Prologo
Nel primo capitolo si afferma che la scienza non tratta i fini morali e ultimi dell’uomo ma che lo fa solamente la religione, però entrambe le cose sono sentite come distanti dagli uomini che oggi apprezzano solamente l’utile, il tecnologico e l’immediato. Il prologo parte dalla questione: “che senso ha interrogarsi/studiare il passato? Che utilità ha la storia?” Bevilacqua mette in bocca a un ipotetico manager d’industria l’obiezione di fondo che dilaga nella società oggi. Cioè, se tutto è subordinato a un vantaggio (economico e non) la storia che ruolo ha?
Ci si concentra sulla crisi della scuola considerando che la scuola si è costituita su un’esigenza dell’industria che si afferma e ha bisogno di persone qualificate ed esigenza di formazione generale e umana dei cittadini. Con le trasformazioni rapide dell’economia e i suoi ritmi, la scuola rimane indietro e non sta al passo con il compromesso. Si ha un senso della scuola indebolito e un maggiore primato della ragione economica. Bevilacqua critica fortemente il sistema capitalista che annichilisce da ogni significato spirituale. Egli, pur essendo di estrema sinistra, non sfocia nel marxismo che si basa su un’idea di un uomo che produce e consuma. Lui parla di spiritualità e secondo lui il limite del sistema consumistico è quello che le risorse non sono infinite e una volta finite il sistema economico e il mondo andranno in crisi. L’idea condivisa dell’umanità si basa sul progresso, il quale però avrebbe dovuto condurre alla libertà.
Chi è l’autore?
Conoscere qualcosa dell’autore permette di comprendere meglio il libro, la presentazione del contenuto, fa leggere il libro con un certo accento, fa notare più particolari. Bevilacqua è uno storico che si è occupato dei problemi della storia e del Sud Italia, di agricoltura e di storia dell’ambiente. È un sostenitore dell’estrema sinistra e difende la sua posizione con molta forza; polemizza il sistema economico capitalista dominante oggi; è un anticapitalista.
Capitolo 1: La svalutazione del passato
Una promozione sociale incompresa
Ciò che viene descritto da Bevilacqua in questa prima parte del primo capitolo è l’indifferenza nei confronti del passato e associa il fenomeno all’essere figli di genitori che hanno ricevuto un’istruzione di base sommaria e che sono privi di motivazione e di interesse verso lo studio, che solo la famiglia può fornire, ma che non può fornire perché reduce di tradizioni non centrate sull’importanza dell’istruzione ma su abilità essenzialmente pratiche come la vita contadina o operaia. Inoltre viene detto che al giorno d’oggi nelle case di tanti ragazzi mancano tracce di libri e di quotidiani, dunque vige un disinteresse nei confronti della cultura, per chi più, per chi meno, e nei confronti del passato, a differenza dell’interesse mostrato dai ragazzi della media borghesia produttiva, burocratica e professionale.
Bevilacqua afferma che è nella scuola elementare che il bambino dovrebbe acquisire le attitudini soggettive allo studio, alla riflessione e all’applicazione mentale su testi e problemi ed è causa della mancata capacità di svolgere tale funzione della scuola elementare attuale che vi sono casi di indifferenza nei confronti della cultura, non solo storica ma generale.
L’erosione della memoria
Per quanto riguarda l’insensibilità delle nuove generazioni nei confronti della storia come realtà del passato e come disciplina, questa denuncia un mutamento psicologico delle nuove generazioni dovuto essenzialmente al cambiamento della società rispetto al passato. Un tempo non era cosa insolita discutere in famiglia e richiamare alla memoria eventi passati, anche familiari, o anche assegnare ai nipoti i nomi di battesimo per onorare i nonni, e la vita all’interno della famiglia era centrata sull’elaborazione del ricordo e della memoria. Il passato era sempre di scena, era parte integrante della vita di ognuno. La storia di conseguenza acquisiva un significato positivo indiscutibile, era vista quale collante del comune destino nel quale gli uomini si riconoscevano. Al contrario oggi si sono ridotte le occasioni per l’elaborazione e la trasmissione della memoria tra generazioni e genitori e figli. Diventa sempre più frequente il dialogo senza scopi strumentali. Il tempo presente si accampa dentro le case e tende a divorare ogni spazio in cui rimangano tracce del passato; questo porta i ragazzi a non considerare i loro trascorsi personali, a non rielaborare ricordi ed esperienze accumulate nei mesi e negli anni trascorsi e a pensare al passato come componente della loro vita. Tutto ciò che è avvenuto tende a non far più parte del loro orizzonte mentale e di conseguenza la storia appare come un culto dei morti.
Nell’età contemporanea l’interesse per il passato trovava rilevante espressione nella trasmissione di saperi tecnici, mestieri ed esperienze di lavoro. Al giorno d’oggi si sta verificando sempre più un’attenzione verso l’innovazione continua, verso il presente e l’anticipazione del futuro. Il primato assoluto del mondo attuale è assegnato alla trasformazione tecnica delle nostre condizioni di esistenza, alla novità senza tregua di beni e dei modi di vita da consumare. Il mondo di oggi è dunque caratterizzato dall’innovazione continua, rappresentata ad esempio dalla televisione, la quale al giorno d’oggi ci permette di sapere cosa succede in ogni parte del mondo, ma allo stesso tempo è anche una delle cause di annullamento del senso del passato e dell’affermarsi totalizzante del presente.
La televisione trasmette news, seguite da pubblicità, e queste news non vengono presentate come il risultato di un processo ma come a sé stanti, sono mescolate insieme alla cronaca e nemmeno ordinate in ordine di rilevanza, sono confuse in mezzo alle sterminate cose che accadono. L’informazione appare sempre più catturata nelle logiche dello spettacolo, ed è attorno a questo che gira la televisione, la quale non si preoccupa di far capire come il singolo fatto possa imporsi sul nostro passato o sul nostro futuro.
Il declino dell’avvenire
In questo capitolo si parla ancora una volta del fatto che il senso della vicinanza al passato si sta facendo sempre più colpito. Ad esempio si può notare nella scristianizzazione del mondo, che ha dissolto i fondamenti di un vecchio sentire comune e intaccato il senso della storia. Che significa? Che grazie al cristianesimo gli uomini hanno potuto rinvenire la radice sacra del proprio essere nel mondo in un lontano passato: l’avvento di Cristo sulla Terra. Era questo remoto evento reale che dava senso a tutta la storia successiva. Con la scomparsa o l’affievolirsi dell’attitudine religiosa anche il passato perde la sua sacralità e cessa di essere una premessa indispensabile per l’avvenire.
Un altro esempio di causa del declino del passato è stata quella dell’eclissi del movimento socialista e comunista. Perché? Perché la perdita dei fini sociali da perseguire e l’appannarsi dell’avvenire fa scadere il passato. Si sta nel presente, senza memoria e senza speranza, non si sa più dove si va e non ha più senso volgersi indietro. La modernità, questa è la causa del declino del passato. La modernità al giorno d’oggi agisce in ogni angolo della nostra vita quotidiana e incide sul nostro modo di sentire la storia.
Anche la scienza è una forma di sapere avalutativo, impassibile e insensibile ai valori. La scienza non dà risposte sul perché ultimo dei fenomeni ma su come essi avvengano, quindi è muta sul significato delle cose. Comunque sia, la scienza si è evoluta intrecciandosi sempre più con la tecnica e attraverso la tecnologia si è infiltrata in ogni angolo della società creando efficienza, velocità ed esattezza, ma svuotando le istituzioni di valore e di senso. L’efficienza al giorno d’oggi è diventata la nostra religione civile e la stessa vita quotidiana si trasforma in un movimento che usa l’intera realtà esterna e se stesso come mezzo e si è disinteressati ai fini e ai significati.
Il mutamento quotidiano delle nostre percezioni è dovuto quindi anche alla scienza, che impone e diffonde la convinzione che la nostra conoscenza debba limitarsi alle cose verificabili. Da qui si ha il fenomeno cosiddetto del nichilismo, tutto ciò che prima aveva una base metafisica si è ritrovato senza fondamenti. Nietzsche definì questo fenomeno con il termine “la morte di Dio”. Il nichilismo è divenuto il fondo inconsapevole del sentire comune e il senso comune del nostro tempo.
Al giorno d’oggi dunque si verificano episodi di orrore, ai quali dobbiamo dare un senso solo considerando la perdita di importanza data al senso nelle società industrializzate. Questa perdita dell’orientamento colpisce il passato ed anche il futuro. Due dimensioni che al giorno d’oggi godono di scarsa considerazione di fronte all’utile economico. Ormai ciò che conta è solamente l’arricchimento individuale. L’avvenire rimane aperto giusto alla curiosità e all’attesa per il prossimo ritrovato tecnico-scientifico. La storia, in questo scadente clima spirituale, è la vittima più naturale e sta subendo un’ulteriore aggressione, non viene più considerata, non si dà più importanza al guardarsi indietro.
Un’altra perdita del nichilismo dilagante è l’indebolimento dell’immagine dello Stato-nazione. Essa è minata al suo interno dal disgregarsi individualistico dei suoi membri ed è aggredita dall’esterno da forze che tentano di sovrastarla. Lo Stato è insidiato nella sua sovranità da gruppi finanziari internazionali, dal crescere continuo di imprese transazionali, dai movimenti errabondi e senza patria dei capitali. Il motore della dinamica sociale sembra essersi trasferito nelle singole imprese private (prima la centralità di governo e l’orientamento della realtà sociale era ad opera dello Stato), le quali producono tecnologie, innovazioni, ideologie ed atteggiamenti collettivi. Vi è sempre più l’emergere del potere autonomo dell’economia e della tecnica. Oggi la storia sembra declinare assieme al declino dello Stato-nazione.
Un tempo la storia era considerata importante per dare nobiltà e fondamenti all’organizzazione degli Stati sovrani e sacri diventavano anche il passato e la memoria storica chiamata a custodirlo. Al giorno d’oggi di verifica una mancanza di fini da perseguire e un deperimento di valori, che finiscono con l’affidare la coesione interna degli Stati alle coercizioni estrinseche del meccanismo economico. Dunque è il fenomeno dell’individualismo dilagante e della perdita del senso dello stare insieme che provocano l’abbandono della memoria del comune passato, in quanto perde di senso.
Capitolo 2: La storia-problema
Preliminari di un progetto
In questo capitolo si dice che non tutto del passato merita di essere custodito e non tutte le memorie sono degne di continuare a popolare il nostro presente. La selezione operata sulla massa dei fatti, sui pregiudizi e sugli errori che intessevano la tradizione è stata in qualche modo salutare. Il discorso continua dicendo che l’avanzare dei processi sociali non ha mai una sola dimensione: la modernità è un dio multiforme che distrugge antichi edifici ma apre anche nuovi territori su cui tornare a costruire. Dunque in ogni ambito di modernità vi sono elementi di liberazione che bisogna saper vedere.
Ad esempio, l’introduzione delle macchine in agricoltura ha liberato i contadini da forme abuttenti di fatica ma ha svuotato le campagne e ha privato il territorio della cura e manutenzione di uomini e donne. Così come l’informatica, che ha sì sostituito in maniera crescente il lavoro umano con rendimenti più elevati e precisi ma ha anche condannato all’oblio antichi mestieri e abilità manuali. La maggiore libertà individuale contemporanea ci ha consegnato alla solitudine, al disordine fragoroso della città e all’anomia sociale. Dunque ogni volta che si verifica una trasformazione si perde sempre qualcosa, e quel qualcosa al giorno d’oggi è il consumarsi del passato. Comunque sia secondo Bevilacqua il mondo che non produce si deve assumere il compito di restaurazione basato sulla mira di ricostruire nuovi equilibri sulla base di progetti consapevoli.
Dopo due secoli di sostegno allo sviluppo la politica deve porre la distruttività sociale dell’economia di mercato come il suo più sovrastante nemico. Un elemento sul quale la cultura e la politica possono agire è il ritorno a una consapevolezza della storia e dunque un ritorno alla memoria, che si sta vanificando sempre più. La cultura e la politica possono divenire dunque i costruttori di senso di una società che punta a ridurre il significato del vivere sociale di ciascuno al circuito della continua produzione e consumo di merci. L’insegnamento del passato può, in tale progetto, giocare un ruolo centrale. La scuola può diventare una “cittadella della restaurazione” e bisogna aiutarla ad elaborare una linea di difesa e a ritrovare l’orgoglio di essere protagonista di un progetto che mira a costruire una società dotata di senso, capace di progetto per l’avvenire.
La storia dei manuali
Si parla della metodologia di insegnamento della storia. Al giorno d’oggi questo avviene attraverso i manuali, i quali mostrano la storia come una serie di avvenimenti da mandare già a memoria, dunque la storia che si insegna a scuola è quella dei fatti. Il passato diviene così più pesante e indiscutibile di una pietra tombale e la comprensione e l’apprendimento della storia scadono inevitabilmente in un esercizio mnemonico. Tutto appare necessario e indiscutibile. Comunque sia non è mai del tutto ineliminabile nell’apprendimento la necessità di un atteggiamento passivo, acritico e di mera accettazione. Anche nella storia non tutti gli eventi sono sottoponibili a discussione.
La memorizzazione degli eventi e la loro esposizione secondo un ordine temporale e logico fanno parte di un processo formativo importante. Comunque sia, specie nella scuola secondaria superiore, il persistere di questo modello costituisce uno degli inconvenienti più gravi che indebolisce la trasmissione del sapere storico. Questo viene presentato dai manuali in forma passiva, come se la storia fosse solamente da digerire, e difatti, secondo Bevilacqua, è proprio questo l’aspetto chiave dell’indifferenza dei ragazzi nei confronti della storia. La storia appare così com’è, senza se e senza ma, indiscutibile.
Un paio di decenni fa negli Stati Uniti è stata praticata la storia “contro fattuale” basata sulla discussione di alternative ai fatti storici. Ad esempio, “cosa sarebbe accaduto se nella guerra civile americana avessero vinto gli Stati del Sud?”. Nella realtà della ricerca accade che lo storico faccia la storia utilizzando i “se” ed i “ma”, solo che poi, nella trascrizione degli eventi storici, li butta via; dunque la storia non sarebbe ricostruibile senza l’uso mentale di ipotesi e di alternative possibili. Questa apparirebbe come una serie di fatti concatenati e necessari che non potevano accadere se non così come sono accaduti. Senza l’accettazione dei se e dei ma fatta dallo storico penseremmo che stiamo vivendo una storia inevitabile, già iscritta nelle cose, dunque non capiremmo le diverse variabili che contribuiscono al districarsi degli eventi.
Il futuro non potrà essere se non quello che sarà. Invece tanto il presente quanto il futuro sono dei campi aperti in cui la nostra libertà e le nostre scelte faranno la storia imperscrutabile dell’avvenire. Dunque ciò che occorre riportare nell’insegnamento della storia è la sua discutibilità. Senza questa si spegne l’interesse per i fatti storici. Il manuale comunque sia non è una sintesi del passato ma è il prodotto di un’interpretazione storiografica di eventi e processi dei secoli e dei decenni alle spalle, dunque noi conosciamo l’interpretazione dei fatti storici da parte degli storici. Ciò comporta che i fatti possano essere discussi e sottoposti a verifica, modificati ed arricchiti.
C’è un’obiezione fatta ad una simile impostazione dell’insegnamento: non finiamo con il creare nei ragazzi un atteggiamento di scetticismo nei confronti del passato? Prima risposta al quesito: le ipotesi non sono mere astrazioni ma riguardano fatti e processi realmente accaduti, non invenzioni degli storici. Dunque si mette in discussione l’interpretazione degli storici e non la realtà. Comunque sia il lato positivo di una simile proposta di apprendimento è che i ragazzi sono sfidati a diventare i protagonisti di un’interpretazione, al fine di renderli appassionati e creare in loro un’idea della scienza come discutibile, come soggetta continuamente a correzioni, dunque si crea l’idea di non accettare principi indimostrabili, assumere dunque un atteggiamento critico che li allontani dal fanatismo e dalle convinzioni acquisite e mai verificate.
L’idea di una scienza come costruzione convenzionale provvisoria mina alla radice la presunzione che l’uomo possa controllare perfettamente la natura e le cose, che è alla base della violenza sull’ambiente e dell’orgoglio individualistico delle società industriali. Si è ancora lontani dall’aver fatto proprio quel senso di infallibilità della scienza, del suo essere una continua prova, solo una delle possibili vie.
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