Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Manca quasi totalmente in tutta la produzione letteraria del primo 500 la vita reale,

contemporanea specialmente quella del popolo. Persino nelle commedie viene

raccontata una vita del tutto convenzionale, assai lontana dalle vicende della esistenza

quotidiana. Anche la mandragora intende raccontare una beffa boccacesca piuttosto

che un aspetto della vita usuale ai suoi tempi. Questa condizione di distacco fra

letteratura aristocratica e cultura quotidiana determinò una sorta di ribellione al

conformismo della cultura ufficiale. Si trattò di una serie di manifestazioni letterarie

da parte di spiriti liberi, che non accettavano le forme regolari, ma vuote, della

letteratura ufficiale umanistica. Da un lato incontriamo gli scrittori “regolari”, quelli

che agiscono all'interno del sistema ufficiale e lavorano al servizio dei signori e dei

principi, dall'altro troviamo autori che intendono sottrarsi alla uniformità accademica

e cercano di dar voce a forme letterarie più popolari e realistiche. Lo scrittore che

seppe mescolare meglio la vita quotidiana e la fantasia fu Teofilo Folengo egli era un

monaco che fu allontanato per qualche tempo dal monastero. La sua novità fu proprio

la scelta di un linguaggio maccheronico, nel quale forme volgari e dialettali venivano

in qualche modo rese a simili alle parole latine attraverso l'uso di desinenze che

imitavano quelle della lingua dotta. il più importante dei suoi poemi in linguaggio

maccheronico fu Baldus. Folengo ha reso personale questo linguaggio e riesce così ad

esprimere la più vasta gamma di situazioni e di sentimenti, dai più plebei ai più

raffinati. L'uso spregiudicato dei verbi costituisce un'assoluta novità nel mondo

letterario italiano. Costruisce un linguaggio con espressioni esagerate e buffonesche è

sempre segno di una intelligenza superiore capace di rendere piacevole la lettura e

interessante il discorso narrativo. Leggendo i suoi versi sentiamo la presenza dello

stile di Virgilio, sia nella poesia bucolica che di quella epica. Folengo ha ripreso

interi versi, ha costruito episodi riprendendo il modello virgiliano. Si tratta di un

linguaggio costruito per gioco. Si ha l’impressione di ascoltare un linguaggio

costruito sul momento. Resta naturalmente la considerazione di un tentativo,

interessante, coraggioso, ricco di forte tensione morale ma non di una visione seria,

sarcastica o amara della vita. Il teatro popolare in lingua volgare aveva espresso

attraverso la sacra rappresentazione momenti di forte partecipazione emotiva e

popolare. L'avvento del classicismo distrusse completamente tale forma teatrale

ponendo in primo piano le tragedie di imitazione classica le cui vicende, legate

all’idea del fato, della vendetta degli dei, della forza estranea all'uomo avevano

completamente eliminato ogni possibilità di evoluzione del teatro popolare verso un

dramma moderno. La commedia invece trovò nuovi e insperati sviluppi e

recuperando la falsa popolare, tutta centrata intorno alle beffe dei contadini, agli

inganni dei martiri e delle mogli, alle malefatte dei monaci e delle suore.

A Padova Angelo Beolco detto il Ruzzante è uno dei più importanti attori –autori. La

lingua di queste rappresentazioni fu il dialetto padovano antico. Ma il Ruzzante a

differenza del Folengo non possedeva strumenti culturali adeguati e quindi non volle

costruire una contrapposizione di linguaggio caricaturale alle forme piuttosto fisse

della poesia bucolica. A differenza del Folengo la lingua del Ruzzante è una lingua di

vera, decisa, capace di calarsi nella realtà contadina cogliendo con precisione le sue

pene, le sue gioie, le sue volgarità ed anche i suoi migliori momenti. Il teatro del

Ruzzante è quindi una rappresentazione viva ed appassionata della realtà; avrebbe

potuto dar luogo a una nuova letteratura drammatica in Italia ma purtroppo risentì in

forma eccessiva della limitazione che il dialetto gli imponeva e non riesci ad andare

oltre i confini del contado veneto. Capitolo 13

La prosa dell'età del Barocco

Le scoperte geografiche e soprattutto la consapevolezza della presenza di mondi

nuovi, nell’allargarsi degli spazi concessi all'uomo, spingono gli intellettuali ed anche

gli uomini di affari a nuovi entusiasmi nel desiderio di indagare e di conoscere terre e

genti fino ad allora ignote. Il Rinascimento non aveva conosciuto sostanziali

ribellioni e tutte le conquiste erano frutto di una vitalità spontanea, di una fiducia

assoluta nelle forze dell'uomo e nelle certezze della tradizione. L'età del barocco e

invece si presentava sin dall'inizio, come un tempo nel quale la vita dell'uomo può

conoscere molto rapidamente orizzonti eccitanti ma anche molto pericolosi. C'è un

sentimento di oscillazione: da una parte si vorrebbe ritrovare la calma e la fedeltà ai

valori del primo Rinascimento e dall'altra invece si tende a intraprendere strade

sconosciute dove far brillare l'abilità intellettuale, il gioco rapido improvviso e

imprevedibile della mente. Nell'arte, come nella letteratura, come nella vita si tende

al gioco, all’illusioni, alla capacità mimetica di costruire un mondo fantastico diverso

dal reale. La vita perde i suoi contorni reali e diventa una sorta di teatro sempre in

movimento. Gli artisti in questo nuovo panorama culturale sfrutteranno l'uso della

metafora, creeranno illusioni nelle quali sarà difficile distinguere il vero dal falso. Il

trionfo della Spagna in Europa, segna soprattutto in Italia il gusto e lo stile in tutte le

manifestazioni della vita artistica sociale e politica. Nell'età del barocco la novità è

che si crea sul piano della vita non solo culturale ma anche quotidiana una definitiva

frattura fra il Nord e il sud dell'Italia.Le regioni settentrionali accettano il messaggio

della controriforma cattolica, Napoli e il meridione vedono la prosecuzione della

riflessione filosofica del Telesio e del Bruno e permettono una più facile penetrazione

delle conclusioni di Cartesio, di Pascal e del neoepicureismo. Fu a Napoli che la

cultura cattolica venne a contatto col pensiero laico moderno e riuscii a raggiungere

per qualche tempo una sintesi del tutto superiore a quella del pensiero laico europeo.

La presenza ancora determinante dell’aristotelismo determinò una sostanziale stasi in

tutte le forme dell'avventura del pensiero. Nasce da questa mancanza di rinnovamento

la decadenza italiana rispetto ai paesi europei. Mentre i grandi Stati europei riescono

a progredire sia in campo economico che in quello filosofico e culturale, le divisioni

fra tanti stati in Italia, la tendenza la guerra, la scarsa capacità di buon governo degli

spagnoli, la grave di insufficienza generale della Chiesa, unendosi alla rottura

dell'equilibrio politico europeo e all'inevitabile perdita d'importanza della Repubblica

di Venezia, crearono le condizioni per un ristagno di tutta la cultura della penisola

con una conseguente ricaduta anche per lo sviluppo del pensiero.

L’artista deve stupire, deve creare l'effetto di sorpresa, deve presentare le cose in

modo inaspettato, facendo così della realtà solo un gioco di apparenze. Occorre allora

essere “arguti”, usando artifici di suoni, complicando la struttura del pensiero,

servendosi di contrasti sottili fino all'abuso dell'ossimoro. Fu Tassoni il primo ad

accettare violentemente e petrarchismo e naturalmente Francesco Petrarca. Nell'arte

figurativa e plastica invece la tendenza all'invenzione e alla ingegnosità giunge a

momenti creativi. Basta pensare a Bernini, a Borromini, a Pietro da Cortona e tanti

altri straordinari protagonisti in Italia e in Europa della vita dell'arte.

Capitolo 14

La scrittura nel diciassettesimo secolo

(1600)

Il secolo diciassettesimo conobbe notevoli risultati nel campo della storiografia e

dalla speculazione politica e dalla scienza di Galileo. Continuò la netta separazione

della lingua parlata e della prosa scritta. Si restò prigionieri di una visione provinciale

e municipale della cultura, della letteratura. Il secolo diciassettesimo in Italia conobbe

per la prima volta una prosa attraverso la quale la lingua italiana, per prima in Europa

esprimeva l'analisi e la conoscenza diretta delle cose naturali non su principi fisici

enunciati ma non dimostrati, ma sulla base puramente sperimentale, grazie a un

metodo rigoroso fisico-matematico col quale un fenomeno veniva dapprima liberato

dai suoi fattori contingenti ed ora poi trasformato in un'ipotesi matematica, i cui

termini erano quantitativamente misurabili anche perché la ipotesi stessa veniva

messa alla prova dell’esperimento. Galilei infatti era convinto che la natura possiede

le sue leggi ed è del tutto estranea all'intervento di fattori soprannaturali, di forze

misteriose assolutamente immaginarie. La conquista di Galilei era quella di liberare

completamente la fisica dargli inutili concetti metafisici incoerenti, incongruenti con

le posizioni filosofiche. Si compiva così un’operazione culturale assai importante,

distinguendo e separando nei termini giusti la scienza dalla regione. Galilei operava

tra la diffidenza degli ambienti ecclesiastici e della cultura aristotelica. Egli non volle

mai essere lo scienziato che crede nella propria verità: una di fede e una di scienza.

La verità per Galilei è sempre unica. Gli bastava quindi procedere a un naturale

dialogo che coglieva sottilmente le contraddizioni altrui e dimostrava la certezza delle

proprie riflessioni. Il modello espressivo usato da Galilei ricorda nella sua struttura

una sorta di progetto logico matematico, nel quale ogni singola parola trova un posto

ben definito ed ogni conclusione anticipa e prepara il discorso successivo.

Capitolo 15

La passione della scrittura dei viaggiatori e degli scienziati

Federico Cesi, fondatore dell'Accademia dei Lincei e Benedetto Castelli, vero padre

della scienza idraulica moderna, Evangelista Torricelli studioso e l'inventore a cui

dobbiamo la scoperta del barometro e di Marcello Malpigni illustre studioso di

anatomia e di botanica. Tutti questi scienziati, pur seguendo la strada tracciata dal

maestro Galilei, vollero evitare ogni difficoltà di natura teologica, prendendo ad

operare solo sul terreno sperimentale, escludendo i più complessi ed anche più

pericolosi e incerti problemi metafisici.

Il tema della letteratura sui viaggi si sviluppò affluente in questo secolo. Si trattò di

una particolare qualità dei nostri mercanti, dei 1000 avventurieri che solcarono i mari

di tutto il mondo alla ricerca di nuovi traffici e di nuovi guadagni o semplicemente

mossi da una curiosità intellettuale insaziabile. Il gesuita Matteo Ricci visse da

missionario in Cina per oltre vent'anni, promosse la prima decisa presenza della

civiltà occidentale nell'estremo oriente. Il gesuita pensò alla sua missione come

un'azione ferma e decisa di penetrazione culturale, per abbattere una mentalità e una

riflessione filosofica e religiosa, completamente opposta a quella della compagnia di

Gesù e del cattolicesimo della controriforma. Ricci seppe riconoscere i valori morali

proposti daConfucio cercando di adeguare il messaggio cristiano a modalità

accessibili al modo di ragionare dei cinesi. Un'ulteriore prova della intraprendenza e

dello spirito irrequieto dei viaggiatori-scrittori del ‘600 è possibile rintracciare nel

lungo resoconto di viaggio di Pietro della Valle, pellegrino per 12 anni sulla rotta

dalla Turchia all'India. Capitolo 16

L'evoluzione del processo linguistico nel secolo dei lumi

Per la prima volta l'uomo di cultura si sentì cittadino del mondo e comprese di essere

impegnato in una lotta non solo ideologica, ma anche politica nella difesa di una

concezione del progresso, capace di superare ed abbattere i confini dei singoli Stati,

per divenire una sorta di religione laica, universale. Alla base di tale progetto si

impose un moto di rinnovamento fondato sulla forza predominante della ragione,

capace di suscitare giudizi critici finalmente autonomi e liberi, in grado di scardinare

e rimettere in seria discussione tutto l'edificio del sapere consolidato nei secoli. Si

svolge un'intensa attività di scambio culturale, accompagnata anche da frequenti

viaggi nelle città come Parigi, Londra, Napoli, Milano nelle quali era più evidente la

vita sociale e politica degli ideologi illuministi. Un altro elemento di novità fu

apportato dalla volontà dei governanti di uscire dalla logica dell'assolutismo. Per la

prima volta uomini di cultura vengono chiamati a partecipare direttamente alla

stesura di progetti di rinnovamento costituzionale e successivamente a vigilare sul

reale svolgimento dei lavori. Da questo innovativo patto fra principi, re moderni ed

illuminati, filosofi e letterati consapevoli dell'importanza del loro ruolo di padri del

mutamento sociale nacque gran parte della cultura moderna. Naturalmente un'attività

culturale rivolta ad offrire validi contributi sul piano progettuale e pratico ha dato

luogo ad una profonda evoluzione anche dello scrivere. La fertilità delle ricerche

scientifiche e il numero sempre maggiore di scoperte e di ritrovati in ogni campo,

imponeva una rapidità di comunicazione il più possibile rapida e sicura, tale da non

lasciar dubbi sull'effettiva bontà della scoperta. Nel giro di pochi anni la prosa

scientifica e divulgativa di tutta l'Europa conobbe nuove, efficaci ed originali forme

testuali le quali fossero ad un tempo brevi, concise, esaurienti e tecnicamente

ineccepibili.

La prosa della cultura illuministica conobbe una serie di tecniche di scrittura piuttosto

avanzate per quel tempo. Un uomo di lettere o di filosofia ecc., per far conoscere in

forma chiara e rapida le proprie riflessioni poteva servirsi “dell'estratto”, cioè di una

sorta di riassunto che con poche folgoranti ma decisive battute, coglieva in pieno il

senso della propria discussione. Nel caso invece di un'analisi scientifica o

demografica o socioeconomica che dovesse presentare il solo resoconto della propria

ricerca venne usata la “memoria”, sorta di schedatura sintetica ma al contempo

efficace ed esauriente. Invece se si doveva presentare il lavoro di indagine personale

piuttosto ricco ed importante sul piano scientifico si ricorreva alla formula della

dissertazione, dell'analisi approfondita e ricca di ogni particolare da pronunciare nei

contessi culturali più prestigiosi. Infine si vuole dar conto dei propri studi in una

forma più tradizionale e completa, scrivendo dei lunghi e ben articolati saggi. Per la

prima volta il sapere non è più la diretta manifestazione di una riflessione e di una

meditazione personale. La nuova cultura intende eliminare le forme inutili di

superstizione e cerca di influenzare direttamente il modo di pensare e di agire degli

altri uomini. È dunque una ideologia piuttosto che una speculazione filosofica ed è

per questo che la prosa degli scrittori e illuministi è priva di ogni purezza e retorica.

Capitolo 17

Il recupero dell'imperialismo nella prosa italiana: l'importanza del teatro

Si creò attraverso la commedia grazie alla quale furono finalmente bandite le

soluzioni puramente dotte e letterarie e, al contempo, furono messi da parte i miti e le

norme severe del classicismo. Carlo Goldoni fu il primo a creare il teatro realistico in

Italia. La sua formazione culturale, sicuramente elevata e ben radicata nella tradizione

italiana fu però enormemente ampliata dall’esperienza teatrale. La passione con la

quale, fin da giovane seguì la commedia regolare toscana del Cicognini e

contemporaneamente lesse avidamente Moliè e il teatro comico spagnolo davvero

esaltante in quel periodo, segnò in maniera definitiva il suo impegno verso l'arte della

rappresentazione scenica. In effetti il vero obiettivo di quel teatro fu la possibilità di

dar vita ad opere moderne ed incisive, mettendo finalmente fine all’immitazione dei

modelli di Plauto e delle rappresentazioni popolari. Goldoni più a lungo volle studiare

la commedia dell'arte, cercando di carpire agli attori il gesto più sicuro, il movimento

più studiato, l'espressione più naturale. Goldoni fu il primo ad avvertire la falsità, la

convenzionalità, la comicità spesso oscena e triviale, la mancanza di realismo, il tono

elementare scontato delle recitazioni a soggetto della commedia delle maschere.

Comprese con rara coscienza estetica i limiti di quel teatro e le finalità di una salda

trasformazione linguistica e metodologica. Parlò infatti della noia cui erano

condannati gli spettatori nel vedere sempre le stesse cose, nell’ascoltare sempre le

medesime parole, nel sapere in anticipo ciò che avrebbe detto Arlecchino o Dorotea.

Si prospettava però un difficile problema: disegnava in primo luogo fare accettare

agli attori l'idea di imparare la parte scritta rinunciando così alla facile

improvvisazione. Goldoni ha dovuto faticare a lungo alla fine gli attori si convinsero,

capirono che finalmente cessavano di essere delle pure marionette e diventavano

attori veri, testimoni e partecipi di una rivoluzione culturale importante, di un'impresa

davvero esaltante. Goldoni seppe accostarsi alla realtà, eliminando ogni rapporto con

il linguaggio letterario aulico, lontano dal reale. Il suo è un gusto popolano, vivido,

efficace. Occorreva compiere un gran balzo per passare dal mondo della letteratura a

quello della vita. Dal sistema del Metastasio tutto impastato nei libri e nelle citazioni

dotte si giunse alla commedia dei fatti reali, delle cose quotidiane. Goldoni evitò

anche il rischio di restare ingabbiato nella struttura pur affascinante ed avvincente del

dialetto, che lo avrebbero condannato ad una posizione secondaria, priva di riflessioni

a livello nazionale. Il lungo periodo di permanenza fuori di Venezia a Pisa gli servì

per imparare il toscano, per uscire dalla convenzionalità dell'ingaggio veneto, per

diventare in una parola europeo e italiano. La sua prosa è sempre asciutta, rapida,

diretta priva di inutili aggettivi, lontana dalla flessuosa ma spesso inutile retorica. La

prosa di Goldoni volle opporre gli aspetti profondi, drammatici e grotteschi delle cose

umane, mescolandoli alle piccole meschinità, alla falsità sociale, ai 1000 fatti

quotidiani. Capitolo 18

cultura e letteratura in Italia alla fine del secolo decimo ottavo

Lo straordinario sviluppo in sede internazionale e la contemporanea diffusione, nella

repubblica delle lettere, delle opere scritte in francese e inglese suscitarono opposti

sentimenti nella cultura italiana. Di qualche interesse soprattutto sul piano storico è

certamente “la biblioteca dell'eloquenza italiana” scritta da Giusto Fontanini e portata

poi a termine da Apostolo Zeno. Si tratta di un'interminabile serie di notizie, di

aneddoti che in qualche modo costituisce una sorta di storia romanzata delle forme e

dei generi letterari più usati nel tempo. La prima enciclopedia della letteratura e della

critica letteraria in Italia dà il titolo “Gli iscritti d'Italia” di Gian Maria Mazzucchelli.

Girolamo Tiraboschi che nella sua “La storia della letteratura italiana”, seppe offrire

un giacimento vastissimo di informazioni di ogni genere intorno a letterati, scienziati,

uomini di cultura e naturalmente artisti di tutta la storia italiana. Ciò che conta è però

la dedizione scrupolosa ad una ricostruzione fedele dei dati posseduti. L'opera del

Gravina intitolata “La ragione poetica” compaiono giudizi estetici molto validi che

riescono a raggiungere la sostanza profonda, lo spirito creativo di ciascun autore. Il

Gravina comprese la necessità di tenersi lontano tanto dalle tendenze razionalistiche

cartesiane, quanto dalla vuota fantasia e creatività degli autori del barocco, nella

consapevolezza del valore morale della poesia e della sua assoluta ricerca della verità

in una forma d'arte sempre nuova ed in evoluzione. Sullo stesso piano possiamo porre

l’attività di critico letterario del gesuita Saverio Bettinelli la cui diffidenza verso le

forme radicali dell’illuminismo si unì ad una intelligente quanto consapevole

riflessione contro il vuoto culturale e poetico degli arcadi e contro la noiosa

pedanteria degli epigoni del classicismo. Da tale impostazione culturale derivò un

forte impulso a combattere la letteratura fatta di parole,di giochi di rime e di versetti,

priva di veri sentimenti morali e di partecipazione diretta alla vita. Contro i puri

letterati e contro i poeti occasionali vengono così riproposte le personalità forti ed

esaltanti dei geni di ogni tempo come Omero, Dante, Ariosto, Tasso, Radice. Non

meno dura è la sua polemica contro i poeti incapaci di liberarsi dall’ossessione

dell’imitazione di Francesco Petrarca.

Capitolo 19

La nascita della lingua italiana letteraria moderna

Il lungo cammino della lingua italiana nel corso dei secoli giunge ad una definitiva

soluzione nell'opera letteraria di Alessandro Manzoni, il cui magistero artistico e

culturale fu certamente il centro di tutta la discussione poetica del primo 800. Le

opere da lui scritte sono oggetto di studio ancor oggi. La grandezza del Manzoni fu

proprio nell'aver intuito che un'opera di letteratura diventa vera poesia, solo se riesce

a conquistare un linguaggio diretto, autonomo capace di esprimere con pienezza

semantica, ma con la naturalezza delle cose semplici per tutti, anche le problematiche

più ardue e complesse. Il percorso manzoniano fu così lento ma sicuro. Dalle prime

opere in versi nelle quali il linguaggio della poesia, simile a quello usato da tanti

poeti contemporanei si mostrava esterno, logoro e piuttosto impreciso il poeta tentò

nella poesia religiosa degli Inni sacri di esprimere un contenuto vero, sincero, senza

retorica. Fu usato un linguaggio vicino al mondo classico, liturgico ma priva di una

sostanziale capacità di rappresentazione poetica. I versi si presentavano a volte troppo

scarni, a volte troppo ricchi di coloritura classica. Un buon risultato fu ottenuto con la

scelta metrica del settenario ode a Napoleone. Il verso breve permise al poeta un

discorso senza troppi aggettivi. E’ molto interessante a questo punto ricordare che in

una lettera all'amico francese Fauriel, Manzoni affrontando il problema del

linguaggio, aveva affermato che tutta la sua ricerca linguistica era tesa a raggiungere

una forma espressiva nella quale i personaggi riuscivano a parlare secondo la loro

vera e intima natura, mettendo da parte le scelte prosastiche quanto l’eccesso poetico

proprio delle tragedie e della lirica classica. Lo stile delle tragedie possiede qualcosa

di artificiale. Solo ponendosi di fronte alla scrittura di un romanzo in prosa Manzoni

pensò di mettereda parte il linguaggio retorico per poter usare una lingua viva,

spontanea e naturale. Possiamo affermare che la prosa narrativa non esisteva nella

nostra tradizione. Non esisteva in quei tempi una prosa italiana capace di presentare

una narrazione priva di abbellimenti retorici e di forme classicheggianti, in grado di

seguire il discorso parlato, riproducendo fedelmente la mentalità e la sintassi

popolare. Proprio in opposizione agli eccessi di esterofilia, cui si abbandonavano gli

illuministi lombardi nacque un movimento letterario dal nome pretenzioso il purismo.

Utilizzando il linguaggio e la sintassi del 300 o del 500 il problema della prosa

italiana restò però sostanzialmente irrisolto. Era assurdo che si scrivesse in una lingua

di parecchi secoli prima in un mondo in così rapida trasformazione.

Capitolo 20

La prosa di Alessandro Manzoni

Manzoni senza neppure aver pensato all'inizio all’effettiva difficoltà della situazione,

si ritrovò nella strana condizione di non sapere in quale forma far parlare i

protagonisti della propria storia, in quale linguaggio raccontarla. Quando invece

intendeva esprimere riflessioni proprie di carattere morale o religioso, gli venivano in

mente le forme retoriche della tradizione italiana, del tutto lontane dalla vita concreta

e reale o finiva per pensare nella lingua che usava quotidianamente in famiglia: il

francese culto ed evoluto della grande cultura del ‘600. In effetti era stato il padre

Eustachio Degola a suggerire a Manzoni di studiare i grandi scrittori e oratori francesi

del secolo diciassettesimo come Arnauld, Nicole e Massillon. Da questi autori poté

per la prima volta avvicinarsi ad una dimensione più profonda della vita superando il

materialismo della filosofia illuministica. Di fronte al problema della lingua da usare

nel romanzo Manzoni esito più volte e alla fine si trovò a scrivere in un linguaggio

ibrido, privo di effettiva presenza realistica e di accettabile intensità espressiva.

Esisteva a quei tempi un vocabolario milanese-toscano elaborato dal Cherubini. Si

rese conto che nella composizione iscritta l'unità del linguaggio è sicuramente

l'elemento più importante e che quindi la necessità primaria, unica, incondizionata in

fatto di lingua era la interna coerenza di tutti i suoi elementi. La lingua è un

organismo vivente e le parole si richiamano l'una all'altra e le forme espressive

debbono possedere un'unica logica. Bisogna costruire un linguaggio interno ed

omogeneo, ma vivo e reale, lontano da ogni ricostruzione personale da ogni apporto

del passato, libresco e privo di vivacità. La scelta di risiedere per qualche tempo a

Firenze gli permise di prendere appunti, di stabilire relazioni personali che avrebbe

poi continuato per lettera. Egli intendeva rintracciare uno stile unico per il proprio

romanzo, prendendo come base una lingua viva, parlata. L’esistenza di una lingua

letteraria, del tutto diversa dalla lingua parlata, gli sembrava quanto mai inutile e

inconcludente. Al tempo stesso era assai lontano dall'idea che la letteratura dovesse

rappresentare con forte passione i sentimenti del popolo giungendo persino ad usare il

dialetto. D'altra parte il dialetto fiorentino non poteva essere la soluzione linguistica

del problema del romanzo. Manzoni cercava soltanto uno stile unico che fosse a un

tempo né dialettale, né troppo letterario ma fosse vivo, vero, concreto. La vera grande

conquista del romanziere fu nell'inseguire un risultato linguistico unitario, del tutto

coerente con la tradizione italiana ma al tempo stesso lontano dalle forme retoriche e

dagli apporti di altre nazioni. Il lavoro durò almeno 10 anni. Attraverso un processo

lungo e faticoso Manzoni ottenne finalmente una frase armoniosa e piana, una prosa

capace di esprimere un ritmo interno serrato e compatto. Mutando con dignità e

rigore il discorso narrativo precedente riuscì così ad ottenere una prosa curata, poetica

e al tempo stesso salda ed efficace. Probabilmente l'opera alla quale può essere

accostata e il Paradiso perduto di Milton. Come Leopardi, anche Manzoni avvertiva

la lingua italiana scritta di quegli anni come se era esenzialmente una lingua morta.

Capitolo 21

Giacomo Leopardi e il problema di una lingua italiana moderna

I grandi esempi di Platone, di Luciano, di Cicerone, di Erasmo spinsero nel 1824

Leopardi a tentare una strada già progettata parecchi anni prima: scrivere dialoghi di

forte impronta satirica grazie ai quali avrebbe potuto deridere le illusioni e i falsi

valori del mondo, facendo così della satira un formidabile sostituto della lirica. I

dialoghi che il poeta chiamò Operette morali sono spesso molto brevi, e privi di una

intensa discussione filosofica che invece sembrava assai più rilevante nelle pagine

dello Zibaldone e dei Pensieri. Forse nell'antichità solo Luciano di Samosata aveva

saputo cogliere con un linguaggio schietto e tagliente, le amare considerazioni

intorno all'uomo e al suo destino. La sua prosa è quella di una letterato finissimo, di

un filologo che conosce tutti i valori semantici della lingua scritta e che sta muoversi

con agilità mettendo da parte gli arcaismi inutili.Leopardi si convinse ben presto che

gli scrittori del 500 presentavano una lingua molto più completa formata di quella del

300. Con grande intelligenza si rese conto della necessità di aggiornare una lingua, di

renderla cioè vicina alle esigenze culturali del tempo. La lingua italiana era rimasta

una lingua poetica, al massimo presente nel teatro e nell'epica ma del tutto arretrata

rispetto alla lingua della filosofia moderna. Leopardi dimostra così di aver compreso

in piedi i limiti di tutta la discussione sulla lingua letteraria italiana: occorreva

rompere la vecchia sintassi, mettere da parte i giochi retorici, superare completamente

le regole dell'accademia, ponendosi finalmente in ascolto del popolo e cogliendo le

infinite occasioni che la vita quotidiana sa offrire ad un osservatore attento e

giudizioso. Naturalmente influì molto sulle sue scelte la posizione filosofica di

completo scetticismo e pessimismo cui era pervenuto. Si convinse pertanto di non

avere altra scelta che quella di trovare la miglior forma possibile, usando una lingua

morta della letteratura italiana. Con grandissima audacia ed intelligenza egli capì che

l'italiano è incapace di uno stile che abbia due qualità ripugnanti e contrarie

essenzialmente. Egli ricordò che neppure Galilei è riuscito a combinare insieme i due

requisiti fondamentali di uno stile moderno, diretto ed efficace. Si trattò di una lingua

molto studiata, elegante ma non imitativa come la prosa del classicismo, combinata

attraverso un gioco sottile di accostamenti e di opposizioni non sempre di facile

comprensione. Leopardi non possedeva la pietas verso il lettore che fu propria di altri

autori a lui contemporanei. Gli piacque sempre costruire un pensiero sofisticato, ricco

di continue allusioni, ellittico di molti passaggi, del tutto lontano dalle concezioni

usuali della cultura contemporanea e soprattutto privo di una vera conclusione. In

questo probabilmente anticipò di molti decenni la grande letteratura straniera della

fine dell'800 e del secolo ventesimo. Capitolo 22

La prosa del Risorgimento

Uno dei temi ricorrenti di tutta la letteratura italiana è stato nel corso dei secoli

l'attacco al mondo delle concezioni e della visione della vita religiosa cattolica. Gran

parte della storia civile non solo dell'Italia ma dell'intera Europa è stata determinata

dalla volontà di erigere steccati e barriere nei confronti di Roma e del suo magistero

non solo religioso ma anche politico e culturale. Le posizioni fortemente anticlericali,

massoniche e iperlaiche presenti in Italia nella seconda metà dell'800 allorché la

maggior parte dei pensatori sviluppò la convinzione che l'ostacolo primo ad ogni

possibile soluzioni di indipendenza e autonomia nazionale era rappresentato dalla

presenza del papato nella nostra nazione. Non si teneva contro di un elemento

culturale innato nel mondo civile italiano ad ogni livello. Come Niccolò Tommaseo

seppe ben dimostrare, il cattolicesimo era presente in Italia e non era possibile

pensare di eliminarlo per decreto. Il popolo italiano aveva nel sud e nel nord

dell'Italia una profonda fede nella Madonna e nei santi; ignorare tale condizioni

significava allontanare completamente dal processo di rinnovamento politico

culturale di tutte le masse. Questo fu l'errore madornale di gran parte degli attori

principali del Risorgimento italiano: ritenne la fede una superstizione da combattere

in maniera decisa per estirparla dal contesto civile. Tommaseo fu l'unico a

comprendere che un Risorgimento senza la presenza diretta della Chiesa sarebbe

rimasto un compromesso privo di sostanza civile. Il suo ingegno era altissimo ma gli

mancò la forza di penetrare nella vera cultura italiana. In verità fra il 1830 e il 1848

furono moltissimi gli intellettuali che scrissero, fecero proseliti, si batterono con forza

per il trionfo della iniziativa cattolica nel Risorgimento. In tale direzione si mosse

innanzitutto Vincenzo Gioberti, il cui temperamento rivoluzionario e la cui ardente

fede nelle idee di Mazzini erano accompagnati dalla consapevolezza che

l'unificazione del territorio nazionale era la conclusione, necessaria di un processo

politico e militare da condurre a termine ad ogni costo. Con grande fermezza e con

forma rapida ed essenziale il Gioberti spiega le cause del fallimento dei moti

risorgimentali. In primo luogo indica con un grande senso storico gli errori e le

contraddizioni del mondo dei gesuiti. Poi riconosce i limiti dell'azione politica di Pio

IX e contemporaneamente di tutto il movimento cattolico all'interno della questione

patriottica. Con fine intuitivo politico sa individuare i veri responsabili del fallimento,

nella eccessiva spinta municipale del Piemonte e delle altre regioni e nella

radicalizzazione delle posizioni anticlericali delle Risorgimento stesso. Sul piano

linguistico e stilistico si mossero Cesare Baldo, Giacomo Durando e Massimo

d’Azeglio e Leopoldo Galeotti.

Ben robusta fu l'opera dei due pensatori più stimati Raffaele Lambruschini fu un

prete intelligente ed attivo, pronto ad affrontare i problemi educativi a cui dedicò gran

parte della propria vita. Egli ritenne possibile la fusione della fede religiosa nelle

aspirazioni del Risorgimento, perché solo in tal modo sarebbe stata effettuata la vera

unificazione dello spirito italiano. Gino Capponi, fu un ottimo studioso di pedagogia

ed un'interessante esponente del cattolicesimo liberale, egli cercò di spiegare quanto

fosse importante ai fini di un coinvolgimento effettivo del popolo e quindi di una vera

proficua rivoluzione nazionale, la presenza di un cattolicesimo aperto e vicino alle

istanze più importanti della politica del tempo. Ben presto il clero e la gerarchia

ecclesiastica in Italia si trovarono in una condizione di forte arretratezza rispetto allo

sviluppo delle idee del positivismo, del darwinismo, dei scientisti, della razionalismo

radicale, che trovavano poi sicuro rifugio nell'aumento moderata degli addetti alle

società segrete di chiaro stampo massonico e di ancor più sicuro intento anticlericale.

La pubblicistica di quel periodo risentì decisamente di questa opposizione fra cattolici

e liberali, i cattolici intransigenti da un lato e il laicismo ad oltranza dall'altro. Il

mondo cattolico continuò ad esprimersi con una convinta ostilità nei confronti delle

idee liberali. D'altro canto la cultura laica ed anticlericale non risparmiò i propri colpi

contro l'oscurantismo, di cui finiva per macchiarsi una gran parte del mondo

cattolico. In questo assai confuso panorama di idee e di iscritti contrapposti la

decisione del Papa Pio IX di pubblicare nel 1864 la lista di 80 dottrine che la Chiesa

condannava quali manifestazioni di ateismo, apparve ben presto eccessiva ed inutile.

La lunga lista papale dava l'impressione di una condanna definitiva, priva di appello

di tutto il pensiero degli ultimi secoli, come se il cattolicesimo si arroccasse

all'interno delle mura pontificie, chiudendosi completamente nella venerazione del

passato e nel rifiuto totale del mondo contemporaneo. Certamente si trattò di una

scelta inopportuna ed inefficace e lasciò tracce negative sul cammino della cultura

cattolica. La lingua così ricca di arcaismi, di espressioni inconsuete ed assai remote,

non poteva avvicinarsi alla coscienza generale della nazione e finì per segnare un

ulteriore fossato anche sul piano della comunicazione. In effetti il libro servì soltanto

a rendere definitiva la frattura all'interno della società italiana fra la cultura

risorgimentale, il liberalismo e ogni altro movimento sociale politico da un lato e il

cattolicesimo dall'altro. Capitolo 23

La scuola democratica e la sua cultura

Sul piano ideologico i democratici si ponevano sulla linea dei ideali liberali,

illuministi della rivoluzione francese: erano ideali laici, fortemente antiecclesiastici,

che ritenevano fondamentale l’aspirazione alla costruzione e al tempo stesso

intendevano escludere del tutto la ingerenza religiosa nelle attività politiche. Ben

presto sembrò che in Italia si riproponesse l'antica divisione tra guelfi e ghibellini,

che aveva spaccato la coscienza civile nelle lunghe contese del medioevo. La Chiesa

restò sostanzialmente incapace di prendere iniziative nel campo dei problemi sociali,

politici, culturali, limitandosi ad offrire il solito insegnamento del catechismo e dei

precetti morali senza mai raggiungere lo spirito nuovo presente in gran parte del

popolo. I laici democratici, dall'altro lato, prestarono sostanzialmente ascolto alle

ideologie illuministiche senza mai entrare negli strati più vasti della popolazione,

restando così sostanzialmente estranei allo sviluppo ordinato delle masse. Carlo

Cattaneo, coraggioso combattente nelle giornate di rivolta milanese del 48 partecipò

poi con grande energia all'azione del governo di milanese provvisorio che tentava di

unificare la Lombardia Piemonte, egli è un esempio di letterato e patriota che meglio

rappresenta la forza del pensiero democratico. Cattaneo sviluppò rapidamente una

teoria federalista, secondo la quale le regioni di tutte le città lariane avrebbero dovuto

unificarsi in un patto nazionale, elaborando una costituente unica, che lasciasse però

in opera le rappresentanze parlamentari di ogni Stato. Egli pubblicò nel 1838 una

rivista destinata a segnare un importante traguardo nei rapporti, sempre complessi e

cangianti, fra il mondo dei letterati umanisti e quello degli scienziati, dei matematici,

dei fisici. Il Politecnico che Cattaneo fondò diffuse e continuò a scrivere quasi da solo

fino al 1844, rappresenta ancor oggi un modello di riferimento per qualsiasi iniziativa

culturale che intenda cogliere appieno le opportunità, che un dialogo proficuo e

costruttivo fra la cultura scientifica e quella più spiccata mente umanistica può

offrire. Capitolo 24

La storiografia e la critica letteraria

La filosofia di Hegel dominò completamente la scena culturale europea per almeno

quarant'anni. Il filosofo tedesco ebbe il merito di creare una coscienza storica, un

sentire comune per gran parte degli storici e dei filosofi di quegli anni. Alla base della

sua concezione filosofica storica si pone l'identità fra il pensiero e il fatto, nella

certezza che ogni realtà umana è completamente realizzata nell'atto stesso e pertanto

essa corrisponde a quanto di meglio si poteva ottenere in quel momento. Ma nel giro

di pochi anni si venne a consolidare in maniera polemica due diversi schieramenti che

rispecchiavano chiaramente le due eterne anime della spiritualità e della cultura nella

nostra penisola. Da un lato gli studiosi che ritenevano possibile una chiara e netta

affermazione della indipendenza e dell'autonomia italiana solo all'interno della

tradizione cattolica, come aveva fatto Giberti dimostrando che l'Italia stessa

coincideva con il cattolicesimo, con il papato e che la missione del popolo italiano era

quella di seguire gli insegnamenti della Chiesa cattolica. Dall'altro lato invece si

mosse il partito degli eterni ghibellini, dei laici a oltranza per i quali la rivoluzione

politica in Italia non poteva non passare attraverso il superamento e l'annullamento

stesso di ogni riferimento alla religione cattolica. L’idea neoguelfa fu seguita con

grande impegno da Cesare Balbo, per il quale la storia d'Italia non poteva essere

ricostruita se non intorno alla Chiesa e alla sua millenaria vicenda storica. La sua

opera più importante ebbe il titolo di Sommario della storia d'Italia e fu scritta nel

1846. Alla base della sua riflessione si pone l'idea che tutta la storia italiana deve

essere letta in funzione della presenza, più o meno radicata, dello spirito religioso.

Balbo divide la storia d'Italia e in sette epoche, ma ne esalta soltanto due: quella della

repubblica romana e quella dei comuni, capaci di sconfiggere l'imperatore germanico

e di esprimere valori religiosi ben chiari. Sul versante invece della storiografia

ghibellina si pone il libro di Giuseppe Ferrari “La filosofia della rivoluzione”. È un

testo nel quale viene svolta una apologia totalmente totale della rivoluzione e deve

essere una rivoluzione anticristiana. Convinto che solo l'ateismo rivendica ogni diritto

dell'uomo, lo fa essere il suo pontefice e il suo imperatore, egli ritiene possibile una

vera rinascita della spiritualità italiana, solo attraverso la eliminazione totale di

qualsiasi dipendenza con la religione cattolica. Per Ferrari esiste solo un nemico

eterno della storia d'Italia, il papato e il suo cristianesimo.

Francesco De Sanctis merita un discorso a parte, perché ha offerto un contributo

determinante alla causa dell'indipendenza nazionale e della formazione delle nuove

classi sociali italiane. La sua figura di patriota, di studioso insigne, di uomo politico e

di educatore della coscienza culturale della nuova Italia, lo pone al vertice di una

ipotetica piramide degli uomini importanti del Risorgimento. Un suo merito fu quello

di aver saputo cogliere ciò che era più valido nella poetica romantica, eliminando gli

eccessi del sentimentalismo e del soggettivismo, spinto agli estremi ma soprattutto

rilevando il limite principale delle teorie estetiche di Schlegel e Hegel, per i quali

l'opera d'arte consiste nell'idea che nella sua rappresentazione sensibile. Fu proprio

De Sanctis l'autore di una storia letteraria italiana nella quale la presenza del papato e

l'influenza della Chiesa cattolica rappresentano il polo negativo, per le scelte

dell'oscurantismo culturale e del conservatorismo politico, di fronte al quale si era

mossa nei secoli la energia vitale di tutta la nazione da Dante fino al Leopardi. Ciò

che conta però nella storia nella nostra ricostruzione del percorso della lingua e del

discorso della cultura italiana è la straordinaria unità e fermezza di disciplina stilistica

che traspare da tutte le sue opere. La chiarezza dell'esposizione e grazie all'interno

principio di valutazione che permette alla sua ricostruzione storica di non essere solo

una raccolta di notizie di analisi critiche, ma abbandonando il rozzo contenutismo

romantico, si propone come un rigoroso è serio accostamento diretto alla letteratura.

L’estrema consequenzialità degli assunti rendono la storia letteraria di Francesco De

Sanctis un assoluto modello, anche di novità linguistica nella modernità e

contemporaneità degli linguaggio. Si deve dire che il sistema di valori con cui il

critico ricostruì la storia d'Italia era in qualche modo limitato e non riusciva a

comprendere le espressioni artistiche discordanti dalla sua posizione ideologica.

Capitolo 25

L'età del darwinismo: una nuova lingua per una nuova scienza

La seconda metà del diciannovesimo secolo conobbe in tutta l'Europa la definitiva

affermazione delle grandi scoperte scientifiche, collegate tutte alla convinzione che

l'uomo, come tutti gli altri esseri naturali, è solo un composto di forze fisiche e

rigorosamente determinato da fattori ereditari, ambientali e fisiologici. Viene escluso

il ricorso a forze spirituali viene negata ogni possibile ingerenza della trascendenza. Il

sentimento religioso viene così definitivamente messo da parte.

Lamark e Darwin furono due scienziati che hanno impostato un nuovo sistema di

pensiero, destinato a rivoluzionare non solo il modo di pensare e di ragionare di

un'intera epoca ma a cambiare quasi del tutto anche l'impostazione generale della

prosa e della lingua in Italia e in Europa. Il sistema scientifico, cui Darwin diede

origine, ha come suo elemento portante il concetto della lotta per la resistenza e per la

sopravvivenza, la quale tutti gli esseri viventi sono sottoposti. È una battaglia che

determina comunque la vittoria e quindi la sopravvivenza solo degli esseri più adatti

all'evoluzione naturale e perciò capaci di assumere più rapidamente le risoluzioni di

ordine ideologico e fisico, necessaria per affrontare le terribili richieste dell'ambiente

e del conflitto della vita. Gli studi di Darwin, attraverso molte osservazioni di

carattere rigorosamente scientifico, riuscirono a spiegare con molta semplicità

l'evoluzione delle forme della vita sulla terra, attraverso una selezione naturale che ha

permesso solo alle specie più apprezzate e alle forme più complesse di vita di

sopravvivere e di superare la barriera del tempo. L'idea centrale del secondo libro di

Darwin, intitolato “La provenienza dell'uomo”, pubblicato nel 1871 era la certezza

che l'uomo discende da esemplari particolari di scimmie, in qualche misura assai

vicine alla struttura umana. L'affermazione filosofica, secondo la quale tutto dipende

da leggi della meccanica e non esiste alcuna forza trascendentale o spirituale che

possano intervenire sul processo culturale, incontrò entusiastico favore. Il nuovo

verbo fu quindi la filosofia del positivismo, nella fiducia assoluta nella capacità della

scienza di risolvere rapidamente ogni problema.

Fu acquisita anche da scrittori e letterati che corsero ad abbracciare la nuova

impostazione, mettendo rapidamente da parte le storie di eroismi, di amori romantici,

di avventure commoventi, di cose poetiche alla maniere del primo 800. L'arte doveva,

coerentemente con la nuova visione scientifica, prende di mira la realtà sociale,

rivelandone gli aspetti nascosti, le vicende più severe e lontane dalla mediocrità

piccolo borghese del tempo. Vennero così alla luce le storie di miseria, di vizio, di

sfruttamento proprie delle zone più depresse della città. Lo scrittore diveniva così la

lista degli strati più degradati della società; la sua parola doveva essere di

conseguenza in linea con la realtà, evitando ogni aggiunta esteriore, facendo apparire

una sorta di racconto spontaneo dei fatti.

Capitolo 26

La scrittura del positivismo

Il romanzo italiano della seconda metà dell'800 è sicuramente di gran lunga inferiore

nella sua complessità ai capolavori del mondo francese, inglese e russo. Però sul

piano della resa stilistica della capacità di rappresentare in forma piana e oggettiva

una vicenda reale, i risultati raggiunti da Giovanni Verga in alcune delle sue migliori

novelle, I malavoglia, si pongono sicuramente al vertice di tutta la produzione

europea del secondo 800. Ancora una volta fu il genio italiano a operare il vero

miracolo: dimostrando che il proposito di analizzare in maniera scientifica la scienza

delle classi sociali era davvero poco efficace. L’arte deve descrivere uomini, folle,

idee, entusiasmi, conquiste, vittorie, sconfitte e non più fermarsi a cercare le cause e

le conseguenze degli eventi storici. Verga riusciva a tornare al mondo vero, al modo

di vivere che conosceva e che gli appariva più chiaro è vicino negli occhi della mente

e nell'amore della memoria. Capitolo 27

L’età dell'illusione nazionalista

Il secolo diciannovesimo era stato caratterizzato dall'illusione di poter far coincidere

il cammino della storia con il passo delle idee. L'idealismo ed una straordinaria

fiducia nella patria, nella scienza e l'arte trovarono eccezionali interpreti in tutta

Europa, nella convinzione che ben presto tutte le contraddizioni e le difficoltà del

reale sarebbero state superate e la divina essenza dello Spirito prima e della Materia

poi avrebbero restituito la libertà agli uomini, offrendo loro la possibilità di vivere nel

migliore dei modi possibile, ma questa illusione svanì. Nel giro di pochi anni ci si

accorse che la scienza è prigioniera delle proprie forme e che non ne esistono risposte

definitive. Sembrò allora in Italia che il vuoto lasciato così in fretta da tante effimere

fedi, naufragate nel mare dello scetticismo fosse in qualche modo colmato dalla

nuova grande illusione, che percorreva pericolosamente le terre di tutta l'Europa,

indicando nuovi ideali fatti di esaltazione della identità nazionale, della forza militare

e naturalmente di quel terribile strumento di morte e distruzione che è la guerra. Sul

fronte religiose morale Fogazzaro tentò a più riprese di ammodernare e rendere meno

antiquato il discorso della religione cattolica senza particolari risultati.

Capitolo 28

La suggestione dannunziana e il mito del superuomo

Gabriele D’Annunzio è un personaggio la cui parabola letteraria , sociale, mondana,

militare e la cui vicenda umana era destinata a segnare nel bene e nel male un'intera

epoca, alla quale affidò un messaggio fatto non solo di ben 49 volumi pubblicati ma

anche di gesti eroici, interventi politici militari e soprattutto di una intensa e

irripetibile, esperienza di uomo, che ha messo da parte le categorie usuali attraverso

le quali può essere giudicata la vita di un individuo. Ha scritto nel 1889 “Il piacere”, è

una prosa altamente poetica rappresenta in forma esemplare tutto ciò che l'autore

intendeva essere, scrivere, raggiungere nel tempo. Il protagonista Andrea Sperelli è


PAGINE

35

PESO

171.14 KB

AUTORE

flaviael

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Villani Paola.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Didattica della lingua italiana

Italiano eri e oggi
Appunto
Italiano eri e oggi
Appunto
Letteratura Italiana - Verga appunti
Appunto
Lineamenti di storia greca e romana
Appunto