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Corso su Benjamin e Schmitt Appunti scolastici Premium

Appunti di Filosofia pratica basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Vinci dell’università degli Studi di La Sapienza - Uniroma1, della Facoltà di Filosofia, del Corso di laurea in filosofia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Filosofia pratica docente Prof. P. Vinci

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messianica, a cui il passato ha diritto”. rapporto tra il pensare la storia in modo nuovo con il passato.

Il passato attende da noi di essere liberato, redento.

A ogni generazione è affidata una debole forza messianica, a cui il passato ha diritto. Questo diritto

non si può eludere. Slittamento da nozioni teologiche al materialismo storico. Il materialista storico

deve volgersi al passato nutrendosi della forza messianica debole.

3° Tesi : tema della memoria in rapporto al passato. La rivoluzione e la redenzione esigono una

rammemorazione. Distingue varie forme di memoria, fornendoci una storia. Mix tra storia e

letteratura (Omero). Memoria → punto originario della storiografia e dell'epica. Poi passa a

distinguere epica e romanzo. Dall'espressione orale (tramandamento tra generazioni) alla forma

scritta.

1° Punto : la redenzione esige la rammemorazione integrale del passato. Nessuno deve sentirsi

escluso, nessuno deve sentirsi non preso in considerazione, lo storico divide persone e avvenimenti

importanti, il materialista storico invece include tutti. La speranza per i morti, tipica della religione,

deve porsi alla base di un concetto politico rivoluzionario.

“Il cronista che racconta gli avvenimenti, senza distinguerli tra grandi e piccoli, tiene conto che

nella storia nulla di ciò che è avvenuto deve esser mai dato per perso. Certo, solo a un'umanità

redenta tocca in eredità piena il suo passato” → il cronista è una figura medievale, il materialista

storico si deve ispirare al cronista, in opposizione allo storico. Il cronista racconta, è un narratore, lo

storico invece vuole spiegare i fatti, il cronista presenta gli eventi, racconta, non distingue grandi e

piccoli, tiene conto della verità, elemento teologico, nulla deve essere dato per perso. Benjamin

vuole salvare ogni dettaglio, ogni particolare, ciò che conta è ciò che è unico, singolare, come le

opere d'arte.

L'arte ha un'origine cultuale, ma ora è secolarizzata, e nell'epoca della sua riproducibilità tecnica ha

perso l'aura. La perdita dell'aura va accettata ma non subita. Non deve esserci nessun atteggiamento

di nostalgia o di nascondimento, le crepe del moderno devono essere mostrate, non si possono

cancellare ma radicalizzarle è possibile.

La memoria integrale del passato è un'idea, così come l'umanità redenta.

Filosofia della storia di Benjamin → immagine dialettica, propria dell'umanità redenta, che non è un

soggetto reale della storia, è un'istanza che ci pone in un rapporto diverso con il passato, un rapporto

non di memoria, tutto è citabile, tutto può essere ereditato, non è un'idea di compimento che deve

guidare la storia e le classi oppresse, come affermava Marx, è quindi un'istanza che ci porta a

rompere con il percorso storico. Esempio di Benjamin : lotta dei contadini (1500, Germania,

anabattisti). L'umanità redenta non è la fine della storia, ma è il principio capace nella sua

compiutezza inattingibile, di interrompere la storia catastrofica. Nietzsche voleva andare oltre

l'eterno ritorno dell'uguale, invece Benjamin vuole rompere questo eterno ritorno. L'idea di

redenzione che Benjamin ci propone è l'apocatastasi, idea eretica, secondo cui il giudizio finale sarà

che tutti andranno in paradiso, tutti saranno salvati. E' un'istanza di non esclusione → in politica

tutti devono sentirsi cittadini, nessuno escluso.

“ solo a una umanità redenta il passato è divenuto citabile in ciascuno dei suoi momenti. Ognuno dei

suoi attimi vissuti diventa il giorno del giudizio”

moda = eterno ritorno dell'uguale. Moda = ciò che cita, ciò che ritorna al passato. Elemento di

citazione fondamentale per Benjamin. La citazione è un'interruzione della scrittura, il “prender

fiato”, del procedere continuo, è una vivificazione di ciò che è stato.

Non c'è nessun momento che non è citabile. Nessun momento della storia può essere escluso dalla

sua attualità, quello che conta è l'incontro tra l' adesso (ordine del giorno) e il passato, nell'incontro

per il passato “scocca l'ora” della riconoscibilità, in questo incontro, detto costellazione, incontro

dinamico, il soggetto della storia non è più identico a se stesso ma sprigiona le possibilità

inespresse. Quindi i due interlocutori perdono le loro identità originali. L'ora della riconoscibilità

produce un effetto di senso, in cui cambiano gli interlocutori, ognuno depone il suo tratto consueto.

Il passato perde il ciò che è stato, che è perso, definitivo, e sprigiona le sue potenzialità, producendo

un senso storico.

ANGELUS NOVUS

Saggio : “Il narratore”

Saggio del 1936. contiene il rapporto tra la storia e la letteratura, un approfondimento della

distinzione tra romanzo e racconto, e un approfondimento della nozione di memoria. Benjamin si

rifa a Leskov, contemporaneo di Dostoevskij, autore russo, scrittore di racconti, con l'elemento

dell'apocatastasi, questo “dialogo” permette a Benjamin di approfondire alcuni temi. “Il narratore

per quanto il suo nome possa esserci familiare non ci è affatto presente nella sua viva attività. E'

qualcosa di già remoto”. Il primo aspetto che Benjamin ci dà è che la figura del narratore è una

figura che appartiene al passato.

Pag. 247 - “L'arte di narrare si avvia al tramonto. Capita sempre di più di rado d'incontrare persone

che sappiano raccontare qualcosa come si deve: e l'imbarazzo si diffonde sempre più spesso

quando, in una compagnia, c'è chi esprime il desiderio di sentir raccontare una storia. E' come se

fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di

scambiare esperienze” → ciò che è venuto meno è la capacità di narrare le storie, perché è venuta

meno l'esperienza. Siamo in una società della perdita dell'esperienza, dell'ammutolire. Pag. 248 -

“Una causa di questo fenomeno è evidente: le azioni dell'esperienza sono cadute. E si direbbe che

continuano a cadere senza fondo (...) con la guerra mondiale cominciò a manifestarsi un processo

che da allora non si è più arrestato. Non si era visto, alla fine della guerra, che la gente tornava dal

fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile? Ciò che poi, dieci anni

dopo, si sarebbe riversato nella fiumana dei libri di guerra, era stato tutto fuorché esperienza passata

di bocca in bocca. (…) Una generazione che era ancora andata a scuola col tram a cavalli, si

trovava, sotto il cielo aperto, in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato fuorché le nuvole, e

sotto di esse, in un campo magnetico di correnti ed esplosioni micidiali, il minuto e fragile corpo

dell'uomo” → 1 GM mostra la fragilità del corpo dell'uomo e lo ammutolisce. Perché la nostra

società ha perso l'esperienza?

Il racconto comunica esperienze, il romanzo cerca di darci un senso. Nella nostra società abbiamo

solo esperienze vissute, cioè abbiamo una visione individualistica, soggettivistica, tutto ciò che

accade ci fa dire l'ho fatto, l'ho visto io ecc.. l'esperienza invece è una deposizione dell'io, una messa

in questione dell'io, è un'esposizione dell'io all'altro, non domina più la soggettività, l'io, nel mondo

borghese ci sono tanti io, pensano di essere autentici, invece nulla è più falso dell'io e per questo

viene meno l'esperienza.

Il primo grande romanzo è il Don Chisciotte, con il romanzo viene meno l'esperienza.

Nel saggio su Leskov abbiamo il discorso sul venir meno dell'esperienza, nel secondo saggio su

Baudelaire invece abbiamo la contrapposizione esperienza e vissuto.

Nella nozione di Benjamin di esperienza c'è l'esperienza dell'aura, un'esperienza che lascia essere,

così come non ci dobbiamo appropriare del passato. L'esperienza è lasciar essere, e questo

atteggiamento si deve avere con le opere d'arte. Dobbiamo cogliere un loro auto-manifestarsi, così

non sono oggetti. In questa caratterizzazione dell'esperienza gioca un elemento di prossimità e

distanza, di lontananza del vicino, implica una prossimità mantenendo comunque una distanza →

esperienza dell'aura. Ci avviciniamo a qualcosa ma non in base al nostro io, al nostro

inquadramento concettuale. Per Hegel l'istanza appropriativa della conoscenza deve sempre mettere

in crisi se stessa, rivalutarsi.

Nel saggio su Leskov l'esperienza, che è alla base del racconto dei narratori, quindi l'esperienza

umana (es. contadino, marinaio, artigiano), è comunicabile, è radicata in quei comportamenti umani

ancora legati a un rapporto diretto tra le persone (“la narrazione, come fiorisce nell'ambito del

mestiere – contadino, marittimo e poi cittadino – è anch'essa una forma in qualche modo artigianale

di comunicazione.”).

“ La teoria del romanzo” (1916) → giovane Lukacs → è costruita sulla distinzione tra l'epica e il

romanzo. L'epica è una sorta di matrice del romanzo. Ma come nasce il romanzo nel mondo

moderno? 1 con la stampa. Benjamin riprende da Lukacs l'idea che il romanzo è romanzo borghese,

l'idea centrale del romanzo è l'individuo nel suo isolamento e la trasformazione delle forme epiche.

Don Chisciotte mostra una crisi del racconto, in lui la volontà di aiutare gli altri è frustrata, è un

giusto che non può essere più giusto.

Pag. 251 - “Il primo segno di un processo che porterà al declino della narrazione è la nascita del

romanzo alle soglie dell'età moderna (...) la diffusione del romanzo diventa possibile solo con

l'invenzione della stampa (...) il romanzo si distingue da tutte le altre forme di letteratura in prosa –

fiaba, leggenda, e anche dalla novella – per il fatto che non esce da una tradizione orale e non

ritorna a confluire in essa. Ma soprattutto dal narrare. Il narratore prende ciò che narra

dall'esperienza – dalla propria o da quella che gli è stata riferita -; e lo trasforma in esperienza di

quelli che ascoltano la sua storia... il luogo di nascita del romanzo è l'individuo nel suo isolamento,

non è più in grado di esprimersi in forma esemplare, è egli stesso senza consiglio e non può darne

ad altri... il primo grande libro del genere, il Don Chisciotte mostra subito come la magnanimità,

l'audacia, la volontà di aiuto di uno degli esseri più nobili sono affatto prive di consiglio e non

contengono un briciolo di saggezza”. Elemento importante dell'esperienza è cercare un

collegamento tra esperienza collettiva e esperienza individuale. Nel narratore questo collegamento

c'è e cambia il rapporto con la morte, l'esperienza individuale non rappresenta uno scandalo

collettivo, non c'è la solitudine radicale. Il romanzo è individualismo, senso della vita, memoria

interiore.

Rapporto strettissimo iniziale tra l'epica e la storia → Erodoto (“il primo narratore greco fu

Erodoto”). Pag. 260 “Ogni analisi di una determinata forma epica deve occuparsi del rapporto in cui

essa si trova con la storiografia. Anzi possiamo andare oltre e porci il problema se la storiografia

non rappresenti il punto di indifferenza creativa di tutte le forme dell'epica.” la storiografia

(Erodoto) è il luogo in cui ancora si distinguono.

Legame tra cronista e narratore → riferimento alle tesi (“il cronista è il narratore della storia”). Una

differenza originariamente non si distingue, poi lo storico scrive storia, spiega gli eventi, il cronista

la racconta, vedendola alla base del piano imprescrutabile della salvezza divina, interpreta, non si

impegna nella ricostruzione dell'esatta concatenazione degli eventi, il cronista vede il modo in cui

gli eventi hanno fatto il corso del mondo. Divide storico e cronista, romanzo e racconto. “Che il

corso del mondo sia determinato dalla provvidenza o puramente naturale, non fa alcuna differenza”

→ la storia può essere o profana o disegno di Dio. A Benjamin interessa far vedere come le due

cose sono legate. “Nel narratore (1800)il cronista si è conservato in forma diversa, e per così dire

secolarizzata. L'opera di Leskov è di quelle che documentano più chiaramente questo rapporto. Il

cronista col suo orientamento provvidenziale, il narratore con il suo orientamento profano, hanno

entrambi tanta parte in essa che è difficile decidere se il fondo su cui spiccano è quello dorato di una

visione religiosa o quello multicolore di una visione mondana del corso del mondo” → la

secolarizzazione passaggio da cronista a narratore, è ciò che mantiene legato visione mondana e

religiosa. “<<negli antichi tempi quando ancora le pietre nel grembo della terra e i pianeti nelle

altezze del cielo si preoccupavano della sorte degli uomini; non come oggi, che (..) c'è una quantità

di nuove pietre tutte misurate e pesate, e di cui si è calcolata la densità e il peso specifico, ma che

non ci dicono più nulla e non ci procurano più alcun vantaggio>>” (es. racconto delle pietre →

grado 0 delle creature, inanimate, elemento naturale più lontano da Dio, pietra verde al mattino

rossa la sera, simbolo della morte violenta dello zar, la storia naturale e della salvezza sono in un

nesso e non vanno separate).

Pag. 262 → “La memoria è la facoltà epica per eccellenza” → la memoria ha a che fare con la

morte, non c'è nessun uomo che non ci lasci un frammento di memoria. Mnemosine → musa

dell'epica. Memoria legata all'epica e alla morte. Il ricordo ha a che fare con la storiografia, punto di

differenza creativa delle forme di epica, dentro l'epica si distinguono la narrazione e il romanzo.

Tutte queste forme sono permeate da forme di memoria. Anche il racconto ha radice nella memoria

epica, anche il romanzo, perché il romanzo è la forma d'arte che più accoglie il tempo nella serie dei

suoi principi costitutivi (“l'epos racchiude in sé, in stato per così dire di indifferenza, la narrazione e

il romanzo. Quando poi, nel corso dei secoli, il romanzo cominciò a uscire dal grembo dell'epos,

apparve che in esso l'elemento musale dell'epico, il ricordo, assume una forma affatto diversa che

nel racconto. Il ricordo è l'elemento musale dell'epica in senso lato (…) ma ad esso si oppone un

altro principio anch'esso musale (…) la reminiscenza o ricordo interiore (memoria volontaria,

Eingedenken), che, come elemento musale del romanzo, si affianca alla memoria, elemento musale

del racconto”).

Nel racconto abbiamo una diversa forma di memoria. “Ogni romanzo è una lotta contro la potenza

del tempo”, cerca il significato, il senso della vita, mente il racconto cerca la morale della storia.

Noi il senso della vita lo capiamo nella morte, nel romanzo quello che conta è la morte dell'eroe, il

romanzo ha una fine e in questa fine noi intuiamo il senso, invece il racconto può essere continuato

(per Benjamin).

Pag. 266 - “La favola, che è anche oggi la prima consigliera dei bambini, dopo essere stata un

tempo quella dell'umanità, continua a vivere clandestinamente nel racconto. Il primo e vero

narratore è e rimane quello di fiabe” → favola = racconto.

Pag.267 → tutto il pensiero di Benjamin è un pensiero che vuole liberarci da un incantesimo, per

questo richiama le favole, l'incantesimo del mito, il mito è ciò che ci fa sentire in colpa, il riproporsi

della colpa, ci fa sentire il mondo come punizione. (saggio su Goethe). Dentro la religione,

esperienza fondamentale umana, abbiamo l'alternativa dell'incantesimo mitico che ci propone il

mondo come punizione, questo per Benjamin è l'incombere del divino nell'umano, quando la

religione si esprime in un'esperienza eccessiva del divino sull'umano e lo opprime è un manifestarsi

del mito, per questo occorre allontanare il divino dall'umano per far prendere fiato all'essere umano.

“la favola ci informa delle prime disposizioni prese dall'umanità per scuotere l'incubo che il mito le

faceva gravare sul petto. Essa ci fa vedere, nel tipo dello sciocco, come l'umanità si “finga tonta”

davanti al mito; ci fa vedere come le chances aumentino con la distanza dalle origini mitiche (...)

L'incantesimo liberatore di cui dispone la favola, non introduce la natura in forma mitica, ma

accenna alla sua complicità con l'uomo liberato.” → mito e natura non corrispondono. Il mito è

presente nel moderno, siamo in questo incantesimo, siamo nel sempre uguale, nell'incessante, nel

ripetersi. La natura non è in sé il mito, ci può essere una natura alleata con l'uomo (es. Kafka).

Benjamin vuole liberarci dall'oppressione storica e dal mito. “Questa complicità l'uomo adulto sente

solo a tratti, e cioè nella felicità; ma al bambino essa si offre direttamente nella favola e lo rende

felice”. 13/4/2015

3° Tesi : Umanità redenta → vivifica il materialismo storico come concezione nuova della storia,

quindi usa questo concetto politicamente, solo sulla base di una redenzione religiosa il passato viene

salvato interamente.

Cronista → protofigura dello storico. Benjamin rifacendosi al cronista ci introduce un modo con cui

legarci al passato, ossia tutto è citabile, la memoria quindi si può rivolgere ad ogni avvenimento,

tutti quindi possono essere ricordati e salvati, la storia è comunque una storia di sconfitte e queste

sconfitte hanno trasformato la storia in catastrofe. Quindi solo se assumiamo una concezione

religiosa il materialismo storico può portare alla salvezza di tutti nessuno escluso, ma il teologico

non deve essere applicato in modo meccanico deve essere assorbito dal materialismo storico.

Lo storico deve avere l'atteggiamento secondo cui la citazione deve essere un qui ed ora, ossia

attualità, ogni momento del passato può essere citato nell'attualità, il qui ed ora diventa il giorno del

giudizio. Elemento teologico politico. Il giudizio finale quindi per Benjamin non è la fine della

storia ma è un qualcosa che può accadere in ogni momento, così come l'arrivo del Messia. Per cui in

politica non occorre avere una meta finale, un finalismo come il marxismo, ma bisogna cogliere il

qui e ora, la chance del momento propizio. Piegarsi dei concetti teologici in politica, poiché la

politica si deve nutrire dei concetti religiosi e diventare qualcosa di diverso dalla politica

tradizionale marxista. Questo incontro teologico-politico è un collegamento inscindibile nella loro

differenza radicale e in questo collegarsi teologico e politico perdono la loro identità, diventano

altro, eretici. Dal punto di vista religioso (messianismo ebraico) abbiamo una radicalizzazione del

carattere nichilistico della storia umana e dell'elemento distruttore salvifico, elemento interruttivo,

poiché non ricompone ma mostra le crepe e interrompe il corso della storia. La redenzione del

Messia non è riconciliazione, non è compimento, non ricompone l'infranto ma è interruzione,

distruzione.

Dal punto di vista politico il marxismo era positivistico, evoluzionistico, portatore della filosofia

della storia come progresso, Benjamin decostruisce questa costruzione hegeliana e marxista, si deve

costruire una coscienza storica, rifacendosi al passato, coscienza rivoluzionaria che ci porta a non

avere una meta finale ma alla attualizzazione del qui e ora, all'interruzione della storia come

catastrofe.

4° Tesi : “La lotta di classe è una lotta per le cose rozze e materiali, senza le quali non si danno cose

fini e spirituali. Queste ultime, però, sono presenti nella lotta di classe altrimenti dall'idea di una

preda che tocca al vincitore(...) esse metteranno sempre di nuovo in discussione ogni vittoria.”

Per Benjamin occorre avere una visione del tempo non secondo gli orologi, ma secondo i calendari,

perché nei calendari ci sono i giorni di festa, ossia le interruzioni, troviamo così la metafora del

prendere fiato. Se la realtà è un eterno ritorno dell'uguale ciò che ci è concesso è prendere fiato, un

elemento di cesura (Holderlin), il teologico politico deve essere un prender fiato, in cui il teologico

non deve incombe sul politico, perché dobbiamo liberarci dal mito, ossia dal destino, da una forma

di religione che schiaccia l'uomo, da ciò che non possiamo sottrarci, perché il mito ci fa sentire

colpevoli (Kafka). Il mito non sta solo nella preistoria, ma permea di se stesso il moderno, il

capitalismo è una riproduzione incessante della colpa e del tempo (=mito), liberarsi dal mito è il

compito politico fondamentale, ma non solo politico perché anche Goethe e Kafka tentano di uscire

dal mito, come fanno le favole per bambini. In Leskov si ricade spesso nel mito, pur costruendo

delle figure che vogliono uscire dal mito, in Kafka c'è l'istanza di uscire dal mito, dal rapporto con il

mondo dei padri, ma Kafka è fallimentare. Kafka lotta contro l'organizzazione, contro un

ingranaggio che stritola i personaggi che non capiscono cosa accade loro.

Per Benjamin (corrente calda) Marx rompe con il carattere naturalistico dell'elemento capitalistico,

la storia è fatta dalle lotte di classe, manca in lui lo scientismo, la scientificità (corrente fredda).

La 4° tesi ha una citazione di Hegel (“Cercate innanzitutto cibo e vesti, e il regno di Dio vi sarà dato

in sovrappiù”), in cui c'è un rovesciamento delle sue idee idealistiche, affermando che ciò che conta

sono le cose materiali. Si deve recuperare un qualcosa di spirituale (coraggio, gaiezza, astuzia... →

virtù proletarie), perché nelle lotte di classe ci si impossessa di tutto, beni materiali e spirituali.

es. arco di Tito → distruzione tempio di Gerusalemme, candelabro a sette braccia che è portato via

dai romani, che si impossessano quindi anche dei beni spirituali.

1931 → saggio sui surrealisti → tema politico → critica la fiducia, si deve partire dalla sfiducia, dal

conflitto delle classi. Adesso valorizza la fiducia.

Siamo attesi dalle generazioni precedenti. Questa diversa concezione della storia deve essere

l'attenzione per un incontro determinato con il passato. Di questo deve preoccuparsi il materialista

storico, deve recuperare il carattere sottile della storia, al di là degli inganni della coscienza, deve

cogliere il meno apparisciente del ciò che è stato.

5° Tesi : “La vera immagine del passato guizza via. E' solo come immagine che balena, per non più

comparire nell'attimo della sua conoscibilità che il passato è da trattenere. Infatti è un'immagine non

rievocabile del passato quella che rischia di scomparire con ogni presente che non si sia

riconosciuto inteso in essa.”

si approfondisce l'elemento secondo cui il fare storia è l'incontro tra un attimo del presente e il

passato. Questo incontro si dà nell'immagine, cioè si dà nella monade, l'incontro tenta di

concentrare con forza intensiva, centripeta (monade) una molteplicità. La memoria si costruisce in

un tessuto di immagini (memoria involontaria, è un'esperienza, una prassi, non è appropriativa).

Baudelaire e Kafka sono immagini, in Kafka abbiamo Odradek, l'informe che è caduto nell'oblio, la

memoria volontaria, poi ci sono gli studenti, invece che tentano di uscire dall'oblio (memoria

involontaria). Kafka quindi cerca delle immagini perché cerca di darci una concentrazione in figure

emblematiche. Benjamin le chiama immagini dialettiche perché scaturiscono da un incontro

(passato/presente). E' nelle immagini che si costruiscono le interpretazioni di Benjamin e sempre

nell'immagine deve scaturire l'incontro tra presente e passato.

Altro carattere dell'immagine, oltre a quello monadico, è che l'immagine balena, è un qualcosa di

attimale, accade in un attimo e non è un discorso continuo, non dura. Il discorso filosofico tende alla

durata l'immagine è icastica. La distinzione simbolo/allegoria è una distinzione teologico-politica, o

teologico-letteraria, il simbolo è la visione secondo cui tra uomo e Dio ci può essere un incontro,

punto di conciliazione, simbolo = Cristo. L'allegoria è la sanzione dello staccarsi tra finito e infinito,

l'immagine è un'allegoria. Simbolo, allegoria e immagine sono metafore. In Benjamin c'è la

difficoltà nel farsi immagine, es. gli ebrei non devono immaginare il loro Dio, però il mito è

l'incantamento che si chiude in qualcosa, il problema è il chiudersi, l'assolutizzazione.

Problema centrale in Benjamin : tema della morte → memoria. Ogni pover'uomo morendo ha

un'autorità, perché ha diritto alla memoria. La morte ci fa cogliere il senso della vita. La morte ha

un ruolo anche nel romanzo e nel racconto, è il discriminante tra questi generi letterari. Inoltre la

morte è centrale nel Dramma barocco tedesco, nel barocco l'elemento centrale è la morte, la morte

è decisiva nel barocco perché è decisiva nell'allegoria, l'allegoria è uno sguardo della morte, la

morte è il punto in cui la natura, il sensibile, la vita si separa dal significato, nel simbolo questa

scissione la si vuole riconciliare. Il barocco è allegorico, il romanticismo tedesco è simbolico.

Storia naturale → storia come catastrofe, che tende all'inanimato, all'inorganico, elemento della

finitezza, della creaturalità fortissimo. Disincanto sulla storia umana che è così com'è, non è un

progresso, non va verso la salvezza. L'atteggiamento di Benjamin è che la storia naturale va verso la

cataratta, verso una cascata, occorre fare un'inversione di direzione (es. Bucefalo, cavallo di

Alessandro Magno che torna a casa), la tendenza della storia è accumulare rovine, è un riprodursi

costante di rovine e macerie, noi dobbiamo cavalcare contro la direzione dominante (“spazzolare la

storia contro pelo”). Dialettica in Benjamin → dialettica in stato d'arresto, che permette

un'inversione di direzione e quindi un rovesciamento che appare nelle novelle, nelle parabole, dove

il più basso è anche il più alto. Il rovesciamento è di una figura mistica (Dostoevskij), l'abietto può

essere il santo.

Ogni elemento del passato ha il suo attimo di conoscibilità. Per il materialismo storico non vale la

frase secondo cui la verità non ci scapperà, la verità non può essere attinta, si può avere solo un

atteggiamento di riconoscimento.

6° Tesi : “Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo <<proprio come stato

davvero>>. Vuole dire impossessarsi di un ricordo così come balena in un attimo di pericolo. Per il

materialismo storico l'importante è trattenere un'immagine del passato nell'attimo del pericolo (…)

il pericolo è uno solo: prestarsi ad essere strumento della classe dominante (…) il dono di riattizzare

nel passato la scintilla della speranza è presente solo in quello storico che è compenetrato dall'idea

che neppure i morti saranno a sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di

vincere” → l'enfasi di Benjamin è sull'attimo di incontro presente/passato e sulla pericolosità di

quest'attimo. Dobbiamo salvaguardare questo incontro e non impadronircene attraverso i concetti,

che catturano, ingabbiano. Il pericolo è essere uno strumento delle classi dominanti. Vedere la

speranza nel passato. La speranza non è per noi, e per chi non può sperare, quindi per i morti, la

possiamo vedere in ciò che è accaduto. 15/04/2015

7° Tesi : “Fustel De Coulanges raccomanda allo storico che voglia rivivere un'epoca di cacciarsi di

mente tutto ciò che sa del corso successivo della storia. Non si potrebbe definire meglio il

procedimento con cui il materialismo storico ha rotto i ponti. E' un procedimento di

immedesimazione emotiva. La sua origine è la pigrizia del cuore, l' acedia, che dispera di

impadronirsi dell'immagine storica autentica, balenante per un attimo. Essa era considerata, dai

teologi del Medioevo, come il fondamento ultimo della tristezza.”

Il patrimonio culturale è un bottino. Guarda la storia in chiave anti-progressista, le barbarie e le lotte

ci sono sempre. Benjamin distingue la sua modalità di fare storia da questo procedimento di

immedesimazione emotiva, empatica. Non accetta l'immedesimazione con il passato, perché il suo

atteggiamento è critico/rivoluzionario/antagonistico. Immedesimarsi vuol dire immedesimarsi con i

vincitori.

L' acedia :

• è origine dell'immedesimazione emotiva con il vincitore. E' un atteggiamento passivo verso

le dinamiche storiche, è un subire la storia.

• È parte della melanconia, della tristezza (Flaubert) → qualcosa è scomparso per sempre (es.

Cartagine) e ciò che ci fa sentire tristi è l'impossibilità di cogliere l'elemento fugace proprio

di un rapporto con il passato.

• Induce a un atteggiamento del pensiero che ha a che fare con la lentezza (es. cortei funebri).

Il pensiero ha un ritmo, Benjamin ci propone un'interruzione del ritmo lento del pensiero, al

fine di ottenere un atteggiamento pratico nell'esperienza religiosa e politica. Passività →

decisione. Lentezza → interruzione.

Benjamin dà una grande trattazione dell' acedia nel Dramma barocco tedesco , in cui è presente un

excursus sulla melanconia, e nel saggio su Kafka.

La melanconia è legata al Luteranesimo. In Benjamin la melanconia è legata anche al Cristianesimo

(es. Amleto), a differenza invece da quanto pensato da Schmitt in Amleto e Ecuba. Nei testi di

Taubes si parla del rapporto tra Schmitt e Benjamin e delle loro diverse concezioni politiche, anche

se la teologia politica è presente in entrambi.

La chiave di lettura per capire il ruolo che Benjamin dà alla melanconia è il legame tra le

svalutazione delle azioni umane e l'oppressione d'animo. Il melanconico inerte è colui che non fa

nulla, ma fa un lavoro psichico. Benjamin vuole togliere una dimensione soggettivistica alla

melanconia, che non è uno stato d'animo puramente interioristico, non è un elemento psicologistico,

è presente nelle cose che ci circondano, il barocco è melanconico perché è allegorico e l'allegoria ha

a che fare con il lutto. Lutto melanconico → vuoto dell'oggetto perduto ricade sul vuoto del

soggetto. C'è uno stretto collegamento tra il lutto (“gravità del pensiero, procedere lento”) e lo

sguardo melanconico. Egli ci propone una ritmica intermittente, l'immagine è ciò che interrompe il

procedere lento verso la gravità. Il melanconico è contemplativo.

In Angelus Novus abbiamo un frammento intitolato: Destino e carattere. L'istanza di Benjamin è

farci superare la sottomissione al destino, al mito. Non è solo un elemento ebraico, ma anche

marxista, per Marx il destino è essere sottomessi alle leggi delle merci, la storia umana inizia quindi

quando diventa rivoluzionaria, appropriativa, in Benjamin invece c'è il contrapporsi al destino ma

non occorre appropriarsi della storia, non occorre volere un potere più forte del destino (es.

bolscevichi) perché è pericoloso. Gli esseri umani devono riprendere in mano il loro destino

assumendo un atteggiamento in cui la questione della violenza e del potere vengono trasformate.

Per Benjamin il barocco è un'idea, la capiamo nei fenomeni, non è un concetto universale sotto cui

sussumere le varie opere, parte dai frammenti, dai fenomeni e giunge all'idea generale, parte dalle

opere minori. Il barocco applica la melanconia alla politica (es. il principe è l'indeciso, il fragile).

Nel Discorso sulla melanconia tratta la melanconia sia come un elemento fisiognomico, sia come

elemento astrale. Inoltre da Aristotele rintraccia la natura dialettica della melanconia

(follia/genialità).

L' acedia → pigrizia del cuore → impedisce di sollevare lo sguardo → atteggiamento privo di

speranza che provoca una fondamentale accettazione della storia così com'è.

La tradizione è un processo di trasmissione.

Pag. 31 - “il materialista storico considera suo compito spazzolare la storia contropelo”.

8° Tesi : “La tradizione degli oppressi ci insegna che lo <<stato d'emergenza>> in cui viviamo è la

regola.” Lo stato d'eccezione è divenuto la regola, il nomos fondamentale della tradizione degli

oppressi. Lega lo stato d'eccezione a un potere di dominio assoluto, a un “elemento dispotico

mondano”, esso è una reazione inadeguata alla storia come catastrofe. Lo stato d'eccezione,

contrariamente a Schmitt, non è un'apertura al teologico, è una regola della storia come catastrofe,

l'elemento trascendente che innesta la speranza è venuto meno. C'è bisogno della teologia, ma di

una “teologia inversa” → inversione della teologia politica di Schmitt.

Il vero stato d'eccezione destituisce una regola che stabilisce il dominio dispotico mondano delle

classi di oppressori. L'eccezione rispetto all'eterno ritorno dell'uguale sta in qualcosa che per ora si è

prodotto solo nei termini di sconfitta, questa consapevolezza ci aiuta contro il nazifascismo. Solo

una concezione nuova della storia può aiutarci ad interrompere la storia.

Kafka è l'unico che riesce a cogliere le deformità del moderno, intuisce chi siamo in una situazione

storica in cui grandi masse di esseri umani vanno fatte fuori. Nelle sue parabole ci rappresenta la

catastrofe ma rimane inerme. Per uscire dal puro lamento bisogna interrompere il corso della storia,

Kafka è privo di efficacia. Le tesi di Benjamin (che si proietta in Kafka) sono scritte per lottare

contro il fascismo, perché ci danno una consapevolezza in più.

La storia non è progresso è l'eterno ritorno dell'uguale.

9° Tesi : tesi più importante. “C'è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus . Vi è

rappresentando un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo

sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L'angelo della storia

deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di

avvenimenti, egli vede un'unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le

scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma

dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l'angelo non può

chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre

cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è

questa bufera”. Attraverso la figura dell'angelo, dipinto da Klee, ci viene detto che la storia è una

catastrofe, un accumulo di macerie. La figura dell'angelo:

• è presente anche in Kafka;

• indica un elemento teologico. La teologia è “piccola e brutta”, deve stare nascosta ma

occorre comunque assorbire alcuni elementi teologici per cambiare la storia, è ciò che

vivifica la politica;

• è colui che ci fa vedere la storia non come progresso, ma come cumulo di macerie.

• È una figura anti-hegeliana.

Il compimento della religione è il compimento che consiste normalmente nella resurrezione dei

morti in termini religiosi, in Benjamin questo concetto è decostruito e consiste nel non riconnettere i

frantumi.

Il messianismo benjaminiano non è né apocalittico (non prevede una catastrofe finale. Lo stato

d'eccezione è una regola) né restaurativo (non ricompone l'infranto, assumere la finitezza è il

compito dello storico), è un messianismo nichilistico. Il Messia è l'istanza che interrompe il sempre

uguale della storia. Non è una visione finalistica.

La tesi di laurea di Benjamin è intitolata : “Concetto di critica nel romanticismo tedesco” → si

chiede cosa sia la critica letteraria e prende come romantico di riferimento Holderlin. I romantici

sono i primi a teorizzare la critica letteraria. Essa ha un simultaneo effetto di compimento e di

mortificazione dell'opera. Applica questo modello di critica alla storia. La storia è un non-tutto,

compierla vorrebbe dire rivelarla come finito, come appartenente alla morte. Intendere la critica in

questi termini porta quindi a pensare che ogni opera abbia al proprio interno un luogo prosaico,

riflessivo. La critica deve sviluppare questo nucleo e delimitare l'opera affinché non si congiungano

arte e vita. “L'opera d'arte è un breve incantamento della vita” → carattere parziale. Critica :

• Distruzione della pretesa di totalità;

• compie l'opera, impedendole di assolutizzarsi e di confondersi con la vita.

Per il compimento della storia occorre l'elemento trascendentale, ma non per assolutizzarci ma per

renderci consapevoli di essere finiti, parziali.

Il progresso è una tempesta, una bufera, che spinge verso il futuro, perché si sprigiona dall'origine

(paradiso) che in Benjamin è perduta per sempre. Nel passato (storie di sconfitte, ciò che è perso)

dobbiamo trovare lo slancio per il futuro. L'angelo volge le spalle al futuro, è un angelo ebraico, gli

è vietato progettare, fare profezie per il futuro. 15/04/2015

Conferenza : Filosofia e critica in Benjamin : la lettura di Kafka

1934, saggio su Kafka, decimo anniversario dalla morte di Kafka → Angelus novus .

1934-1940, numerose lettere che sconfessano il saggio.

Cinque punti fondamentali:

1. Teologia politica → il teologico è un elemento che riprende da Holderlin, secondo cui Dio ci

salva con l'assenza → è un elemento differenziale che non permette l'assolutizzazione del

finito, ha quindi una funzione negativa;

2. Estetica teologica;

3. Questione memoria/oblio;

4. Confronto con Brecht. Attraverso Kafka non siamo immersi solo nel messianismo ma

affrontiamo le grandi tematiche del moderno.

5. Identificazione proiettiva tra Benjamin e Kafka. Kafka è un fallito, quindi abbiamo un

doppio fallimento, superato solo con le tesi (1940).

Il saggio è diviso in quattro parti:

1. Potemkin → Mondo delle cancellerie e degli uffici → 1° punto per comprendere Kafka. “Il

mondo delle cancellerie e degli uffici, delle camere buie, logore e muffite, è il mondo di

Kafka”. È il mondo dei padri. Il rapporto tra burocrazia e torturati è pari a quello

padre/figlio. Il padre è colui che punisce, è ottuso, rappresenta il mondo della sporcizia →

“il mondo dei funzionari e quello dei padri sia o stesso. Esso è fatto di ottusità, degradazione

e sporcizia.”

La famiglia e il tribunale hanno lo stesso modello di costrizione. Il padre è un giudice e accusatore,

queste sono due figure parassitarie.

In Kafka abbiamo la presenza di leggi preistoriche. Sia il mondo dei padri che dei tribunali è un

mondo preistorico, che precede il diritto scritto. Hanno un dominio illimitato tanto da opprimere la

condizione umana. Anche in Benjamin abbiamo una critica al diritto.

Il mondo è un pensiero suicidario di Dio, ma il Dio non è cattivo, “il nostro mondo è solo un cattivo

umore di Dio, una cattiva giornata” “Al di fuori di questa manifestazione, di questo mondo che noi

conosciamo, ci sarebbe quindi speranza, (…) infinita speranza, ma non per noi”. In Kafka i

personaggi si muovono nel tentativo di un'evasione dalla famiglia e dai tribunali, la salvezza è

tenue, ma c'è. Infatti una figura centrale è quella degli aiutanti/messaggeri (appartenenza/estraneità

al contesto), che sono esseri incompiuti e inetti, sono coloro che cercano la via d'uscita dal mondo

del mito. “Per loro e per i loro simili, gli incompiuti e gli inetti, esiste la speranza.”

Benjamin nel saggio sottolinea una possibilità di salvezza, nelle lettere successive perderà questo

slancio ottimistico.

“ Kafka ha scritto delle favole per dialettici” → non ha scritto romanzi, inoltre i dialettici sono

coloro che non cedono alle lusinghe del mito. In Kafka le sirene non cantano, tacciono, perché

esprimono il mondo dell'eterno ritorno dell'uguale, “forse perché in lui la musica e il canto sono

un'espressione, o almeno un pegno di salvezza. Un pegno di salvezza che ci viene da quel piccolo

mondo intermedio, insieme incompiuto e banale, consolante e sciocco, in cui vivono gli aiutanti”.

2. Il ritratto di infanzia.

In Kafka bambino c'è una tristezza radicale → melanconia. C'è un desiderio di fuga sia verso la

speranza, sia verso il desiderio di essere un indiano.

Esaudisce il suo desiderio scrivendo America. Nel teatro d' Okhlaoma fondamentale è l'immagine,

alla base dell'immagine c'è il pensiero che tutti devono essere redenti (apocatastasi). Tutti possono

essere ricordati (“brandello di memoria”), e l'atto della memoria si dispiega nel teatro, dove tutti

hanno la possibilità di recitare loro stessi. La redenzione è possibile grazie alla memoria.

Altro punto centrale è quello riguardante il gesto “tutta l'opera di Kafka rappresenta un codice di

gesti, che non hanno già a priori un chiaro significato simbolico (…) il teatro è la sede naturale di

questi esperimenti” (anche in Adorno). Ogni gesto è un evento, un dramma a sé in Kafka. Ogni

gesto apre verso il cielo, è un luogo di riflessione senza fine. Le parabole kafkiane sono costituite

dai gesti. “Kafka toglie al gesto dell'uomo i sostegni tradizionali e ha così in esso un oggetto a

riflessioni senza fine. Ma queste riflessioni non hanno singolarmente mai fine anche quando partono

dalle storie simboliche di Kafka.”

“Il mondo di Kafka è un teatro universale”.

C'è anche un rapporto tra aspetto normativo e narrativo nella tradizione ebraica, per Kafka il

carattere normativo dell'ebraismo è venuto meno, questo vigore effettuale è venuto meno. Non c'è

salvezza nell'ebraismo (iperpessimismo), ma si può sviluppare una grande forza, ossia la possibilità

di narrare delle storie, delle parabole.

Altro punto da tenere in considerazione è il problema dell'organizzazione, sia delle imprese di

costruzioni che della pubblica amministrazione. E' un problema politico che interagisce con il piano

religioso, entrambi si scardinano. La teologia diventa “teologia inversa”. Kafka è lucido nel darci

l'inefficacia della religione ebraica e mostrarci i problemi organizzativi ma non è in grado di darci

una soluzione → “Kafka era un autore di parabole, non era un fondatore religioso”.

“L'uomo odierno vive nel suo corpo; esso gli sfugge, gli è nemico. Può accadere che l'uomo si

ridesti un mattino e si trovi trasformato in un insetto. L'estraneità si è impadronita di lui”.

3. L' omino gobbo

Indicazioni metodologiche di Benjamin. Il teologico e il politico in Kafka non si possono superare,

il problema sta nella loro connessione. “Ci sono due modi di mancare totalmente gli scritti di Kafka.

Uno è l'interpretazione naturale, l'altro quella soprannaturale: l'una e l'altra – l'interpretazione

psicologica come quella teologica – trascurano del pari l'essenziale”.

Kafka ci può dire qualcosa sul presente, prendendo in considerazione i due poli inconciliabili

(teologia e politica). La funzione fondamentale del teologico è dare al mondo un limite, il mondo

non si deve totalizzare, questo è il compito della debole forza messianica.

Per capire Kafka occorre riflettere sull'epos (saggio su Leskov). Quando abbiamo uno stretto

rapporto tra storiografia e racconto abbiamo l'epica. Ciò che è in comune tra storiografia ed epica è

la memoria, tuttavia all'interno dell'epica bisogna distinguere tra romanzo e racconto (tipico del

cronista medievale). L'epica racchiude in sé la distinzione tra racconto e romanzo sulla base di due

tipi di memoria :

• memoria legata al narratore, al contatto diretto, a una dimensione pratica. Il narratore è

radicato nello spirito del popolo, la sua esperienza individuale si fa collettiva, Kafka come

narratore fallisce. La narrazione in generale si sta perdendo (“si torna muti dalla guerra”),

stiamo perdendo il narrare l'esperienza (come in Dostoevskij), infatti i racconti di Kafka

sono carichi di romanzi che sono incompiuti.

• Per Lukacs nella Teoria del romanzo il romanzo è il simbolo della borghesia, è ciò che dà

senso alla vita parlando della morte, ma racconto e romanzo divergono perché abbiamo un

diverso rapporto con la memoria, in quanto esiste anche la memoria interiore, involontaria,

tipica del romanzo.

I racconti di Kafka hanno a che fare con il dimenticato (“il vero protagonista è l'oblio (…) Il

dimenticato non è mai puramente individuale”), non individuale ma collettivo. “Gli animali sono i

depositari del dimenticato”, sono loro a dedicarsi alla riflessione. Il gesto fondamentale che ci fa

conoscere queste figure gravate dal sempre uguale è il gesto di piegare la testa sul petto (“La

vergogna è il più forte gesto di Kafka”). “Qualcosa, per Kafka, si lasciava cogliere solo nel gesto. E

questo gesto, che egli non comprendeva, è il punto oscuro e nebuloso delle parole. Da esso emana

l'opera di Kafka. (…) Kafka si considerava fra coloro che sono destinati a fallire. Fallito è il suo

grandioso tentativo di ricondurre la poesia alla dottrina e di ridarle, come parabola, la solidità

inappariscente che sola gli sembrava convenirsi al cospetto della ragione”.

• “Gli animali sono i depositari del dimenticato (…) Fra tutte le creature di Kafka sono

soprattutto gli animali a dedicarsi alla riflessione. (…) Il più strano bastardo che la

preistoria abbia generato in Kafka con la colpa, è Odradek. <<Alla prima appare come un

rocchetto piatto, a forma di stella, e infatti sembra anche rivestito di filo; si capisce che

non potrebbe trattarsi se non di vecchi fili strappati, tutti a nodi e ingarbugliati, d'ogni

specie e colore. Ma non è soltanto un rocchetto (…) Odradek è la forma che le cose

assumono nell'oblio. Esse sono deformate e irriconoscibili.”.

In Kafka il Messia non arriva. “L' omino gobbo svanirà quando verrà il Messia, che non intende

mutare il mondo con la violenza, ma solo aggiustarlo di pochissimo”.

4. Sancio Pancia

Riflessione decisiva sul tempo. Il messianismo è un pensare diversamente il tempo. La memoria è la

questione centrale.

La figura presa in considerazione è quella dello studente, ossia colui che studia e non dorme, è la

figura della speranza, perché pensa che il meglio deve ancora venire.

E' colui che si confronta con la tradizione che è venuta meno, fa enormi sforzi, ha fretta (così come

gli Ebrei nella fuga da Israele), va contro la tempesta che spira dall'oblio.

Lo studio è la porta della giustizia, che critica il mito, è una cavalcata contro la tempesta, è diverso

dall'angelo che non è in grado di invertire la direzione.

Si volge al dimenticato per uscire dal dimenticato. Lo studio non salva, ma ci accenna la salvezza e

l'impossibilità di realizzarla. “La dimenticanza riguarda sempre il meglio, poiché riguarda la

possibilità di redenzione.” “che egli arrivi a comprendersi poiché è una tempesta che spira

dall'oblio. E lo studio è una cavalcata che muove contro di essa”.

Sancio Pancia è Don Chisciotte. E' un uomo sia folle che saggio. Sancio Pancia è come Bucefalo

che torna a casa “prende la via del ritorno”, a differenza di Alessandro Magno che vuole conquistare

il mondo. Sancio Pancia è colui che si è liberato dal peso del mito per respirare, si è liberato da un

religione opprimente. Per tornare liberi occorre ripercorrere la via del ritorno. C'è un'inversione di

direzione sia in Proust che in Kafka, si va avanti tornando indietro. “La parola <<giustizia>> non è

adoperata da Kafka; eppure è la giustizia da cui avviene qui la critica del mito (…) Sancio Pancia,

uomo libero, seguiva imperturbabile Don Chisciotte nelle sue scorribande, forse per un certo senso

di responsabilità, e ne trasse un grande ed utile svago fino alla fine dei suoi giorni”.

Un ultimo accenno è all'allegoria che si divide in :

• moderna;

• barocca → da sguardo luttuoso si trasforma in istanza salvifica;

• ebraica;

• kafkiana → la direzione è di radicalizzazione di impossibilità di salvezza, la salvezza è

presente solo nel negativo. L'allegoria non trasfigura il finito, radicalizza la negatività.

20/04/2015

10° Tesi : “i politici nei quali avevano sperato gli oppositori del fascismo giacciono a terra e

confermano la loro sconfitta con il tradimento della loro stessa causa” → tesi politica. Critica alla

socialdemocrazia tedesca e critica implicita all'URSS e al patto Ribbentrop-Molotov. Riferimento

alla regola monastica, che porta a un'estraneità dal mondo. Con Benjamin si esce da un orizzonte di

pensiero, anche dal pensiero di sinistra. Occorre una rottura con la storia = progresso e con la

concezione tradizionale del tempo, sulla base che la storia va ripensata insieme alla temporalità. Il

messianismo di Benjamin è un tempo cariologico, del qui ed ora, non c'è un fine della storia,

implica un atteggiamento di rottura con il contesto di appartenenza, sentendosi estranei al mondo a

cui si appartiene. Questo non vuol dire sentirsi fuori dalla tradizione (es. ebraismo, marxismo..) ma

significa starci in un modo diverso, quello che Benjamin ci propone non è una rivoluzione standard

(soggetto-fine) ma è un cambiamento di individui e del collettivo, del contesto, sulla base di un

modello alternativo che parte dalla simultaneità di condivisone e estraneità (anche saggio su Kafka).

Le tesi si propongono di “liberare i figli del secolo”, coloro che sono nella storia, attraverso una

nuova concezione politica → istanza di non accettazione delle cose presenti.

Tre accuse al movimento ufficiale operaio :

1. si muovono dall'idea di progresso, criticando il progresso critica l'Illuminismo;

2. confidano nella loro base di massa. Hanno inventato il partito di massa pensando fosse una

forza.

3. Il loro servile inquadramento in un apparato incontrollabile. Critica importante al partito

leninista burocratico, critica all'URSS, c'è l'annullamento dell'esperienza individuale a

favore del partito. E' ciò che l'URSS farà fino al 1989, Benjamin fu lucido nel identificare

questa probabile conseguenza. Non abbandona il comunismo, è un comunista eretico, vuole

comunque una società senza classi.

“ Costerà cara al nostro pensiero abituale questa nuova concezione della storia.”

11° Tesi : Il conformismo. Tesi politica. Tema importante, attuale. Le tesi di Benjamin (scuola di

Francoforte) verranno riprese nel 1968. Benjamin sostiene che il conformismo economico è la causa

della crisi della socialdemocrazia. L'idea di progresso si è nutrita dello sviluppo tecnico, una

continua innovazione tecnica oltre al progresso può essere connessa all'imbarbarimento. Benjamin

non dice un ingenuo no alla tecnica, vuole fare i conti, illuminare il senso della tecnica.

“Di qui era breve il passo all'illusione che il lavoro di fabbrica, che si troverebbe nel solco del

progresso tecnico, rappresenti un risultato politico. La vecchia morale protestante del lavoro

festeggiava, in forma secolarizzata, la sua resurrezione fra gli operai tedeschi. Il programma di

Gotha porta già in sé tracce di questa confusione. (…) Marx vi contrapponeva il fatto che l'uomo

che non ha altra proprietà se non la sua forza-lavoro, <<non può essere lo schiavo degli altri uomini

che si sono fatti...proprietari>>” → punto importante politico : tematica del lavoro. Programma di

Ghota : lavoro = “fonte di ogni ricchezza e di ogni cultura”. Per Benjamin già Marx criticava questa

idea, Marx (“a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità” →

comunismo) critica già nel Capitale la formula trinitaria, formula mistica sulla ricchezza (lavoro,

terra, capitale), per Marx non possiamo parlare di lavoro in termini sociali, generali, il lavoro è

storicamente determinato, perché il lavoro è un rapporto sociale, quello che Marx mette in luce è il

rapporto sociale del lavoro, noi vendiamo o compriamo la forza-lavoro, il padrone si occupa o si

impossessa della forza-lavoro.

La vera alternativa a questa società per molti è l'abbandono del lavoro → Fourier. Benjamin

recupera alcune figure secondarie, utopiche così come fece Fourier, che voleva abolire le forme

estreme di divisione del lavoro (es. città/campagna). Vuole togliere al lavoro gli elementi costruttivi

per donargli la creatività → elemento surrealista. 1968 : l'immaginazione al potere! L'azione è

sorella del sogno!

Se ragioniamo del lavoro e della tecnica ragioniamo sul rapporto dell'uomo con la natura e sul

rapporto dell'uomo con l'uomo. Il lavoro implica entrambi, coniuga queste articolazioni per Marx. Il

movimento socialdemocratico invece enfatizzava il predominio sulla natura, questo dominio sulla

natura (agire strumentale) bilanciava il dominio dell'uomo sull'uomo (agire comunicativo),

Benjamin mette in discussione questo dualismo, non possiamo separare il rapporto dell'uomo con la

natura dai rapporti sociali.

“A questi tratti appartiene anche un concetto di natura che contrasta malauguratemente con quello

delle utopie socialiste prequarantottesche...Fourier... Tutto ciò illustra un lavori che, stando lontano

dallo sfruttare la natura, è in grado di sgravarla delle creazioni che sono sopite nel suo grembo. Al

concetto corrotto di lavoro, appartiene, come suo completamento, quello di natura. ” → 1948 →

manifesto di Marx. Benjamin valorizza Fourier perché è nel suo stile occuparsi dei meno famosi,

dei dettagli. Nella tecnica c'è tutto come sfondo disponibile, la natura è una riserva che noi

possiamo a piacimento utilizzare. La natura è a nostra disponibilità, è una riserva illimitata. Invece

di sfruttare la natura noi facendo così liberiamo delle proprietà creative che sono sopite al suo

interno, liberiamo le possibilità non espresse. Questa tesi contiene delle idee fortemente

anticomuniste.

12° Tesi : “Il soggetto della conoscenza storica è di per sé la classe oppressa che lotta. In Marx

figura come l'ultima classe resa schiava, come la classe vendicatrice, che porta a termine l'opera di

liberazione in nome delle generazioni di sconfitti. La socialdemocrazia si compiacque di assegnare

alla classe operaia il ruolo di redentrice delle generazioni future.”

Oppressione → termine chiave in Benjamin, nella famiglia, nel rapporto tra le classi, tra le

ideologie, nel rapporto con il mito. Dobbiamo liberarci dalle forme di oppressione, che

costituiscono un peso, dobbiamo uscire dal mondo moderno che viene definito “agonia raggelata”, è

un'epoca che è alla fine, ma questa fine continua a non finire.

Dominio della merce/ folla delle grandi città → Baudelaire → Percezione chiarissima di come si

sente l'individuo nella massa, in una grande metropoli.

Blanqui (rivoluzionario francese) → immagine di rottura. La rivoluzione non è rivolta al futuro ma

deve partire dall'immagine degli antenati, le storie di sconfitte suscitano una rivoluzione. Partito di

Benjamin non è un partito volontaristico, con atteggiamento rivoluzionario, alla base c'è la memoria

(passato) e non la volontà che è rivolta al futuro, alla base del partito ci vuole una memoria

involontaria, storica.

13° Tesi : importante la fine. Per criticare l'idea di progresso, alla base della socialdemocrazia,

critica l'idea centrale di un tempo omogeneo e vuoto (eterno ritorno dell'uguale → temporalità

naturalistica). La visione hegeliana della storia vede un progresso verso la libertà. Le figure

cosmico-storiche (sconfitti) punto di vicinanza con Benjamin. Il tempo distrugge, carattere negativo

del tempo in Hegel, anche per Benjamin il tempo distrugge solo che hanno due modi diversi di

reagire a questo venir meno del tempo.

Omogeneo perché è puro passare, l'ora è sempre uguale, è un tempo continuo, non c'è un arresto,

vuoto perché è astratto, non lo possiamo acquisire, nel senso che in se stesso è indifferente nei

nostri confronti, è estraneo agli animi umani. Il tempo oggettivo è indifferente alla natura,

all'umanità. Tempo per... → concezione benjaminiana e messianica del tempo, non è solo scorrere

ma è la modalità con cui noi esseri umani ci rapportiamo al resto del mondo. Ogni azione ha un

tempo adatto (ebraismo). Rapporto tempo/azione. In questo modo si rompe con un tempo

omogeneo e vuoto, noi siamo dentro, ci temporalizziamo, sentiamo il tempo. Il tempo diventa

opportuno, è il tempo di un qui e ora, il tempo di cogliere un'occasione propizia, di fare una scelta.

Questa critica al tempo omogeneo e vuoto è fatta anche da Heidegger ( Essere e tempo ), secondo cui

le varie concezioni del tempo nascono tutte dalla struttura umana, il tempo è correlato e spiegato

dall'esistenza umana.

Paolo → punto di contatto tra Benjamin e Heidegger, studiato da entrambi. Benjamin non parla

direttamente di Paolo ma la sua visione messianica si nutre di una visione messianica di Paolo, (es.

il Messia arriva di notte...). In Benjamin non si tratta di concepire una nuova concezione etica

rivoluzionaria ma dobbiamo essere figli del secolo, dobbiamo assumere il messianico affinché

questo mondo non si assolutizzi, deve esserci un differenziale interno, occorre togliere all'azione

umana questo carattere assolutistico.

Saggio di Kafka (Nel decimo anniversario della morte) → scritti più importanti di Benjamin. E' un

saggio scritto per una rivista ebraica nel 1934, ma dopo la pubblicazione verrà subito messo in

discussione e riconsiderato.

In Kafka Benjamin vede se stesso e vede due poli dell'orizzonte mentale di Kafka :

− l'esperienza mistica → rapporto con la tradizione ebraica, messianismo, rapporto con la

teologia. Kafka è uno scrittore ebreo con un'esperienza teologica.

− L'esperienza dell'essere umano che vive nelle città moderne → aspetto politico.

Tutto lo sforzo di Benjamin si concentra sull'evitare letture o solo naturali, legate alla visione

dell'essere umano politico, con la sua critica all'organizzazione e alla burocrazia, o solo teologiche

(es. castello = simbolo della grazia, irraggiungibile). C'è un nesso tra il piano teologico e quello

politico. Lettura teologica-politica di Kafka, che dal piano teologico consiste nel chiedersi in cosa

consiste nel Novecento la tradizione ebraica. Alla radice della tradizione ebraica c'è un momento

normativo, thora, senso di appartenenza, precetti dell'ebraismo, e un momento narrativo, parabole,

storie. Kafka non crede più nella thora, nella spinta propulsiva dell'ebraismo come verità teologica,

come dottrina, che non ha più consistenza, ma crede solo nell'ebraismo che si tramanda che si

comunica; infatti scrive parabole rispetto alle quali non c'è più un ancoraggio forte verso la verità.

Viene meno la pretesa che la storia umana, nella sua miseria, infelicità, incompiutezza sia

redimibile in nome di una dottrina o di un fine ultimo, Kafka vede come nessun altro l'imperfezione

nella nostra vita, la vede ma non sa dare una soluzione, Kafka ci fa toccare il fondo del moderno,

non elaborare il fondo.

Tema della memoria e dell'oblio. Benjamin vuole ritrovare nelle figure di Kafka le tracce del

dimenticato. Cosa è stato obliato? Le novelle di Kafka ci fanno confrontare con un nucleo

dimenticato della nostra storia. Gli animali sono i depositari del dimenticato (es. Odradek,

l'informe). In tutti i racconti di Kafka c'è il tema di ciò che ci impedisce di ricordare, la colpa. Tema

del senso di colpa, non riusciamo a ricordare.

Su questa base altro punto fondamentale è il tema della speranza, della redenzione, come si esce dal

recinto dell'oblio, del dimenticato. Kafka teorizza alcune figure che sperano non per loro stesse ma

per gli altri (es. studenti, aiutanti). L'uscita da questo recinto dell'oblio sta in un tornare indietro, in

un'inversione di direzione, bisogna saper tornare indietro. Elemento che troviamo nello studio. Il

saggio si conclude dicendo che gli studenti non sono ancora redenti, questo tornare indietro non è

tornare a un fondamento primo, a un principio, studiano senza una finalità. Lo studio in Kafka non è

più lo studio della thorà. Gli studenti sono scolari senza scrittura, quindi Kafka è un fallito. Lo

studio è un tentativo fallimentare, anche se in questo saggio del 1934 Benjamin afferma che Kafka

ci fa toccare il fondo dell'esperienza umana e storica, quindi introduce l'elemento negativo,

studiamo ma studiamo il nulla, Kafka in realtà ha bisogno di Benjamin per non limitarsi a toccare il

fondo e a farci leggere la situazione in cui ci troviamo. Le deformazioni del presente, l'incompiuto

ci rimandano allo studio, che non è lo studio della dottrina, o la scala che ci fa accedere alla

conoscenza, alla filosofia, ciò che è fondamentale degli studenti sono i gesti.

Il dimenticato contro cui dobbiamo lottare per salvarci, perché ci opprime, è il MITO. Il tornare

indietro è il tentativo kafkiano di uscire dal mito, ossia dal diritto, dalla violenza, dal destino

(colpe/punizioni), dall'eterno ritorno dell'uguale. L'uomo si salva uscendo da questa concezione

mitica, violenta, naturalistica → elemento ebraico.

Kafka non si è fatto irretire nel mito. Per Benjamin mitologica è anche l'arte quando si totalizza,

quando pensa di essere autosufficiente, quando è fine a se stessa. Goethe, Kafka, Baudelaire lottano

contro il mito, rischiando di cadere nel mito, le loro opere rappresentano questa tensione che non va

colta in modo unilaterale.

Il peso del mito si toglie attraverso la via del ritorno, con il fare i conti con l'incompiuto che

abbiamo lasciato alle spalle, lasciandolo incompiuto. 22/04/2015

Finale 13° Tesi : “L'idea di un progresso del genere umano nella storia è inseparabile dall'idea che la

storia proceda percorrendo un tempo omogeneo e vuoto. La critica all'idea di tale procedere deve

costituire il fondamento della critica all'idea stessa di progresso”. Non solo Benjamin critica il

tempo omogeneo, è centrale anche in Heidegger, il quale distingue tra tempo autentico e

inautentico. Il tempo autentico è la base di comprensione di quello inautentico (tempo omogeneo e

vuoto, tempo lineare, tempo livellato, come puro passare). Sulla base di un tempo autentico, cioè il

tempo nella sue reale comprensione, capiamo il perché esiste quello inautentico. Il tempo autentico

si nutre di un elemento della tradizione, poiché la tradizione è passata da tempo oggettivo (della

natura) a tempo soggettivo (Kant e Hegel). Heidegger radicalizza Kant, il tempo non è solo una

forma della soggettività ma anche una forma della mia esistenza, il tempo è il senso dell'essere

nell'esserci, noi siamo tempo. L'esistenza è fatta di un prima, adesso e poi, noi siamo sempre

passato, presente e futuro, i vari tempi sono i modi di dispiegarsi dell'esistenza stessa.

Un altro elemento importante in Heidegger è che un atto ci fa entrare nel tempo, ossia l'atto della

decisione. Il tempo autentico parte dall'attimo in cui decidiamo, perché la decisione si compie,

usciamo dal puro pensiero e la decisione diventa attimale.

Per Benjamin l'atto che compie lo stato d'eccezione è un atto di memoria, rivolto al passato, non si

deve anticipare nulla ma costituire un nesso con un momento del passato.

14° Tesi (importante) : per criticare l'idea di progresso occorre cambiare l'idea di tempo.

Pag. 45 - “La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è costituito dal tempo omogeneo e

vuoto, ma da quello riempito dell'adesso” → adesso = Jetztzeit.

Il tempo che resta Agamben → nelle tesi Benjamin cita San Paolo. Il messianismo di Benjamin è

paolino, i due elementi di redenzione e di tempo pieno, li abbiamo già in Paolo. L'idea di

redenzione corrisponde alla lettera di Paolo ai Corinzi (1.7, 29,32) . “Come non” → vocazione

messianica → nulla. (“Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli

che hanno moglie, vivono come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e

quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano come se non possedessero; quelli

che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!)

Pag.302 Angelus Novus - la chiamata messianica per Benjamin è la chiamata di qualcuno del

passato, di un frammento del passato che ci da un appuntamento. Pensando in questo modo occorre

fare un rovesciamento di pensiero, un mutamento di vita, una revoca della condizione fattizia. Il

tempo messianico non è il tempo della fine, non è un altro tempo, non è il tempo della salvezza,

dell'attesa. “Malati e non malati, piangenti e non piangenti..” → fare abitare la nostra condizione

fattizia da un non, da una negatività immanente, c'è quindi un'eccedenza rispetto a quello che siamo

e che facciamo. Idea del rovesciamento, che però non implica un passaggio totale dalla malattia alla

salute, rimaniamo nella malattia ma evitiamo che si totalizzi, se questa idea la applichiamo alla

salvezza non vuol dire fare un passaggio da temporali a ultra-temporali.

“Tutti gli attori devono rispondere all'istante alla loro chiamata. E anche per altri versi somigliano a

questi esseri assidui. Per loro infatti <<l'inchiodare è un vero inchiodare e nello stesso tempo un

nulla>>: quando, cioè, rientra nella loro parte. Essi studiano questa parte; e sarebbe un cattivo attore

chi dimenticasse un gesto o una parola di essa”. Il gesto è un atto che parla da sé, che è come se dice

è così. Il gesto è qualcosa che si sottrae al linguaggio, è pre-linguistico, ci dà da pensare e contiene

nella sua semplicità un'eccedenza, i gesti in Kafka aprono verso il cielo.

Teatro naturale → redenzione. Nelle opere di Kafka manca il senso.

Tempesta = angelo. Lo studente è meglio dell'angelo, perché l'angelo non fa nulla, è solo spinto

lontano dalle macerie, lo studente invece tenta una cavalcata verso le macerie, ma questa cavalcata

è un andare controvento. Il vento in faccia spira dall'oblio, ciò che è stato obliato e ciò verso cui va

lo studio è il mito. All'essere umano non gli basta esistere ha bisogno di giustificare la propria

esistenza, il mito è la condizione in cui l'uomo si auto-imprigiona nella sua debolezza costitutiva, è

anche la colpa, il destino, inoltre nel mito c'è un meccanismo psicologico secondo cui alla

vulnerabilità costitutiva dell'uomo egli risponde creando delle totalità, delle immagine complete,

concrete. Per Benjamin quando diventiamo consapevoli delle macerie, della debolezza non

dobbiamo riprodurre ciò che è già stato fatto, non dobbiamo riempire il vuoto. Assumiamo fino in

fondo la nostra precarietà ma non dobbiamo rispondere come ha fatto la filosofia o la teologia

classica, ma dobbiamo cercare la risposta comunque nella tradizione (es. lettere di Paolo).

Assunzione della nostra temporalità finita che non cancella il nostro proprio, ossia che noi siamo nel

mondo e siamo finiti.

Tutto ciò ha ricadute politiche, significa abbandonare un modello di società ideale, abbandonare il

fine della storia, abbandonare il senso di religione, di salvezza finale. La messa in questione della

situazione in cui ci troviamo non è trasformazione (es. passaggio da malattia a guarigione).

Noi compiamo degli atti, ma in questi atti c'è un'eccedenza, una potenza, una possibilità che non si

esprime mai (Aristotele → Heidegger). La vita autentica dunque è la vita di ognuno se è abitata

dalla possibilità, siamo possibilità, però realizziamo sempre delle possibilità date, oltre a queste

però c'è la possibilità in quanto tale, che è ciò che si costituisce, c'è una dimensione di eccedenza.

Se vogliamo rappresentare questo di più esso diventa Dio (Feuerbach) → questo è ciò che

dobbiamo evitare, dobbiamo evitare la proiezione in un ideale dell'Io.

“Così, per Robespierre, l'antica Roma era un passato carico di adesso che egli estraeva a forza dal

continuum della storia” → adesso da cui partiamo per guardare la storia e operiamo un incontro con

un momento del passato carico di attualità (es. Robespierre/antica Roma). “La rivoluzione francese

citava l'antica Roma esattamente come la moda cita un abito d'altri tempi. La moda è il balzo dei

tigre nel passato. Solo che ha luogo in un'arena in cui comanda la classe dominante. Lo stesso salto,

sotto il cielo libero della storia, è il salto dialettico, e come tale Marx ha concepito la rivoluzione”

citare = estrarre da un contesto. Balzo di tigre = incontro che è un salto, perché non c'è un

continuum. Benjamin si ascrive a un pensiero dialettico, al passato viene negato il suo carattere di

semplice passato, di qualcosa che è accaduto e ha perso attualità (elemento negativo).

E' vicino a Hegel perché anche Hegel concepisce il momento dialettico come una negatività rivolta

a se stesso, però la dialettica in Benjamin è alternativa a quella hegeliana, ciò che è dialettico è

l'immagine non il pensiero. Dialettica negativa → Adorno → è una malattia che non è malattia,

finitezza che non è finitezza ma resta finitezza. Per questo è una dialettica in stato d'arresto, non c'è

il passaggio malattia → salute, si rimane nella malattia, in uno stato di tensione che non si risolve.

L'immagine è satura di tempo, è ciò che cristallizza la temporalità ma mantiene al suo interno

questa tensione. Dialettica = ribaltamento immanente, ma è in stato d'arresto.

In Hegel la dialettica ci porta ad accettare la controversia degli elementi, la compresenza degli

opposti, Benjamin radicalizza quest'idea non vedendo una riconciliazione, non c'è sintesi, non c'è la

conciliazione in un termine, poiché nel termine negativo vediamo l'altro da se stesso. Vuole quindi

pensare a ciò che è tra l'uguale e il diverso, e nell'uguale vede già il diverso.

Uscire dal pensiero = cambiamento di ritmo del pensiero, poiché al pensiero appartiene il

movimento e l'arresto del pensiero → immagine dialettica, prodotto dell'esperienza, del

materialismo storico. Il pensiero tende al possesso ad impadronirsi, dobbiamo uscire da questo

pensiero. L'immagine dialettica appare involontariamente in questa tensione. Salvaguardare l'opera

d'arte vuol dire avere un atteggiamento non appropiativo. L'aura è l'unicità che l'opera d'arte

contiene in sé, la cosa più difficile è salvare il proprio. Possiamo quindi capire questo discorso di

filosofia politica attraverso l'arte. E' un massimo di tensione (tra adesso e adesso individuato nel

passato) che fa apparire l'immagine dialettica che è un oggetto storico derivato dall'esperienza del

materialismo storico.

Tesi 15° : “La grande rivoluzione introdusse un nuovo calendario”. esempio calendario. Le grandi

rivoluzioni hanno introdotto un nuovo calendario. Giorni di feste = “giorni della rammemorazione”

cesure, interruzioni del continuum, giorni messianici. “I calendari non misurano i tempi come gli

orologi (…) si sparò contro gli orologi”.

Tesi 16° : il presente come passaggio è il presente di un tempo lineare, lui ricerca un presente che si

ricolleghi con la sua preistoria, con un momento attuale passato. Il tempo messianico non è un altro

tempo, o tempo della fine, ma è un tempo che abita negativamente il tempo che viviamo, è una

piega del tempo,è quindi un tempo pieno, concentrato, carico di tensione.

Arresto del pensiero → arresto del tempo, pausa, perché in realtà non si ferma nulla. Momento top

della tragedia per Holderlin è quando l'eroe va verso la morte, cambia il tempo, in quel momento c'è

una cesura. Prostituta c'era una volta, è colei dell'avanti un altro → storia dello storicismo, lo

storicismo quindi è un bordello, perché mantiene la successione. La mascolinità non si deve

dimostrare nell'accumulo, ma nel scardinare il continuum.

Fare storia è la dialettica in stato d'arresto. 27/4/2015

16° Tesi: “Il materialista storico non può rinunciare al concetto di un presente che non è passaggio,

ma nel quale il tempo è in equilibrio ed è giunto a un arresto.” Questo arresto è un'azione decisiva.

Una dialettica che si interrompe, produce un arresto nel secondo momento, nel momento della

determinatezza. La dialettica in stato d'arresto riguarda il pensiero e la storia. L'arresto è sia

messianico e sia rappresenta l'intervento della coscienza materialistica, corrisponde al qui e ora. La

visione messianica non implica un fine ma una interruzione ( Frammento teologico politico ) non è

l'attesa di un qualcosa che deve accadere e non accade, il messianico è ciò che interrompe il

continuum, l'inferno che è il moderno, la dimensione mitica. Le radici di questa concezione

benjaminiana sono da un lato l'ebraismo, non rivolto al futuro, e dall'altro lato Holderlin, il quale

traduce l'Edipo e l'Antigone, ma pur avendo problemi mentali aggiunge delle note che parlano del

ritmo tragico, dell'incalzante andare verso la morte, introducendo l'elemento della cesura. Questa

cesura, questo prender fiato, colpisce Benjamin che ne parla nel saggio su Goethe e nella Premessa

gnoseologica.

La forma della coscienza materialistica della storia sono le immagini. In questo arresto del

continuum scocca un'immagine balenante. Perché immagine? Perché il ritmo del pensiero si fa

immaginativo nel momento in cui si interrompe. La modalità del pensiero si fa immaginale e quindi

non concettuale. Il concetto è ciò in cui si traduce l'attività del pensiero, è intellettuale, universale.

Nell'immagine c'è una maggiore concretezza sensibile, c'è sempre una figura, la sua caratteristica

fondamentale è l'essere monadica, concentrazione potentissima di qualcosa di più ampio. Ci da in

forma concentrata un intero mondo, l'intero corso della storia.

Il tempo arrestandosi non è più tempo vuoto e omogeneo, è una costellazione, è un incontro, una

tensione tra presente e passato. Costruisce un campo costituito dalle polarità presente e passato. La

memoria involontaria determina le immagini che condensano qualcosa di più ampio e interrompono

lo scorrere del tempo. L'attimo in cui si producono è carico di tensione.

(es. Robespierre cita la Repubblica romana, ma non sono la stessa cosa, c'è lontananza, diversità. Se

noi stabiliamo un incontro c'è lontananza ma qualcosa in comune rimane). Scaturisce qualcosa di

nuovo, una ricchezza inedita di senso, possiamo fare storia partendo dall'incontro di una diversità.

“Questo concetto infatti definisce appunto quel presente in cui egli, per quanto lo riguarda, scrive

storia.” La storia non è fatta dal presente, ma dall'incontro tra presente e passato. Il presente non c'è

già. Il presente è l'inferno → Parigi.

“ Lo storicismo offre l'immagine <<eterna>> del passato, il materialista storico un'esperienza con

esso, che resta unica”. Lo storicista cerca di comprendere il passato attraverso le categorie, i

concetti → eternizzazione del passato e delle categorie (Hegel). Pensiamo al passato e potremmo

studiarlo all'infinito. Per il materialista storico invece fare storia è un atto, un'esperienza unica, non

una teoria. L'esperienza si dà in se stessa, parla da sé, accade, è un incontro determinato tra l'adesso

e un momento del passato.

Il bordello dello storicismo implica il continuo “C'era una volta”. Il materialista storica per

scardinare questa concezione ha bisogno dell'immagine.

17° Tesi: “Lo storicismo culmina di diritto nella storia universale.” L'idea di storia universale

(Hegel, la storia da oriente a occidente, che è tramonto, compimento) vuole cogliere gli elementi

strutturali dell'intero genere umano. E' una grande visione da cui Benjamin prende le distanze (“Con

essa la storiografia materialistica contrasta”). Benjamin ci offre un metodo micrologico, non si

muove sul piano della totalità, ci dà il senso dai dettagli (Dramma barocco tedesco ) .

La storia universale è un continuum, è un accumulo di fatti (“il suo procedimento è additivo”).

Dobbiamo rompere con le ovvietà dello storicismo e della storia universale. Dalla filosofia dell'arte

(atteggiamento micrologico) passa alla filosofia della storia.

“Par contro alla base della storiografia materialistica sta un principio costruttivo” → non è un mero

accumulo di dati, ma una costruzione.

“Proprio del pensiero non è solo il movimento delle idee, ma anche il loro arresto.” L'arresto si

muove su diversi registri, tra cui quello del pensiero. Al movimento del pensiero corrisponde il

procedere lento del corteo funebre barocco. Il lutto del pensiero si interrompe con lo scoccare di

un'immagine, arresto del pensiero.

Le idee sono nei fenomeni, nei dettagli, nei fatti, ma sono le aperture alla totalità → elemento

messianico. Sono idee che ci danno dà pensare, come le idee estetiche in Kant. I concetti invece

sono universali.

“ Quando il pensiero si arresta d'improvviso in una costellazione satura di tensioni, le provoca un

urto in forza del quale essa si cristallizza come monade.” Monade = immagine dialettica, ossia

concentrazione e intensificazione di qualcosa. Costellazione = ponte d'incontro, satura di tensioni

perché c'è stato un arresto del continuum e ciò produce un'immagine, una cristallizzazione. Questa

immagine è monadica perché riassume in sé molte cose. Dobbiamo cogliere la tensione in Kafka, in

Baudelaire la nostalgia del passato ma anche le sue descrizioni sulla folla, sul moderno.

Questo incontro non è un circolo ermeneutico, un dialogo pensante, è l'ora della conoscibilità, è un

momento determinato, in cui un pezzo del passato diventa maturo per capirlo.

Benjamin in Baudelaire coglie alcune immagini chiave per un atteggiamento materialista, tanto che

nel suo saggio troviamo l'applicazione delle tesi sul piano della critica letteraria.

“ Il materialista storico si accosta a un oggetto storico solo esclusivamente allorché quando questo

gli si fa incontro come monade”. L'oggetto storico è un momento del passato o un autore del

passato. L'incontro, la costellazione è una dinamica in cui l'elemento monadico, l'immagine a cui

poi si fa capo si articola in sotto-immagini e la forza di condensazione è importante sia per il

passato che per il presente. In questo incontro c'è una trasformazione, un condensarsi, un farsi

monade per entrambi gli interlocutori.

L'arresto è sia un arresto messianico sia una chance rivoluzionaria → elemento teologico-politico.

Pag. 53 - “.. fa saltar fuori una certa vita dalla sua epoca, una certa opera dal corpus delle opere di

un autore. Il profitto del suo procedere consiste nel fatto che in un'opera è conservata tutta l'opera,

nell'opera intera l'epoca e nell'epoca l'intero corso della storia”. → atteggiamento micrologico, che

consiste nel citare, quindi nel far saltare fuori. Il pensiero di Benjamin cerca l'elemento minimo

capace di scardinare.

L'intero corso della storia non è un accumulo, è una possibile conquista a partire da un frammento.

Il frammento è il prodotto della critica sull'opera, è dato da un atteggiamento distruttivo che il

materialista storico, il messianico ha sull'opera, fa a pezzi l'opera e in questi pezzi trova la chiave.

Nei frammenti cerca la chiave, l'unità del tutto.

Comprendere storicamente vuol dire trovare un nucleo che è il tempo messianico → “il frutto ha al

suo interno, come seme prezioso, il tempo”.

17°a Tesi : l'idea della società senza classi se viene pensata mediante il tempo messianico non è più

la meta finale, “il sole dell'avvenire”, l'attesa ma è l' adesso, è ciò che ci fa scardinare il continuum,

è un differenziale storico.

L'idea corretta è l'idea di interruzione, non voglio una società senza classi ma la devo volere per

scardinare.

Il partito socialdemocratico, sulla base kantiana, voleva innestare nella politica di Marx un elemento

etico.

Non occorre nessun ideale, una chance, un tempo opportuno c'è sempre.

Sovrapporsi di messianismo e azioni politiche, che sono le chiavi di una stanza del passato.

L'elemento distruttivo sta nell'intensificare il negativo che è già la storia. Non occorre far diventare

il negativo positivo, dobbiamo intensificare il negativo, mostrare le crepe, svelare la precarietà della

storia in un'intensificazione negativa che è anche il modo per non subire la storia. All'interno del

negativo, nell'oppressione c'è l'altro dall'oppressione, la liberazione, la liberazione però è

nell'oppressione, nella storia, nella catastrofe, è un'alterità immanente. Per questo la speranza non è

per noi ma per gli altri, è per le possibilità non date nel passato.

18° Tesi : “L' adesso che, come modello del tempo messianico, riassume in un'immane

abbreviazione la storia dell'umanità, coincide rigorosamente con la figura che la storia dell'umanità

fa nell'universo”. Immane abbreviazione = monade, concentrazione. Forza che permette la

condensazione = adesso.

18° A Tesi : il materialista storico scardina il nesso causa/effetto. Fare storia non è successione

(“cessa di lasciarsi scorrere tra le dita la successione delle circostanze come un rosario”).

Il presente include schegge del tempo messianico perché include la possibilità di arresto.

18° B Tesi : “il tempo passato è stato sperimentato nella rammemorazione” → la rammemorazione

è la forma in cui si fa esperienza del passato. E' un lavoro supplementare della mente, che perde il

volontarismo soggettivistico ma non rimane passiva.

Da Holderlin riprende lo stretto rapporto memoria/immaginazione. Il tempo religioso/ebraico non è

omogeneo e vuoto. La torah è il ricordo di un patto, di un'alleanza con Dio. La rammemorazione è

la forma costitutiva di un popolo eletto alleato con il Signore. Gli ebrei sono istruiti dal passato, per

questo liberavano dall'incantesimo, dal mito il futuro. Il mito incanta, opprime, toglie il fiato.

Dobbiamo togliere alla religione qualsiasi elemento mitologico, sia rivolto al futuro che al passato.

In questo modo perde il suo essere un circolo chiuso, è una religione che sa interrompere se stessa e

non ha né un inizio né una fine (Schelling). “Agli ebrei era vietato investigare il futuro. La Torah e

la preghiera li istruiscono invece nella rammemorazione. Ciò liberava per loro dall'incantesimo il

futuro”. “Ma non perciò il futuro diventò per gli ebrei un tempo omogeneo e vuoto. Poiché in esso

ogni secondo era la piccola porta attraverso la quale poteva entrare il messia.”

La demitizzazione deve avvenire anche in campo politico.

La verità non è il termine di un progetto teorico, speculativo, la verità accade nell'incontro, dove

nessuno getta luce sull'altro, ma immagine è in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l'

adesso, è la dialettica in arresto. L'immagine dialettica è una costellazione, non è un mero recupero

del passato, è un istante di pericolo. (Agamben) Il pericolo ci deve dare la forza per costruire la

costellazione e fare una storia autentica. 29/4/2015

1938, Benjamin interrompe Parigi capitale del XX secolo per fare un libro su Baudelaire. La 1°

stesura del saggio su Baudelaire è commisionata da Horkheimer e Adorno. La 2° stesura è in

Angelus Novus - “Di alcuni motivi in Baudelaire”, è una rielaborazione soprattutto della seconda

parte del primo saggio (pubblicato nel 1940, mentre lui era in un campo di concentramento nella

repubblica di Vichy).

Prima parte:“ Boheme ” luogo in cui stavano i politici di professione, coloro che preparavano le

rivoluzioni. “Il flaneur” è chi va a zonzo nella grande città (2°parte). La terza parte della prima

stesura è “la modernità”.

Benjamin tenta una lettura materialista di Baudelaire. Elabora questa lettura materialista soprattutto

nella seconda stesura, nella prima stesura si occupa soprattutto dei fenomeni sociali e meno della

poetica del poeta francese. L'opera d'arte per Benjamin ha un indice storico nascosto, l'opera d'arte

ha comunque un carattere feticistico. Frammentazione delle opere per trovare degli indici storico

sociali.

1848-1870 anni di sconfitte, dalla rivoluzione alla Comune di Parigi. Momento buio del '900,

nazismo e fascismo, ha origine dalla crisi del 1848-1870, soprattutto a Parigi, metropoli per

eccellenza, che si stava trasformando.

Baudelaire invece legge e traduce Poe. La prima stesura era troppo empirica, in essa si

evidenziavano i fenomeni sociali del periodo.

Flaneur → colui che va a zonzo, ha avuto importanza grazie ai passages (nuova invenzione del

lusso industriale, gallerie di vetro e marmo che attraversano interi blocchi di case, in queste gallerie

si susseguono vari negozi) → immagini monadiche della città. Invece per Benjamin è una figura

ambigua di appartenenza ed estraneità al mondo che si sta consolidando, alla mercificazione e alla

folla, è colui che subisce le trasformazioni, che compie un rifiuto radicale, pur appartenendo a

questo mondo. Il flaneur è in preda allo spleen, una forma di malinconia, che consiste nel trovarsi in

un luogo ma sentirsi estraneo (visione dialettica). Per il flaneur le vie di Parigi sono la sua casa, le

sue strade vengono collegate ai suoi moti interiori. Il flaneur è estraneo all'esperienza.

Nella seconda stesura del saggio su Baudelaire Benjamin tratta del tema dell'esperienza.

I fenomeni sociali hanno portato alla caduta dell'esperienza.

A Benjamin interessano le relazioni inter-soggettive che si sviluppano con in nuovi fenomeni sociali

(tram/sguardi), prevalenza della vista sull'udito, “la gente si guarda in faccia per minuti per ore

senza scambiarsi una parola”.

Baudelaire pur criticando la massa sarà l'ultimo autore ad avere un successo di massa.

“Baudelaire ha voluto equiparare l'uomo della folla al tipo del flaneur. Qui non possiamo seguirlo.

L'uomo della folla non è un flaneur. (…) il flaneur ha bisogno di spazio e non vuol rinunciare al suo

tenore privato... Londra ha l'uomo della folla.”

Fantasmagoria delle merci → radicalizzazione feticismo. E' una forma di occultamento degli

autentici processi sociali. Il mondo delle merci può essere scoperto solo se si decifra la

fantasmagoria. Il meccanismo di fondo delle merci occulta le sue origini, occulta il fatto che sono

prodotto umano. “Tutto è avvolto da un mistico velo di nebbia”.

La merce ha un corpo e un valore, che è ciò che conta di più, perché permette lo scambio. La merce

è animata, elemento spettrale, spirituale → feticismo della merce (“capricci teologici e sottigliezze

metafisiche”), perché al di là della sua apparenza contiene qualcosa di impalpabile, ossia il valore,

un indice storico-sociale → Marx. Il mondo delle merci in Benjamin non è legato solo all'astratto,

ma anche al corpo, infatti la lega alla prostituzione. I corpi delle merci vengono astratti in nome del

valore, ma essi contano perché il valore si incarna nei corpi.

Pag. 89 – Tema → ricezione. 1° paragrafo : “Baudelaire contava su lettori che la lettura della lirica

mette in difficoltà. (…) essi preferiscono i piaceri sensibili, e conoscono bene lo spleen, che annulla

l'interesse e la ricettività (...) voleva essere compreso: egli dedica il libro a coloro che gli

assomigliano (…) un successo di massa di poesie liriche non ha più avuto luogo dopo Baudelaire

(…) la poesia lirica conserva solo eccezionalmente il contatto con l'esperienza dei lettori. Ciò

potrebbe essere perché questa esperienza si è trasformata nella sua struttura. (…) la filosofia ha

compiuto una serie di tentativi per impossessarsi della <<vera>> esperienza, in contrasto con quella

che si deposita nella vita regolata e denaturata delle masse civilizzate (…) in realtà l'esperienza è un

fatto di tradizione (…) essa non consiste tanto di singoli eventi esattamente fissati nel ricordo

(memoria volontaria) quanto di dati accumulati, spesso inconsapevoli, che confluiscono nella

memoria”. → memoria involontaria = stratificazione di tracce.

Corrodersi delle relazioni umane, sono venute meno le forme di mediazione → venir meno

dell'esperienza. Ci sono meno punti di contatto tra esperienza personale e collettiva. Apparteniamo

alla massa ma ce ne estraniamo. “vita regolata e denaturata delle masse civilizzate” →

conformismo, comportamenti presunti normali, mondo della perdita dell'esperienza, mondo

artificiale, c'è un'estraniazione dal proprio corpo. Fenomeni di massificazione = fenomeni di

regressione, di identificazione con un capo (fascismo). La filosofia rispetto a questo mondo cerca di

impossessarsi della “vera” esperienza. Per Benjamin la “vera” esperienza, la verità è traumatica,

perché è un'apertura agli stimoli, agli choc, l'uomo della folla si sente protetto, la coscienza lo

difende dagli stimoli che lo ferivano. I filosofi della vita si richiamano alla poesia, alla natura,

all'epoca mitica e non alla vita dell'uomo in società.

Dilthey primo che rompe con il positivismo, è colui che apre alle scienze sociali, è un autore di

riferimento per Heidegger, poiché coglie l'aspetto storico e sociale. Klages → visione mitica,

irrazionalistica → nascita del fascismo.

Bergson reagisce al mondo della perdita d'esperienza, ma la reazione cerca nella scienza una

risposta, senza cogliere che la scienza stessa è alienata (“Bergson considera la struttura della

memoria come decisiva per la struttura filosofica dell'esperienza”). Il discorso memoria/esperienza

deve essere fatto sulla base che l'esperienza ha una consistenza storica (tradizione), invece Bergson

la lega alla biologia. Pag. 91 - “egli evita di doversi avvicinare a quell'esperienza da cui è sorta la

sua stessa filosofia, o contro la quale, piuttosto, essa è stata mobilitata: che è quella ostile,

accecante, dell'epoca della grande industria”.

Siamo in un'epoca di sconfitte, in cui prevale lo spleen, l'acedia.

La tradizione da un lato è catastrofe, malattia dall'altro è ciò dentro cui possiamo parlare

d'esperienza. 4/5/2015

Rapporto Proust- Bergson, Proust prima riprende il filosofo poi se ne distacca. Proust non ritiene

che la Ricerca del tempo perduto possa essere una libera scelta, vorrebbe ricordarsi l'infanzia, ma

poi scopre che è un atto involontario. Lo sforzo di Bergson di ridefinire la memoria nasce già dal

distacco con il mondo che lo circonda, ossia il mondo dell'industrializzazione, dell'alienazione.

Critica immanente di Proust a Bergson.

2° paragrafo – Pag. 91 : “Proust introduce una critica immanente a Bergson(...) in Bergson, il fatto

di volgersi all'attualizzazione intuitiva del flusso vitale sia una questione di libera scelta. Diversa

convinzione in Proust. La memoria pura della teoria bergsoniana diventa in lui memoria

involontaria. Fin dall'inizio Proust confronta questa memoria involontaria con quella volontaria, che

è a disposizione dell'intelligenza (…) Proust parla della povertà con cui si era offerta al suo ricordo,

per molti anni, la città di Combray, dove aveva trascorso una parte della sua infanzia. Prima che il

gusto delle madeleine (un biscotto), su cui ritorna quindi sovente, lo ritrasferisse un pomeriggio

negli antichi tempi, egli era stato limitato a ciò che gli aveva fornito una memoria pronta a

rispondere all'appello dell'attenzione. Essa è la memoria volontaria, che le informazioni che ci dà

sul passato non conservano nulla di esso (…) il passato è <<al di fuori del suo potere e della sua

portata, in qualche oggetto materiale (o nella sensazione che questo oggetto provoca in noi) che

ignoriamo quale possa essere. Che noi incontriamo questo oggetto prima di morire o che non lo

incontriamo mai, dipende solo dal caso >> .E' affidato al caso che il singolo acquisti un'immagine di

se stesso, che diventi signore della propria esperienza. Dipendere, in una cosa simile, dal caso, è

qualcosa di tutt'altro che naturale. Gli interessi interiori dell'uomo non hanno già per natura questo

carattere irrimediabilmente privato; lo acquistano solo quando diminuisce per gli interessi esterni, la

possibilità di essere incorporati alla sua esperienza.”

Il nostro io pensa di essere padrone di se stesso. Per Holderlin la cosa più difficile è il libero uso del

proprio, perché è difficile l'autenticità per poter arrivare a questo tipo di uso occorre passare per

l'estraneo. Per Holderlin già Omero deve acquistare la sobrietà, in opposizione all'ebrezza/pathos.

Siamo sia come individui che come momento storico in uno stato di tensione tra mito e ragione.

Anche il rapporto con il passato è un rapporto con le cose invecchiate appassite, è negli oggetti che

possiamo rivedere il passato → desoggettivizzazione. Attraverso la memoria destituiamo il

soggetto, non è più libero e volontario, coscienza e volontà non funzionano più. Gli oggetti o luoghi

materiali, che noi ignoriamo, troviamo ma non cerchiamo, sono ciò che ci danno il senso che il

mondo può cambiare. Il lavoro della memoria involontaria è un lavoro involontario,

desoggettivizzante, il passato lo possiamo trovare, non cercare, a partire da oggetti esterni a noi

stessi. L'organo della memoria involontaria è l'olfatto.

Il passato non è la nostra storia ma è ciò che ci sorprende e salta fuori per caso in oggetti estranei,

polverosi, dipende tutto dal caso.

Proust fa diventare la memoria pura di Bergson memoria involontaria. Benjamin vuole scalzare la

visione della memoria volontaria, non vuole incasellare gli eventi del passato, perché vorrebbe dire

appropriarci del nostro passato e quindi distruggerlo, significa costruire un continuum, in questo

modo il passato diventa troppo nostro e lo nullifichiamo in ciò che è suo. Memoria involontaria =

ampliamento della psiche. Tutti gli sforzi del nostro intelletto sono inutili, per Proust il passato è al

di fuori del nostro potere, la memoria involontaria infatti è una testimonianza di una mancanza di

potenza. La memoria involontaria, lo storicismo, ci danno informazioni del passato che non

conservano nulla di esso.

La memoria involontaria è una struttura trascendentale dell'esperienza, non è un a priori, sgorga

dall'esperienza stessa.

Nella modernità c'è “un'atrofia progressiva dell'esperienza”, poiché le forme di comunicazione

(stampa, mass media) si sono distaccate dalla narrazione, che “non mira a comunicare il puro in-sé

dell'accaduto, ma lo cala nella vita del relatore, per farne dono agli ascoltatori come esperienza”.

Dove c'è esperienza c'è una congiunzione tra passato individuale e passato collettivo → tentativo

fallimentare in Kafka. Il linguaggio comunicativo tipico dell'informazione è una forma di relazione

tra soggetti che implica un distacco dalla narrazione, dove c'è una relazione diretta tra chi parla e

chi ascolta. La narrazione mette in gioco colui che parla, rimane la sua impronta come quella del

vasaio sul vaso d'argilla. La narrazione presuppone una tradizione e un popolo, il romanzo invece è

borghese, individualistico. Nella modernità si oscilla tra questi due poli. Proust scrive otto tomi per

riportare al presente la narrazione, inoltre la difficoltà sta nel voler attingere all'infanzia ma ciò è

impossibile perché è frutto del caso.

L'atrofia dell'esperienza è data dall'isolamento (Hegel, Marx, Benjamin). → “la memoria

involontaria appartiene al repertorio della persona privata isolata in tutti i sensi. Dove c'è esperienza

nel senso proprio del termine, determinati contenuti del passato individuale entrano in

congiunzione, nella memoria, con quelli del passato collettivo.” Nei culti e nelle feste si realizzava

questa congiunzione.

Altro tema importante in Benjamin è quello dell'infanzia (Proust).

3° paragrafo: “conviene risalire a Freud. Nel 1921 appariva il saggio Al di là del principio del

piacere, che stabilisce una correlazione fra la memoria (memoria involontaria) e la coscienza (…)

La memoria è conservatrice, il ricordo è distruttivo. (…) parte integrante della memoria involontaria

può diventare solo ciò che non è stato vissuto espressamente e consapevolmente, ciò che non è

stato, insomma, un'<<esperienza vissuta>>. (…) la coscienza avrebbe un'altra e importante

funzione: quella di servire da protezione contro gli stimoli (…) La teoria psicoanalitica cerca di

spiegare la natura degli chocs traumatici <<con la rottura della protezione contro gli stimoli>> (…)

il controllo dello stimolo sviluppa l'angoscia la cui omissione è causa delle nevrosi traumatiche.

Valery è uno di quelli che si sono interessati del particolare modo di funzionamento dei meccanismi

psichici nelle odierne condizioni di vita (…) La ricezione degli chocs è agevolato da un allenamento

nel controllo degli stimoli, a cui possono essere chiamati, il sogno come il ricordo. (…) Che lo choc

sia captato e parato così dalla coscienza, darebbe, all'evento che lo provoca, il carattere

dell'esperienza vissuta. (…) la ricezione degli chocs è divenuta la regola. (…) Baudelaire :

emancipazione dalle esperienze vissute. Egli ha intravisto degli spazi vuoti, in cui ha inserito le sue

poesie”.

c'è un richiamo a Freud, approfondendo così prima il tema della memoria e poi il principio del

piacere connesso alla pulsione di morte. Il principio del piacere è fondamentalmente il principio

dell'evitare il dispiacere, che è dato dall'eccesso di quantità di eccitazione. Comunismo psicanalitico

→ regressione emotiva legata al fanatismo, rapporto tra soggetto e massa. In Freud ciò che ci

protegge dagli stimoli è la coscienza. Incompatibilità tra choc e coscienza, ma noi dobbiamo fare i

conti con le pulsioni, gli impulsi. Noi ci ammaliamo quanto meno facciamo i conti con il negativo,

con il conflitto (Freud → Hegel). Nel fenomeno della presa di coscienza c'è una copertura che fa

sbollire i conflitti, gli choc. Cerchiamo gli choc al di là della coscienza, contro di essa, processo

inconscio. Baudelaire lotta contro gli stimoli, gli stimoli del moderno, ossia massa,

industrializzazione. Pur presentandoci temi onirici la sua poesia è legata a un indice storico, alla

Parigi del moderno. Benjamin vuole mettere in luce l'ambiguità di Baudelaire, che non ha un

sistema di difesa né troppo spesso né troppo sottile.

Per Freud l'angoscia è ciò che non deve mai cambiare, ciò che ci fa essere sani. L'omissione

dell'angoscia crea una nevrosi traumatica.

Per Benjamin Baudelaire è capito solo da Proust e Valery.

Quando noi abbiamo un'esperienza vissuta abbiamo parato lo choc. Non può esserci poesia se

precipitiamo nel trauma, se non pariamo lo choc. Tuttavia se abbiamo solo esperienze vissute e non

attingiamo alle esperienze non abbiamo la poesia. → il manierismo di Baudelaire è non solo

sterilizzazione ma anche consapevolezza degli choc. Non può esserci poesia senza sterilizzazione,

senza esperienza vissuta ma Baudelaire ci insegna l'emancipazione dalle esperienze vissute.

4° paragrafo : “Quanto maggiore è la parte dello choc nelle singole impressioni; quanto più la

coscienza deve essere continuamente all'erta nell'interesse della difesa degli stimoli; quanto

maggiore è il successo con cui essa opera; e tanto meno esse penetrano nell'esperienza; tanto più

corrispondono al concetto di <<esperienza vissuta>>. (…) Baudelaire ha posto quindi l'esperienza

dello choc al centro stesso del suo lavoro artistico. (…) si è assunto il compito di parare gli chocs,

da qualunque parte provenissero, con la propria persona intellettuale e fisica. (…) <<Chi di noi non

ha sognato, nei giorni dell'ambizione, il miracolo di una prosa poetica, musicale senza ritmo né

rima, abbastanza duttile e nervosa da sapersi adattare ai momenti lirici dell'anima, alle ondulazioni

del sogno, ai soprassalti della coscienza? È soprattutto dalla frequentazione delle città immense, dal

groviglio dei loro rapporti innumerevoli, che nasce questo ideale ossessionante>> (…) intimo

rapporto esistente in Baudelaire fra l'immagine dello choc e il contatto con le grandi masse

cittadine. (…) folla amorfa dei passanti, del pubblico delle vie. Questa folla, di cui Baudelaire non

dimentica mai l'esistenza, non funse da modello a nessuna delle sue opere. Ma essa è inscritta nella

sua creazione (…) è con la folla invisibile delle parole, dei frammenti, degli inizi dei versi, che il

poeta combatte, nei viali abbandonati, la sua lotta per la preda poetica.”

La creazione poetica di Baudelaire pone lo choc al centro, perché vuole emanciparsi dall'esperienza

vissuta, ma se rimane solo lo choc sa che soccombere. Si muove tra apertura e sterilizzazione → in

un duello, in una tensione. La lotta nasce dalla frequentazione delle città immense → immette

Baudelaire a Parigi → concretizzazione storica.

La massa non è la classe, ma è informe. Il problema è capire come questa massa possa diventare un

corpo politico, se mai possa diventarlo. Il flaneur è colui che vuole dare un'anima alla folla, è una

sua illusione, egli avverte il carattere inumano della folla e vuole tentare di umanizzarla. È colui che

si oppone al progresso, passeggia con una tartaruga al guinzaglio.

5° paragrafo: “La folla: nessun altro oggetto si è imposto più autorevolmente ai letterati

dell'Ottocento (1848-1870 → epoca della sconfitta). (…) si sorpassano in fretta, come non avessero

nulla in comune, nulla a che fare fra loro; (…) le due correnti della folla che procedono in direzioni

opposte non si intralciano a vicenda; eppure non viene in mente a nessuno di degnare gli altri sia

pur solo di uno sguardo (…) La folla ha, in Engels, qualcosa che lascia sgomenti. Essa suscita in lui

una reazione morale (…) Per ciò che è di Baudelaire, la massa è così poco, per lui, qualcosa di

estrinseco, che si può seguire nella sua opera come ne è irretito e attirato, e come se ne difende. La

massa è talmente intrinseca a Baudelaire che si cerca invano in lui una descrizione di essa.

Baudelaire non descrive né la popolazione né la città. La sua folla è sempre quella delle metropoli;

la sua Parigi è sempre sovrappopolata. (…) La massa era il velo fluttuante attraverso il quale

Baudelaire vedeva Parigi.”

“A une passante → In velo da vedova, velata dal suo stesso essere trasportata tacitamente dalla

folla, una sconosciuta incrocia lo sguardo del poeta. Il significato del sonetto è, in una frase,

questo : l'apparizione che affascina l'abitante della metropoli gli è arrecata solo dalla folla. E' un

amore non tanto al primo quanto all'ultimo sguardo. Il sonetto presenta lo schema di uno choc

.”

6° paragrafo : “novella di Poe tradotta da Baudelaire. Il racconto è intitolato L'uomo della folla. Si

svolge a Londra, un uomo che, dopo una lunga malattia, esce per la prima volta nel trambusto della

città, si siede dietro le finestre di un grande locale londinese, ma il suo sguardo è rivolto soprattutto

alla folla che passa dietro i vetri della finestra... persi di vista ciò che avveniva nel locale in cui mi

trovavo, e mi abbandonai completamente alla contemplazione della scena di fuori. (…) in Poe il suo

oggetto è la gente. Nello spettacolo che essa offre egli avverte qualcosa di minaccioso. Ed è proprio

questa immagine della folla metropolitana che è risultata decisiva in Baudelaire. Se egli soccombe

alla violenza con cui essa lo attira a sé e ne fa, come flaneur, uno dei suoi, la coscienza del suo

carattere inumano non lo ha perciò mai abbandonato. Egli diventa suo complice, e quasi nello stesso

istante se ne distacca”.

Tema della folla che rafforza il collegamento Poe/Baudelaire. Il flaneur è sospeso tra passato e

presente. Baudelaire è complice della folla ma nello stesso istante se ne distacca. L'ambivalenza è

sia di Baudelaire che del flaneur . Il flaneur non ha una funzione rivoluzionaria, è una figura

melanconica. Egli è come il privato guarda la folla, prova angoscia, spavento e ripugnanza.

6/5/2015

Angelus Novus - “Di alcuni motivi in Baudelaire”

Paragrafo 8 – pag. 109/110 - “Angoscia, ripugnanza e spavento suscitò la folla metropolitana in

quelli che primi la fissarono in volto. In Poe essa ha qualcosa di barbarico (…) Valery : <<L'uomo

civilizzato delle grandi metropoli ricade allo stato selvaggio, e cioè in uno stato d'isolamento. Il

senso di essere necessariamente in rapporto con gli altri, prima continuamente ridestato dal bisogno,

si ottunde a poco a poco nel funzionamento senza attriti del meccanismo sociale. Ogni

perfezionamento di questo meccanismo rende inutili determinati atti, determinati modi di sentire>>.

(…) Fra i gesti innumerevoli di azionare, gettare, premere eccetera, è stato particolarmente grave di

conseguenze lo <<scatto>> del fotografo. Bastava premere un dito per fissare un evento per un

periodo illimitato di tempo. L'apparecchio comunicava all'istante uno choc postumo.” tema centrale

rapporto tra la tecnica e i sensi dell'essere umano. Pur volendo parlare di tratti del mondo

contemporaneo parte da Valery, il quale analizza l'isolamento degli esseri umani e la formazione dei

gesti. Le operazioni complesse contengono gesti semplici.

La tecnica è l'elemento fondamentale che porta al venir meno dell'esperienza.

Il primo senso preso in considerazione è quello tattile, poi le esperienze ottiche, la tecnica rimodula

i sensi, ciò è chiaro anche nel cinema.

Pag. 111 “Per Marx (…) nel rapporto con la macchina gli operai apprendono a coordinare <<i loro


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Docente: Vinci Paolo
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nunziafabrizio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia pratica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Vinci Paolo.

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