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matrimonio alla presenza di una circostanza (esempio: ti sposo per avere figli, supponendo che tu li possa

avere, ma in caso contrario mi riterrò libero dal vincolo): il matrimonio, in tal caso, sarà valido o nullo sin

dal primo momento, con la differenza che la consapevolezza della nullità o della validità arriverà solo in un

secondo momento (quando, in riferimento al nostro esempio, il soggetto scoprirà che l’altro contraente

non può avere figli).

La forma di celebrazione del matrimonio

Ultimo requisito affinché il matrimonio sia valido all’interno del diritto canonico è quello inerente la forma

della celebrazione: il matrimonio, in quanto negozio solenne, pretende ad substantiam l’osservanza di una

determinata forma. In realtà, è sufficiente che a celebrare il matrimonio si un parroco, competente

territorialmente e quindi all’interno della propria parrocchia, o il vescovo diocesano, sempre competente

territorialmente, alla presenza degli sposi e di due testimoni. Possono nascere complicazioni quando il

celebrante, pur avendo ricevuto l’ordine sacro, non è il parroco o l’ordinario diocesano del luogo in cui

viene celebrato il matrimonio oppure il celebrante non abbia ricevuto la dovuta delega, pur essendo egli un

cardinale o un vescovo diocesano di altra diocesi.

Se, però, tutti i fedeli di normale prudenza e ragionevolezza, sarebbero caduti in errore, ritenendo il

celebrante idoneo a celebrare il matrimonio tra i due nubenti, si ha la cosiddetta “supplenza di

giurisdizione”, ossia il matrimonio resta valido.

I soggetti obbligati a celebrare in forma canonica

Va chiarito, infine, quali siano i soggetti che devono obbligatoriamente adottare la forma canonica per una

valida celebrazione del matrimonio: si tratta dei battezzati o di coloro che si sono convertiti alla fede

cattolica. Un battezzato, qualora si sposi con rito civile, potrà contrarre matrimonio canonico con una terza

persona, in quanto per la Chiesa il solo rito civile non ha alcun valore. Diverso è il caso delle persone

battezzate che, con un atto particolare di abiura, maturato e ponderato, manifestato per iscritto al vescovo

diocesano o al parroco e ricevuto da questi ultimi, o con la partecipazione ad altre comunità religiose, si

sono allontanate/separate dalla Chiesa cattolica, le quali possono sposarsi senza l’osservanza del rito

canonico.

CAPITOLO TERZO – IL PROCESSO CANONICO PER LA DICHIARAZIONE DI NULLITA’ DEL

MATRIMONIO

L’organizzazione dell’attività giudiziaria nella Chiesa

Dopo aver esaminato il regime delle nullità matrimoniali, dobbiamo trattare degli organi giurisdizionali che

danno attuazione a tale regime: anche nell’ordinamento canonico, infatti, occorre la pronuncia di un

tribunale per decretare la nullità di un sacramento importante come il matrimonio e per risolvere

qualsivoglia controversia. Analizziamo il sistema giudiziario della Chiesa, partendo dal presupposto che

all’interno dell’ordinamento canonico non esiste la divisione dei poteri, come invece avviene negli

ordinamenti civili: ciò significa che il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo sono concentrati, per la

Chiesa universale, nelle mani del Romano Pontefice, mentre per le Chiese particolari (comunità di fedeli in

un determinato territorio) tali competenze appartengono ai Vescovi. Per gestire in maniera più consona

l’attività giudiziaria, i Vescovi, così come il Romano pontefice, affidano l’amministrazione della giustizia a

degli organi “vicari”, che operano in nome e per conto di chi detiene la potestà (Papa e Vescovi). Presso

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ogni diocesi, presieduta da un Vescovo, vi è un tribunale diocesano, competente in primo grado e

presieduto dal vicario giudiziale, nominato dal Vescovo. In appello, invece, è competente il tribunale

metropolita, il quale fa capo all’arcidiocesi, presieduta dall’arcivescovo, una figura a metà strada tra i

Vescovi ed il Romano Pontefice. In terzo ed ultimo grado, invece, è competente la Romana Rota, tribunale

a cui il potere giudiziario è demandato direttamente dalla Santa Sede, il quale può fungere anche da

organo di appello, qualora, dopo la sentenza del tribunale di prima istanza, le parti si appellino

direttamente ad esso.

I tribunali ecclesiastici italiani

La scarsità di personale ed il numero esagerato di diocesi ha reso necessaria un’organizzazione dei tribunali

diversa da quella che abbiamo appena descritto. Istituire un tribunale presso ogni diocesi, specialmente in

Italia dove sono più di duecento, sarebbe stato impossibile e pertanto vennero istituiti i tribunali regionali,

competenti all’interno delle regioni ecclesiastiche (molto spesso coincidenti con quelle politiche), che sono

competenti in primo grado. L’organo di appello, invece, è rappresentato da tribunali regionali di altra

regione rispetto a quella dove è stata emanata la prima sentenza. I tribunali regionali sono 18 e nel caso

del tribunale del Lazio, della Sardegna e della Campania, competente in secondo grado non è un altro

tribunale regionale, ma il Tribunale d’appello del Vicariato di Roma (che quindi è solo organo di appello per

queste 3 regioni).

I tribunali regionali sono sotto la sovrintendenza del Vescovo della diocesi del luogo (definito come

moderatore) e sono presieduti da un vicario giudiziale (o officiale) nominato, insieme ai giudici, dalla

Conferenza episcopale regionale, per un periodo di 5 anni. Tra i giudici può figurare anche un membro

laico. Oltre ai giudici, all’interno del tribunale, operano il promotore di giustizia, il quale interviene nelle

cause penali e comunque quando sia in pericolo il bene pubblico, ed il difensore del vincolo, che interviene

nelle cause matrimoniali: entrambi svolgono il ruolo che il pubblico ministero (l’accusa) svolge

nell’ordinamento civile.

Il tribunale della Rota Romana

Un cenno particolare merita il tribunale della Sacra Rota Romana, poi ribattezzato Rota Romana da Papa

Giovanni Paolo II. Questo illustre tribunale venne istituito nel XII secolo e col passare del tempo assunse un

importanza vitale, tale da far assumere rilevanza alle proprie decisioni anche nei confronti dei tribunali dei

principati. Nel XIX secolo, però, cominciò una fase di decadenza, che culminò nell’abolizione dello Stato

pontificio del 1870, sino ad essere ripristinato nel primo ventennio del XX secolo. Il termine Rota, secondo

la versione più accreditata, proviene da un particolare scaffale in cui venivano riposti gli atti dei

procedimenti giudiziari, scaffale circolare montato su ruote, da cui gli uditore potevano prendere i

documenti necessari senza alzarsi dal proprio posto, semplicemente facendolo ruotare.

Il tribunale è composto da 20 prelati, definiti come uditori, nominati dal Pontefice e provenienti da diverse

nazioni, presieduti dal “decano”, normalmente il più anziano tra i giudici. La Rota giudica in collegi (o turni)

di tre uditori con un particolare sistema di rotazione: ogni turno vede partecipi due uditori del precedente

collegio ed uno diverso, più giovane, in quanto si procede dai più anziani sino ad arrivare ai più giovani,

ovviamente ricominciando la rotazione una volta terminati i 20 prelati.

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La Rota, come abbiamo specificato, funge da tribunale di seconda istanza ma, più spesso, da tribunale di

terza istanza, qualora non vi sia accordo tra le due precedenti pronunce. Esso non svolge un giudizio di

legittimità, ma entra nel merito della faccenda.

Il processo di nullità del matrimonio. Principi generali

Il procedimento giudiziario previsto per la cause matrimoniali è quello del “giudizio contenzioso ordinario”,

applicabile a qualsivoglia controversia e disciplinato nel Libro VII del codice canonico. Per le cause

matrimoniali, tuttavia, sono previste delle regole particolari, trattate appositamente in un diverso capitolo.

Questo sistema, però, ha provocato notevoli difficoltà per i giudici, i quali dovevano prendere in

considerazione una disciplina generale ed integrarla con regole particolari: per tal motivo venne

promulgato, nel 2005, un testo normativo riassumente tutte le norme in materia e le inclinazioni dei

tribunali, oltre che le direttive pontificie in materia, denominato Dignitas connubii, che molti si

aspettavano come innovatore, ma che ha assunto il ruolo di semplice raccolta per facilitare l’opera dei

giudici. Esso non si applica ,tra l’altro, ai procedimenti dinanzi alla Romana Rota. Nel processo, inoltre, il

fine ultimo deve essere l’accertamento della verità, sempre e comunque, perché la causa matrimoniale

specifica, riguardando un sacramento importante come il matrimonio, riguarda anche un pubblico

interesse.

La legittimazione ad agire

Legittimati attivamente all’impugnazione del matrimonio per farne dichiarare la nullità sono, ovviamente, i

coniugi, siano essi battezzati o meno, colpevoli della nullità o meno, i quali potranno partecipare al

giudizio. Solo la persona priva dell’uso di ragione potrà essere rappresentata da un curatore, designato dal

tribunale. Nessun altro soggetto è legittimato a promuovere il giudizio, se non il “promotore di giustizia”, il

quale rappresenta il bene pubblico e può agire nel momento in cui l’elemento invalidante il matrimonio ha

assunto, tra i fedeli, un’importanza elevata ed un’elevata conoscenza.

La competenza del tribunale

Il coniuge che intende far accertare la nullità del matrimonio deve presentare un ricorso, definito come

“libello”, al tribunale di prima istanza, designato dallo stesso attore, ma tenuto conto di alcune regole di

competenza.

Primo criterio è quello inerente il luogo in cui è stato celebrato il matrimonio.

Secondo criterio è quello inerente il luogo in cui la parte convenuta ha il domicilio, che si acquista con la

residenza in un luogo per rimanervi senza limiti di tempo o con l’effettiva permanenza in un luogo per

almeno 5 anni, o in cui ha il quasi-domicilio, che si acquista con la permanenza in un luogo per almeno 3

mesi o con l’intenzione di rimanervi per lo stesso periodo di tempo.

I primi due criteri sono definiti come ordinari o comuni.

Il terzo criterio, riguardante le sole cause matrimoniali, riguarda il luogo in cui la parte attrice ha il

domicilio: in tal caso, però, occorre che entrambi i coniugi risiedano nel territorio della stessa conferenza

episcopale nazionale ed occorre il consenso del vicario giudiziale del luogo in cui la parte convenuta ha il

domicilio. 13

Il quarto criterio riguarda il luogo in cui si debba procedere al raccoglimento della maggior parte delle

prove: anche la possibilità di far ricorso a questo criterio, però, è subordinata al consenso del vicario del

luogo in cui ha il domicilio la parte convenuta.

Il terzo ed il quarto criterio sono definiti come “criteri di competenza speciale”.

L’ultimo criterio è un criterio eccezionale, riguardante i capi di Stato e di governo: le proprie cause

finiranno direttamente dinanzi alla Rota Romana.

L’introduzione della causa

Il libello consegnato al tribunale dall’attore, ossia dal coniuge che intende promuovere la causa di nullità

del matrimonio, deve contenere gli elementi giuridici e di fatto per cui è richiesta la nullità, nonché

un’indicazione sommaria delle prove. Normalmente l’attore è assistito da un avvocato abilitato a

patrocinare dinanzi ai tribunali ecclesiastici, ossia in possesso del diploma di avvocato rotale o comunque

in possesso del dottorato di diritto canonico conseguito presso un’università pontificia.

Alla presentazione del libello segue la nomina, da parte del vicario giudiziale, del collegio giudicante,

composto da tre uditori. Il preside del collegio svolge un giudizio di ammissibilità della causa dinanzi al

tribunale, verificando la legittimità ad agire, la competenza del tribunale e che vi sia un fondamento: in

base a ciò respinge o ammette (con decreto) il libello. Nel primo caso il decreto di reiezione può essere

impugnato entro dieci giorni. Nel secondo caso, il decreto di ammissione deve essere comunicato

all’attore, al difensore del vincolo e notificato alla parte convenuta.

La contestazione della lite e concordanza del dubbio

Dopo il decreto di ammissione, si procede alla “contestazione della lite”, con la quale si definisce l’oggetto

della causa. Nel decreto di citazione il preside del collegio deve inserire la cosiddetta “formula del dubbio”

desunta dal libello, ossia il motivo di nullità su cui si intende impostare la causa: entro 15 giorni le parti o il

difensore del vincolo potranno richiedere la fissazione di un’udienza per opporre una modifica della

formula, la cui fissazione avverrà all’interno dell’udienza stessa. Qualora non fosse richiesta alcuna

udienza, il preside procederà d’ufficio a fissare la formula del dubbio all’interno del decreto di

formulazione.

Con la contestazione della lite si chiude la fase introduttiva della causa.

L’istruzione della causa

Vero artefice della fase istruttoria è il giudice, in quanto egli, d’ufficio, può disporre l’acquisizione di

determinate prove, supplendo anche alla negligenza delle parti, prove che dovrà valutare secondo la sua

coscienza.

L’interrogatorio delle due parti

La fase istruttoria è affidata ad uno dei tre giudici del collegio, il quale inizia la stessa fase con

l’interrogatorio, che avviene separatamente, di ognuna delle due parti: il giudice rivolgerà domande

proprie, suggeritegli dal difensore del vincolo o dagli avvocati delle parti. Non potrà assistere,

all’interrogatorio, la controparte, ma solo il proprio avvocato. Se il convenuto non si presenta, per

qualsivoglia motivo, il giudice valuterà negativamente l’assenza, anche se essa, da sola, non costituisce

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alcuna prova. Anche la confessione di entrambe le parti dell’esistenza del motivo di nullità non costituisce

piena prova, ma va presa in considerazione qualora venga avvalorata in modo definitivo da altre prove.

La prova documentale

Una notevole importanza assumono, all’interno del procedimento, le prove documentali, siano esse

pubbliche o private. I documenti privati, in realtà, hanno lo stesso valore delle dichiarazioni orali, almeno

che non si accerti la veridicità di quanto in esse scritto da una delle due parti o da terza persona.

Determinanti sono, invece, le prove precostituite, ossia tutti quei documenti, molto spesso depositati

presso un notaio o pubblico ufficiale da parte dell’attore o del convenuto prima del matrimonio, dai quali si

evince un motivo di nullità dello stesso: la sola esistenza di tali prove, in realtà, esclude l’indissolubilità del

matrimonio, in quanto uno delle parti si è premunita di avere una prova di nullità perché ,già

precedentemente alla celebrazione, non era convinta del carattere perpetuo del sacramento.

Le testimonianze

Rilevanti, per il procedimento giudiziario, sono le testimonianze offerte da persone vicine alle parti

(colleghi, amici, parenti, conoscenti), le quali potrebbero fornire particolari interessanti per l’intera

vicenda. Tutti i testimoni chiamati a deporre sono tenuti al giuramento, almeno che il giudice non esoneri il

teste da tale obbligo. Devono riferire tutta la verità in merito alla questione ed alle domande che vengono

poste e nel caso in cui dalla loro deposizione possa scaturire un pericolo, il giudice dispone che l’audizione

avvenga sub secreto, segretando in molti casi anche il contenuto delle rivelazioni fatte.

Le perizie

Il giudice, nella valutazione di tutti gli elementi di una causa di nullità matrimoniale, può avvalersi anche

dell’operato di esperti e di studiosi, che compiranno delle perizie sui soggetti interessati, al fine di fornire al

giudice degli elementi concreti sui quali ragionare per adempiere la propria funzione. Tutto ciò si rende

necessario soprattutto, ma non solo, nelle cause di nullità in cui l’impedimento è determinato da

impotenza o da difetto del consenso per malattia mentale.

Il giudice, dopo aver trasmesso gli atti processuali al perito, provvederà a formulare delle domande alle

quali l’esperto dovrà fornire una risposta: va chiarito che la perizia deve fornire solo e solamente risposte

di tipo tecnico, senza addentrarsi nella risoluzione della causa, compito che spetta pur sempre al giudice,

che in alcun modo potrà ritenersi vincolato nella propria decisione.

Un notevole fraintendimento può nascere nel momento in cui il perito psicologo o psichiatra non accetti,

per propria convinzione, la visione sacramentale del matrimonio canonico e da ciò sia influenzato nella

propria perizia: in tal caso il giudice, rimanendo ancorato alle convinzioni religiose e ponendole come

proprio imperativo, non deve farsi, in alcun modo, influenzare e deve procedere, nella decisione,

prendendo in considerazione il mero aspetto tecnico della perizia.

La pubblicazione degli atti e la discussione

Una volta acquisite tutte le prove all’interno della fase istruttoria, il giudice dispone che le parti prendano

visione degli atti processuali e lo fa tramite il decreto di “pubblicazione degli atti”: le parti, qualora abbiano

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nuovi elementi di prova o vogliano integrare quelli già esistenti, possono rivolgersi al giudice per un

supplemento istruttorio, il che comporterà un nuovo decreto di pubblicazione.

Ritenuta la causa sufficientemente istruita, il giudice emette il decreto di “conclusione in causa”, con il

quale si chiude definitivamente la fase istruttoria e si apre la discussione: gli avvocati delle parti ed il

difensore del vincolo provvederanno a scambiarsi vicendevolmente, ed a fornire al giudice, le proprie

memorie difensive, il tutto entro un determinato termine.

La memoria difensiva delle parti, definita come “restrictus iuris et facti” è redatto secondo uno schema

diviso in tre parti: nella prima parte introduttiva viene esposta la vicenda matrimoniale e l’attività

processuale svolta; nella seconda parte si espongono i principi di diritto che darebbero ragione, all’interno

del procedimento, alla versione fornita dalla parte, oltre a citare casi giurisprudenziali ed autorevoli

opinioni dottrinali a favore della suddetta versione; nella terza parte vengono messi in luce gli elementi di

fatto che dovrebbero portare all’accoglimento della domanda di parte.

La memoria difensiva del difensore del vincolo, invece, viene definita come “animadversiones” e si divide

anch’essa nelle tre parti di cui abbiamo parlato, sebbene il difensore possa chiedere anch’egli

l’accoglimento della domanda di uno o di entrambe le parti, o rimettersi alla giustizia del tribunale.

La decisione della causa

Esaurita la discussione con lo scambio delle memorie difensive, il preside del collegio fissa un giorno per la

riunione dei tre giudici, all’interno della quale gli stessi prenderanno una decisione. Essi si presenteranno

con le proprie conclusioni (o voti) per iscritto, inerenti elementi di fatto e di diritto, e si procederà alla

lettura delle stesse, partendo dal relatore (o ponente). La decisione dovrà essere collegiale e scaturirà da

una sentenza. Se un giudice è in disaccordo, in caso di appello le proprie valutazioni verranno trasmesse al

tribunale di seconda istanza. Dalla prima riunione può scaturirne una seconda, da tenersi entro una

settimana, o addirittura può essere riaperta la fase istruttoria, per raccogliere nuove prove.

La certezza morale del giudice

Il giudice, nel prendere la propria decisione, deve raggiungere la cosiddetta “certezza morale”, che

secondo una definizione di Papa Pio XII, si trova a metà strada tra la certezza assoluta, che raramente potrà

essere raggiunta, e la “quasi certezza o probabilità”: egli, quindi, deve giungere ad una decisione che,

sebbene lo convinca, lasci uno spiraglio alla convinzione opposta. Qualora il giudice, tra l’altro, non sia

convinto degli elementi e delle prove offerte dall’attore per l’accoglimento della domanda, dovrà

inevitabilmente respingere la stessa, in quanto egli deve fornire una decisione che salvaguardi, nel dubbio,

il sacramento del matrimonio.

La formazione della sentenza

Entro un mese dalla deliberazione dei giudici, la sentenza viene redatta per iscritto ad opera del giudice

relatore, nonché approvata dai giudici del collegio. Sono previsti, inoltre, determinati requisiti sostanziali e

formali. Per ciò che concerne i primi, è previsto che la sentenza risponda ai dubbi sollevati nella fase

iniziale del processo e che li risolva senza potersene discostare: non potrà, per esempio, dichiarare nullo un

matrimonio per un motivo diverso da quello inserito nella formulazione del dubbio. Inoltre la sentenza

deve essere motivata, sia in fatto che in diritto, fornendo elementi legislativi, applicati nel caso concreto. E’

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fatto divieto, in taluni casi, ad una parte o ad entrambe, di contrarre un nuovo matrimonio, se non nel caso

in cui si possano offrire delle garanzie inerenti l’inesistenza degli impedimenti che hanno determinato la

pronuncia, precedente, di nullità. Per ciò che riguarda, invece, i requisiti formali, oltre a dover essere

prevista l’invocazione del nome di Dio, la sentenza dovrà essere redatta con una divisione in tre parti, la

prima introduttiva inerente un riassunto della vicenda e dell’attività processuale, la seconda (in iure)

inerente i principi giuridici adottati nella decisione e la terza (in facto) inerente le risultanze processuali ed

il loro valore in riferimento alla decisione della causa.

Seguirà la pubblicazione della causa, con la consegna di una copia alle parti o ai loro procuratori, con

l’indicazione dei mezzi di impugnazione.

L’esecutività della sentenza ed il principio della doppia sentenza conforme

Sappiamo bene che, in qualsiasi ordinamento civile, la sentenza di un giudice produce i propri effetti

definitivi con il passaggio in giudicato, ossia nel momento in cui la sentenza diviene inappellabile o nel

momento in cui sono finiti i gradi di giudizio. Anche nel diritto canonico vale una regola simile, secondo cui

qualora due tribunali di diversa istanza si pronuncino nella medesima maniera, la sentenza passa in

giudicato.

Nelle cause matrimoniale la situazione è un po’ differente: il principio della doppia sentenza conforme non

serve per il passaggio in giudicato della sentenza, ma serve anzitutto per dare effettiva validità alla

sentenza. Ciò vuol dire che una sola sentenza di accoglimento della richiesta di nullità non produce i propri

effetti ed i soggetti non potranno passare a nuove nozze, in quanto occorre, obbligatoriamente, una

seconda pronuncia. Un tempo era necessario che il difensore del vincolo si appellasse, dopo la prima

sentenza, in qualsiasi caso, anche qualora fosse d’accordo con la stessa. Oggi, invece, è lo stesso tribunale

di prima istanza che trasmette gli atti al tribunale di seconda istanza, il quale, con un procedimento celere

ed efficace, o emette un decreto di ratifica della prima sentenza, oppure, sempre con decreto, dispone di

trattare la causa in via ordinaria, seguendo un procedimento quasi identico a quello che abbiamo

esaminato in precedenza per il tribunale di prima istanza. In ogni caso il collegio di seconda istanza,

composto da tre giudici, dovrà motivare la propria decisione. Una pronuncia conforme, tramite il decreto

di ratifica o tramite una nuova sentenza di accoglimento, produrrà gli effetti definitivi della sentenza con la

propria pubblicazione e le parti potranno nuovamente contrarre matrimonio, almeno che non sia previsto

un divieto per le stesse. La conformità tra due sentenze non si ha solo nel caso in cui l’accoglimento

avvenga in base agli stessi motivi di diritto o di fatto, ma anche qualora si tratti di conformità sostanziale.

L’appello e la querela di nullità

Il fatto che sia necessaria una doppia sentenza conforme per dar luogo agli effetti di una decisione

giudiziaria, non impedisce alla parte di appellarsi: il tribunale di prima istanza trasmetterà autonomamente

gli atti al tribunale di seconda istanza, ma la parte in disaccordo potrà comunque manifestare la propria

opposizione rispetto alla sentenza di primo grado, o potrà addirittura adire la Romana Rota, scavalcando il

tribunale di seconda istanza, quello metropolita.

Il giudizio di appello si svolgerà con l’osservanza delle medesime modalità di quello di prima istanza,

sebbene qualora si optasse per la formulazione di un nuovo dubbio, il tribunale d’appello fungerebbe da

tribunale di prima istanza, perché sarebbe chiamato a pronunciarsi su un “nuovo giudizio di nullità” e non

potrebbe fornire né una sentenza conforme, né difforme, in quanto del tutto diversa.

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Altro mezzo di impugnazione, differente dal ricorso in appello, è la querela nullitatis, diretta a denunciare i

vizi di nullità da cui è affetta la sentenza: si tratta di vizi di natura processuale che nulla hanno a che vedere

col giudizio di merito. La nullità, in tal caso, risulterà sanabile qualora si tratti di vizi di minore importanza

(una decisione presa da due giudici anziché da tre), mentre risulterà insanabile, qualora tratti di vizi di

rilevante importanza (violazione del diritto di difesa, giudice costretto da violenza morale ecc.).

Il non passaggio in giudicato delle sentenze matrimoniali e la nuova trattazione della causa

Abbiamo già avuto modo di precisare che il passaggio in giudicato, in diritto canonico, non esiste per le

cause matrimoniali: ciò vuol dire che in qualsiasi momento potrà esserci un riesame della causa, sebbene la

doppia sentenza conforme abbia reso le sentenze produttive di effetti.

Ovviamente anche il diritto canonico ha dovuto limitare il riesame, in modo tale da evitare episodi di

rivalsa nei confronti di un coniuge o nuovi processi infondati, e lo ha fatto con l’introduzione di un

requisito, quello della sussistenza di “nuove e gravi prove od argomenti”: ciò significa che, al momento del

proponimento di un nuovo riesame, la parte interessata dovrà disporre, concretamente, di prove nuove,

quindi differenti da quelle già prese in considerazione negli altri procedimenti, e gravi, ossia tali da

giustificare un riesame del caso ed una pronuncia avversa rispetto a quelle precedenti e produttive di

effetti. Non basterà, dunque, una nuova perizia medica od una semplice ritrattazione delle testimonianze

su elementi circostanziali, a giustificare un riesame della causa, ma saranno necessari nuovi elementi.

La riapertura di una causa matrimoniale dovrà essere proposta al tribunale d’appello rispetto a quello che

si è pronunciato per l’ultima volta, il che comporta, data la necessità di una doppia sentenza conforme già

di regola, che il riesame avverrà dinanzi alla Romana Rota. Anche qualora il nuovo procedimento dovesse

comportare una pronuncia giudiziaria avversa rispetto alle precedenti, sarà comunque necessaria una

seconda sentenza conforme, la quale potrebbe, nel caso in cui sia anch’essa invalidante della precedente

nullità e ripristini un vincolo matrimoniale dapprima ritenuto nullo, invalidare il nuovo matrimonio

contratto da una delle due parti, dapprima libera ed ora, nuovamente, ancorata al matrimonio con il

precedente coniuge.

Le disposizioni della Conferenza episcopale italiana sui tribunali ecclesiastici

La Conferenza episcopale italiana, con proprio decreto del 1997, ha stabilito, per permettere a tutti di

accedere, a livello economico, ai ricorsi dinanzi ai tribunali ecclesiastici, che a questi ultimi venga assegnato

un sostanzioso contributo finanziario proveniente dal cosiddetto “otto per mille” erogato dallo Stato

italiano. Sulla parte attrice, e su quella convenuta qualora si avvalga di un avvocato, grava solo l’obbligo del

pagamento di una cifra pari ad € 450, differentemente da ciò che avveniva in passato, quando occorrevano

ingenti somme per rivolgersi ai tribunali ecclesiastici. Tra l’altro, presso ogni tribunale, devono esserci due

“patroni stabili”, ossia due avvocati d’ufficio di cui le parti possono avvalersi. Anche gli onorari degli

avvocati di fiducia hanno subito un ridimensionamento, dettato da un tetto massimo stabilito per la

propria parcella.

N.B. per gli studenti: quest’opera non è solo un riassunto, ma una rielaborazione personale dei temi in esso

trattati. Aver scartato alcune parti e sottolineato l’importanza di altre, non fa di me un docente, ma

semplicemente uno studente che fa delle valutazioni personali. E’ doveroso, da parte mia, precisare che

ognuno di noi è portatore di una singolarità che gli permette di recepire le informazioni in maniera diversa,

migliore o peggiore che sia. Quello che posso assicurare è che, all’interno della mia rielaborazione, non ho

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AUTORE

Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto canonico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Dammacco Gaetano.

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