Il Decameron di Giovanni Boccaccio
Scheda introduttiva
Il Decameron si apre con la descrizione della peste nera che colpì Firenze nel 1348, con annesse condizioni di disagio che arrivarono nella città. Tutti si abbandonarono a comportamenti poco onesti, altri fuggirono, i corpi dei morti venivano lasciati insepolti e le cerimonie funebri furono del tutto abbandonate. La descrizione che ci fornisce Boccaccio è esemplata su quella fatta da Paolo Diacono nell’Historia Longobardorum, solo che in questo caso l’attenzione è focalizzata sull’ambiente urbano. Altro modello è senza dubbio l’Inferno Dantesco; è questo lo scenario in cui si incontreranno le sette giovani donne in Santa Maria Novella e in seguito si aggiungeranno i tre giovani. Il narratore ci dice che la storia gli è stata raccontata da un personaggio fidato, che probabilmente è uno dei personaggi. È questa la cornice del Decameron. La chiesa rappresenta il passaggio dalla peste alla vita lieta, dalla distruzione alla ricostruzione. I giovani dovranno convivere sulla base di valori condivisi e dovranno “rifondare” le proprie vite (lo dice la stessa Pampinea nel convincerli ad unirsi a loro).
Termini di grande rilievo saranno allegrezza, piacere e festa a cui si aggiungerà il segno della ragione, che servirà a regolarle e l’avverbio onestamente (l’onestà è qualcosa di cui proprio non si può fare a meno, anche nei momenti di conflitto). Le donne necessiteranno anche di essere “regolate”, come dice la stessa Filomena e, per questa ragione, avranno bisogno degli uomini. Dopo i discorsi di Pampinea e Dioneo, tenutisi in cerchio (il cerchio è simbolo della parità tra i sessi), Pampinea dirà che sarà più opportuno narrare delle novelle piuttosto che fare dei giochi per evitare conflitti.
Tema centrale di tutto il Decameron è l’opposizione vita/morte. Intesi in senso fisico (scampare all’epidemia), morale (scampare dai comportamenti disonesti) e politico (rifondare la convivenza tra esseri umani). Non si tratta dunque di semplici personaggi passivi ma di coloro i quali dovranno ricreare il mondo in cui vivono.
I nomi dei personaggi non sono scelti casualmente. Il fatto che siano 7 donne e 3 uomini, per un totale di dieci personaggi, rimanda già alla Commedia, amatissima da Boccaccio. I nomi sono letterari. Lauretta rimanda a Laura di Petrarca, Neifile si rifà alla Vita Nuova, mentre Elissa è uno dei nomi di Didone. I restanti personaggi femminili si rifanno invece alle altre opere boccacciane: Fiammetta all’elegia di Madonna Fiammetta, Emilia è la protagonista del Teseida, Filomena è la dedicataria del Filostrato, più problematico il caso di Pampinea. Quanto ai personaggi maschili, Dioneo rimanda alla sfera sensuale (Venere era figlia di Dione), Filostrato è invece “l’abbattuto d’amore” ed infine Panfilo, il “tutto amore”.
I raggruppamenti tra le novelle prevedono o un confronto tra interlocutori o un raggruppamento di tipo tematico/strutturale. Fatta eccezione per la prima novella, le restanti vedono o un personaggio socialmente inferiore rimproverare o reprimere un personaggio superiore o una condizione paritaria. Nell’ottava novella abbiamo invece due personaggi socialmente elevati, ma quello cortese, Guglielmo, che rimprovera Ermino perché avaro.
Il mondo femminile è composto soprattutto da donne sposate o vedove, fatta eccezione per la giovinetta della IV Novella. Quanto al tempo, siamo in un passato prossimo, mentre per l’ambientazione, la maggior parte delle novelle sono ambientate in Italia, mentre una minima parte in Francia e in territori d’oltremare. Sono presenti inoltre personaggi realmente esistiti, alcuni di essi anche di notevole importanza. Per quelli meno noti, Boccaccio fornirà descrizioni più dettagliate per farceli conoscere.
L’individuabilità cronologico-spaziale conferisce realismo, mentre la vaghezza spinge verso il fiabesco. Quando si parla di realismo, non è però sempre detto che si parli di fatti realmente esistiti. Ne è un esempio il caso della Marchesa di Monferrato. Il marchese infatti per ragioni logistiche non avrebbe potuto prender moglie se non in Terra Santa. Dunque per realismo del Decameron si intende qualcosa di verosimile, non di storicamente esistito.
Importante è il parere delle donne. Sono loro a fornire la giusta interpretazione della novella attraverso i loro comportamenti e rappresenteranno la bussola con cui il lettore dovrà orientarsi.
Prima giornata: Introduzione
L’opera si apre con la descrizione della tragica situazione di Firenze dove la peste sta facendo danni ovunque. I morti per le strade, i lamenti, le urla, l’aria pesante rendevano la vita in città una continua sofferenza sia fisica che psicologica. È in questo contesto che sette ragazze seguendo la proposta di Pampinea, decidono di scappare dalla città e rifugiarsi in una villa. Nella chiesa di Santa Maria Novella in Firenze incontrano alcuni giovani e li coinvolgono in questa impresa. Giunti in una casa rurale, con i loro servi, la brigata stabilisce che ogni giorno venga eletto un re o una regina che gestirà a suo piacere la giornata. La prima giornata è a tema libero. La prima regina è Pampinea che stabilisce che alla stessa ora di ogni giorno venga raccontata una novella da ciascun personaggio. Il primo è Panfilo.
Prima novella
La prima novella è narrata da Panfilo. Il protagonista è Ser Ciappelletto, denominato da Boccaccio “il peggior uomo che mai nascesse”. Si tratta di un falsario, di un abile bugiardo e uno spietato disseminatore di litigi, assassino, bestemmiatore, traditore della Chiesa e della religione, ladro, ruffiano nei confronti di uomini e donne è, oltretutto, un accanito bevitore di vino. Questi sarà assunto da Musciatto Franzesi per la gestione dei suoi affari. Durante il suo viaggio, trova accoglienza in casa di due fratelli usurai e qui è vittima di un malore. I due personaggi cominciano a preoccuparsi sull’eventuale scalpore che la notizia della morte di ser Ciappelletto nella loro dimora avrebbe destato. Questi origlia il loro discorso e rassicura i suoi ospiti garantendo loro nessuna preoccupazione. Per questo, chiede di esser confessato in punto di morte e gli fa credere di essere un uomo perfetto, che non abbia mai commesso un peccato, quasi un santo. Il frate, stupito da una simile purezza, dopo la morte dell’uomo, raccoglie tutti i suoi fratelli per lodare il defunto. Al funerale partecipa un gran numero di persone che adorano la sua salma proprio come se si trattasse di un individuo degno di essere beatificato ed adorato.
Seconda novella
La seconda novella è narrata da Neifile. I protagonisti sono due mercanti, Giannotto, cristiano e Abraam, ebreo. I due nonostante personaggi sono legati da una profonda amicizia ma Giannotto vuole convincere a tutti i costi Abraam a convertirsi al Cristianesimo. Questi non cede alla richiesta dell’amico e dice che si sarebbe convertito soltanto dopo un viaggio a Roma. Giannotto è ormai convinto che vedendo il comportamento vergognoso del clero, Abraam si convinca per sempre a non accettare la sua religione. Recatosi a Roma, Abraam si accorge da subito della vita peccaminosa dei chierici e quando torna da Giannotto, a sorpresa, gli annuncia invece che nessuno potrà ostacolargli il battesimo perché proprio durante il suo viaggio si è accorto che lo Spirito Santo è con il Cristianesimo e con nessuna altra religione. Si veda qui l’ironia di Boccaccio e l’attacco celato alla Chiesa Cristiana.
Terza novella
La terza novella è narrata da Filomena. Questa novella, narra di Saladino, sultano d'Egitto e di Siria, un tempo molto ricco, potente e saggio ma ultimamente in crisi economica. Questi, da buon avaro, cercò di rivolgersi all'ebreo Melchisedech con l'astuzia affinché riuscisse ad ottenere ciò che voleva con una parvenza di giustizia. Lo invitò così presso il suo palazzo, e gli domandò quale tra la religione giudaica, quella saracena e la cristiana, secondo lui fosse quella vera. Melchisedech da buon astuto qual era, capì immediatamente che doveva far attenzione alla risposta data. A questo punto l'usuraio gli racconta una novelletta che esprimeva un paragone: un uomo ricco possedeva una pietra preziosa che alla sua morte doveva dare in eredità a uno dei tre figli, il più fedele e responsabile. Per districarsi dalla situazione, questi fece rifare due copie perfette della pietra autentica da un abile orefice. Alla sua morte, ognuno dei tre figli ricevette un anello e lo prese per vero, ma non si poté scoprire mai quali dei tre figli avesse ricevuto la pietra autentica. Tutta questa novella servì per far capire al sovrano che come l'eredità dell'uomo ricco era toccata a chissà chi fra i tre figli, ancora oggi non si poteva sapere quale, tra le tre religioni prevalenti, fosse quella autentica. Questa novella si conclude bene: Saladino ammirò l'intelligenza di Melchisedech e gli disse francamente la verità. L'ebreo prestò i soldi che servivano al sovrano. Saladino gli restituì poi l'intera somma, aggiunse grandissimi doni e lo fece diventare suo amico.
Quarta novella
La quarta novella è narrata da Dioneo. Un giovane frate, colpito dalla smisurata bellezza di una donzella, decide di condurla nella sua cella dove i due si danno ai più sfrenati piaceri. Il frate si accorge di essere stato scoperto dall’abate, ma escogita di uscire lasciando la porta della sua cella aperta per far cadere l’abate nella trappola d’amore. Questi, inizialmente scandalizzato, non esiterà poi a lungo prima di cedere anche egli alla tentazione e soddisfare il suo piacere carnale. Il giovane frate lo coglie sul fatto e gli fa presente che non può venire condannato da colui che ha commesso lo stesso peccato. La vicenda rimase un segreto tra i due ecclesiastici e con elevata probabilità, la fanciulla continuò a frequentarli entrambi.
Quinta novella
La quinta novella è narrata da Fiammetta. La protagonista di questa vicenda è la marchesa di Monferrato che risulterà l’oggetto di desiderio del sovrano di Francia. Questi aveva sentito parlare (innamoramento per fama) della donna come una dama cortese e di smisurata bellezza, dunque si fece invitare a pranzo. Questa, capite le intenzioni del re, ordinò che fosse lei stessa a preparare e servire il pranzo, a base di sole galline. Il re fu ricevuto con calore dalla donna, ma si accorse immediatamente che qualcosa non “quadrava”. Il re lecitamente chiese se in quella terra venissero allevate solamente galline. La donna gli rispose di no e aggiunse che le donne, anche se sono differenti in onore e virtù, sono tutte uguali. Il re, compresa la metafora, capì che il suo amore era mal concepito ed andava spento. Terminato il pranzo, dopo che l’ebbe ringraziata e assai lodata, si affrettò a ripartire.
Sesta novella
La sesta novella è narrata da Emilia. Un frate minore, da buon inquisitore qual era oltre che un raffinato buongustaio dedito ai banchetti, avendo sentito parlare di un uomo molto ricco, (il quale da ubriaco aveva detto di avere un vino così buono che anche Cristo lo vorrebbe bere), si recò da lui e lo accusò di aver dato dell’ubriacone a Dio. Per penitenza, questi si sarebbe dovuto recare in chiesa tutte le mattine. Lì, un giorno, l'uomo udì dire dal predicatore: ”Voi riceverete per ogni vostro dono cento volte tanto e possederete la vita eterna”. Parlando poi col frate, disse: "Da quando frequento questo convento, ho potuto constatare che donate molta minestre ai poveri e quindi nell’aldilà ne avrete talmente tanta da affogarci". Il frate, irato, gli rispose che da quel momento poteva fare ciò che più gli piaceva senza dover più dar conto a lui.
Settima novella
La settima novella è narrata da Filostrato. L’abile novellatore Bergamino fu chiamato da Cangrande della Scala ma ricevette da questi in dono solo tre vesti. Trovatosi al suo cospetto, lo rimproverò per la sua avarizia e lo fece narrandogli la storia di Primasso e dell’abate di Clignì. L'abate non volle ricevere Primasso, che fortunatamente aveva con sé tre pani e se ne nutrì fino a che non fu ricevuto. Quando l’abate comprese che il giovane era venuto solamente per onorare e osservare la sua magnificenza, si vergognò della sua avarizia e, per scusarsi, gli donò denari, un cavallo da viaggio e vestiti. Can Grande, capendo la situazione, premiò Bergamino ricompensandolo degli stessi doni che Primasso aveva ricevuto dall’abate di Clignì.
Ottava novella
L’ottava novella è narrata da Lauretta. Messer Ermino de Grimaldi era l’uomo più ricco ma anche più avaro di Genova. In quel tempo giunse in città un valente uomo di corte, Guiglielmo Corsiere, che avendo sentito parlare dell’avarizia di Ermino, volle andare a trovarlo. Ermino lo accolse amichevolmente e, mostrandogli la sua nuova abitazione, gli chiese cosa potesse far dipingere nella sua dimora. Guiglielmo gli rispose che poteva far dipingere la “Cortesia”. Udendo queste parole, messer Ermino si vergognò a tal punto da diventare l’uomo più magnanimo e compiacente di Genova.
Nona novella
La nona novella è narrata da Elissa. Una donna della Guascogna, tornando da un pellegrinaggio al sepolcro, subì violenza da alcuni uomini. Si rivolse dunque al re per ottenere una vendetta adeguata e giunta al suo cospetto, gli raccontò la vicenda. Per smuoverlo, gli chiese in che modo sopportasse tutte le ingiurie sino a quel momento patite. Il re a quel punto, si riscosse e stabilì che tutte le ingiurie, a cominciare da quella patita della donna, fossero severamente punite.
Decima novella
La decima novella è narrata da Pampinea. L’anziano maestro Alberto di Bologna, medico di gran fama, si innamorò di una bellissima donna, Margherita dei Ghisolieri. Cominciò così ad andare tutti i giorni, nei pressi della casa della donna. Margherita, comprese le intenzioni dell’anziano uomo, ma non capiva come faceva un uomo anziano a innamorarsi. La sua convinzione nasceva dall’errata idea che solo i giovani fossero soggetti alle passioni amorose. In un giorno di festa, vedendo maestro Alberto nelle vicinanze, lo invitò nella sua abitazione. Il vecchio medico però si rese conto che l’invito era una sorta di beffa e allora disse a Margherita che l’amore degli anziani è molto più maturo e profondo di quello dei giovani. Così la donna, che in partenza voleva beffare, si ritrovò per esser beffata.
Riassunti Decameron
Giornata II
Sotto il reggimento di Filomena si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza riuscito a lieto fine. I giovani alzatisi dal giardino, tornarono in villa e dopo aver mangiato e ballato, andarono a riposare. Al risveglio, tornarono in giardino a sedersi e la regina comandò a Neifile di iniziare a novellare.
Novella 1 – Neifile
A Treviso era da poco morto un povero uomo chiamato Arrigo, considerato santo perché nell’ora della sua morte le campane cominciarono a suonare, e tutti accorrevano nella casa dove era stata posta la sua salma, e portavano infermi affinché potessero essere miracolati. In questo tumulto giunsero a Treviso tre fiorentini, Martellino, Stecchi e Marchese. Per andare a vedere il santo evitando la folla, Martellino architetta di fingersi uno storpio condotto alla salma dai due compagni per essere miracolato. Giunto sul corpo di Arrigo, Martellino finge di stare meglio, ma viene riconosciuto da un concittadino, così viene schernito e picchiato dal popolo indignato. Stecchi e Marchese cercano un modo per tirare il compagno fuori dai guai, così Marchese attira l’attenzione delle guardie del podestà, dicendo di essere stato derubato. Le guardie tirarono a forza Martellino dalle mani dei popolani inferociti e lo conducono in tribunale. Il giovane viene accusato di essere un ladro dal giudice e non può dimostrare in nessun modo di essere innocente perché tutti lo accusano, essendo ancora arrabbiati per la beffa sul santo Arrigo. I due compagni cercano il loro oste, che li indirizza da Sandro Agolanti, amico del Signore di Treviso, che tra le risa per la situazione di Martellino, riesce a farlo liberare. Così i tre fiorentini, usciti dal gran pericolo, poterono ritornare a casa loro.
Novella 2 – Filostrato
Al tempo del marchese Azzo da Ferrara, un mercante di nome Rinaldo d’Asti tornava a casa sua dopo un viaggio a Bologna. Si imbatté in alcuni mercanti che sembravano ladri e si accompagnò con loro per un pezzo di strada. Essi decisero che al momento opportuno l’avrebbero derubato di tutti i suoi averi, così durante il cammino conversarono delle orazioni da dire quando si è in viaggio e Rinaldo confessò di rivolgere le sue preghiere a san Giuliano. Giunti al valicar di un fiume, in un luogo solitario, i mercanti assalirono Rinaldo e lo lasciarono in camicia; il suo fante non si curò di aiutarlo ma volto il cavallo e andò a prendere ristoro a Castel Guglielmo. Rinaldo, rimasto in camicia e scalzo, cercava riparo dalla neve e dal freddo ma San Giuliano non lo avrebbe mai lasciato senza albergo in una notte tanto fredda così trovò come unico rifugio un sottotetto di una casa. Questa casa era abitata da una gentildonna vedova che attendeva il marchese Azzo per la notte ma lui non sarebbe venuto perché trattenuto. La vedova decise quindi di fare il bagno e poi cenare da sola, ma essendo il bagno vicino alla porta dove era Rinaldo sentì dei rumori e domandò alla sua serva di andare a controllare chi ci fosse. Così la donna permise...
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Decameron Boccaccio
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Letteratura Italiana - Boccaccio e Decameron
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Letteratura italiana 1 - Decameron, Boccaccio