La narratio rerum gestarum
Per lunghi secoli lo scrivere di storia è stato considerato narrazione di gesta compiute dai cosiddetti protagonisti, i detentori del potere, potere politico e militare. Gli autori di quelle narrazioni per lunghissimi secoli sono stati considerati e si sono sentiti dei letterati. I narratori di storie non fecero parte di una categoria precisa di professionisti se non a partire da epoche vicinissime a noi. Il mestiere di storico viene riconosciuto come tale solo in età moderna e si viene consolidando nell'Ottocento.
I letterati e gli antiquarii
Il mestiere di storico non sarebbe mai nato senza l'erudizione del Cinque, Sei e Settecento. Si vengono qui costituendo nuove discipline che affinano sempre più le armi di una battaglia. Col risultato di spostare la costruzione della storia da un discorso letterario basato su altri discorsi letterari, alla ricerca di nuove prove. Le nuove discipline aiuteranno però a sottoporre a critica tutte le testimonianze del passato. Tuttavia lo scrittore di cose storiche continuava a sentirsi un letterato. Proprio col Muratori emerge l'interesse per una storia diversa, che tenga conto di tutti gli aspetti della vita degli uomini, a pieno titolo e non solo come semplici curiosità antiquarie.
La nota a piè di pagina
Il grande secolo del mestiere di storico è l'Ottocento, quando dai letterati si distinguono gli storici di professione, che aspirano a fare della storiografia una disciplina cui venga riconosciuta dignità di scienza. Con l'opera di Leopold von Ranke nasce la prova storiografica per eccellenza: la nota a piè di pagina. Grafton scrive: “Le note a piè di pagina stanno alle scienze umane come i dati stanno alle scienze esatte: forniscono supporto empirico”, “la nota segnala da un lato le fonti primarie attraverso le quali lo storico garantisce l'originalità del suo contributo, dall'altro le fonti secondarie, che devono mettere in evidenza l'originalità della sua opera. Infine, e soprattutto, garantisce al lavoro dello storico dignità professionale”.
Storia problema
Tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento si forma la rivolta contro l' histoire-bataille in nome di una storiografia che si proponesse non di raccontare i fatti come sono realmente accaduti, ma di rintracciare e spiegare i mutamenti profondi delle società umane, del modo di vivere e pensare degli uomini tutti. Il lavoro dello storico vuole essere quello di uno scienziato che produce non racconti ma spiegazioni.
Il ritorno della narrazione
Forse la storia non procede hegelianamente per antitesi sintesi, ma la storiografia a quanto pare sì. Ecco infatti già all'inizio degli anni Settanta il proliferare di discussioni circa il cosiddetto ritorno alla narrazione. Dall'opera di Braudel discende, secondo Ricoeur, la constatazione che una storia di avvenimenti non possa essere altro che una storia-racconto. Veyne non considera la storia una scienza, essa non spiega nulla, è una conoscenza mutilata senza metodo e senza struttura. La storia sembra solo un racconto veritiero. Veritiero vuol dire però verificabile o falsificabile. In ogni caso allora il narratore di storia non può e non deve negarsi alla verificabilità, senza la quale diventa indistinguibile dal romanziere. Si conferma dunque la funzione dell'apparato critico, delle note a piè di pagina, quando però siano necessarie ed essenziali. La nota offre infatti la sola garanzia di cui possiamo disporre per dimostrare che le nostre ricostruzioni del passato discendono da fonti identificabili. Se togliamo questi elementi a un'opera di storia, ricaviamo un testo privato della sua efficacia specifica, spostato dal piano storiografico a quello letterario.
L'opera d'arte
L'efficacia stilistica, la forma della narrazione, si carica a sua volta di valenze conoscitive. La scelta delle parole, dei nessi sintattici, dell'ordine in cui si succedono gli elementi del discorso storiografico non può essere casuale, perché fa parte degli strumenti del conoscere. La preoccupazione stilistica può tuttavia indurre a due conseguenze negative. La prima consiste nello spostare l'attenzione dall'opera storiografica all'opera letteraria, che non ha dunque bisogno di apparati critici. La seconda deriva da speciose ragioni editoriali: semplificare o impoverire il discorso storiografico, per renderlo accessibile a un pubblico più vasto. La soluzione non sta nell'abolire note, nasconderle, evitare bibliografie o cose simili. Il pericolo grave è quello della rinuncia ad ogni aggancio di dimostrabilità, ad ogni testimonianza di onestà professionale. Allora lo storico non si distinguerebbe più dalla figura talvolta irritante dell'opinionista di professione. Credo sia giusto invece riaffermare la possibilità di un ottimismo della ragione. Sul dittico narrazioni-diplomi si fondarono dalla metà del Seicento le produzioni erudite e le strumentazioni analitiche e critiche di maggiore interesse. La metodica era intesa a verificare autenticità o impostura delle fonti e veniva esercitata molto sulle narrazioni e sui diplomi.
In Italia la ricezione di queste grandi costruzioni metodologiche ebbe il suo culmine con Muratori, che oppose il linguaggio del razionalismo a una retorica che esaltava gli atti solenni indipendentemente da un accertamento di autenticità. Scipione Maffei aveva rivendicato l'importanza dello studio degli atti più ordinari e di natura privata contro al privilegiamento dei diplomi solenni. Il suo punto di forza era nella considerazione unitaria dello svolgimento delle scritture, pubbliche e private e dal vasto lasso temporale. Ma la necessità di approfondimento critico condussero verso la specializzazione di settori tecnicamente definiti, anche al prezzo di istituire barriere accademiche. Si svilupparono così metodologie specialistiche. La tenacissima preminenza di narrazioni, diplomi e leggi nelle edizioni di fonti medievali (MGH) contrasta con il fatto che almeno dalla metà dell'Ottocento maturarono esperienze che dilatavano la tipologia delle fonti ritenute degne di interesse storico, e comunque ponevano in una situazione più problematica che nel passato il lavoro erudito.
I grandi processi di costruzione statale complicano la situazione perché avevano condotto al controllo delle autorità politiche centrali sui documenti e a una nuova sistemazione degli archivi. Così una documentazione imponente concepita come privato possesso divenne di dominio pubblico. Così, nei decenni centrali dell'Ottocento, si era posto un problema di organizzazione archivistica contestuale a un problema di pubblicazione dei documenti. Fecero la loro comparsa tra le fonti medievali edite in questo periodo tipologie più ricche e differenziate rispetto al panorama consueto delle edizioni. Si venne affermando l'attenzione non solo per le antichità e i costumi, ma anche per la storia dell'economia in tutte le sue articolazioni. Emerse un interesse per una storia delle culture nazionali. Si posero i problemi delle relazioni tra la ricerca storica e discipline scientifiche vecchie e nuove. Questo alla lunga produsse elementi di crisi e di dubbio nella riflessione sulla natura e l'oggetto della ricerca storica. Almeno in linea di principio, non sembrava più possibile distinguere le fonti secondo gerarchie di importanza. C'è una grande difformità tra l'atteggiamento non selettivo e aperto verso le fonti che si era imposto sul piano del metodo storico e la rigidezza nel campo del lavoro di edizione.
La dilatazione delle tipologie di scrittura è tale da far sembrare impossibile ogni impresa di edizione sistematica. Tale lavoro però si è protetto da questi problemi grazie al tenace privilegiamento dei testi più antichi. Può sembrare giusto che si forniscano edizioni complete solo per le fasi storiche più remote e meno documentate di un ente, di un territorio, di una serie archivistica. Ma le implicazioni negative sono state pesanti. Chi voglia studiare un dato ambito territoriale deve scontare in partenza una divaricazione tra l'orizzonte editoriale, con la relativa strumentazione scientifica, e la grande massa della documentazione scritta che gli è offerta in archivi e biblioteche. L'attuale struttura di conservazione delle fonti le dispone secondo fisionomie molto mutate rispetto a quelle originarie. L'alterazione è condizione stessa della pubblica fruibilità delle scritture del passato. Il tornante fondamentale nella storia degli archivi (fra Sette e Ottocento) consistette proprio in un mutamento drastico di collocazione e fisionomia delle carte antiche. Con l'avvento della stampa si definì una dicotomia tra biblioteche e archivi. Ma custodia archivistica e custodia bibliotecaria conobbero anche molte osmosi e interferenze. Prima che venisse dovunque accettato il metodo storico, secondo il quale una serie archivistica dovrebbe rispettare la fisionomia dell'istituzione che la produsse, si operarono in alcune sedi delle risistemazioni che erano in funzione di classificazioni tematiche fittizie.
La statalizzazione e la centralizzazione degli archivi non assorbirono mai integralmente le scritture del passato. Non vanno ignorate le scritture distrutte o condannate per eresia. Procedendo dal medioevo verso l'età moderna, la serie degli smarrimenti e delle distruzioni e dei loro motivi si dilata. Dai roghi istituzionali o tumultuosi connessi a iniziative d'ordine o a sommovimenti sociali, alle immani distruzioni di guerra dei tempi più recenti. Dalle sottrazioni disinvolte e di buona fede compiute da eruditi del Settecento per una più quieta consultazione a quelle fatte in vista di un commercio. Vaste annichilazioni di scritture furono contestuali proprio alle opere di sistemazione e organizzazione degli archivi pubblici.
In parallelo con le devastazioni riconducibili ad azioni deliberate procedette dal medioevo ai nostri giorni l'opera più subdola della semplice incuria. Le cose del passato difficilmente si conservano se non c'è la volontà positiva di conservarle. Lasciare abbandonato o mal custodito un complesso documentario ha sempre equivalso a condannarlo alla distruzione. Il problema è di capire, utilizzando la tradizione erudita e la tradizione archivistica e superando i condizionamenti che impongono quanto a selettività allo studio quale fosse la struttura delle fonti, il paesaggio delle scritture di una determinata epoca storica. Sotto questo profilo, della struttura della documentazione quale si configurava all'inizio, tutta l'epoca medievale presenta caratteristiche di grande rigidezza. Limitatezza dell'alfabetismo, uso della parola scritta molto meno lato di quanto non sarebbe stato dal Cinquecento in poi, organizzazioni archivistiche embrionali e ristrette ad ambiti culturali e istituzionali ben definiti, sono caratteri di cui tenere conto. Va aggiunto che il medioevo non offre un paesaggio documentario omogeneo, e conosce invece differenze profonde tra epoche diverse e tra aree diverse. Quanto alla cronologia una cesura fondamentale si pone nel corso del XII secolo. Prima di allora, la caratteristica fondamentale è la preponderanza assoluta delle istituzioni ecclesiastiche nel determinare la tradizione scritta. Questa egemonia ecclesiastica dipende da un intreccio di fenomeni quali la crescente disalfabetizzazione del laicato, il suo acuirsi in ceti politicamente rilevanti e la mancanza di quel nesso coerente fra organizzazione politica e militare e amministrazione dell'ordinamento romano e aveva allora determinato la solidità di una attitudine generalizzata alla scrittura. Quando fra XI e XII secolo quel nesso fu ricomposto attorno a una pluralità di centri di dominio territoriale si ricrearono le condizioni per una rinascenza della scrittura anche in ambito laico e per una tenuta degli archivi presso città e famiglie: la rivitalizzazione di un'economia mercantile e di un insieme organico di scambi tra città e campagna, la nuova domanda di cultura giuridica incrementarono una veramente nuova struttura dei testi scritti. L'emergere di questa nuova struttura si colloca senza dubbio nell'arco del XII secolo.
Per chi si occupi del medioevo italiano questo va detto: prima del XII secolo la fisionomia delle fonti scritte presenta caratteri di grande uniformità in tutto il paese. Ma con la nuova articolazione e l'espansione avviate dal XII secolo il paesaggio delle scritture diventa più variegato e complicato: poiché se dovunque esso si modellò in funzione dei fenomeni di riorganizzazione politica, questi furono molto diversi nelle diverse parti d'Italia. Una divaricazione fondamentale si pose allora fra la grande creazione normanno-sveva del Regno di Sicilia e il resto d'Italia.
Alcuni modelli interpretativi
1. I media contro la storia?
Un primo gruppo di teorie considera i media come negazione della storia:
- L'immagine destoricizzante: la massiccia presenza delle immagini sarebbe di per sé la causa di una destorificazione della coscienza contemporanea
- La perdita della prospettiva storica: secondo altri non la moltiplicazione delle immagini in sé, ma l'avvento dei media audiovisivi sarebbe causa di un ridimensionamento della prospettiva storica, del senso del tempo
- Blob, il flusso che appiattisce: una terza tesi sostiene che il flusso dei programmi avrebbe un effetto appiattente sulla consapevolezza e sul senso della storia. Tutto è sincrono, il passato non esiste più, la storia è cancellata
2. La storia narrata dai media e le altre storie
Un altro gruppo identifica le caratteristiche specifiche e i luoghi deputati di una storia dei media per definirne le differenze di struttura e di ruolo rispetto ad altri e più consolidati tipi di storia.
- Alto e basso: storia dal basso/storia ufficiale
- Storia contro memoria
- Focolari della coscienza storica
- Uso pubblico e uso scientifico
Per una critica: un'idea prescrittiva di storia
1. Le debolezze dei modelli interpretativi prevalenti
Anche quando si parla dei media in generale, in realtà si fa riferimento ad un solo medium o a una categoria particolare e si finisce con l'idealizzare la funzione positiva del libro contro quella distruttiva della tv, o con l'idealizzare i canali di circolazione più ristretti contro gli usi pubblici. La visione della storia risulta insieme difensiva e prescrittiva. Da un lato si parla del senso della storia come si trattasse di una visione del mondo unica e definita o si ha una visione storica del mondo o non la si ha. Dall'altro, si parla della storia-scienza come mondo dai confini precisi, e nettamente separabile dalla storia non scientifica: questa è la concezione implicita in Le Goff, Ferro e Habermas.
2. La storia scientifica
Rispetto a questa convinzione sono possibili tre atteggiamenti:
- Storia come scienza esatta (Ferro)
- Storia come insieme di testi possibili
- Per un'analisi storico-critica della conoscenza storica
Per una critica: la collocazione sociale della storia scientifica
1. Una storia pura?
La storia pura è sempre stata una disciplina sospetta e sulla difensiva. Il suo rapporto con i media è sempre stato condizionato da un gioco continuo di allontanamenti ed avvicinamenti. Dappertutto il confine tra usi scientifici e usi pubblici è una vasta terra di nessuno.
2. Usi della storia
- Usi privati della storia
- Dall'uso al consumo
- La nuova storia ufficiale
3. Ricerca e divulgazione
Il rapporto reale, non quello idealizzato, tra ricerca e divulgazione va indagato. Secondo il modello classico, prima la ricerca giunge ai suoi risultati, e poi, generalmente altri soggetti, si assumono il compito di farne conoscere i risultati al di fuori della sfera accademica.
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