Letteratura italiana e Boccaccio
Introduzione alla novella realistica
Boccaccio ha avuto l’enorme merito di dare dignità letteraria a un genere “minore”, la novella. Inoltre, quelle boccacciane sono le prime novelle realistiche. Cosa sono tuttavia il realismo e la letteratura? Si è sempre detto che la letteratura ha tanto più valore quanto più è realistica, ma se è realistica, non rischia di sconfinare nella cronaca? Inoltre, non è forse vero che ognuno di noi ha una propria visione del mondo. Ammesso dunque che esista un’unica realtà, la letteratura realistica non sarà mai completamente esente da pareri individuali e questo vale anche per il Decameron.
Biografia di Giovanni Boccaccio
Giovanni Boccaccio, nato a Firenze nel 1313, aveva come padre un socio finanziario della compagnia dei Bardi, importante banca fiorentina dell’epoca. Nel 1327 padre e figlio si recano insieme a Napoli, al tempo fondamentale centro di scambi commerciali e culturali. Lì, alla corte di Roberto d’Angiò, coltissimo sovrano partenopeo, Giovanni capisce ben presto la propria vocazione letteraria. Egli ama Napoli con tutto il cuore proprio per la sua vivace attività culturale. Tuttavia nel 1340 è costretto a tornare a Firenze per il disastroso fallimento dei Bardi. Lo scrittore soffrirà profondamente per questa separazione dalla città prediletta e tenterà più volte di tornarvi, ma invano. Comunque dopo il ritorno a Firenze consacrò la vita alla letteratura, scrivendo per esempio alcune novelle che solo fra gli anni ’40 e ’50 del ‘300 andarono a formare il Decameron come lo si conosce oggi. Per fissare date più precise, si sappia che la versione definitiva del capolavoro dell’artista fiorentino venne sicuramente composta dopo il 1348, anno in cui Firenze fu letteralmente decimata da una terribile epidemia: quella della peste.
La peste e l'ispirazione per il Decameron
La peste giunse in Europa dall’Asia e mieté moltissime vittime anche in Italia, dove in molte città la popolazione si ridusse di tre quarti, se non di più, e anche le campagne si spopolarono. Se dunque dal punto di vista storico quello della peste fu indubbiamente un evento tragico, da quello letterario, al contrario, costituì un vero colpo di fortuna. Fu proprio la peste, infatti, a dare lo spunto a Boccaccio della cornice del suo capolavoro.
All’inizio infatti si racconta che nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze, proprio durante la nefasta epidemia, si incontrano per caso dieci donne venute per pregare. La più anziana di loro, Pampinea, propone alle altre di ritirarsi in campagna, non solo per salvarsi fisicamente dalla malattia, ma anche per ricostituire una comunità civile. La peste, infatti, ha rovinato anche moralmente la città. Mentre le ragazze discutono se accogliere o meno nel loro gruppo degli uomini, arrivano nella chiesa anche tre ragazzi, che accolgono con entusiasmo il progetto delle fanciulle. I dieci amici partono così per la campagna, ove restano per dieci giorni, trascorsi raccontandosi a vicenda delle storie.
Valore umano del Decameron
È giusto precisare che la trama appena esposta non è una semplice cornice decorativa, ma ha un altissimo valore umano. I protagonisti dei racconti del Decameron presentano le psicologie più varie e possono talvolta essere modelli di virtù o di abiezione. Si va così da Ser Ciappelletto, “eroe” della I novella della I giornata, uomo che reincarna in sé tutti i peccati capitali della Chiesa, a Griselda, protagonista dell’ultima novella dell’ultima giornata, eroina che mostra fino alla fine la propria virtù. Si assiste dunque a quello che può essere definito un vero e proprio percorso di purificazione, non diverso da quello compiuto da Dante nella Divina Commedia. A tal proposito si può ben definire il Decameron un “libro di viaggi”, sia fisici che spirituali, ma soprattutto circolari. Infatti i dieci giovani narratori durante la loro permanenza al di fuori del capoluogo toscano si spostano spesso in varie residenze, per poi tornare nello stesso punto da cui erano partiti. D’altronde il cerchio, nella geometria medievale, rappresentava la perfezione.
Le figure geometriche nel Decameron
Un’altra figura geometrica presente all’interno del libro è quella della piramide, che ha un significato etico. Dalla “base” della bassezza morale di Ser Ciappelletto ci si innalza infatti fino alla “sommità” quasi angelica di Griselda. Spesso inoltre si assiste a una maturazione dei protagonisti. C’è dunque un’anticipazione dell’uomo moderno.
Origini della novella
Boccaccio comunque non fu certo il primo a scrivere novelle. Prima di lui, anzi, esistevano già gli exempla e le favole, racconti che però avevano in genere un ordine causale, non possedevano una cornice e inoltre avevano anche un forte valore didattico (la classica “morale della favola”). In Boccaccio, invece, è compito del lettore ricavare da sé la morale in base a un dato racconto.
Eredità del Decameron
Dopo Boccaccio, il Decameron venne considerato un modello per la narrazione breve e, come ogni canone, venne a volte imitato, altre contrastato.
“Comincia il libro chiamato Decameron, cognominato Principe Galeotto, nel quale si contengono cento novelle, in dieci dì dette da sette donne e da tre giovani uomini.”Già nel titolo il Decameron è profondamente analitico, ossia dà al lettore degli indizi fondamentali per capirne il contenuto. Il nome viene dal greco: deca (dieci) e meron (giorno). Già in precedenza Sant’Ambrogio aveva composto un’opera dal titolo simile, l’Esameron (sei giorni), con la differenza fondamentale che quella di Boccaccio è un’opera assolutamente laica.
Il Principe Galeotto
Si esamini ora la scritta su riportata. Il Principe Galeotto è un riferimento a Dante, in particolare al canto V dell’Inferno, quando Francesca da Rimini dice: “Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:” (verso 137). A sua volta Dante qui faceva riferimento al ciclo arturiano, in particolare all’episodio in cui Galehault, personaggio del romanzo di Lancilotto che funge da intermediario fra gli adulteri Lancilotto e Ginevra. Il Decameron è dunque prima di tutto uno scritto d’amore.
Il proemio del Decameron
Si passi ora alla parte successiva, il proemio. Ha un valore fondamentale, perché contiene i temi e la finalità dell’opera (dal paragrafo secondo all’ottavo). In questo passo Boccaccio confessa d’avere bruciato d’amore in passato, ma, ormai guarito dalla sua passione grazie sia a Dio che, essendo infinito, ha voluto che tutte le cose terrene, amore compreso, abbiano una fine, sia alla consolazione di cari amici, vuole ora rendere il favore a persone che patiscono le sue stesse sofferenze passate.
Una parola chiave nel testo originale boccacciano è compassione, che va inteso non nel significato corrente di “pietà”, ma secondo l’etimologia latina del termine. “Compassione” è infatti l’unione delle due parole “cum” (con) e “patior” (soffrire), dunque “soffrire insieme”. Alla base della parola c’è quindi un profondo senso di solidarietà e comprensione, che evidentemente l’autore sente visto il suo passato. Un altro termine importante è bassa condizione. Con ciò lo scrittore non vuole evidenziare una differenza “di classe” tra sé e l’amata, ma desidera piuttosto richiamare i principi del Dolce Stil Novo, secondo i quali solo chi ha un animo davvero nobile può amare in maniera davvero alta. In altre parole, Bocaccio aveva un animo troppo “basso” per un amore così grande e così ne ha sofferto. Prima ancora di “bassa condizione” c’è un avverbio importante, oltre modo, anche questo termine d’origine latina, poiché deriva dai termini ultra (“che supera”) e modus (“limite”). Sin dalla letteratura latina (si veda Orazio e, ancora di più, Seneca), chi è saggio non supera mai il limite, chi invece lo supera, sconfina nella demenza, nella pazzia (si vedano a tal proposito appunto le tragedie senecane, in cui fior di nobili e reali commettono gli atti più orrendi proprio perché hanno oltrepassato il limite, il modus della ragione). Di conseguenza il poeta è scivolato in uno stato di noia, che non è, come lo si intende oggi, il senso di svogliatezza e di sostanziale disinteresse verso il mondo circostante, ma ha un significato più profondo, che deriva dal termine provenzale enueg, ossia il sentimento di fastidio, dolore per qualcosa. (un concetto forse non dissimile dall’ennui di Baudelaire). Tuttavia, come già detto, Boccaccio è riuscito a salvarsi fisicamente e spiritualmente grazie ai piacevoli ragionamenti e laudevoli consolazioni degli amici, in breve, per l’uso della parola. Quest’ultima è un’idea fondamentale, perché è proprio attraverso la parola scritta che l’autore si vuole rivolgere al suo pubblico e inoltre non sarebbe neppure bestemmia affermare che nella parola umana c’è l’eco del Verbo, in quanto è giusto cercare nell’essere umano delle qualità, retorica compresa, che lo rendono creatura divina.
Per tornare a Boccaccio, di quest’amore in lui c’è solo più un languore, simile a quello che prova un marinaio sopravvissuto a una tremenda tempesta. Ora, comunque, finalmente libero dalla passione amorosa, ritiene doveroso consolare chi soffre pene affini alle proprie, in particolare chi è più fragile: le donne. Perché proprio il gentil sesso? Perché (all’epoca, ovviamente), sono escluse dalla vita sociale, sono sottomesse sin dalla nascita all’autorità di qualcun altro (da bambine, i genitori ed, eventualmente, anche ai fratelli; una volta cresciute, al marito) e, da ultimo, sono costrette a rimanere sempre chiuse in casa, senza un granché da fare. È naturale, dunque, che le donne di animo particolarmente gentile si ritrovino qualche volta a rimuginare sulle proprie pene d’amore.
Il ruolo delle donne
Perché le donne hanno meno distrazioni degli uomini? È un peccato di fortuna. La fortuna infatti è cieca e gli uomini non possono resistervi. Se già i maschi devono fare i conti colla sorte, figuriamoci le femmine, che sono ancora più in difficoltà per un capriccio della sorte. In ogni caso per un qualsiasi essere umano, a prescindere dal sesso, fare i conti colla sorte vuol dire anche mettersi alla prova. Solo chi è vir, ossia davvero valoroso, sa resistere ai colpi della fortuna.
Boccaccio è consapevole di avere scritto qualcosa di sfuggente alla classificazione letteraria sua contemporanea. Egli stesso non sa bene come definirle, e pertanto allinea vari nomi uno dietro l’altro ([…] novelle, o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo, […] Si noti l’uso ripetuto di o.)
Si noti come l’autore insista sul fatto che i futuri narratori del Decameron compongono una onesta brigata. Ciò vuol dire che tali persone non si sono riunite per motivi licenziosi. Qui si fa riferimento ad un altro grande autore latino, Ovidio, che asseriva che una data storia può trattare gli argomenti più sporchi possibile, ma ciò che conta è che il narratore sia onesto. L’onestà è la conoscenza, anzi la consapevolezza, del significato più profondo di umanità e la sua messa in pratica in qualsiasi attività. I personaggi della cornice decameroniana posseggono in pieno l’onestà, e se ne servono nella loro nuova, piccola comunità attraverso rigide regole.
Il compito della letteratura
Qual è il compito della letteratura? Essere utile, dilettevole o entrambe le cose? La risposta è stata diversa a seconda delle epoche. Boccaccio, in ogni caso, condivide l’opinione del latino Orazio, secondo cui la letteratura deve essere utile e dilettevole al tempo stesso.
L'influenza di Petrarca
Se Boccaccio ha attuato una vera e propria rivoluzione nella letteratura di prosa, un altro grande scrittore italiano ha compiuto un’operazione del genere in poesia: Petrarca, nel suo capolavoro il Canzoniere. In realtà l’autore l’aveva originariamente intitolato Rerum Vulgarium Fragmenta (“Frammenti di cose volgari”), ma in realtà l’opera è tutt’altro che frammentaria. Essa costituisce infatti un vero e proprio diario spirituale, in cui il poeta “confessa” il proprio amore per Laura. Al contrario dell’amore di Dante per Beatrice, però, il sentimento di Petrarca non lo eleva affatto alla salvezza spirituale, anzi, è fonte per lui di enorme tormento, addirittura lo conduce alla pazzia, la stessa pazzia di cui anche Boccaccio dice di essere stato vittima. Un amore che non si dissolve, e addirittura diventa più violento, quando Laura viene portata via dalla peste. A tal punto l’unica soluzione per Petrarca è cercare di trasferire il proprio amore verso un’altra donna, molto diversa da Laura; la Madonna, a cui dedica gli ultimi dieci canti del Canzoniere, composti solo un mese prima della morte. Anche il numero dei componimenti del suo capolavoro è fortemente significativo; trecentosessantacinque (che diventano trecentosessantasei se vi si somma il canto proemiale), come i giorni in un anno, da sempre metafora letteraria della vita umana.
In conclusione, il Canzoniere e il Decameron hanno tre punti fondamentali in comune: la disposizione ordinata dei testi, il pubblico (le donne) e il sentimento di vergogna provato da entrambi i rispettivi autori per l’ammissione del loro amore terreno smodato.
Introduzione alla 1ª Giornata
Ragionare è sinonimo di raccontare. La “guida” della giornata è affidata a Pampinea, l’argomento è libero. La prosa è di altissimo livello, sotto tutti i punti di vista. Non è esagerato dire che sia il Proemio che l’Introduzione alla Prima Giornata abbiano segnato la prosa successiva.
Nel testo, “la quale” è riferito all’opera.
Introduzione
Paragrafo 1-7: è il prologo in cui l’autore presenta l’opera e avverte che l’inizio sarà pesante e doloroso, in quanto riguarda la peste. Però le donne non dovranno desistere dalla lettura, perché poi seguiranno i racconti consolatori. C’è un parallelismo tra Decameron e Divina Commedia, poiché entrambe iniziano bene e finiscono male. Dal resto Boccaccio sostiene che questo prologo, questa noia (narrazione spiacevole, fastidiosa) è breve, ma necessario ai fini della narrazione.
A 1348 anni dalla nascita di Cristo la peste arriva a Firenze dall’Oriente, mietendo molte vittime. Alla domanda di come possa essere avvenuta una tale tragedia, le risposte date dall’autore sono due: o per un influsso maligno degli astri o (ma un’ipotesi non esclude l’altra, anzi) per punizione divina, che Boccaccio considera più probabile. Bisogna comunque tenere sempre in conto il libero arbitrio umano, che, durante la peste, volge sempre più al peggio.
Par. 8: l’Oriente è citato con valore sia geografico che simbolico. Infatti, per la mentalità occidentale, tutte le grandi rivoluzioni, compresa la caduta dell’Impero Romano, arrivano da Est.
Par.9: Niente riesce ad impedire l’arrivo della peste a Firenze, né i provvedimenti umani, né la devozione religiosa. Così, in primavera, anziché fiorire la vita, fiorisce la morte. I sintomi del morbo sono delle “palline” (gavoccioli) che spuntano nell’inguine o sotto le ascelle e che poi si mutano in macchie nere. A quel punto si è spacciati. Nulla valgono i consigli dei medici. Il contagio si sparge come un incendio. Boccaccio addirittura afferma di aver assistito ad un evento così straordinario da temere di non essere creduto. Un giorno due maiali si sono imbattuti per caso in un mucchio di stracci appartenuti ad un morto di peste. Dopo avervi rovistato un po’ dentro, sono crollati a terra morti. La peste del 1348 è dunque riuscita misteriosamente a superare il confine tra specie diverse.
Par. 19: vi sono elencati gli effetti della pestilenza tra i vari strati sociali, a cominciare dai nobili, che in genere hanno due comportamenti opposti.
- Si rinchiudono in casa con pochi altri sani e conducono una vita molto frugale.
- Si danno alla pazza gioia.
Ovviamente l’autore considera entrambi gli opposti negativi. Dal canto loro i servi in genere accettano di assistere i padroni malati per interesse, non per vera devozione. In parole povere, durante la peste la maggior parte delle persone mostra il lato peggiore di sé. È interessante che Boccaccio metta molto in rilievo l’effetto olfattivo della peste. In città c’è una puzza tremenda.
Par.29: Boccaccio, da uomo medievale e profondo ammiratore della dignità femminile, ritiene vergognoso che una donna si mostri nuda ad un uomo. Invece durante la pestilenza accade spesso. Non c’è nemmeno più sepoltura, se non una modesta per i nobili. Segno di profonda corruzione civile e morale.
Par. 43-46: vi si narrano gli effetti della peste al di fuori di Firenze. Bisogna tenere presente che Boccaccio, pur essendo stato testimone oculare degli eventi che narra, ha filtrato la propria opera in base alla propria cultura personale e alla tradizione letteraria. Ad esempio, un modello da lui utilizzato è stato l’Historia Longobardorum di Paolo Diacono. Un’altra fonte è Virgilio, che nelle Georgiche descrive la grande moria di animali. Dal resto avere modelli nella cultura medievale era obbligatorio. Comunque la solennità dello stile boccacciano fa capire che i suoi temi sono nuovi. Tornando alla narrazione, gli effetti della peste in campagna non sono diversi da...
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Decameron, Boccaccio, Letteratura italiana
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