’invalidità del contratto sociale.

L’invalidità del contratto sociale non è disciplinata da norme speciali: se, infatti, l’attività

non è iniziata, si applica integralmente il diritto comune dei contratti, e pertanto i soci

sono liberati immediatamente dall’obbligo di conferimento e hanno diritto alla

restituzione degli apporti già effettuati; nell’altro caso, invece, secondo l’orientamento

prevalente, l’accertamento dell’invalidità produce gli effetti propri di una causa di

scioglimento, cosicché la liberazione dei soci dall’obbligo di conferimento opererà solo

dopo che siano stati soddisfatti i creditori sociali.

Deve comunque ritenersi possibile un’eventuale convalida del contratto sociale nullo, alla

luce dell’indirizzo che ammette un atto modificativo, al quale devono intervenire tutti i

soci, diretto a sanare il vizio di forma del conferimento.

L’invalidità, oltre che colpire l’intero contratto, può riguardare soltanto la partecipazione

di un determinato socio o singole clausole dello stesso.

Nel primo caso, l’invalidità è disciplinata dalle regole in tema di contratti plurilaterali, in

base alle quali la nullità o l’annullabilità della singola partecipazione comporta

l’invalidità dell’intero contratto solo se essa è da reputarsi essenziale, mentre al socio gli si

riconosce unicamente il diritto alla liquidazione della quota e non anche alla restituzione

del conferimento; nel secondo caso, invece, la nullità delle singole clausole importa la

nullità del contratto solo qualora i soci non avrebbero potuto concludere il contratto in

assenza della clausola invalida e sempre che quest’ultima non possa essere sostituita di

diritto da norme imperative.

21. Società occulta. Società apparente.

Quando il rapporto sociale tra le parti non viene manifestato all’esterno si parla di società

occulta: in questi casi infatti chi opera nei rapporti con i terzi per conto della società, non

agisce anche in nome di quest’ultima, bensì in nome proprio.

Nonostante ciò, la giurisprudenza riconosce alla società occulta pienezza di effetti,

imputando ad essa la qualità d’imprenditore e la responsabilità per le obbligazioni

assunte nel suo interesse. Pertanto, qualora si accerti, successivamente al fallimento di un

imprenditore, che questi era socio di una società occulta e che l’attività d’impresa era in

realtà riferibile alla società medesima, dovrà essere dichiarato il fallimento della società

occulta e dei suoi soci illimitatamente responsabili.

Fattispecie opposta alla precedente è la società apparente: in tal caso, infatti, due o più

persone si comportano nei confronti dei terzi come se fossero soci, pur non essendo stato

stipulato alcun contratto. La giurisprudenza pertanto, a tutela della buona fede dei terzi,

ritiene che la spendita del nome sociale sia sufficiente per assoggettare la società

apparente e i suoi soci illimitatamente responsabili alle conseguenze che sarebbero

derivate dall’effettiva esistenza della società, compreso l’eventuale fallimento.

22. Le modificazioni del contratto sociale.

Costituiscono modificazioni del contratto sociale sia le modificazioni soggettive, ossia i

mutamenti nella composizione della compagine sociale, sia le modificazioni oggettive,

ossia i mutamenti relativi al contenuto del contratto.

In via di principio, per modificare il contratto sociale, la legge richiede il consenso

unanime dei soci, fatta salva la possibilità di adottare, mediante espressa clausola, il

principio maggioritario. Per talune modificazioni è tuttavia la stessa legge a ritenere

sufficiente il consenso della maggioranza dei soci; in particolare:

  12  

• per l’esclusione del socio, la maggioranza deve essere calcolata per capi;

• per la revoca degli amministratori della s.a.s nominati nel contratto sociale è

richiesta la maggioranza per quota di capitale;

• per le decisioni di trasformazione, fusione e scissione è richiesta la maggioranza

per quote di partecipazione agli utili e si riconosce al socio dissenziente il diritto di

recesso.

Per quanto riguarda la forma, si applica anche ad esse il principio della libertà di forme, il

che consente di ammettere modificazioni tacite (come la proroga) o per comportamenti

concludenti.

Infine, in ordine alla pubblicità, le modificazioni del contratto sociale della s.n.c. e della

s.a.s. devono essere iscritte nel registro delle imprese entro trenta giorni, a cura degli

amministratori.

23. Scioglimento e liquidazione della singola partecipazione.

Un mutamento della compagine sociale può verificarsi:

• in caso d’ingresso di altri soci, con conseguente aumento del capitale sociale;

• per il trasferimento della partecipazione per atto tra vivi o per causa di morte,

senza alcuna variazione del capitale sociale;

• in ipotesi di estinzione della singola partecipazione a causa della morte, del recesso

o dell’esclusione di un socio, con conseguente diminuzione del capitale sociale.

In quest’ultimo caso, il socio receduto o escluso, ovvero i successori del socio defunto,

hanno il diritto di ottenere, entro sei mesi dalla data in cui lo scioglimento diviene efficace,

la liquidazione di una somma di denaro che rappresenti il valore della partecipazione sociale:

costoro non possono pertanto pretendere la restituzione dei beni in natura a suo tempo

conferiti in proprietà, né di quelli conferiti in godimento, che la società ha diritto di

continuare ad utilizzare per tutta la durata originariamente pattuita.

La determinazione della somma da versare richiede una complessa valutazione diretta a

stabilire il valore attuale della partecipazione sulla base di una situazione patrimoniale

riferita al giorno in cui si verifica lo scioglimento, e indicante il valore di tutte le utilità

economicamente valutabili (incluso l’avviamento).

Lo scioglimento del rapporto sociale limitatamente a una partecipazione non provoca di

per sé lo scioglimento del contratto sociale, a meno che tale partecipazione non sia da

considerarsi essenziale o se, rimasto un unico socio, non venga ricostituita, entro sei mesi,

la pluralità della compagine sociale. Nella s.a.s. analoga conseguenza si verifica anche

allorché venga meno la totalità degli accomandatari o degli accomandanti; inoltre nella

particolare ipotesi in cui a venir meno sia la categoria dei soci accomandatari, gli

accomandanti devono procedere alla nomina di un amministratore provvisorio, anche

non socio, con poteri limitati agli atti di ordinaria amministrazione.

24. Morte del socio.

In linea di principio, la morte del socio determina lo scioglimento della singola

partecipazione sociale; alternativamente, però, i soci superstiti possono decidere

all’unanimità: lo scioglimento anticipato della società, ovvero la continuazione

dell’attività con gli eredi, sempre che questi vi acconsentano.

Diversi sono invece gli effetti della morte del socio accomandante, dal momento che la

sua partecipazione è trasferibile per causa di morte: i suoi successori divengono infatti

automaticamente soci in virtù della devoluzione successoria, senza necessità di

un’apposita manifestazione di consenso, né loro, né dei soci superstiti.

Il regime legale può essere tuttavia derogato da espresse clausole previste dal contratto

sociale. Tra di esse rientrano le cc.dd. clausole di consolidazione, che dispongono

l’accrescimento della quota ai soci superstiti, e le cc.dd. clausole di continuazione, per

effetto delle quali i soci superstiti sono tenuti alla continuazione con gli eredi; queste

ultime sono poi classificabili in:

  13  

• facoltative, se agli eredi è riconosciuta la facoltà di continuare la società con i soci

superstiti;

• obbligatorie, se gli eredi sono obbligati a prestare il proprio consenso alla

continuazione;

• automatiche o di successione, se l’ingresso in società costituisce effetto automatico

della devoluzione successoria.

25. Recesso ed esclusione.

Il diritto di recesso è il diritto potestativo di sciogliere unilateralmente la singola

partecipazione sociale, in forza della manifestazione di volontà dello stesso socio.

In linea di principio, ciascun socio può recedere in presenza di una giusta causa o per le

altre cause previste dal contratto sociale; se però la società è contratta a tempo

indeterminato o per tutta la vita di un socio, ciascuno di essi può recedere senza necessità

di alcuna motivazione; inoltre il socio non consenziente può recedere in caso di

trasformazione, fusione o scissione della società.

Si parla invece di esclusione volontaria quando la legge consente ai soci di decidere se

determinati fatti possano compromettere il raggiungimento dello scopo sociale. Può

aversi esclusione volontaria:

• per gravi inadempienze degli obblighi derivanti da clausole generali (come ad es.,

dal dovere di buona fede), o derivanti dalla legge o dal contratto sociale (come ad

es., dall’obbligo di conferimento);

• per mutamenti dello stato personale, vale a dire per interdizione, inabilitazione o

condanna che comporti quale pena accessoria l’interdizione dai pubblici uffici;

• per sopravvenuta impossibilità del conferimento, e così in ipotesi di sopravvenuta

inidoneità del socio d’opera ad eseguire la prestazione promessa, di perimento

della cosa che il socio si era obbligato a trasferire in proprietà, o di perimento del

bene conferito in godimento per causa non imputabile agli amministratori.

Nel caso di società con più di due soci, l’esclusione è decisa a maggioranza computata per

teste. La decisione deve essere motivata e comunicata al socio escluso, il quale può fare

opposizione davanti al tribunale nel termine di trenta giorni; decorso tale termine la

decisione è efficace nonostante l’opposizione, a meno che l’opponente non ne abbia

ottenuto la sospensione; in caso invece di accoglimento dell’opposizione, l’efficacia

dell’esclusione viene meno con effetto retroattivo. Se infine la società è formata da due soli

soci, l’esclusione di uno di essi è pronunciata dal tribunale con sentenza, su richiesta

dell’altro.

Accanto poi alle ipotesi di esclusione volontaria, la legge prevede due casi di c.d.

esclusione di diritto, indipendenti dalla volontà degli altri soci, e precisamente: la

dichiarazione di fallimento del socio (sempre che ciò non dipenda dall’estensione del

fallimento della stessa società), e l’avvenuta liquidazione della quota su richiesta del

creditore particolare del socio.

26. Scioglimento, liquidazione ed estinzione della società.

Le società di persone si sciolgono:

• per il decorso del termine stabilito nel contratto sociale, salvo il caso di proroga

espressa o tacita;

• per il conseguimento dell’oggetto sociale o per la sopravvenuta impossibilità di

conseguirlo;

• per la volontà dei soci;

• per la sopravvenuta mancanza della pluralità dei soci, se non ricostituita entro sei

mesi;

• per le ulteriori cause previste dal contratto sociale.

  14  

Le società commerciali si sciolgono altresì per effetto della dichiarazione di fallimento;

mentre la s.a.s. si scioglie anche per il venir meno di una delle due categorie di soci,

sempre che questa non sia ricostituita entro sei mesi.

Al verificarsi di una causa di scioglimento si apre quindi la liquidazione della società, diretta

alla definizione dei rapporti giuridici che ad essa fanno capo, mediante la realizzazione

dell’attivo e il pagamento dei creditori sociali.

In questa fase la disciplina dei rapporti con i soci e con i terzi subisce alcune

modificazioni; infatti:

• i creditori particolari non possono più esigere la liquidazione separata della quota

del socio debitore;

• nei casi di scioglimento della singola partecipazione (anche se verificatesi

anteriormente allo scioglimento della società), il socio o i suoi eredi non possono

più pretendere la liquidazione della quota;

• sorge il diritto dei soci alla quota di liquidazione, fermi restando l’obbligo di

conferimento e l’eventuale responsabilità personale fino al pagamento integrale dei

debiti sociali.

Mentre la liquidazione di società commerciali deve avvenire nel rispetto del

procedimento disciplinato dalla legge ed essere svolta dai liquidatori, al contrario la

nomina di costoro non è necessaria per le s.s., potendo i soci stabilire un diverso modo di

liquidare la società.

In ogni caso, in attesa che vengano prese le decisioni relative alla liquidazione, gli

amministratori:

• devono provvedere all’iscrizione nel registro delle imprese dell’intervenuta causa

di scioglimento e della nomina degli eventuali liquidatori;

• limitatamente alle società commerciali, devono indicare negli atti e nella

corrispondenza che la società è in liquidazione;

• finché restano in carica, possono compiere soltanto gli atti urgenti;

• in caso di nomina dei liquidatori, devono consegnare a questi i beni e i documenti

sociali, presentare loro il rendiconto relativo al periodo successivo all’ultimo

bilancio e collaborare alla redazione dell’inventario.

I liquidatori, che non devono essere necessariamente soci, sono nominati da questi ultimi

all’unanimità, o, in caso di disaccordo, dal presidente del tribunale. In ogni caso, essi sono

revocabili per volontà di tutti i soci e, se ricorre una giusta causa, dal tribunale, su

domanda di uno o più soci.

Una volta nominati, i liquidatori devono preliminarmente accertare il complesso dei

rapporti che fanno capo alla società attraverso la redazione dell’inventario;

successivamente devono procedere a convertire in denaro il suo attivo (attraverso la

vendita dei beni, la riscossione dei crediti, ecc.) e utilizzare il ricavato per pagare i

creditori. La legge attribuisce pertanto ai liquidatori tutti i poteri a tal fine necessari,

compresa la rappresentanza della società, anche in giudizio; essi possono inoltre portare a

termine gli affari in corso, ma non possono intraprendere nuove operazioni, pena la

responsabilità personale e solidale per le obbligazioni assunte. In caso poi d’insufficiente

disponibilità di cassa, i liquidatori possono chiedere ai soci i versamenti residui ancora

dovuti, e, occorrendo, le ulteriori somme necessarie nei limiti della rispettiva responsabili-

tà e in proporzione alla partecipazione alle perdite. Se la liquidazione dura oltre un anno,

i liquidatori sono altresì tenuti al rendiconto periodico della gestione.

Infine, una volta pagati i debiti sociali, i liquidatori possono procedere al rimborso dei

conferimenti di capitale e alla distribuzione dell’eventuale attivo residuo, attraverso la

preventiva redazione del bilancio finale e del piano di riparto, da comunicare a mezzo

raccomandata ai soci, i quali possono impugnarli nel termine di due mesi.

Per le s.n.c. e le s.a.s. regolari, i liquidatori devono inoltre presentare, in seguito

all’approvazione del bilancio finale, la richiesta di cancellazione della società dal registro

  15  

delle imprese: la cancellazione rappresenta, infatti, un presupposto necessario per

l’estinzione della società, purché con esso concorra l’eliminazione di tutti i rapporti

giuridici.

Infine, in deroga alla disciplina legale, l’ufficio del registro ha la possibilità di avviare la

procedura di cancellazione ed estinzione delle società di persone, in presenza di alcuni

presupposti sintomatici di uno stato di inattività della società, quali:

• l’irreperibilità presso la sede legale;

• il mancato compimento di atti di gestione per tre anni consecutivi;

• la mancanza del codice fiscale;

• la mancata ricostituzione della pluralità dei soci nel termine di sei mesi;

• la decorrenza del termine di durata, in assenza di proroga tacita.

  16  

PARTE SECONDA - I MODELLI ORGANIZZATIVI

DELLE SOCIETÁ DI CAPITALI

Patrimonio, capitale e bilancio

27. Il p e funzioni.

Come ogni società, anche quelle di capitali dispongono di un patrimonio sociale, al quale si

ricollegano essenzialmente due funzioni:

• una funzione di garanzia, in quanto complesso delle entità espropriabili che

rappresentano l’oggetto di posizioni soggettive attive destinate a garantire

l’adempimento dei debiti, e dunque la soddisfazione delle posizioni soggettive

passive che gravano sul titolare;

• una funzione produttiva, in quanto complesso di valori economici, oggetto di una

gestione tendente ad aumentarne il valore, e al quale si è soliti alludere in termini

di patrimonio netto, dal momento che esso corrisponde al valore positivo delle

utilità che emergono da tale gestione al netto del valore negativo dei debiti assunti

nel corso della stessa.

28. I risultati della gestione sociale. L’esercizio sociale.

Il patrimonio netto risulta quindi essenziale per individuare il risultato della gestione sociale,

che consegue allo svolgimento dell’attività economica da parte della società: tale risultato

è infatti rappresentato dalla differenza tra l’ammontare finale e quello iniziale del

patrimonio netto, che se positivo, originerà un guadagno, se negativo, una perdita.

Dal risultato finale, relativo cioè all’intera gestione, devono poi distinguersi i risultati,

positivi o negativi, dei singoli esercizi nei quali essa risulta segmentata: vale a dire,

rispettivamente, gli utili e le perdite d’esercizio. La legge, infatti, a prescindere dalla

liquidazione della società, permette ai soci la distribuzione degli eventuali guadagni

parziali che scaturiscono dalla suddivisione della gestione in una pluralità di esercizi

sociali, la cui durata è normalmente annuale, e che i soci possono al più ridurre, ma mai

aumentare.

29. La disciplina del patrimonio netto: caratteri generali.

La disciplina del patrimonio netto è costituita da diverse regole che risultano tra loro

collegate in ordine gerarchico, in modo che ognuna di esse si applica solo qualora le

regole collocate in una posizione più elevata abbiano trovato integrale applicazione.

Queste regole corrispondono, sul piano contabile, alle diverse voci in cui si articola il

patrimonio netto, e vengono rappresentate nel passivo dello stato patrimoniale del

bilancio d’esercizio.

30. Il capitale sociale.

Seguendo l’ordine gerarchico, la prima regola, a cui viene assoggettato il patrimonio

netto, è quella del capitale nominale, rappresentato dal valore complessivo assegnato dai

soci agli apporti che costoro effettuano o promettono di effettuare a titolo di

conferimento, al momento della costituzione della società o anche successivamente in

occasione di aumenti di capitale.

Il contenuto della regola del capitale si risolve soprattutto nel divieto per gli

amministratori, peraltro penalmente sanzionato, di distribuire tra i soci la parte del

patrimonio netto che attualmente corrisponde al capitale nominale: i soci hanno infatti

solo la possibilità di modificarne l’entità, nei limiti stabiliti dalla legge.

31. Riserva legale. Riserve statutarie e facoltative.

Nelle società di capitali, inoltre, a differenza di quanto avviene in quelle di persone, sono

previste diverse discipline, denominate riserve, che tendono a limitare ulteriormente la

distribuzione del patrimonio netto.

La prima ad essere presa in considerazione è la riserva legale: per ragioni di prudenza,

infatti, la legge prevede, attraverso tale disciplina, che sia accantonata (e dunque non

  17  

distribuita) almeno la ventesima parte degli utili netti di ciascun esercizio (ossia gli utili

che non servono a coprire perdite pregresse), fino a quando l’ammontare complessivo del

valore accantonato non risulti pari ad un quinto del capitale sociale.

I soci, del resto, possono prevedere nello statuto ulteriori riserve, come quelle statutarie,

che, analogamente alla riserva legale, comportano anch’esse l’indistribuibilità di una

parte degli utili netti.

Si parla invece di riserva facoltativa per indicare gli utili degli esercizi precedenti che non

sono stati distribuiti, bensì portati a nuovo; proprio per tale ragione, la riserva facoltativa

in realtà non solo non rappresenta, come tutte le altre riserve, un vincolo alla

distribuibilità del patrimonio netto, ma nemmeno esprime una disciplina autonoma da

quella degli utili: trattandosi soltanto della denominazione con la quale si indica la parte

di tali valori accantonata in precedenza.

32. Riserva da soprapprezzo, da rivalutazione e per azioni proprie in

portafoglio.

Ulteriori vincoli alla distribuzione del patrimonio netto sono infine previsti alla luce di

vicende particolari, quali il versamento di un soprapprezzo, la rivalutazione di taluni

elementi patrimoniali e l’acquisto di azioni proprie; sotto questo profilo, si distinguono,

allora:

• la riserva da soprapprezzo, che accoglie l’eccedenza del prezzo di emissione delle

azioni rispetto al loro valore nominale, e che quindi non può essere ripartita tra i

soci fino a che la riserva legale non abbia raggiunto il quinto del capitale sociale;

• la riserva da rivalutazione, che accoglie il maggior valore derivante da procedimenti

di rivalutazione previsti dalla legge o in casi eccezionali;

• la riserva per azioni proprie in portafoglio, diretta a salvaguardare l’integrità del

capitale e dunque ad evitare che l’operazione di acquisto di azioni proprie si

traduca in una distribuzione della parte indisponibile del patrimonio netto.

33. Utili e dividendi.

L’ultima disciplina a cui viene assoggettato il patrimonio netto è quella degli utili

distribuibili ai soci.

La legge precisa tuttavia che può essere diviso tra i soci soltanto l’utile che sia stato

realmente conseguito e che risulta dal bilancio d’esercizio approvato dai soci.

In particolare, per indicare gli utili dei quali i soci hanno disposto la distribuzione si parla

di dividendi: mentre, infatti, nelle società di persone il diritto del singolo socio ad ottenere

la sua parte di utile distribuibile sorge, in mancanza di patto contrario, fin dal momento

dell’approvazione del relativo bilancio d’esercizio; nelle società di capitali si richiede

invece un’ulteriore decisione della collettività dei soci, con la quale costoro ne dispongono

la distribuzione.

Per altro verso, mentre nelle società di persone gli utili che, pur risultanti dal bilancio, non

siano stati realmente conseguiti, non solo non possono essere divisi tra i soci, ma, se lo

sono stati, devono essere restituiti alla società; nelle società di capitali, invece, si esclude

l’obbligo da parte dei soci di restituire gli utili netti riscossi in buona fede che, pur non

essendo stati realmente conseguiti, risultino comunque da un bilancio regolarmente

approvato (analoga disciplina è del resto prevista per gli utili riscossi dai soci

accomandanti di una s.a.s.).

Le s.p.a., inoltre, possono prevedere nello statuto la possibilità di distribuire, nel corso

dell’esercizio, acconti sui dividendi; tale distribuzione è ammessa in misura pari alla

minor somma tra gli utili distribuibili e le riserve disponibili, e a condizione:

• che dal bilancio dell’esercizio precedente non emergano perdite d’esercizio e che

comunque il capitale non risulti nemmeno in parte perduto a seguito di perdite

relative ad esercizi precedenti;

• che tale bilancio sia stato approvato;

  18  

• che su di esso la società di revisione, al cui controllo è assoggettato per legge, abbia

rilasciato un giudizio positivo.

La distribuzione è poi decisa dagli amministratori sulla base di un prospetto contabile e

di una relazione dalla quale risulti che la stessa sia consentita da un’accettabile situazione

patrimoniale, economica e finanziaria della società.

34. La documentazione della gestione sociale.

Data la natura produttiva della gestione, tutte le società di forma commerciale, sono

tenute agli obblighi di redazione e di conservazione delle scritture contabili imposti

all’imprenditore commerciale.

Quanto in particolare alle società di capitali, la legge detta poi un’articolata disciplina

volta ad arricchire la documentazione della gestione sociale, disponendo quindi che il bilancio

d’esercizio risulta costituito, oltre che dallo stato patrimoniale e dal conto economico,

altresì dalla nota integrativa, che lo stesso deve essere poi correlato da una relazione sulla

situazione della società e sull’andamento della gestione, e infine pubblicato nel registro

delle imprese.

La legge prevede inoltre la tenuta, da parte delle società di capitali, di determinati libri

sociali. Taluni di essi sono destinati a documentare l’attività dei diversi organi in cui può

articolarsi la loro struttura: si tratta, per le s.p.a., dei libri delle adunanze e delle

deliberazioni, cui si aggiunge il libro che documenta l’attività del soggetto incaricato alla

revisione contabile; mentre per le s.r.l., si tratta dei libri delle decisioni dei soci, degli

amministratori e del collegio sindacale o del revisore. Altri invece contengono

l’indicazione delle generalità di determinati soggetti che partecipano al finanziamento

della società, e dell’entità della loro partecipazione: si prevede così, per tutte le società di

capitali, il libro dei soci, e, limitatamente alle s.p.a., il libro delle obbligazioni e quello

degli strumenti finanziari.

Infine nell’ipotesi di società di capitali che controllino un’impresa esercitata da un

soggetto diverso ovvero che siano controllate da enti pubblici economici, società

cooperative e mutue assicuratrici, la legge prescrive, a fini esclusivamente informativi, la

redazione del bilancio consolidato di gruppo da parte dell’ente che esercita il controllo.

35. Le funzioni del bilancio d’esercizio.

Se il bilancio d’esercizio delle società, complessivamente considerato, svolge, come ogni

altra scrittura contabile, innanzitutto una funzione informativa, le sue componenti

principali, vale a dire il conto economico e lo stato patrimoniale, svolgono anche una

funzione che ben può dirsi normativa o, meglio, organizzativa, in quanto volta alla

disciplina dei valori che da essi risultano.

Proprio, e solo, alla luce di tale funzione si comprende, infatti, che la necessità di

un’approvazione si pone solo per il bilancio d’esercizio, e non anche per quei documenti

che svolgono una funzione meramente informativa (come ad es. il bilancio consolidato).

36. I principi di redazione del bilancio.

La duplicità di funzioni che il bilancio d’esercizio è chiamato a svolgere si rispecchia nella

complessità della sua disciplina.

Appare, infatti, chiaramente riferibile alla funzione informativa, il principio generale

dettato dall’art.2423 c.c., secondo il quale il bilancio deve essere redatto con chiarezza, e

deve rappresentare in modo veritiero e corretto la complessiva situazione patrimoniale e

finanziaria della società.

L’esigenza di chiarezza deve essere intesa in senso redazionale ed espositivo; il bilancio,

infatti, non solo deve contenere tutte le informazioni e i dati richiesti dalla legge, ma deve

essere anche redatto in conformità degli schemi contenuti negli artt. 2424 e 2425 c.c.

Schemi tuttavia meno complessi, i cc.dd. bilanci in forma abbreviata, sono previsti per le

s.p.a. che non abbiano emesso titoli negoziati in mercati regolamentati, e per le s.r.l. di

minori dimensioni.

  19  

La legge del resto non si limita a richiedere che il bilancio rappresenti la reale situazione

della società, ma esige che la rappresenti anche in modo corretto, tale cioè da non trarre in

inganno in ordine alla sua effettiva consistenza.

La rilevanza della funzione organizzativa si coglie invece nella disciplina delle

valutazioni di bilancio, che si risolve nell’indicazione dei criteri ai quali ci si deve attenere.

Per evitare, infatti, che una sopravvalutazione delle attività e una sottovalutazione delle

passività faccia emergere un utile fittizio, e per tutelare quindi l’integrità del patrimonio

sociale alla luce della posizione dei creditori sociali, la legge dispone che la valutazione

degli elementi patrimoniali deve essere condotta nella prospettiva della continuazione

dell’attività, e pone altresì il divieto di modificare i criteri di valutazione da un esercizio

ad un altro.

Infine, la crescente internazionalizzazione dei mercati richiede che il bilancio sia in grado

di svolgere la propria funzione informativa anche al di là del mercato nazionale; a tale

esigenza si ricollega la predisposizione, da parte di un apposito organismo, l’International

Accounting Standards Board, di principi contabili internazionali, vale a dire gli

International Accounting Standards (IAS) e gli International Financial Reporting

Standards (IFRS), la cui adozione è divenuta obbligatoria per le società bancarie, per

quelle assicurative, nonché per le società con azioni quotate in un mercato regolamentato

ovvero diffuse tra il pubblico in misura rilevante.

37. Il conto economico.

Accanto ai principi generali riferibili all’intero complesso di documenti che compongono

il bilancio, la legge dispone poi una dettagliata regolamentazione di ciascuno di essi.

L’art.2425 c.c. prescrive in particolare che il conto economico debba indicare il risultato

dell’esercizio, illustrandone le cause economiche, e in particolare i ricavi e i costi che

risultino di competenza del singolo esercizio, e che lo stesso sia redatto secondo un

dettagliato schema c.d. scalare, nell’ambito del quale si dovranno indicare i diversi fatti

raggruppati a seconda dell’ambito economico al quale esse si riferiscono, a seconda cioè

che si tratti della produzione, del comparto finanziario o di operazioni straordinarie.

Sommando infine algebricamente i risultati dei singoli comparti e sottraendo le imposte

sul reddito, si avrà appunto il risultato complessivo dell’esercizio.

38. Lo stato patrimoniale.

Nello stato patrimoniale sono invece rappresentate le attività e le passività, in altre parole il

valore complessivo del patrimonio sociale, così come esso risulta al termine dell’esercizio.

Da esso si evince inoltre il risultato complessivo della gestione svolta fino a quel

momento, ossia il risultato di bilancio, che rappresenta appunto l’esito della somma

algebrica tra il risultato dell’ultimo esercizio e quello portato a nuovo dagli esercizi

precedenti, e si indica, a seconda dei casi, in termini di utile o di perdita di bilancio.

In base all’art.2424 c.c. lo stato patrimoniale deve essere redatto secondo uno schema

dettagliato, che si presenta suddiviso in due parti:

• l’attivo, nel quale sono rappresentate le utilità che compongono il patrimonio

sociale distinte a seconda della funzione che esse svolgono, nonché della forma

giuridica che esse presentano. Si dovrà così distinguere, essenzialmente, tra le

immobilizzazioni, cioè le utilità destinate ad essere impiegate durevolmente (a loro

volta distinte in materiali, immateriali e finanziarie) e l’attivo circolante (a sua volta

distinto in disponibilità liquide, rimanenze, e crediti e partecipazioni che non

costituiscono immobilizzazioni).

Tale distinzione, del resto, non è disposta soltanto a fini informativi, ma finisce per

assumere un preciso significato normativo: gli elementi rappresentati nell’attivo

devono, infatti, essere valutati secondo diversi criteri riferiti alla voce nella quale

sono inseriti. Il principio generale per le immobilizzazioni è quello del c.d. costo

storico, che ne impone la valutazione al prezzo di costo o di produzione, e che,

nell’ipotesi di immobilizzazioni immateriali o materiali, deve essere

sistematicamente ammortizzato, cioè ridotto, al termine di ogni esercizio, in

  20  

ragione della residua possibilità di utilizzazione. In ordine, invece, all’attivo

circolante, la legge prevede, per quanto riguarda in particolare le rimanenze, una

pluralità di criteri di valutazione; mentre i crediti devono essere iscritti secondo il

valore presumibile di realizzazione;

• il passivo, nel quale sono indicati i debiti della società (che costituiscono il c.d.

passivo reale, e che devono essere distinti in base all’operazione dalla quale sono

scaturiti e secondo il loro valore nominale), e le diverse voci del patrimonio netto

(che costituiscono il c.d. passivo ideale).

39. La nota integrativa. La relazione sulla gestione.

Peraltro, poiché il contenuto del conto economico e dello stato patrimoniale è costituito da

un insieme di voci e di dati numerici, dalla cui lettura non è agevole ricavare informazioni

chiare ed univoche in ordine alla gestione aziendale, la legge considera espressamente

parte integrante del bilancio, la nota integrativa, la quale è appunto diretta essenzialmente

a specificare la composizione di talune voci.

Documento che invece, pur dovendo corredare il bilancio, risulta estraneo al suo

contenuto è la relazione sulla gestione, diretta a fornire ulteriori informazioni attraverso

un’analisi fedele, equilibrata ed esauriente della situazione della società, come pure

dell’andamento e del risultato della gestione, nonché una descrizione dei principali rischi

e incertezze cui è esposta la società.

40. L’informazione finanziaria.

Infine le esigenze informative delle società con azioni quotate in mercati regolamentati

pongono l’obbligo:

• di pubblicare anche una relazione finanziaria semestrale, che include il bilancio

semestrale abbreviato, la relazione intermedia sulla gestione e un resoconto

trimestrale di gestione;

• di comunicare al pubblico, secondo le modalità stabilite dalla Consob, le

informazioni privilegiate relative agli strumenti finanziari emessi, la cui diffusione sia

in grado di influire in modo sensibile sui loro prezzi.

Le società azionarie

Sezione 1 – Disposizioni generali. Conferimenti. Azioni.

41. Caratteri generali.

I caratteri salienti che contraddistinguono la s.p.a. sono tre:

• l’autonomia patrimoniale perfetta, tale per cui, in linea di principio, nessuno dei

soci risponde delle obbligazioni sociali;

• la standardizzazione delle partecipazioni e la possibilità di avvalersi di altri

strumenti finanziari per far ricorso ai mercati dei capitali di rischio e di credito;

• l’organizzazione di tipo corporativo, in quanto basata sulla presenza di diversi

organi con funzioni rigidamente attribuite dalla legge.

La disciplina giuridica della s.p.a. si distingue in due sotto-categorie:

• quella delle società aperte, ovverosia delle società che fanno ricorso al mercato del

capitale di rischio, e che a loro volta si distinguono in società quotate, ossia le

società emittenti di azioni quotate in mercati regolamentati, e le società diffuse,

ossia le società emittenti di azioni diffuse fra il pubblico in misura rilevante;

• quella delle società chiuse, ovverosia delle società che non fanno ricorso al mercato

del capitale di rischio.

42. Autonomia patrimoniale e responsabilità limitata dei soci.

Come già detto, la s.p.a. è caratterizzata dal regime di autonomia patrimoniale perfetta, in

base al quale, da un lato, il patrimonio di tutti i soci è insensibile ai debiti sociali e,

dall’altro, il patrimonio della società è insensibile ai debiti dei singoli soci. Tale regime

  21  

prescinde addirittura dalla circostanza che la società sia costituita da un unico socio o

diventi in seguito unipersonale.

La sola eccezione alla regola della responsabilità limitata è prevista nei casi di violazione

degli obblighi gravanti sul soggetto che sia divenuto unico azionista. Il codice civile

dispone, infatti, che in caso d’insolvenza della società, per le obbligazioni sociali sorte nel

periodo in cui le azioni sono appartenute ad una sola persona, questa risponde

illimitatamente qualora i conferimenti in denaro non siano stati effettuati per intero o fin

quando non sia stata attuata la pubblicità, mediante il deposito per l’iscrizione nel

registro delle imprese di una dichiarazione contenente i dati identificativi dell’unico

socio.

43. Il rapporto tra conferimenti, patrimonio, capitale e azioni.

Il secondo aspetto saliente della s.p.a. è rappresentato dalla natura delle partecipazioni

sociali attribuite a ciascun socio a fronte del conferimento, ossia della prestazione

promessa o eseguita al momento dell’adesione al contratto sociale o in una sua successiva

modifica.

Da un lato, infatti, i conferimenti contribuiscono a formare il patrimonio effettivo della

società, rappresentato nell’attivo dello stato patrimoniale; dall’altro lato invece il loro

valore viene cristallizzato nella voce capitale del patrimonio netto, che vincola una

corrispondente parte dell’attivo, nel senso che non ne sarà possibile la restituzione ai soci;

a questi ultimi sono invece assegnate le azioni in cui è suddiviso il capitale sociale, le quali

altro non sono che tante parti uguali del rapporto sociale, chiamate appunto

partecipazioni sociali.

L’assegnazione delle azioni ai soci può quindi essere esaminata da due punti di vista:

quello della società, come riflesso della formazione del capitale, e quello del socio, come

riflesso della prestazione del conferimento.

Sotto il primo profilo, il legislatore si preoccupa che il valore complessivo dei

conferimenti sia almeno pari al valore che viene imputato a capitale; di contro, i soci sono

liberi di convenire che venga imputato a capitale solo una parte del valore dei beni

conferiti: la differenza costituirà pertanto il soprapprezzo pagato dai soci per ottenere

l’assegnazione delle azioni.

Dal punto di vista dei singoli soci, l’assegnazione delle azioni avviene invece in linea di

principio in proporzione ai conferimenti effettuati. Essi possono peraltro pattuire che un

socio riceva meno azioni rispetto a quanto ha conferito, attraverso l’emissione di azioni

sotto la pari, oppure mediante l’emissione di azioni con sovrapprezzi diversi tra un socio

e l’altro.

44. I conferimenti.

Nella s.p.a. i conferimenti e la formazione del capitale sono circondati da cautele maggiori

di quanto avviene nelle società di persone.

Quanto, infatti, alla tipologia dei beni conferibili, il codice civile ne contempla

espressamente tre: il denaro, i beni in natura e i crediti; di contro non possono formare

oggetto di conferimento le prestazioni d’opera e di servizi, né i diritti di credito aventi per

oggetto la loro esecuzione, e infine tutti quei beni e diritti che, per loro natura, non

possono essere immediatamente e definitivamente trasferiti alla società (come ad es., i

beni futuri).

Il fatto che però il codice civile abbia limitato l’area dei beni conferibili, non impedisce che

la s.p.a. possa comunque ottenere le prestazioni d’opera e di servizi ad un titolo diverso

dal conferimento in senso stretto, ad esempio mediante le azioni con prestazioni

accessorie, la cui esecuzione viene posta a carico dei soci dall’atto costitutivo.

Quanto invece al profilo temporale e alla modalità di esecuzione, la situazione cambia in

dipendenza del numero dei soci, della tipologia e del momento del conferimento. Se,

infatti, vi sono due o più soci, il conferimento in denaro deve avvenire per un quarto al

momento della sottoscrizione e, nell’ipotesi particolare di conferimento in sede di atto

  22  

costitutivo, deve essere effettuato presso una banca, ove rimane vincolato fino

all’avvenuta iscrizione della società nel registro delle imprese.

Diversamente, se l’azionista è unico, il conferimento deve avvenire per intero al momento

dell’atto costitutivo o della sottoscrizione dell’aumento di capitale; e inoltre, se viene

meno la pluralità dei soci, i versamenti eventualmente ancora dovuti devono essere

effettuati entro novanta giorni.

Infine, per quel che riguarda i conferimenti diversi dal denaro, il codice civile dispone che

debbano avvenire contestualmente alla sottoscrizione e che, a tutela degli interessi dei

terzi, devono essere valutati mediante una relazione di stima da parte di un esperto

designato dal tribunale della sede della società.

45. Principi generali delle azioni come partecipazioni sociali.

Le azioni, che i soci ricevono a fronte del conferimento, sono caratterizzate rispetto agli

altri tipi di partecipazioni sociali da tre principi generali:

• l’indivisibilità, in quanto non è consentito creare proprietà separate per parti di

azione, essendo solo possibile la comproprietà di un’azione tra più soci;

• l’inscindibilità, secondo la quale i diritti di un’azione non possono essere attribuiti

a soggetti diversi (non sarà pertanto possibile ad esempio attribuire il diritto agli

utili ad un socio, e il diritto di voto della stessa azione ad un altro);

• l’uguaglianza, in quanto tutte le azioni hanno uguale valore, e se appartenenti alla

medesima categoria, conferiscono ai loro possessori uguali diritti.

46. Il valore nominale delle azioni.

Il valore delle azioni emesse dalla società è definito nominale e si ricava rapportando

l’ammontare del capitale al numero delle azioni. La sua funzione consiste, infatti, nel

manifestare in termini numerici e assoluti la parte di capitale sociale rappresentata da

ogni azione, anche al fine di avvalersene quale punto di riferimento per l’applicazione di

svariati istituti della disciplina delle s.p.a.

Per realizzare tali finalità, tuttavia, la presenza del valore nominale non è imprescindibile,

in quanto calcolabile in qualunque momento della vita aziendale: la legge ha così previsto

la possibilità di emettere anche azioni senza valore nominale, o per meglio dire aventi un

valore nominale inespresso; questa importante innovazione ha inoltre consentito una

semplificazione dell’attività societaria, perché presenta il vantaggio di non dover

modificare il valore dei titoli azionari a seguito di ogni variazione del capitale sociale.

47. Il «contenuto» delle partecipazioni azionarie.

Le singole azioni attribuiscono al loro titolare determinati diritti sociali in base al numero

di azioni possedute ovvero in base alla frazione di capitale da esse rappresentato.

Non tutti i diritti sono tuttavia soggetti ad una misurazione quantitativa: vi sono infatti

numerosi diritti sociali che spettano a ciascun socio, a prescindere dal numero di azioni

possedute, o che spettano solo agli azionisti che abbiano raggiunto una determinata

percentuale di capitale sociale.

In base, invece, alla natura, i diritti spettanti alle azioni possono essere suddivisi in due

grandi categorie: quella dei diritti patrimoniali, che hanno ad oggetto il riflesso

economico del rapporto sociale (come ad es., il diritto agli utili e il diritto alla quota di

liquidazione), e quella dei diritti amministrativi, che attengono alla dimensione

organizzativa della società e al suo funzionamento (come ad es., il diritto di voto).

48. Le categorie speciali di azioni.

Tutte le azioni caratterizzate dai medesimi diritti costituiscono una categoria, nella quale

la tutela degli interessi comuni è affidata all’assemblea speciale dei soli titolari di azioni

della categoria stessa.

La società, del resto, oltre alle azioni ordinarie (il cui contenuto riflette cioè le norme

dispositive previste dal legislatore), può anche emettere, attraverso apposite clausole

statutarie, azioni speciali (dotate cioè di diritti diversi rispetto a quelli previsti dal

modello legale). L’autonomia statutaria delle s.p.a. è infatti caratterizzata dal principio

  23  

generale dell’atipicità delle categorie speciali di azioni, secondo il quale la società, nei limiti

imposti dalla legge, può liberamente determinare il contenuto delle azioni delle varie

categorie.

49. Le diverse tipologie di azioni speciali.

Sotto il profilo patrimoniale, i limiti derivano direttamente dallo scopo del contratto di

società, che vede nella divisione degli utili un elemento fondamentale della causa

contrattuale, e dal divieto del patto leonino, che prevede la nullità dei patti con i quali

uno o più soci sono esclusi da ogni partecipazione agli utili o alle perdite della società.

Nell’ambito dei suddetti limiti, si possono creare azioni privilegiate, che attribuiscono ad

esempio una percentuale maggiorata di dividendo oppure il diritto di priorità nel

rimborso del capitale in sede di liquidazione o, come nel caso delle c.d. azioni postergate,

il vantaggio di subire la riduzione del capitale per perdite solo dopo le altre categorie di

azioni.

Sotto il profilo amministrativo, invece, l’ordinamento giuridico pone essenzialmente due

limiti: il divieto del voto plurimo, cioè del meccanismo in base al quale ad un’azione

spetta più di un voto, e l’obbligo di far sì che almeno la metà del capitale sociale sia

rappresentata da azioni «a voto pieno» (senza cioè alcuna limitazione). Nell’osservanza di

tali limiti, lo statuto può prevedere l’emissione di azioni senza diritto di voto, con diritto

di voto limitato o con diritto di voto condizionato.

Fattispecie tipiche di azioni speciali previste direttamente dalla legge sono:

• le azioni correlate, ovverosia fornite di diritti correlati ai risultati dell’attività sociale

in un determinato settore. Si tratta quindi di azioni che attribuiscono, nei limiti

degli utili risultanti dal bilancio della società, il diritto alla distribuzione dei

dividendi solo se il relativo settore è in utile e indipendentemente dal risultato

degli altri settori;

• le azioni di risparmio, che possono essere emesse solo dalle società quotate e non

danno diritto al voto, ma che di contro sono dotate di particolari privilegi di natura

patrimoniale, possono anche essere al portatore, e godono di una specifica

organizzazione di categoria che ha lo scopo di ampliare le competenze

dell’assemblea speciale, la quale infatti non si limita ad autorizzare le

modificazioni pregiudizievoli per gli interessi della categoria stessa, ma delibera

anche sulla nomina di un rappresentante comune, sulla transazione delle

controversie con la società e sugli altri argomenti di interesse comune;

• le azioni riscattabili, caratterizzate dal fatto di essere assoggettate al potere di

riscatto, cioè di acquisto verso il pagamento di un prezzo, riservato alla società o ai

soci;

• le azioni a favore dei dipendenti, che vengono assegnate gratuitamente ai prestatori di

lavoro attraverso l’imputazione di una parte di utili a capitale;

• le azioni di godimento, derivanti dalla conversione dell’eccedenza del valore di

mercato rispetto a quello nominale delle azioni rimborsate ai soci, in caso di

riduzione del capitale sociale per esuberanza. I titolari di tali azioni hanno, però,

minori diritti rispetto ai titolari di azioni non rimborsate: essi, infatti, possono

partecipare alla distribuzione degli utili, solo dopo che gli altri azionisti avranno

percepito un utile pari all’interesse legale, e anche in caso di scioglimento della

società, essi partecipano alla suddivisione del residuo attivo di liquidazione, solo

dopo il rimborso delle altre azioni. Inoltre, non essendo rappresentative di un

capitale sociale, le azioni di godimento, salvo patto contrario, non danno diritto di

voto.

50. Le azioni come titoli rappresentativi delle partecipazioni sociali.

Il termine «azione» non viene utilizzato solo per indicare la partecipazione sociale in

senso sostanziale, ma anche il titolo cartaceo che la rappresenta. Tale incorporazione

permette così di equiparare i titoli azionari ai titoli di credito, la cui disciplina consente

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame del prof. Gabriele Dell'atti, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro "Diritto delle società" di A.A.V.V. sui seguenti argomenti: caratteri generali, nozione e tipi; l'organizzazione delle società di persone; le vicende delle società di persone; patrimonio, capitale e bilancio; le società azionarie;le società a responsabilità limitata.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio (BARI, TARANTO)
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Paola Mero di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Dell'Atti Gabriele.

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