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Flusso di cassa netto: è la componente monetaria del reddito netto che si trasferisce realmente sotto forma

di dividendi Lezione del 5/10/2016

Il rendiconto finanziario non mira a determinare il flusso di cassa atteso per i dividendi, ma mira più

banalmente a capire quali aree della gestione aziendale hanno utilizzato risorse e quali le hanno liberate.

Finanziariamente tra EBIT e EBITDA non vi è differenza, detto ciò solitamente i flussi di cassa si costruiscono

partendo dall’EBITDA.

L’EBITDA si ricava direttamente dal conto economico dell’anno preso in considerazione poiché è un dato

puntuale, mentre per le variazioni patrimoniali si deve confrontare il dato preso con quello dell’anno

precedente.

Gli investimenti in asset hanno un legame diretto con l’EBITDA poiché gli asset sono necessari alla produzione

dei prodotti che genereranno i ricavi. La seconda voce del rendiconto è appunto la variazione della Capex

che va sottratta o aggiunta all’EBITDA a seconda del segno assunto dopo le variazioni di tutti gli asset.

Dopo le variazioni delle Capex si hanno le variazioni dei crediti e debiti strettamente commerciali, che

costituiscono la Variazione del Trade Working Capital. Al Trade Working capital si vanno a sommare le

variazioni delle rimanenze e dei crediti e debiti funzionali costituendo così la variazione del NET WORKING

CAPITAL.

Dopodiché, se nel corso dell’esercizio si è verificato l’evento per cui si è costituito il fondo, è necessario

iscrivere la variazione del fondo, che deve essere pari all’importo esborsato o 0 nel caso in cui non si è

verificato l’evento

Avendo svolto tutte le operazioni sopradescritte si arriva al FREE CASH FLOW FROM OPERATION, o flusso di

cassa operativo che non coincide né con l’EBIT né con l’EBITDA.

Al di sotto del FCFO si trova la variazione del capitale sociale, che può variare solo a pagamento, che va a

variare l’Equity.

Dopo la variazione dell’Equity si trovano tutte le variazioni della cassa dei debiti e crediti finanziari che

costituisce la variazione della PFN.

Al di sotto della variazione della PFN c’è la variazione de fondo TFR se questo durante l’esercizio è stato

utilizzato.

Dopodiché si trovano le variazioni finanziarie dovute alla gestione non caratteristica dell’azienda e le imposte

arrivando così al FREE CASH FLOW TO EQUITY (FCFE) che deve essere uguale al dividendo.

Jacopo Pagliaccia

ESERCIZIO DINAMICA ECONOMICA PATRIMONIALE E FIANAZIARIA

TABELLA DATI INPUT DINAMICA ECONOMICA

CONTI 2015 2016 CONTI 2015 2016

Ricavo Operativo 200000 25000 Ricavo Operativo 20000 25000

Macchinario A (valore netto) 15000 14500 (materie prime) -5000 -7000

Costi per materie prime 5000 7000 (costi per servizi) -1500 -1700

Fondo TFR 1500 1700 (Salari e stipendi -4500 -5000

Costi per servizi 1500 1700 (altri costi operativi) -500 -900

Debiti v/fornitori 1400 1920 EBITDA 8500 10400

Salari e stipendi 4500 5000 (ammortamenti) -500 -500

Accantonamento fondo

Altri crediti funzionali 1200 1000 TFR -200 -200

Altri debiti funzionali 300 150 EBIT 7800 9700

Altri costi operativi 500 900 (oneri finanziari) -1000 -1200

Riserve 3000 4000 EBT 6800 8500

Ammortamenti 500 500 (Imposte) -600 -700

Debiti v/Banche 2100 350 Reddito Netto 6200 7800

Accantonamento fondo TFR 200 200

Capitale sociale 10000 10000

Crediti v/clienti 8000 10000

Oneri finanziari 1000 1200

Disponibilità liquide 300 420

Imposte di esercizio 600 700

DINAMICA PATRIMONIALE DINAMICA FINANZIARIA

CONTI 2015 2016 2016

Macchinari 15000 14500 EBITDA 10400

CAPEX 15000 14500 Variazione macchinari 0

Crediti v/clienti 8000 10000 Variazione CAPEX 0

(Debiti v/fornitori) -1400 -1920 Variazione crediti comm. -2000

TRADE WORKING CAPITAL 6600 8080 Variazione debiti comm. 520

Altri crediti funzionali 1200 1000 Variazione TWC -1480

(Altri debiti funzionali) -300 -150 Variazione crediti funz. 200

NET WORKING CAPITAL 7500 8930 Variazione debiti funz. -150

(Fondo TFR) -1500 -1700 Variazione NWC -1430

TOT IMPIEGHI 21000 21730 Utilizzo fondo TFR 0

Capitale Sociale 10000 10000 Variazione Fondi 0

Riserve 3000 4000 FCFO 8970

Reddito netto 6200 7800 Variazione capitale sociale 0

EQUITY 19200 21800 Variazione Equity 0

Debito V/banche 2100 350 Variazione debiti bancari -1750

(disponibilità liquide) -300 -420 Variazione disponibilità liquide -120

PFN 1800 -70 Variazione PNF -1870

TOT FONTI 21000 21730 Oneri finanziari -1200

Imposte -700

FCFE 5200

Jacopo Pagliaccia Lezione del 12/10/2016

Finora si sono analizzate le due fonti principali di capitale ovvero l’Equity e il capitale Debito, arrivando alla

conclusione che:

D K ≡ on. Fin

D In questo caso la dinamica finanziaria coincide con la dinamica Economica

E K

E CAPEX

Ricavi DINAMICA

ECONOMICA NWC

EBITDA DINAMICA FCFO DINAMICA

(Fondi)

EBIT FCFE FINANZIARIA

Tot

EBT PATRIMONIALE

impieghi

RN EQUITY

PFN

Tot fonti

Nelle analisi di bilancio svolte dagli analisti internazionali si tiene conto prevalentemente della dinamica

finanziaria, poiché la dinamica economica e quella patrimoniale fanno parte della “tradizione” contabile e

ragionieristica italiana e europea. Gli analisti internazionali preferiscono la dinamica finanziaria perché gli

altri due prospetti sono frutto di finzioni contabili in quanto in un’azienda a chiusura dell’esercizio ci sono

dei cicli ancora non conclusi, mentre redigendo il rendiconto, quindi seguendo il denaro, si effettua una

valutazione più oggettiva.

In analisi, nella situazione economica, oltre a presentare i valori assoluti delle grandezze è opportuno

rapportarli ai ricavi così da rendere più agevole l’analisi stessa.

Si supponga che l’EBITDA valga l’80% dei ricavi, ciò vuol dire che la gestione caratteristica dell’azienda libera

risorse pari all’80% dei ricavi. Per tanto si ha molta capacità d’investimento.

Dopodiché si va ad analizzare l’EBIT, poiché la distanza tra EBITDA e EBIT dipende da tre cose:

ammortamenti, accantonamenti a fondo TFR e accantonamenti a fondi rischi. Si immagini che l’EBIT sia il

40% dei ricavi e si assuma che il fondo TFR sia molto basso, vi sono due possibili scenari, uno è quello in cui

l’azienda ha investito molto in Capex e quindi avrà degli ammortamenti sostanziosi, e i flussi di cassa

operativi avranno segno negativo poiché assorbiranno liquidità, l’altro scenario è quello per cui l’azienda ha

accantonato una cospicua quantità di denaro a fondo in previsione di un evento avverso.

Una volta analizzato l’EBIT si passa ad analizzare l’EBT per constare quale tipo di capitali si è utilizzato per

finanziare un’eventuale investimento in Capex, anche qui gli scenari possono essere due, il primo è quello

in cui gli investimenti sono stati effettuati con l’Equity quindi la distanza tra EBIT e EBT sarà molto ridotta (si

assumi che l’EBT sia il 35% dei ricavi) in questo caso il flusso di cassa all’Equity avrà segno negativo così

come il flusso di cassa operativo , l’altro scenario è quello in cui l’investimento in Capex è stato finanziato

con capitale di debito quindi la distanza tra EBIT e EBT sarà molto ampia (si assumi che l’EBT sia il 10% dei

ricavi).

Jacopo Pagliaccia

Si ipotizzi una situazione in cui: 2015 2016

FCFO 10 5

Oneri Fin -3 -8

PFN 5 7

FCFE 12 4

In questo caso nel passaggio dal 2015 al 2016 il FCFO si contrae a causa degli investimenti in Capex,

ovviamente finanziati con capitale di debito dato che la PFN si è espansa. L’espansione della PFN, per sua

natura, genera maggiori Oneri finanziari, che devono essere corrisposti a chi ha prestato il denaro. Non

essendo il FCFO sufficiente a garantire la corresponsione degli interessi, si è costretti a indebitarsi

ulteriormente per pagare i dividendi e gli oneri finanziari, questo ulteriore indebitamento genererà altri

oneri che dovranno essere ripagati con l’indebitamento etc. etc. Questa situazione patologica è chiamata

Spirale del debito o Dissesto di struttura finanziaria. Lezione del 17/10/2016

La Classificazione dei costi

Nella classificazione dei costi bisogna tener sempre conto di caratteri essenziali.

Contabilmente, si sa quando si ha un costo e quando quel costo e di competenza dell’esercizio, quello che

interessa ai fini dell’analisi è come analizzare e gestire il costo.

Si possono utilizzare diverse classificazioni di costo, in ragione del loro comportamento ovvero a seconda di

come quei costi si comportano si possono classificare in diversi modi.

Una prima tipologia, utile ai fini dell’analisi, e quella di classificazione dei costi in ragione del volume di

attività.

NB: i tipi di classificazione dei costi si distinguono dal tipo driver utilizzato per la classificazione (in questo

caso è rappresentato dal volume di attività).

Per volume di attività si possono intendere: o le merci vendute o le merci prodotte, la differenza tra le due

quantità rappresenta le rimanenze, se invece la differenza è zero allora la quantità prodotta coincide con la

quantità venduta. R = P * Q

t u ricavo totale

C = C * Q

t u costo totale

Nel Budget si è soliti partire dalla quantità attesa da vendere perché si regola la produzione dell’anno

successivo sull’analisi della domanda di mercato e sull’andamento delle vendite dell’anno precedente.

Pertanto le quantità da produrre sono effetto delle quantità che si attendono di vendere più l’andamento

delle giacenze e scorte che si vogliono avere.

Jacopo Pagliaccia

Quando si detengono grandi quantità di rimanenze, possono essere intese in termini analitici come

immobilizzazioni, considerabili come investimenti, da qui le rimanenze prendono il nome di scorta stabile

poiché quel volume di rimanenze viene immobilizzata e rimane strutturalmente all’interno del magazzino.

Per tanto il magazzino si divide nella parte che si iscrive nella Capex [parte non rotante in termini di valore]

e la parte che si iscrive nel circolante.

Il Costo Fisso e il Costo Variabile sono le grandezze più importanti in analisi poiché tutti i costi aziendali si

dividono in queste due tipologie di costo.

Costo Variabile: Per costo variabile si intende quel costo che dipende strettamente dalla quantità prodotta,

infatti al variare del volume di produzione variano anche i costi variabili.

Q La distanza tra le due curve

indica il margine di

contribuzione dei ricavi alla

copertura dei costi fissi.

(P -C )*Q

u Vu

R P Q*C Q

t u v

C R -C

vt t Vt

CF T 1

R, C Margine contribuzione 0

Margine contribuzione 1

CF Q

Il secondo grafico indica due situazioni, uno in cui il margine di contribuzione è totalmente al di sopra dei

costi fissi e quindi si realizzerà un profitto, nel secondo grafico alcune porzioni della curva si trovano al di

sotto della curva dei costi fissi pertanto si avrà una perdita

Nel lungo periodo i costi fissi non saranno mai una costante poiché sono soggetti a variazioni.

Jacopo Pagliaccia

La distinzione tra costo fisso e costo variabile avviene esclusivamente all’interno di un determinato arco

temporale e su una certa capacità produttiva, che per definizione è limitata.

La distanza tra costo fisso, che è un flat nella capacità produttiva limitata, e costo variabile, che si muove

secondo l’andamento del ricavo totale, rappresenta il rischio.

Se il margine di contribuzione è più alto dei costi fissi si ha profitto. [margine contribuzione 0]

Se il margine di contribuzione è più basso dei costi fissi si ha perdita. [margine contribuzione 1]

Lezione del 18/10/2016

Per costo fisso s’intende quel costo che non varia rispetto alla quantità prodotta.

I costi fissi fanno riferimento a una serie di scelte aziendale che hanno effetti di lungo periodo, e nella

maggior parte dei casi determinano qual è la capacità di produzione in termini di tecnici in riferimento agli

ammortamenti, sia in termini di costi per il personale.

Dal punto di vista analitico è preferibile un’azienda con un margine di contribuzione più basso, nel caso in

cui l’azienda operi in un mercato volatile, mentre è preferibile un’azienda con margine di contribuzione più

alto in caso di operatività in mercati stabili.

Un’azienda con margine di contribuzione più basso tende a marginalizzare di meno, in quanto

caratterizzata da un elevato volume di costi variabili, al contrario l’azienda con margine di contribuzione più

altro tende a marginalizzare di più poiché caratterizzata da una presenza di costi fissi maggiore.

I costi fissi si dividono in:

Costi impegnati o di capacità: sono quei costi fissi che si caratterizzano dal fatto che dispiegano gli effetti in

un tempo medio lungo e misurano la capacità di produzione. Un esempio di costo fisso impegnato è

l’espansione della Capex. Un aumento della Capex, se non sfruttato, genera inevitabilmente altri costi, tali

costi vengono definiti come costi per capacità inespressa.

Costi Discrezionali: sono costi fissi che sono soggetti alle decisioni che hanno effetto nel breve periodo. Ad

esempio una campagna pubblicitaria è un costo discrezionale perché è a discrezione del manager

effettuarla o meno, in più (si immagini che la campagna duri per un intero anno) se il manager non decida

di rinnovarla il costo di quest’ultima si annulla.

I costi variabili si dividono in:

Costi di produzione variabili: sono quei costi che attengono alla produzione in senso stretto ad esempio le

materie prime.

Costi commerciali variabili: sono quei costi variabili che attengono a incentivi, provvigioni, sconti e il costo

del trasporti.

L’elemento che rende diversa la natura dei costi variabili è che i costi di produzione variabili fanno

riferimento alla quantità prodotta, mentre i costi commerciali variabili fanno riferimento alla quantità

venduta. Le due quantità coincidono solo nel caso di rimanenze uguali a zero.

Un altro di costo di produzione particolare è la MOD (manodopera diretta), per manodopera diretta

s’intende quel costo di produzione variabile che insiste solo sulla produzione (in Italia non vale questo

discorso a causa della legislazione in materia di lavoro dipendente) tutto il personale restante non definibile

come MOD è considerato costo fisso per l’azienda.

Jacopo Pagliaccia Lezione del 19/10/2016

Costo semi-variabile: è un costo che ha una parte interna di costo fisso e una parte variabile, ovvero una

parte del costo non varia al variare del volume di output [parte fissa] mentre l’altra varia al variare della

produzione [parte variabile].

C CSV COSTO SEMI-VARIABILE

CV CF

Q

Costo a gradino: indica quant’è il costo per stock di materie prime, cioè, l’ampiezza del gradino indica il

livello di produzione che si può effettuare con uno stock mentre l’altezza rappresenta l’aumento del costo

per uno stock di materie prime in più. In questo caso se si indicano le materie prime non più come unità

singole, ma come unità di stock si può ottenere, approssimando a 1 gli stock, una retta che esemplifica

l’analisi. La curva a gradini indica il costo

degli stock presi singolarmente,

mentre la retta indica il costo degli

C stock come unità

Q

Jacopo Pagliaccia

Costi vischiosi: sono dei costi varibili che si riducono in maniera meno che proporzionale dei ricavi.

All’aumentare dei ricavi i costi vischiosi aumentano proporzionalmente mentre al diminuire dei ricavi

decrescono meno che proporzionalmente. Ad esempio se i aumentano di 10 i costi vischiosi aumentano di

10, ma se ricavi si riducono di 10 i costi vischiosi si ridurrebbero di 8.

R C Q

Finora si è ipotizzata una linearità nell’incremento/decremento di costi variabili e quantità, ma nella realtà

operativa non sempre è così, quindi bisogna determinare cosa succede alla curva [curva in blu nel grafico]

nel momento in cui cambia inclinazione, tecnicamente accade che sta aumentando il margine dei ricavi e di

conseguenza il margine di contribuzione complessivo, per il semplice fatto che il costo variabile unitario è

diminuito. CURVA ARANCIONE: COSTI FISSI

CURVA VERDE: COSTI VARIABILI PROPORZIONALI

CURVA BLU: COSTI VARIABILI NON PROPORZIONALI

C Q

Jacopo Pagliaccia

Nel caso di costi variabili lineari:

C = C *Q in questo caso all’aumento della quantità il costo variabile totale aumenta a parità di

vt Vu

costo variabile unitario.

MC = P - C = K in questo caso il margine di contribuzione unitario rimane costante dato che non

u u Vu

varia il costo variabile unitario.

MC = (P - C )*Q = K in questo caso il margine di contribuzione totale rimane costante dato che

t u Vu

non varia il costo variabile unitario.

Nel caso di costi variabili non lineari:

C = ∆C *Q in questo caso c’è una compensazione di variazione dato che il costo variabile

vt Vu

scende e la quantità prodotta aumenta.

MC = P - C = in questo caso il margine di contribuzione unitario aumenta dato che il costo

u u Vu

variabile unitario diminuisce.

MC = (P - C )*Q = K in questo caso il margine di contribuzione totale aumenta dato che il costo

t u Vu

variabile unitario diminuisce.

Per completare la tabella in ottica prospettiva sulla base di una serie storica ci si avvale di strumenti

statistici come la regressione lineare, che permette di stimare i dati sulla base di quelli degli anni

precedenti, effettuate le stime si procede a valutare se quest’ultime sono attendibili o meno grazie ad un

2

altro strumento statistico ovvero il coefficiente di determinazione o R che può assumere valori compresi

tra 0 e 1, dove se tende a 0 la stima non è puntuale, mentre se si avvicina a 1 le stime saranno attendibili.

t Q Rtot

2010 10 100

2011 13 120

2012 15 125

2013 16 130

2014 8 96

2015 10 100

2016 Determinazione tramite

Regressione Lineare

Quanto detto in precedenza riguardo alla stima dei dati attraverso la regressione lineare vale solo se il

modello dei costi è lineare, poiché nel caso in cui si hanno costi non lineari la regressione commette degli

errori che non permettono di ottenere stime puntuali.

Jacopo Pagliaccia

Come si studia il grafico di Break Even Point nel caso in cui le curve non sono lineari?

R C Q* Q

Per trovare il punto di Break Even Point in caso di non linearità è necessario imporre uguaglianza tra la

funzione dei ricavi e la funzione dei costi, mettere a sistema e trovare il punto di intersezione.

Lezione del 24/10/2016

Il costo fisso totale non varia al variare del volume delle quantità ma, il costo fisso unitario varia rispetto

alle quantità poiché si ottiene:


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in amministrazione delle aziende
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher jacopopagliaccia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Contabilità direzionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof De Luca Pasquale.

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