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Dante: plurilinguismo e pluristilismo

La formula che definisce Dante è il plurilinguismo e il pluristilismo, cioè la compresenza di linguaggi e stili diversi nel suo volgare. Nella Commedia, stili e linguaggi diversi sono addirittura in presentia, cioè nella stessa opera. Generalmente si dice che allo stile di Dante è contrapposto il monolinguismo di Petrarca, caratterizzato da monotonia e omogeneità. In realtà questo è uno schema semplificante, dal momento che prevede un confronto tra generi diversi, da un lato la lirica del Canzoniere, dall'altro la narrativa della Commedia. Inoltre, anche all’interno dello stesso Canzoniere i sonetti babilonesi, contro il papa e la Chiesa, definita come la nuova Babilonia perché altamente corrotta, presentano toni più forti.

In ogni caso, la caratteristica principale di Dante, che sarà anche quella di Boccaccio, ma non di Petrarca, è la sperimentazione, già evidente nelle Rime. Qui è già presente il pluristilismo inquadrato in una serie di esperimenti che confluiranno nella Commedia. La vita di Dante, come la sua opera, è profondamente segnata all’esperienza dell’esilio.

Le Rime

Le Rime sono le poesie non raccolte all’interno della Vita nova. Al contrario di quelle del Rerum volgarium fragmenta, che presentano un evidente lavoro di laborlime e che sono spostate e organizzate in modo da raccontare una storia, non sono parte di un disegno unitario. La prima opera di sola lirica con tale intento sarà proprio il Canzoniere e sarà paradigmatico.

Tra le Rime ci sono quelle d’amore più giovanili che risentono dell’influenza di Guittone e Cavalcanti: si fa riferimento al tremore dovuto all’amore che è esplorato come una patologia. A questa visione dell’amore subentrerà la laude della donna del Dante stilnovista: l’amore sarà un’esperienza solo spirituale. Nelle Rime vediamo anche il Dante comico realistico della tenzone con Forese, personaggio presente anche nella Commedia e collocato nel Purgatorio in un canto in cui ritroviamo il registro quotidiano.

Un’altra esperienza è quella delle Rime petrose, quattro canzoni nelle quali emerge una visione completamente diversa dell’amore. Esse sono dedicate a una donna detta Donna Pietra, a causa della sua ritrosia all’amore. Tra i due amanti c’è un rapporto antagonistico, Dante addirittura afferma di volerla afferrare per i capelli, è un amore violento e sensuale. L’asprezza della donna si riflette nel linguaggio, come affermato dal poeta stesso: “Così nel mio parlar voglio esser aspro”. In quest’opera è evidente dunque l’influenza di Arnault Daniel, collocato nel Purgatorio e definito come il miglior poeta in lingua volgare. Egli viene definito anche fabbro, in quanto inventore della forma metrica virtuosistica della sestina, di cui si serve anche Dante, seppur ne scrive solo una. Con Petrarca la sestina smette di essere un unicum, in quanto ne scrive nove. Le sestine sono le seconde forme metriche più utilizzate dopo il sonetto, sono più delle ballate e delle madrigate. Questo avviene perché il 6 ha una forte valenza simbolica, è cruciale nella storia d’amore con Laura (il sei avviene sia il loro incontro, sia la morte della donna).

Vi sono anche le rime di carattere dottrinale. Un esempio è “Tre donne intorno al cor mi son venute”, in cui le tre donne sono in realtà tre allegorie. Emerge dunque la personalità poliedrica di Dante, capace di spaziare dall’amore cortese alla densità e complessità delle dottrine.

La Vita nova

Con la Vita nova le poesie non sono più frammentarie, ma alcune sono raccolte in un’opera che narra l’esperienza autobiografica dell’amore per Beatrice. Beatrice doveva essere una coetanea di Dante, nata nel 1265 e morta nel 1290, dunque il momento di composizione dell’opera dovrebbe essere intorno al 92/93/95.

La Vita nova, come espressione, potrebbe significare sia vita giovanile, sia vita rinnovata. Si tratta di un prosimetro, in cui la prosa ha funzione di raccordo nel racconto, dunque funzione narrativa ed esplicativa. Poiché Dante è il primo ad eliminare la frammentarietà, Petrarca sicuramente si ispira a lui, sebbene la sua opera sia solamente lirica.

Dante ha dei modelli: in primo luogo il De consolatione philosophiae di Boezio, un prosimetro che raccoglie poesie diacroniche ma non sincroniche, quindi raccolte e provviste delle parti in prosa in un secondo momento. Quest’opera è utile a Dante in seguito alla morte di Beatrice. Un altro modello sono le vidas e razòs dei trovatori: quando fu raccolta la poesia trobadorica, oltre alle poesie, furono aggiunte le biografie degli autori e le spiegazioni delle loro opere.

La Vita nova parla di eventi ricchi di simbolismo: è fondamentale il numero 9, poiché Dante la incontra quando entrambi avevano nove anni e poi nove anni dopo. C’è una particolare riflessione anche sul significato del nome “Beatrix”, le cui ultime lettere IX, ricordano a loro volta un nove, segno della trinità.

L’elemento simbolico del saluto di Beatrice, che ha la radice di salus, salvezza, e quindi è esso stesso salvifico è un motivo inoltre già anticipato da Guinizzelli. Un’altra caratteristica dell’opera è la presenza di visioni, sogni che fungono da premonizioni. Un esempio è il sogno di una donna nuda con un drappo sanguigno, che si rivela essere Beatrice e di un signore che si rivela essere Amore, che si rivolge a lui affermando “Ego dominus tuus”, un’espressione appartenente alla lingua teologica della Chiesa, la stessa che Dio rivolge a Mosè nella Bibbia. Amore fa mangiare a Beatrice, dopo averla svegliata, il cuore di Dante, a simboleggiare la fusione tra i due amanti, poi si fa triste e fugge, come un presagio della morte della donna.

Un evento con un forte valore simbolico è la scena del gabbo. Dante per proteggere Beatrice dai malparlieri si serve delle donne dello schermo della veritate e così la donna gli toglie il saluto, prendendolo in giro con le altre donne. A partire da questo evento si svilupperà la svolta della laude: rispetto all’amore cortese che è invece richiesta, quello di Dante è più disinteressato, non c’è un fine, se non la pura contemplazione. Dante si dedica alla loda che è una cosa che non dipende da altri se non da lui.

Questa svolta è evidente nel capitolo diciannove, con “Donne che avete intelletto d’amore”, in cui Dante inizia esplicitamente a paragonarla a un angelo, poi reclamato da Dio. Il motivo culmina in “Tanto gentile e tanto onesta pare”. Su questa poesia Contini sviluppa addirittura un saggio. Le parole assumono un particolare significato: “pare” significa appare, “onesta” deriva da honos, decoro esteriore. Il linguaggio è tuttavia semplice.

L’opera prosegue sino alla morte del padre di Beatrice, poi di Beatrice stessa, seguita dall’intervento di una donna pietosa, che consola il poeta. È tuttavia un’opera interrotta, in quanto si allude a una mirabile visione che lascia intuire quanto la Vita nova sia insufficiente. C’è quasi un riferimento alla scrittura futura di un’opera della portata della Commedia: l’amore non sarà più soltanto passio, ma caritas, amore divino.

Il convivio

Già dieci anni dopo la Vita nova, Dante scrive una delle opere dell’esilio, il Convivio. Dopo un passato da intellettuale comunale che lo vede prima come membro della corporazione degli Speziale e poi priore, in esilio diventa un intellettuale cortigiano. In lui matura la convinzione della necessità di un imperatore che venga in Italia a mettere ordine. Auspica dunque a un nuovo progetto politico italiano, all’interno del quale assume un ruolo cruciale l’affermazione della lingua volgare.

Il culmine della vita e quindi l’argomento dell’opera non è dunque più l’amore ma la conoscenza. Il filosofo per eccellenza è Aristotele, secondo l’interpretazione di san Tommaso, sebbene in minima parte ci sia anche l’influenza dell’averroismo.

Il titolo dell’opera richiama al fatto che Dante si proponga di offrire un banchetto di sapere anche a chi non sa il latino, ovvero a coloro che non sono degli intellettuali perché magari impegnati nella gestione della cosa pubblica. Il volgare viene definito come un nuovo sole che sorge laddove quello usato tramonterà. In questo banchetto egli paragona le vivande alle proprie canzoni, con un gesto quasi di presunzione e al pane i relativi commenti in prosa. Come la Vita nova è un prosimetro, che testimonia la sua ricerca di un linguaggio che conservi la duttilità della prosa e la bellezza della poesia.

Mentre dunque la Vita nova è l’opera che esprime al meglio la gioventù di Dante, il Convivio è l’opera della maturità. In Dante c’è una maturazione progressiva, in cui ogni momento è inglobato dal successivo, in tal modo il Convivio non smentisce la Vita nova, ma la supera e la ingloba, si presenta come la sua continuazione, soprattutto in vista del fatto che la donna pietosa che consola Dante è in realtà la filosofia.

È un’opera incompleta, in soli quattro libri rispetto ai quindici progettati. Uno funge da introduzione e serve a Dante per dichiarare il fine della sua opera che è un atto di liberalità. Gli altri tre presentano le canzoni con i relativi commenti. Petrarca è il primo a superare la cultura medioevale e a rifiutare Dante e il suo metodo allegorico che culmina nella Commedia ma è presente anche nel Convivio.

Dante addirittura parla di ben quattro livelli di interpretazione: letterale, allegorico, morale o topologico, che riguarda la vita dell’uomo e analogico, che riguarda il sovra senso e la vita ultraterrena. Rafano Maura li spiega con l’esempio di Ierusalem, che vuol dire letteralmente Gerusalemme, allegoricamente Chiesa, topologicamente anima e analogicamente città celeste. Un altro esempio è dato dall’espressione “Voi che intendendo il terzo ciel movete”, che si riferisce alle intelligenze celesti, gli angeli che muovono il cielo di Venere ovvero l’amore. Apparentemente potrebbe riferirsi all’amore per una donna, in realtà si parla di quello per la filosofia.

Oltre al tema della conoscenza, nell’opera è presente anche quello politico della vera nobiltà. Nel quarto libro Dante si interrompe perché percepisce l’insufficienza anche del Convivio: come sarà chiarito nel canto di Ulisse, al di là della conoscenza interviene la fede.

Il De vulgari eloquentia

Negli stessi anni del Convivio, Dante compone il De vulgari eloquentia. Paradossalmente in quest’opera in latino afferma la superiorità del volgare, mentre nel Convivio, che è in volgare, afferma l’importanza del latino. Secondo la concezione espressa dal poeta, il volgare è superiore, in quanto naturale, poiché la natura è figlia di Dio, mentre l’arte è imitazione della natura. Il volgare è definito naturale in quanto si apprende naturalmente, mentre secondo Dante il latino è una lingua artificiale costruita per ovviare alle diversità e garantire la comunicazione.

È un trattato, dunque con molti richiami filosofici, ma è anche un’opera di retorica, metrica e critica letteraria. È insomma un trattato linguistico. Il volgare cui si riferisce Dante è il cosiddetto volgare illustre, che è paragonato a una pantera che lascia il profumo in vari luoghi ma non è in nessun luogo. Lo definisce con quattro aggettivi: illustre, perché illumina, dà luce e allo stesso tempo è illuminato; cardinale; aulico, perché parlato nell’aula, cioè nella corte, ad esempio già nella corte di Federico II; curiale, con una venatura politica secondo la quale l’equilibrio si può trovare soltanto nella corte. Come genere, viene esaltata la canzone, adatta alle cosiddette magnalia, cioè ai grandi argomenti come l’amore, la virtù morale, la prodezza, tutti gli aspetti più elevati della vita.

Il De monarchia

L’opera De monarchia è influenzata dall’impresa di Arrigo VII che nel 1310 discende in Italia, un’impresa fallita, che termina definitivamente con la morte dello stesso nel 1313. Dante discute se sia giustificata la presenza di un impero universale, pur sapendo che la monarchia non è realizzabile al momento, ma auspicando a essa quasi con fare profetico.

Egli sottolinea il ruolo provvidenziale dell’impero romano che garantì la pace universale, concezione condivisa anche da Sant’Agostino, che paragona la civitas romana a quella divina. Nel III libro viene introdotta la disputa tra impero e papato, molto attuale all’epoca di Dante. L’impero deve essere legittimato dal papa o il suo potere è di diretta discendenza divina? Sebbene egli affermi che lo scopo del papato sia più elevato, Dante afferma l’indipendenza dei due poteri.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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