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Dante, Divina Commedia

Inferno: canto I

L'esordio si apre con due riferimenti scritturali:

  1. Salmo 90, versetto 10: "Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo". L'unico attribuito a Mosè, Dante leggeva la Bibbia e per lui gli anni della vita erano 70 come dice il Salmo.
  2. Il Convivio, libro IV, cap. 23: "Onde, con ciò sia cosa che la nostra vita, sì come detto è, ed ancora d’ogni vivente qua giù, sia causata dal cielo, e lo cielo a tutti questi cotali effetti, non per cerchio compiuto, ma per parte di quello a loro si scuopra; e così conviene che ’l suo movimento sia sopra essi come uno arco quasi, [e] tutte le [terrene] vite (e dico [terrene], sì de li [uomini] come de li altri viventi), [mon]tando e volgendo, convengono essere quasi ad imagine d’arco assimiglianti". Coloro che sono stati generati secondo natura hanno la metà della loro vita ai 35 anni.

C'è poi il riferimento al cantico di Isaia, su Ezechia, della Bibbia, Antico Testamento, cantico di lamento. Quando le citazioni della Bibbia diventano più numerose vuol dire che Dante vuole accreditarsi il ruolo di profeta, vuole porre la sua opera come profetica, vuole quindi parlare ai potenti senza paura, come fa il profeta dell'Antico Testamento.

Chiavi di lettura dell'esordio

  • Personale: Dante come soggetto, smarrito a causa di Beatrice, e non riesce a uscire dalla selva oscura.
  • Universale: L'umanità ha smarrito la via, non a caso Dante dice "la nostra vita", parlando quindi a nome di tutta l'umanità.

L'immagine dello svenimento è ricorrente in tutta l'opera. Poiché Dante è nato nel 1265 e la metà della sua vita si colloca nel 1300, il caso vuole che questa coincida con il primo giubileo della Chiesa, riferimento al Levitico, 25, 8, 17.

Riferimento al Levitico

"Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell'acclamazione; nel giorno dell'espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest'anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. Quando vendete qualche cosa al vostro prossimo o quando acquistate qualche cosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello. Regolerai l'acquisto che farai dal tuo prossimo in base al numero degli anni trascorsi dopo l'ultimo giubileo: egli venderà a te in base agli anni di rendita. Quanti più anni resteranno, tanto più aumenterai il prezzo; quanto minore sarà il tempo, tanto più ribasserai il prezzo; perché egli ti vende la somma dei raccolti. Nessuno di voi danneggi il fratello, ma temete il vostro Dio, poiché io sono il Signore vostro Dio".

La Bibbia ebraica prevedeva che nel giubileo la terra sarebbe dovuta tornare ai suoi proprietari, ovvero a Dio. La Chiesa cattolica all'inizio indiceva il giubileo ogni cento anni, poi con Bonifacio il periodo tra uno e l'altro fu ridotto a cinquanta anni e attualmente si celebra ogni venticinque anni. Il giubileo promosso da Bonifacio prevedeva un'indulgenza plenaria per tutti. Dal canto 18 dell'Inferno deduciamo che Dante si trovava a Roma in occasione del giubileo perché descrive una scena precisa.

La selva oscura

È difficile dire come fosse questa selva: selvaggia, aspra, forte, senso di evidente smarrimento. La selva oscura è l'entrata alla morte dell'anima, ma anche l'inizio dell'uscita da essa, infatti lì Dante troverà Virgilio, che lo porterà sul cammino della salvezza. Dante si è ritrovato nella selva oscura non volendo, non sa come ci sia finito. Dante segue l'etica aristotelica (ne parla in particolare nel canto 11 dell'Inferno): non si può scegliere di intraprendere il male, l'uomo è portato ad esso.

L'uscita dalla selva oscura si ha quando Dante arriva ai piedi del colle, il primo gesto volontario che fa è guardare in alto questo colle; "mena dritto altrui per ogni calle": contrapposizione alla dritta via smarrita, qua la strada è indicata e porta ai regni, di cui abbiamo un'anticipazione.

Similitudine e ostacoli

1° similitudine: come colui che stava per annegare, appena giunto alla riva si volta indietro guardando il pericolo scampato, così Dante si volta a vedere il passaggio dalla selva oscura, prefigurazione della morte. "si che 'l pie fermo sempre era 'l più basso": è un verso così ovvio che ha portato a molte discussioni, Dante dà un'idea di elevazione, di un tentativo di salita, in ogni caso se egli avesse voluto dire qualcosa di più questo non è chiaro.

Brano delle tre fiere: rappresenta la terza tappa del viaggio (1 selva oscura, 2 colle, 3 fiere)

  • Primo ostacolo: "lonza leggiera": rappresenta una lince/leopardo/pantera, è agile, coperta di pelo maculato, ostacola il cammino di Dante, ma non in modo decisivo. C'è poi una pausa in cui Dante interrompe l'attenzione sulle fiere e dice che ore sono, è l'alba, e la stagione in cui siamo, ovvero la primavera, queste sono metafore di una nuova speranza che si accende come quando si apre un nuovo giorno e un nuovo anno.
  • Secondo ostacolo: leone, rappresenta la superbia, lo possiamo dedurre dal suo andamento a testa alta.
  • Terzo ostacolo: lupa, questa viene subito qualificata come piena di ogni desiderio nella sua magrezza, che ha colpito con l'angoscia molte persone, anche a Dante ha fatto molta paura, tanto che dice di aver perso ogni speranza di raggiungere il colle; rappresenta sicuramente l'avarizia, lo dice Dante stesso nel canto 20 del Purgatorio.

A questo punto per esclusione si può affermare che la lonza rappresenti l'invidia, nel Medioevo non risulta in nessun bestiario che essa fosse simbolo di lussuria. Soluzione di continuità: 15 canti dopo, Dante si ricorda di aver avuto una corda con cui voleva catturare la lonza, questo oggetto viene poi buttato giù nel baratro per evocare il mostro che è a guardia del cerchio, è una strategia usata per far capire che la lonza è il simbolo della frode, infatti 15 canti dopo, ovvero nel canto 16 Dante sta per entrare nel cerchio dei fraudolenti; potrebbe essere anche una correzione di tiro, come se all'inizio avesse voluto dire una cosa e poi in seguito avesse cambiato idea, in ogni caso Dante non ci dà spiegazioni, a parte in rari casi, su cose che dovrebbero essere spiegate.

Riferimento scritturale alla Bibbia

  1. Geremia 5, 6: "Per questo li azzanna il leone della foresta, il lupo delle steppe ne fa scempio, il leopardo sta in agguato vicino alle loro città quanti ne escono saranno sbranati; perché si sono moltiplicati i loro peccati, sono aumentate le loro ribellioni". Sono citati il leone, la lonza e la lupa in atteggiamento di minaccia, come nella Commedia.
  2. Isaia 11, 6: "Il lupo abiterà con l'agnello, e il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà. La vacca pascolerà con l'orsa, i loro piccoli si sdraieranno assieme, e il leone mangerà il foraggio come il bue. Il lattante giocherà sul nido della vipera, e il bambino divezzato stenderà la mano nella buca del serpente. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo, poiché la conoscenza del SIGNORE riempirà la terra, come le acque coprono il fondo del mare". Viene raccontata una situazione idilliaca, di pace messianica, dove le belve feroci si trovano insieme agli uomini e agli animali mansueti.

In questo momento le tre fiere sono rappresentate insieme ma successivamente si troverà sempre e solo la lupa. Per questa cosa è stato ipotizzato che esistesse una sola fiera, in grado di mutare aspetto, trasformandosi in varie forme.

Primo discorso di Virgilio

Prima di parlare, questo personaggio ancora innominato è descritto come colui che per lungo tempo ha smesso di parlare e ora sembra fioco. Virgilio rappresenta la ragione umana in senso allegorico: la ragione umana che per molto tempo ha taciuto e per questo motivo l'umanità si trovava nella selva oscura. Le prime parole di Virgilio sono in latino, e sono una richiesta di aiuto: "lombardi" per i genitori vuol dire dell'Italia in generale, lombardo deriva infatti da longobardo, appartenente al territorio dei longobardi, nella zona di Mantova.

Egli si qualifica in primo luogo come poeta, scrittore dell'Eneide, e chiede a Dante perché tornasse verso la selva oscura invece di andare verso il colle, luogo di salvezza. C'è da specificare che il Virgilio dantesco è diverso dal Virgilio storico, quest'ultimo è importante perché ha scritto le Bucoliche (stile basso, servi-pastori), le Georgiche (stile medio, agricoltori-possidenti terrieri) e l'Eneide (stile alto), è il massimo poeta latino. (Rota Vergilii: ci dice quali termini usare a seconda dello stile che si considera, è quindi tripartita). Virgilio nel Medioevo ha una grandissima fortuna, è visto come mago, taumaturgo, visione diffusa soprattutto a Napoli, e Dante riprende proprio questo per il suo personaggio.

Perché Dante sceglie Virgilio come guida

Perché è poeta, mago, precursore del cristianesimo nella quarta bucolica: "Tu, o casta Lucina, sii favorevole al bambino che ora nasce con cui per la prima volta cesserà la generazione del ferro. In tutto il mondo nascerà quella (lett.: la generazione) dell’oro: già regna il tuo Apollo. Proprio sotto il tuo consolato incomincerà questa età gloriosa (lett.: questa gloria di età), o Pollione, e incominceranno a trascorrere i grandi mesi; sotto la tua guida, se rimangono alcune tracce della nostra scelleratezza, rese vane, libereranno le terre dalla continua paura. Egli riceverà la vita degli dei e vedrà gli eroi mescolati agli dei, ed egli stesso sarà visto con loro e reggerà il mondo pacato dalle virtù paterne. Intanto la terra, senza essere coltivata, effonderà per te, o fanciullo, (quali) primi piccoli doni, edere erranti qua e là col baccare e la colocasia mista al ridente acanto. Le caprette da sole riporteranno a casa le mammelle gonfie di latte e gli armenti non temeranno i grandi leoni. La culla stessa effonderà per te deliziosi fiori. Morirà anche il serpente e la ingannevole erba del veleno morirà; dovunque nascerà l’amomo assiro".

Si parla quindi di una vergine, dell'avvento dell'età dell'oro, di un bambino che sta per nascere, nel Medioevo questo veniva inteso come la proclamazione dell'avvento di Cristo, quando in realtà Virgilio parlava di un nuovo nato nell'aristocrazia romana. Virgilio rappresenta la ragione umana al massimo grado, che però da sola non basta a salvarsi, è necessaria la fede, infatti Virgilio non si salva, ma rimane nel limbo, Dante ha bisogno della fede, rappresentata da Beatrice; l'atto di scegliere Virgilio come guida e non una creatura con un angelo o un santo rappresenta una rivoluzione.

Non appena Dante si rende conto di avere davanti Virgilio, si copre di vergogna e risponde con imbarazzo, gli dice che lui è il suo maestro, l'unico da cui ho tratto il "bello stilo" che mi ha fatto onore (Rota vergilii), lui è quindi fonte di ispirazione per Dante, non è solo poeta, ma anche saggio, la sua sapienza trascende la sola poesia. Dante gli chiede di aiutarlo con la bestia (parla di una sola bestia anche se all'inizio sono tre, solitamente si riferisce alla lupa), la risposta di Virgilio è inizialmente deludente, egli rappresenta la ragione umana, la quale è deludente, ha i suoi limiti e non è sufficiente a sconfiggere la lupa, l'avarizia, è necessario che Dante intraprenda un altro viaggio.

Prima profezia della Commedia: il Veltro

La lupa è descritta come colei che si congiunge con molti animali, per dire che l'avarizia colpisce tutti, finché non arriverà il Veltro, salvezza futura, a cui Virgilio si appiglia dopo essersi dichiarato incapace di farlo. Il Veltro è un cane da caccia, né la potenza territoriale, né il possedere denaro è ciò di cui si ciba, a lui si attribuiscono tre virtù, speculari ai tre vizi delle fiere: sapienza, amore e virtute (non è un caso che siano attribuiti anche alla trinità).

"Di quella umile Italia fia salute": l'Italia non è più quella dell'epoca di Roma, ormai era umile, povera e di poca importanza, grazie al Veltro essa ritornerà alla sua grandezza, che si fonda sul sacrificio di innocenti come Cammillo, Eurialo, Niso, Turno, personaggi virgiliani tipicamente dell'Eneide; il Veltro rimetterà la lupa all'Inferno, luogo da cui è stata tolta.

Riferimento al Convivio 4, 4, 4: "Il perché, a queste guerre e le loro cagioni torre via, conviene di necessitade tutta la terra, e quanto a l’umana generazione a possedere è dato, essere Monarchia, cioè uno solo principato, e uno prencipe avere; lo quale, tutto possedendo e più desiderare non possendo, li regi tegna contenti ne li termini de li regni, sì che pace intra loro sia, ne la quale si posino le cittadi, e in questa posa le vicinanze s’amino, in questo amore le case prendano ogni loro bisogno, lo qual preso, l’uomo viva felicemente; che è quello per che esso è nato".

La Commedia nasce dall'abbandono del Convivio, lasciato al quarto libro, c'è quindi una contiguità soprattutto nei primi canti della Commedia, oltre che una comunanza ideologica: la necessità di un monarca assoluto, il Veltro può essere un monarca che deve riportare la pace in tutto il mondo. Se è un imperatore il Veltro non può coincidere con un personaggio storico, l'imperatore deve essere esente dall'avarizia, non c'è una figura sicura a cui attribuire il Veltro; "tra feltro e feltro": teoria realistica, interpretazione astrologica, tra cielo e cielo, feltro come qualcosa di solido, concreto, tangibile, ovvero il Veltro nascerà in una congiunzione astrale favorevole.

Dopo la profezia del Veltro, pronunciata in tono alto e solenne, il tono si abbassa e Virgilio dice a Dante di seguirlo (Virgilio spirito pratico). "E vederai color che son contenti nel foco": fuoco di sofferenza ma anche di speranza di salvezza. Beatrice non viene nominata prima del secondo canto, il suo personaggio ha a che fare con la realtà divina, in netta contrapposizione con Virgilio che non ha conosciuto Dio e ha a che fare solo con la realtà umana. Non nomina nemmeno Dio, dice che è l'imperatore che regna là dove risiedono le beate genti. "A le quai poi se tu vorrai salire": Dante non presenta il Paradiso come qualcosa di necessario. "C'ha la seconda morte ciascun grida": seconda morte = morte spirituale "si ch'io veggia la porta di San Pietro": la porta di San Pietro è la porta del Purgatorio, per volontà di Dio lì si trova un angelo custode. Il canto si chiude con Virgilio che si muove per mettersi in cammino, assumendo anche fisicamente il ruolo di guida.

Canto II

L'Inferno comincia di notte, tutti gli esseri animati venivano liberati dalle loro fatiche di notte. Dante è l'unico che a quell'ora si preparava a sostenere la fatica del cammino e anche la fatica interiore di vedere chi si trova all'Inferno. Questo inizio è tipicamente virgiliano, con antitesi tra la quiete notturna e il travaglio interiore, si trova in varie parti dell'Eneide.

Invocazione alle Muse

L'invocazione alle Muse pagane crea sicuramente un netto contrasto con la natura fortemente cristiana della Commedia, in generale c'era un certo sincretismo: era normale invocare le Muse al tempo, era indice di classicismo, l'atto di metterle insieme a Dio nella Commedia serve a innalzare la figura di Dio. Questa invocazione si trova all'inizio del secondo canto, strano all'apparenza, ma serve a Dante per indicare la sovranumerarietà del canto I, l'Inferno infatti è l'unica cantica composta da 34 canti, mentre le altre due ne hanno 33.

Il primo dubbio di Dante, che rivolge a Virgilio: le mie capacità sono abbastanza per affrontare questa impresa? Cinque terzine per parlare di Enea e una per Pietro, ma l'importanza data a questi due personaggi è contraria al numero di terzine usate. Il libro VI dell'Eneide parla della catabasi di Enea agli inferi, si sottolinea che l'eroe va là con il corpo, che non è un visionario; nessuna reputa indegno che Dio abbia dato questo privilegio a Enea, per gli atti che ha compiuto, Roma infatti è lontana conseguenza di...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher LauraFrosini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Pacca Vinicio.
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