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Scoprire la scoperta dell'America

La scoperta dell'America e degli americani

La scoperta dell’America e degli americani è l’incontro più straordinario della nostra storia. All’inizio del XVI secolo gli indo-americani sono ben presenti, ma si ignora tutto di loro, benché su di loro vengano proiettate immagini e idee relative ad altre popolazioni lontane. L’incontro non raggiungerà mai più una simile intensità. È proprio la conquista dell’America che annuncia e fonda la nostra identità attuale. Noi siamo tutti discendenti diretti di Colombo, con lui ha inizio la nostra genealogia.

A partire dal 1492 il mondo è chiuso, è “piccolo”. Si può ammirare il coraggio di Colombo. Egli non era affatto certo che non vi fosse l’abisso, il vuoto, o che quel viaggio non rappresentasse la discesa di una lunga china difficile da risalire: non era affatto sicuro di tornare. Leggendo gli scritti di Colombo, si potrebbe avere l’impressione che il suo movente essenziale sia stato il desiderio di arricchirsi. Colombo parla dell’oro persino nelle sue stesse preghiere e decide il proprio itinerario anche in base agli indizi che crede di trovare sulla presenza dell’oro. Colombo conosce il valore di esca che le ricchezze e l’oro possono rappresentare. È con la promessa dell’oro che rassicura gli altri nei momenti difficili. Non solo i semplici marinai, ma anche gli stessi mandanti della spedizione, i sovrani spagnoli, non si sarebbero impegnati nell’impresa senza la promessa di un profitto: il diario che tiene Colombo è destinato proprio a loro. Egli non ha torto quando immagina l’importanza di tali moventi. Ciò nonostante, la cupidigia non è il suo vero movente: se la ricchezza gli interessa, è perché essa rappresenta il riconoscimento del suo ruolo di scopritore; ma per sé egli preferirebbe il rozzo abito del monaco.

Ecco la sua pura intenzione: egli vorrebbe incontrare il Gran Khan, l’imperatore della Cina di cui Marco Polo aveva lasciato un ritratto indimenticabile. Questo obiettivo non viene mai dimenticato. Perché, scrive Polo: “È da lungo tempo che l’imperatore del Cataio ha chiesto di poter avere dei sapienti che lo istruiscano nella fede di Cristo”. Colombo ha a cuore l’espansione del cristianesimo molto di più dell’oro. Il movente che lo anima è la vittoria universale del cristianesimo. Colombo è un uomo profondamente religioso che si considera un eletto, vede in se stesso l’incaricato di una missione divina e vede dovunque l’intervento divino.

Del resto, il bisogno di denaro e il desiderio di imporre il vero Dio non si escludono a vicenda. Vi è un rapporto di subordinazione, di mezzo e di fine. Il progetto di Colombo non si limita alla sola esaltazione del vangelo nell’universo. L’esistenza e la continuità di questo progetto sono rivelatori della sua mentalità: Colombo vorrebbe intraprendere una crociata e liberare Gerusalemme. Anche se il progetto che Colombo espone alla corte dei sovrani spagnoli per ottenere l’aiuto necessario alla prima spedizione è diverso, egli non dimentica mai il progetto autentico e lo ricorda in una lettera al papa, in cui scrive “questa impresa fu compiuta con l’intento di impiegarne il ricavato per restituire i Luoghi Santi alla Santa Chiesa”. Il suo appello, però, non suscita molte reazioni.

Il ritratto di Colombo secondo Las Casas

Nel ritratto di Colombo che Las Casas ci ha lasciato, si dà ampio rilievo alla sua ossessione per le crociate nel quadro della sua profonda religiosità. Non solo i contatti con Dio interessano Colombo molto più delle questioni umane, ma anche la sua forma di religiosità è particolarmente arcaica: non è un caso se i progetti di crociata vengono abbandonati dopo il Medioevo. È dunque un tratto di mentalità medievale che fa scoprire l’America a Colombo e gli fa inaugurare l’età moderna. Colombo non è un uomo moderno: stava per far nascere un mondo nuovo senza che potesse già appartenergli.

Vi sono però tratti più vicini. Da un lato, egli tutto subordina a un ideale esteriore e assoluto, e ogni cosa mondana non è che un mezzo per la realizzazione dell’ideale. Dall’altro egli sembra trovare nell’attività che gli riesce meglio un piacere che ne fa un’attività autosufficiente; la scoperta della natura cessa di avere la minima utilità e da mezzo diviene fine. Per Colombo scoprire è un’azione intransitiva. I profitti che si possono ricavare interessano Colombo solo secondariamente: ciò che conta sono le terre e la loro scoperta. Quest’ultima sembra subordinata ad un solo obiettivo, che è il resoconto del viaggio: si direbbe che Colombo abbia compiuto la sua impresa per poter fare dei racconti inauditi, proprio come Ulisse.

Colombo ermeneuta

Per dimostrare che la terra che ha sott’occhio è proprio il continente e non un’altra isola, Colombo si basa su tre convinzioni: l’abbondanza di acqua dolce, l’autorità dei libri santi e l’opinione di altri uomini da lui incontrati. Questo ben rappresenta l’esistenza di tre sfere in Colombo: una sfera naturale, una divina e una umana. A ciò corrispondono i tre moventi della conquista: il primo umano (la ricchezza), il secondo divino e il terzo legato al godimento della natura. Colombo si comporta in modo diverso a seconda che si rivolga alla natura, a Dio o agli uomini.

Quando si dice che Colombo è credente, l’oggetto è meno importante dell’azione. Si ha, infatti, l’impressione che qualunque fosse stata la sua religione, egli avrebbe agito ugualmente: quel che conta è la forza della credenza come tale. Colombo non crede solo al dogma cristiano: crede anche all’esistenza dei ciclopi e delle sirene, delle amazzoni e degli uomini con la coda. E la sua fede è così forte che egli crede di trovarli davvero. Di origine cristiana è la credenza più sorprendente di Colombo: quella nell’esistenza del paradiso terrestre. Alla sua prima visita ai Caraibi, di ritorno alle Azzorre, sostiene che si trovi all’estremità dell’Oriente. L’argomento diventa ossessivo nel corso del terzo viaggio, con l’approssimarsi di Colombo all’equatore. Egli crede dapprima di rilevare un’irregolarità nella rotondità della terra.

Colombo non si preoccupa mai di capir meglio le parole di coloro che a lui si rivolgono, perché sa a priori che incontrerà ciclopi, uomini con la coda e amazzoni. Anziché concludere per l’inesistenza delle sirene, preferisce correggere un pregiudizio con un altro pregiudizio, dichiarandone la non bellezza. Colombo pratica una strategia finalistica dell’interpretazione. Il senso finale è dato subito di primo acchito, quel che si cerca è il percorso che collega il senso iniziale con quello finale. Colombo non ha nulla in comune con un moderno empirista: l’argomento decisivo è un argomento di autorità, non di esperienza. Egli sa in anticipo ciò che troverà; l’esperienza concreta non viene interrogata per la ricerca della verità, ma serve ad illustrare una verità che si possiede già.

Colombo e la natura

Colombo era più perspicace quando osservava la natura che quando cercava di comprendere gli indigeni. Nello spirito di Colombo, la natura presenta certamente maggiori affinità con Dio di quante ne posseggano gli uomini. C’è, in lui, una costante attenzione per tutti i fenomeni naturali. Pesci e uccelli, piante e animali sono i personaggi principali delle avventure che racconta. Significativo il fatto che quando fa scalo alle isole del Capo Verde, non presta alcuna attenzione ai lebbrosi, ma si lancia subito in una lunga descrizione delle abitudine delle tartarughe. Rivestirà il ruolo dell’etologo sperimentatore, quando descriverà la scena di un combattimento fra un pecari e una scimmia. Non passa giorno senza una notazione sulle stelle, i venti, la profondità dell’oceano, il rilievo della costa. Qui i principi teologici non hanno posto. Colombo passa il tempo a fare osservazioni geografiche. Egli riesce a compiere delle vere prodezze: sa sempre scegliere i venti e le migliori vele; inaugura il sistema di navigazione secondo le stelle e scopre la declinazione magnetica. L’unica comunicazione efficace che egli riesce a stabilire con gli indigeni si fonda sempre sulla sua conoscenza delle stelle. Quando il mestiere di navigatore non è più in gioco, la strategia finalistica ha il sopravvento e inizia a cercare non verità, ma conferma ad una verità già impugnata. Tutti i giorni Colombo vede dei segni, e tuttavia sappiamo ora che quei segni mentivano. In mare tutti i segni indicano la prossimità della terra perché tale è il desiderio di Colombo. A terra tutti i segni rivelano la presenza dell’oro: anche qui la convinzione si è formata tempo prima. Egli ritiene che le terre siano ricche perché desidera che lo siano: la sua convinzione è sempre anteriore all’esperienza. Spesso propone vaghe analogie, spesso il punto di partenza stesso è falso, spesso la deduzione non tiene: poiché un’isola è bella, Colombo conclude che è anche ricca. La ricerca del luogo dove si trova la terraferma è un altro esempio. Per Colombo l’isola di Cuba è parte del continente asiatico, e decide di eliminare qualsiasi informazione che possa dimostrare il contrario. Gli indiani incontrati, gli dicevano che era un’isola, ma Colombo metteva in dubbio la qualità dei suoi informatori. Verso la fine della seconda spedizione, Colombo rinuncerà a verificare la cosa, e imporrà un giuramento.

L’interpretazione dei segni della natura, è predeterminata dal risultato al quale egli vuole pervenire. La stessa scoperta dell’America è conseguenza del medesimo comportamento. Colombo stesso attribuisce la sua scoperta a una conoscenza a priori, che identifica con la volontà divina e con le profezie. Questo tipo di interpretazione, fondata sulla prescienza e sull’autorità, non ha nulla di moderno. Tutto ciò è però compensato dall’ammirazione intransitiva della natura: il godimento della natura non obbedisce ad alcuna finalità. Non si finirebbe mai di enumerare tutte le occasioni in cui Colombo esprime la sua ammirazione. Nel descriverla, egli non sa rinunciare al superlativo. Il verde degli alberi è così intenso che non è più verde. Colombo sa che questi superlativi possono sembrare inverosimili e poco convincenti, ma se ne assume il rischio e giura di non esagerare affatto. L’esito di questa ininterrotta ammirazione è il desiderio di non staccarsi mai più da quella straordinaria bellezza. Egli dimentica la ricerca del profitto per insistere su ciò che non serve a niente e non porta a niente: la bellezza. L’osservazione della natura porta a tre esiti: all’interpretazione puramente pragmatica, quando si tratta di navigazione; all’interpretazione finalistica, allorché i segni confermano le credenze e le speranze; e a quel rifiuto di ogni interpretazione che è l’ammirazione intransitiva, la sottomissione assoluta alla bellezza per cui si ama un albero perché è bello, perché è.

Colombo e gli indiani

Nei confronti degli esseri umani, il comportamento di Colombo sarà più semplice. Dagli uni agli altri vi è soluzione di continuità. I segni della natura sono degli indizi stabili, invece i segni umani non sono semplici associazioni, ma passano attraverso la mediazione del significato. In fatto di lingua, Colombo non sembra prestare attenzione che ai nomi propri, i quali, sono ciò che vi è di più simile agli indizi naturali. A partire dal nome, Colombo-Colòn: molti credono che i nomi debbano essere ad immagine di chi li porta. E Colombo possedeva due caratteristiche degne del nome: quella dell’evangelizzatore e quella del colonizzatore. Quella stessa attenzione che Colombo presta al proprio nome si manifesta anche nelle cure che dedica alla sua firma, la quale diventa una elaboratissima sigla che impone anche agli eredi.

L'assegnazione dei nomi

Nell’assegnazione dei nomi all’Altro, Colombo segue una sorta di diagramma: l’ordine cronologico dei battesimi corrisponde a quei nomi, Dio, Maria, il Re di Spagna e la Regina. Colombo sa che quelle isole hanno già dei nomi. I nomi degli altri, però, lo interessano poco e vuole ribattezzare i luoghi in funzione del posto che essi occupano nel quadro della sua scoperta. Il nominarli equivale ad una presa di possesso. Più tardi ricorre a una motivazione più tradizionale, della quale da sempre la giustificazione: è il caso di Cabo Hermoso, Las Islas de Arena, Cabo de Palmas, Rio de Oro. Il suo piacere è tale che dà successivamente due nomi alla stessa località. Neppure gli indiani sfuggono a questo profluvio di nomi: i primi indigeni condotti in Spagna vengono ribattezzati.

Il primo gesto che Colombo compie a contatto con le terre scoperte, è una dichiarazione secondo la quale quelle terre fanno ormai parte del regno di Spagna. I nomi propri, sprovvisti di senso, servono solo alla denotazione, mentre non servono direttamente alla comunicazione umana. Si rivolgono alla natura, non agli uomini. La parte della comunicazione umana che attira l’attenzione di Colombo è proprio quel settore del linguaggio che serve solo a designare la natura. A Colombo sfugge tutta la dimensione dell’intersoggettività, del valore reciproco delle parole, del carattere umano e quindi arbitrario dei segni. Colombo non dubita neanche un attimo che gli indiani abbiano le stesse distinzioni degli spagnoli: la sua curiosità ha per oggetto solo l’esatto equivalente indiano di questi termini. Le parole non sono che l’immagine delle cose. Non desta quindi meraviglia la scarsa attenzione che Colombo dedica alle lingue straniere. La sua stessa convinzione della vicinanza dell’Asia all’Europa si fonda su un malinteso linguistico. Colombo prende come autorità l’astronomo arabo al-Farghani che esprime la distanza in miglia arabe non italiane. Colombo non riesce neppure ad immaginare che le misure siano un fatto convenzionale, che il medesimo termine abbia significati diversi secondo tradizioni diverse: egli traduce in miglia italiane, e la distanza gli appare commisurata alle sue forze. Colombo disconosce la diversità dei linguaggi e dinanzi ad una lingua straniera, o riconosce che è una lingua, ma si rifiuta di credere che è diversa, o riconosce la differenza, ma nega che si tratti di una lingua. Quest’ultima è la sua reazione al primo incontro con gli indiani. Più tardi, arriva ad ammettere che sia una lingua, ma non riesce a persuadersi sia diversa e continua a trovare parole familiari e a parlare con gli indiani come se dovessero capirlo o a rimproverargli la cattiva pronuncia. Quando infine riconosce che una lingua è straniera, vorrebbe almeno che tutte le altre lo fossero.

Come annota Las Casas “brancolavano tutti nel buio, perché non capivano quel che dicevano gli indiani”. La cosa non è sorprendente, lo è di più il fatto che Colombo pretenda regolarmente di capire che gli viene detto, fornendo le prove della sua incomprensione. Colombo, del resto, ammette che non c’è comunicazione. La comunicazione non verbale non ha miglior successo.

Questi esiti negativi non sono dovuti soltanto all’incomprensione della lingua, all’ignoranza dei costumi degli indiani: gli scambi con gli europei non hanno miglior successo. Anche la percezione che Colombo ha degli uomini che lo circondano non è molto chiaroveggente: coloro a cui concede tutta la sua fiducia ben presto gli si rivoltano contro, mentre trascura persone che gli sono realmente devote. La comunicazione umana non riesce a Colombo perché non gli interessa. Tutti segni: della percezione sommaria che Colombo ha degli indiani, miscuglio di autoritarismo e di condiscendenza, dell’incomprensione della loro lingua e dei loro segni, della facilità con cui aliena la volontà altrui per una migliore conoscenza delle isole e, insomma, della preferenza per le terre rispetto agli uomini.

Colombo e gli indiani

Colombo parla degli uomini che vede solo perché fanno anch’essi parte del paesaggio. I suoi accenni agli abitanti delle isole sono sempre inframmezzati alla sue notazioni sulla natura. Le menzione che fa dei cani in mezzo a delle osservazioni sulle donne e sugli uomini indica bene il registro nel quale sono integrati. Significativa è la prima menzione degli indiani: “Subito videro gente nuda”. Gli abiti sono infatti simbolo di cultura: la constatazione sulla loro assenza, ritorna spesso. Fisicamente nudi, gli indiani sono anche privi di ogni proprietà culturale: sono caratterizzati dalla mancanza di costumi, di riti, di religione: Colombo si fa così l’immagine della nudità spirituale.

Già privi di lingua, gli indiani si rivelano anche privi di leggi e di religione. L’atteggiamento di Colombo nei confronti della loro cultura è, nella migliore delle ipotesi, quello del collezionista di curiosità, e non si accompagna mai ad un tentativo di comprensione. Non desta stupore che tutti questi indiani culturalmente vergini si somiglino fra loro. Viene dunque misconosciuta la loro cultura e vengono assimilati alla natura in un’immagine che obbedisce alle stesse regole dell’osservazione della natura: Colombo ha deciso di ammirare tutto, in primis la bellezza fisica. Questa ammirazione si estende al campo morale. Sono brava gente, dichiara Colombo, senza preoccuparsi di giustificare l’affermazione. Quando conoscerà un po’ meglio gli indiani, egli cadrà nell’estremo opposto.

Al primo incontro, Colombo non si stanca di lodare la generosità degli indiani che danno tutto per niente. Egli non capisce che, come le lingue, anche i valori sono convenzionali, che l’oro in sé non è più prezioso del vetro.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Stotle di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle Civiltà e dei Sistemi Internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Pizzetti Silvia Maria.
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