CAP.6
6.1 – La lettura come esperienza
La critica, in quanto offre le coordinate per avvicinarsi a un testo e capirlo, ha sempre di mira la lettura.
Anche nel caso di stroncatura di un testo, quando il critico ne sconsiglia la lettura sta cercando di
indirizzare il potenziale lettore.
La lettura si pone dunque sia a valle (come finalità della critica) che a monte: difatti il critico nel suo
primo approccio con il testo non è altro che un lettore come tutti gli altri, solo in un secondo tempo egli
in più propone la sua interpretazione ed esperienza.
La scelta del critico nel suo approccio al testo indica una scelta di tendenza: si possono considerare vari
fattori concorrenti alla produzione dell’opera e analizzarli oppure accontentarsi del mero atto della
lettura. Ad ogni modo l’atto critico, per qualsivoglia via, pretende di essere un rapporto a due con
l’opera in esame. E’un rapporto “a due” nel quale il testo non ha la possibilità di controbattere, per cui il
critico-lettore ha in un certo senso tutta la responsabilità di quanto accade. Dipende dalla sua ricettività
intendere cosa dice l’opera o meno.
Quindi il critico è sì al servizio dell’autore, ma come in un ambiguo rapporto delineatosi nella figura del
servo-padrone. Se ammettiamo che il testo non esiste prima della lettura dobbiamo convenire che la
lettura ri-crea il testo e allora si apre davanti a noi la possibilità tutt’altro che remota che un lettore possa
appropriarsi del testo conferendogli l’interpretazione che più gli confà.
Molteplici e tuttora dibattutiti sono i nodi legati alla lettura di un testo e lo scetticismo accompagna ogni
critica che è dichiaratamente soggettiva. Come difendere i diritti di un testo dalla libertà del suo
interprete? In cosa il critico si differenzia da un lettore comune? Cosa lo autorizza a rendere pubblica la
sua esperienza? Dal punto di vista storico, come si ricostruisce il mutare dell’orizzonte nella ricezione
del testo? All’interno del testo poi, com’è l’atteggiamento del lettore? Si impadronisce del testo per
intenderlo a suo piacere o si lascia condizionare e quindi percorre il sentiero previsto che è implicito nel
testo?
Intorno a questi nodi si è svolto dunque il dibattito sulla critica nella seconda metà del Novecento, anche
se è una questione antica: il problema della lettura ha recuperato le pratiche interpretative classiche, in
1
primo luogo quella del commento esegetico . Gli sviluppi novecenteschi hanno tratto il loro fondamento
teorico soprattutto nelle “filosofie della vita”: la fenomenologia di Edmund Husserl (1859-1938) e
l’esistenzialismo di Martin Heidegger (1889-1938). Queste filosofie rimandano alla concreta
situazione vitale e ciò implica un recupero del momento della lettura, dove la parola racchiusa nel libro
ricomincia a parlare.
Da Husserl e dal suo metodo di apertura ai fenomeni e al mondo-della-vita, che mette in parentesi
• le categorie prefissate, la critica di indirizzo fenomenologico ha ripreso l’atteggiamento di
continua interrogazione tra il ricercatore e “la cosa”.
Da Heidegger e dalla sua concezione dell’esistenza come “comprensione” dell’essere-nel-mondo è
• sorto il ritorno all’ermeneutica (è l’arte di intendere e interpretare i testi e i documenti antichi).
L’attenzione sul momento della lettura si è diffusa in varie forme.
1 Dal gr. exéghìsis, deriv. di exìghêisthai 'condurre, guidare', quindi 'spiegare, interpretare'
s. f. interpretazione critica di un testo sacro, o anche giuridico, letterario: esegesi biblica, dantesca. 1
GEORGES POULET (1902-1991) la lettura è l’incontro di due coscienze: se l’essenza dell’opera è
la coscienza soggettiva che si manifesta in essa, allora la “coscienza critica” deve prestarsi a ospitare
questa coscienza altrui. La lettura consiste per Poulet nel cedere il posto a un altro essere, per poterlo
comprendere intuitivamente.
Diversa angolatura per l’italiano LUCIANO ANCESCHI (1911-1996) la sua critica e la sua ricerca,
di ispirazione fenomenologica, puntano a riconoscere le particolarità dei fenomeni, ma anche a
individuare le linee portanti di una data situazione (le “direzioni vettoriali” o le “istituzioni”come le
chiama lui).
Si ha però l’impressione che la sospensione del giudizio in favore dell’ascolto diminuisca l’impellenza
della scelta tra le linee con il rischio di giustificare i fenomeni considerandoli solo attraverso i principi
che essi stessi presentano all'osservazione immediata. (iuxta propria principia)
6.2 – Il caso Blanchot
Nel clima letterario prodotto dall’esistenzialismo un posto a parte merita il critico francese MAURICE
BLANCHOT (1907-2003) considera la letteratura un fatto “assurdo” e “paradossale”. Lo “spazio
letterario”, per essere tale, dovrebbe portare chi gli si avvicina all’esperienza limite della perdita di se
stesso, mettendo a rischio gli appigli sicuri della vita comune. Flaubert, Mallarmè, Kafka, Rilke, Proust
vengono letti in questa chiave come coloro che aprono l’accesso a un’ “alterità negativa” (che riceve di
volta in volta i nomi della “morte”, “notte”, “abisso”, “oscuro”).La scrittura è una sonda gettata
nell’angoscia e nel vuoto esistenziale.Partendo dalla constatazione che per scrivere bisogna essere soli,
Blanchot sviluppa all’estremo il rapporto della parola letteraria con la solitudine e col silenzio. Ma la
solitudine e il silenzio sono in contrasto, appunto, con la parola. Perciò, si interroga Blanchot, “come è
possibile la letteratura?”.La letteratura poggia dunque su una paradossale ambiguità che va intesa come
compresenza del significato e assenza del significato. L’opera rappresenta dunque un conflitto interno
fra il vuoto dell’angoscia e il tentativo di comunicare. Ma, mentre l’autore, spinto dal vuoto, non può
che continuare a scrivere, l’opera, una volta compiuta si distacca dal suo autore per finire nelle mani del
lettore, che libera definitivamente l’opera dal suo autore. L’ingresso nello “spazio letterario” distacca
definitivamente l’opera dal suo autore e comporta anche per il lettore il rischio della perdita delle
proprie certezze, “l’opera è e nient’altro” afferma Blanchot. L’atto del leggere non può aggiungere
nulla all’opera, il lettore vi partecipa ma l’opera in quanto manifestazione del vuoto lo tiene a distanza.
La lettura si gioca quindi tra fascinazione ed estraneità. Il giusto modo di leggere deve accettare questo
gioco: sarà più vicino all’opera colui che “mantiene integra” la distanza e “la riconosce opera senza di
lui”. Questo è un metodo della “discrezione”. L’opera è inattaccabile dalle interpretazioni: la critica è un
tramite non solo inutile, ma anche dannoso quando si frappone fra l’opera e il lettore dettandogli le
norme dell’approccio al testo. Blanchot rimprovera inoltre al critico di condizionare senza aver avuto
una vera esperienza: in quanto ha di mira la scrittura critica il suo giudizio non può che esser quello di
un lettore poco attento e frettoloso. Il giudizio del critico sarebbe anche colpevole di coprire il vuoto
costitutivo della letteratura, di spostarne lo spazio paragonando l’opera a qualcosa d’altro, fosse la
morale o le regole di un’estetica, e anche l’attribuzione di un significato violerebbe quell’ ambiguità
essenziale”. Per assurdo l’opera “più è apprezzata, più è in pericolo”. Se invece messa da parte e
dimenticata l’opera può preservarsi intatta da strumentalizzazioni. Ma è naturalmente un paradosso
perché Blanchot è un critico e lavora per promuovere i suoi autori prediletti, quindi deve ammettere che
esiste un compito positivo della critica, a patto che questa lasci alla profondità dell’opera la possibilità
di manifestarsi, cancellando se stessa, quasi sparire per farsi il + simile possibile alla lettura.
Ovviamente il discorso di Blanchot pare molto radicale e si basa su nozioni assolute e metafisiche(non
storiche )proponendo una risoluzione dei problemi per assurdo. Il suo approccio non gli consente di
trattare + di un’opera per volta, ma ciò che emerge dalle sue analisi è comunque un riferimento al fondo
ineffabile dell’esistenza, che non varia passando da Omero a Melville, o da Mann a Beckett. 2
6.3 – Il dibattito sull’ermeneutica
2
L’ermeneutica di cui si trova traccia già negli antichi greci, ha avuto una ripresa nell’Ottocento e
soprattutto nel Novecento quando con la filosofia esistenzialista di HEIDEGGER, assurge a modello
generale.
Heidegger vede un aspetto ermeneutico (interpretativo) nella situazione dell’uomo “gettato” nel mondo:
l’agire in una determinata situazione necessita prima di una “comprensione” della situazione stessa, solo
poi seguita da un’analisi dei particolari. La comprensione globale viene prima di tutto: è un pre-
comprensione. Il “circolo ermeneutico” (da una visione del tutto si procede verso l’individuazione dei
particolari per poi tornare al tutto) è caratteristico di ogni esperienza umana.
Su questa linea tracciata da Heidegger si è mosso un altro pensatore tedesco, HANS GADAMER
(1990-2002) che ha ricondotto il discorso ermeneutico alle questioni dei diversi settori in cui si
esplica(teologia e diritto) dando un posto anche all’interpretazione della letteratura o come dice
Gadamer “arte dello scrivere” Per Gadamer, la comprensione di qualsiasi fenomeno o messaggio parte
da un “pregiudizio”: noi ci accostiamo a un testo avendo già idea di quello che troveremo. Inoltre il
movimento anticipante del pregiudizio non si può eliminare perché noi viviamo in una tradizione che
conduce a noi le opere del passato inducendoci a vederle in un certo modo: quindi per Gadamer il
pregiudizio non nasce da un’esperienza soggettiva, bensì dipende da un sostrato culturale comune a
tutti. L’interprete (un esperto) ha il compito di mediare il rapporto tra l’opera del passato e i lettori di
oggi. L’ interpretazione per Gadamer non è solo il lavoro il esplicativo dell’esperto che illustra ciò che
il testo voleva dire, ma ne amplia il senso includendo nel termine interpretazione anche quella di un
musicista o di un attore che attualizzano un testo teatrale o uno spartito, i quali altrimenti non sarebbero
che lettera morta (= interpretazione riproduttiva ), ma anche l’interpretazione di chi traduce un testo
straniero(interprete di professione). Per Gadamer il dovere del critico è dunque quello di consentire alla
parola di superare il divario storico e di parlare ancora. Ma la ricostruzione storica (il senso
“originario”del testo rispetto ai lettori del suo tempo) la ricostruzione dell’orizzonte storico è
semplicemente impossibile; il critico deve permettere un adattamento all’orizzonte attuale e
contemporaneo, quindi una “fusione d’orizzonti”(tra loro anche contrastanti) che vede l’interpretazione
come un “dialogo” fra passato e presente..
Inoltre Gadamer pone l’accento sul valore del “classico” poiché è giunto sino a noi e quindi
naturalmente pregno di valore. In questo senso si parla di comprensione e non di giudizio, posizione che
viene esclusa dal senso che Gadamer dà al termine interpretazione.
2 . f. teoria e tecnica dell'interpretazione dei testi | in partic., tecnica di interpretare testi e documenti antichi, spec. quelli cui
è attribuita autorità religiosa; esegesi: l'ermeneutica di san Girolamo intorno alle Sacre Scritture | nella filosofia
contemporanea (soprattutto tedesca e francese), comprensione della realtà storica e culturale fondata, essenzialmente,
sull'interpretazione dei molteplici significati impliciti nei testi scritti o nel linguaggio stesso; è detta anche teoria
dell'interpretazione | ermeneutica giudiziaria, attività interpretativa delle leggi svolta dai giudici. 3
In “Verità e metodo” (1960), la sua opera più importante, disgiunge i termini verità e metodo, negando
le procedure scientifiche nell’ambito delle scienze umane. Se l’interpretazione deve assomigliare
all’apertura di un dialogo con il testo, e dunque essere disponibile, le regole prefissate di un qualsiasi
metodo applicato dall’esterno sarebbero disturbanti. L’interpretazione deve assolvere il suo compito di
mediazione nel modo meno appariscente possibile: “paradossalmente un’interpretazione è giusta proprio
quando è capace di scomparire”. Colui che è chiamato a mediare tra un testo e la lettura dovrebbe
limitarsi a esporre le condizioni di comprensibilità del testo. Questo è ancor più vero per il testo
letterario e artistico che per Gadamer è eminente: egli porta al massimo grado di compiutezza
l’inscindibilità del testo, l’unità di senso sue proprie. Il testo letterario e artistico non esprime qualcosa
di particolare ma si auto-manifesta come necessitata unione di suono e senso, imponendosi con
immediatezza intuitiva ogni qualcosa lo si rilegge. Per Gadamer il giudizio estetico (l’opera è bella o
brutta) è secondario, infatti la coscienza estetica viene chiamata a intervenire solo in un secondo
momento, quando l’immediatezza della scoperta del senso dovesse fallire.: se l’opera artistica difetta
nell’auto-manifestarsi allora può essere sottoposta a un giudizio di valore.
Il grande successo delle sue tesi, soprattutto negli anni ottanta, si spiega proprio come reazione
all’egemonia delle tesi degli anni sessanta/settanta (marxismo e strutturalismo).
Dunque l’ermeneutica, con la sua intima unità di comprendere e interpretare, riduce il peso della critica
e ne limita di molto gli strumenti. Ma non è mancato anche un animato dibattito che si è snodato su 3
punti:
1) Un primo problema è quello dell’attualizzazione del testo. Se l’ermeneutica è “l’arte di far
parlare di nuovo qualche cosa”, essa adatta e traduce il senso alla situazione attuale
dell’interprete. Noi uomini del presente cerchiamo di entrare in dialogo con ciò che è stato
scritto nel passato intendendolo non nel suo senso originario ma, mediato dalla tradizione, come
se si stesse rivolgendo a noi in questo momento. Questa idea di un senso perennemente
immobile e di sradicamento delle intenzioni dell’autore ha suscitato le obiezioni di ERIC
HIRSCH (1928-vivente). Contro la continua variabilità dell’interpretazione, Hirsch pone
l’esigenza di riconoscere ogni volta, quale interpretazione sia più valida; l’unico criterio è, a suo
parere, il ricorso al significato “originario” che l’autore ha inteso trasmettere nella situazione
“originaria”. Gadamer sostiene invece che ormai che questo significato è andato definitivamente
perduto; dal canto suo, Hirsch non dice che questo sia possibile ma deve essere almeno
l’obiettivo al quale l’interpretazione debba giungere anche solo per approssimazione. Hirsch
distingue tra significato, ossia quello che l’autore ha voluto dire e significanza ossia ciò che il
critico odierno vede nel testo: il critico vede il testo dal suo punto di vista, ma non può
svincolarsi totalmente dal significato originario, stravolgendolo. Hirsch porta poi ad esempio
negativo l’interpretazione dell’Amleto da parte di Freud. Freud legge l’Amleto in base al
“complesso di Edipo” attribuendo al protagonista un desiderio inconscio nei confronti della
madre; ma questo è sicuramente un tipo di significato estraneo alla cultura di Shakespeare e
perciò l’interpretazione freudiana deve essere rifiutata. Dunque per Hirsch la sola comprensione
di un testo non esaurisce l’interpretazione. 4
2) Sul nodo problematico del rapporto tra comprensione e spiegazione è intervenuto anche il
francese PAUL RICOEUR (1913-vivente) ha tentato di accostare ermeneutica e
strutturalismo. Sostiene che la spiegazione del testo non può essere considerato un momento
secondario e una semplice esposizione di quanto si è compreso. L ’atteggiamento analitico deve
entrare a far parte del movimento del comprendere. Il punto di partenza di un recupero delle
procedure esplicative sta nella concezione del simbolo. Il simbolo, in quanto espressione
plurivoca, contiene molti sensi nascosti, fa quindi appello all’interpretazione, ma il dischiudersi
dell’inesauribile ricchezza di senso propria del simbolo dovrà passare, secondo Ricoeur,
attraverso l’identificazione delle forme codificate rispetto alle quali il simbolo stesso esorbita. In
questa prospettiva, l’analisi strutturalista, con il suo distanziamento oggettivante, non è più una
concorrente dell’ermeneutica, ma dovrebbe diventare un’utile tappa nel cammino verso il senso.
Tuttavia è l’ermeneutica a prevalere: per Ricoeur come per Gadamer, il linguaggio non è un
“oggetto” ma una “mediazione”, il che vuol dire che coglieremo il senso solo spostandoci dalla
visuale “chiusa” dei codici, a quella “aperta” del concreto atto di linguaggio, in cui un locatore
cerca di dire qualcosa su qualcosa e qualcuno.
3) JURGEN HABERMAS (1929-vivente, Scuola di Francoforte) intrecciando un confronto
con le posizioni ermeneutiche di Gadamer, dissente da esse sull’accettabilità della tradizione: i
valori della tradizione non devono essere
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