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Il pensiero di Baumann sull'enigma multiculturale

Secondo Baumann, l'enigma multiculturale si fonda sulla frequente riproposizione di tre identità culturali – rispettivamente, nazionale, etnica e religiosa – fra loro conflittuali e inegualitarie, in quanto concepite in termini reificanti ed essenzialisti. La soluzione dell'enigma va dunque ricercata non tanto nella moltiplicazione del concetto essenzialista di cultura per un numero maggiore di gruppi considerati, quanto piuttosto nella ricerca di un concetto nuovo – dialogico, plurale, processuale, discorsivo – di cultura. Soltanto su tali basi sarà possibile, secondo Baumann, sviluppare una ricerca sociale capace di cogliere e analizzare a fondo i processi di convergenza transculturale che oggi caratterizzano la prassi sociale multiculturale.

Ho un sogno. Ma per chi?

Il “sogno” multiculturale, come espresso, ad esempio, dal celebre discorso di Martin Luther King, consiste in una persistente visione di eguaglianza al di là di tutte le differenziazioni culturali. Ma le tre concezioni di diritti che sono state avanzate di volta in volta per la realizzazione del multiculturalismo, in realtà, secondo Baumann, non sono riuscite a tradurre il sogno in realtà. I diritti umani sono i più inclusivi e i più ampi, ma sono anche i meno tutelabili sia all'interno degli stati-nazione sia tra di essi. I diritti civili sono più facili da far valere, ma sono stati poco efficaci nel far superare le diseguaglianze basate su discriminazioni nazionali, etniche e religiose. I diritti delle comunità, espressi politicamente dalle “azioni affermative”, hanno in ultima istanza affermato non la fede universale nei diritti civili, ma la fede delle singole comunità etniche e religiose nel loro diritto a determinare il proprio destino.

Martin Luther King, il leader del Movimento per i diritti civili, voleva eguali diritti basati su diritti civili, cioè sulla premessa di una cittadinanza eguale e individuale. La lotta contro la discriminazione etnica o culturale prese una via del tutto diversa pochi anni dopo l'assassinio di L.K: il Movimento per i diritti civili cedette il suo spirito combattivo al Movimento per la coscienza dei neri. La discriminazione non era più una questione di diritti civili individuali, ma di diritti collettivi, cioè attribuiti a gruppi, fossero questi reali o immaginati.

Trasformazioni nei diritti

Ciò implicava due trasformazioni:

  • Dei diritti civili, indipendenti dal colore della pelle, dalla cultura, ecc., in diritti etnici.
  • Dei diritti etnici di comunità in diritti religiosi di comunità. Malcolm X e Louis Farrakhan si rivolgevano non ai cittadini americani in quanto tali o ad un gruppo etnico, ma a una nuova nazione emergente, quella dell'Islam, che doveva condurre gli afroamericani fuori dalla falsa nazione americana dei bianchi cristiani oppressori.

Vi sono quindi tre tipi di diritti per cui i multiculturalisti possono lottare, ma si tratta di diritti di tipo diverso:

Diritti civili

Sono pretese giuridicamente tutelabili di un cittadino, cioè, non di una persona in quanto tale, ma di una persona con un particolare status di cittadinanza. Alcuni pensatori del '700 (Locke, Rousseau,...) sostenevano che avere diritti era il risultato di un patto: le persone si uniscono a uno stato e cedono diritti naturali, diventando così cittadini e ottenendo in cambio diritti civili. Vi sono milioni di immigrati illegali negli stati occidentali e milioni di immigrati legali che, nondimeno, non sono cittadini e ai quali sono quindi negati i pieni diritti civili. I diritti civili da soli non costituiscono quindi per tutti il tramite per raggiungere l'eguaglianza. Questo è il motivo per cui, prima in America e poco dopo in Europa, i cittadini insoddisfatti furono costretti a inventare i diritti di comunità.

Diritti di comunità

La lotta per l'eguaglianza si basa, non sul possesso della cittadinanza, ma su una particolare identità di gruppo. Questa identità può essere basata su due criteri principali: l'etnicità o la religione. Data la lunga storia di diseguaglianza e di discriminazione in ogni stato conosciuto, l'applicazione dei diritti civili sembra richiedere un'azione affermativa. Ciò implica che si intraprendano politiche che richiedono sistemi di quote e nella creazione di strutture che sostituiscano la passata discriminazione con un trattamento giusto. Se le iniziative hanno ad oggetto una specifica comunità, tale comunità sarà anche organizzata, mobilitata e si giungerà a concepirla come un corpo sociale con propri particolari diritti. In questo modo, l'azione affermativa viene ad affermare quello che si supponeva che i diritti civili superassero: i confini tra comunità etniche o religiose e il forte senso di identità all'interno di esse.

Le differenze tra questi tipi di diritti non sarebbero così preoccupanti se esistesse qualche forma di diritto “ultimo” a cui tutte e tre le posizioni potessero fare appello. E in effetti una tale “metalogica” dei diritti sembra esistere, ed è nota come “diritti dell'uomo”.

Essi possono essere definiti un'ideologia, ovvero una specie di (non)pensiero autointeressato e visionario. Le vittime della loro violazione vorrebbero che i loro diritti fossero universalmente validi. Tuttavia, le élite statali possono rifiutarli tutte le volte che a loro conviene, e lo fanno sottolineandone la specificità storico-culturale (diritti umani = interferenza straniera, specialmente occidentale, negli affari interno di uno stato).

Un'altra critica sottolinea che i diritti umani non sono universali, e neppure diritti. Essi sono innanzitutto e soprattutto aspirazioni politiche. L'effettività dei diritti umani a livello individuale dipende dal fatto che la persona appartenga o meno al giusto stato nazione. Un diritto non lo si può chiamare tale finché non vale per tutti. I diritti umani possono essere goduti entro i confini degli stati-nazione, e gli stati-nazione li proteggono ancora peggio di quanto garantiscano i diritti civili.

La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite è infatti solo questo: una dichiarazione di nobili intenti, ma certamente giuridicamente non vincolante. L'ideologia dei diritti umani, storicamente e culturalmente si basa sul pensiero mitico, se pur benintenzionato; sul piano giuridico resta soggetto ai poteri delle élite degli stati-nazione. Quasi tutti gli stati europei presentano uno stesso quadro: una costellazione di minoranze svantaggiate che non godono della cittadinanza nazionale e quindi di diritti civili. L'unificazione della Comunità europea ha alleviato alcuni di questi problemi con accordi legali multinazionali che però restano limitati e che non abbracciano le minoranze ancor più svantaggiate che provengono dall'esterno dell'UE. Per rimediare alle disuguaglianze sistematiche, perciò, si cerca di considerare e definire questi non-cittadini come comunità etniche o religiose, invece che come cittadini.

Spesso sembra politicamente conveniente, sia per le maggioranze sia per le minoranze, oscillare tra differenti logiche. Ex sovrapposizione diritti civili e diritti comunità religiose. In Olanda: nel corso del tempo i cittadini olandesi si sono abituati all'idea che essi interagivano con le loro città e col loro stato sulla base delle loro identità religiose. Durante gli anni dell'industrializzazione e della costruzione della nazione però l'élite statale dei Paesi bassi operò come una sorta di trust bank per tre comunità religiose: i cattolici, i protestanti ortodossi e tutti gli altri, che dovevano organizzarsi come se fossero una comunità religiosa. Tutto ciò ha effetti sul presente: l'Islam è visto dai cittadini come il problema multiculturale e la maggior parte dei conservatori lo vedono come una minaccia per i valori olandesi.

La Gran Bretagna è unica rispetto agli altri stati occidentali in quanto quasi tutti i suoi cittadini appartenenti a minoranze godono dello status di cittadinanza e quindi condividono gli stessi diritti civili. Essa è tuttavia l'opposto di uno stato moderno che si suppone sia cieco di fronte al colore, alla cultura o alla religione, e quindi secolare (parlamento mussulmano > no rappresentanza a Westminster?; black section nel Partito laburista > versione bianca e non bianca della democrazia sociale?).

Questa strategia di confusione è popolare e politicamente utile. Promette a ognuno di avere il meglio di tutti e tre i mondi, il civile, l'etnico e quello religioso; ma come tutte le menzogne politiche, essa è molto più utile a coloro che hanno già potere.

Dal sogno al significato: il triangolo multiculturale

Oggi noi dobbiamo scegliere chi deve partecipare al sogno dell'eguaglianza. Le scelte sono fondamentali, perché le tre logiche di eguaglianza si escludono a vicenda. Questo non significa che vi sia una sola via giusta, ma bisogna riconoscere le scelte e distinguere tra esse, così da tradurre il sogno multiculturale in un processo di pensiero multiculturale.

Il “triangolo” multiculturale si compone di tre elementi: lo stato-nazione, l'etnia, la religione. Il centro enigmatico del triangolo è rappresentato da una duplice concezione della cultura, che muta il significato dei tre fattori: da un lato la concezione “essenzialista”, che concepisce la cultura come dato naturale, immutabile; dall'altro quella “processuale”, che interpreta la cultura come costruzione discorsiva mutevole e dialettica.

I centri di potere coinvolti nel progetto multiculturale sono tre, formano un triangolo, al cui centro vi è la nostra concezione di cultura. Il primo vertice del triangolo multiculturale è lo stato, in particolare il cosiddetto stato moderno o stato-nazione occidentale. È l'élite che governa lo stato, nonché i suoi media egemonici e la sua cultura civile dominante, che determina le opportunità di vita della maggior parte della gente e anche chi è considerato una minoranza e in base a quale interpretazione della differenza (etnica, religiosa, civica, sessuale,...).

Lo stato-nazione occidentale

Lo stato-nazione occidentale è un peculiare amalgama di due filosofie apparentemente inconciliabili: il razionalismo (l’appello allo scopo e all’efficienza come base dell’agire) e il romanticismo (l’appello ai sentimenti come base dell’agire). Da un lato esso viene considerato come la forma ultima in cui modellare il mondo, fondata dalla dottrina della sovranità, la quale sostiene l'espansione economica tramite l'istituzione di un monopolio territoriale sull’uso legittimo della forza fisica; dall’altro è costruito sulla base della visione romantica dell’etnicità: il mondo è abitato da popoli, e ciascuno di essi ha la propria cultura, la cui espressione ultima è la costruzione di uno stato.

Il ruolo dell'etnia

Il secondo polo del multiculturalismo è l'idea che l'appartenenza etnica non sia altro che l'identità culturale. Etnia significa radici (da dove vengo, come mi rende ciò che sono, ovvero l'identità naturale). A prima vista l'idea di etnicità fa appello a un'eredità di sangue, pretende che le identità naturali derivino da essa. Ma ciò che decide la vita degli uomini sono le azioni e gli atteggiamenti che si assumono di fronte alla cultura che si identifica come propria. La genetica può influenzare le nostre sembianze e persino i nostri orizzonti, ma questi possono essere trasformati alla luce dell'esperienza e delle scelte individuali.

Anche i biologi più razzisti non sono riusciti a stabilire alcun legame tra razza o etnicità e caratteristiche intellettuali, comportamenti o preferenze comportamentali. Anche se il comportamento umano fosse determinato dalla genetica, il che non è vero, le differenze genetiche tra gli esseri umani sono di gran lunga troppo piccole per render conto delle differenze culturali conosciute. Ciò che i biologi possono osservare quando studiano queste piccole variazioni non sono i confini tra razze ma piuttosto picchi di distribuzione (=come ciascuno dei differenti fattori genetici mostri un proprio andamento statistico nel continuum della popolazione umana). Poiché essi non convergono, ma si intersecano in punti causali, essi mostrano l'inesistenza di razze umane.

I popoli enfatizzano o ripudiano attributi della loro etnicità. Si può dunque dire che l'etnicità non è un’idata per natura ma un’identificazione creata tramite un’azione sociale.

Il terzo vertice: la religione

Il terzo vertice del triangolo è la religione, per due ragioni. La religione può sembrare un assoluto, ovvero può essere fatta apparire come se determinasse differenze oggettive e immutabili tra le persone. Queste sono spesso considerate fondamentali e scolpite nella pietra da potenze superiori alla volontà e alla storia umana. Dopotutto le religioni si occupano del senso e della moralità della vita (questioni apparentemente assolute). Tuttavia non può esservi una definizione universale di religione perché tale definizione è essa stessa il prodotto di processi discorsivi. Questo sforzo di definire la religione converge con la richiesta liberale del nostro tempo che essa sia tenuta del tutto separata dalla politica, dal diritto ed alla scienza. Queste distinzioni sono ideologiche e non possono essere prese alla lettera come se fossero distinzioni analitiche pure.

Ogni teoria del multiculturalismo deve essere consapevole che è un errore credere che la religione sia una classe di fatti differente da altri fatti sociali. I confini tra religione e il resto del mondo sociale sono confusi, e dipendono da ambizioni politiche, ideologiche e anche accademiche. Pure entro questi confini le religioni mostrano un’enorme gamma di flessibilità e di cambiamento.

Tuttavia la religione ci pone di fronte a linee divisorie apparentemente assolute, e la maggior parte delle persone continua a considerarle scontate. È proprio perché la religione sembra così assoluta che può essere usata come una traduzione per altre forme di conflitto relative. Nelle situazioni complesse di tensione sociale, possiamo spesso riscontrare che i confini etnici, nazionali o migratori si trasformano in confini religiosi. Le persone ridefiniscono un conflitto tra identità e interessi nazionali o etnici in una cosiddetta “guerra fra religioni” (ex USA bianchi con Cristianesimo oppressori e neri con Islam liberatore). Le conseguenze di questa traduzione hanno una cosa in comune: esse bloccano il ritorno a un dialogo politico o anche multiculturale: categorizzare un evento come “conflitto religioso” è sempre efficace per innalzare dei muri divisori in un confronto fra persone.

Al centro del triangolo: la cultura

Al centro del triangolo troviamo la cultura. Ciò che è in gioco in tutti i dibattiti sulla costruzione della nazione, sull’etnicità e sulla differenza religiosa, è invariabilmente l’idea di cultura e ciò che i differenti soggetti che partecipano al dibattito multiculturale credono che essa significhi.

Possiamo distinguere nelle scienze sociali due idee di cultura:

  • Concezione essenzialista. Creata da Herder e poi perfezionata da Boas, concepisce la cultura come l’eredità collettive di un gruppo, cioè come un catalogo di idee e pratiche che modellano sia la vita collettiva e individuale sia i pensieri dei singoli membri. La cultura appare quindi come uno stampo che plasma la vita. Questa concezione è plausibile in quanto nessuno negherà che la cultura sia un’eredità fatta di regole e norme che stabilisce la differenza fra giusto e sbagliato, tra Noi e Loro; e che ogni collettivo culturale mostra una certa stabilità di tratti, gusti e pratiche che i suoi membri hanno imparato a coltivare. Tuttavia si rivela assurda in quanto non è definibile con certezza chi coltivi la cultura: la cultura fa l’uomo, ma sono gli uomini che fanno la cultura.
  • Concezione processuale. La cultura è una jam session storicamente improvvisata, esiste solo nell’atto di essere eseguita, non può mai fermarsi o ripetersi senza un cambiamento del suo significato.

Lo stato-nazione: postetnico o pseudotribù?

Perché gli stati-nazione non sono etnicamente neutrali. Il concetto di stato-nazione multiculturale rappresenta una contraddizione in termini. Per quanto tenda a proporsi come soluzione politica postetnica, presentandosi come dispensatore di uguali servizi indipendentemente dall’etnia, lo stato-nazione si fonda su un’ideologia, il nazionalismo, che costituisce sempre l’espressione di una o poche categorie etniche privilegiate al suo interno. Nella concezione etnico-linguistica del nazionalismo, lo stesso stato-nazione si legittima come ethnos, favorendo così il secessionismo delle etnie marginalizzate e firmando, implicitamente, la propria disgregazione.

La parola composta stato-nazione combina nazione, un’idea rassicurante e calda, con la realtà distante e fredda dello stato. Usando la parola stato intendiamo una forma di governo centralizzata, che mantiene o pretende una sovranità territoriale, un monopolio della forza coercitiva in quel territorio e che forma un sistema di appartenenza basato sulla cittadinanza individuale. La nostra lealtà e la nostra accettanza delle leggi dipende da tale monopolio territoriale della forza coercitiva. La nazionalità, che è riconosciuta o negata da ciascuno stato in base alle sue norme, consente a una persona di avere un passaporto che può dare diritto alla cittadinanza, che però è sempre selettiva: non tutti possono averla.

Una nazione è composta da uno o più gruppi etnici i cui membri credono di “possedere” uno stato, che credono cioè di avere una speciale responsabilità. Sin dalla nascita dei moderni stati-nazione (1500 ca) essi dovettero superare i confini etnici tra i loro membri.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher xxxchrystellexxx di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Comunicazione interculturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Perrotta Domenico.
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