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adeguata preparazione e assistenza del minore. L’adottato può accedere alle informazioni relative

alla sua origine e all’identità dei genitori biologici dopo il raggiungimento dei 25 anni di età, se

sussistano motivi attinenti la salute psico-fisica dell’interessato. L’accesso a tali notizie è

comunque escluso nel caso in cui l’adottato non sia stato riconosciuto dalla madre naturale,

ovvero se anche uno solo dei genitori biologici abbia dichiarato di voler rimanere anonimo o abbia

prestato il proprio consenso all’adozione a condizione di rimanere anonimo. L’autorizzazione non è

richiesta per l’adottato maggiorenne quando entrambi i genitori biologici sono deceduti o divenuti

irreperibili.

Pur se il minore non sia abbandonato o quando l’adozione sia irrealizzabile, può farsi egualmente

luogo all’adozione, ricorrendo i seguenti casi particolari:

a) Caso di minore orfano

b) Caso di minore figlio del coniuge dell’adottante

c) Caso di minore orfano di padre e di madre affetto da handicap

d) Caso di minore per il quale risulti impossibile l’affidamento preadottivo

In questi casi il minore non acquista lo stato di figlio legittimo degli o dell’adottante, ma gli spettano

tutti i diritti propri del rapporto di filiazione, e quindi innanzitutto il diritto al mantenimento,

all’educazione e all’istruzione. Non cessano invece i rapporti con la famiglia di origine, anche se

occorre, ovviamente, tenere conto pure dei nuovi rapporti con l’adottante.

L’adozione internazionale.

Casi del minore straniero adottato da coniugi italiani, del minore straniero adottato da coniugi

stranieri residenti in Italia e del minore italiano adottato da coniugi residenti all’estero.

Con la convenzione dell’Aja si è mirato all’eliminazione del mercato delle adozioni e di ogni

intervento interessato di intermediai, garantendo che il consenso dei genitori naturali sia libero,

informato e non condizionato da compensi. A tale fine è prevista la costituzione presso il governo

di una Commissione per le adozioni internazionali, che ha varie funzioni di organizzazione e di

controllo.

Si è attuata una piena eguaglianza rispetto alla normativa interna, sia per l’adottato straniero che

per gli aspiranti adottanti, per i quali valgono le stesse condizioni richieste per l’adozione di un

bambino italiano.

L’idoneità all’adozione è legata alla dichiarazione di disponibilità presentata dalle coppie residenti

in Italia al tribunale per i minorenni, il quale emette un decreto di idoneità dopo gli opportuni

accertamenti.

L’affidamento di minori.

L’affidamento consiste in un rimedio di carattere temporaneo (che non consegue necessariamente

con l’adozione) ad una situazione nella quale un minore si venga a trovare, nonostante gli

interventi pubblici di sostegno alla famiglia.

Il minore viene affidato ad una famiglia preferibilmente con figli minori o anche ad una persona

singola (e in tale differente dall’adozione). Ove ciò non sia possibile il minore può essere inserito in

una comunità di tipo familiare o in un istituto di assistenza; i minori di età inferiore a sei anni

possono essere inseriti soltanto in comunità di tipo familiare.

La procedura che conduce all’affidamento varia a seconda che i genitori abbiano prestato o meno

consenso all’affidamento stesso: nel primo caso è disposto dal servizio sociale locale, sentito il

minore, e poi reso esecutivo dal giudice tutelare; nel secondo caso è disposto dal tribunale per i

minorenni.

Il provvedimento di affidamento deve essere motivato e deve precisare i modi dell’esercizio dei

poteri attribuiti all’affidatario e le modalità dei rapporti tra il minore e i genitori e gli altri componenti

della famiglia di origine.

Il provvedimento deve anche indicare la durata dell’affidamento, non superiore a 2 anni e

prorogabile dal tribunale per i minorenni.

L’affidamento cessa con provvedimento della stessa autorità che lo ha disposto, quando sia

venuta meno la situazione di temporanea difficoltà della famiglia o quando la prosecuzione

dell’affidamento possa recare pregiudizio al minore.

L’affidamento, si è detto, ha natura temporanea e tende al reinserimento del minore nella famiglia

di appartenenza: se sopravvenga una situazione di abbandono si deve far luogo alla procedura di

adottabilità.

L’adozione di maggiorenni.

È preclusa l’adozione a chi abbia figli minorenni o maggiorenni non consenzienti. L’esigenza del

consenso dei figli dell’adottante si spiega per tradizione con l’intento di evitare che l’adozione

divenga uno strumento per eludere le norme in tema di successione, ed in particolare di protezione

e intangibilità della legittima.

Può adottare una persona da sola ovvero una coppia di coniugi. L’adottante deve aver compiuto i

35 anni: ma essendo stata limitata questa forma di adozione ai soli maggiorenni ed essendo

necessaria una differenza di età tra adottante ed adottato di almeno diciotto anni, non è

immaginabile che l’adottante abbia un’età inferiore ai 36 anni.

Non esiste invece alcun limite massimo di età né per adottare né per essere adottato.

Chiunque può essere adottato. L’unico divieto riguarda i figli naturali dell’adottante; se questi sono

stati riconosciuti la ratio del divieto mira ad evitare la sovrapposizione di status incompatibili; nel

caso in cui lo status di figlio naturale non sia stato costituito, il divieto si giustifica in base ad un

favor veritatis. La norma osta altresì all’adozione dei figli naturali non riconoscibili dell’adottante.

Per l’adozione si richiedono il consenso dell’adottante e dell’adottando, nonché dell’assenso dei

genitori dell’adottando e del coniuge dell’adottante e dell’adottando.

Il tribunale, assunte le opportune informazioni, verifica se tutte le condizioni prescritte dalla legge

siano state adempiute e se l’adozione convenga all’adottando.

In caso positivo di sentenza, l’adottato assume il cognome dell’adottante e lo antepone al proprio;

se è figlio naturale non riconosciuto dei propri genitori assume solo quello dell’adottante.

L’adottato conserva tutti i diritti e i doveri verso la sua famiglia di origine e non diventa parente dei

parenti dell’adottante. L’adottato assume nei confronti dell’adottante gli stessi diritti di successione

che spetterebbero ai figli legittimi di quest’ultimo, il quale invece non acquista alcun diritto di

successione nei confronti dell’adottato.

L’adozione può essere revocata per indegnità dell’adottato.

LA FILIAZIONE NATURALE

Il riconoscimento dei figli naturali.

I figli procreati da genitori non uniti in matrimonio tra loro si chiamano figli naturali. Il figlio naturale

concepito da genitore che, all’epoca del concepimento, era legato da matrimonio con persona

diversa dall’altro genitore, si chiama figlio adulterino.; il figlio naturale concepito da persone tra le

quali esiste un rapporto di parentela, anche soltanto naturale, o in linea retta (padre-figlia, madre-

figlio, nonno-nipote) o in linea collaterale di secondo grado (fratello-sorella) ovvero un vincolo di

affinità in linea retta (suocero-nuora, genero-suocera), si definisce figlio incestuoso.

Il codice oggi permette il riconoscimento del figlio adulterino, ma non di quello incestuoso (salvo

per i genitori in buona fede, per cui è stata introdotta la previsione di un’autorizzazione giudiziale

del riconoscimento; è inoltre consentito liberamente l’accertamento giudiziale della filiazione

incestuosa). Rimane il divieto di riconoscere come figlio naturale colui che abbia lo status di figlio

legittimo o legittimato di altri (a meno di precedente disconoscimento di paternità).

La dichiarazione di riconoscere un figlio naturale come proprio deve essere fatta ad substantiam: o

nell’atto alla nascita, o in una dichiarazione davanti ad un ufficiale dello stato civile, o in un atto

pubblico, o in un testamento. Il riconoscimento una volta effettuato è sempre irrevocabile, perfino

se, essendo contenuto in un testamento, questo viene revocato.

La capacità di effettuare il riconoscimento di un figlio naturale si acquista con il compimento del

sedicesimo anno di età. Se il genitore non ha ancora compiuto i sedici anni, e dunque non può

riconoscere il figlio, questo non è posto in stato di adottabilità fino al raggiungimento da parte del

genitore dell’età necessaria per il compimento, purchè nel frattempo il minore sia assistito dal

genitore naturale o dai parenti fino al quarto grado.

Se la persona riconosciuta ha già compiuto a sua volta sedici anni, ne occorre l’assenso affinchè il

riconoscimento produca i suoi effetti.

Il riconoscimento può essere fatto sia da entrambi i genitori, sia da uno solo di essi. Il

riconoscimento è un actus legitimus: non si può cioè sottoporlo a termini o condizioni.

Un riconoscimento può essere impugnato in qualsiasi momento (e perciò tale azione è

imprescrittibile) qualora si sostenga che in realtà il riconoscimento non corrisponde a verità, che

cioè il riconoscimento non è stato procreato da chi ha dichiarato solennemente di esserne il

genitore.

L’impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità può essere intentata sia dall’autore del

riconoscimento sia da colui che è stato riconosciuto, sia da chiunque vi abbia interesse. Colui che

è stato riconosciuto non può durante la miniore età o lo stato di interdizione per infermità mentale,

impugnare il riconoscimento; tuttavia il giudice, su istanza del minore ultrasedicenne, del tutore o

dell’altro genitore che abbia validamente riconosciuto il figlio può autorizzare l’impugnazione,

nominando al figlio un curatore speciale. È previsto inoltre che il tribunale per i minorenni possa

promuovere anche d’ufficio l’impugnazione del riconoscimento, al fine di evitare che, attraverso

falsi riconoscimenti, si possano aggirare le norme sull’adozione.

Il riconoscimento può altresì essere impugnato se l’autore del riconoscimento vi è stato costretto

con la violenza ovvero l’ha compiuto in stato di interdizione giudiziale. In questi casi l’azione deve

essere accolta anche se il riconoscimento corrisponde a verità. Non assumono invece rilevanza

invece gli altri classici vizi del volere, errore e dolo: difatti o il riconoscimento corrisponde a verità e

allora prevale l’interesse a lasciar fermo l’acquisto dello status di figlio riconosciuto; oppure il

riconoscimento non corrisponde a verità, e allora sarà impugnabile semplicemente per difetto di

veridicità.

Lo status di figlio naturale riconosciuto.

La Cost. stabilisce che la legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e

sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.

La riforma si è preoccupata di equiparare la posizione dei figli naturali riconosciuti a quella dei figli

legittimi, anche se rimane la differenza fondamentale, corrispondente alla mancanza di un rapporto

di coniugio tra i genitori del figlio naturale, per cui mentre il figlio legittimo ha uno status che gli

garantisce un rapporto giuridico con la coppia dei genitori e quindi l’appartenenza a una famiglia, il

figlio naturale assume uno status soltanto nei confronti di ciascun genitore, ed anche quando sia

riconosciuto da entrambi, la mancanza di un rapporto coniugale tra i genitori determina la

costituzione di due rapporti, indipendenti tra loro, con ciascun genitore.

Il riconoscimento di un figlio naturale comporta da parte del genitore l’assunzione di tutti gli stessi

doveri e diritti che si hanno nei confronti di un figlio legittimo.

La legge regola l’attribuzione del cognome al figlio naturale se il figlio viene riconosciuto

contemporaneamente da entrambi i genitori assume il cognome del padre, altrimenti assume il

cognome del genitore che lo ha riconosciuto per primo. Se il riconoscimento da parte del padre

segue quello effettuato dalla madre, il figlio può assumere il cognome paterno aggiungendolo o

sostituendolo a quello della madre: nel caso di minore età del figlio tale decisione è affidata al

giudice.

Al genitore che ha riconosciuto il figlio naturale spetta la potestà su di lui. Se il riconoscimento è

fatto da entrambi i genitori, l’esercizio della potestà spetta congiuntamente ad entrambi, se sono

conviventi. Se non convivono, l’esercizio della potestà spetta al genitore con il quale il figlio

convive ovvero, se non convive con alcuno di essi, al primo che ha fatto riconoscimento. Il giudice,

nell’esclusivo interesse del figlio, può anche disporre diversamente e giungere ad escludere

entrambi i genitori dall’esercizio della potestà, nominando un tutore.

In caso di interruzione della convivenza, si applicano le disposizioni sull’affidamento condiviso,

derogabile solo se il rapporto con uno dei genitori sia contrario all’interesse del figlio.

Qualora il riconoscimento di un figlio naturale minorenne sia effettuato da una persona sposata, il

giudice, valutate le circostanze, decide se affidare il minore al genitore ed adotta ogni

provvedimento idoneo a tutelare l’interesse morale e materiale del figlio. Il figlio naturale non può

essere inserito nella casa coniugale se non quando vi sia il consenso del coniuge, nonché dei figli

legittimi del genitore che ha effettuato il riconoscimento, e con lui conviventi, che abbiano più di

sedici anni, e dell’altro genitore naturale.

Se una persona si sposa dopo che aveva già riconosciuto un figlio naturale, questi può essere

inserito nella casa coniugale se già convive con il genitore che lo aveva riconosciuto, ovvero se

l’altro coniuge ne conosceva l’esistenza o concede il suo consenso; in ogni caso è necessario

anche il consenso dell’altro genitore naturale, se pure questi aveva effettuato il riconoscimento.

La dichiarazione giudiziale della paternità o della maternità naturale.

Se i genitori non hanno provveduto al riconoscimento, il figlio può agire in giudizio per ottenere

l’accertamento del rapporto di filiazione e la conseguente attribuzione dello status che spetta al

figlio naturale riconosciuto (azione di dichiarazione giudiziale della paternità o maternità naturale).

La riforma del 75 ha stabilito che l’azione di dichiarazione giudiziale sia di paternità che di

maternità può sempre essere liberamente esperita (mentre il codice ammetteva senza limitazioni

solo l’azione per la dichiarazione giudiziale della maternità), tranne nel caso in cui non è ammesso

neppure il riconoscimento: ossia quando si tratti di persone che risultino figli legittimi o legittimati di

altri genitori.

La prova della filiazione può essere data con ogni mezzo e dunque anche in via indiretta.

È stato dichiarato incostituzionale il giudizio preventivo di ammissibilità dell’azione.

La prova della filiazione può essere data con ogni mezzo e dunque anche in via indiretta o per

mezzo di presunzioni. Ma mentre la prova della maternità è agevole ed è sempre sufficiente

dimostrare la identità di colui che si pretende essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna

che si assume sia la madre, la prova della paternità è meno semplice (oggi risolta nella pratica per

vie scientifiche; peraltro il presunto genitore può rifiutarsi di prestarsi alle indagini ematologiche e

genetiche; secondo la giurisprudenza però il giudice può trarre dal rifiuto un elemento atto a

concorrere a fondare il convincimento del giudice circa la fondatezza della domanda).

L’azione per ottenere che sia dichiarata giudizialmente la paternità o la maternità naturale può

essere intentata dal figlio o dal genitore che esercita su di lui la potestà, oppure previa

autorizzazione giudiziale dal tutore. Se il figlio ha già compiuto sedici anni deve prestare il proprio

consenso a che l’azione sia promossa o proseguita. Nel caso di azione proposta nell’interesse di

minore infrasedicenne l’azione è ammessa solo quando sia ritenuta dal giudice rispondente

all’interesse del figlio.

L’azione è imprescrittibile per il figlio.

In caso di morte dell’interessato, l’azione può essere proseguita o promossa dai suoi discendenti

legittimi, legittimati o naturali riconosciuti.

L’azione deve essere proposta nei confronti del presunto genitore o, in mancanza di lui, nei

confronti dei suoi eredi. Chiunque vi abbia interesse può intervenire nel giudizio per resistere alla

domanda.

La sentenza che dichiara la paternità o la maternità naturale produce così gli stessi effetti del

riconoscimento spontaneo.

I figli naturali non riconosciuti o non riconoscibili.

Il figlio naturale non riconosciuto non è, per il diritto, figlio dei suoi genitori naturali, rispetto ai quali

è estraneo. Naturalmente il riconoscimento o la dichiarazione giudiziale della filiazione potrebbero

sopravvenire in qualsiasi momento.

Il figlio naturale può anche essere non riconoscibile, ipotesi limitata oggi al solo caso dei figli

incestuosi di genitori in mala fede. Se uno dei genitori era in buona fede al momento del

concepimento, il riconoscimento è consentito a lui soltanto.

Il riconoscimento nei casi in cui è consentito dalla legge, deve altresì essere autorizzato dal

giudice, nell’interesse del figlio.

Attualmente è ammissibile l’accertamento giudiziale della filiazione naturale, anche in caso di

incesto, mentre è tuttora inibito un atto di riconoscimento, da parte dei genitori, dei figli incestuosi.

Nel sistema delineato dalla riforma del 75 il figlio non riconoscibile poteva far valere sui genitori il

suo diritto ad essere mantenuto, istruito, ecc. Essendo oggi caduto il divieto di dichiarazione

giudiziale del rapporto di filiazione, per la dichiarazione di illegittimità della relativa norma (art. 278

c.c.), cosicchè i figli incestuosi sono legittimati a proporre l’azione di dichiarazione giudiziale della

paternità o maternità naturale (269 c.c.), ci si domanda quale rilevanza abbia ancora l’art.279 c.c.

(responsabilità per il mantenimento e l’educazione).

Inoltre al figlio naturale non riconoscibile spettano anche diritti successori, ovviamente in quanto

sia data la prova del rapporto di filiazione con il defunto.

Secondo un orientamento i diritti di cui agli artt. 279, 580 e 594 c.c. concessi ai figli naturali non

riconoscibili, possono essere rivendicati pure dai figli naturali non riconosciuti, i quali avanzino

pretese nei confronti del genitore naturale (mantenimento, alimenti ecc.) o nei confronti dei suoi

eredi.

La legittimazione.

Con la legittimazione il figlio nato fuori dal matrimonio acquista la qualità di figlio legittimo. Data la

pressoché completa equiparazione che la riforma ha introdotto tra la posizione del figlio naturale

riconosciuto o dichiarato e quella del figlio legittimo, la legittimazione ha perduto parte della sua

importanza. Occorre però tenere presente che con lo status di legittimità si instaura un pieno

rapporto, oltre che con i genitori, anche con la famiglia legittima, il che assume rilevanza

soprattutto in sede successoria, in quanto la successione ex lege tra collaterali è prevista soltanto

nell’ipotesi in cui il rapporto di parentela risulti di filiazione legittima.

La legittimazione può avvenire per susseguente matrimonio dei genitori naturali o per

provvedimento del giudice.

La legittimazione per susseguente matrimonio si verifica automaticamente.

La legittimazione può essere concessa dal giudice soltanto se corrisponde agli interessi del figlio e

concorrano le seguenti condizioni: 1) che sia domandata dai genitori o almeno da uno di essi; 2)

che vi sia l’impossibilità o un gravissimo ostacolo a legittimare il figlio per susseguente matrimonio;

3) che vi sia l’assenso dell’altro coniuge se il richiedente sia sposato e non legalmente separato; 4)

che vi sia il consenso del figlio legittimando se ha compiuto i 16 anni ovvero, se è di minore età, il

consenso dell’altro genitore o di un curatore speciale.

La legittimazione giudiziale può essere richiesta pure dal figlio qualora il genitore sia morto dopo

aver espresso in un testamento o in un atto pubblico la volontà di legittimarlo, se sussisteva

un’impossibilità o un gravissimo ostacolo a procedere alla legittimazione mediante matrimonio tra i

genitori naturali.

L’OBBLIGAZIONE DEGLI ALIMENTI

Fondamento e natura.

Il gruppo familiare crea il dovere della reciproca assistenza e della solidarietà in relazione ai

bisogni essenziali per la vita. Questo dovere sussiste anche rispetto ai vincoli che nascono dalla

filiazione naturale e al legame civile creato con l’adozione. L’ordinamento giuridico ha attribuito

rilievo, in questa materia, anche al sentimento di gratitudine che deve o dovrebbe animare chi ha

ricevuto un beneficio: ciò spiega l’obbligo alimentare del donatario (437 c.c.).

L’obbligazione legale degli alimenti non sorge se la persona non si trova in stato di bisogno.

L’obbligato non è tenuto oltre il valore della donazione ricevuta, tuttora esistente nel suo

patrimonio.

L’obbligazione non ha una durata prestabilita ed una misura determinata.

Essa ha carattere strettamente personale.

Non possono chiedersi prestazioni arretrate: il soccorso deve operare per il futuro. L’obbligato ha

la facoltà di scelta circa le modalità delle prestazioni alimentari, facoltà che non è tuttavia assoluta

(possibilità dell’intervento del giudice). Se l’avente diritto agli alimenti fosse debitore verso

l’obbligato, questi non potrebbe opporre la compensazione tramite gli alimenti.

LA SUCCESSIONE PER CAUSA DI MORTE: PRINCIPI GENERALI

Premesse.

Con il termine successione si designa il fenomeno per cui un soggetto subentra ad un altro nella

titolarità di uno o più diritti.

Per un verso la ricchezza non è più come una volta, prevalentemente individuale (i patrimoni più

cospicui appartengono oggi ad enti, società, associazioni, ecc.). Per altro verso l’elevazione del

reddito medio ha fatto sì che la titolarità di un certo patrimonio al momento della morte non

costituisca più un caso raro, appannaggio delle classi più elevate.

Riguardo le eredità, mentre una volta assumevano importanza quasi esclusivamente gli immobili,

attualmente grande rilievo possono facilmente rivestire anche i cespiti mobiliari.

Vi è poi da considerare la maggiore facilità di sfaldamento della famiglia nucleare, non più

compatta come quella antica patriarcale.

Infine occorre sottolineare la sempre maggiore importanza che vanno assumendo istituti che, pur

ricollegandosi alla morte dell’individuo, sono del tutto indipendenti dalla successione nell’eredità

del defunto (es.: regola in tema di liquidazione ai superstiti delle indennità dovute al lavoratore

defunto).

La morte dell’individuo determina il sorgere di quella che è stata definita l’esigenza negativa che

un patrimonio non resti privo di titolare.

Gli interessi coinvolti nel fenomeno successorio sono numerosi. In primo luogo emerge l’interesse

dello stesso ereditando, preoccupato della sorte post mortem dei suoi beni in funzione della rete di

legami affettivi in cui ogni persona si colloca. In secondo luogo vi è da tenere presente l’interesse

dei familiari del de cuius. In terzo luogo sono interessati alla sorte del patrimonio ereditario i

creditori del de cuius. Infine vi è un indubbio interesse dello Stato a colpire i trasferimenti di

ricchezza che si verificano mortis causa, o addirittura ad acquisire, in determinate circostanze,

l’intero patrimonio ereditario, per destinarlo a vantaggio della collettività.

L’eredità infatti si devolve allo Stato soltanto quando nessun altro soggetto è chiamato, ex lege o

ex testamento, alla successione ovvero quando il diritto di tutti i chiamati risulti già estinto per

rinuncia o prescrizione.

Escluso almeno di solito un intervento pubblico, la sorte del patrimonio ereditario è lasciata

anzitutto alle decisioni discrezionali dello stesso ereditando, che può disporre dei propri beni

mediante testamento.

Qualora al de cuius sopravvivano stretti congiunti, il legislatore limita la libertà del testatore, in

quanto riserva a favore di costoro una quota del patrimonio del defunto (la legittima o quota

indisponibile), variabile a seconda del numero e della qualità degli aventi diritto e determinata e

tenendo conto pure delle donazioni effettuate in vita del de cuius.

Per la parte disponibile del suo patrimonio l’ereditando può provvedere come preferisce l’art. 42

ult. c. Cost. rimette al legislatore ordinario soltanto la determinazione dei limiti della successione

legittima e testamentaria, la cui soppressione sarebbe nell’attuale sistema inammissibile.

Ove tuttavia l’ereditando non abbia provveduto a disporre mediante testamento dei propri beni, è

la legge stessa a dettare i criteri per la devoluzione del patrimonio relitto. Il legislatore colloca tra i

successibili ex lege il coniuge, i discendenti legittimi e naturali, gli ascendenti legittimi, i collaterali,

gli altri parenti e infine lo Stato.

Alla successione legittima si ricorre quando manca qualsiasi testamento o, pur essendovi un

testamento, questo dispone soltanto legati, o ancora, quando il testamento contenga un’istituzione

di erede che non esaurisca l’asse ereditario.

L’interesse dei creditori del de cuius è protetto da vari strumenti. Anzitutto dalla trasmissione, in

capo all’erede, della responsabilità per i debiti ereditari; inoltre mediante diritto dei creditori di

chiedere la cosiddetta separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede; ed ancora attraverso

la possibilità dei creditori di provocare, in caso di eredità beneficiata, talune procedure formali di

liquidazione del patrimonio ereditario.

Eredità e legato.

Il complesso dei rapporti patrimoniali trasmissibili, attivi e passivi, facenti capo al de cuius al

momento della sua morte, costituisce la sua eredità, intesa in senso oggettivo. Il patrimonio

ereditario non è mai suscettibile di essere considerato atomisticamente quale una semplice

accozzaglia di rapporti privi di connessione tra loro, essendo numerose le norme che postulano un

trattamento unitario del patrimonio ereditario. In realtà l’eredità non è assoggettata ad un

regolamento tipico ed unitario, ma ad una varietà di statuti in funzione di un’ampia casistica:

cosicchè molto più utile di una definizione unitaria ed aprioristica dell’eredità come universitas, di

sapore puramente classificatorio e dogmatico, appare l’esame analitico delle varie fattispecie

ipotizzate dal legislatore in relazione alle situazioni in cui può venirsi a trovare in concreto il

patrimonio del de cuius dopo l’apertura della successione.

La successione mortis causa può avvenire a titolo universale (e allora si parla di eredità ed erede o

coeredi) o a titolo particolare (ed allora si parla di legato, e del relativo beneficiario quale legatario).

La contrapposizione si fonda sul diverso titolo con cui opera la vocazione (o chiamata) alla

successione: infatti, mentre nel caso di legato la chiamata concerne esclusivamente rapporti

determinati, nel caso di chiamata a titolo universale la vocazione comprende complessivamente la

situazione patrimoniale del soggetto venuto a mancare, ponendo il beneficiario nella condizione di

poter subentrare in tutti i rapporti trasmissibili, attivi e passivi, facenti capo al de cuius al momento

della morte, ad eccezione soltanto di quelli per i quali sia diversamente disposto dalla legge o dal

testamento, ma compresi gli stessi rapporti di cui neppure il defunto conosceva l’esistenza o che

addirittura sono sorti in un momento successivo a quello in cui il de cuius abbia, nel caso di

istituzione ex testamento, redatto il proprio atto di ultima volontà, formulando la chiamata.

Disciplina:

a) L’erede succede nel possesso del defunto; è tenuto ipso iure al pagamento dei debiti e pesi

ereditari; al solo erede è concessa la hereditas petitio per ottenere la restituzione dei beni

ereditari posseduti da altri a titolo di erede o senza titolo; solo l’erede subentra in ogni rapporto

come se ne fosse stato parte ab initio e perfino in quelli in via di formazione al momento della

morte del de cuius; soltanto l’erede succede nel processo in cui era parte il defunto.

b) Per il legatario si ha il fenomeno dell’accessio possessionis; non è tenuto al pagamento dei debiti

e pesi ereditari

Il compito dell’interprete è facile quando al chiamato siano attribuiti tutti i beni del testatore, ovvero

una quota del complessivo patrimonio ereditario; difficoltà di interpretazione della dichiarazione del

testatore nell’ottica della distinzione tra legato ed eredità, sorgono quando la disposizione

contenga l’indicazione di beni determinati o di un complesso di beni. Di fronte all’attribuzione di

beni determinati occorre vedere quale sia stata l’intenzione del testatore, se di attribuire quei beni

e soltanto quelli come cespiti determinati e singoli, ed allora si avrà legato; oppure se, pur

indicando nominativamente quei beni, il testatore abbia inteso lasciarli quale porzione del suo

patrimonio, ed allora si avrà successione a titolo universale e istituzione di erede, con conseguente

applicabilità della disciplina prevista per gli eredi

Nel caso risulti l’intento del testatore di assegnare i beni specificamente indicati quale quota del

suo patrimonio (institutio ex re certa), la determinazione della quota ereditaria da riconoscere al

chiamato avverrà anziché a priori, sulla base della semplice indicazione di una frazione aritmetica,

a posteriori, calcolando il rapporto tra il valore dei beni specificamente assegnati e il totale del

patrimonio di cui il testatore ha disposto (operazione di apporzionamento).

Ovviamente l’interpretazione della mens testantis pone spesso gravi difficoltà per l’ignoranza da

parte del testatore delle sottili distinzioni giuridiche relative al titolo della vocazione.

Quando la successione si devolve per legge, il problema non si pone perché la vocazione è

configurata dal legislatore quasi sempre come chiamata a titolo universale, sia pure di solito tra più

aventi diritto per quote, mentre le ipotesi di legato disposto dalla legge sono tipiche e tassative

(es.: al coniuge superstite spetta a titolo di legato il diritto di abitazione nella casa familiare e di uso

dei relativi arredi; ai figli naturali non riconoscibili e al coniuge dichiarato responsabile della

separazione giudiziale spetta il diritto ad un assegno vitalizio). Nel caso di pluralità di successibili,

la chiamata è comunque a titolo universale per ciascun coerede; ne consegue l’instaurazione di un

regime di comunione, che investe, in ragione delle quote spettanti a ciascun coerede, tutti gli

elementi che compongono l’asse ereditario.

Per quanto riguarda le situazioni giuridiche non patrimoniali, essendo in genere intrasmissibili, non

si verifica successione. Tuttavia in talune ipotesi la legge riconosce espressamente la trasmissione

all’erede della legittimazione attiva o passiva in relazione ad interessi non patrimoniali.

Intrasmissibile è anche il cosiddetto diritto morale d’autore.

Nel campo dei rapporti patrimoniali la regola è invece la successione. Sono tuttavia intrasmissibili

tutti i rapporti strettamente personali, come usufrutto, uso, abitazione, rendita vitalizia, diritto

alimentare ecc. La morte è poi causa di scioglimento dei contratti caratterizzati dall’intuitus

personae (in primo luogo il contratto di lavoro subordinato e quello stipulato con un professionista).

L’erede subentra nei diritti potestativi spettanti al de cuius: diritto di riscatto di recesso, di ratifica, di

impugnazione, ecc.

Si rammenta che la morte del proponente non è sufficiente ad impedire la possibilità che si

pervenga alla stipulazione del contratto quando si tratti di proposta irrevocabile ovvero fatta

nell’esercizio di un’impresa.

Apertura della successione.

La morte di una persona determina la apertura della successione.

L’art. 456 c.c. stabilisce che la successione si apre al momento della morte, nel luogo dell’ultimo

domicilio del defunto.

La giurisprudenza e la dottrina prevalente ritengono equiparata alla morte naturale la morte

presunta; in caso di assenza invece, coloro che, verificandosi la morte dell’assente, sarebbero suoi

eredi, possono soltanto domandare l’immissione nel possesso temporaneo dei beni.

Patti successori.

Aperta la successione occorre vedere a chi spettano il patrimonio ereditario o i singoli beni. Si

parla allora di vocazione ereditaria, che significa indicazione di colui che è chiamato all’eredità. Il

nostro codice preferisce parlare di delazione dell’eredità e cioè di offerta dell’eredità ad una

persona che, se vuole, la può acquistare.

La delazione del successibile può avvenire per legge (successione legittima) o per testamento

(successione testamentaria). È esclusa la successione per contratto.

La legge vieta esplicitamente varie tipologie di patti successori. Se ne convengono tre specie:

confermativi o istitutivi (con cui Tizio conviene con Caio di lasciargli la propria eredità); dispositivi

(vendo a Caio i beni che dovrebbero provenirmi dall’eredità di X); rinunciativi (convengo con Caio

di rinunciare all’eredità di X non ancora devoluta).

Inoltre, i patti istitutivi, vincolando il de cuius, gli toglierebbero quella libertà di disporre che la legge

riconosce ad ogni persona fino al momento della morte; quanto ai patti rinunciativi e dispositivi,

deve ritenersi che il legislatore abbia voluto impedire che un soggetto possa disporre con

leggerezza, sottovalutandole, di sostanze che non gli appartengono ancora e di cui, anzi,

l’acquisto non può mai essere sicuro (ante mortem).

È vietata anche la donazione mortis causa, in cui la morte del donante funziona come causa

dell’attribuzione patrimoniale: anch’essa è in contrasto con il principio fondamentale della

revocabilità delle disposizioni mortis causa. È invece valida la donazione fatta sotto la condizione

sospensiva (condizione di premorienza del donante). È invece valida la donazione fatta sotto la

condizione sospensiva “se il donante morirà prima del donatario” (condizione di premorienza del

donante), perché retroagendo la condizione al momento della conclusione della donazione,

l’attribuzione patrimoniale dipende da un atto inter vivos e non mortis causa.

Giacenza dell’eredità.

Con la morte del de cuius colui che è chiamato all’eredità non acquista senz’altro la qualità di

erede né la titolarità dei beni e dei diritti. Occorre una sua dichiarazione di volontà (accettazione di

eredità). L’accettazione retroagisce al momento dell’apertura della successione, ossia opera in

modo che non si verifichi soluzione di continuità tra il de cuius e l’erede.

Nell’intervallo tra la morte dell’ereditando e l’accettazione del chiamato il patrimonio ereditario

rimane senza un titolare attuale dei rapporti attivi e passivi che di esso fanno parte. Per assicurare

la gestione del patrimonio ereditario durante quella fase, il c.c. prevedono la specifica figura

dell’eredità giacente, che ricorre soltanto quando concorrono tutte le seguenti condizioni:

a) Non sia ancora intervenuta l’accettazione da parte del chiamato

b) Il chiamato non si trovi nel possesso dei beni ereditari

c) Sia stato nominato, su istanza di qualsiasi interessato, o anche d’ufficio, un curatore dell’eredità

giacente. La nomina di un curatore deve essere motivata da qualche concreta esigenza di

provvedere ad atti di gestione del patrimonio ereditario che non possano essere rinviati in attesa

che venga a cessare la situazione di incertezza, per effetto dell’accettazione da parte di uno dei

chiamati.

il curatore non è un rappresentante del chiamato o del futuro erede o dei creditori del de cuius, e

neppure della stessa eredità: si tratta di un amministratore di un patrimonio, con funzioni

prevalentemente conservative, anche se non sono esclusi poteri dispositivi.

Il curatore provvede all’amministrazione e alla conservazione del patrimonio ereditario; è

legittimato ad agire in giudizio sia attivamente che passivamente; può anche provvedere al

pagamento dei debiti ereditari e dei legati, previa autorizzazione del tribunale, purchè non vi sia

opposizione da parte di alcuno dei creditori o dei legatari. Se vi è opposizione si deve procedere

alla liquidazione dell’eredità, secondo le norme stabilite in tema di beneficio di inventario: le

funzioni del curatore cessano quando il chiamato all’eredità accetta.

Se non sia stato nominato un curatore, non si verifica giacenza, bensì una situazione di mera

vacanza dell’eredità, in quanto il patrimonio ereditario è privo di un dominus. In tal caso sono

concessi alcuni limitati poteri al chiamato all’eredità, in funzione della conservazione del patrimonio

ereditario (azioni possessorie (in caso di spoglio o turbativa del possesso), atti conservativi, di

vigilanza e di amministrazione temporanea).

La capacità di succedere.

Qualunque persona fisica che al momento dell’apertura della successione sia già nata e sia

ancora in vita è senz’altro capace di succedere. Qualora si ignori se il chiamato sia vivo (il c.d.

assente) il legislatore ammette che la successione si devolva a favore di coloro ai quali sarebbe

spettata in mancanza dell’assente, impregiudicati i rimedi a favore di quest’ultimo, ove ritorni prima

che sia maturata la prescrizione del suo diritto di accettare l’eredità.

Il legislatore concede la c.d. capacità di succedere anche a coloro che al tempo dell’apertura della

successione erano soltanto concepiti. Naturalmente la chiamata è subordinata alla nascita.

Nell’ambito della successione testamentaria possono essere chiamati alla successione mediante

testamento anche i figli (legittimi, legittimati e naturali riconosciuti) non ancora concepiti di una

determinata persona vivente al momento dell’apertura della successione (allargamento della

capacità di succedere).

Se alla successione è chiamato un concepito, nel periodo di incertezza circa l’attribuzione

definitiva l’amministrazione dei beni spetta al padre e, in mancanza di questo, alla madre (norma

discriminatoria non modificata). Se invece alla successione sono chiamati (ex testamento) nascituri

non ancora concepiti, l’amministrazione dell’eredità nel (lungo) periodo di incertezza è affidata a

coloro cui l’eredità o la quota di eredità sarebbe devoluta qualora i nascituri chiamati alla

successione non dovessero venire ad esistenza, salvo il diritto della persona indicata nel

testamento di rappresentare i nascituri e tutelarne le aspettative.

Nessun dubbio sussiste sulla capacità di succedere per testamento delle persone giuridiche le

quali dovevano necessariamente munirsi, per poter accettare, della prescritta autorizzazione

governativa (non necessaria per le società). Il c.c. negava però la capacità di succedere agli enti

non riconosciuti.

La norma è stata oggi abrogata e l’art. 473 c.c. dispone che l’accettazione delle eredità devolute

alle persone giuridiche o ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti si deve fare con il

beneficio di inventario (non è più necessaria l’autorizzazione).

L’indegnità.

Essa ha un fondamento diverso dall’incapacità di succedere. Questa consiste nella inidoneità del

soggetto a subentrare nei rapporti che facevano capo al defunto; l’indegnità invece si basa

sull’incompatibilità morale del successibile.

Effetti: l’incapacità importa la mancanza di un soggetto idoneo all’acquisto dei diritti ereditari, e

dunque la radicale assenza di un effetto acquisitivo. Invece l’indegnità funziona come una causa di

esclusione che intanto produce effetti, in quanto sia pronunciata dal giudice, la cui sentenza ha

carattere costitutivo. Perciò mentre l’azione per far dichiarare l’incapacità di succedere è

imprescrittibile, l’azione per fare pronunciare l’indegnità si prescrive nel termine ordinario (10 anni)

che decorre dal giorno dell’apertura della successione.

Inoltre l’incapacità di succedere non ammette rimedi di sorta. Invece l’indegnità può essere

rimossa con la riabilitazione.

Le cause di indegnità sono tassativamente indicate nel codice, e si possono così raggruppare:

a) Atti compiuti contro la persona fisica (omicidio doloso, tentativo di omicidio) o contro la

personalità morale (calunnia, falsa testimonianza) del de cuius, oppure del coniuge o del

discendente o dell’ascendente di lui.

b) Atti diretti con violenza o dolo contro la libertà di testare del de cuius

c) Decadenza della potestà genitoriale; l’indegnità non sussiste se il genitore sia stato reintegrato

nella potestà alla data di apertura della successione. La ratio della norma consiste

evidentemente nella finalità di impedire al genitore che abbia commesso omissioni dei propri

doveri nei confronti del figlio, ovvero abusi o maltrattamenti, di gravità tale da giustificare la

decadenza della potestà, di succedere al figlio stesso.

L’indegnità non si comunica al figlio dell’indegno: non si vuole che gli innocenti siano colpiti per

colpe commesse da altri. La legge tuttavia vuole escludere che l’indegno riceva un vantaggio,

anche indiretto, dalla successione della persona verso la quale egli si è reso colpevole: perciò

all’indegno non spettano né il potere di amministrazione né l’usufrutto legale sui beni che sono

pervenuti ai suoi figli dalla successione dalla quale egli si è escluso.

La sentenza che pronunzia l’indegnità ha effetto retroattivo all’apertura della successione.

L’indegno può essere riabilitato o con dichiarazione espressa (atto pubblico) o con testamento

(riabilitazione totale), ovvero mediante la contemplazione nel testamento (riabilitazione parziale);

nel qual caso è ammesso a succedere nei limiti della disposizione, ma non può ricevere niente

come successore legittimo e neppure può agire per lesione di legittima, se quanto ha ricevuto è

inferiore alla quota di riserva.

Non va confusa con l’indegnità a succedere la diseredazione, ossia la clausola testamentaria con

cui il de cuius dichiari di non volere che alla sua successione abbia a partecipare un determinato

soggetto il quale avrebbe, in forza delle norme sulla successione legittima, titolo a parteciparvi.

La rappresentazione.

È l’istituto in forza del quale i discendenti legittimi o naturali (c.d. rappresentanti) subentrano al loro

ascendente nel diritto di accettare un lascito qualora il chiamato (rappresentato) non può (es.: per

premorienza) o non vuole (per rinuncia) accettare l’eredità o il legato.

Essa può avere luogo soltanto quando il chiamato che non può o non vuole accettare sia o un

figlio ovvero un fratello o una sorella del defunto. La rappresentazione è dunque esclusa se il

chiamato sia, rispetto al de cuius, un estraneo ovvero anche un parente, ma non un figlio o un

fratello (es.: cugino).

È inoltre esclusa nel caso di successione testamentaria, quando il testatore abbia già provveduto

con una sostituzione. È esclusa infine quando si tratti di legato o usufrutto o di altro diritto di natura

personale, in quanto costituiscono attribuzioni strettamente legate alla persona indicata dal

testatore.

In luogo di colui che non accetta succedono i discendenti (rappresentanti) i quali succedono

direttamente al de cuius, cosicchè hanno diritto di partecipare alla successione di quest’ultimo

anche nell’ipotesi che abbiano rinunciato all’eredità del loro ascendente o che siano indegni o

incapaci nei suoi confronti.

La rappresentazione opera sia quando la chiamata a favore del rappresentato, al momento

dell’apertura della successione non possa più verificarsi (es.: il fratello del de cuius gli è premorto;

per rappresentazione è direttamente chiamato alla successione il nipote, figlio ex fratre), sia

quando vi sia stata una prima vocazione, ma questa sia caduta, ad es. per indegnità o per

rinuncia.

Quando si applica la rappresentazione, la divisione si fa per stirpi: ossia i discendenti subentrano

tutti in luogo del capostipite, indipendentemente dal loro numero, e lo stesso criterio si applica

anche qualora uno stipite abbia prodotto più rami (es.: i due figli del de cuius sono premorti e

hanno lasciato uno un solo figlio (A) e l’altro due (B e C); l’eredità si divide in due parti, tante

quante sono le stirpi).

L’accrescimento.

Può aversi solo nel caso di chiamata congiuntiva: in tal caso, qualora uno dei chiamati non possa

o non voglia accettare l’eredità, ove non ricorrano le condizioni per farsi luogo alla

rappresentazione, e ove nella successione testamentaria il testatore non abbia disposto una

sostituzione, la quota devoluta al chiamato che non abbia potuto o voluto accettare si devolve a

favore degli altri beneficiari della chiamata congiuntiva (la cui quota pertanto si accresce).

Il fondamento dell’istituto sta nella presunta volontà del de cuius (presumibilmente intendeva

beneficiare in modo eguale tra le persone considerate). Perciò l’accrescimento non si verifica

quando il de cuius ha diversamente disposto.

La vocazione congiuntiva si verifica:

a) nella successione legittima, quando più persone sono chiamate ex lege nello stesso grado

b) nella successione testamentaria occorre distinguere: 1) se si tratta di istituzione di erede, quando

gli eredi siano stati chiamati con uno stesso testamento e il testatore non abbia fatto

determinazione di parti, oppure pur determinando le parti, abbia chiamato i coeredi in parti

uguali; in tal caso per l’accrescimento è necessaria la coniunctio re et verbis; se le parti sono

disuguali è chiara la ragione per cui non ha luogo il diritto di accrescimento; qualora manchino

pure i presupposti dell’accrescimento, la porzione dell’erede mancante si devolve agli eredi

legittimi. 2) se si tratta di legato, basta la coniunctio re, ossia che sia stato legato lo stesso

oggetto a più persone; in mancanza dell’accrescimento la porzione di legato non attribuita va a

profitto dell’onerato, e cioè di colui (erede o legatario) a carico del quale è stato posto il legato

L’accrescimento opera di diritto, senza bisogno di accettazione da parti di colui a cui profitta.

Le sostituzioni.

Può darsi che il testatore abbia preveduto l’ipotesi che il chiamato non possa o non voglia

accettare l’eredità o il legato, designando altra persona in sua vece: la clausola relativa si chiama

sostituzione ordinaria o volgare. Prevale in questo caso, così sul diritto di rappresentazione come

sull’accrescimento, la volontà del testatore.

La legge ammette più sostituti ad una sola persona e viceversa; la sostituzione può operare anche

tra soggetti chiamati come coeredi, qualora uno di essi non possa o voglia accettare. Il sostituto

subentra anche nelle obbligazioni poste a carico del primo istituito, a meno che il testatore abbia

altrimenti disposto ovvero che si tratti di obbligazione di carattere personale.

Dalla sostituzione volgare si distingue la sostituzione fedecommissaria: il testatore istituisce erede,

per es., il figlio, vincolando i beni ereditari affinchè alla morte di questo possano automaticamente

passare ad un’altra persona, indicata dal testatore.

Si ha sostituzione fedecommissaria quando ricorrono le seguenti condizioni: 1) doppia istituzione: il

testatore nomina Caio erede e che alla morte di questi l’eredità passi a Sempronio; 2) ordo

successivus: occorre che il passaggio dal primo al secondo istituito si verifichi alla morte del primo;

3) vincolo di conservare per restituire, in forza del quale il primo chiamato non ha una piena

titolarità dei beni trasmessigli e non può disporne, ma ne ha soltanto l’usufrutto.

Disciplina della sostituzione: la riforma del diritto di famiglia ha fatto sì che la norma escluda la

validità di una sostituzione fedecommissaria in tutti i casi, con la sola eccezione che sia disposta

dai genitori, dagli ascendenti in linea retta o dal coniuge dell’interdetto o del minore incapace, a

favore della persona o degli enti che, sotto la vigilanza del tutore, hanno avuto cura dell’istituito. Il

soggetto istituito può godere dei beni a lui assegnati, ma non può alienarli; alla sua posizione si

applicano le norme dettate per l’usufruttuario.

Per la stessa ragione per cui è stabilito che l’usufrutto non può durare oltre la vita dell’usufruttuario,

la disposizione vale soltanto a favore di coloro che, all’apertura della successione, sono i primi

chiamati a goderne.

L’ACQUISTO DELL’EREDITA’ E LA RINUNCIA

L’accettazione dell’eredità. La trasmissione del diritto di accettare l’eredità. La vendita di eredità.

L’accettazione dell’eredità da parte del chiamato è necessaria. Quanto agli effetti si distinguono

due tipi di accettazione: pura e semplice, o con beneficio di inventario. Per effetto della prima si

verifica la confusione tra il patrimonio del defunto e quello dell’erede, che diventano un patrimonio

solo. L’erede succede sia nell’attivo che nel passivo. Se invece il chiamato all’eredità accetta con

beneficio di inventario, non si produce la confusione dei patrimoni.

Quanto alla morfologia dell’atto, sono ricomprese nell’accettazione varie fattispecie, tra loro

eterogenee, in quanto non implicano tutte una consapevole decisione e manifestazione di intento

del chiamato.

A) Accettazione espressa. Può essere pura e semplice o con beneficio di inventario. Mentre in

quest’ultimo caso l’accettazione deve essere fatta mediante dichiarazione ricevuta da un

notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione,

l’accettazione pura e semplice può essere fatta mediante atto pubblico o scrittura privata.

L’accettazione delle eredità devolute alle persone giuridiche, associazioni, fondazioni ed enti

non riconosciuti, non può farsi che col beneficio di inventario; lo stesso principio vale per i

minori e gli incapaci; peraltro i minori e gli incapaci non si considerano decaduti dal beneficio

dell’inventario qualora provvedano ai relativi adempimenti entro un anno dal compimento

della maggiore età o dalla cessazione dello stato di incapacità. Il contenuto dell’atto deve

implicare la manifestazione di una scelta consapevole da parte del chiamato, diretta

all’acquisto dell’eredità. E in questo senso va condivisa l’opinione dominante secondo cui

l’accettazione (espressa) dell’eredità costituisce un negozio giuridico. Essa è un actus

legitimus: ad essa non possono infatti apporsi condizioni o termini che rendono nulla l’intera

dichiarazione. Parimenti nulla è ogni accettazione parziale.

B) Accettazione tacita. È tacita quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone

necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella

qualità di erede. In realtà la legge non configura una dichiarazione tacita nello stesso senso

in cui si parla, in generale, della possibilità di manifestare con un comportamento

concludente una scelta negoziale. Difatti rilevante non è una volontà di accettare desumibile,

anziché da una dichiarazione espressa, rebus ipsis et factis, considerando innanzitutto che

una volontà di accettare espressa verbalmente è del tutto irrilevante. In secondo luogo non

qualsiasi comportamento può costituire accettazione di un’eredità, ma solo la

concretizzazione dell’acquisto dell’eredita in un atto che il chiamato non avrebbe il diritto di

fare se non nella qualità di erede. La vendita o donazione dei diritti di successione ad un

terzo o ad un altro chiamato importa accettazione dell’eredità; la rinuncia all’eredità operata

verso corrispettivo o a favore di alcuni soltanto dei chiamati importa accettazione: un tale atto

difatti non è in realtà vera rinuncia ai diritti successori, ma disposizione degli stessi.

C) Accettazione presunta. In altre ipotesi l’acquisto dell’eredità avviene automaticamente, in

forza della legge, o per il solo fatto che non si è provveduto ad uno specifico atto imposto

dalla legge, ovvero al contrario, perché si è tenuto un determinato comportamento che

preclude la rinuncia all’eredità e rende colui che lo compie erede puro e semplice. Si è

spesso parlato per queste ipotesi di accettazione presunta: ma in realtà l’acquisto dell’eredità

non si ricollega affatto ad una presunzione della volontà di accettare, che è considerata del

tutto irrilevante, bensì ad una fattispecie legale tipica, automaticamente sufficiente a

determinare l’effetto previsto dal legislatore. Rimane indispensabile la consapevolezza del

chiamato della delazione e dell’appartenenza dei beni posseduti al compendio ereditario.

Inoltre una tale modalità di acquisto dell’eredità non è applicabile al minore o all’incapace.

L’accettazione dell’eredità è soggetta a trascrizione. In caso di accettazione tacita la trascrizione

avviene sulla base dell’atto implicante appunto accettazione tacita, qualora esso risulti da una

sentenza o da un atto pubblico o da una scrittura privata autenticata.

Se il chiamato muore senza averla accettata, il diritto di accettarla si trasmette ai suoi eredi.

La trasmissione ai successori del chiamato si distingue dalla rappresentazione: quest’ultimo istituto

presuppone che il chiamato non possa o non voglia accettare l’eredità, mentre la trasmissione del

ius delationis presuppone che il chiamato non abbia ancora dichiarato se intende accettare

quando è sopravvenuta la morte. Il rappresentante subentra ope legis nel luogo e nel grado

dell’ascendente e succede direttamente al de cuius, del quale può accettare l’eredità anche nel

caso che abbia rinunciato all’eredità del rappresentato o sia indegno di succedergli. Invece nel

caso previsto dalla trasmissione del ius delationis, il chiamato che muore senza aver accettato

l’eredità trasmette ai suoi eredi, insieme al suo patrimonio, il diritto di accettarla; perciò costoro in

tanto possono acquistare tale diritto in quanto abbiano accettato l’eredità del trasmittente. Ciò

spiega la regola secondo la quale la rinuncia all’eredità propria del trasmittente include rinuncia

all’eredità al medesimo devoluta.

Il diritto di accettare l’eredità è soggetto alla prescrizione ordinaria decorrente dalla data

dell’apertura della successione (ancorchè, diversamente dalla prescrizione generale, il termine non

è suscettibile di interruzione, occorrendo che il diritto venga esercitato entro il termine in

questione).

Anche nei confronti dei chiamati ulteriori, ossia coloro nei cui confronti la vocazione opera in

subordine rispetto ad altri, il termine decorre dalla data della apertura della successione.

Ma può darsi che qualcuno abbia interesse a che il chiamato si decida entro uno spazio più

limitato di tempo a dichiarare se intende o no accettare l’eredità. In tal caso si può fare ricorso ad

una speciale azione (actio interrogatoria) con cui si chiede che l’autorità giudiziaria fissi un termine,

trascorso il quale il chiamato perde il diritto di accettar; si tratta in questo caso dell’ipotesi di

decadenza. È consentito anche al testatore stabilire un termine per l’accettazione dell’eredità.

L’accettazione si può impugnare per violenza o dolo, ma non per errore perché l’errore non

potrebbe cadere che sull’ammontare dell’attivo rispetto al passivo, ma per questo c’è

l’accettazione con beneficio di inventario.

Per effetto dell’acquisto dell’eredità, all’erede si trasmette anche il potere di disporre dei beni

ereditari.

Oggetto della vendita è il complesso di beni che fanno parte dell’eredità.

L’erede continua a rispondere dei debiti ereditari verso i creditori del defunto (accollo cumulativo

tra erede ed acquirente, in forza del quale quest’ultimo è obbligato, salvo patto contrario, in solido

con il venditore a pagare i debiti ereditari).

Appunto perché la vendita avviene in blocco, l’erede non è tenuto alla garanzia per evizione

secondo le regole comuni: egli è tenuto a garantire solo la qualità di erede.

Data l’importanza dell’atto, è prevista a pena di nullità la forma scritta, anche se il complesso

ereditario non contenga beni immobili.

Accettazione con beneficio d’inventario.

Effetti:

1) L’erede che ha accettato con bdi conserva verso l’eredità tutti i diritti e tutti gli obblighi che

aveva verso il defunto, laddove nell’ipotesi di accettazione pura e semplice, i rapporti

obbligatori tra defunto ed erede si estinguono in proporzione della quota spettante all’erede

2) L’erede non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati ultra vires (oltre il valore dei

beni a lui pervenuti)

3) I creditori del defunto ed i legatari hanno preferenza sul patrimonio ereditario di fronte ai

creditori dell’erede; però questi ultimi, se non vogliono perdere tale preferenza nel caso in cui

l’erede decada dal beneficio, hanno l’onere di domandare la separazione dei beni del defunto

da quelli dell’erede.

La facoltà di accettare con beneficio di inventario ha carattere personale. Perciò sebbene i creditori

dell’erede possano essere pregiudicati dall’accettazione pura e semplice, perché per effetto della

confusione del patrimonio del defunto con quello dell’erede sono costretti a subire il concorso dei

creditori del defunto sul patrimonio dell’erede, essi non possono accettare con beneficio

d’inventario in luogo del loro debitore. L’azione surrogatoria che consente ai creditori di esercitare i

diritti del proprio debitore è in questa maniera esclusa, trattandosi di un diritto che può per sua

natura essere esercitato soltanto dal suo titolare.

La legge stabilisce che gli incapaci, assoluti e relativi, le persone giuridiche e gli enti non

riconosciuti, non possono efficacemente accettare un’eredità se non con il beneficio di inventario.

L’accettazione con beneficio di inventario, disposta nell’interesse dei minori, vale a limitare la

responsabilità intra vires hereditatis.

L’accettazione con beneficio di inventario esige ad substantiam una forma particolare

(dichiarazione ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta

la successione) ed è sottoposta anche ad un regime particolare di pubblicità-notizia (la

dichiarazione, inserita nel registro delle successioni conservato presso il tribunale, deve essere

trascritta entro un mese presso l’ufficio dei registri immobiliari), e deve essere preceduta o

eseguita dall’inventario, che deve essere redatto con particolari forme, previste dal c.p.c.; anche la

data di compimento dell’inventario deve essere indicata nel registro delle successioni.

Devono anche essere osservati i termini particolari prescritti dalla legge. Occorre dunque

distinguere se il chiamato abbia o no il possesso dei beni ereditari.

Se il chiamato è nel possesso dei beni ereditari deve fare l’inventario entro tre mesi dall’apertura

della successione o dalla notizia della devoluzione dell’eredità ed entro i quaranta giorni successivi

deve, se non l’abbia già fatto prima, deliberare se accetta o rinuncia all’eredità.

Trascorso il termine di tre mesi o quello eventualmente prorogato senza aver compiuto, ossia

portato a termine, l’inventario, o quello di quaranta giorni senza che abbia deliberato se accettare

l’eredità, il chiamato è considerato erede puro e semplice (per accettazione presunta).

Invece il chiamato che non sia nel possesso dei beni ereditari può fare la dichiarazione di

accettazione con beneficio di inventario fino a quando non sia prescritto il diritto di accettare (10

anni), e poi redigere l’inventario nei tre mesi successivi: se omette tale adempimento è considerato

erede puro e semplice. Se ha fatto l’inventario senza aver accettato, deve accettare entro quaranta

giorni; in caso di omissione, il chiamato perde il diritto di accettare l’eredità.

Nel caso sia stata esercitata l’actio interrogatoria contro il chiamato che non sia nel possesso dei

beni ereditari, egli deve fare nel termine fissato dal giudice tanto l’inventario che la dichiarazione.

Se omette la dichiarazione perde il diritto di accettare; se fa la dichiarazione ma non l’inventario è

erede puro e semplice.

L’erede che abbia accettato con bdi diviene amministratore del patrimonio ereditario. Gli è vietata

l’alienazione dei beni ereditari senza autorizzazione del giudice: se viola questo divieto, decade dal

beneficio e diventa erede puro e semplice.

La decadenza è comminata anche per omissioni e infedeltà nell’inventario.

Accettata l’eredità con bdi il pagamento dei creditori del defunto può avvenire in uno dei tre modi

seguenti:

a) L’erede paga i creditori e i legatari a misura che si presentano. I creditori insoddisfatti possono

rivalersi contro i legatari nei limiti del legato.

b) Se vi è opposizione dei creditori a questo modo di pagamento si può procedere alla liquidazione

dei beni ereditari. Sono chiamati a concorrervi tutti i creditori; i beni vengono alienati e il ricavato

p distribuito tra i creditori secondo uno stato di graduazione, ossia vengono pagati per primi i

creditori con prelazione o preferenza. L’erede che paga i debiti nonostante l’opposizione dei

creditori, ovvero che non rispetti le procedure di liquidazione, decade dal bdi.

c) L’erede può anche rilasciare i beni ereditari a favore dei creditori e dei legatari.

La separazione del patrimonio del defunto.

L’accettazione con bdi, oltre giovare al chiamato all’eredità, giova anche ai creditori del defunto

perché assicura ad essi la preferenza sul patrimonio ereditario di fronte ai creditori dell’erede.

Questa rpeferenza dipenda dall’iniziativa dell’erede, il quale, se è oberato di debiti, non ha nessun

interesse all’accettazione con bdi; dall’altro essa può venir meno se l’erede decada dal bdi o vi

rinunci. Per venire incontro ai creditori del defunto, i quali hanno fatto affidamento sul patrimonio di

quest’ultimo nel fargli credito, ed ai legatari, che non è giusto siano danneggiati dal concorso dei

creditori dell’erede, è apprestato un altro rimedio: la separazione del patrimonio del defunto da

quello dell’erede.

Anche la separazione impedisce la confusione dei due patrimoni, quello del defunto quello

dell’erede, ma opera a favore dei creditori del defunto e dei legatari, i quali si assicurano il

soddisfacimento sui beni del defunto, a preferenza dei creditori dell’erede. L’utilità dell’istituto si

manifesta nel caso che i creditori del defunto si trovino di fronte ad un erede oberato dai debiti: nel

qual caso essi, ricorrendo alla separazione, escludono il concorso dei creditori dell’erede sul

patrimonio del defunto.

La preferenza dei creditori del defunto e dei legatari nel concorso sui beni ereditari non spetta a

tutti i creditori del de cuius e a tutti i legatari, ma solo a coloro che abbiano esercitato il diritto di

ottenere la separazione (creditori separatisti).

La separazione inoltre non impedisce ai creditori e ai legatari, che l’hanno esercitata, di soddisfarsi

anche sui beni propri dell’erede.

Infine la separazione ha carattere particolare e non universale: essa opera non sull’intera massa

del patrimonio ereditario, ma sui singoli beni per i quali sia stata fatta valere specificamente.

L’istituto della separazione si distingue dunque nettamente dal bdi. Ciò spiega come il bdi non

dispensi i creditori del defunto dal chiedere la separazione, se vogliono conservare la preferenza

anche nell’ipotesi che l’erede decada dal bdi o vi rinunci; ma la separazione giova non soltanto

rispetto ai creditori dell’erede, ma anche agli altri creditori del defunto non separatisti. Difatti i

creditori e i legatari che hanno esercitato la separazione hanno diritto di soddisfarsi sui beni

separati con preferenza anche rispetto ai creditori e legatari non separatisti; un tale diritto di

preferenza è concesso peraltro solo nel caso in cui la parte di patrimonio non separata sarebbe

stata sufficiente a soddisfare i creditori e i legatari non separatisti. In tal caso i creditori e legatari

che sono rimasti inerti e non hanno esercitato la separazione vengono posposti ai creditori e

legatari che sono stati maggiormente diligenti.

Qualora la separazione sia stata esercitata dai creditori e da legatari, i primi sono preferiti ai

secondi.

Il diritto alla separazione deve essere esercitato entro un breve termine di decadenza (tre mesi

dall’apertura della successione).

Modo di esecuzione: per i mobili occorre una domanda giudiziale; per gli immobili l’iscrizione del

credito o del legato sopra ciascun bene su cui il legatario o creditore fa valere il suo diritto.

L’azione di petizione ereditaria.

Acquistata l’eredità l’erede può rivolgersi contro chiunque possegga, a titolo di erede o senza alcun

titolo, beni ereditari per: a) farsi riconoscere la qualità di erede e b) farsi consegnare o rilasciare i

beni. Si tratta dell’azione di petizione ereditaria.

L’attore deve in primo luogo dimostrare la propria qualità di erede; deve inoltre dimostrare che i

singoli beni specificamente da lui reclamati nei confronti del convenuto appartengono all’asse

ereditario.

L’azione può essere proposta non contro chiunque possieda beni ereditari, ma solo contro colui il

quale possiede tutti o parte dei beni ereditari affermando di essere lui l’erede, o contro il

possessore senza titolo. L’azione non si può perciò proporre contro colui che possieda per un titolo

particolare che non implica l’attribuzione della qualità di erede (es.: contratto di compravendita

inter vivos). In tal caso si deve agire con l’azione di rivendicazione.

L’azione è imprescrittibile. Benché imprescrittibile non assorbe quella di annullamento del

testamento, che deve essere proposta nel relativo termine di prescrizione.

Se l’azione viene accolta, il convenuto è condannato a restituire le cose possedute. Le disposizioni

di tale azione distinguono tra l’ipotesi in cui il possessore sia in buona fede e quella in cui sia in

mala fede. È possessore di buona fede dell’eredità colui che ha acquistato il possesso dei beni

ereditari, ritenendo per errore che non dipenda da colpa grave, di essere erede.

Se il possessore ha alienato in buona fede una cosa dell’eredità, l’erede vero ha diritto soltanto ad

ottenere il prezzo o il corrispettivo ricevuto dal possessore medesimo.

È sufficiente che la buona fede sussista al momento dell’acquisto del possesso dei beni ereditari.

Perciò la mancata conoscenza in siffatto momento dell’esistenza di eredi legittimi di grado

anteriore o che avevano diritto di farsi dichiarare tali è sufficiente a qualificare in buona fede i

congiunti del de cuius che si siano immessi nel possesso dei beni ereditari.

Gli acquisti dall’erede apparente.

L’erede può agire con la petizione di eredità non soltanto contro il possessore, ma anche contro le

persone a cui costui abbia alienato le cose possedute. Tuttavia il legislatore non poteva non

prendere in considerazione la posizione di coloro i quali hanno acquistato i beni ereditari facendo

affidamento sulla qualità di erede di chi li ha venduti. La legge ha ritenuto opportuno, anche per

facilitare la circolazione dei beni, di dare in questa materia importanza all’apparenza della qualità

di erede e alla buona fede del terzo acquirente. Sono perciò salvi i diritti acquistati per effetto di

convenzione con l’erede apparente, purchè ricorrano le seguenti condizioni: 1) si tratti di

convenzioni a titolo oneroso; 2) il terzo sia in buona fede.

Non ha invece importanza che l’erede apparente abbia o non abbia un titolo e non ha rilevanza

nemmeno la sua buona o mala fede. È decisiva, invece, la buona fede dell’acquirente.

L’acquisto dell’avente causa dall’erede apparente è fatto salvo soltanto se l’acquisto a titolo di

erede da parte dell’erede apparente, e il successivo trasferimento dall’erede apparente al terzo,

sono stati entrambi trascritti anteriormente alla trascrizione dell’acquisto da parte del vero erede o

del vero legatario, oppure della domanda giudiziale di petizione dell’eredità contro l’erede

apparente.

La rinuncia all’eredità.

Consiste in una dichiarazione unilaterale non recettizia, con la quale il chiamato all’eredità

manifesta la sua decisione di non acquistare l’eredità.

Richiede una forma particolare: deve essere ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale

del circondario in cui si è aperta la successione. È soggetta anche a pubblicità, mediante

inserzione nel registro delle successioni.

La rinuncia non può farsi da chi si trovi nel possesso dei beni ereditari dopo tre mesi dall’apertura

della successione o della notizia della devoluzione dell’eredità. Chi abbia sottratto o nascosto i

beni decade dalla facoltà di rinunciare. Costoro sono considerati eredi puri e semplici.

La rinuncia è un actus legitimus.

È nulla la rinuncia che si riferisca ad una parte soltanto dell’eredità; il rinunciante però può

trattenere le donazioni a lui fatte o domandare l’esecuzione del legato disposto a suo favore, fino a

concorrenza della quota disponibile dell’asse ereditario.

La rinuncia all’eredità fatta verso corrispettivo, ovvero a favore soltanto di alcuni degli altri chiamati,

importa accettazione dell’eredità.

Gli effetti della rinuncia sono diversi secondo che sia legittima o testamentaria.

Nel primo caso, se non ha luogo la rappresentazione, la parte di colui che rinuncia va a favore di

coloro che avrebbero concorso con il rinunciante.

Nel secondo caso si deve distinguere tra l’ipotesi in cui il testatore abbia previsto il caso della

rinuncia ed abbia disposto una sostituzione e quella in cui il testatore non abbia disposto nulla. Nel

primo caso la quota del rinunciante va a favore della persona indicata dal testatore (sostituto); nel

secondo, se ricorre uno dei casi previsti per la rappresentazione, si applicano le norme già

considerate. Se mancano i presupposti per la rappresentazione, la parte del rinunciante va a

favore dei suoi coeredi, se istituiti senza determinazione di parti o in parti uguali; altrimenti va a

favore degli eredi legittimi.

A differenza dell’accettazione, la rinuncia è revocabile: chi ha rinunciato può tornare sulla

decisione presa ed accettare l’eredità, con due limiti: non deve essere trascorso il termine

decennale per la prescrizione della facoltà di accettazione e l’eredità non deve essere già stata

accettata da un altro chiamato.

Come l’accettazione, la rinuncia può essere impugnata solo per violenza o dolo. L’impugnativa per

errore è esclusa.

I creditori del rinunciante possono essere pregiudicati dalla rinuncia. La legge stabilisce la facoltà

di impugnativa della rinuncia da parte dei creditori. Essi possono farsi autorizzare ad accettare

l’eredità in nome e in luogo del rinunciante unicamente allo scopo di soddisfarsi sui beni ereditari.

LA SUCCESSIONE LEGITTIMA

Fondamento e presupposto.

Fondamento della successione legittima è, accanto alla presunta volontà del de cuius, la

solidarietà familiare. Essa ha come presupposto la mancanza totale del testamento o la

circostanza che il testatore non abbia disposto di tutti i beni: nel primo caso interviene totalmente il

regime stabilito dal legislatore; nel secondo l’applicazione delle regole relative alla successione

legittima si limita a quei beni di cui il testatore non abbia disposto.

Le categorie di successibili.

Coniuge, discendenti legittimi e naturali, ascendenti legittimi, collaterali, genitori del figlio naturale

(art. 578 c.c.), gli altri parenti, lo Stato (565 c.c.).

Per quanto riguarda la successione legittima del coniuge, oggi la legge con la riforma del diritto di

famiglia, ha attribuito al coniuge una quota in proprietà dell’asse ereditario, conferendogli quindi, a

tutti gli effetti, la qualità di erede (allorchè con il codice del ’42 il coniuge non poteva considerarsi

erede, ma semplice legatario ex lege).

A lui spetta infatti la metà del patrimonio del defunto, se in concorso con un solo figlio, 1/3 se

concorre alla successione con più figli, 2/3 se concorre con ascendenti legittimi o con fratelli e

sorelle. In mancanza di tali soggetti al coniuge si devolve l’intera eredità.

In caso di separazione il coniuge conserva i diritti ereditari, tranne che nell’ipotesi in cui sia a lui

addebitata la separazione. In tal caso ha diritto soltanto ad un assegno vitalizio se, al momento

dell’apertura della successione, godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto. L’assegno è

commisurato alle sostanze ereditarie, nonché alla qualità e al numero degli eredi legittimi; non

deve comunque essere di entità superiore a quella della prestazione alimentare precedentemente

goduta.

In caso di divorzio l’ex coniuge non ha titolo per partecipare alla successione, ma ha solo il diritto

ad un assegno di mantenimento nel caso in cui godeva dell’assegno divorzile (sempre

commisurato).

Tra gli altri suscettibili possono distinguersi diversi ordini:

1) I figli legittimi e naturali, i legittimati e gli adottivi. Succedono in parti uguali ed

escludono gli ascendenti e i collaterali. In caso di premorte succedono a loro

per rappresentazione i discendenti.

2) I genitori, i fratelli e sorelle, nonché i discendenti di questi ultimi, gli

ascendenti. I genitori succedono in parti uguali, come anche i fratelli. I fratelli

e le sorelle unilaterali, consanguinei (figli di stesso padre ma di diversa

madre) o uterini (stessa madre, padre diverso) conseguono la metà della

quota che di fatto conseguono i fratelli germani (stessa madre, stesso padre).

I genitori concorrono con i fratelli del de cuius. Ai fratelli unilaterali spetta una

quota pari alla metà di quella attribuita agli altri concorrenti. Gli ascendenti

succedono soltanto in assenza dei genitori. Gli ascendenti più prossimi

escludono quelli di grado più remoto; se di ugual grado, succedono per una

metà gli ascendenti della linea paterna, per l’altra quelli della linea materna.

Gli ascendenti concorrono con i fratelli e le sorelle del de cuius.

3) I collaterali dal terzo al sesto grado, che hanno diritto di venire alla

successione solo quando non vi siano altri successibili, e per i quali vale il

principio che il più vicino in grado esclude il più remoto, mentre quelli di pari

grado concorrono per quote uguali.

La successione non ha luogo tra i parenti oltre il sesto grado.

Il principio della sostanziale equiparazione ai fini successori dei discendenti legittimi e naturali è da

annoverare tra le più significative innovazioni introdotte dalla riforma del diritto di famiglia. La

riforma del 75n fa tuttavia salva la facoltà dei figli legittimi di soddisfare in denaro o in beni immobili

ereditari la porzione spettante ai figli naturali, solo di quelli che non vi si oppongono.

Ai figli naturali non riconoscibili spetta invece un assegno vitalizio pari all’ammontare della rendita

della quota di eredità alla quale avrebbero diritto, se la filiazione fosse stata dichiarata o

riconosciuta. Su loro richiesta è prevista la capitalizzazione di detto assegno in denaro, ovvero, a

scelta dei legittimi, in beni ereditari.

La Cost. ha stabilito di rimettere alla discrezionalità del legislatore la definizione dell’ordine dei

successibili. I figli naturali succedono solo in assenza degli ultimi suscettibili ad ereditare ex lege

(parenti di sesto grado) e prima dello Stato. I parenti naturali non sono successibili. Il convivente

more uxorio non è contemplato tra i successibili.

La successione dello Stato.

La successione dello Stato ha particolari caratteristiche: in primo luogo l’acquisto opera di diritto e

non può farsi luogo a rinuncia.

Lo Stato non risponde mai dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni acquistati.

La finalità non è quella di conseguire arricchimenti all’Erario, bensì quella di assicurare la gestione

dei rapporti giuridici riferibili a persone defunte che non abbiano lasciato eredi.

LA SUCCESSIONE NECESSARIA

Fondamento e natura.

L’erede può disporre nel modo che egli ritiene più opportuno dei suoi beni ereditari, purchè egli

non leda i diritti che la legge assicura ai congiunti più stretti tassativamente indicati dalla legge

stessa. Ripugna alla coscienza collettiva che tutti i beni del de cuius siano lasciati o donati ad un

estraneo e che qualcuno dei figli o il coniuge non riceva nulla.

La legge stabilisce dunque che quando vi siano determinate categorie di successibili, una parte dei

beni del de cuius deve essere attribuita ai successibili. La quota che la legge riserva a costoro si

chiama appunto quota di legittima o riserva; i successori necessari non devono assolutamente

essere confusi con quelli legittimi, ossia con coloro ai quali l’eredità viene devoluta ex lege

mancando il testamento.

I principi della successione necessaria sono ispirati alla tutela dei più stretti vincoli familiari, di

fronte alla quale resta limitata la facoltà di disporre del testatore. Esse hanno perciò carattere

inderogabile.

Categorie di legittimari

Sono il coniuge, i figli legittimi (e come loro i legittimati e gli adottivi), i figli naturali, gli ascendenti

legittimi.

La riserva a favore dei figli legittimi o naturali non è fissa. Quando manca il coniuge la riserva a

favore dei legittimi è di metà del patrimonio se il genitore lascia un solo figlio, di 2/3 se i figli sono di

più. Ciascuno dei legittimari ha ovviamente diritto ad una propria quota di riserva, e la divisione

deve essere fatta in parti uguali.

Per i figli naturali già prima della nuova legge sul diritto di famiglia la Corte cost. aveva affermato il

loro diritto alla stessa tutela dei figli legittimi, quantomeno nei casi in cui non concorressero con

questi ultimi o il coniuge. Oggi i figli legittimi e naturali sono perfettamente equiparati rispetto alla

successione del comune genitore: tuttavia i primi possono soddisfare in denaro o in beni immobili

ereditari la prozione spettante ai secondi, purchè questi ultimi non vi si oppongano.

La riserva a favore degli ascendenti legittimi opera soltanto se il defunto non lascia figli: in tal caso

è di 1/3, ma si riduce a ¼ se con gli ascendenti concorre il coniuge.

Il legislatore attuale ha riservato al coniuge una quota di piena titolarità dell’eredità, che è della

metà in assenza di figli e ascendenti; in caso contrario varia a seconda della qualità e del numero

di soggetti con i quali concorre. La presenza del coniuge, come sopra accennato, incide anche

sulla misura della legittima spettante agli altri legittimari. Conviene perciò ricapitolare:

In presenza di un coniuge ed un figlio, a ciascuno di essi spetta 1/3 dell’eredità, il residuo

- terzo è liberamente disponibile.

In presenza di coniuge e due o più figli, al coniuge spetta 1/4, ai figli complessivamente la

- metà, il residuo quarto è liberamente disponibile.

In presenza di coniuge e ascendenti, al coniuge spetta la metà del patrimonio, agli

- ascendenti ¼, il residuo quarto è liberamente disponibile.

Al coniuge inoltre è riservato in ogni caso il diritto di abitazione nella casa adibita a residenza

- familiare e di uso sui beni mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni; si

tratta di un legato ex lege.

È da sottolineare che tali diritti gravano sulla porzione disponibile e, qualora questa non sia

- sufficiente, sulla quota di riserva del coniuge ed eventualmente su quella spettante ai figli.

Questi diritti sono garantiti anche al coniuge separato cui non sia stata addebitata la responsabilità

del fallimento familiare. Per il coniuge cui sia stata addebitata la separazione la legge riconosce il

diritto ad un assegno vitalizio se al momento dell’apertura godeva degli alimenti a carico del

coniuge deceduto.

I figli naturali non riconoscibili hanno diritto allo stesso assegno vitalizio di cui è già stato detto a

proposito della successione legittima.

La quota legittima.

Quando vi siano dei legittimari, il patrimonio ereditario si distingue idealmente in “disponibile” e

“legittima”.

Il legittimario ha diritto ad ottenere la propria quota in natura ed il testatore non può imporre alcun

peso o alcuna condizione sulla legittima. Tuttavia il testatore può disporre il soddisfacimento della

legittima mediante denaro esistente nell’asse o beni determinati, corrispondenti al valore della

legittima. Dunque l’intangibilità della legittima deve intendersi in senso quantitativo e non

qualitativo.

Tuttavia vi è un temperamento alla impossibilità di imposizione di pesi da parte del testatore sulla

legittima: si tratta della c.d. cautela sociniana. Si supponga che Tizio lasci un figlio e che,

possedendo un patrimonio di 100, abbia legato ad un estraneo l’usufrutto di un fondo del valore di

70. Il figlio acquista in tal caso il diritto ad un reddito inferiore a quello che ricaverebbe da un

capitale pari all’intera quota di riserva (ossia pari a 50), che gli spetterebbe a titolo di legittima; ma

come nuda proprietà ottiene una parte maggiore di quella che gli competerebbe (nell’esempio fatto

l’intero, e non la metà). Occorrerebbe capitalizzare l’usufrutto di regola, per vedere se vi sia lesione

di legittima, ma poiché la durata dell’usufrutto è incerta (tanto è la durata della vita

dell’usufruttuario) è incerta anche la valutazione; appunto l’art. 550 c.c. nega in tal caso l’azione di

riduzione al legittimario e gli consente la scelta: o eseguire la disposizione (e prendere così la nuda

proprietà dell’intero patrimonio, oltre al reddito che resta dopo soddisfatto il legato) oppure ottenere

la proprietà piena della quota di riserva (la metà), abbandonando a favore del legatario quella

disponibile.

Altro temperamento è costituito dal c.d. legato in sostituzione di legittima, per cui viene attribuito al

legittimario un legato di somma di beni determinati di valore o uguale o superiore alla legittima, a

condizione che questo rinunci ad ogni altra pretesa sull’eredità. Il legittimario può rinunciare al

legato e chiedere la legittima, oppure conseguire il legato; in questo caso perde il diritto di chiedere

un supplemento e non acquista la qualità di erede.

Il legato in sostituzione di legittima si acquista automaticamente senza bisogno di accettazione; è

valida la rinuncia, che va fatta per iscritto.

Il legato in sostituzione di legittima si distingue da quello in conto di legittima. Con il primo il

testatore intende escludere il legittimario da ogni partecipazione alla divisione dell’eredità. Nel

secondo il testatore fa al legittimario un’attribuzione di beni, che deve essere calcolata ai fini della

legittima, con la conseguenza che il legittimario può chiedere il supplemento, se i beni attribuitigli

non raggiungono l’entità della legittima.

Si supponga che un padre lasci un patrimonio di 100 e attribuisca a titolo di legato all’unico figlio

beni per un valore di 45. Se il legato è fatto in sostituzione di legittima, il figlio può rinunciare al

legato e chiedere la legittima oppure contentarsi del legato. Se invece il legato è in conto della

legittima il legatario può chiedere l’integrazione della legittima stessa (50 - 45 = 5). Lo stesso

principio si applica alle donazioni fatte in conto della legittima.

Il lascito di un legato a favore di un legittimario non può ritenersi fatto in sostituzione di legittima, se

ciò non risulta da chiara ed univoca manifestazione di volontà del testatore: in difetto di tale

manifestazione il legato va considerato in conto di legittima.

La riunione fittizia.

Serve per stabilire se il de cuius ha leso i diritti che spettavano a qualcuno dei legittimari. Occorre

dunque calcolare l’entità del suo patrimonio all’epoca dell’apertura della successione.

Si chiama fittizia perché i beni vengono riuniti soltanto fittiziamente, sulla carta.

Dalla somma dei valori dei beni al momento dell’apertura (relictum) si detraggono i debiti,

dovendosi determinare l’effettiva misura dell’attivo ereditario. Al risultato si aggiungono i beni di cui

il testatore abbia eventualmente disposto in vita a titolo di donazione (donatum = ciò che è stato

donato), di regola secondo il valore che avevano al tempo dell’apertura della successione.

Sull’asse determinato all’esito dei conteggi sopra descritti si calcola la quota di cui il testatore

poteva disporre (disponibile).

Per stabilire se vi sia stata lesione di legittima, occorre tener conto anche dei legati e delle

donazioni fatte al legittimario, salvo che il testatore lo abbia da tale imputazione dispensato. Quindi

se la legittima è di 50 e il legittimario ha ricevuto per donazioni e legati 10, egli potrà chiedere 40 e

non 50 per integrare la sua legittima. La legge infatti parte dal presupposto che il testatore abbia

donato 10 quale anticipo sulla legittima.

Poiché la rappresentazione fa subentrare il rappresentante nel luogo e nel grado dell’ascendente,

si spiega la regola secondo la quale il legittimario che succede per rappresentazione deve anche

imputare le donazioni e i legati fatti senza espressa dispensa del suo ascendente. Ciò ci rende

chiara altresì la ragione della norma secondo la quale la rappresentazione ha luogo anche nel

caso di unicità di stirpe.

Per la determinazione delle donazioni e dei legati che debbono formare oggetto dell’imputazione la

legge rimanda a ciò che è stabilito circa la collazione.

L’azione di riduzione.

Se le disposizioni testamentarie e le donazioni eccedono la quota disponibile, i legittimari possono

chiedere la loro riduzione.

Questa azione è irrinunciabile dai legittimari finchè il donante è in vita.

Se il legittimario agisce contro estranei, la legge stabilisce uno speciale onere per il promovimento

dell’azione: l’accettazione con bdi.

Avviene spesso che il de cuius abbia posto in essere simultaneamente un atto a titolo oneroso per

nascondere la donazione. In tal caso, per ottenere la riduzione, è necessario prima agire per la

dichiarazione di simulazione, dopodiché si può conseguire la riduzione.

La riduzione si opera in questo modo: sono colpite per prime le disposizioni testamentarie, che

vengono diminuite proporzionalmente. Se la riduzione delle disposizioni testamentarie non vale ad

integrare la legittima si procede alla riduzione delle donazioni, cominciando dall’ultima in ordine di

tempo, che è quella che ha provocato la lesione.

Se l’azione di riduzione è accolta, il donatario o il beneficiario della disposizione testamentaria

deve restituire in tutto o in parte il bene, il quale deve essere restituito libero da ogni peso o ipoteca

ed i frutti sono dovuti dalla domanda giudiziale.

Se il bene è divisibile si procede separando la parte occorrente per integrare la quota di riserva; se

non è divisibile esso si lascia per intero nell’eredità qualora il legatario o donatario abbia

nell’immobile un’eccedenza superiore al ¼ della porzione disponibile, altrimenti il legatario o

donatario può ritenere il bene compensando in denaro i legittimari. Se il beneficiario della

disposizione sottoposta a riduzione è anche legittimario, egli può ritenere tutto l’immobile, purchè il

suo valore non sia superiore alla somma della porzione disponibile e della quota che gli spetta

come legittimario.

L’azione di riduzione è un’azione, totale o parziale, di risoluzione dell’acquisto compiuto dai

beneficiari del testamento o del donatario ed ha carattere personale; ha efficacia erga omnes. Le

disposizioni lesive della legittima non sono nulle, ma soltanto impugnabili con l’azione di riduzione.

La domanda di riduzione è soggetta a trascrizione se ha per oggetto immobili o mobili registrati.

L’azione di riduzione è soggetta a prescrizione ordinaria decennale.

L’azione di restituzione.

La riducibilità delle disposizioni lesive della legittima ha una pesante ricaduta sulla circolazione dei

beni. Nel caso il donatario non possa pagare il legittimario che ha esperito l’azione di riduzione,

quest’ultimo ha diritto di rivolgersi contro l’eventuale terzo subacquirente del bene, proponendo

una nuova ed autonoma azione giudiziaria per ottenere dal terzo acquirente il rilascio del bene.

Ciò comporta ovviamente una giustificata diffidenza da parte di chi si accinge ad acquistare un

bene pervenuto al venditore a titolo di donazione.

Per quanto riguarda gli immobili, si è previsto che l’azione di restituzione dei confronti del terzo

acquirente del bene donato non possa essere proposta dopo il decorso di 20 anni dalla

trascrizione della donazione oggetto di riduzione (limitazione temporale introdotta per attenuare il

rigore del regime di restituzione).

Anche per quanto riguarda i mobili l’azione non può essere proposta dopo il decorso del termine

ventennale; l’acquirente ignaro della pregressa donazione potrà avvalersi del principio possesso

vale titolo quale ben più efficace strumento di tutela del proprio acquisto.

I legittimari possono notificare e trascrivere nei confronti del donatario e dei suoi aventi causa un

atto di opposizione alla donazione, che ha l’effetto di sospendere nei loro confronti il decorso del

termine ventennale. La ratio della norma è che siccome durante la vita del de cuius l’azione di

riduzione non è proponibile, qualora il donante sopravvivesse per venti anni alla donazione, i suoi

legittimari rimarrebbero privi di qualsiasi possibilità di tutela contro l’acquirente del bene donato. Il

diritto dell’opponente è personale e rinunciabile; deve essere rinnovato prima che siano trascorsi

20 anni dalla sua trascrizione pena la perdita di efficacia.

Il terzo acquirente oggetto dell’azione di restituzione ha la facoltà di pagare in denaro l’equivalente

dei beni anziché restituirli in natura.

Il patto di famiglia.

Si propone di consentire a colui che sia titolare un’attività economica di dare, essendo ancora in

vita, una destinazione stabile all’impresa a favore dei propri discendenti, prevenendo eventuali

dispute successorie e, soprattutto, il rischio che queste conducano ad una frammentazione della

titolarità del complesso aziendale, con la conseguente disgregazione della struttura produttiva, o il

pericolo di una crisi dell’impresa a causa di una gestione litigiosa da parte dei contitolari.

Il patto di famiglia è un contratto con il quale, compatibilmente con le disposizioni in materia di

impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore trasferisce, in tutto

o in parte, l’azienda e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce in tutto o in parte le proprie

quote ad uno o più discendenti.

Dunque gli assegnatari del complesso produttivo possono essere esclusivamente i discendenti

dell’imprenditore.

Al contratto devono comunque partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari,

per neutralizzare le pretese degli altri legittimari, in modo che questi non possono rimettere in

discussione l’attribuzione dopo la morte del disponente. Costoro possono radicalmente rinunciare

ai loro diritti relativi all’impresa; qualora non vi rinuncino, i partecipanti al patto non assegnatari

hanno diritto di essere liquidati dagli assegnatari con il pagamento di una somma corrispondente al

valore delle quote previste dal codice. Inoltre i contraenti possono convenire che la liquidazione, in

tutto o in parte, avvenga in natura.

Gli eventuali beni assegnati ai non assegnatari sono imputati alle quote di legittima loro spettanti,

secondo il valore attribuito in contratto.

La legge ammette che l’assegnazione dei beni ai partecipanti non assegnatari possa avvenire con

un successivo contratto che sia espressamente dichiarato collegato al primo e purchè vi

intervengano i medesimi soggetti che hanno partecipato al primo contratto o coloro che li abbiano

sostituiti.

Quanto ricevuto dai contraenti non è soggetto a collazione o riduzione.

I legittimari sopravvenuti (non partecipanti al contratto) possono chiedere ai beneficiari del

contratto stesso il pagamento della somma prevista dal codice. I beneficiari sono sì gli assegnatari

dell’azienda, ma anche gli altri partecipanti al patto che abbiano ricevuto la liquidazione.

È ammessa l’impugnazione per vizi del consenso. Il termine di prescrizione dell’azione di

annullamento è di un anno.

Il patto può essere anche sciolto in due casi: 1) per un successivo contratto, concluso dalle

medesime persone che hanno partecipato al patto di famiglia, avente le medesime caratteristiche

e i medesimi presupposti ( applicazione del mutuo dissenso); 2) per effetto di recesso, che deve

però essere previsto dal contratto stesso. Il recesso deve essere esercitato mediante una

dichiarazione destinata agli altri contraenit certificata da un notaio.

LA SUCCESSIONE TESTAMENTARIA

Il testamento.

È un atto col quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, delle proprie

sostanze. Esso è revocabile sino all’ultimo istante di vita.

Il principio della revocabilità è inderogabile: l’ordinamento vuole che sia garantita la libertà umana

e individuale di disporre delle proprie sostanze post mortem. Ogni clausola contraria alla revoca o

alle mutazioni testamentarie non ha effetto. Così non sono ammessi i patti successori e la

donazione mortis causa.

Caratteristica fondamentale è il suo contenuto patrimoniale. Tuttavia il testamento può contenere

anche disposizioni di carattere non patrimoniale, quali la designazione di un tutore o il

riconoscimento dei figli naturali (quest’ultimo è però revocabile).

Il testamento è un tipico negozio unilaterale, non recettizio, espressione della volontà del solo

testatore, che non ha bisogno dell’adesione di alcuno e neppure di essere rivolto o portato a

conoscenza di persone determinate.

È un atto strettamente personale (non è ammessa la rappresentanza né volontaria né legale): non

può aversi testamento perciò di un incapace ad opera del genitore o tutore. Sempre per questo

carattere non è consentito il testamento congiuntivo, fatto da due o più persone nel medesimo atto

né a vantaggio di un terzo né con disposizione reciproca.

Diverso dal testamento congiuntivo è quello simultaneo: il primo è un unico atto sottoscritto da 2 o

più persone; il secondo consta di due atti distinti, ciascuno sottoscritto da una sola persona, ma

scritti su uno stesso foglio. I testamenti simultanei non sono nulli.

Nulla vieta a due persone di disporre, in atti distinti, a favore di un terzo o l’uno a favore dell’altro, a

meno che non sia intervenuto tra i due testatori un patto successorio. È perciò nulla la disposizione

a titolo universale fatta dal testatore a condizione di essere a sua volta avvantaggiato nel

testamento dell’erede o del legatario.

Il testamento è inoltre un negozio solenne, in quanto è richiesta ad substantiam una forma

determinata.

Il testamento come negozio giuridico.

Non è ammessa una sostituzione per rappresentanza, neppure legale, trattandosi di atto

personalissimo. La capacità è la regola, l’incapacità è l’eccezione. I casi di incapacità di testare

sono tassativi e non è possibile il ricorso all’analogia.

Sono incapaci: 1) i minorenni; 2) gli interdetti per infermità mentale; 3) gli incapaci naturali. Il

testamento in tal caso è annullabile; l’impugnativa può essere proposta da chiunque ne abbia

interesse (annullabilità assoluta): l’azione si prescrive in 5 anni dall’esecuzione del testamento.

I valori predominanti nell’interpretazione del testamento (che non è regolata dalla legge) sono la

ricerca della volontà intima del disponente, che si deve ricostruire quanto più fedelmente possibile

anche mediante il ricorso ad elementi extracontrattuali, e il principio di conservazione del negozio,

che si impone proprio a causa della impossibilità di una rinnovazione dell’atto di autonomia.

Sono applicabili anche al testamento le norme sull’impugnabilità dei negozi giuridici a causa di un

c.d. vizio della volontà, e cioè per errore, violenza e dolo. Per quanto riguarda il dolo, si suole

parlare di captazione e i raggiri sono rilevanti da chiunque provengano; parimenti per l’errore, a

causa della unilateralità del negozio, è inapplicabile al testamento il principio per cui la rilevanza

dell’errore è subordinata alla sua riconoscibilità.

Mentre nei contratti e nei negozi unilaterali recettizi l’eventuale errore del dichiarante sui motivi

dell’atto resta irrilevante, l’errore sul motivo è causa di annullamento della disposizione

testamentaria, ma subordinatamente a due condizioni che restringono fortemente l’impugnabilità

dell’atto: a) a condizione che il motivo (erroneo) risulti dal testamento, vale a dire che vi sia

espressamente menzionato (es.: “nomino erede Tizio perché mi ha salvato la vita”, ma è stata

salvata da Caio); b) nonché a condizione che il motivo erroneo sia il solo che ha determinato il

testatore a disporre (se magari Caio (e non Tizio) è nominato anche perché cognato, il motivo

erroneo non è l’unico).

Il motivo illecito rende nulla la disposizione soltanto quando quel motivo risulta dal testamento ed è

il solo che ha determinato il testatore a disporre.

In caso di erronea indicazione del beneficiario, la disposizione è comunque valida quando dal

contesto del testamento, o altrimenti, sia possibile ricostruire in modo non equivoco quale persona

il testatore voleva nominare.

La dottrina ammette la simulazione del testamento in taluni casi.

L’incapacità di ricevere può dipendere, oltre che dall’incapacità di succedere, dalla tutela della

libertà testamentaria, che determina l’incapacità (assoluta) di ricevere per testamento delle

persone che potrebbero abusare della funzione esercitata (tutore, protutore, notaio, testimone,

interprete, persona che ha scritto il testamento segreto). Le incapacità previste per il tutore e il

protutore si applicano anche all’amministratore di sostegno. Sono in ogni caso valide le

disposizioni in favore dell’amministratore di sostegno che sia parente entro il quarto grado del

beneficiario dell’amministrazione, ovvero che sia il coniuge o altra persona chiamata alla funzione

in quanto stabilmente convivente.

La disposizione a favore di una persona incapace di ricevere è nulla senza che vi sia bisogno di

fornire la prova di eventuali indebite pressioni esercitate sul testatore.

Il legislatore vuole anche evitare che, per aggirare la legge, il lascito sia fatto apparentemente a

persona diversa (persona interposta) che curi poi la trasmissione del vantaggio ricevuto a quella

incapace di ricevere. E mentre in ogni altro caso occorre che chi vi ha interesse fornisca la prova

dell’interposizione, la legge presume l’interposizione allorchè la disposizione sia fatta a favore di

congiunti strettissimi della persona incapace e la dichiara senz’altro nulla.

Disposizione fiduciaria: se il testatore, rimettendosi alla coscienza di una persona nella quale

riponeva fiducia, abbia disposto a favore di quella persona dandole l’incarico di trasmettere ad un

terzo tutti o parte dei beni lasciatigli, la persona che il testatore ha voluto effettivamente

beneficiare non potrà fare nulla per ottenere i beni, a meno che la persona istituita esegua

spontaneamente la disposizione fiduciaria trasferendo i beni alla persona voluta dal testatore.

È nulla la disposizione a favore della persona incerta, e si può far luogo pertanto alla successione

legittima.

Sono nulle (nullità assoluta) le disposizioni testamentarie rimesse all’arbitrio di un terzo, mentre è

valida la clausola di un contratto che attribuisce ad un terzo la determinazione della prestazione

dedotta nel contratto stesso.

Gli elementi accidentali del testamento.

Il testamento può contenere taluni elementi accidentali.

Le disposizioni a titolo universale e particolare possono essere sottoposte a condizione,

sospensiva o risolutiva. Gli effetti della condizione operano retroattivamente, pertanto in caso di


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto commerciale sul matrimonio, un istituto che assume rilievo sia dal punto di vista religioso, sia dal punto di vista dell’ordinamento giuridico dello Stato. Per il diritto italiano il termine matrimonio è adoperato per indicare l’atto (le nozze) mediante il quale viene fondata la società coniugale (matrimonio in fieri), quanto il rapporto che ne deriva per gli sposi(matrimonio in facto).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Scannicchio Nicola.

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