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Diritto canonico - Appunti

Appunti di Diritto canonico per l'esame del professor Gherro. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la Chiesa come popolo, comunità e società, Chiesa e diritto, diritto divino e diritto umano, la storia del diritto canonico, il diritto canonico nell'età moderna.

Esame di Diritto canonico docente Prof. S. Gherro

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le norme generali;

il popolo di Dio;

la funzione di insegnare della Chiesa;

la funzione di santificare della Chiesa;

i beni temporali della Chiesa;

le sanzioni della Chiesa;

i processi.

Inizialmente la commissione istituita da Giovanni Paolo II ebbe il compito di revisionare il codice del

1917 ma ben presto ci si accorse che era necessaria la redazione di un nuovo codice. Prima di

procedere alla promulgazione del Codice del 1983 il Pontefice rilesse personalmente per ben due volte il

testo dello stesso aiutato dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il cardinale Joseph

Ratzinger succeduto poi a papa Giovanni Paolo II col titolo di Benedetto XVI ed attualmente in carica. Il 2

Gennaio 1984 con un motu proprio Giovanni Paolo II nominò la Commissione per l’interpretazione

autentica del Codice di diritto canonico.

A differenza di Benedetto XV, il quale pretese che il Codice del 1917 fosse l’unica legge della Chiesa

vietando l’uso di leggi speciali di revisione, papa Giovanni Paolo II, consapevole che lo spirito della

legge sarebbe stato compromesso da un eccessivo irrigidimento del procedimento di revisione del

Codice, consigliò anzi un continuo adeguamento del Codice mediante il ricorso alle fonti e alla dottrina

in modo da evitare un fenomeno di cristallizzazione della legge. Il Codice del 1983, infatti, non pretende

di contenere tutta la legislazione della Chiesa cattolica, anzi, rinvia a leggi speciali per la trattazione di

determinate materie.

L’INFLUENZA DEL DIRITTO CANONICO SUL DIRITTO CIVILE

L’influenza del diritto canonico sul diritto civile si è avuta innanzitutto in campo processuale: per es.

processo in contumacia, opposizione del terzo, gratuito patrocinio, teoria dei fatti notori, etc. tutti istituti

processuali di derivazione canonistica. Ma la cosa più importante è senza dubbio il passaggio dal

iudicium, inteso come atto, al processo giudiziale, considerato come una successione di atti mirante alla

ricerca della verità oggettiva ed a garantire un giudizio equo alla persona giudicata. Tuttavia, l’esigenza

equo processo all’imputato se, da un lato, ha migliorato le cose, facendo si che venisse

di garantire un

preferito il principio della scrittura a quello dell’oralità, dall’altro, le ha peggiorate, determinando

eccessive lungaggini processuali tanto da indurre l’odierna dottrina ad osservare criticamente che

talvolta sarebbe meglio ricorrere al principio dell’oralità, atteggiamento che traspare dallo stesso Codice

del 1983.

L’influenza del diritto canonico sul diritto civile è stata fondamentale soprattutto in materia matrimoniale.

Fu proprio il diritto canonico a configurare il matrimonio come una relazione stabile tra un uomo e una

donna, derivante dal patto coniugale, e dunque come un negozio giuridico bilaterale. La Chiesa per

prima, dunque, ha avuto l’intuizione di considerare il matrimonio come un’istituzione naturale

preordinata alla procreazione e indissolubile. Al diritto civile va riconosciuto il merito di aver meglio

compreso le esigenze della modernità attraverso il riconoscimento degli istituti giuridici della

separazione e del divorzio fatto che, tuttavia, secondo taluno, non costituisce altro che il risultato della

secolarizzazione e dell’alterazione della costruzione tecnica del matrimonio canonico.

RELAZIONI TRA STATO E CHIESA DAL CONCILIO VATICANO II

I principi fondamentali riguardanti i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica che sono emersi dal Concilio

Vaticano II possono essere sintetizzati così:

1) la Chiesa riafferma il tradizionale dualismo secondo cui lo Stato e la Chiesa sono ciascuno per sé

indipendenti e sovrani;

2) tale autonomia si fonda sulla loro distinta natura ovvero la Chiesa è una società di ordine

soprannaturale che si prefigge la salvezza delle anime, lo Stato è una società di ordine naturale che ha

come fine il bene comune temporale.

LIBERTÀ RELIGIOSA

La dottrina della Chiesa cattolica sul diritto di libertà religiosa è contenuta nella dichiarazione “Dignitatis

Humanae” del Concilio Vaticano II: “Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha diritto

alla libertà religiosa…” la quale deve essere intesa come il diritto di ogni uomo di non subire “…la

coercizione da parte sia di singoli individui, sia di gruppi sociali…”, “…in modo tale che in materia

religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza”. Secondo il Concilio tale diritto deve

essere riconosciuto e sancito come diritto costituzionale nell’ordinamento della società in quanto tale

diritto ha fondamento nel diritto naturale degli uomini.

L’affermazione del diritto di libertà religiosa quale diritto naturale fondamentale dell’individuo,

connaturato alla dignità della persona umana, mette in chiaro la relazione esistente tra codesto diritto e

l’uguaglianza: la libertà di religione, in quanto diritto fondamentale dell’uomo, deve essere riconosciuto

e garantito a tutti gli uomini e in tutte le comunità sociali. Ciò implica la necessità di una tutela non

soltanto costituzionale ma anche internazionale.

II

IL DIRITTO COSTITUZIONALE CANONICO

LA LEGGE FONDAMENTALE DELLA CHIESA

Il pontefice Paolo VI nel 1965 propose di affiancare, ai due codici canonici latino e orientale, un terzo

codice contenente il “diritto costitutivo della Chiesa” ovvero la cd. Legge canonica fondamentale della

Chiesa cattolica le cui norme supreme sarebbero state rispettate sia dalla Chiesa latina che da quelle

orientali e avrebbero dovuto tutelare i diritti fondamentali dei fedeli e l’organizzazione della Chiesa come

avviene nel moderno diritto costituzionale. Tuttavia, durante la revisione del codice del 1917 fu deciso di

incorporare nel nuovo Codice del 1983 numerosi testi del progetto di legge fondamentale.

I CONTENUTI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE CANONICA

Si è soliti dire che la Chiesa cattolica ha come fine la salvezza delle anime e quest’ultima deve essere

considerata come legge fondamentale della Chiesa (can. 1752 Cod. can. 1983). Dal momento che al

perseguimento di tale fine sono preposti la parola di Dio ed i sacramenti (primo fra tutti il battesimo, con

il quale si diventa figli di Dio) è possibile derivare da questi alcuni diritti e doveri fondamentali del fedele.

Il Codice di diritto canonico contiene alcuni di questi fondamentali diritti e doveri del fedele nei canoni

208-223, tra cui si menzionano: il diritto di fare apostolato, il diritto di libertà religiosa, il diritto di

associazione, il diritto di libertà nella scelta della condizione di vita, il dovere di obbedienza nei confronti

dei sacerdoti e il dovere di contribuire con aiuti economici alle necessità della Chiesa.

PRINCIPIO COSTITUZIONALE DI VARIETÀ, POTESTÀ D’ORDINE E POTESTÀ DI GIURISDIZIONE

Il principio di varietà esprime l’idea secondo cui vi sono diverse modalità nell’agire cristiano di ogni

fedele: è lo spirito santo, secondo la Chiesa, che mostra a ciascuno il proprio cammino spirituale. Il

principio di varietà si esplica nel riconoscimento del diritto di libertà religiosa e del diritto di iniziativa dei

fedeli. Ciascun fedele segue il proprio sacerdozio. Si distinguono due tipi di sacerdozio: il sacerdozio

comune al quale si partecipa per via del sacramento del battesimo e il sacerdozio ministeriale al quale si

partecipa per via del sacramento dell’ordine. I fedeli non ordinati vengono definiti laici mentre coloro che

hanno ricevuto il sacramento dell’ordine vengono definiti sacri ministri o chierici e si distinguono per

gradi in diaconi, presbiteri e vescovi. Questa distinzione ha indotto i teologi a denominare sacra

gerarchia l’insieme delle persone ordinate cioè i chierici i quali godrebbero della cd. sacra potestà. I

termini gerarchia e potestà però non vengono usati in senso tecnico giuridico bensì in senso

ontologico-soprannaturale per definire coloro i quali sono investiti della facoltà di compiere segni

sacramentali ex opere operato cioè in virtù di ciò che è stato operato da Cristo. L’apice delle funzioni del

sacerdozio ministeriale è rappresentato dal sacramento dell’eucarestia nel quale il sacro ministro

impersona Cristo. Da questo punto di vista i vescovi hanno maggiori poteri sacramentali rispetto ai

presbiteri; i diaconi, invece, non hanno poteri sacramentali in senso stretto ma sono ordinati per il

compimento dei ministeri intimamente connessi con la vita sacramentale della Chiesa. La dottrina della

d’ordine

Chiesa cattolica sul punto è in linea con gli insegnamenti del Morsdorf secondo il quale potestà

e potestà di giurisdizione sono complementari e formano un’unità imprescindibile dal momento che con

il sacramento dell’ordine episcopale si attribuisce anche la potestà di giurisdizione. D'altronde, una

in forza del sacramento dell’ordine, che li costituisce

partecipazione ontologica spetta ai presbiteri

principali collaboratori del vescovo.

I LAICI

In passato spesso sono stati affidati incarichi amministrativi e di governo della Chiesa ai laici cioè i

incarichi di particolare importanza inerenti all’organizzazione

fedeli non ordinati: si trattava talvolta di

ecclesiastica, l’applicazione del diritto o l’amministrazione del patrimonio della Chiesa ovviamente non

riguardanti una chiesa particolare (che è soggetta all’amministrazione esclusiva del vescovo).

Generalmente si utilizza l’istituto della delega di funzioni.

L’ORGANIZZAZIONE ECCLESIASTICA

L’organizzazione ecclesiastica è intesa come l’ordinazione organica della dimensione ufficiale e

che la Chiesa è un’unità istituzionale di

pubblica della Chiesa. Tale definizione muove dalla premessa

vita sociale organicamente strutturata(Hervada). Dunque, accanto alle funzioni sacramentali dei ministri

che vengono conferite per mezzo di un atto di natura ontologico - sacramentale qual è il sacramento

vi sono delle funzioni pubbliche le quali vengono conferite mediante atti di indole

dell’ordine,

prettamente giuridica.

LE PUBBLICHE FUNZIONI

Il Codice del 1983 ha accolto la tripartizione delle pubbliche funzione derivante dal Concilio Vaticano II

onde:

la funzione di santificare che è diretta al culto divino ed alla santificazione dei fedeli mediante

l’amministrazione dei sacramenti e spetta a vescovi e presbiteri;

la funzione di insegnare che spetta invece esclusivamente alla Chiesa-istituzione che è la sola ed unica

depositaria della fede in quanto Cristo stesso le affidò il compito di custodire le verità della fede;

la funzione di governare può essere considerata, in linea generale, come l’insieme delle attività rivolte ad

ordinare la vita sociale della Chiesa. In senso ampio, si può dire che la funzione di governare include

qualsivoglia attività volta a guidare i fedeli nel conseguimento del fine della Chiesa: da questo punto di

vista, non v’è dubbio che vi rientrino anche attività come le esortazioni e i consigli. In senso stretto, però,

la funzione di governare si identifica pienamente con la potestà di regime o di giurisdizione ovverosia il

potere della Chiesa-istituzione di dettare leggi dirette ad ordinare la vita sociale dei fedeli per il

conseguimento del fine della salvezza delle anime. In linea generale, vi sono leggi che obbligano ad un

determinato agire ed altre che obbligano la coscienza. Di qui discende la tradizionale distinzione tra foro

esterno, consistente in quell’insieme di manifestazioni esteriori conoscibili mediante i consueti mezzi di

prova, e foro interno, coincidente invece con le manifestazioni interiori o di coscienza conoscibili

esclusivamente attraverso le dichiarazioni del soggetto interessato; l’atto giuridico canonico di foro

interno più caratteristico è il sacramento della penitenza. Ebbene, non v’è dubbio che sia necessaria

un’armonizzazione tra i due fori tuttavia, come è stato giustamente osservato, la potestà di regime o

giurisdizione trova la sua sede naturale nel foro esterno ove si esplica a pieno la sua funzione sociale.

La titolarità della potestà di regime spetta alla Chiesa in quanto società giuridicamente organizzata cioè

dotata di un’organizzazione ecclesiastica. Gli organi costituzionali che partecipano all’esercizio del

potere di governare sono: il Collegio episcopale, il Romano Pontefice ed il vescovo diocesano.

GLI ORGANI COSTITUZIONALI

IL COLLEGIO EPISCOPALE

Il Collegio episcopale è formato da tutti i fedeli che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine episcopale

quindi il vescovo di Roma e gli altri vescovi ovvero quelli preposti ad una chiesa particolare, quelli

dimissionari, i vescovi coadiutori ed ausiliari, etc.

Il Collegio episcopale è un organo unitario nel senso che le decisioni devono essere prese

collegialmente con il suo capo, il Romano Pontefice, e mai senza egli: ciò significa che i membri del

Collegio sono tutti in posizione di parità ma spetta comunque al Pontefice l’ultima parola sulle

deliberazioni consiliari.

Al Collegio spetta l’esercizio delle tre funzioni della Chiesa: di santificare, di insegnare e di governare.

Quanto alle modalità di esercizio delle funzioni, la più rara e solenne è rappresentata dalla convocazione

di un Concilio ecumenico da parte del Romano Pontefice, al quale partecipano tutti e solo i membri del

Collegio episcopale che hanno diritto di voto in assemblea; il papa può tuttavia chiamare altri fedeli,

precisandone le funzioni che saranno tenuti a svolgere nel Concilio; il Romano pontefice è tenuto a

presiedere il Concilio personalmente o per mezzo di un vicario e sempre al pontefice spetta il potere di

decidere l’oggetto del Concilio, approvare le deliberazioni consiliari e poi emanarle con suo ordine;

spetta al Pappa, infine, il potere di aprire, sospendere o chiudere il Concilio.

Oltre ai Concilii, assai rari dal momento che risulta difficile convocare in una stessa sede tutti i vescovi

sparsi per il mondo (basti pensare che in due millenni di storia della Chiesa cattolica ne sono stati

celebrati solo 21!), i vescovi possono esercitare le suddette funzioni separatamente, ciascuno

direttamente dalla sede della chiesa particolare che dirige purché sia salvaguardata la collegialità delle

decisioni cioè fatta salva l’approvazione ultima da parte del Romano Pontefice.

IL ROMANO PONTEFICE

Il Papa è anzitutto capo del Collegio episcopale. Al Romano Pontefice spetta, infatti, un potere supremo

diretto ad assicurare l’esercizio delle funzioni di santificare, insegnare e governare. Il fondamento

ontologico-sacramentale di tale potere si rinviene nel fatto che egli è vescovo di Roma quindi, in quanto

tale, diretto successore di Pietro, il primo degli apostoli. Dunque si tratta di un fondamento che affonda

le sue radici nel diritto divino. La formalizzazione del diritto divino unita alla progressiva centralizzazione

del governo ecclesiastico ha condotto alla proclamazione del dogma dell’infallibilità del Romano

Pontefice, avvenuta con il Concilio Vaticano I. Successivamente, con il Concilio Vaticano II, si è invece

il dogma dell’infallibilità papale introducendo il principio della collegialità

tentato di ridimensionare

dell’episcopato; in verità, però, i due principi in esame, secondo quanto emergerebbe dagli scritti del

coimplicano nel senso che l’uno è

Concilio Vaticano II, non sono in contraddizione tra loro ma si

destinato ad integrare l’altro e viceversa.

Il Papa è vicario di Cristo. Di qui discenderebbe la tradizionale distinzione tra la suprema potestà di

governare che è una potestà ordinaria, propria, attribuita al Romano Pontefice dal diritto divino positivo

e la cd. potestà vicaria o ministeriale che gli deriverebbe in quanto vicario di Cristo. Tale potestà è

ordinaria in quanto annessa all’ufficio del Papa ma non è propria in quanto l’esercizio di tali funzioni

avviene in nome e per conto altrui. In quanto ordinaria, la potestà vicaria è delegabile per quanto

riguarda la soluzione di casi o controversie arcinote nella secolare esperienza della Chiesa cattolica;

invece, resta sempre affidata al Papa la soluzione dei casi nuovi, riguardanti materie non affrontate in

passato dalla Chiesa, in quanto, in qualità di capo del Collegio episcopale, egli gode del potere supremo

di assicurare l’esercizio delle tre funzioni della Chiesa e dell’infallibilità.

Il Papa è vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale. In virtù di tale titolo la sua potestà di

regime o giurisdizione è ordinaria (poiché annessa al suo ufficio), propria (perché le relative funzioni

vengono esercitate dal Romano Pontefice in quanto tale non già come vicario di Cristo e, dunque, in

nome e per conto altrui), suprema (in quanto non vi è altra autorità umana sopra di lui), piena, immediata

e universale, ciò significa che il Papa può esercitare le sue funzioni direttamente nei confronti di ogni

fedele senza avere alcun bisogno di intermediari.

Infine, il Codice del 1983 statuisce che il Papa “può esercitare liberamente i suoi poteri” dichiarando

così incostituzionale qualsiasi legge, consuetudine, uso o comportamento che, all’interno della Chiesa,

d’agire. Ciò, tuttavia, non implica che il suo potere sia assoluto od illimitato in quanto

limiti la sua libertà

assoggettato pur sempre ad un regime di diritto e, dunque, al rispetto di principi giuridici fondamentali

quali la certezza del diritto e il buon governo.

a Romano Pontefice è riservata ai cardinali che non abbiano già compiuto l’ottantesimo anno

La nomina

di età. Avviene per elezione in un conclave cioè in maniera isolata dal mondo esterno di modo che siano

garantite la libertà e l’indipendenza degli elettori. Dopo la nomina del Papa è necessaria l’accettazione

della nomina da parte del soggetto designato affinché questi possa assumere il potere supremo ed

esercitare le funzioni connesse all’ufficio del Papa. l’ipotesi di una rinuncia libera cioè

Il Papa cessa dal suo ufficio per morte. È contemplata anche

manifestata con la chiarezza necessaria a far escludere che vi siano stati condizionamenti di sorta. La

rinuncia non è soggetta all’accettazione di alcuno.

IL VESCOVO DIOCESANO E LA CHIESA PARTICOLARE

diocesano è un fedele che, dopo aver ricevuto la consacrazione dell’ordine episcopale, è

Il vescovo

stato destinato a guidare una chiesa particolare. La differenza tra questi ed un vescovo membro del

Collegio episcopale sta nel fatto che, mentre il primo esercita una funzione pastorale diocesana cioè

limitata alla diocesi che gli è stata affidata, il secondo esercita una funzione pastorale universale cioè

estesa a tutta la Chiesa. Ciò vuol dire anche, però, che il vescovo diocesano è posto a capo di un ufficio

e dunque ha un potere di giurisdizione; il vescovo membro del Collegio episcopale, invece, non dispone

di un ufficio né del relativo potere di giurisdizione.

La diocesi, secondo la definizione del Codice del 1983, è una comunità di fedeli guidata da un vescovo, il

quale nell’esercizio della sua funzione pastorale diocesana è coadiuvato da un presbiterio cioè

dall’insieme dei presbiteri che collaborano con lui nell’espletamento delle funzioni di santificare,

insegnare e governare. Trattasi, dunque, di una comunità cristiana di culto.

Le diocesi non sono distretti della Chiesa universale, né i vescovi diocesani sono meri esecutori della

potestà del Papa. La Chiesa universale è unione di chiese particolari (principio di unità della Chiesa

universale)e il Romano Pontefice, in qualità di vescovo della diocesi romana e pastore della Chiesa

universale, è tenuto a rafforzare la potestà ordinaria, propria ed immediata dell’ufficio del vescovo

diocesano garantendo altresì l’autonomia delle chiese particolari. Unità della Chiesa universale ed

autonomia delle chiese particolari sono principi fondamentali costituzionali del diritto canonico.

LA PROROGA DI COMPETENZA

La proroga di competenza è l’atto attraverso il quale si manifesta al massimo grado la potestà di

giurisdizione della Chiesa cattolica in quanto con essa la Chiesa subentra in un atto di giurisdizione

invalido rendendolo valido.

Più precisamente le ipotesi di proroga di competenza sono due: l’errore comune di fatto o di diritto e il

fatto o di diritto circa il soggetto che esercita l’atto di giurisdizione.

dubbio, positivo e probabile, di

Innanzitutto, per errore o dubbio di fatto s’intende quello sull’applicazione pratica di una norma la cui

fattispecie oggettiva è chiara; per errore o dubbio di diritto s’intende, invece, quello riguardante il

significato stesso della norma. Detto questo, si ha errore comune quando un soggetto, sulla base di un

fatto pubblico idoneo a causarlo, crede erroneamente che un altro soggetto sia titolare della potestà di

regime la quale in realtà difetta. Si ha dubbio positivo e probabile, invece, quando un soggetto abbia

elementi di giudizio consistenti tali da essere indotto ad avere un dubbio circa la propria titolarità della

potestà di regime. Ebbene, in entrambe i casi la soluzione è la stessa: la Chiesa proroga la competenza,

attribuendo validità all’atto.

I casi in cui è possibile esercitare la proroga di competenza sono tre: la facoltà di cresimare, la facoltà di

udire confessioni e la facoltà di assistere al matrimonio.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (PADOVA, TREVISO)
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Guerriero91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto canonico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Gherro Sandro.

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