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in prededuzione. L'azienda non assume responsabilità per debiti contratti durante l'affitto e per i rapporti

pendenti vale la stessa disciplina del fallimento. Il diritto di prelazione a favore dell’affittuario può essere

concesso in caso di successiva vendita, previa espressa autorizzazione del giudice delegato e previo parere

favorevole del comitato dei creditori. In tale caso, esaurito il procedimento di determinazione del prezzo di

vendita dell’azienda o del singolo ramo, il curatore, entro 10 giorni, lo comunica all’affittuario, il quale può

esercitare il diritto di prelazione entro 5 giorni dal ricevimento della comunicazione. L'ACCERTAMENTO DEL

PASSIVO: è la fase centrale della procedura fallimentare diretta ad accertare quali creditori hanno diritto di

partecipare alla ripartizione dell'attivo, l'ammontare dei loro crediti e le eventuali cause di prelazione e in questa

fase i creditori da concorsuali diventano concorrenti. La procedura di accertamento si apre con la domanda di

ammissione dei creditori sollecitati dal curatore con apposito avviso (art. 92) dove comunica data per l'esame

del passivo e quello entro cui si può fare insinuazione. La domanda si presenta con ricorso da depositare presso

la cancelleria del tribunale almeno 30 giorni prima dell'udienza per l'esame dello stato passivo fissata dalla

sentenza di fallimento e inoltre nella domanda vanno inserite ragioni di prelazione e documenti che giustificano

il credito vantato. Si deve fare domanda anche per debiti prededucibili e per la restituzione o rivendicazione di

beni di proprietà di terzi che sono stati appressi alla massa fallimentare. Sulla base di queste domanda il

curatore deve predisporre un progetto di stato passivo da depositare in cancelleria almeno 15 giorni prima

dell'udienza per l'esame dello stato passivo, i creditori e i titolari del diritto possono esaminarlo e presentare

osservazioni e documenti integrativi fino al giorno dell'udienza. Nel progetto (art. 95) deve essere indicati: i

creditori ammessi (chirografari o privilegiati), i creditori non ammessi in tutto o in parte per i quali non si

intende riconoscere la natura privilegiata (specificandone i motivi), i creditori ammessi con riserva e poi

separato l'elenco dei titolari di diritti e per ciascun titolare deve essere scritto se è riconosciuto o no e la

motivazione. All’udienza fissata per l’esame dello stato passivo, che coinvolge il curatore e tutti i creditori che

vogliono partecipare, il giudice delegato esamina le posizioni dei creditori e decide su ciascuna domanda, nei

limiti delle conclusioni formulate ed avuto riguardo alle eccezioni del curatore, a quelle rilevabili d’ufficio ed a

quelle formulate dagli altri interessati (il fallito può chiedere di essere ascoltato). Esaurite le operazioni d'esame

il giudice delegato forma lo stato passivo definitivo e lo dichiara esecutivo con proprio decreto e lo deposita in

cancelleria. Contro il decreto che rende esecutivo lo stato passivo può essere proposta opposizione,

impugnazione dei crediti ammessi o revocazione. Con l’opposizione il creditore o il titolare di diritti su beni

mobili o immobili contestano che la propria domanda sia stata accolta in parte o sia stata respinta; l’opposizione

è proposta nei confronti del curatore. Con l’impugnazione il curatore, il creditore o il titolare di diritti su beni

mobili o immobili contestano che la domanda di un creditore o di altro concorrente sia stata accolta;

l’impugnazione è rivolta nei confronti del creditore concorrente, la cui domanda è stata accolta. Al

procedimento partecipa anche il curatore. In mancanza di opposizione o impugnazione dinanzi al tribunale il

decreto di esecutività preclude ogni altra questione in merito ai crediti verificati. Resta possibile proporre

istanza di revocazione se si scopre che l'accoglimento o il rigetto è determinato da falsità, dolo, errore

essenziale, mancata conoscenza di documenti decisivi che non sono stati prodotti tempestivamente per causa a

lui non imputabile. La revocazione è proposta nei confronti del creditore concorrente, la cui domanda è stata

accolta, ovvero nei confronti del curatore quando la domanda è stata respinta. Nel primo caso, al procedimento

partecipa il curatore. Tali procedure si propongono con ricorso depositato presso il tribunale fallimentare entro

30 giorni dalla comunicazione del deposito dello stato passivo o dalla scoperta del fatto o del documento su cui

si fonda la domanda di revocazione, il presidente in 5 giorni designa il relatore e fissa con decreto l'udienza di

comparizione entro 60 giorni dal deposito del ricorso; il tribunale decide in camera di consiglio sentite le parti

con decreto contro cui le parti possono ricorrere direttamente in Cassazione entro 30 giorni. Il decreto di

esecutività non rende impossibile la presentazione di nuove domande di ammissione "domande tardive" che

vengono esaminate con lo stesso procedimento previsto per le altre domande: sono tardive quelle domande

presentate oltre i 30 giorni prima dell’udienza fissata per la verifica del passivo e non oltre quello di 12 mesi dal

deposito del decreto di esecutività dello stato passivo e in caso di particolare complessità della procedura, il

tribunale, con la sentenza che dichiara il fallimento, può prorogare quest’ultimo termine fino a 18 mesi. Il

creditore tardivo è ammesso se prova che il ritardo non dipende da causa a lui imputabile e quindi se la colpa

non è sua partecipa anche alle ripartizioni precedenti altrimenti solo a quella da quando è ammesso. Il giudice

delegato fissa per l'esame delle domande tardive un'udienza ogni 4 mesi. Il curatore dopo il decreto di

esecutività comunica a ciascun creditore l'esisto della domanda e l'avvenuto deposito in cancelleria dello stato

passivo per essere esaminato da chi ne ha fatto domande d'ammissione (art. 97) e si informa il creditore del

diritto di opporre opposizione per mancato accoglimento. Lo stato passivo può non aversi se l'attivo è

insufficiente a soddisfare i creditori. LA LIQUIDAZIONE DELL'ATTIVO (art. 104 ter) è rivolto a convertire in

denaro i beni del fallito per soddisfare i creditori. Entro sessanta giorni dalla redazione dell’inventario, il

curatore predispone un programma di liquidazione che deve indicare le modalità e i termini previsti per la

realizzazione dell’attivo, tale programma è da sottoporre, acquisito il parere favorevole del comitato dei

creditori, all’approvazione del giudice delegato che ne autorizza l'esecuzione degli atti a esso conformi. Prima

della approvazione del programma il curatore può procedere alla liquidazione di beni previa autorizzazione del

giudice delegato sentito il comitato dei creditori solo quando dal ritardo può derivare pregiudizio inoltre il

comitato può proporre modifiche al curatore. Il programma di liquidazione contiene: l’opportunità di disporre

l’esercizio provvisorio dell’impresa, o di singoli rami, la sussistenza di proposte di concordato ed il loro

contenuto, le azioni risarcitorie, recuperatorie o revocatorie da esercitare, le possibilità di cessione unitaria

dell’azienda, di singoli rami, di beni o di rapporti giuridici individuabili in blocco e le condizioni della vendita

dei singoli cespiti. La liquidazione dei singoli beni è disposta quando risulta prevedibile che la vendita

dell’intero complesso aziendale, di suoi rami, di beni o rapporti giuridici individuabili in blocco non consenta

una maggiore soddisfazione dei creditori, anche se risulta preferibile la vendita in blocco; per la vendita è

richiesta che siano usati metodi competitivi e sia massima l'informazione allo scopo di consentire la

partecipazione di tutti gli interessati; il curatore può avvalersi di esperti e salvo che per beni di moderato valore

deve basarsi su stime fatte da esperti. Per favorire la vendita dell'azienda si prevede che in deroga all'art. 2560

l'acquirente non risponde delle obbligazioni pregresse nonché dei debiti sorti prima del trasferimento. Se però

vengono cedute ha effetto liberatorio nei confronti del fallimento essendo esclusa la responsabilità

dell'alienante. Si può convenire che solo una parte dei dipendenti continui a lavorare per l'acquirente. I privilegi

e le garanzie di qualsiasi tipo, da chiunque prestate o comunque esistenti a favore del cedente, conservano la

loro validità e il loro grado a favore del cessionario. Le somme via via disponibili ricavate dalla liquidazione

dell'attivo sono erogate tra i creditori nel seguente ordine: pagamento dei crediti prededucibili, pagamento dei

crediti ammessi con prelazione, pagamento dei creditori chirografari più i privilegiati per la parte in cui non

sono stati soddisfatti. Il ricavato di beni con pegno e ipoteca è devoluto interamente a coloro a cui spettava la

garanzia e il residuo va agli altri creditori privilegiati e poi a quelli chirografari: le somme che spettano sono

assegnate con ripartizione periodiche parziali di 4 mesi a cui segue una ripartizione finale. Il curatore deve

presentare ogni 4 mesi dalla data di decreto che rende esecutivo il passivo, un prospetto delle somme disponibili

ed un progetto di ripartizione delle medesime, riservate quelle occorrenti per la procedura. Le ripartizioni

parziali non possono superare l'80% delle somme disponibili e il restante 20% viene accantonato per imprevisti

e trattenute le somme per la spesa della procedura e per i crediti incerti (ammessi con riserva). Esaurita la

liquidazione il curatore rende al giudice delegato il rendiconto della sua gestione per approvazione e nel caso

sorgano contestazioni si apre un contenzioso discusso in camera di consiglio del tribunale. Approvato il

rendiconto viene liquidato il compenso al curatore e si procede alla ripartizione finale. LA CESSAZIONE DEL

FALLIMENTO è dichiarato con decreto motivato dal tribunale su istanza del curatore, del fallito o di ufficio. Il

decreto di chiusura è pubblicato nelle forme previste per la sentenza dichiarativa ed è impugnabile con reclamo

dinanzi alla corte di appello e dopo alla cassazione. Tale decreto ha effetto da quando scade il termine per

impugnarla o quando il reclamo è stato definitivamente rigettato. La procedura di fallimento si chiude: se nel

termine stabilito nella sentenza dichiarativa di fallimento non sono state proposte domande di ammissione al

passivo, se si ha il pagamento integrale dei creditori ammessi al passivo e di tutti i debiti e le spese in

prededuzione prima della ripartizione finale, se è compiuta la ripartizione finale dell'attivo, se c'è impossibilità

di continuare per insufficienza di attivo (può essere riaperto), se c'è esdebitazione cioè beneficio concesso al

fallito. Con la chiusura del fallimento decadono gli organi preposti alla procedura e cassano gli effetti del

fallimento sia per il fallito che per i creditori inoltre il debitore resta obbligato nei confronti dei creditori non

totalmente soddisfatti che fanno azioni individuali. LA LIBERAZIONE DEL FALLITO avviene per in due casi:

il fallimento è chiuso per concordato o per esdebitazione. Si ha esdebitazione quando l'imprenditore meritevole

per aver svolto in modo corretto la propria attività e aver mostrato buona condotta e collaborazione beneficia

della liberazione dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti a condizione che: abbia

cooperato con gli organi della procedura, fornendo tutte le informazioni e la documentazione utile

all’accertamento del passivo e adoperandosi per il proficuo svolgimento delle operazioni, non abbia beneficiato

di altra esdebitazione nei dieci anni precedenti la richiesta, non abbia distratto l’attivo o esposto passività

insussistenti, cagionato o aggravato il dissesto rendendo gravemente difficoltosa la ricostruzione del patrimonio

e del movimento degli affari o fatto ricorso abusivo al credito, on sia stato condannato con sentenza passata in

giudicato per bancarotta fraudolenta o per delitti contro l’economia pubblica. L’esdebitazione non può essere

concessa qualora non siano stati soddisfatti, neppure in parte, i creditori concorsuali. Il tribunale, con il decreto

di chiusura del fallimento o su ricorso del debitore presentato entro l’anno successivo, tenuto altresì conto dei

comportamenti collaborativi del medesimo, sentito il curatore ed il comitato dei creditori, dichiara inesigibili nei

confronti del debitore già dichiarato fallito i debiti concorsuali non soddisfatti integralmente. Contro il decreto

che provvede sul ricorso, il debitore, i creditori non integralmente soddisfatti, il pubblico ministero e qualunque

interessato possono proporre reclamo in corte d'appello. L'esdebitazione opera di regola su tutti i debiti anteriori

all'apertura del fallimento anche quelli per cui non è stato chiesta domanda di ammissione al passivo.

L'esdebitazione non opera però su particolari categorie di debiti quali gli obblighi di mantenimento e alimentari

e rapporti estranei all'esercizio di impresa. Il fallimento chiuso per ripartizione (finale) integrale o per

insufficienza di attivo può essere riaperto con le seguenti condizioni: non devono essere trascorsi 5 anni dal

decreto di chiusura e nel patrimonio del fallito intervengono novità che rendono utile la riapertura o in

alternativa il fallito garantisce il pagamento del 10% di creditori vecchi e nuovi. La riapertura può essere

richiesta dal debitore, dai creditori o rimesso a valutazione del tribunale. IL CONCORDATO FALLIMENTARE

consente all'imprenditore fallito di chiudere definitivamente i rapporti pregressi tramite il pagamento parziale

dei creditori o altra forma di ristrutturazione dei debiti, ottenendo la liberazione dei beni, soggetti a procedura

fallimentare. I creditori chirografi rinunciano a parte del proprio credito o accettano modi di soddisfacimento

diversi, ottenendo così qualcosa di più e più rapidamente (è una soddisfazione paritaria). La proposta di

concordato può essere presentata con ricorso al giudice delegato da uno o più creditori (in qualsiasi momento) o

da un terzo, anche prima del decreto che rende esecutivo lo stato passivo, purché i dati contabili e le altre notizie

disponibili consentano al curatore di predisporre un elenco provvisorio dei creditori del fallito da sottoporre

all’approvazione del giudice delegato. Essa non può essere presentata dal fallito, da società cui egli partecipi o

da società sottoposte a comune controllo, se non dopo il decorso di 1 anno dalla dichiarazione di fallimento e

purché non siano decorsi due anni dal decreto che rende esecutivo lo stato passivo. Il contenuto della proposta

può essere variamente articolato secondo: suddivisione dei creditori in classi, secondo posizione giuridica ed

interessi economici omogenei sotto il controllo del tribunale per evitare abusi oppure offerte di pagamento in

percentuale e dilazionato (concordato misto) o altre forme di soddisfacimento dei creditori (es. cessione dei

beni, attribuzione di partecipazioni); è stato tolto l'obbligo di soddisfare per intero i privilegiati ma non possono

comunque prendere meno di quanto avrebbero preso con la liquidazione a tal fine il valore dei beni gravati da

pegno, ipoteca , privilegio viene stimato da un esperto designato dal tribunale. L'assuntore del concordato è un

soggetto terzo diverso dalla persona del fallito, che dietro proposta dei creditori o di un terzo, assume la veste di

obbligato principale per l'adempimento del concordato e si accolla tutti i debiti dell'imprenditore, in via solidale,

o anche con la sua immediata liberazione. Se l'assuntore si obbliga in solido col fallito si ha un accollo

cumulativo mentre se resta il solo obbligato con liberazione del fallito si ha accollo liberatorio, l'assuntore può

limitare il proprio impegno ai soli creditori ammessi al passivo o il cui credito è in corso di accertamento. Come

corrispettivo dell'accollo all'assuntore viene di regola ceduto tutto l'attivo fallimentare, su di lui grava perciò il

rischio della realizzazione dello stesso e ad esso possono essere cedute anche le azioni di pertinenza del

fallimento. La proposta di concordato è soggetta a preventivo esame del giudice delegato tenuto a richiedere il

parere vincolante del comitato e quello non vincolante del curatore. Il giudice delegato fissa il termine entro il

quale si deve far prevenire nella cancelleria del tribunale il loro dissenso (il comitato (min 20 max 30)). Hanno

diritto di voti i creditori chirografari ammessi al passivo anche con riserva o se ancora non è stato fatto lo stato

passivo tutti i creditori chirografari che risultano nell'elenco provvisorio approvato dal giudice delegato. Non

possono votare i creditori privilegiati se a essi si offra l'integrale pagamento almeno che non rinuncino al

privilegio. Per l'approvazione serve la maggioranza dei crediti ammessi al voto, se ci sono classi, serve la

maggioranza delle classi e la maggioranza dei creditori in ciascuna classe. Se il concordato è approvato su

istanza del proponente si apre il giudizio di omologazione al quale possono opporsi i creditori dissenzienti del

fallito e chi è interessato. Nel contempo il comitato deposita una relazione con parere definitivo. A differenza

del passato il tribunale procede ad un controllo di legalità e non di merito. In mancanza di opposizioni il

tribunale decide con decreto sull'omologazione: se vi sono opposizioni si decide con decreto impugnabile con

reclamo in corte d'appello o cassazione. Quando il decreto diviene definitivo si chiude il fallimento. Il

concordato omologato è obbligato verso tutti i creditori anteriori al fallimento, anche chi non è rientrato nello

stato passivo, anche a questi è dovuta la percentuale concordataria ma non le garanzie date nel concordato da

terzi. Nonostante il concordato restano in vita le azioni nei confronti dei coobbligati, fideiussori e gli obbligati

in via di regresso. Dopo l'omologazione ha inizio l'esecuzione del concordato; il concordato è eseguito dal

fallito sotto sorveglianza del giudice delegato, del curatore o comitato dei creditori; accertata la completa

esecuzione del concordato il giudice delegato ordina lo svincolo delle cauzioni, la cancellazione delle ipoteche e

adatta ogni misura idonea alla finalità del concordato. Gli effetti cessano per risoluzione o per annullamento. La

risoluzione consiste nell'inadempimento del concordato non si può pronunciare quando gli obblighi sono stati

assunti da un terzo, si potrà agire contro l'assuntore provocandone il fallimento. L'annullamento è disposto dal

tribunale su istanza del curatore o di un creditore quando si scopre che il passivo era stato dolosamente

esagerato o che una parte dell'attivo era stata sottratta o dissimulata. Annullato o risolto il concordato si riapre il

fallimento. I creditori anteriori non devono restituire quanto già riscosso in base di concordato e conservano le

garanzie per le somme ad essi ancora dovuti in base al concordato.

IL CONCORDATO PREVENTIVO

IL CONCORDATO PREVENTIVO: il presupposto non è solo lo stato di insolvenza ma più in generale lo stato

di crisi economica dell'imprenditore. Se la crisi è temporanea e reversibile il concordato mira a superare tale

situazione se invece è definitivo e irreversibile il concordato serve a evitare il fallimento. Il concordato

preventivo è come il concordato fallimentare infatti è un concordato di massa e giudiziale ma in quello

preventivo l'imprenditore non subisce lo spossessamento dei beni e conserva, con particolari cautele

l'amministrazione dei beni e la gestione dell'impresa. Il concordato preventivo può essere utilizzato anche per il

risanamento dell'impresa non deve condurre per forza alla liquidazione del patrimonio. Può presentare proposta

di concordato qualsiasi imprenditore commerciale in crisi che superi i seguenti limiti: aver avuto, nei tre esercizi

antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore, un attivo

patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad 300.000 euro, aver realizzato, in qualunque

modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento o dall'inizio dell'attività se

di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad 200.000 euro, avere un

ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad 500.000 euro. L'imprenditore non è tenuto a garantire il

pagamento di una percentuale o l'intero ai creditori privilegiati basta che prendono non meno di quando

prenderebbero con la liquidazione a tal fine il valore del bene deve essere liquidato da un esperto. In merito al

contenuto della proposta di concordato preventivo valgono le regole già viste per il concordato fallimentare. La

procedura inizia con la domanda di ammissione del debitore presentata con ricorso al tribunale competente,

allegando una relazione aggiornata sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell'impresa e un

elenco nominativo dei creditori e dei titolari di diritti reali e personali su beni di proprietà o in possesso del

debitore: la proposta e gli allegati devono essere accompagnati da una relazione di un professionista scelto dal

debitore fra gli iscritti nel registro dei revisori contabili, che deve attestare la veridicità dei dati aziendali e la

fattibilità del piano. Ricevuta la domanda il tribunale svolge un controllo preliminare volto ad accertare se ci

sono i presupposti. Prima di pronunciarsi il tribunale deve chiamare il debitore a comparire in camera di

consiglio e può assegnare un termine in cui presentare i documenti. Se l'accertamento ha esito negativo, il

tribunale dichiara inammissibile la proposta e su istanza dei creditori o del pubblico ministero verifica la

possibilità di dichiarare fallimento mentre se l'accertamento ha esito positivo, il tribunale con decreto non

soggetto a gravame, dichiara aperta la procedura di concordato e designa il giudice delegato a cui è devoluta la

direzione della procedura e un commissario giudiziale con funzione di vigilanza e controllo, inoltre ordina la

convocazione dei creditori entro 30 giorni, fissa la somma di acconto su spese di procedure che il debitore deve

depositare in cancelleria entro 15 giorni. Il debitore conserva l'amministrazione e l'esercizio dell'impresa sotto la

vigilanza del commissario giudiziale, è però necessaria l'autorizzazione del giudice delegato per gli atti di

straordinaria amministrazione sotto un certo limite di valore può non essere necessaria l'autorizzazione. I

pagamenti anteriori alla proposta compiuti senza autorizzazione del giudice delegato sono inefficaci. Gli effetti

per i creditori anteriori sono in larga parte coincidenti con quelli propri del fallimento (caratterizzato dal

principio della par condicio creditorum): dalla data della presentazione del ricorso i creditori anteriori al decreto

di ammissione alla procedura non possono a pena di nullità iniziare o proseguire azioni esecutive individuali sul

patrimonio del debitore fino a quando il decreto di omologazione del concordato diventa definitivo. Non trova

applicazione la disciplina della revocatoria fallimentare e non è richiamata la disciplina del fallimento per i

contratti in corso di esecuzione. Il concordato preventivo in linea di principio non incide sui rapporti contrattuali

in corso, dato che l'imprenditore conserva il potere di amministrare il suo patrimonio e di continuare l'esercizio

di impresa. La procedura per la concessione del concordato preventivo si articola in due fasi: approvazione da

parte dei creditori (maggioranza dei crediti ammessi al voto) e omologazione da parte del tribunale. Nel

concordato preventivo manca il preventivo accertamento giudiziario dello stato passivo, il commissario

giudiziale provvede a convocare i creditori, redige l'inventario e una relazione sulle cause del dissesto da

depositare in cancelleria almeno 30 giorni prima dell'adunanza dei creditori. All'adunanza possono partecipare

anche i creditori non convocati e ottenere l'ammissione al voto provando in tale sede il loro credito. I creditori

esclusi possono opporsi in sede di omologazione qualora la loro ammissione avrebbe avuto influenza sulla

formazione della maggioranza. Se la proposta è respinta il tribunale dichiara d'ufficio inammissibile la proposta

di concordato con decreto e su istanza dei creditori o del pubblico ministero dichiara il fallimento del debitore

con separata istanza. Se viene approvata si apre l'omologazione in camera di consiglio in cui si effettua un

controllo di regolarità della procedura e sul risultato della votazione. Si può proporre reclamo in corte d'appello.

Il concordato preventivo è obbligatorio per tutti i creditori anteriori, il debitore è obbligato per l'intero con i

creditori successivi all'apertura del concordato. Con il decreto di omologazione si chiude la procedura e il

concordato è eseguito sotto la sorveglianza del commissario. Se il concordato consiste nella cessione dei beni ai

creditori il tribunale nomina uno o più liquidatori ed un comitato di 3-5 creditori per assistere alla liquidazione:

è conferito un mandato ai creditori a liquidare i beni e ripartire il ricavato. Il concordato può essere risolto o

annullato su ricorso di ciascun creditore. L'apertura del fallimento in seguito al mancato perfezionamento del

concordato o alla risoluzione dello stesso solleva due problemi: i termini a ritroso per l'esercizio dell'azione

revocatoria fallimentare decorrono dalla data del decreto di ammissione al concordato preventivo o da quella

successiva della dichiarazione di fallimento (prevale la prima soluzione); gli atti compiuti in esecuzione del

concordato preventivo non sono soggetti a revocatoria e così pure i pagamenti di servizi strumentali all'accesso

al concordato quindi chi è diventato creditore durante la procedura di concordato nel fallimento devono essere

considerati creditori della massa (quindi soddisfatti in prededuzione) o creditori concorsuali (soddisfatti in

percentuale), dopo la riforma prevale l'orientamento che ammette la prededuzione.

GLI ACCORDI DI RISTRUTTURAZIONE DEI DEBITI

GLI ACCORDI DI RISTRUTTURAZIONE DEI DEBITI sono accordi tra il debitore e almeno il 60% dei

creditori, i quali una volta ottenuta l'omologazione del tribunale e la pubblicazione nel registro delle imprese,

consentono di riporre gli atti compiuti in esecuzione degli stessi al riparo dall'azione revocatoria fallimentare,

qualora la crisi non sia superata e sopraggiunga il fallimento. Gli accordi di ristrutturazione non costituiscono

un concordato giudiziale e di massa in quanto non vengono stipulati nell'ambito di una procedura giudiziale e

in quanto vincolano solo i creditori che vi aderiscono mentre i creditori estranei devono essere soddisfatti

regolarmente e per l'intero. Tali accordi si distinguono anche dai piani di risanamento, in quanto questi ultimi

operano senza bisogno di preventivo accordo dei creditori e senza essere anticipatamente pubblicati nel registro

delle imprese e senza essere sottoposti al controllo omologatorio del tribunale; pur avendo in comune l'effetto di

esentare da revocatoria i piani di risanamento sono più rischiosi in quanto sono esibiti al giudice solo a

fallimento aperto e quindi il giudice davanti alla realtà dei fatti che testimonia l'insuccesso del tentativo di

salvataggio può giudicare che il piano era sin dall'inizio inidoneo a superare la crisi invece gli accordi di

ristrutturazione proprio perché soggetti a controllo giudiziale preventivo conferiscono certezza riguardo ai loro

effetti protettivi nei confronti di un eventuale successiva azione revocatoria. Il contenuto dell'accordo deve

essere idoneo ad assicurare il regolare pagamento dei creditori che non ci aderiscono. Dopo la stipulazione

dell'accordo il debitore ne deve chiedere l'omologazione al tribunale corredando il ricorso con la stessa

documentazione richiesta per l'ammissione al concordato preventivo. L'accordo è pubblicato nel registro delle

imprese e dal giorno della pubblicazione acquista efficacia, e gli atti, i pagamenti e le garanzie posti in essere in

esecuzione dell'accordo omologato non sono soggetti ad azione revocatoria di successivo fallimento. Dalla

pubblicazione nel registro delle imprese decorre il termine di 30 giorni entro cui i creditori ed ogni altro

interessato possono proporre opposizione. Trascorso il termine il tribunale decide sull'omologazione con decreto

motivato contro il quale è possibile proporre reclamo davanti alla corte d'appello (l'omologazione è pubblicata

nel registro delle imprese). La domanda di omologazione fa si che i creditori anteriori non possono

intraprendere azioni cautelari esecutive o individuali per un periodo di 60 giorni. I creditori estranei possono

tuttavia compiere atti esecutivi e cautelari e inoltre possono presentare domanda di fallimento, tutto ciò può

essere fatto anche dai creditori aderenti all'accordo qualora il debitore non adempia l'accordo stesso. La legge

non dispone nulla su come si posso ottenere la risoluzione dell'accordo per inadempimento.

LA LIQUIDAZIONE COATTA AMMINISTRATIVA

LA LIQUIDAZIONE COATTA AMMINISTRATIVA è una procedura concorsuale a carattere amministrativo

cui sono assoggettate le imprese pubbliche e le imprese private sottoposte a controllo pubblico. Si attiva per

stato di insolvenza, grave irregolarità di gestione o ragioni di pubblico interesse. L'autorità competente a

disporre la liquidazione non è un autorità giudiziaria ma amministrativa individuata dalle leggi speciali.

L'obiettivo costante è l'eliminazione dal mercato dell'impresa che viene sottratta al fallimento, attraverso un

procedimento amministrativo di liquidazione che assicura anche il soddisfacimento dei creditori prima di

arrivare alla soppressione dell'impresa; in alcuni casi la legge prevede sia la procedura del fallimento che della

liquidazione coatta e risolve il conflitto secondo il criterio della prevenzione in cui il fallimento è possibile solo

in caso di insolvenza (es. società cooperative). Le disposizioni generali della legge fallimentare che regolano gli

effetti della liquidazione coatta secondo i principi del concorso e le disposizioni che prevedono l'intervento

dell'autorità giudiziaria a tutela dei diritti soggettivi dei creditori e dei terzi coinvolti dalla procedura

amministrativa di liquidazione, tali disposizioni sono dichiarate inderogabili e prevalgono su quanto disposto

dalle leggi speciali. La liquidazione coatta amministrativa è disposta con decreto dall'autorità governativa che

vigila sull'impresa ed entro 10 giorni deve essere pubblicato nel registro delle imprese e nella Gazzetta ufficiale.

La stessa autorità governativa nomina gli organi della procedura che sono il commissario liquidatore e il

comitato di sorveglianza. Il commissario liquidatore (possono essercene fino a 3) è l'organo deputato a svolgere

l'attività di liquidazione secondo le direttive impartite dall'autorità di vigilanza, è investito della qualità di

pubblico ufficiale e trovano applicazione nei suoi confronti le norme in tema di responsabilità del curatore. Il

comitato di sorveglianza è composto da 3 o 5 membri, non per forza creditori, scelti fra persone esperte nel

ramo di attività esercitato dall'impresa, hanno funzioni consultive e di controllo. L'autorità amministrativa di

vigilanza sovrintende all'intera procedura e riassume in sè le funzioni svolte nel fallimento dal tribunale e dal

giudice delegato. Infine l'autorità giudiziaria controllo lo stato di insolvenza e lo stato passivo: sono sottratti a

tale accertamento gli enti pubblici economici, in moda da concentrare il potere nelle mani dell'autorità

amministrativa. L'accertamento preventivo dello stato di insolvenza viene richiesto da una o più creditori,

dall'imprenditore stesso e dall'autorità governativa e tale sentenza deve essere comunicata entro 3 giorni.

L'accertamento successivo dello stato di insolvenza di un impresa che già si trova in liquidazione coatta è

richiesta dal pubblico ministero o dalla commissario liquidatore. Contro la sentenza che dichiara lo stato di

insolvenza stessi gravami previsti nella dichiarazione di fallimento. Trovano applicazione le norme in tema di

effetti del fallimento sul patrimonio del debitore (spossessamento) e per i creditori, invece trovano applicazione

dalla data del provvedimento di liquidazione le norme della legge fallimentare relative agli atti pregiudizievoli

ai creditori e le sanzioni penali disposte per il fallimento solo se è stato accertato lo stato di insolvenza. La

liquidazione coatta non si estende ai soci illimitatamente responsabili per cui trova applicazione la disciplina

della revocatoria fallimentare relativamente agli atti dagli stessi compiuti sul patrimonio personale prima

dell'apertura della liquidazione coatta della società. La liquidazione coatta amministrativa si sviluppa attraverso

le fasi dell'accertamento dello stato passivo, della liquidazione dell'attivo e del riparto del ricavato fra i creditori

concorrenti. Non è necessaria la domanda di ammissione perché il passivo è formato d'ufficio dal commissario

liquidatore sulla base delle scritture contabili, documenti e osservazioni. Il commissario deve comunicare ai

creditori entro un mese dalla nomina le somme risultanti a credito di ciascuno. Manca la fase di verifica dello

stato passivo e il commissario liquidatore entro 90 giorni dalla data del provvedimento di liquidazione forma lo

stato passivo definitivo e lo deposita in cancelleria del tribunale e così lo stato passivo diventa esecutivo. A

questo punto si apre una fase contenziosa davanti all'autorità giudiziaria con la proposizione di opposizione e

impugnazioni dei creditori. La liquidazione dell'attivo è più snella: il commissario può procedere in piena

libertà, salve le limitazioni stabilite dall'autorità di vigilanza, però per la vendita di immobili e la vendita in

blocco di mobili è in ogni caso necessaria l'autorizzazione dell'autorità di vigilanza e il parere del comitato di

sorveglianza. Per la ripartizione dell'attivo valgono i criteri del fallimento e le ripartizioni parziali sono

facoltative e possono essere disposte anche prima che lo stato passivo sia esecutivo. Prima dell'ultimo riparto Il

commissario liquidatore deve sottoporre all'autorità amministrativa di vigilanza il bilancio finale di liquidazione


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Memy_92

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze economiche e bancarie
SSD:
Università: Siena - Unisi
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Memy_92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Siena - Unisi o del prof Corvese Ciro.

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