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Cattive notizie

Vittorio Roidi

Parte prima - Quale giornalismo

Il cronista, il reporter

Giornalismo può avere varie accezioni. Quella qui intesa è la professione di raccontare ciò che accade; cronaca dunque, prima che commento. Entrambe sono forme lecite, ma spesso si tralascia come la prima sia perfino più delicata della seconda. Innanzitutto è necessario informare in maniera corretta; solo così ci si potrà formare una propria opinione ed eventualmente accogliere quella altrui.

Negli ultimi anni il settore della cronaca è stato sottovalutato e penalizzato, con un aumento di altre figure redazionali. Tutto si può fare dalla propria scrivania, tramite Internet e le agenzie. A che serve pagare qualcuno? In un certo senso la conseguenza è stata una generale incapacità di svolgere bene la professione, sia dal punto di vista etico, sia di completezza dell'informazione fornita (dov'è finita la regola delle 5W?).

Le forme di giornalismo oggi sono tante, declinate sulle varie forme di multimedialità. Ma dal momento che la loro finalità è la stessa, non ha senso considerarle in maniera diversa.

Etica, il primo fu Aristotele

La libertà di espressione è un diritto fondamentale di ciascuno ed è naturalmente alla base della possibilità di fare informazione. Nonostante sia un diritto naturale, il suo rispetto non è scontato. Non si tratta però di una libertà assoluta, ma declinata in funzione della libertà degli altri individui. L'interesse collettivo e il rispetto dell'onore e della privacy individuale possono limitarsi a vicenda, il che crea una situazione complessa dal punto di vista della coscienza.

L'attività del giornalista non deve guardare in faccia a nessuno e deve avere come solo padrone il cittadino. Ma esistono delle regole, riconducibili appunto al concetto di 'etica'. Etica è il dover essere (Aristotele), inteso come valori alla base dell'agire o come insieme di regole per un corretto svolgimento dell'azione; in questo secondo caso si preferisce il termine deontologia (coniato da Bentham).

L'etica, così come l'idea stessa della professione, non sono concetti immutabili ma si adeguano al luogo e al tempo. Il giornalismo non è stato sempre visto di buon occhio, anzi è stato spesso considerato come un surrogato della letteratura o come una forma di superficialità intellettuale. Recentemente è stato inteso invece come una mera fotografia della realtà. Ma la questione è più complessa. Il giornalista registra gli eventi, ma è capace di vedere là dove gli altri non vedono; gode di una posizione privilegiata che gli permette di accedere alla complessità della realtà e di renderla disponibile a tutti. Il giornalista è anche un gatekeeper, che nel mare di informazioni seleziona solo quelle che meritano attenzione. Nella sua professione convergono diverse finalità (Papuzzi):

  • Informare i lettori perché prendano coscientemente parte della società.
  • Rappresentare la linea politica del giornale.
  • Lavorare per il successo del giornale come prodotto editoriale e commerciale.
  • Lavorare per la propria realizzazione professionale.

L'una non può prevalere a discapito delle altre.

Il giornalista inoltre non usa materiale preconfezionato ma è autore della notizia e in quanto tale responsabile di pressioni ed eventuali manipolazioni della realtà. L'interesse pubblico all'esatta conoscenza dei fatti dovrebbe essere la regola basilare della professione, anche se talvolta gli editori se ne dimenticano. La responsabilità sociale ha spesso condotto a credere di poter definire il giornalismo come un quarto potere (Burke) da affiancare a quello giudiziario, esecutivo e legislativo teorizzati da Montesquieu. In realtà non è affatto così. Il giornalismo non può essere protagonista in prima persona nella vita dei cittadini, non come forma di condizionamento dell'opinione pubblica. Non deve affiancarsi ai tre pilastri, ma controllarli. È questo il concetto di watchdog, cane da guardia; giornalismo è soprattutto fairness and accuracy, che ci si occupi di cronaca o di commento (due settori nettamente separati).

Il primo emendamento alla Costituzione americana (1791) vieta ogni limitazione alla libertà di stampa, proclamata come diritto naturale e quindi antecedente a qualunque codice. Analogamente accade nella Dichiarazione francese (1789). Nella Carta di Nizza prima e quindi nella Costituzione europea (2004), oltre a sancire la libertà di espressione, si stabilisce la necessità di un controllo sul corretto operato degli organi di informazione europei (anche se spesso le sollecitazioni istituzionali sono rimaste inascoltate).

Le teorie di Hallin e Mancini hanno individuato tre macro-modelli di giornalismo nel mondo:

  • Sistema nord-atlantico, il più liberale. Lo sviluppo e la diffusione dei mass media è stato precoce e la stampa è neutrale e professionalizzata.
  • Sistema del nord-Europa, con stampa molto diffusa e professionalizzazione e autoregolamentazione forti, ma con interventi statali.
  • Sistema pluralista polarizzato (Europa del sud), con il giornalismo strettamente legato alle forze politiche, forte ingerenza e controllo statale e democrazia che ha generalmente tardato ad affermarsi, a causa dell'aristocrazia terriera, della Chiesa cattolica e dello stato assolutista.

Fin dalla sua nascita e dalla sua affermazione come professione, la spinta politica del giornalismo ha prevalso su quella sociale. Spesso infatti la prima finalità era educare le masse a specifici ideali, prima ancora che rispettare l'oggettività dei fatti.

Cane da guardia o da salotto

Il fatto che il giornalismo debba controllare i poteri non è scritto in nessun codice. La stessa definizione della professione non viene esplicitamente formulata fino al '63, con l'istituzione dell'Ordine. Viene stabilito che due sono i fondamenti del lavoro giornalistico: la libertà come diritto e la verità come dovere. L'affermazione della libertà era particolarmente significativa dopo la censura fascista. Lo stesso articolo 21 della Costituzione lo sostiene e, ancora, la legge 47 sulla stampa che la stessa Costituente promulgò, eliminando autorizzazioni e censure. La libertà era l'unico credo dei giornalisti, spesso perdendo di vista anche il rispetto degli altri diritti fondamentali. Dal '96, con la legge sulla privacy, si diventò meno flessibili a riguardo ma l'autocensura continuava ad essere mal vista.

La cronaca nera è stata il cavallo di battaglia del giornalismo italiano almeno fino agli anni di piombo, forse sempre come rivalsa all'atteggiamento fascista. Ma ancora poca attenzione era rivolta al sociale. Nella professione contava soprattutto la capacità narrativa, più che la curiosità, i valori, la voglia di indagare. Gli errori erano previsti e prevedibili e si andava incontro alle sanzioni senza preoccuparsene più di tanto. L'imperativo era raccontare storie dettagliate, anche storie di cui non si poteva appurare la totale verità.

Con Tangentopoli (ma già con gli orrori degli anni '70) si avverte l'esigenza di cambiare registro e punti di riferimento. Era necessario rendere trasparente l'operato dei governanti, controllarli. Questo fu possibile grazie all'affermarsi di una cultura progressista, di partiti di sinistra, grazie alla fine delle ideologie e al ciclone giudiziario di Mani Pulite. Nacquero nuovi giornali e altri si trasformarono; grazie anche alle nuove tecnologie l'informazione diventava più ricca. Il modello del cane da guardia iniziò ad arrivare anche in Italia, seppur non sempre efficace. Spesso era più un cane da salotto, un giornalismo che distraeva dai problemi più che analizzarli a fondo, puntando sul gossip e sulle vendite.

La politica prima di tutto

La politica è stata spesso all'origine della stessa nascita di giornali, in Italia. L'obiettivo era perseguire una linea che appoggiasse o contrastasse un preciso progetto politico, ancor prima che sociale e/o commerciale.

Quest'impronta è evidente già nei primi fogli e gazzette, e poi durante la Rivoluzione Francese, il Risorgimento, nell'Ottocento... la stampa è sempre stata veicolo di idee e ideali, per lo più liberali, strumento di aggregazione e consenso.

Dopo il primato veneziano delle gazzette (fortemente subalterne al potere di turno), l'Italia si arenò rispetto agli altri Paesi europei, che attraversarono invece fasi di progresso economico e vivacità culturale. In particolare ricordiamo che in Inghilterra nasce il primo vero quotidiano, il Daily Courant (1702), che è anche il primo a preoccuparsi apertamente del problema deontologico.

Tra il Settecento e l'Ottocento le costituzioni dei piccoli stati italiani proclamarono la libertà di pensiero e fiorirono numerosi giornali e riviste, ma con Napoleone furono ripristinate le vecchie restrizioni. Persisteva comunque come finalità fondamentale quella di influenzare il lettore e non semplicemente di informarlo. Il giornalismo era una battaglia di idee. Anche se vi furono intellettuali illustri in questo settore, essi mai furono neutrali; piuttosto si schierarono apertamente (vedi Alberto Frassati). Una visione più commerciale arrivò con l'istituzione delle agenzie di stampa; i pareri su questo nuovo giornale furono discordi. Il modello più sensato, ossia quello di un prodotto che conquistasse il pubblico attraverso accuratezza e credibilità, non ebbe molta fortuna.

Con il fascismo ogni libertà di stampa fu revocata e un suo ripristino si ebbe solo con l'articolo 21 e con la legge stralcio sulla stampa (n.47/1948). C'era molto entusiasmo e nacquero nuovi quotidiani, ma il problema fu che non cambiò la mentalità con cui venivano partoriti. Nuovi titoli, nuovo linguaggio, ma spesso le stesse persone a dirigerli e la stessa attitudine filogovernativa, la stessa linea moderata. Tra i pochi quotidiani di opposizione importanti ricordiamo l'Unità, espressione di un giornalismo militante.

Le cause principali di questo stretto legame con la politica sono di fondo due: il diffuso analfabetismo e la mancata espansione del mercato pubblicitario, che hanno spinto l'editoria non verso il successo commerciale ma verso la ricerca dell'appoggio politico. Faranno la differenza solo i periodici (Europeo, Oggi, L'Espresso, ...).

All'inizio degli anni '80 arrivano i computer nelle redazioni (favoriti dalla legge n.416/1981), ma neppure questa rivoluzione tecnologica riesce a cambiare realmente qualcosa: i mass media sono ancora tutti legati ai partiti. Si afferma tuttavia la cronaca locale, che porterà una ventata di indipendenza all'interno del giornalismo italiano.

La vera svolta arriva però con Repubblica, nel 1976. Preceduta in un certo senso dal Giornale di Montanelli nel '74, essa propone un atteggiamento nuovo rispetto alla politica, volendone svelare i retroscena, spiegarla ai cittadini. Di ispirazione progressista ma sempre molto critica anche nei confronti della stessa sinistra, il successo del giornale di Scalfari spinge anche il Corriere ad uscire dalla sua cerchia liberalconservatrice. Spesso Repubblica è stata accusata - per il suo piglio politico - di essere un giornale-partito. In realtà si tratta di un quotidiano dalla linea editoriale chiara e ricca, che ha conquistato credibilità presso il pubblico grazie alla sua professionalità.

Repubblica e Corriere proponevano negli anni '90 modelli diversi, il primo lasciando molto spazio alle opinioni, il secondo inseguendo la formula omnibus di Longanesi. Si può dire che il Corriere sia stato tradizionalmente più “neutrale” (anche se siamo lontani dall'idea anglosassone di fatti separati dai commenti), ma non sono mancate negli anni aperte prese di posizione contro i governi, dall'anti-giolittiano, interventista Albertini ad oggi. Contemporaneamente andò affermandosi anche la Stampa della famiglia Agnelli, pur non discostandosi molto dall'atteggiamento moderato e di difesa delle istituzioni.

Il problema dell'etica nel caso di giornali che appoggiano partiti politici è molto rilevante. Schierarsi è lecito? È opportuno? Qual è la soglia tra il fare giornalismo e il sostituirsi ai partiti? Molto spesso i quotidiani pubblicano argomenti inerenti alla politica che sono di nessun interesse per il lettore, ma rappresentano un'informazione compiacente per i dirigenti. Tuttavia la stessa classe politica manifesta insofferenza verso la situazione della stampa italiana. Questo spesso accade perché i giornalisti vanno alla ricerca di retroscena e scheletri nell'armadio, come è successo con Berlusconi e Biagi, Luttazzi, Santoro. Ma cercare di limitare questo vorrebbe dire mettere un freno alla libertà di espressione, di cui errori ed eccessi possono essere una conseguenza. L'asprezza dei toni e la faziosità nei dibattiti si rispecchiano sia nella politica, sia nei media. È difficile capire chi influenzi cosa. Di certo la politica e l'informazione in Italia sono inscindibili. È evidente anche negli ultimi anni, quando sono nati giornali come il Foglio o il Riformista con un chiaro intento politico prima che commerciale; ed è evidente osservando le vicende RAI, prima e dopo la riforma del '75. Alla RAI la faziosità è stata ammessa per legge e il pluralismo è dato dalla somma delle diverse voci; nessuna, singolarmente, si sforza di essere al di sopra delle parti.

L'obiettività

Si tratta di una polemica da sempre aperta ma al tempo stesso irrisolvibile. Non può esserci obiettività totale, ma si deve combattere la faziosità perché nemica di una buona informazione. I media da sempre si trovano al centro del dibattito e in alcuni periodi hanno rappresentato un grosso problema. Con l'arrivo in politica di Berlusconi, proprietario di un impero editoriale che diventa Presidente del Consiglio, il problema del conflitto d'interessi turba numerosi giornalisti. È per questo che si diffuse un nuovo atteggiamento, più aggressivo e finalizzato a mettere in luce le verità nascoste dal governo. Naturalmente il panorama editoriale si divise tra giornali indipendenti e/o di opposizione e giornali compiacenti. È la stessa introduzione del maggioritario che spinge le testate a schierarsi apertamente, con una conseguente perdita di credibilità da parte del pubblico, che cerca chi tuteli i suoi interessi. La linea del giornale dipende innanzitutto dal suo editore. Fu questo che spinse Ottone a dimettersi dalla direzione del Corriere nel 1977 e Rizzoli a cercare il suo sostituto in una rosa di candidati gradita ai partiti, situazione scandalosa denunciata da Scalfari. La credibilità del Corriere fu nuovamente messa in pericolo con lo scandalo P2 durante la direzione di Licio Gelli.

Ma la vera questione etica per la stampa italiana si pose negli anni del terrorismo. Dal sequestro Moro agli anni '80 le redazioni s'interrogarono sull'opportunità o meno di dare risalto (facendo così propaganda) alle azioni terroristiche delle BR sulle pagine dei propri giornali. La libertà di informare entrava in conflitto con la difesa della democrazia? Alcuni - tra cui MacLuhan - proposero il blackout informativo, ma i giornalisti non accettarono. Questi eventi rappresentano dei punti di svolta della professione, momenti di crescita in cui il giornalista sente su di sé la pressione e la responsabilità dei cittadini e si trova a combattere vere e proprie battaglie di coscienza.

Il direttore, la linea, il contratto

In un giornale è naturalmente il proprietario-editore a scegliere la linea politica. È poi il direttore a fare da tramite tra questi e la redazione. Se i redattori non sono d'accordo possono dimettersi (il che succede molto raramente in Italia), ma non hanno alcun potere sulle nomine dei dirigenti. L'accordo tra editore e direttore viene infatti esposto da quest'ultimo durante un'assemblea di redazione, cui segue un voto di gradimento - non vincolante ma comunque importante perché il direttore capisca il clima che la sua presenza crea nella redazione, potendo decidere così di rinunciare all'incarico (...il che succede molto raramente in Italia).

Nelle comunicazioni ufficiali sul cambio di direzione non si accenna mai all'aspetto politico, nonostante sia spesso alla base di questo tipo di scelte. Infatti l'atteggiamento della testata cambia, anche notevolmente. L'art. 6 del contratto affida al direttore poteri importanti, ma non assoluti. Egli impartisce le direttive politiche, stabilisce le mansioni del giornalista, si occupa del marketing e garantisce l'autonomia della testata. Ma deve sempre e comunque rispettare la libertà del redattore che, come autore del proprio prodotto, ha un'insopprimibile libertà. È tuttavia difficile che la redazione influenzi la linea politica del giornale, tranne in casi di proteste generalizzate, e del resto si suppone che - per continuare a lavorare in quell'ambiente - il giornalista condivida o almeno rispetti l'indirizzo scelto. In caso contrario, grazie alla clausola di coscienza, può dimettersi senza conseguenze economiche.

In Italia il direttore ormai difficilmente firma gli editoriali o gli articoli di commento. Non è nostra tradizione neppure l'endorsement, tanto che il fondo di Paolo Mieli in favore di Prodi nel 2006 fece molto scalpore. Alcuni colleghi lo reputarono un gesto lecito e anzi auspicabile, dal momento che le preferenze trapelano inevitabilmente e quindi essere trasparenti è un dovere verso i lettori. In un certo senso quella dichiarazione rappresentò una sfida a mantenere intatta la propria credibilità in futuro. Il rapporto tra direttore e redazione può essere diverso a seconda dei casi. In alcuni egli è molto presente e segue il prodotto durante la sua ideazione e realizzazione, operando anche un controllo a fianco del caporedattore.[continua]

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vipviper di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di TEORIA ETICA E REGOLAMENTAZIONE DEL GIORNALISMO e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Roidi Vittorio.
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