Le origini del cristianesimo
La comunità di Gerusalemme secondo gli Atti degli Apostoli
La prima comunità stabile conosciuta è quella di Gerusalemme, a noi nota grazie agli Atti degli Apostoli, testo narrativo dell'apostolo Luca, il quale presenta la comunità delle origini in termini idealizzati, come modello di vita caratterizzato dalla condivisione. I membri erano chiamati nazorei, termine che indica gli ebrei credenti in Gesù, e nei primi tempi (tra gli anni Trenta e Quaranta del I secolo) si attengono alle prescrizioni giudaiche. I primi capi sono Pietro e Giovanni.
I nazorei sono guardati con sospetto dagli altri giudei e criticati dagli ellenisti, ovvero quei seguaci di Gesù di lingua e cultura greca che si rapportano alla tradizione in modo più distaccato. Altre divergenze nascono con i gentili, persone che prima di conoscere i nazorei non avevano mai avuto rapporti con l'ebraismo.
Paolo di Tarso
Le fonti sulla vita di Paolo di Tarso (nato in Cilicia come cittadino romano e giudeo ellenista) ci sono note grazie agli Atti e alle sue lettere. In principio persecutore dei nazorei, tra il 32 e il 35 subisce un accecamento e udisce la voce di Gesù: a Damasco un discepolo di Gesù lo guarisce e Paolo si fa battezzare, per poi farsi portavoce dell'annuncio del Risorto. Dalla fine degli anni Quaranta alla fine degli anni Cinquanta viaggia instancabilmente tra Siria, Asia Minore e Grecia per predicare la parola di Cristo ed evangelizzare gli ebrei della diaspora. Fermandosi nelle città lui e i suoi compagni costituivano le ekklesiai (assemblee), ovvero comunità. A Gerusalemme viene accusato di aver introdotto un greco nel Tempio, viene arrestato e processato a Cesarea, e in seguito trasferito agli arresti domiciliari a Roma, dove viene condannato a morte e sepolto assieme a Pietro.
La parusìa e la prima formalizzazione della dottrina
Nella lettera rivolta alla comunità di Tessalonica (primi anni Cinquanta) Paolo parla della parusìa, ovvero l'imminente manifestazione della presenza di Cristo nel mondo, la quale viene celebrata con la cena del Signore, in cui Cristo si offre ai fedeli in quanto il suo spirito è presente nel pane e nel vino.
Nella lettera di Paolo al missionario Tito, da lui convertito e organizzatore di chiese a Creta, compaiono istruzioni sull'organizzazione della diffusione del credo nelle città. Nonostante ancora non vi sia una netta differenziazione gerarchica viene descritta la figura del vescovo, il quale è incensurabile, eticamente santo e obbligato ad avere una sola moglie. Si formalizza nel frattempo, negli anni Sessanta, una prima dimensione dottrinale che in seguito darà inizio alla polemica antigiudaica e ai dibattiti nel II secolo sulla correttezza della dottrina contrapposta all'errore o eresia.
Le comunità delle origini
Le prime comunità, stando alle lettere di Paolo, sono stanzaiali e formate da uomini e donne di ceti sociali diversi. La comunità ha le proprie modalità di preghiera, di comunicazione e di svolgimento dell'assemblea. Nella comunità di Corinto Paolo vede diversi scontri e incomprensioni dovuti al solo ricorso al carisma, mentre nella comunità di Filippi (la cui lettera è l'ultima in ordine cronologico) compare una prima differenziazione delle funzioni: sono descritte le figure dei vescovi (guardiani, ispettori che controllano il buon funzionamento dell'ekklesia) e dei diaconi (servitori incaricati di amministrare il denaro per gli indigenti).
La comunità di Roma è composta per la maggior parte da gentili d'origine e in misura minore da giudeocristiani: tra le due componenti vige tensione specialmente per quanto riguarda il problema della Legge come sistema chiuso di precetti, che Paolo considera come dono di Dio ma non determinante per la grazia senza la fede in Gesù. A Roma il cristianesimo è una religione da immigrati.
La diaspora dopo la caduta di Gerusalemme, le prospettive apocalittiche e la rivolta di Bar Kochba
Si suppone che intorno al 62 (lapidazione di Giacomo) o al 66 (rivolta antiromana) o al 69-70 (guerra giudaica) la comunità di Gerusalemme avesse abbandonato la città, che in seguito alla vittoria romana viene occupata e il Tempio distrutto. La rasa al suolo della città provoca inquietudine nei nazorei in quanto la profezia diceva che la parusìa si sarebbe manifestata proprio a Gerusalemme. La risposta teologica è quella apocalittica (apocalisse = disvelamento) ed è data nell'Apocalisse di Giovanni, databile verso la fine del I secolo e riprendente le figure e le simbologie del Libro di Daniele, il quale annunciava l'abominio del luogo santo. Giovanni fa intendere che il trionfo di Roma sia solo apparente e che le sofferenze dei fedeli, parte della provvidenza divina, saranno ricompensate. Prevede inoltre l'ascesa dal cielo di una nuova Gerusalemme in cui la parusìa si potrà realizzare.
Già dal 70 a Gerusalemme e in generale in ambienti giudaici era viva l'attesa della ricostruzione della città: tra il 132 e il 135 a seguito delle disposizioni antigiudaiche di Adriano scoppia a Gerusalemme una rivolta degli zeloti, capeggiati da Bar Kochba, la quale culmina in disfatta: Adriano impone agli ebrei di lasciare la città, la rinomina Elia Capitolina e riduce il territorio a provincia romana con il nome di Siria Palestina.
I rapporti tra giudei e cristiani nel II secolo
Una testimonianza di questi rapporti ci è fornita dal Dialogo con Trifone del cristiano gentile Giustino, operante a Roma in lingua greca a metà del II secolo. L'opera, databile intorno al 160, appartiene al filone apologetico e consiste in un dialogo tra il cristiano Giustino e l'ebreo Trifone, scappato alla rivolta conseguente alla rivolta antiromana di Bar Kochba. La tesi di Giustino è quella per cui i cristiani sono divenuti i veri abitanti di Israele e quindi di Gerusalemme, sostituendosi ai giudei. Il punto di divergenza non riguarda più solo la concezione della Legge (vedi Paolo) ma l'interpretazione stessa della Bibbia e della figura del Messia. Entrambi credono che il Regno sarà creato da un Messia, ma mentre Trifone rivolge la sua fede al futuro nell'orizzonte dell'attesa, Giustino ritiene che egli sia già venuto una volta nella persona di Cristo e che verrà di nuovo per contrastare un terribile nemico.
La differenziazione tra giudeocristiani e cristiani nella metà del II secolo
Fino al II secolo le comunità, ancora definite come giudaico-cristiane, sono molto numerose solo nel bacino orientale del Mediterraneo (Siria, Grecia, Asia Minore) mentre nel bacino occidentale sono più rare, tra cui spicca la comunità di Roma. Tra I e II secolo il cristianesimo si espande e inizia a delinearsi una prima struttura gerarchica che vede all'interno dell'ekklesia figure di spicco come vescovi, presbiteri (anziani ragguardevoli con lo scopo di guidare la comunità in un'ottica collegiale) e diaconi, ma i ruoli non sono ancora precisati esattamente e non sono gli stessi in ogni comunità. Compare la figura del sacerdote (amministratore del sacro) il quale si occupa dei sacrifici, i quali man mano scompariranno nel corso della differenziazione dal giudaismo, che tocca il suo picco intorno alla metà del II secolo, quando cominciano a profilarsi stili di vita e caratteristiche tipiche dei cristiani. La testimonianza principale è la Didachè, testo greco prodotto in ambienti giudeocristiani presumibilmente tra I e II secolo, il quale fornisce istruzioni sulla forma di vita e sulla liturgia cristiana, insistendo sull'insegnamento delle due vie, quella dei vizi e quella dei precetti divini, alla quale si può accedere soltanto se prima si passa per il sacramento del battesimo, che ora viene esteso a tutti.
La Settanta e il canone definitivo
Tra III e II secolo a.C. il re d'Egitto Tolomeo II aveva fatto tradurre in greco la Bibbia ebraica da settanta sapienti chiamati ad Alessandria (riferimento ai settanta anziani che accompagnano Mosè al Sinai per ricevere la Torah), i quali devono per forza creare un nuovo linguaggio con termini greci ai quali devono attribuire un significato esistente, a volte sbagliando la denominazione (Torah come legge, non ammaestramento). La traduzione comunque segna un passo decisivo per la trasmissione del messaggio della Bibbia nel mondo di lingua greca del bacino del Mediterraneo.
L'opera suscita le ostilità delle gerarchie sacerdotali di Gerusalemme in quanto vengono inclusi libri non compresi nella Bibbia ebraica. Entro il II secolo il canone delle Scritture cristiane risulta composto oltre che dalla Bibbia cristiana (denominata da Ireneo Antico Testamento, in contrapposizione al già delineato Nuovo Testamento di Marcione) dai Vangeli sinottici, dal Vangelo di Giovanni, dagli Atti, da 13 lettere paoline, la prima lettera di Pietro e Giovanni, e in seguito l'Apocalisse di Giovanni.
La definizione del canone comporta l'esclusione da esso di altri scritti riguardanti la vita e gli insegnamenti di Gesù, i quali vengono definiti apocrifi; la loro produzione inizia nel II-III secolo e prosegue nel Medioevo.
La scuola teologica dello gnosticismo
Già all'inizio del II secolo iniziano a delinearsi le prime scuole teologiche cristiane con lo scopo di rispondere a interrogativi come il rapporto col divino e l'esistenza del male. Una delle risposte era stata la via apocalittica (Giovanni, Giustino), ma ad Alessandria si ricercano le ragioni delle sofferenze ingiuste alle origini del mondo: la Creazione viene concepita come rottura dell'unità divina primordiale. La scuola di Alessandria, detta gnostica (da gnosis = conoscenza), è concepita come la prima eresia documentata, e concepisce il divino come unità precaria di molteplici sostanze gerarchicamente ordinate. Inoltre riprende il Demiurgo platonico come mediatore tra il divino perfetto e l'umano segnato dal peccato. Gli gnostici cercano di far incontrare i principi del cristianesimo con l'ellenismo e il neoplatonismo.
L'antigiudaismo e la sostituzione nell'Alleanza
Nel corso del II secolo si profila un primo antigiudaismo cristiano. Una valida testimonianza è la lettera pseudoepigrafica di Barnaba, compagno di Paolo nel suo viaggio in Siria, composta tra il 130 e il 132 e in cui viene esposta la teoria della sostituzione. Il suo autore esclude i giudei dal piano divino senza possibilità di rientro in quanto la Legge e la Bibbia ebraica vanno riferite a Gesù e alla Chiesa e abbandonando le numerose regole ebraiche e il Tempio.
Questa teoria viene sviluppata da Marcione, il quale afferma che il Dio degli ebrei è un Dio giusto che impartisce ai fedeli il carico della Legge, mentre il Dio dei cristiani è un Dio padre buono che manda Cristo sulla terra per liberarli dalla Legge. Nel 140 Marcione propone addirittura di eliminare la Bibbia ebraica e di sostituirvi il nuovo Testamento.
Ireneo invece conserva pieno valore normativo alla Bibbia ebraica in quanto rivelazione ma la affianca al Nuovo Testamento come completamento della rivelazione. Per spiegare ciò ricorre all'idea che Dio, consapevole dei limiti umani, si fosse rivolto a loro prima con il timore e poi con l'amore. Nel 200 Tertulliano, montanista, scrive un trattato Contro i giudei.
L'affermarsi dell'episcopato monarchico
Inizia a delinearsi nell'ultimo trentennio del II secolo una stretta connessione tra il ministero episcopale e il potere di battezzare: grazie a questo potere il vescovo diventa l'unico mediatore tra la comunità e Dio, comportando una prima verticalizzazione della comunità. I vescovi detengono anche le competenze teologiche. Nella prima metà del III secolo nascono i primi sinodi e concili regionali (Cartagine e Italia).
Le persecuzioni imperiali tra II e III secolo
La religione ebraica nell'impero era considerata religio licita anche se gli ebrei vivevano ai margini della comunità, ma quando i cristiani iniziano a distaccarsi nettamente dal giudaismo non godono dello stesso trattamento. Nel corso del II secolo ci sono persecuzioni sporadiche, durante le quali si attestano gli atti di martirio e i culti delle reliquie. Per gli gnostici il martirio è una scelta insensata in quanto ciò che conta è il destino dell'anima e non del corpo. Anche Clemente e Origene ne prendono le distanze in quanto il vero martirio è quello interiore noto solo a Dio. Al contrario nei movimenti profetico-apocalittici come quello montanista il martirio viene esaltato.
Nella seconda metà del III secolo gli imperatori Decio, Treboniano Gallo e Valeriano (attivi dal 250 al 258) impongono l'obbligo a tutti i sudditi di sacrificare agli dei romani. Davanti ai cristiani si presenta il dilemma: fuggire, resistere e morire da martiri o piegarsi al sacrificio (coloro che lo fanno sono denominati "lapsi", ovvero traditori). Con Gallieno (261) viene emanato un decreto di tolleranza che assicura ai cristiani un trentennio di tranquillità, il quale permette il rafforzamento delle strutture ecclesiastiche e di esperienze religiose come il manicheismo, in cui è centrale il problema del male. Nel 270 con Aureliano viene riconosciuta la personalità pubblica dei capi cristiani. L'ultima grande persecuzione imperiale viene avviata da Diocleziano prima contro i manichei e poi nel 303 contro i cristiani.
Ufficializzazione e definizione della religione cristiana
L'editto di Milano
Il successore di Diocleziano, Costantino (306-337), è la molla propulsiva del definitivo affermarsi del cristianesimo nell'impero. Per competere con il rivale Massenzio, devoto al culto orientale del Sole caro all'esercito, Costantino si appoggia al Dio cristiano. Prima della battaglia di ponte Milvio a Roma (312) l'imperatore si converte e dopo la vittoria emana nel 313 a Milano un editto che stabilisce la libertà di culto e restituisce alle Chiese i beni loro revocati. Pur non essendo veramente cristiano fino al punto di morte Costantino emana una legislazione di privilegio per i cristiani e favorisce nel suo governo l'assunzione di responsabilità civili da parte dei vescovi.
Il concilio di Nicea: la definizione dell'ortodossia
Con l'editto di Milano l'imperatore si configura come pontefice massimo, dunque supremo rappresentante terreno di Dio e massima istanza di riferimento per gli apparati ecclesiastici. Infatti quando nel 325 a Nicea in Bitinia viene convocato il primo concilio ecumenico Costantino ne assume la presidenza. Da questo momento la convocazione del concilio coincide con la manifestazione della volontà di controllo: inizia dunque il lungo confronto tra potere secolare e l'emergente potere papale.
Il concilio di Nicea nasce non solo con lo scopo di rafforzare l'unità delle Chiese sul piano dottrinale e liturgico ma con l'intento di condannare la dottrina ariana che prevede la sottomissione del Figlio al Padre in favore del credo definito niceno-calcedoniano (o ortodosso).
Eusebio di Cesarea: la teologia politica
Tra il 313 e il 325 ad opera di Eusebio, vescovo di Cesarea, si delinea il primo tentativo di storiografia cristiana in una prospettiva unitaria e universalistica (da Gesù fino a Costantino e a Nicea) al fine di fornire una legittimazione teologica e politica dell'impero cristiano con la Storia ecclesiastica. Eusebio afferma che il regno di Costantino consiste nella realizzazione dell'atteso regno messianico predicato da Cristo e dai suoi successori, celebrando l'imperatore come vicario di Dio in terra e facendosi dunque portavoce della nascente teologia politica.
La ripartizione territoriale ecclesiastica
Già dal III secolo i centri nevralgici e le strutture imperiali si stavano spostando verso l'oriente. Costantino continua questa linea denominando capitale Costantinopoli nel 330, la quale assume importanza anche dal punto di vista ecclesiastico. Inoltre inizia a delinearsi una particolare ripartizione del territorio in vaste regioni ecclesiastiche (presiedute da patriarchi) a loro volta suddivise in province (presiedute da metropoliti) a loro volta articolate in diocesi (presiedute da vescovi). Le sedi episcopali con dignità patriarcale sono dal concilio di Nicea Antiochia, Roma e Alessandria, alle quali si aggiungono in seguito Costantinopoli e Gerusalemme.
La nascita del monachesimo: eremitaggio e cenobitismo
Già dalla seconda metà del III secolo iniziano a profilarsi forme di vita monastica cristiana miranti alla perfezione spirituale attraverso l'ascetismo, l'autodisciplina del corpo e della mente, il disprezzo della sessualità e del matrimonio. Vi sono due forme di monachesimo: il cenobitismo e l'eremitaggio. Di quest'ultimo si fanno portavoce gli anacoreti: il più celebre eremita è Antonio, la cui vita solitaria nel deserto egiziano ci è nota grazie all'opera di Atanasio, patriarca di Alessandria, la quale dà vita al genere dell'agiografia monastica, volta all'esaltazione del monaco come nuovo martire e figura da imitare.
I primi insediamenti cenobitici, che prevedono vita e lavoro in comune, vengono avviati dal militare Pacomio e sono strutture economicamente e socialmente autosufficienti. Essi consistono in comunità dotate di regole scritte e condivise al fine di conseguire la purezza personale in un'ottica collettiva. Importante è la direzione spirituale, ovvero l'assunzione della guida di una persona da parte di un'altra, che nel caso del cenobio viene incarnata nella figura dell'abate, a cui spetta la responsabilità di orientare i monaci nel loro percorso esistenziale.
La cristianizzazione in Oriente e in Europa nel IV secolo
Dal IV secolo si apre la cristianizzazione delle campagne e addirittura di interi popoli come Armenia, Georgia ed Etiopia in Oriente e dei Goti e dei Franchi in Europa. I Goti entrano in contatto con il cristianesimo già a metà del III secolo quando invadono la Cappadocia romana.
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