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ESTRATTO DOCUMENTO

L’art. 11 l.f., estende l’art. 10, anche all’imprenditore defunto. Il fallimento può essere chiesto dagli

eredi dell’imprenditore, purché non vi sia stata confusione tra i patrimoni.

Nel caso di morte dell’imprenditore già dichiarato fallito, l’art. 12 l.f. stabilisce che la procedura

fallimentare procede nei confronti dell’erede.

LA DICHIARAZIONE DI FALLIMENTO

La dichiarazione di fallimento rappresenta l’atto ineliminabile da cui ha inizio la procedura

giudiziale rivolta alla realizzazione coattiva del diritto dei creditori.

Legittimati a chiedere il fallimento di un imprenditore sono:

- uno o più creditori, anche se non muniti di titolo esecutivo ed anche se vantino un credito non

ancora scaduto. Non è necessario fornire la piena prova dello stato di insolvenza del debitore,

essendo il procedimento di fallimento di tipo inquisitorio;

il quale ha l’obbligo di chiedere il proprio fallimento solamente nel caso in cui la

- il debitore,

mancata richiesta possa provocare l’aggravamento del dissesto;

- il pubblico ministero, in quanto la dichiarazione di fallimento mira a tutelare interessi di natura

generale. Il p.m. ha l’obbligo di presentare l’istanza di fallimento, quando nel corso di un

procedimento penale, emerga uno stato di insolvenza a carico dell’imputato.

riforma ha soppresso la dichiarazione di fallimento per iniziativa d’ufficio del giudice.

La

A norma dell’art. 9 l.f., competente a dichiarare il fallimento è il Tribunale del luogo dove è la sede

principale dell’impresa.

Nell’art.9 bis, l.f., la riforma ha stabilito che se il Tribunale che ha pronunciato il fallimento si

dichiara incompetente deve disporre con decreto l’immediata trasmissione degli atti al Tribunale

dichiarato competente. Quest’ultimo entro 20 giorni dal ricevimento degli atti dispone la

prosecuzione della procedura fallimentare, provvedendo alla nomina del nuovo giudice delegato e

del curatore. Restano salvi gli effetti degli atti compiuti.

PROCEDIMENTO l’art. 15

Recependo la decisione della Corte Costituzionale che aveva dichiarato incostituzionale

l.f., nella parte in cui prevedeva solo la facoltà del giudice di sentire il fallendo, la riforma ha

stabilito che l’imprenditore deve essere obbligatoriamente convocato dal Tribunale.

La fase dell’istruttoria prefallimentare si svolge davanti al tribunale in composizione collegiale,

con le modalità del procedimento in camera di consiglio.

Terminata la propria istruttoria, il tribunale emette il provvedimento che assumerà la forma del

decreto motivato, nel caso di non accoglimento della domanda di fallimento per mancanza dei

presupposti richiesti dalla legge, oppure la forma della sentenza in caso di accoglimento.

La sentenza di fallimento ha natura dichiarativa ed è provvisoriamente esecutiva. Essa contiene:

- la nomina dei principali organi della procedura;

l’ordine per il fallito di depositare, entro 3 giorni

- (prima della riforma erano 24 ore), i bilanci e

le scritture contabili e fiscali obbligatorie, nonché l’elenco dei creditori; 6

- la fissazione della prima udienza di verifica dei crediti, entro 120 giorni dal deposito della

sentenza (prima della riforma erano 20 giorni);

l’assegnazione ai creditori e ai terzi del termine perentorio di 30 giorni prima di detta udienza

- per la presentazione delle domande di insinuazione allo stato passivo, di restituzione o di

rivendica (prima della riforma il termine non poteva superare i 30 giorni dalla data di

affissione).

L IMPUGNAZIONE DELLA DICHIARAZIONE DI FALLIMENTO

L’art. 18 l.f. nel testo riformulato dalla riforma del 2006, attribuiva al debitore e ad ogni interessato

la possibilità di proporre appello contro la sentenza che dichiara il fallimento.

La riforma aveva soppresso il giudizio di primo grado di opposizione alla sentenza dichiarativa di

fallimento, che secondo il vecchio testo dell’art. 18 l.f., si doveva promuovere davanti al tribunale e

si concludeva con sentenza appellabile, a sua volta alla corte d’appello.

Il decreto correttivo d.lgs. 169/2007 ha sostituito il precedente procedimento di appello con quello

del richiamo. Esso va proposto, dal debitore o da qualunque interessato, entro 30 giorni presso la

corte d’appello, nei confronti del curatore e dei creditori istanti, e non sospende gli effetti della

sentenza impugnata. Il giudizio di reclamo si chiude con sentenza, ricorribile in cassazione, che se

se invece rigetta l’istanza di reclamo,

accoglie il ricorso, dispone la revoca del fallimento;

conferma il fallimento.

La riforma ha previsto ex novo la possibilità della parte che propone il reclamo o del curatore di

della liquidazione dell’attivo

richiedere alla corte la sospensione eventualmente già iniziata, quando

ricorrano gravi motivi.

REVOCA DELLA SENTENZA DI FALLIMENTO

L’accoglimento del ricorso con cui è stata impugnata la sentenza dichiarativa di fallimento,

comporta la revoca del fallimento stesso.

A seguito della revoca della sentenza di fallimento:

- restano salvi gli effetti degli atti legalmente compiuti dagli organi del fallimento;

- le spese della procedura ed il compenso al curatore sono liquidati dal tribunale, con decreto

reclamabile (tale reclamabilità è stata introdotta ex novo dal decreto correttivo). Esse sono poste a

carico del creditore istante, qualora questi sia stato condannato a pagare i danni per aver chiesto la

dichiarazione di fallimento con colpa, mentre sono a carico del fallito persona fisica se, con il suo

comportamento, ha dato causa e adito alla dichiarazione di fallimento;

- riacquistano efficacia gli atti i cui effetti erano caduti automaticamente con la dichiarazione di

fallimento o in conseguenza della dichiarazione giudiziale con cui si era chiusa la revocatoria

fallimentare;

l’ex fallito riacquista la libertà e le capacità personali limitate o perdute, compresa la capacità

-

processuale;

- vengono eliminati tutti gli effetti negativi per i creditori. 7

La revoca del fallimento di una società di persona determina normalmente anche quella dei

fallimenti dei soci illimitatamente responsabili.

GLI ORGANI DELLA PROCEDURA FALLIMENTARE l’attività mirante

Una volta dichiarato il fallimento ed apertasi la procedura concorsuale, ha inizio

alla liquidazione dei beni del fallito ed alla distribuzione del ricavato fra i creditori. Tale attività è

compiuta dagli organi fallimentari, che sono:

- il tribunale fallimentare;

- il giudice delegato;

- il curatore;

- il comitato dei creditori.

Il .

TRIBUNALE FALLIMENTARE

Il tribunale che ha dichiarato il fallimento è investito dell’intera procedura fallimentare (detta vis

attractiva), ossia è giudice naturale di tutte le cause che derivano dal fallimento.

Per cause che derivano dal fallimento si intendono tutte le controversie che nascono in pendenza

dello stato di dissesto dell’imprenditore e quelle che incidono sulla procedura concorsuale.

La riforma del 2006 ha introdotto ex novo nella competenza del tribunale fallimentare anche le

cause reali immobiliari, precedentemente escluse. Inoltre, il decreto correttivo ha eliminato il

riferimento al rito comune dei procedimenti in camera di consiglio e rendendo perciò tali

controversie assoggettabili al rito ordinario del processo di cognizione.

Le competenze del tribunale fallimentare sono:

- nominare ed eventualmente revocare o sostituire il giudice delegato ed il curatore, se non è

prevista la competenza del giudice delegato;

- provvedere sulle controversie relative alla procedura che non siano di competenza del

giudice delegato;

- decidere sui reclami contro i provvedimenti del giudice delegato;

- risolvere gli eventuali conflitti tra gli organi fallimentari;

- chiedere in ogni tempo chiarimenti ed informazioni al curatore, al fallito ed al comitato dei

creditori.

Contrariamente a quanto previsto dalla disciplina ante riforma, secondo la quale il tribunale

adottava i sopra menzionati provvedimenti nella forma di decreto motivato non soggetto a gravame,

il nuovo art. 26 l.f. ha stabilito la reclamabilità dei decreti del tribunale salvo che non sia

diversamente disposto. un’attività di vigilanza e di

Il non ha più il ruolo di direzione, ma svolge solo

GIUDICE DELEGATO

controllo sulla regolarità della procedura.

Al giudice delegato sono ora attribuite le seguenti funzioni:

- riferire al tribunale su ogni questione su cui è richiesto un provvedimento del tribunale

stesso; 8

- emettere o provocare dalle autorità competenti i provvedimenti urgenti per la conservazione

del patrimonio;

- convocare il curatore o il comitato dei creditori nei casi previsti dalla legge e ogni volta che

sia opportuno per il corretto e sollecito svolgimento della procedura;

su proposta del curatore, liquidare i compensi e disporre l’eventuale revoca dell’incarico

- è stata richiesta dal curatore stesso nell’interesse della

conferito alle persone la cui opera

procedura;

- provvedere sui reclami proposti contro gli atti del curatore e del comitato dei creditori;

- autorizzare per iscritto il curatore a stare in giudizio, solo per atti determinati e per un solo

grado di giudizio;

- su proposta del curatore nominare gli arbitri;

procedere all’accertamento dei crediti e dei diritti reali e personali vantati dai terzi;

-

- nominare il comitato dei creditori e sostituirlo in caso di impossibilità di funzionamento o in

situazioni in cui vi sia l’urgenza di adottare il provvedimento;

autorizzare l’esercizio provvisorio dell’impresa qualora non sia stato disposto con la

- sentenza di fallimento;

autorizzare l’affitto dell’azienda;

-

- autorizzare i singoli atti previsti nel piano di liquidazione e sospendere le operazioni di

vendita quando ricorrono gravi motivi;

- ordinare il riparto finale.

Nella disciplina riformata, il giudice delegato perde il potere di autorizzare atti di straordinaria

amministrazione compiuti dal curatore, il quale passa al comitato dei creditori.

Inoltre, con l’intervento del decreto correttivo, il giudice delegato è stato spogliato del potere di

autorizzare il programma di liquidazione, potere conferitogli dalla riforma del 2006. Tale potere

ora spetta al comitato dei creditori, prevedendo che il giudice delegato debba autorizzare gli atti di

vendita.

Tutti i provvedimenti del giudice delegato sono dati con decreto e contro di essi è permesso il

ricorso al tribunale, entro 10 giorni dalla notifica, da parte del fallito, del curatore, del comitato dei

creditori e di qualunque interessato. Tale reclamo non ha carattere sospensivo.

è l’organo proposto alla procedura fallimentare che ha le mansioni più complesse e

Il CURATORE consiste nell’amministrazione dei beni del fallito.

varie; il suo compito principale

La riforma gli ha attribuito anche funzioni di propulsione e di gestione della procedura, pur restando

il suo operato sotto il controllo e la vigilanza del giudice delegato e del comitato dei creditori.

Il ruolo del curatore è stato profondamente valorizzato, in quanto ampliato nelle sue competenze e

nel grado di autonomia.

Il curatore è nominato con la sentenza che dichiara il fallimento o, in caso di sostituzione o di

può essere sostituito anche dai creditori presenti all’udienza

revoca, con decreto del tribunale. Egli

di verifica dello stato passivo che rappresentino la maggioranza dei crediti ammessi al momento

9

della conclusione dell’adunanza stessa, prima della pronuncia del decreto che rende esecutivo lo

stato passivo. Il tribunale non è tenuto alla sostituzione, dovendoci essere giusti motivi.

La riforma ha individuato nuove categorie di soggetti che possono rivestire il ruolo di curatore:

- avvocati, dottori commercialisti, ragionieri e ragionieri commercialisti;

- studi professionali associati e società fra professionisti;

- coloro che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo in spa.

L’art. 30 l.f. afferma che il curatore, per quanto attiene all’esercizio delle sue funzioni, è pubblico

ufficiale.

Il curatore deve: redigere l’inventario;

- apporre i sigilli sui beni del fallito e

- redigere la prima relazione informativa sulle cause del dissesto;

- redigere, ogni 6 mesi successivi alla relazione iniziale, un rapporto riepilogativo delle

attività svolte, accompagnato dal conto della sua gestione;

dell’ultimo esercizio del fallito se questi abbia omesso di farlo o, se

- redigere il bilancio

esso è stato fatto, revisionarlo ed, eventualmente completarlo;

- esaminare le domande di ammissione al passivo, predisporre elenchi separati dei creditori

e depositare il progetto di stato passivo nella cancelleria del tribunale;

presenziare all’udienza di discussione dello stato passivo;

-

- esaminare le domande di ammissione al passivo proposte tardivamente;

- presentare domanda di revocazione avverso il decreto del giudice di ammissione di un

credito o di una garanzia, allorché si sia scoperto che questa sia stata effetto di falsità, dolo o

errore essenziale di fatto, ovvero si rinvengano documenti decisivi prima ignorati;

- presentare domanda di impugnazione avverso il decreto del giudice di ammissione di un

credito, con cui contestare che la domanda di un creditore o di altro concorrente sia stata

accolta;

- presentare istanza al tribunale che dispone di non farsi luogo al procedimento di

accertamento dello stato passivo per insufficiente realizzo dell’attivo;

l’autorizzazione all’affitto di azienda,

- proporre al giudice delegato o di rami di azienda,

del fallito a terzi o all’esercizio provvisorio dell’impresa; dell’inventario,

- proporre un programma di liquidazione, entro 60 giorni dalla redazione

da sottoporre al comitato dei creditori per l’approvazione;

- procedere alle vendite secondo procedure competitive;

- presentare ogni quattro mesi un prospetto delle somme disponibili;

- presentare il rendiconto particolareggiato della sua gestione, dopo aver compiuto la

liquidazione dell’attivo e prima del riparto finale;

- promuovere la chiusura del fallimento, quando si verifichi una delle cause previste

dall’art. 118 l.f.

Il curatore diventa custode di tutte le attività in esse comprese, con i conseguenti poteri di

amministrazione e di liquidazione, per assicurare ai creditori l’esecuzione collettiva. 10

Contro gli atti di amministrazione del curatore o contro i suoi comportamenti omissivi, il fallito ed

ogni altro interessato possono reclamare al giudice delegato, che decide con decreto motivato che

poi può essere soggetto a reclamo al tribunale.

Il curatore può essere revocato in ogni tempo, con decreto, dal tribunale, su proposta del giudice

delegato o su richiesta del comitato dei creditori, oppure d’ufficio, sentiti il comitato dei creditori e

il curatore stesso.

Il è organo collegiale composto da 3 o 5 creditori e nominato dal giudice

COMITATO DEI CREDITORI

delegato sentiti il curatore e i creditori che, con la domanda di ammissione al passivo, hanno dato la

disponibilità ad assumere l’incarico.

La nomina deve avvenire entro 30 giorni dalla sentenza di fallimento ed, entro 10 giorni dalla

nomina, il comitato provvede a nominare il proprio presidente.

I componenti devono essere scelti tra i creditori in modo da rappresentare in misura equilibrata

quantità e qualità dei crediti.

La composizione del comitato può essere cambiato dal giudice delegato e, al termine dell’udienza

di verifica del passivo, dai creditori presenti che rappresentino la maggioranza dei crediti ammessi

prima della pronuncia del decreto di esecutività dello stato passivo.

Tutte le decisioni dell’organo sono prese a maggioranza. La riforma ha attribuito al comitato dei

poteri di vigilanza sull’operato del curatore e di autorizzazione sia degli atti di

creditori

straordinaria amministrazione che quest’ultimo deve compiere, sia del programma di liquidazione.

Deve inoltre esprimere pareri nei casi previsti dalla legge, motivando le proprie deliberazioni.

FUNZIONI GESTORIE :

autorizza gli atti indicati dall’art. 35 l.f., nonché tutti gli atti di straordinaria amministrazione

- che devono essere eseguiti dal curatore;

autorizza l’azione di responsabilità contro il curatore revocato;

-

- autorizza il curatore a subentrare nei contratti pendenti in luogo del fallito;

decide di interrompere l’esercizio provvisorio dell’impresa, qualora ne ravvisi la necessità;

-

- approva il programma di liquidazione presentato dal curatore e vi apporta le modifiche

necessarie;

- autorizza la nomina dei delegati e dei coadiutori del curatore;

- autorizza che le disponibilità liquide delle somme riscosse dal fallimento siano investite con

strumenti diversi dal conto corrente.

Inoltre è necessario il consenso del comitato:

per la continuazione temporanea dell’esercizio dell’impresa;

- per affittare l’azienda o rami d’azienda, del fallito a terzi e per concedere il diritto di

- prelazione all’affittuario nel caso di successiva vendita.

Nella disciplina ante-riforma il comitato aveva solo una mera funzione consultiva e di controllo.

Contro le autorizzazioni o i dinieghi del comitato dei creditori il fallito ed ogni altro interessato

possono proporre reclamo al giudice delegato entro 8 giorni dalla conoscenza dell’atto o, in caso di

omissione, dalla diffida a provvedere. 11

FUNZIONI CONSULTIVE :

Il comitato deve essere ascoltato in tutti i casi previsti dalla legge (attività consultiva necessaria) e

tutte le volte che il tribunale o il giudice delegato lo ritengano opportuno (attività consultiva

eventuale).

La richiesta del parere non vincolante è obbligatoria:

- per la revoca del curatore;

- per la proposta di concordato fallimentare;

- per il deposito del progetto di riparto parziale;

per l’esercizio delle azioni di responsabilità

- esercitate dal curatore contro gli amministratori,

i componenti degli organi di controllo, i direttori generali, i liquidatori ed i soci della srl;

- per la chiusura del fallimento in caso di insufficienza di attivo;

per procedere all’esdebitazione del fallito.

-

FUNZIONI DI CONTROLLO :

Il comitato o i singoli membri possono, di propria iniziativa, ispezionare le scritture contabili e i

documenti del fallimento, nonché chiedere notizie e chiarimenti al curatore ed al fallito.

Essi hanno diritto ad essere informati specificatamente su tutte le vicende del procedimento.

Secondo la disciplina introdotta dalla riforma, il comitato, nell’espletamento delle funzioni di

controllo:

- deve vidimare il registro tenuto dal curatore;

- può formulare osservazioni scritte in merito al rapporto riepilogativo sulle attività svolte

redatto ogni 6 mesi dal curatore e trasmesso al comitato unitamente agli estratti conto dei

depositi relativi al periodo;

- ha diritto di prendere visione di qualunque atto o documento contenuti nel fascicolo del

fallimento;

- durante il periodo di esercizio provvisorio deve essere convocato dal curatore, almeno ogni

3 mesi, per essere informato sull’andamento della gestione;

è informato dal curatore sull’esito delle vendite effettuate.

-

Inoltre il comitato dei creditori può presentare reclamo contro gli atti del curatore, contro i decreti

del giudice delegato, nonché chiedere la revoca dello stesso curatore.

La riforma ha previsto che ai componenti del comitato si applichi l’art. 2407 c.c. (riguardante la

responsabilità solidale dei sindaci della spa con gli amministratori per fatti ed omissioni di

quest’ultimi) in quanto compatibile. Su tale disposizione è intervenuto il d.lgs. 169/2007 la quale ha

limitato il richiamo dell’art. 2407 c.c. ai soli 1° e 3° comma di esso, esonerando così il comitato dei

creditori dalla cd culpa in vigilando, consistente nella responsabilità del comitato, in solido con il

curatore, per i fatti ed omissioni di questo, quando il danno fosse casualmente collegabile

all’omessa o negligente vigilanza del comitato stesso. Quindi, i membri del comitato:

- devono adempiere ai loro doveri con la professionalità e la diligenza richiesta dalla natura

dell’incarico;

- sono responsabili della verità delle loro attestazioni e devono conservare il segreto sui fatti e

documenti di cui abbiano conoscenza per ragione del loro ufficio. 12

GLI EFFETTI DELLA SENTENZA DI FALLIMENTO

La dottrina distingue gli effetti prodotti dalla sentenza dichiarativa del fallimento in quattro

categorie:

- effetti nei confronti del fallito (personali e patrimoniali);

- effetti nei confronti dei creditori;

- effetti sui contratti preesistenti;

- effetti nei confronti dei terzi.

EFFETTI NEI CONFRONTI DEL FALLITO

EFFETTI PATRIMONALI

Il fallito è spossessato dei suoi beni, di cui perde l’amministrazione e la disponibilità (che passano

al curatore), ma conserva la proprietà di essi.

Il fallito non perde la capacità di agire : gli atti ed i pagamenti effettuati dal fallito dopo la

dichiarazione di fallimento non sono pertanto invalidi, ma sono solo inefficaci nei confronti dei

creditori. Il fallito sarà quindi responsabile per le obbligazioni nascenti dagli atti che ha compiuto

durante la procedura fallimentare, anche se per tali obbligazioni si potrà chiedere l’adempimento

solamente dopo la chiusura del fallimento.

L’art. 46 l.f. stabilisce che i beni esclusi dalla procedura fallimentare rimangono nel possesso del

fallito. Questi beni sono:

- i beni e i diritti strettamente personali;

- gli assegni aventi carattere alimentare, stipendi, salari e pensioni;

ai sensi dell’art. 514 c.p.c;

- le cose non soggette a pignoramento

- il diritto di abitazione sulla casa di proprietà, nei limiti dei bisogni del fallito e della sua

famiglia.

Sono compresi nel fallimento anche i beni che pervengono al fallito durante il fallimento.

EFFETTI PERSONALI alla sentenza dichiarativa di fallimento conseguiva l’iscrizione

Secondo la disciplina ante-riforma

del fallito nel pubblico registro dei falliti, al quale erano collegate una serie di incapacità,

perdurante fino alla conservazione di tale iscrizione.

La riforma ha abolito il registro dei falliti attraverso l’abrogazione dell’art. 50 l.f. ed ha soppresso la

prevista incapacità per il fallito, nei 5 anni successivi al fallimento, di esercitare il diritto di voto

In coordinamento con tali interventi è stato soppresso l’istituto della

(elettorato attivo).

riabilitazione.

Permangono le altre incapacità, tra cui : la perdita della possibilità di esercitare alcune professioni

con cancellazione dai relativi albi professionali; la perdita della capacità di assumere determinati

uffici.

Il successivo decreto correttivo, d.lgs. 169/2007:

- ha specificato che tutte le incapacità personali riguardanti il fallito cessano con la chiusura

del fallimento; 13

- ha eliminato ogni riferimento al fallimento nelle disposizioni riguardanti il casellario

giudiziario;

ha eliminato la disposizione che vietava l’iscrizione nel registro delle imprese dei soggetti

- falliti, fino alla pronuncia della sentenza di riabilitazione: ora, anche il soggetto fallito potrà

iscriversi nel registro delle imprese, quale titolare di una nuova attività commerciale, distinta

da quella assoggettata a fallimento.

L’iscrizione del fallito nel pubblico registro dei falliti, secondo la disciplina ante riforma, veniva

meno solo con la riabilitazione del fallito, istituto ora abrogato dalla riforma. Con essa, infatti, il

fallito veniva cancellato dal registro e riacquistava tutte le capacità perse con la dichiarazione di

fallimento. La riabilitazione veniva concessa dal tribunale che aveva dichiarato il fallimento, su

richiesta dell’ex fallito o dei suoi eredi, qualora fosse presente una delle seguenti condizioni:

- che il debitore avesse pagato tutti i creditori concorsi nel fallimento;

- che avesse adempiuto gli obblighi assunti con il concordato fallimentare, se ammesso;

- che avesse dato prova effettiva e costante di buona condotta per almeno 5 anni dopo la

chiusura del fallimento.

La riabilitazione non poteva essere concessa qualora l’ex fallito fosse stato condannato per

bancarotta fraudolenta o per un delitto contro il patrimonio, la fede pubblica, la pubblica economia

ed il commercio.

Il testo della legge fallimentare del 1942 prevedeva rigide sanzioni penali per il fallito, soprattutto

se persona fisica. La riforma ha eliminato definitivamente queste sanzioni ed ha previsto che, per

effetto del fallimento:

- il fallito persona fisica deve consegnare al curatore la propria corrispondenza riguardante i

rapporti compresi nel fallimento; in caso di omissione, il fallito decade dal beneficio

dell’esdebitazione; le società fallite invece, devono consegnare tutta la corrispondenza e non

solo quella riguardante i rapporti compresi nel fallimento;

- il fallito (gli amministratori o liquidatori) devono comunicare al curatore ogni cambiamento

della propria residenza o domicilio; in caso di inottemperanza è prevista una sanzione

penale; (nella disciplina previgente, il fallito non poteva allontanarsi dalla sua residenza

senza il permesso del giudice delegato).

EFFETTI NEI CONFRONTI DEI CREDITORI

del fallito è fatto divieto dall’art. 51 l.f. di iniziare o proseguire azioni esecutive o

Ai creditori

cautelari individuali.

Il fallimento ha, infatti, come effetto, quello di aprire il concorso dei creditori al fine di garantire il

pari trattamento delle pretese creditorie, che si realizza attraverso una procedura concorsuale alla

quale possono partecipare tutti i creditori. Tutti i crediti possono partecipare al fallimento solo se

sono accertati tramite la procedura di ammissione al passivo.

Tuttavia, il pari trattamento dei creditori non pregiudica la distinzione tra crediti chirografari e

crediti privilegiati e dunque, dopo la dichiarazione di fallimento, il creditore pignoratizio o

ipotecario restano favoriti rispetto al creditore semplice. 14

EFFETTI NEI CONFRONTI DEI CREDITORI

Il fallimento non determina mai la risoluzione dei contratti in corso di esecuzione tra le parti, ma

solo lo scioglimento del rapporto in determinati casi.

La legge fallimentare, nella sua formulazione originaria, non conteneva una disciplina generale

relativa ai contratti pendenti al momento del fallimento ma si limitava a regolamentare singoli tipi

contrattuali con disposizioni applicabili per analogia ai rapporti non espressamente regolati.

all’art. 72 l.f. una disciplina generale

La riforma, al fine di colmare tale lacuna, ha previsto

applicabile ai contratti pendenti al momento della dichiarazione di fallimento:

- i contratti già eseguiti da una delle parti restano in vita; se però ad eseguirla è stata la

controparte del fallito, questa entrerà nel concorso e dovrà accontentarsi della percentuale

fallimentare;

- i contratti ancora non eseguiti, vanno distinti fra:

quelli basati sull’ si sciolgono ipso iure; (sono tali l’associazione

o intuitus personae,

in partecipazione, il contratto di appalto, il contratto di borsa a termine, il conto

corrente, il mandato, la commissione, il rapporto sociale nelle società di persone);

o gli altri invece possono essere mantenuti in vita e viene attribuita al curatore la

facoltà di scegliere tra subentro e scioglimento, sentito il comitato dei creditori;

EFFETTI NEI CONFRONTI DEI TERZI

Il patrimonio del fallito costituisce la primaria garanzia delle pretese dei creditori. Il fallito, può

però aver compiuto atti di dismissione dei propri beni nell’unico intento di sottrarli alle possibili

azioni esecutive dei creditori.

La legge prevede a tutela dei creditori l’esperimento dell’azione revocatoria ordinaria disciplinata

dall’art. 2901 c.c. L’esercizio dell’azione revocatoria necessita dell’esistenza di due presupposti:

l’eventus damni, cioè l’atto deve arrecare o può arrecare una riduzione del patrimonio del

- fallito;

- il consilium fraudis, cioè la consapevolezza del fallito e anche del terzo.

L’onere della prova circa l’esistenza di questi presupposti compete al curatore legittimato ad

esercitare la revocatoria ordinaria nell’interesse di tutti i creditori.

L’azione si prescrive entro 5 anni dalla stipulazione dell’atto impugnato.

Il legislatore, accanto alla revocatoria ordinaria, ha previsto anche l’azione revocatoria

fallimentare la quale agevola le posizioni dei creditori, facilitando, con una serie di presunzioni, la

ricostituzione del patrimonio del fallito.

Essa è stata oggetto di modifica ad opera del d.l. 35/2005, convertito in l. 80/2005, detto decreto

competitività.

La revocatoria fallimentare si fonda sul presupposto che tutti gli atti compiuti dal fallito, nel periodo

in cui si trovava in stato di insolvenza, sono pregiudizievoli per i creditori e violano il principio

non ha l’onere di provare il consilium fraudis e

della par condicio; di conseguenza, il curatore

l’eventus damni. 15

Sul piano degli effetti la revocatoria fallimentare, al pari della revocatoria ordinaria, produce non la

nullità degli atti compiuti dal fallito, ma semplicemente la inefficacia degli stessi nei confronti dei

L’atto revocato, pertanto, rimane sempre valido fra le parti, ma non ha effetto per i

creditori.

creditori del fallito: il bene non viene ritrasferito al fallito, bensì acquisito al fallimento al limitati

fini esecutivi e conservativi della procedura concorsuale.

La revocatoria fallimentare non può essere promossa decorsi 3 anni dalla dichiarazione di

fallimento e comunque decorsi 5 anni dal compimento dell’atto.

Gli atti sottoposti alla revocatoria fallimentare si distinguono in due categorie:

1) gli atti a titolo oneroso, pagamenti di debiti scaduti o garanzie che presentino anormalità tali

da far presumere l’intenzione fraudolenta: il legislatore presume l’intenzione fraudolenta se

compiuti nell’anno antecedente alla dichiarazione di fallimento, (per i pegni, anticresi e

ipoteche se compiuti nei 6 mesi precedenti), ammettendo però che il terzo possa provare di

aver ignorato lo stato di insolvenza del soggetto fallito nel momento in cui è stato compiuto

l’atto;

2) gli atti a titolo oneroso, pagamenti e garanzie che non presentino irregolarità: il legislatore

ha ammesso la revocatoria solo se il curatore provi che l’altra parte conosceva lo stato di

insolvenza e gli atti stessi siano stati compiuti entro 6 mesi dalla dichiarazione di fallimento.

Gli atti a titolo gratuito ed i pagamenti di crediti non scaduti al momento in cui è intervenuta la

dichiarazione di fallimento sono considerati dalla legge fallimentare privi di effetti rispetto ai

creditori, se compiuti nei 2 anni anteriori alla dichiarazione di fallimento. Pertanto per sancire la

loro inefficacia non è necessario esperire la revocatoria fallimentare.

nel tempo in cui il fallito esercitava un’impresa commerciale se

Tutti gli atti compiuti tra i coniugi,

sono atti a titolo oneroso, e più dei due anni precedenti alla dichiarazione di fallimento se sono atti a

titolo gratuito, si presumono eseguiti in danno della massa dei creditori e sono revocati, salvo il

coniuge provi che non era a conoscenza dello stato di insolvenza del coniuge fallito.

Trattandosi di inefficacia ex lege non è necessaria una dichiarazione giudiziale.

La differenza fra revocatoria ordinaria e fallimentare consiste:

- in primo luogo, la revocatoria fallimentare è diretta alla tutela non del singolo, ma di tutta la

massa dei creditori, e perciò può essere promossa solo dal curatore fallimentare;

- in secondo luogo, la revocatoria ordinaria presuppone la validità degli atti compiuti dal

debitore in frode ai creditori, mentre la revocatoria fallimentare si fonda sull’indisponibilità

che colpisce il patrimonio del fallito.

Per REATI CONCORSUALI si intendono tutti quei fatti compiuti dal fallito o da altre persone,

nel periodo immediatamente antecedente o durante una procedura concorsuale, che la legge punisce

come reati. La classe più importante di tali reati sono i reati fallimentari.

La sentenza di fallimento espone il fallito alla condanna per reati fallimentari. Tali reati sono:

- bancarotta fraudolenta, quando il fallito abbia dolosamente:

a. prima o durante il fallimento, distratto, occultato, dissimulato, distrutto o

dissipato, in tutto o in parte, i propri beni al fine di arrecare danno ai creditori; 16

b. prima o durante il fallimento, sottratto o distrutto o falsificato, in tutto o in parte,

i libri e le scritture contabili, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto

profitto o al fine di procurare danno ai creditori, o li abbia tenuti in modo da non

rendere possibile la ricostituzione del patrimonio e del movimento di affare, è

detta bancarotta fraudolenta documentale;

c. prima o durante il fallimento, eseguito pagamenti o simulato titoli di prelazione,

al fine di favorire alcuni creditori a danno di altri, è detta bancarotta

preferenziale;

- bancarotta semplice, quando il fallito abbia:

a. fatto spese, personali o per la propria famiglia, eccessive e sproporzionate

rispetto alla sua condizione economica;

b. consumato notevole parte del patrimonio in operazioni puramente aleatorie e/o

manifestamente imprudenti;

c. compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento;

d. aggravato il proprio dissesto, astenendosi dal chiedere la dichiarazione del

proprio fallimento o con altra colpa grave;

e. non soddisfatto le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo;

f. omesso di tenere, negli ultimi tre anni, le scritture contabili, o le abbia tenute in

modo irregolare o incompleto;

- ricorso abusivo al credito, quando gli amministratori, direttori generali, liquidatori e gli

imprenditori esercenti un’attività commerciale, dissimulando il proprio dissesto o lo stato di

insolvenza, siano ricorsi o abbiano continuato a ricorrere al credito;

di reati quali: l’omessa dichiarazione dei beni da comprendere nell’inventario,

- altre figure

la denuncia di creditori inesistenti, l’inottemperanza all’ordine di presentare il bilancio e le

contabili dopo la sentenza dichiarativa di fallimento nonché all’ordine di

scritture

presentarsi agli organi fallimentari, l’allontanamento senza permesso dalla residenza.

L E ALTRE FASI DELLA PROCEDURA FALLIMENTARE

Nell’ambito della procedura fallimentare possiamo distinguere alcune fasi:

la conservazione e l’amministrazione del patrimonio del fallito;

- l’accertamento del passivo;

- l’accertamento dell’attivo;

- la liquidazione dell’attivo;

- il riparto dell’attivo.

-

C ONSERVAZIONE E AMMINISTRAZIONE DEL PATRIMONIO

Le attività caratteristiche di tale fase sono:

l’apposizione

- dei sigilli sui beni del fallito, eseguita dal curatore (non più dal giudice

delegato) e la descrizione in un processo verbale di tutti i beni del fallito per i quali non è

possibile l’apposizione dei sigilli; 17

l’inventario

- dei beni, a cura del curatore, presenti o avvisati il fallito ed il comitato dei

creditori, previa rimozione dei sigilli e presa in consegna, dallo stesso curatore, dei beni;

l’adozione dei provvedimenti necessari ad evitare il deterioramento

- o la perdita dei beni, ivi

compreso l’esercizio provvisorio dell’impresa.

Con la presa in consegna dei beni il curatore subentra nell’amministrazione dei beni del fallito. Egli,

pertanto può:

- compiere liberamente tutti gli atti di ordinaria amministrazione, senza nessuna

autorizzazione; il giudice delegato può impartire direttive;

- compiere atti di straordinaria amministrazione solo a seguito di autorizzazione del comitato

dei creditori (prima della riforma il potere autorizzatorio spettava al giudice delegato).

C ONTINUAZIONE DELL IMPRESA DEL FALLITO

dell’esercizio provvisorio dell’impresa,

La riforma ha riscritto la disciplina che consiste nella

possibilità dell’ufficio fallimentare di continuare l’attività di impresa del fallito durante la procedura

fallimentare. Ai sensi dell’art. 104 l.f., è consentita:

con la dichiarazione di fallimento, quando dall’improvvisa interruzione può derivare un

- danno grave ed irreparabile;

successivamente, quando nominato il comitato dei creditori, quest’ultimo ritenga

- opportuno

riprendere in tutto o in parte l’esercizio dell’impresa. In tal caso l’esercizio provvisorio è

disposto dal giudice delegato.

In ogni caso la continuazione ha carattere provvisorio e può sempre ordinarsene la cessazione da

All’esercizio provvisorio dell’impresa provvede il curatore, che può anche

parte del tribunale.

avvalersi dell’opera del fallito.

A CCERTAMENTO DEL PASSIVO

La fase dell’accertamento del passivo ha come scopo la determinazione dei creditori, cd verifica dei

ad essere soddisfatti in sede di ripartizione dell’attivo fallimentare.

crediti, aventi diritto

In tale fase devono essere determinati anche l’ammontare di ciascun credito vantato e gli eventuali

diritti di prelazione, nonché i diritti reali o personali vantati dai terzi sui beni del fallito.

Secondo l’art. 93 l.f., la domanda di ammissione al passivo di un credito, nonché la domanda di

restituzione o rivendicazione di beni va presentata con ricorso da depositarsi almeno 30 giorni

prima dell’udienza fissata per l’esame del passivo.

Il ricorso deve essere accompagnato dalle ragioni di prelazione nonché dai documenti che

giustificano il credito. In mancanza, i creditori o i terzi possono depositare i documenti fino al

giorno dell’udienza di verifica.

Le domande sono esaminate dal curatore, il quale predispone gli elenchi separati dei creditori e

dei terzi. Egli deposita il progetto di stato passivo in cancelleria almeno 15 giorni prima

dell’udienza per permettere ai creditori o ai terzi di presentare osservazioni scritte e documenti

integrativi fino all’udienza. 18

All’udienza di verifica il giudice delegato decide su ogni domanda con decreto motivato. Ammette

con riserva i crediti che:

- sono sottoposti a condizione o non possono farsi valere contro il fallito se non previa

dell’obbligato principale;

escussione

- sono provi del titolo giustificativo per fatto non riferibile al creditore;

- sono accertati con sentenza pronunziata prima del fallimento ma non ancora passata in

giudicato.

Terminato l’esame, il giudice rende esecutivo lo stato passivo con decreto e lo deposita in

cancelleria. Dal deposito è data comunicazione ai creditori per permettere loro l’impugnazione.

La riforma ha previsto l’ipotesi in cui, prima dell’inizio delle operazioni di verifica dello stato

passivo, il curatore accerti che non può essere acquisito attivo da distribuire a nessun creditore. In

questo caso, egli può depositare almeno 20 giorni prima dell’udienza di verifica, una relazione sulle

all’accertamento del

prospettive di liquidazione, facendo istanza al tribunale di non procedersi

passivo. Il tribunale decide con decreto motivato, sentito il fallito e il comitato dei creditori.

Dichiarato esecutivo lo stato passivo, è possibile opporsi alle decisioni del giudice delegato, entro

30 giorni dalla comunicazione fatta dal curatore, attraverso tre forme di impugnazione dello stato

passivo:

l’opposizione allo stato passivo stesso; sono legittimati all’opposizione:

- a. i creditori e i terzi non ammessi (o ammessi con riserva) o per i quali è stata

esclusa una causa legittima di prelazione, per farsi ammettere al passivo o per

farsi riconoscere una causa di prelazione;

b. i creditori ammessi per contestare i crediti ammessi senza il preteso diritto di

prelazione;

l’impugnazione dei crediti altrui;

- con essa il curatore, il creditore o il terzo possono

contestare che la domanda di un creditore o di altro concorrente sia stata accolta;

va proposta con ricorso al giudice delegato, contro l’ammissione definitiva,

- la revocazione, che l’ammissione di un credito o di

qualora prima della chiusura del fallimento, si scopra

una garanzia è stata determinata da falsità, dolo o errore essenziale di fatto ovvero

rinvengano documenti decisivi prima ignorati.

La definitività dello stato passivo non pregiudica in ogni caso i creditori negligenti. Infatti, coloro

che non abbiano proposta domanda di ammissione nei termini, possono presentare domanda

tardiva, fino ai 12 mesi successivi al deposito del decreto di esecutività dello stato passivo. decorso

solo se l’istante prova che il ritardo è dipeso da

tale termine le domande tardive sono ammissibili

causa a lui non imputabile.

Il decreto correttivo ha previsto che il giudice delegato debba fissare ogni 4 mesi un’udienza ad hoc

per l’esame delle domande tardive. di prelazione, partecipano al riparto dell’eventuale

I creditori tardivi che non vantino un diritto

attivo solo dopo il riparto tra i creditori intervenuti tempestivamente, se il ritardo è ad essi

imputabile. 19

A CCERTAMENTO DELL ATTIVO

La redazione dell’inventario e la presa in consegna dei beni da parte del curatore determina la

formazione dell’attivo fallimentare, costituito da tutti i beni del fallito e da quei beni che per

effetto della revocatoria sono rientrati, ai soli fini della procedura, nel patrimonio stesso. L’attivo

fallimentare diventerà definitivo una volta che saranno concluse le azioni revocatorie e le azioni di

rivendica (proposte dai terzi aventi diritto sui beni del fallito).

L IQUIDAZIONE DELL ATTIVO

Con la liquidazione dell’attivo i beni del fallito vengono tramutati in danaro al fine del

soddisfacimento dei creditori.

La riforma ha semplificato la procedura di liquidazione riscrivendo l’intera disciplina. La novità

principale consiste nel fatto che l’attività di liquidazione dovrà avvenire all’interno di un

programma di liquidazione, predisposto dal curatore ed approvato dal comitato dei creditori. Al

giudice delegato spetta il compito di autorizzare i singoli atti di esso, previa una mera verifica

formale della loro conformità al piano di liquidazione.

Prima del decreto correttivo, la riforma del 2006 prevedeva che il piano dovesse essere autorizzato

dal giudice delegato, previo parere vincolante del comitato dei creditori.

Il piano deve essere formato entro 60 giorni dalla redazione dell’inventario, quindi ancor prima

dell’emanazione del decreto di esecutività dello stato passivo.

Il programma deve indicare le modalità ed i termini previsti per la realizzazione dell’attivo,

attraverso la vendita di beni mobili, vendita di beni immobili, vendita di azienda e realizzo di

crediti.

A differenza della precedente disciplina, il curatore non è più vincolato ai rigidi schemi della

vendita all’incanto o senza incanto previsti dal c.p.c., ma può decidere, nel programma di

liquidazione, la modalità di vendita più conveniente ai fini del maggior realizzo possibile. Potrà

quindi prevedere qualsiasi forma di vendita, in base alle stime dei beni eseguite da esperti.

Il giudice delegato può sospendere le procedure di vendita qualora ricorrano gravi e giustificati

motivi.

La riforma ha stabilito che la liquidazione di singoli beni che fanno parte di un complesso aziendale

può essere disposta solo quando risulti prevedibile che la vendita dell’intera azienda non consenta

una maggiore soddisfazione dei creditori.

R IPARTO DELL ATTIVO

Le somme di danaro che si realizzano con la fase liquidativa vengono erogate secondo un ordine

tassativo di preferenza:

pagamento di tutte le spese e dei debiti contratti con l’amministrazione del fallimento e per

- la continuazione dell’esercizio dell’impresa, cd debiti di massa prededucibili;

- pagamento dei crediti ammessi con prelazione sulle cose venute, crediti privilegiati;

- pagamento dei crediti chirografari. 20


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto commerciale sulle procedure concorsuali per l'esame del professor Libertini. Gli argomenti trattati sono i seguenti: il fallimento (le fasi, le riforme recenti, i presupposti della dichiarazione di fallimento, i requisiti di non fallibilità dell’imprenditore commerciale), la liquidazione coatta amministrativa, il concordato preventivo, il piano di risanamento, l’amministrazione straordinaria.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di diritto commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Libertini Mario.

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