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Riassunto esame Diritto Civile, prof. Ferri, libro consigliato Il Negozio Giuridico tra Libertà e Norma

Riassunto per l'esame di Diritto Civile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Il Negozio Giuridico tra Libertà e Norma, Ferri. Analisi dei seguenti argomenti: le origini e la negazione del concetto di negozio giuridico, le teorie soggettive ed oggettive, l’influenza dell’ordinamento statuale, l’oggettivazione... Vedi di più

Esame di Diritto civile docente Prof. G. Ferri

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l’esigenze di un’economia in rapida espansione che impone di considerare il

contratto non più in termini di volontà, ma in termini di necessità.

Ma dal c.c. e dalla Relaz allo stesso, sembrano emergere posizioni del tutto differenti.

E’ infatti lo stesso legislatore a chiarire che non si è voluta disciplinare la categoria

del n.g. ma in un certo senso in sua vece si è fatto riferimento al contratto quale n.g.

per eccellenza, ed ha anche affermato che le norme dettate per i contratti sono da

ritenersi applicabili, in quanto compatibili, agli atti unilaterali tra vivi a contenuto

patrimoniale e non, nonché agli accordi.

Attribuendo in tal modo al contratto una capacità espansiva che lo rende in un certo

senso sinonimo di n.g.

Al riguardo Galgano ritiene che se il procedimento di espansione della disciplina del

contratto alle altre figure negoziali si realizzasse non mediante una applicazione

diretta, ma mediante un procedimento analogico , ciò farebbe venir meno la portata

generale del contratto e dunque il suo ruolo di sinonimo del n.g. Ma a ben vedere, una

tale ipotesi porterebbe al risultato opposto da quello prospettato da Galgano, e cioè

confermerebbe la portata generale del contratto.

Infatti il presupposto su cui si fonda il procedimento analogico è, oltre a quello di una

lacuna nel sistema, quello dell’esistenza di disposizioni che regolino casi simili.

Ed è proprio perché dette norme possono trovare applicazioni in casi simili e quindi

anche oltre le ipotesi per le quali furono previste, che le stesse hanno una portato

ampia, generale.

Ci sono poi altre figure che pur essendo riconducibili alla natura negoziale non in

tutto possono far propri gli istituti che emergono dalla disciplina del contratto.

E’ il caso, ad es, del matrimonio e del testamento, per i quali, il legislatore, in rispetto

delle loro peculiarità, detta una disciplina particolare.

Per quanto attiene al testamento, bisogna anzitutto sottolineare che contrariamente a

quanto si possa pensare, la massima espansione dell’autonomia negoziale non è il

testamento, ma il contratto

Questo perché è stato sottolineato come la fonte nel fenomeno successorio è la legge,

in quanto se il de cuius può disporre delle proprie sostanze per il tempo in cui avrà

cessato di vivere, l’efficacia delle sue disposizioni, la legittimazione delle stesse sarà

la vocazione ereditaria che trova la sua fonte diretta appunto nella legge.

La volontà del testatore può imprimere una certa direzione alla vocazione, ma tale

direzione può anche essere rettificata o cambiata dalla legge. 6

Nel contratto, invece, le parti appaiono effettivamente sovrane nel decidere l’assetto

da dare ai loro interessi.

Con ciò non si vuole negare un ruolo della volontà, tanto meno negare la natura

negoziale dell’istituto. Anzi, a conferma di quest’ultima, basterà pensare all’art 42

4°c cost che al testamento sembra alludere quale mezzo per la circolazione della

proprietà.

Quindi al testamento, pur rimanendo soggetto ad una disciplina peculiare, saranno

comunque applicabili determinati principi contenuti in istituti previsti per il

contratto, come ad es in tema di interpretazione.

Lo stesso è a dirsi per il matrimonio, che presenta sue peculiarità.

Comunque, il fatto è che l’elemento ricorrente e unificante le singole figure che

compongono questa ampia categoria concettuale consiste nel fatto che in tutte è

possibile riscontrare sempre una manifestazione dell’autonomia privata.

----------------------------

Il c.c. del 1942 ha apportato una serie di novità tecniche in numerosi istituti, rispetto

alle discipline previste per gli stessi nel c.c. del 1865.

Anzitutto si è cercato di ordinare e fare chiarezza nella disciplina dell’invalidità

articolata nei due istituti della nullità (ora distinta dalla rescissione) e

dell’annullabilità, che nel sistema precedente apparivano molto ambigue e quindi

fonti di numerosi dubbi.

Nel c.c. vigente con l’annullabilità si è dato rilievo ai vizi o difetti attinenti all’iter

formativo della volontà (sia originari che sopravvenuti), con la nullità, invece, si

sono prese in considerazioni gravi mancanze nella struttura del negozio.

Riguardo all’annullabilità si sono presi in considerazione sia i vizi di formazione

della volontà, che la mancanza della capacità d’agire (art 1425 1°c) e di quella

naturale (art 1425 2°c); insomma, di quelle attitudini da cui potrebbe desumersi un

processo volitivo viziato. 7

Riguardo la nullità, l’art 1418 ne elenca alcune cause principali che attengono

appunto a gravi carenze strutturali. Tuttavia fa salve, oltre a queste, altre ipotesi

previste dalla legge.

Quest’ultime collegano la nullità ad elementi che se pur non appaiono essenziali alla

struttura del neg. vengono a qualificarne in modo determinante il momento

funzionale quando siano inserite in concreto nel neg.: come ad esempio il caso della

condizione sospensiva impossibile apposta al contratto che rende nullo lo stesso.

In altre ipotesi, in cui pure il legislatore si riferisce alla nullità, non è dato individuare

una grave carenza strutturale, quanto piuttosto un fenomeno di inidoneità del neg. a

produrre effetti, ad es per la carenza di presupposti soggettivi (art 1471) nell’autore

dello stesso più gravi di quelli (incapacità) previsti per l’annullabilità. In altre ancora

invece ci si trova di fronte ad una mancanza di legittimazione circa la situazione

soggettiva di cui si intende disporre (art 1966 2°c).

In questi ultimi casi sembrerebbe più opportuno parlare di inefficacia che di

annullabilità.

Anche se alla nullità consegue l’inefficacia, queste due nozioni operano, tuttavia,

anche in modo autonomo.

(Anzitutto bisogna distinguere il diverso ruolo nel loro operare insieme: mentre la

nullità è la causa, l’inefficacia è una conseguenza).

Infatti, vi sono ipotesi in cui negozi completi nella loro struttura sono tuttavia

inefficaci, ma non nulli: è il caso ad esempio d’una vendita sottoposta a condizione

sospensiva, in questa gli effetti sono differiti nel tempo, ma il neg. è valido.

Inoltre vi sono neg. inefficaci che possono essere ratificati e produrre i loro effetti [es:

la ratifica fatta dal rappresentato al neg. concluso da un rappresentante senza potere],

ratifica che è da escludersi può nel neg. nullo.

Un’altra novità è rappresentata dall’istituto della rescissione che è una reazione

contro l’iniquità e la sproporzione del vantaggio conseguito da una parte a danno di

un’altra (contratto concluso in stato di pericolo o di bisogno;contratti usurari).

Tale istituto è stato svincolato dalla disciplina della nullità cui lo collegava il c.c.

precedente in quanto nel nuovo c.c. il contratto che può essere rescisso, è suscettibile

anche di essere modificato e produrre effetti.

Lo stretto collegamento dell’istituto al tema di una volontà anormale che ha indotto

alla conclusione del contratto, ha fatto pensare che lo stesso fosse riconducibile ai

vizi del consenso e dunque alla disciplina dell’annullabilità. Ma il legislatore ha

scartato esplicitamente tale possibilità sancendo l’impossibilità della convalida di un

neg. rescindibile, cosa invece possibile, come sappiamo, in causa di neg. annullabile. 8

Tuttavia, come già detto, ha previsto la possibilità che il contraente contro cui è

richiesta la rescissione, la eviti offrendo alla controparte di modificare il contratto

portandolo a condizioni di equità, con questo, lo ripetiamo, svincolando tale istituto

dalla disciplina della nullità in cui in precedenza era collocato.

Riguardo alla risoluzione, invece, il legislatore ha introdotto il principio

dell’implicita soggezione dei contratti a prestazioni corrispettive alla clausola rebus

sic stantibus, accantonando il tradizionale principio per cui pacta sunt servanda.

Altro punto di rilievo nel nuovo c.c. è stato la scomparsa tra i requisiti essenziali del

contratto della capacità di agire, che invece era espressamente contemplata come

causa di nullità dal c.c. precedente. Mentre vi è il riferimento alla forma, quando

risulta prescritta dalla legge.

Per quanto riguarda la capacità d’agire la dottrina è concorde nel ritenerla come

presupposto di validità del n.g. E questo per la reciproca conseguenzialità che c’è tra

causa e neg: da un lato, dalla natura negoziale di un atto si evince l’esigenza che il

suo autore, per compierlo, debba essere capace d’agire; dall’altro, quando per un atto

è richiesta la capacità di agire, si deduce la natura negoziale dello stesso.

Tuttavia, nel nostro c.c., l’unica norma, a parte l’art 2, che fa riferimento al

collegamento suddetto è l’art 1425 1°c quando stabilisce il principio

dell’annullabilità del contratto se una delle parti era legalmente incapace di

contrattare.

D’altro canto l’art 2 certamente afferma che chi ha la capacità di agire può compiere

tutti gli atti, ma non dice anche che chi non ce l’ha non può farlo.

Infatti vi sono ipotesi in cui il minore pone in essere atti negoziali validi ed efficaci

per l’ordinamento giuridico: è il caso dell’art 1426 riguardo i raggiri usati dal minore.

Fermo restando il carattere sanzionatorio per il minore della non annullabilità del

contratto “se il minore ha con raggiri occultato la sua minore età” di fatto si finisce

per dare definitiva efficacia e validità ad un contratto pur sempre stipulato da un

contraente incapace di agire.

I requisiti del contratto introdotti col vigente codice, come sappiamo, sono l’accordo,

la causa, l’oggetto e la forma (art 1325).

L’oggetto del contratto 9

Per quanto riguarda l’OGGETTO ci si trova nella stessa non omogeneità di

definizione che abbiamo visto per la capacità.

Nel nostro c.c. manca un’esplicita norma che lo definisce, come invece accadeva nel

c.c. del 1865 che affermava che “solo le cose che sono in commercio, possono

formare oggetto di contratto”.

Infatti nel nostro c.c. gli art 1346 e ss in tema di contratti in generale non fa

riferimento al concetto di “cosa”, ma a quello di “prestazione”; o meglio, la cosa

diventa oggetto della prestazione, che a sua volta è oggetto dell’obbligazione.

Se prendiamo ad es in considerazione la vendita (e cioè il contratto più diffuso nella

pratica) troviamo che l’art 1470 la definisce come il contratto “che ha per oggetto il

trasferimento della proprietà di una cosa o il trasferimento di un altro diritto verso il

corrispettivo di un prezzo”.

Quindi oggetto della vendita non sarebbero la cosa e il prezzo, ma il trasferimento di

un diritto contro il versamento di un prezzo.

Tale soluzione viene tuttavia contraddetta dalla disposizione successiva (art 1472)

che a proposito della vendita di cosa futura afferma “nella vendita che ha per

oggetto una cosa futura”, designando quindi la cosa come oggetto di tale contratto.

In riferimento a tali ambiguità bisogna tenere ben distinti causa e oggetto, in quanto

quest’ultimo ha assunto in alcune disposizioni aspetti funzionali (come nella

definizione dell’art 1470)che si addicono alla causa; infatti, ad es, il legislatore nel

parlare di liceità-illiceità si riferisce sia alla causa che all’oggetto.

Secondo il prof, il problema deve essere esaminato dalla considerazione di oggetto

del n.g. quale bene , punto di riferimento oggettivo degli interessi coinvolti nel

regolamento negoziale; intendendo per bene non solo la realtà materiale definita

dall’art 810, ma anche bene come attività, come valore o utilità (incorporali) che

riveste un interesse giuridicamente rilevante.

[Così ad es. nella vendita oggetto saranno la cosa e il prezzo; nel trasporto oneroso

oggetto sarà il corrispettivo e l’utilità che una cosa o una persona siano in un luogo

piuttosto che in un altro, etc..].

La dottrina si è divisa tra chi considera l’oggetto del negozio il bene dedotto in esso

(es: cosa-prezzo) e chi ha cercato una interpretazione letterale. Di questi ultimi 1 ci

sono state teorie in base all’art 1470 hanno distinto tra oggetto immediato (il

trasferimento della proprietà) e oggetto mediato (il bene oggetto del trasferimento). 2

Altri hanno sottolineato che l’oggetto è l’insieme dei risultati programmati dalle 10

parti. Tale ultimo orientamento è sicuramente da scartare in quanto introducendo il

concetto di risultato sovrappone problemi diversi.

Senza poi contare le contraddizioni dell’art 1376: da una parte tende ad affermare

che nei contratti ad effetti reali l’oggetto consiste nel trasferimento del diritto;

dall’altra, si chiude con l’indicazione per cui il trasferimento di proprietà o di un

diritto non è oggetto del contratto, ma effetto del consenso.

Viste le ambiguità, in sintesi, il prof ritiene che oggetto del contratto è il bene, che è

il punto di riferimento oggettivo di interessi, ma non inteso nella sola portata

materiale dell’art 810, ma inteso anche come cosa incorporale, come valore o utilità.

Se per alcune figure contrattuali l’oggetto risulta di facile individuazione, per altre,

sembra lecito porsi determinati dubbi.

E’ il caso, ad es, dei contratti ad effetti obbligatori. In essi c’è chi ha individuato

l’oggetto del contratto nell’attività di cooperazione del debitore a che il creditore

veda soddisfatto il suo interesse. Tale orientamento evoca la summa divisio tra

obbligazioni di risultato (in cui l’interesse oggettivo del creditore si concentra,

appunto, sul risultato della prestazione del debitore) e obbligazioni di mezzi (in cui ci

si sofferma sul grado di diligenza e impegno impiegato dal debitore per eseguire la

propria prestazione).

Al riguardo bisogna dunque chiarire che ciò a cui realmente tende il creditore è al

bene dovuto, al risultato finale, per cui l’attività di cooperazione del debitore e la sua

prestazione rappresentano solo il mezzo, lo strumento per soddisfare il proprio

interesse.

Per altri contratti, invece, come già detto, appare di più facile individuazione

l’oggetto.

Nella cessione di credito onerosa, ad es, l’oggetto è il (valore economico del)

credito ceduto e il corrispettivo (normalmente in denaro).

Nel deposito gratuito è l’attività di custodia, in quello oneroso è la cosa depositata e

il compenso (non rileva l’attività di custodia che in quanto attività da esercitarsi cmq

fino alla restituzione della cosa, non rientra come oggetto del contratto). 11

Nel comodato oggetto è la cosa, verso la quale confluiscono l’interesse del

comodatario all’uso e quello del comodante alla custodia e alla restituzione.

Nella locazione oggetto è la cosa locata e la somma di denaro.

Nell’appalto oggetto è il risultato finale, l’attività di compimento dell’opera

dell’appaltatore ha rilievo, ma non è l’oggetto (es: impresa di pulizia: l’interesse

dell’appaltante non è l’attività di pulitura, ma che l’ufficio risulti pulito).

Nel mandato oggetto è il compenso del mandatario e il valore economico che la sua

attività assume per il mandante.

Nella commissione sono la provvigione e il bene acquistato (commissione ad

acquistare) o la somma ricavata dai beni venduti (commissione a vendere).

Nel contratto di agenzia il valore economico dello stesso e la retribuzione.

Nel contratto di lavoro subordinato è l’attività del lavoratore e la sua retribuzione.

Nel contratto di lavoro autonomo è la cosa o il risultato contro il compenso; a

volte, per l’aleatorietà del risultato l’oggetto è lo svolgimento della prestazione più

che il risultato [medici, avvocati].

Nel contratto di trasporto è il valore economico dello spostamento di persona o

cosa da un luogo ad un altro, in quanto lo spostamento in sé è il fine, mentre l’attività

di trasporto è il mezzo.

Nella fideiussione è il valore economico della garanzia, così come nel pegno.

Nell’ipoteca il valore del bene ipotecato

Nella transazione è il valore economico che assumono per ciascun contraente le

reciproche concessioni, non è la res litigiosa che invece costituisce il presupposto

della transazione.

Nel testamento è l’insieme dei beni su cui si dispone.

Nella donazione sono i beni (art 771: “ogg della donazione possono essere solo beni

presenti, non anche futuri”)

Nel matrimonio data la sua natura non patrimoniale, un problema di oggetto sembra

non potersi porre negli stessi termini di cui sopra. Potrebbe essere la comunione

spirituale e materiale, anche se questa appare più un effetto che un oggetto del

matrimonio. 12

Tutti questi esempi sono stati riportati per dire che l’oggetto, nell’ambito del negozio,

ha una fisionomia del tutto autonoma, che non può essere confusa né con gli effetti,

né con il risultato, né con il contenuto.

Il nuovo codice ha introdotto anche un’altra novità che riguarda un ulteriore requisito

dell’oggetto prima non contemplato, che è quello della sua liceità, che viene

determinata sui principi della non contrarietà alle norme imperative, all’ordine

pubblico e al buon costume, proprio come avviene per la causa. Secondo il prof,

riferire il requisito dell’illiceità all’oggetto appare una sorta di doppione. Molto

spesso, anzi, si finisce anche con il confondere l’illiceità della causa con quella

dell’oggetto, o più propriamente con l’impossibilità dell’oggetto: ad es la vendita

nulla di un bene di cui è proibito il commercio, non è nulla per illiceità del bene, che

per sua natura non può essere illecito(nel caso, è impossibile), ma per illiceità del

fine, della causa. LA FORMA NELL’ATTO NON NEGOZIALE

Riguardo alla forma bisogna anzitutto osservare come in passato, l’espressione forma

ebbe un significato generico fino a ricomprendere ogni requisito dell’atto.

Attualmente, invece, la sua definizione si è specializzata fino a ricomprendere solo il

modo in cui avviene la manifestazione della volontà e in cui la stessa è resa certa

(presentazione di testi, redazione di verbale, etc.).

Posta l’inscindibilità tra volontà e dichiarazione, la forma appare lo strumento per

portare nel “mondo esteriore” la volontà del soggetto.

Il nostro c.c. (art 1325) ha inserito la forma tra gli elementi essenziali del contratto,

quando risulta che sia prevista dalla legge sotto pena di nullità.

Tuttavia questa disposizione non attenua certo, come qualcuno ha pur sostenuto, il

principio della libertà della forma, che sembra essere la regola nel nostro

ordinamento.

Vi è poi la forma volontaria (quella prevista in accordo dalle parti, art 1352) la cui

mancanza non ricade certo nella nullità in cui sembra invece volerla collocare il

legislatore, visto che tale mancanza può essere fatta valere solo dalla parte

interessata, che può dunque anche rinunziarvi.

Inoltre nel nostro c.c. si distingue tra forma ad substantiam (la cui mancanza

produce nullità), da quella ad probationem (che assolve alla funzione di mezzo di

prova) rischiando di fare confusione tra due momenti diversi: infatti mentre con 13

quest’ultima noi non parliamo forma dell’atto, ma di forma della prova e mettiamo in

evidenza quindi un profilo funzionale della forma (ed è a tutela di un interesse

privato); con la prima, ci riferiamo alla forma dell’atto, mettendo con ciò in evidenza

un profilo strutturale (ed è a tutela di un interesse generale), che se vogliamo

ricomprende anche quello funzionale, visto che una forma richiesta ad substantiam è

sicuramente valida anche ad probationem.

In ogni caso le discussioni in dottrina vertono soprattutto sull’interrogativo se si

possa o meno riproporre tale distinzione di forme anche agli atti non negoziali.

In dottrina si è soliti far coincidere la forma ad substantiam con la forma vincolata.

Tuttavia, se possiamo ritenere valido che ogni qual volta, nel negozio, la forma sia

vincolata questa è anche da ritenersi ad substantiam, non è vero il contrario (fare

esempio suddetto dell’art 1352), in quanto la forma vincolata non sempre attiene ad

un profilo strutturale, anzi a volte è solo richiesta con finalità di integrazione o di

pubblicità.

Dunque, nel negozio, la forma adempie a diverse finalità.

Riguardo alla forma dell’atto non negoziale, il legislatore non offre esplicite

indicazioni, giusto il riferimento contenuto nella Relazione al c.c. sulla capacità di

espansione della disciplina dei contratti agli atti patrimoniali e non.

In ogni caso nell’atto non negoziale, il profilo della forma, va trattato in modo

autonomo e differente rispetto al n.g., in quanto se ad esso sembra appropriata la

distinzione tra forme libere e vincolate, non lo è quella tra forma ad substantiam e ad

probationem a causa della diversa struttura dell’atto non negoziale e del negozio.

(Fermo restando che comunque da una forma non si può prescindere neanche per

l’atto non negoziale, poiché anche l’atto, come il negozio, mette in relazione un

soggetto con altri soggetti).

Infatti il n.g. è, come sappiamo, un’autoregolamentazione di interessi per cui gli

effetti, quindi le modificazioni giuridiche, derivano dalle regole determinate dagli

autori del negozio.

L’atto non negoziale [es: promessa di matrimonio art. 79, specificazione art 940]

rileva invece come mero presupposto di effetti già prestabiliti o 1.in una norma o 2.

in una situazione giuridica soggettiva attiva (atto di esercizio) o passiva (atto di

esecuzione).

Nel 1 caso, nella norma stessa sono presenti e disciplinate le modificazioni soggettive

che dall’atto, se si realizzi, potranno derivare: dunque l’atto non potrà che produrre

quegli effetti previsti dalla norma e non altri. Al riguardo rileva quindi una volontà 14


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flaviael

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Riassunto per l'esame di Diritto Civile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Il Negozio Giuridico tra Libertà e Norma, Ferri. Analisi dei seguenti argomenti: le origini e la negazione del concetto di negozio giuridico, le teorie soggettive ed oggettive, l’influenza dell’ordinamento statuale, l’oggettivazione e gli effetti giuridici, le condizioni di equità e di nullità, la clausola rebus sic stantibus, le caratteristiche dei contratti ad effetti obbligatori.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Ferri Giovanni Battista.

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