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Diritto canonico - Corso completo

Appunti di Diritto Canonico. Gli argomenti trattati sono: il concetto di diritto canonico e la sua evoluzione nella storia, la Chiesa e il diritto, il diritto divino e il diritto umano, l' ordinamento canonico, il diritto costituzionale canonico e la relativa formalizzazione, la delimitazione del diritto... Vedi di più

Esame di Diritto Canonico docente Prof. G. Lo Castro

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c) Un’interpretazione dottrinale della legislazione canonica che, distinguendo ciò che è

fondamentale da ciò che non lo è, renda più facile l’effettività della prevalenza della costituzione.

d) Le consuetudini, che contribuiscono a tutelare i dir. fondamentali, l’esigibilità dei correlativi

doveri e il retto esercizio della funzioni di governo.

e) La giurisprudenza, quando risolve casi concreti tenendo presente la prevalenza del dir.

costituzionale.

V. CONTENUTI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE DELLA CHIESA.

23. IL FINE DELLA CHIESA.

E’ costante affermazione del Magistero della Chiesa, che la società ecclesiastica, ha come fine la

salvezza delle anime. Inoltre, è un luogo comune della tradizione canonica, qualificare la salvezza

delle anime, come legge suprema della Chiesa.

La Chiesa infatti, possiede e distribuisce i mezzi perché l’uomo, possa partecipare in questo mondo

alla vita soprannaturale e ricevere gli aiuti spirituali opportuni per evitare il peccato e praticare la

virtù. La parola di Dio e i sacramenti sono considerati, il patrimonio fondamentale della società

ecclesiale, che deve essere dispensato per il bene soprannaturale dei fedeli.

Bisogna ricordare a tal proposito che il dualismo cristiano, consiste nel fatto che la Chiesa, si

considera indipendente ed autonoma nella promozione del bene soprannaturale dell’uomo, ma

afferma che il conseguimento del bene comune temporale, spetta alla comunità politica, retta da

distinti principi.

24. FIGURA GIURIDICA DELLA CHIESA.

Del Giudice ha definito la Chiesa, come una corporazione istituzionale, non territoriale, provvista di

sovranità originaria e di capacità soggettiva pubblica e privata. Con il termine corporazione si vuole

evidenziare che la Chiesa è un insieme di persone: la comunità di coloro che credono in Cristo.

Quanto alla sua indole costituzionale, la comunità dei fedeli, si forma in risposta ad una chiamata Di

Cristo, permeata dal fine della salvezza delle anime; gli uomini sono chiamati alla Chiesa per la loro

personale salvezza, ma entrando nella Chiesa restano impegnati a salvare tutti i loro simili, compito

che rappresenta il fine che definisce la Chiesa come società; poiché d’altra parte, il fine della

salvezza riguarda tutta l’umanità, l’ordinamento giuridico della Chiesa, non è vincolato ad alcun

territorio, né ad alcuna razza o classe sociale, pertanto essa è una società universale.

Inoltre quando si afferma che la Chiesa ha una capacità soggettiva pubblica oltre che privata, ci si

riferisce a 2 tipi di questioni: da una parte si fa riferimento al fatto che la Chiesa, qualora non le

fosse riconosciuta la soggettività pubblica, in un determinato Stato, agirebbe giuridicamente, nella

sua proiezione ad extra, per le vie consentite dagli ordinamento giuridici, ai distinti gruppi sociali; si

mette anche in evidenza che la Chiesa, per svilupparsi nel mondo, ha anche bisogno di usare bene

temporali, il che comporta il potere di acquisirli, amministrarli e alienarli attraverso negozi giuridici

di dir. patrimoniale privato. Di fatto, tuttavia, mai la Chiesa unitariamente considerata, è soggetto di

tali tipi di negozi giuridici e molto raramente lo è la S.Sede. La questione in pratica si riduce al tema

della personalità civile degli enti ecclesiastici.

25. DIRITTI E DOVERI FONDAMENTALI DEI FEDELI.

Il fine della salvezza delle anime, serve anche a comprendere i dir. e i doveri fondamentali (che la

costituzione della Chiesa riconosce e tutela) e la posizione dei soggetti che hanno la titolarità per

esercitarli.

La condizione di membri della Chiesa, con la pienezza dei dir. e dei doveri fondamentali, è propria

dei fedeli cristiani, di coloro cioè che si sono incorporati a Cristo attraverso il battesimo. La

condizione di fedele si ottiene mediante la comunione con la Chiesa per mezzo dei vincoli della

professione della fede, dei sacramenti e del regime ecclesiastico.

Per comprendere con chiarezza la condizione giuridica del fedele, è necessario tener presente 2

principi fondamentali della costituzione del popolo di Dio: principio di uguaglianza e principio di

varietà; in virtù del principio di uguaglianza, “tutte le persone appartenenti alla Chiesa, hanno uno

statuto giuridico fondamentale comune, perché tutte hanno la stessa fondamentale condizione, una

primaria categoria comune”. 11

Il nucleo costituzionale della condizione del fedele, è definito da 2 fondamentali coordinate di dir.

divino, efficacemente evidenziate dal Concilio Vaticano II. Una di esse è rappresentata dal dato

della libertà e della dignità come condizione propria del fedele, poiché il popolo di Dio, ha per

missione “la dignità e la libertà dei figli di Dio”; l’altra è data dal fatto che tale dignità e libertà si

spiegano in funzione della corresponsabilità spettante a tutti i fedeli per l’edificazione della Chiesa e

per il conseguimento del suo fine.

Il fondamento della condizione del fedele, risiede in un elemento d’indole soprannaturale, cioè

nell’efficacia del battesimo, che eleva colui che lo riceve all’ordine della grazia, incorporandolo allo

stesso tempo alla società ecclesiastica.

Il Codice di dir canonico ha formalizzato i dir. e i doveri fondamentali del fedele nei can 208-223;

altri testi formalizzano i dir. e i doveri riguardanti la libertà e l’iniziativa che spettano ai fedeli per il

conseguimento del fine della Chiesa.

Come ha messo in evidenza Hervada i dir. fondamentali sono universali (applicabili a tutti i fedeli),

perpetui,irrinunciabili, erga omnes.

26. CONSEGUENZE GIURIDICO-SOGGETTIVE DEL PRINCIPIO

COSTITUZIONALE DI VARIETA’.

Il principio di varietà evidenzia (movendo dalla condizione comune del fedele, diverse modalità

nell’agire del cristiano; è lo Spirito Santo a condurre i fedeli attraverso distinti cammini di

spiritualità. Il Concilio Vaticano II ha proposto tali principio nei seguenti termini “ la santa Chiesa

è, per divina istituzione, organizzata e diretta con mirabile varietà”.

La dimensione giuridica del principio di varietà si manifesta, innanzitutto, nei dir. fondamentali che

tutelano la libertà e l’iniziativa dei fedeli, per la costituzione del fine della Chiesa, rendendo così

possibile il legittimo pluralismo.

La Chiesa, è un popolo sacerdotale, nel quale tutti i fedeli, partecipano al sacerdozio cristiano;

tuttavia anche in questo aspetto, si manifesta il principio di varietà, poiché vi sono 2 modi di

prender parte al sacerdozio: il sacerdozio comune di tutti i fedeli battezzati e il sacerdozio

ministeriale, al quale si partecipa attraverso la recezione del sacramento dell’ordine.

I fedeli che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine, sono chiamati sacri ministri o chierici;

viceversa i fedeli non ordinati si chiamano laici.

Esistono 3 gradi del sacramento dell’ordine: il diaconato, il presbiterato e l’episcopato; pertanto i

ministri sacri o chierici, si suddistinguono in diaconi, presbiteri e vescovi.

Il Codice contrappone da un punto di vista terminologico i chierici o i ministri sacri ai laici, pertanto

i laici dal punto di vista terminologico, sarebbero i fedeli non ordinati; tuttavia si precisa che la vita

consacrata, può essere seguita tanto dai chierici o ministri sacri, tanto dai laici.

Sino al Concilio Vaticano II, si affermava, che nella Chiesa esistevano 3 stati fondamentali: i

chierici, i religiosi e i laici, ciascuno di essi definito da specifici dir. e doveri. Dopo il Concilio

Vaticano II, tale concezione per stati deve essere considerata superata poiché incompatibile con una

visione unitaria della comune condizione del fedele. Ne è derivata la proposta di Fornès, di

abbandonare la nozione di status e di sostituirla con quella di condizione giuridica. Non sono

mancati tuttavia canonisti, che hanno proposto di conservare il termine status, attribuendo ad esso

un significato più flessibile, compatibile con l’idea di una comune condizione (quella di fedele), il

cui contenuto giuridico, sarebbe rappresentato dai dir. e dai doveri fondamentali; proprio

quest’ultima condizione è predominante nella terminologia del nuovo Codice.

27. SACERDOZIO E GOVERNO ECCLESIASTICO: PRERCEDENTI. A)

IMPOSTAZIONE.

Un altro grande tema del dir. costituzionale canonico, da porre accanto ai dir. dei fedeli, è

rappresentato dal fondamento del potere della Chiesa. In realtà entrambi tali temi, sono 2 facce della

stessa moneta: la Chiesa infatti è una società dotata di organi gerarchici, perché è strutturata

organicamente al servizio della dignità e della libertà che rappresentano la condizione del popolo di

Dio. 12

B) LE FUNZIONI GERARCHICHE NELLA STORIA: POTESTA’ DI ORDINE E

POTESTA’ DI GIURISDIZIONE.

Esistono 2 modi di partecipare al sacerdozio di Cristo: il sacerdozio comune e quello ministeriale;

ad entrambi si partecipa per via sacramentale (poiché il sacerdozio comune dei fedeli si riceve con il

sacramento del battesimo e quello ministeriale attraverso il sacramento dell’ordine).

Questa distinzione, ha indotto numerosi teologi a denominare sacra gerarchia l’insieme delle

persone ordinate, vale a dire i ministri sacri, ciò induce ad affermare che colo che fanno parte della

sacra gerarchia, godono della sacra potestà.

I vescovi e i presbiteri, ricevono attraverso il sacramento dell’ordine la facoltà di compiere segni

sacramentali; la facoltà di realizzare segni sacramentali efficaci può essere chiamata potere.

I vescovi, hanno maggiori poteri sacramentali dei presbiteri, anche se gli uni e gli altri partecipano

al sacerdozio ministeriale. Quanto ai diaconi, che ricevono il sacramento dell’ordine, non hanno

poteri sacramentali in senso stretto, ma sono ordinati, per il compimento dei ministeri intimamente

connessi con la vita sacramentale della Chiesa.

Facendo riferimento ai primi secoli della vita della Chiesa, la sacra gerarchia, costituita dai vescovi,

dai presbiteri e dai diaconi, aveva ( oltre alle funzioni connesse con i sacramenti), un compito

decisivo nella struttura gerarchica di ciascuna delle comunità locali cristiane, governate appunto dal

vescovo con la collaborazione dei presbiteri e dei diaconi; la distinzione fra la funzione di indole

ontologico-sacramentale e la funzione di governo, neppure si poneva.

Tuttavia già nel primo millennio, è dato osservare fatti che fanno comprendere la distinzione tra le

funzioni ontologico-sacramentali e quelle di governo delle comunità cristiane: nel Decreto di

Graziano si distingue la potestà di amministrare le cose spirituali dalla potestà di reggere,

governare, comandare; la distinzione è ancora più nitida in dei testi del 1180 e dei primi decenni del

XIII sec. Ciò dimostra che la più antica scienza canonica, conobbe la bipartizione di potestà, che

sarà usuale per secoli fra i canonisti e che sarà raccolta nel Codice del 1917: e cioè la potestà di

ordine (che abilita alla formazione e alla bipartizione dei sacramenti e che si trasmette attraverso

l’ordinazione) e la potestà di giurisdizione o potestà di governare la società ecclesiastica, (che è

conferita mediante la missione canonica).

C) LA BIPARTIZIONE DELLE POTESTA’ NELL’ETA’ MODERNA:

PROTESTANTESIMO E CONTRORIFORMA CATTOLICA.

La distinzione fra potestà di ordine e di giurisdizione, provocò posizioni incompatibili con la fede

della Chiesa. In effetti, alcune tendenze antigiuridiciste (specialmente dopo la redazione del

Defensor pacis di Marsilio da Padova) separarono del tutto queste 2 potestà. Per Marsilio da

Padova, solo la potestà di ordine spettava alla Chiesa, mentre quella di giurisdizione era una

funzione di governo che spettava ai laici; Marsilio quindi considerava ecclesiastica, soltanto quella

d’ordine.

Anche il protestantesimo negava l’esistenza della potestà ecclesiastica di giurisdizione. Inoltre, la

teologia dei riformatori, conteneva la negazione della potestà d’ordine.

Il Concilio di Trento, riaffermò la distinzione tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale e,

conseguentemente, l’esistenza della potestà di ordine; mentre i teologi e i canonisti dell’epoca

(specialmente da Roberto Bellermino in poi) difesero l’esistenza della potestà ecclesiastica di

giurisdizione.

Successivamente la Chiesa, nel momento in cui entrò in vigore il Codice del 1917, era concepita

come una società, nettamente differenziata dalla società civile, le cui funzioni direttive, erano

esercitate quasi esclusivamente dai presbiteri e dai vescovi, che hanno ricevuto sacramentalmente la

potestà di ordine e – mediante la missione canonica – possono ricevere la potestà di giurisdizione.

D) POSIZIONI DOTTRINALI POSTERIORI AL CODICE DEL 1917.

Del Giudice e De Bernardis, considerarono la potestà di giurisdizione, come il dato fondamentale

per la comprensione del sistema del dir. canonico, essendo in questa fondata la spiegazione

dell’efficacia delle norme di dir. umano e della canonizzazione delle norme di dir. divino. 13

Diametralmente opposta, è invece la posizione di Klaus Morsdorf, volta a sottolineare la radicale

unità della potestà sacra, fondata nell’unione fra potestà di ordine e potestà di giurisdizione.

E) LE DISCUSSIONI SUI LAICI.

Non erano infrequenti nella disciplina canonica tradizionale, gli es. di incarichi amministrativi e di

governo nella Chiesa eseguiti da laici, cioè da fedeli cristiani che non avevano ricevuto né gli ordini

minori o maggiori né la tonsura. Talvolta si trattava di incarichi, di indubitabile importanza nel

piano dell’organizzazione ecclesiastica, dell’applicazione del dir: (funzione giudiziaria) o

dell’amministrazione del patrimonio della Chiesa. Invece (per ragioni fondamentali di indole

costituzionale) non potevano essere esercitati dai laici, le funzioni principali di una chiesa

particolare (tale incarico era riservato ai vescovi) o gli uffici che, comportando la cura delle anime

dei fedeli, possono essere svolti, solamente se il loro titolare, esercita le facoltà nel piano

ontologico- sacramentale, conferito dal sacramento dell’ordine.

La linea disciplinare culminante ne l Codice del 1917, riservò al clero tutti gli uffici ecclesiastici e

concepisce il laicato in una posizione passiva, con la conseguente clericalizzazione della struttura

gerarchica della Chiesa-società. La rettifica di tale impostazione, fu portata a compimento dal

Concilio vaticano II e dal codice del 1983, con l’affermazione del principio costituzionale

dell’uguaglianza radicale e con la proclamazione dei dir. fondamentali del fedele.

Su un piano più strettamente dottrinale, il tema dei laici, fu considerato con attenzione da parte dei

teologi.

Congar elaborò la sua teoria del laicato distinguendo la Chiesa-istituzione dalla Chiesa-comunità,

con 2 principi organizzativi – istituzionale e comunitario – il secondo dei quali, avrebbe giustificato

la funzione del laico nella Chiesa.

Da parte sua K. Rahner, muove dalla distinzione fra potestà di ordine e potestà di giurisdizione ed

afferma che il concetto di chierico, non può essere fondato sul modo di trasmettere la potestà, ma

sul contenuto del potere conferito.Egli propose un’amplissima nozione teologica di clero, nella

quale, restava incluso ogni cristiano che giuridicamente fosse in possesso di qualche potere liturgico

o giuridico non incluso nei dir. fondamentali propri di ogni battezzato.

Tali posizioni furono criticate da Morsdorf, in quanto la prima, implicava una rottura arbitraria delle

nozioni di istituzione e di comunità, dimenticando che la Chiesa è per l’appunto una comunità.

Nella tesi di Rahner, invece, Morsdorf vedeva una conseguenza dell’eccessiva separazione tra

potestà di ordine e potestà di giurisdizione.

28. LA DOTTRINA DEL CONCILIO VATICANO II SUL SACERDOZIO E SUL

POTERE DELLA CHIESA.

La cost. Lumen Gentium, sostiene che tutti i fedeli partecipano al sacerdozio di Cristo, ma precisa

anche che tra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, esiste una

distinzione essenziale e non solo di grado. Questo stesso documento, si occupa solamente dei gradi

sacramentali che tradizionalmente formano la gerarchia di ordine e cioè vescovi, presbiteri e

diaconi; riferendosi ad essi in maniera gerarchica, li descrive come “ i ministri che hanno la sacra

potestà”.

La linea seguita dalla Lumen Gentium, stabilisce un’armonica connessione tra il sacramento di

ordine e le funzioni di governo della Chiesa-società.

Il Concilio Vaticano II, nel momento in cui attesta la natura sacramentale della consacrazione

episcopale, afferma che tale consacrazione conferisce la funzione, non solo di santificare ma anche

di insegnare e governare.

Da ciò si può dedurre che la dottrina del Vaticano II afferma la complementarietà della potestà di

ordine e la potestà di giurisdizione.

Quanto al potere della Chiesa bisogna tener presente, che i problemi fondamentali del suo regime

giuridico, non possono essere compresi con le sole nozioni teologiche riguardanti gli effetti

dell’ordinazione, è necessaria infatti una costruzione giuridica che tenga anche ne l dovuto conto

l’idea della Chiesa come comunione gerarchica. Tale costruzione è stata portata a compimento da

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autori come Pervada, Souto e Delgado, i quali hanno elaborato una nozione unitaria

dell’organizzazione ecclesiastica.

Riguardo i laici, il Concilio Vaticano II, sostiene che questi, possono essere chiamati in diversi

modi a collaborare con l’apostolato della gerarchia. Hanno inoltre capacità per essere assunti dalla

gerarchia per esercitare, per un fine spirituale, alcuni uffici ecclesiastici.

29. L’ORGANIZZAZIONE ECCLESIASTICA.

Per organizzazione ecclesiastica si deve intendere “ l’ordinazione organica della dimensione

ufficiale e pubblica della Chiesa”.

Dallo studio di Hervada si deduce che sebbene gli ordini dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi,

costituiscano una linea di sviluppo fondamentale dell’organizzazione ecclesiastica, tale linea non è

l’unica, poiché vi sono funzioni pubbliche e poteri (fra i quali un es. significativa è dato dal primato

del papa), che non sono attribuiti per via sacramentale, ma attraverso atti d’indole prettamente

giuridica. Ne deriva che accanto all’ordine dei chierici, vi sono nella Chiesa “una serie di organismi,

uffici, istituzioni ecc. d’indole molto diversa, tutti ordinati ai fini pubblici della Chiesa,

V’è dunque una duplice via per attribuire i ministeri ecclesiastici: il sacramento dell’ordine e la

missione canonica. Ciò non significa tuttavia distinguere l’elemento ontologico-sacramentale da

quello giuridico giacché entrambi trovano la loro unità in Cristo.

La missione canonica è l’atto che legittima ad agire nel nome e nella potestà di Cristo. Viceversa,

quando l’azione consiste nell’amministrazione dei sacramenti, l’attuazione è strumentale; non si

agisce in nome di Cristo, ma si formano riti la cui efficacia è prodotta direttamente da Cristo.

30. LE PUBBLICHE FUNZIONI.

Il codice del 1983, ha accolto la visione tripartita delle funzioni della Chiesa. Tale visione è stata

manifestata anche dal Concilio Vaticano II. Distinguiamo infatti:

a) La funzione di santificare,qualificata esplicitamente come pubblica funzione dal legislatore. E’

diretta al culto divino ed alla santificazione dei fedeli, mediante la formazione e l’amministrazione

dei sacramenti.

b) La funzione di insegnare che spetta alla Chiesa, alla quale Cristo affidò il deposito della fede; la

funzione di insegnare in modo vincolante è attribuita a singole persone o ad organi o ad uffici,

secondo la disposizioni del dir; viceversa, la funzione di far conoscere la dottrina evangelica, in

modo non vincolante, è propria di tutti i fedeli.

c) La funzione di governare è l’insieme di attività volte ad ordinare la vita sociale della Chiesa. Ad

essa partecipano tutti i fedeli, e specialmente coloro che hanno ricevuto gli ordini. La funzione di

governare si manifesta pienamente come potestà di regime o potestà di giurisdizione.

31. LA POTESTA’ DI REGIME.

Si denomina potestà di regime o di giurisdizione, il potere di governare i fedeli nella vita sociale

della Chiesa. La potestà di regime, è esercitata per il conseguimento della salvezza delle anime; essa

pertanto non mira solamente a dare forma ad un ordine sociale esterno, ma tende inoltre a far sì, che

l’ordine esterno sia consono con le disposizioni interiori dei fedeli.

Discende da ciò la distinzione tra il foro esterno (nel quale sono prese in considerazione, le

situazioni determinabili mediante gli abituali mezzi di prova) e il foro interno o di coscienza (che

riguarda le situazioni interiori, tenendo presente i dati che solo l’interessato conosce e può

dichiarare; un es. è il sacramento della penitenza, ma l’esercizio della potestà di giurisdizione nel

foro interno, può avvenire in altri modi, attraverso ad es. i precetti o le dispense).

La potestà di regime è nella Chiesa per istituzione divina, vale a dire che la Chiesa è stata dotata,

per volontà fondazionale,del potere necessario per governare la vita sociale dei fedeli.

L’organizzazione dell’esercizio del potere e l’attribuzioni ad organi o a persone di facoltà concrete,

per governare la vita sociale, sono determinate dal dir, come logica conseguenza dell’indole

giuridica della Chiesa-società.

Il can.129, stabilisce che sia i ministri sacri sia i laici, esercitano facoltà connesse con l’esercizio

della potestà di governo. 15

Degli organi che partecipano all’esercizio della potestà di regime alcuni devono essere considerati

essenziali, per mandato imperativo della costituzione stessa della Chiesa. Tali organi sono: il

Collegio episcopale, il cui capo è il Romano Pontefice, e ciascuno dei vescovi che sono preposti alle

distinte chiese particolari. La potestà di regime del Collegio episcopale, del Romano Pontefice e del

vescovo diocesano si denomina ordinaria (essendo posseduta in ragione dell’ufficio), e propria

(poiché a tali uffici spetta un potere costituzionalmente originario e non derivante da altri uffici).

32. ORGANI COSTITUZIONALI. A) IL COLLEGIO EPISCOPALE.

Si denomina Collegio episcopale, l’insieme di tutti i fedeli che hanno ricevuto l’ordinazione

episcopale e sono in comunione con la Chiesa cattolica e,pertanto, con il vescovo di Roma e con gli

altri vescovi.

Fanno parte del Collegio sia vescovi che sono proposti ad una chiesa particolare attraverso la

missione canonica, sia quelli che hanno lasciato tale funzione (vescovi dimissionari) o che sono

stati consacrati per lo svolgimento di altri compiti.

Il Collegio episcopale, come entità unitaria, ha tutti i poteri costituzionalmente necessari perché

nella Chiesa siano svolte le funzioni di santificare, insegnare e governare.

Il vescovo di Roma è il capo del Collegio episcopale.

Quanto alle modalità di esercizio del potere del Collegio episcopale, bisogna dire che il modo più

solenne è rappresentato dal Concilio ecumenico (assemblea alla quale, tutti e solamente i membri

del Collegio episcopale, hanno il dir. e il dovere di assistere con voto deliberativo.

Il Romano Pontefice, può chiamare a partecipare al Concilio ecumenico, altri fedeli privi della

dignità episcopale, precisando le funzioni che da loro devono essere scolte nel Concilio stesso.

Spetta al Romano Pontefice convocare il Concilio ecumenico, presiederlo direttamente o per mezzo

di altri, fissare e trasferire il luogo dove deve essere celebrato,sospenderlo o chiuderlo, determinare

le questioni che debbono essere trattate o ammettere che il Concilio deliberi anche su materie

proposte dai padri conciliari. Le decisioni sono approvate dal Romano Pontefice, con gli altri padri

conciliari, e dopo la conferma da parte del papa,sono promulgate per suo ordine.

Quando l’ufficio del papa resta vacante nel corso della celebrazione di un concilio

ecumenico,questo è automaticamente sospeso finché il nuovo Ramano Pontefice non decide di

continuarlo o chiuderlo.

Il Concilio ecumenico, è celebrato molto raramente, basti pensare che nei 2 millenni della storia

della Chiesa, sono stati celebrati solo 21 concili ecumenici.

B) IL ROMANO PONTEFICE.

Riguardo la struttura costituzionale dell’organizzazione ecclesiastica, bisogna dire che al Romano

Pontefice spetta un potere di supremazia, che include tutte le facoltà necessarie, per assicurare

l’esercizio delle funzioni di santificare, insegnare e governare. Egli ha tale potere come vescovo di

Roma: cioè, come successore di Pietro, il primo degli apostoli (siamo pertanto in presenza di una

potestà fondata nel dir. divino, la cui esistenza, per volontà di Cristo, è affermata dal Nuovo

Testamento).

Il can 331, nell’enumerare i titoli pontifici, mette al primo posto quello di capo del Collegio dei

vescovi, aggiungendo poi i titoli tradizionali di vicario di Cristo e pastore della Chiesa universale.

Quando si afferma che il papa è vicario di Cristo, si vuol mettere in luce che il primato invisibile di

Cristo, si manifesterebbe nella funzione del Romano Pontefice come capo visibile della comunità

dei credenti.

Il can 331, riconosce infine al vescovo di Roma il titolo di pastore della Chiesa universale; in virtù

di tale titolo la sua facoltà di regime è ordinaria (in quanto connessa al suo ufficio), propria

(trattandosi di un ufficio costituzionale le cui funzioni sono esercitate in nome altrui),

piena,immediata e universale.

Il suo potere, non solo sulla Chiesa universale, ma anche su tutte le chiese particolari ed i loro

raggruppamenti, rafforza e garantisce al tempo stesso la potestà propria, ordinaria ed immediata che

i vescovi hanno sulle chiese particolari affidate alla loro cura. 16

Il can. 331, afferma poi che il Romano Pontefice “può esercitare liberamente i suoi poteri”; con tale

espressione si dichiara incostituzionale qualunque legge, consuetudine, uso o comportamento che

condiziona la libertà d’agire del papa, nell’esercizio della sue responsabilità. Gli ordinamenti statali

o internazionali inoltre, non possono farsi intermediari della sue funzioni.

Il Romano Pontefice “ottiene la potestà piena e suprema nella Chiesa con l’elezione legittima da lui

accettata insieme con la consacrazione episcopale”.

L’elezione del Romano Pontefice è riservata ai cardinali che non abbiano superato gli 80 anni. Essa

è fatta nella conclave, restando così gli elettori isolati dal mondo esterno, perché sia garantita la loro

indipendenza e libertà.

Il papa cessa dal suo ufficio per morte o per rinuncia libera.

Il Romano Pontefice, oltre ad avere piena potestà sulla Chiesa universale, è capo di uno stato

simbolico: lo Stato della Città del Vaticano. Le espressioni Sede Apostolica o S. sede, indicano la

sede episcopale di Roma e pertanto l’ufficio del Romano Pontefice; tuttavia il Codice,

frequentemente usa tale termine in senso più ampio, per riferirsi all’insieme degli organismi del

governo centrale della Chiesa che formano la Curia Romana. Buona parte degli Stati ed organismi

internazionali, riconoscono alla S. sede allo Stato Città del Vaticano, la personalità giuridica

internazionale.

C) IL VESCOVO DIOCESANO E LA CHIESA PARTICOLARE.

Il ministero pastorale (al quale si è ordinati attraverso la consacrazione canonica), raggiunge la

pienezza del suo significato quando i vescovi “reggono le chiese particolari a loro affidate come

vicari e legati di Cristo” attraverso la missione canonica (cioè mediante la determinazione canonico-

giuridica da parte dell’autorità ecclesiastica). Sotto tale profilo è possibile avvertire l’importanza di

2 elementi fondamentali del dir.costituzionale canonico: il vescovo diocesano e la chiesa

particolare.

La funzione del vescovo diocesano, è considerata pastorale in vari documenti del Concilio Vaticano

II e, con speciale rilievo, nella rubrica che dà inizio al decr. Christus Dominus.

Esistono differenze fra i vescovi membri del Collegio (ai quali però non è stato affidato il governo

di una diocesi) e gli altri vescovi che, mediante la missione canonica, sono stati preposti ad una

chiesa particolare; Souto ha sintetizzato tali differenze dicendo che: a) il vescovo con la

consacrazione acquisisce una funzione pastorale di dimensione universale; b) come capo di una

chiesa particolare, svolge una funzione pastorale di dimensione universale; c) tale limite non

rappresenta una restrizione della missione canonica del vescovo, la quale conserva la sua

dimensione universale; d) la differenza fra queste funzioni – diocesana ed universale – sta nel fatto

che la prima non è esercitata con potere di giurisdizione, mentre la seconda è esercitata dal vescovo

come titolare di un ufficio ed è dotata del conveniente potere di giurisdizione.

Il can. 368, pone un principio fondamentale, infatti si sostiene che “le chiese particolari, nelle quali

e attraverso le quali si manifesta la sola unica Chiesa cattolica, sono innanzitutto le diocesi. La

diocesi è la porzione del popolo di Dio affidata alla cura pastorale di un vescovo, coadiuvato dal suo

presbiterio”. Tale testo presenta come es. tipico delle chiese particolari, le attuali diocesi, ma non

assume la loro dimensione territoriale come elemento essenziale. Sono possibili anche diocesi

personali, nelle quali la comunità è delimitata attraverso criteri diversi dal territorio.

Il can. 368, sottolinea che nelle chiese particolari è presente la Chiesa una e unica, la quale si

manifesta nelle e attraverso le chiese particolari. Le chiese particolari, pertanto, non sono “distretti”

della Chiesa universale, né i suoi vescovi sono delegati o esecutori della potestà del papa. La chiesa

particolare, ha nell’ordinamento canonico, indole costituzionale, poiché la Chiesa universale, è

un’unione di chiese particolari.

33. SVILUPPO DELL’ORGANIZZAZIONE ECCLESIASTICA.

La struttura dell’organizzazione ufficiale della Chiesa, ha la sua armatura costituzionale, nelle

funzioni svolte dal Collegio episcopale, dal Romano Pontefice e dal vescovo diocesano; tuttavia la

sua struttura non si esaurisce in essi, ma si sviluppa, mediante il decentramento di parte delle

funzioni e dei poteri costituzionali, in numerosi organismi e persone. Tale decentramento, è

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richiesto dall’ampiezza e dalla dispersione geografica del popolo di Dio e dalla molteplicità dei

compiti affidati all’organizzazione ecclesiastica.

Il decentramento della partecipazione ministeriale al sacerdozio di Cristo, si attua attraverso la

distinzione in gradi del sacramento dell’ordine; nella Chiesa, oltre ai vescovi, vi sono i presbiteri e i

diaconi. Da parte loro, anche i fedeli laici, partecipano al sacerdozio di Cristo, con il conseguimento

attraverso il battesimo del sacerdozio comune.

Bisogna tenere presente che la Chiesa conferisce compiti e ministeri secondo diverse tecniche di

organizzazione, e vari uffici e persone sono legittimate ad esercitare la potestà di regime; in tali

casi, tuttavia, non si tratta di potestà ordinaria propria (della quale sono titolari solamente gli organi

costituzionali) ma di potestà ordinaria vicaria o di potestà delegata.

E’ molto frequente, il caso di uffici dell’organizzazione ecclesiastica, che possono essere esercitati

solamente da parte di ordinati, proprio perché implicano il dovere di realizzare atti, aventi efficacia

sul piano ontologico-sacramentale.

Il nuovo Codice non ha accolto il principio – stabilito dal Codice del 1917 - della riserva ai chierici

di tutti gli uffici ecclesiastici; sancisce però che quando un ufficio “comporta la piena cura delle

anime, ad adempiere la quale si richiede l’esercizio dell’ordine sacerdotale, (tale ufficio), non può

essere conferito validamente a colui che non è ancora stato ordinato sacerdote”. Sono frequenti,

tuttavia, nel testo del nuovo Codice, casi di uffici riservati ai ministri sacri, che non comporta la

pienezza della cura delle anime.

34. AUTONOMIA PRIVATA E FUNZIONI DELL’ORGANIZZAZIONE

ECCLESIASTICA.

La qualificazione dell’ordinamento canonico, come esclusivamente o prevalentemente pubblico,

non è infrequente, nella dottrina della fine del secolo passato e degli inizi di questo. Tale posizione

dottrinale, ha oggi il suo più strenuo difensore in Pio Fedele, il quale affermava che “non solo la

distinzione tra dir. privato e dir. pubblico deve considerarsi estranea all’ordinamento canonico, ma

tutto il dir. della Chiesa deve considerarsi come pubblico.

Da ciò ne segue che il dir, non ha per fine la tutela di interessi particolari, ma bensì la salvezza delle

anime.

Queste opinioni di Pio Fedele, non furono accolte da altri autori. Oggi ad es. rappresenta un

principio della costituzione della Chiesa, il riconoscimento ai fedeli di un ambito di autonomia.

Bisogna osservare a riguardo, che il fine della salvezza delle anime, giustifica non solo l’esistenza

di un’organizzazione ecclesiastica, ma anche l’esistenza dei dir. fondamentali che la costituzione

della Chiesa riconosce e tutela e della posizione dei soggetti che hanno la titolarità di tali dir.

I dir. fondamentali pertanto, segnano un ambito di azione – libera e responsabile –

costituzionalmente protetto. Al riguardo assumono un particolare significato, le situazioni

giuridiche contenute, secondo l’espressione di Hervada, nella conditio libertatis, “vale a dire, sfere

di attività miranti a conseguire fini e compiti cristiani, lasciati alla piena responsabilità del fedele”.

Pervada, ha poi sintetizzato le attività proprie dell’organizzazione ufficiale (ecclesiastica); egli

scrisse che “la funzione centrale del ministero ecclesiastico, è quella tradizionalmente denominata

cura delle anime o funzione pastorale, che comprende l’amministrazione dei sacramenti e in

generale il culto divino, la predicazione del Vangelo e altre attività che mirano immediatamente alla

formazione e alla santificazione di tutti e di ciascun fedele. Una seconda funzione, consiste nella

custodia e nella difesa della dottrina cattolica, con il potere di decidere le controversie dottrinali e di

formulare le verità in materia di fede e di costumi. Infine, va segnalata la funzione di ordinare la

vita sociale del popolo di Dio”.

Per quanto riguarda la funzione di governo, Hervada, descrive le competenze spettanti

all’organizzazione ufficiale della Chiesa; tra queste vanno segnalate:

a) “La direzione, coordinazione e controllo della dimensione pubblica; vale a dire delle attività di

organizzazione ecclesiastica” 18

b) “La formulazione delle norme fondamentali, comuni e generali concernenti la partecipazione alla

vita del popolo di Dio; tali norme sono storicamente intese come necessarie, perché ogni fedele sia

integrato nella Chiesa quale comunità religiosa”.

c) “La decisione della controversie dottrinali e il giudizio di conformità al Vangelo riguardante le

attività e la spiritualità dei fedeli e delle istituzioni, nella misura in cui hanno una dimensione

sociale”.

d) “La regolazione, l’incoraggiamento ,l’aiuto e, se necessario, la supplenza della attività spettanti

all’ambito del privato”.

Tali criteri, chiari come principi generali, non escludono l’esistenza di zone intermedie, nella quali

può non risultare facile determinare, se siamo nel campo dell’organizzazione ufficiale o in ambiti

spettanti all’autonomia privata; determinare ciò in tal caso sarà compito della giurisprudenza.

Infine, non vi è dubbio che nel Codice del 1983 (a differenza del Codice del 1917), il principio di

autonomia (privata), è implicitamente accolto.

IV. TECNICHE GIURIDICHE PER L’APPLICAZIONE DEI PRINCIPI

COSTITUZIONALI.

35. GARANZIA DEI FEDELI IN RELAZIONE ALL’ESERCIZIO DEL POTERE.

L’applicazione del Codice del 1917, ha propiziato situazioni di mancanza di difesa e di insicurezza

giuridica. Tali mancanze, furono criticate dalla dottrina.

Le critiche dottrinali, assunsero maggior forza, dall’epoca del Concilio Vaticano II, via via che i

canonisti svilupparono la teoria dei dir. fondamentali del fedele.

I principi direttivi per la revisione del Codice, stabilirono una stretta relazione far i dir.

fondamentali dei fedeli e la regolazione giuridica della regolazione del potere. Nel n.7 degli stessi,

era sviluppata un’eccellente analisi critica dell’insufficienza del sistema canonico in tal campo, ed

erano indicati alcuni criteri per la riforma:

a) L’uguaglianza di tutela giuridica per i superiori e per i sudditi, in modo da far scomparire ogni

sospetto di arbitrarietà nell’amministrazione ecclesiastica.

b) La chiara distinzione delle funzioni della podestà ecclesiastica (legislativa, amministrativa e

giudiziaria).

c) Il controllo giudiziale degli atti amministrativi.

Il Codice del 1983 pone l’attenzione su questi problemi e pone l’attenzione sui dir. fondamentali dei

fedeli. Nel corso di tutto il Codice si avverte inoltre un desiderio di precisione terminologica e la

necessità di definire se per determinati atti è necessaria la podestà legislativa, esecutiva o giudiziale.

36. TECNICHE ORGANIZZATORIE PER L’ATTRIBUZIONE DELLA PODESTA’ DI

REGIME. A) PRELIMINARI.

Gli organi costituzionali, hanno podestà di regime ordinaria propria, e lo sviluppo

dell’organizzazione ecclesiastica, rende necessario considerare le tecniche organizzatorie di

attribuzione di funzioni e di podestà.

B) L’UFFICIO ECCLESIASTICO.

Si denomina podestà ordinaria “quella che dallo steso dir. è annessa ad un ufficio”. La nozione di

ufficio ecclesiastico, si riferisce anche agli organi ausiliari del Romano Pontefice e del vescovo

diocesano.

Il titolare delle funzioni pubbliche è la Chiesa-istituzione; l’ufficio è pertanto, una tecnica di

decentramento di funzioni pubbliche, che legittima determinati soggetti allo svolgimento di

funzioni, e, quando sia il caso, all’esercizio degli atti della podestà di governo necessari per il

compimento delle funzioni ordinarie alle quali è riconosciuta la competenza.

L’atto, in virtù del quale, una persona concreta è legittimata ad essere titolare d’ufficio, è la

provvista canonica ed è un decreto amministrativo singolare che consta di 3 fasi: la natura della

persona, la collazione del titolo giuridico e la presa di possesso.

C) NATURA DELLA PODESTA’ ORDINARIA VICARIA.

Si denomina podestà ordinaria vicaria, la podestà spettante in virtù di un ufficio costituito per

esercitare funzioni in nome di un altro ufficio costituzionale; gli uffici vicari acquisiscono quindi,

19

parte della competenza dell’ufficio principale, ma, come ha segnalato Delgado “con carattere non

proprio, ma derivato o partecipato”.

La competenza dell’ufficio vicario, non è né distinta né esclusiva.

Fra le conseguenze più caratteristiche di questa tecnica di organizzazione, vi è la possibilità di

avocare a sé, per determinate materie, la competenza decentrata agli uffici con podestà ordinaria

vicaria. E’ stato segnalato da Souto che l’avocazione “ è una facoltà dell’organo superiore,

derivante dal principio di gerarchia, che regge la struttura organizzativa.

D) LA DELEGA.

La delega è stata descritta da Souto come “una tecnica di trasferimento di funzioni; per ragioni di

urgenza, di utilità o necessità, le funzioni di un ufficio, sono trasferite ad una determinata persona o

ad un ufficio avente carattere transitorio.

Particolare importanza ha, sotto un profilo pratico la suddelegazione, che è l’atto del delegato,

mediante il quale egli trasferisce ad un terzo, in tutto o in parte, le funzioni a lui stesso conferite. La

suddelegazione è consentita con molta ampiezza, se la podestà è stata delegata dalla Santa Sede (in

tal caso è possibile suddelegare, sia per un caso concreto sia con carattere generale); più restrittivi

sono i criteri, se la podestà è delegata da un’autorità inferiore alla Santa Sede.

E) LA PROROGA DI COMPETENZA.

L’errore o il dubbio dono di fatto quando riguardano circostanze del caso, quando cioè vi è

perplessità circa l’applicazione di una norma, sono viceversa di diritto, quando l’oggetto dell’errore

o il dubbio, riguardano il significato stesso della parola norma. In entrambi i casi la Chiesa può dare

la proroga di competenza, attribuendo validità all’atto.

Il par. 2 del can. Afferma che la proroga di competenza, è applicabile alla facoltà di confermare,

udire confessioni e assistere al matrimonio, indipendentemente dal problema di natura dottrinale, se

tali facoltà possono essere ricondotte o no, alla nozione di podestà esecutiva di regime.

37. LA DINAMICA DEL PRINCIPIO DI AUTONOMIA PRIVATA.

Il principio costituzionale dell’autonomia, ha come naturale conseguenza, la possibilità di dare

origine a relazioni giuridiche, protette dall’ordinamento canonico. L’atto o il negozio giuridico, è la

manifestazione tipica dell’iniziativa privata, che può dar luogo alla costituzione di associazioni e

fondazioni.

Come ha avvertito Molano, per iniziativa dei fedeli, possono sorgere ordinamenti giuridici privati,

costituiti da un insieme di situazioni giuridiche, nelle quali è stabilito lo statuto e il regime interno

dell’istituzione, dei suoi membri e delle sue attività. In tali norme giuridiche, si trova buona parte

del dir. privato canonico. Infine la trattazione della relazione esistente fra gli ordinamenti privati e

l’ordinamento canonico, è uno dei problemi centrali posti dal riconoscimento dell’autonomia

privata. VII. INTRODUZIONE.

38. NOZIONE DI ORDINAMENTO CANONICO.

Si denomina ordinamento canonico, l’insieme dei fattori che formano la struttura giuridica de4lla

Chiesa cattolica, cioè, la struttura giuridica della Chiesa considerata nella sua unità. L’omogeneità

di tali fattori, dipende dal fatto, che il dir, è il risultato della loro interconnessione, sicché quando

uno di essi manca, il dir, non esiste affatto o la sua efficacia è in maggiore o minore misura limitata.

I fattori di indole giuridica che è possibile osservare nella vita della Chiesa, debbono essere

compresi nella loro duplice funzione: in quanto ci mostrano il popolo di Dio giuridicamente

strutturato e, nello stesso tempo, in quanto cercano ininterrottamente di rendere attuale la sua

organizzazione giuridica. Questa duplice prospettiva, permette di classificare l’insieme di fattori,

che fanno della Chiesa una società giuridicamente organizzata in 2 fondamentali categorie: gli

elementi e i momenti del dir.

39-40. ELEMENTI E MOPMENTI DEL DIR – MOMENTI DEL DIR E RELAZIONI FRA

DIR DIVINO E DIR. UMANO.

Come sostiene Hervada, la società giuridicamente organizzata, può essere considerata in maniera

statica e in maniera dinamica. Secondo l’autore l’ordinamento canonico è l’insieme di relazione

20

giuridiche, vale a dire una spessa rete di legami, in virtù dei quali, alcuni membri della Chiesa-

società, hanno dir e doveri nei confronti di altri. I fattori della struttura giuridica della Chiesa,

qualificabili come elementi del dir, sono quelli che formano la relazione giuridica: soggetti,

contenuto, vincolo, ecc.

Ma l’ordinamento canonico, può essere studiato anche da un punto di vista dinamico, poiché la

Chiesa, adatta continuamente la sua struttura giuridica, per effetto degli impulsi o forze sociali, che

svolgono funzioni organizzatorie. Questi fattori dinamici, che danno alla società, una struttura

giuridicamente organizzata, sono denominati da Pervada, momenti del dir. La loro efficacia,

consiste nel dare origine, modificare o estinguere relazioni giuridiche e questi momenti si

manifestano in molteplici maniere: norme, sentenze giudiziali, atti amministrativi.

Fra i risultati dell’azione congiunta ed efficace dei distinti momenti del dir. vi è la formalizzazione

dell’ordinamento giuridico.

Per quanto riguarda le relazioni fra dir. divino e dir. umano, vi è da dire che, sebbene il dir.

canonico sia fondato nel dir. divino, tuttavia l’ordinamento giuridico della Chiesa, essendo in ogni

momento storico debitamente formalizzato, raramente presente elementi di dir divino allo stato

puro; e ciò perché i suoi principi acquisiscono efficacia giuridica, mediante la positivazione e la

formalizzazione, per le quali concorre sempre un elemento umano. In effetti, la positivazione, è la

presa di coscienza ecclesiale, del contenuto del dir. divino, e tale presa di coscienza è influenzata

dalla psicologia e dalla mentalità culturale degli uomini. Quanto alla formalizzazione, vi è da dire,

che essa esige sempre il concorso della tecnica giuridica, che per sua natura è storica e umana.

VIII. ELEMENTI DEL DIR. CANONICO.

41. LA RELAZIONE GIURIDICA.

La relazione giuridica, può essere definita come il rapporto di uno o più soggetti, previsto e protetto

dal dir, che ha suo fondamento un principio di organizzazione. Nell’ordinamento canonico, la

relazione giuridica, sarà sempre un rapporto di due o più persone secondo giustizia, con riferimento

al soprannaturale dell’uomo, per un aspetto della loro personalità connesso con l’edificazione della

Chiesa.

In ogni relazione giuridica vi sono: due o più soggetti (le persone che sono in rapporto), un

contenuto, un vincolo o un nesso ( che dà origine a una connessione di situazioni giuridiche

attraverso i soggetti) e un principio che presiede, dà unità e fonda la rilevanza della relazione nel

dir.

Gli elementi del dir. canonico presenti nelle situazioni giuridiche sono: il soggetto, il vincolo

giuridico e l’oggetto.

42. IL SOGGETTO.

Si considera soggetto di dir. qualunque ente capace di compiere attività, aventi rilevanza

nell’ordinamento o d’essere centro di imputazione di situazioni giuridiche.

A) ATTIVITA’.

Essere soggetto di attività giuridica, significa essere dotato della capacità di realizzare atti, che

contribuiscono a dare una struttura giuridica alla società, mediante la creazione, la modificazione o

l’estinzione di relazioni giuridiche.

L’attività giuridica può essere svolta da una persona umana, dotata di capacità di intendere e di

volere, che abbia la maturità di giudizio necessaria per obbligare e obbligarsi attraverso le sue

manifestazioni di volontà e che sia nel pieno uso delle sue facoltà intellettuali e volitive. Essere

soggetto di attività equivale ad avere, secondo la terminologia più comune la c.d. capacità d’agire.

Il dir. stabilisce diversi gradi di capacità dei soggetti; da rilevare a questo proposito che

l’ordinamento canonico considera infantes, i minore che non hanno ancora i 7 anni; compiuta tale

età, si presume che il minore abbia l’uso della ragione; i minore di 7 anni, sono esenti dall’osservare

le norme canoniche di dir. umano.

B) IMPUTAZIONE.

Il soggetto di dir. può essere considerato, non solo sotto il profilo dell’attività, ma anche come

centro di imputazione di situazione giuridiche; secondo tale aspetto, sono considerati soggetti di dir.

21

le entità alle quali, possono essere attribuiti dir, doveri, competenze ecc. Questa possibilità

d’imputazione, si suole denominare capacità giuridica.

Con riferimento all’imputazione, la considerazione dottrinale del soggetto è passiva; per essere

soggetto in senso passivo, non è necessario essere persona umana, infatti anche gli enti possono

essere centro di imputazione.

43. LA PERSONA FISICA.

Si considera persona fisica, la persona umana, potendo essa svolgere, nell’ordinamento canonico, la

funzione di soggetto di attività o di centro d’imputazione; in tal senso possiamo affermare, che ogni

uomo, ha la condizione di persona fisica nell’ordinamento canonico.

Tuttavia, i commentatori del Codice del 1917 ed alcuni autori, ritengono che solamente al

battezzato è riconosciuta, dal dir. canonico la condizione di persona fisica, intesa come capacità di

dir. e doveri; si è perfino giunti ad affermare che tale esigenza della recezione del battesimo, per

godere della condizione canonicati persona fisica è fondata nel dir. divino, anche se nessuno di essi

nega che il non battezzato, sia persona per dir. naturale, né che questa personalità abbia effetti, per

quanto limitati, nel dir. canonico.

Alla base di ciò, bisogna tener presente, il tradizionale principio canonico, che nega alla Chiesa, il

potere di governare su coloro che non hanno ricevuto il battesimo. Tale indiscutibile principio, cui

si allude negli scritti di S. Paolo, fu chiaramente raccolto nella legislazione canonica medievale e fu

confermato dal Concilio di Trento.

Certamente i non battezzati, secondo un’espressione canonica, non sono sudditi della Chiesa, né

appartengono alla società ecclesiastica, tuttavia il non battezzato, sebbene privo della condizione

costituzionale di fedele (cioè di membro della comunità ecclesiale), è soggetto dell’ordinamento

canonico; la sua posizione giuridica somiglia a quello dello straniero, negli ordinamenti giuridici

statali.

Il Codice del 1983, attribuisce alcune capacità e legittimazioni ai non battezzati; significativa è ad

es. l’ampiezza della capacità d’agire in giudizio.

In conclusione, possiamo dire che ogni persona umana è soggetto dell’ordinamento canonico,

sebbene solo al battezzato spetti la condizione di fedele.

Potremmo anche dire che il dir. canonico, con riferimento alla persona umana, conosce la

distinzione tra soggetti personificati (i fedeli) e soggetti senza personalità (gli esseri umani non

battezzati).

44. SOGGETTIVITA’ DI COLLETTIVITA’ E DI PATRIMONI. A) NOZIONI

TECNICHE FONDAMENTALI.

Le persone giuridiche sono soggetti di dir. e l’ordinamento attribuisce loro, non solo le situazioni

giuridiche attive e passive, ma anche la formale qualificazione di soggetti di relazioni giuridiche.

Tuttavia gli ordinamenti giuridici, presentano es. di imputazioni di situazioni attive o passive, ad

entità alle quali non è stata formalmente attribuita la condizione di soggetti di dir, mediante la

qualificazione come persone giuridiche; si è soliti denominare tali entità soggetti non personificati o

soggetti senza personalità.

B) EVOLUZIONE DOTTRINALE.

a) La dottrina giuridica medievale, ha avuto una funzione decisiva nella formazione degli attuali

concetti tecnici. Nel dir. medievale non è utilizzata una terminologia comune, né tanto meno

l’espressione persona giuridica (usata per la prima volta dal giurista tedesco Arnold Heise). Erano

adoperate parole provenienti dal dir. romano o dalla tradizione ecclesiastica: corpo, collegio,

universitas ecc. Tuttavia Sinibaldo de’ Fieschi – eletto con il nome di Innocenzo IV – affermò che

quando una collettività, interveniva in un giudizio riguardante i suoi interessi, bisogna fingere che

fosse una persona. Più tardi si parlerà di persona finta o di persona rappresentata.

b) Un carattere astratto ha la nozione di persona morale, usata per la prima volta dai giuristi della

scuola razionalista di dir. naturale; tali autori, chiamavano persone morali quelle persone alle quali

dovevano essere riconosciuti dir. 22

c) All’epoca della Pandettistica, sarà particolarmente studiata, la natura della persona giuridica e si

discuterà se essa sia espressione di un sostrato reale o di una finzione del legislatore.

d) Nell’ambiente intellettuale del positivismo giuridico, si intenderà per persona giuridica, l’entità

riconosciuta come tale dal dir. positivo, anche se non tutti gli ordinamenti giuridici seguono lo

stesso criterio.

C) LA PERSONA MORALE NEL CODICE DEL 1917.

Il codice del 1917, accolse una nozione generale di soggetti distinti dalla persona fisica, indicati con

l’espressione di persona morale. Tale condizione era attribuita ad entità molto diverse: organismi

ufficiali di governo, ordini e congregazioni religiose ecc. In realtà, sebbene la condizione di persona

morale, comportasse la capacità di essere titolari di situazioni attive e passive di diversa indole,

tuttavia, nessuna di tali possibili attività giuridiche, richiedeva la personalità giuridica, come

condizione indispensabile; così per es. determinate entità dell’organizzazione ecclesiastica, non

avevano, secondo il Codice del 1917, personalità giuridica o si discuteva in dottrina se l’avessero.

D) PERSONA MORALE E PERSONA GIURIDICA NEL CODICE DEL 1983.

Nel Codice del !983, si tende ad abbandonare l’espressione persona morale, e di utilizzare la

denominazione di persona giuridica.

Nel Codice si sostiene innanzitutto che la Chiesa cattolica e loa Sede apostolica sono persone

morali, per volontà stessa divina e si dice che nella Chiesa, oltre alla persone fisiche vi sono anche

le persone giuridiche, soggetti cioè nel dir. canonico di obblighi e dir che corrispondono alla loro

natura.

Le persone giuridiche non sono contrapposte alla persone morali, ma alle persone fisiche, e sia le

une che le altre, sono considerate come centri d’imputazione di situazioni giuridiche; inoltre nel

Codice si è voluto sottolineare che le persone giuridiche sono soggetti d’imputazione in iure

canonico, il cui fondamento è di mero dir. umano, anche se i risultati empirici della sua funzione,

devono essere consoni con le esigenze del dir. divino naturale e positivo.

La concessione della personalità giuridica, è condizionata all’approvazione degli statuti da parte

dell’autorità ecclesiastica; essa può essere attribuita sia a collettività sia a entità patrimoniali

(universitates personarum o universitates rerum).

La persona giuridica considerata istituzionalmente è un centro d’imputazione, agisce però attraverso

i suoi legittimi rappresentanti. Il codice detta norme generali su questa attività, ameno che non sia

disposto diversamente dal dir. particolare e dagli statuti.

Ogni persona giuridica, è per sua natura perpetua, ma può estinguersi nelle ipotesi previste nel can

120, tenendo presente quanto disposto nel can 123, circa la destinazione dei beni. Il Codice prevede

anche gli istituti dell’unione e della divisione delle persone giuridiche.

E) PERSONE GIURIDICHE PUBBLICHE E PRIVATE.

L’ordinamento canonico, distingue 2 tipi di persone giuridiche: le pubbliche, che sono concepite

come collettività o enti patrimoniali e le private.

Le persone giuridiche pubbliche, sono concepite come parte dell’organizzazione ecclesiastica o

come entità che sorgono, affinché i fedeli possano collaborare all’esercizio delle pubbliche

funzioni; esse pertanto si pongono in una situazione di dipendenza rispetto agli uffici ecclesiastici.

Anche se la loro origine remota, può essere dovuta all’iniziativa dei fedeli, poiché sono create per

agire in nome della Chiesa, esse hanno consistenza giuridica, solamente se costituite dall’autorità

ecclesiastica.

Le persone giuridiche private invece, sebbene acquistino la personalità soltanto per mezzo dello

speciale decreto dell’autorità competente, non sono costituite dall’autorità, ma da un atto di

autonomia privata. Ad un atto di tale indole, si riferisce espressamente il Codice, a proposito delle

associazioni e a proposito degli enti di natura patrimoniale, costituiti con atti di autonomia privata.

Non fanno parte della struttura gerarchica della dell’organizzazione ecclesiastica, né in quanto

persone giuridiche hanno superiori, sebbene siano sottoposti alla podestà di regime dell’autorità

ecclesiastica, come tutti i fedeli individualmente considerati.


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ninkasi

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Appunti di Diritto Canonico. Gli argomenti trattati sono: il concetto di diritto canonico e la sua evoluzione nella storia, la Chiesa e il diritto, il diritto divino e il diritto umano, l' ordinamento canonico, il diritto costituzionale canonico e la relativa formalizzazione, la delimitazione del diritto costituzionale canonico, la costituzione della Chiesa, le tecniche giuridiche per l’applicazione dei principi della Costituzione della Chiesa, i diritti e i doveri dei fedeli, gli elementi del diritto canonico.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninkasi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Canonico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Lo Castro Gaetano.

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