Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

a figure precarie. Ma questo comporta un peggioramento delle prestazioni, proprio quando

invece servirebbe un salto di qualità. In Italia vi sono stati sforzi di miglioramento, ma sono

naufragati in politiche sbagliate. Un grosso scandalo tutto italiano è quello inerente ai

sostegni statali previsti dalla legge n.416/1981. Lʼobiettivo era aiutare le aziende nel

“passaggio” alle nuove tecnologie elettroniche, nella sopravvivenza dei giornali politici,

favorire le cooperative. In realtà quei fondi sono finiti nelle casse di grandi giornali come il

Corriere, di magazine come quello dei programmi Sky o di cooperative inesistenti nate per

truffare lo stato; ma soprattutto sono finite nelle tasche degli editori e non dei redattori.

Il vero problema etico è costituito dalla pubblicità, linfa di ogni bilancio. Per quanto vi siano

dal 1988 accordi e regole precise, è chiaro che non sono sufficienti. La differenza tra

promozione di prodotti o iniziative e informazione è spesso troppo labile; gli spazi destinati

alle notizie vengono compressi in favore dei box pubblicitari; la credibilità ne esce minata.

Si pensi infine alla pratica sempre più abituale di allegare al giornale gadget di ogni tipo:

una strategia di marketing piuttosto aggressiva e in fin dei conti anche funzionale, ma che

snatura lʼessenza della testata, accentuando lʼaspetto commerciale e di intrattenimento.

Diversi sono i fascicoli allegati settimanalmente, che in alcuni casi raggiungono anche

buoni livelli qualitativi arricchendo lʼofferta e, al contempo, offrono nuovi spazi per gli

sponsor.

1.8 La legge del 1963

LʼOrdine e lʼAlbo dei giornalisti vengono formalmente istituiti nel 1928. Lʼobiettivo era

irregimentare la categoria, controllare coloro che praticavano la professione, che

dovevano essere preventivamente autorizzati da una commissione di 5 membri interna al

Ministero della Giustizia in base alla “buona condotta”.

Queste finalità naturalmente cambiano dopo la guerra. La Costituente approva una legge

sulla stampa, la n.47/1948, anche se il vero dibattito sullʼOrdine interesserà la Federazione

nazionale della stampa solo qualche anno dopo. Einaudi riteneva lʼistituzione dellʼAlbo

immorale e antidemocratica: la professione doveva essere aperta a tutti e lʼOrdine aveva

senso di esistere solo se facoltativo. Ma il Parlamento non sposò questa tesi, ritenendo

anzi che un istituto di autogoverno, con organi di rappresentanza, potesse tutelare

lʼautonomia della categoria e garantirne la corretta formazione professionale. Il ruolo

dellʼOrdine è importante anche relativamente alle pressioni che i giornalisti possono subire

dagli editori. Forte sostenitore di questo, nonché primo presidente dellʼOrdine, fu lʼallora

segretario della DC Guido Gonella. Le previsioni di Einaudi non si sono avverate. Il

coraggio e lʼindipendenza dei giornalisti dipendono dai singoli individui e le strutture

preposte dallʼOrdine non limitano la libertà intellettuale (si confronti lʼart. 2 della legge), ma

indicano dei comportamenti corretti da seguire. Lʼeventuale contraddizione con lʼarticolo

21 non è mai stata appoggiata da alcuna sentenza della Corte Costituzionale, che anzi nel

ʼ68 ha ritenuto importante per la collettività lʼesistenza di una simile istituzione.

Per quanto valido nei principi, non sempre lʼOrdine è riuscito ad essere coerente con la

sua missione. Soprattutto oggi ci si ritrova in una situazione difficile, con un grandissimo

numero di iscritti e un organismo non più in grado di rispondere alle proprie finalità. Cʼè

bisogno di un rimodernamento.

Lʼordinamento italiano rappresenta unʼeccezione. A parte pochi altri Paesi nel mondo,

generalmente non è prevista alcuna forma di autogoverno. Nelle sue concrete

contraddizioni, il modello italiano è stato guardato con interesse come soluzione al

problema dellʼautonomia dei giornalisti dai poteri forti (lʼOrdine tutela naturalmente

lʼinteresse della collettività innanzitutto, non quello del singolo giornalista, a differenza dei

sindacati). Così nel ʼ93 il Consiglio dʼEuropa ha suggerito la creazione di forme di

autocontrollo per il rispetto delle norme deontologiche e del diritto di rettifica.

1.9 La giustizia e la gogna

Il principale errore in cui si incorre nella professione giornalistica è la diffamazione, ossia la

violazione della reputazione che avviene in atto pubblico. Il giornalista rischia la multa e/o

il carcere, ma può trovare una giustificazione nel diritto di cronaca purché si realizzino 3

condizioni:

- lʼutilità sociale, cioè lʼinteresse della collettività a conoscere quellʼevento;

- la verità del fatto, anche solo putativa (si deve ritenere che sia stato fatto tutto il possibile

per accertarla, quindi che il giornalista fosse in buona fede);

- lʼuso di un linguaggio non ingiurioso (forma civile).

Naturalmente la valutazione di queste condizioni è in qualche modo soggettiva, ma lʼultima

parola spetta al giudice.

Si tratta di un problema molto delicato. Da un lato il pubblico ha il diritto di essere

informato su ciò che accade senza dover attendere la fine dellʼindagine; dallʼaltro bisogna

rispettare la presunzione dʼinnocenza e gli individui accusati. Molte vite sono state turbate

ingiustamente. Inoltre, prima di incorrere nella diffamazione, ci sono altre violazioni della

privacy da evitare e su cui la deontologia è diventata più sensibile negli ultimi decenni. In

realtà quello che occorre è sviluppare una cultura della responsabilità, il che è possibile

solo attraverso una maggiore professionalizzazione e la maturazione di alcuni valori come

lʼaccuratezza, il pluralismo, ecc.

La cultura del giornalismo è per lo più raccontata dalle sentenze penali e civili che lo

hanno segnato.

Ricordiamo il caso dellʼarresto di Enzo Tortora (17 giugno 1983), ingiustamente accusato

di spaccio di droga e fotografato in manette. La foto fece il giro dei media e la sua

reputazione fu naturalmente distrutta. La Corte lo assolse perché il fatto non sussisteva;

era stato incastrato da una banda di camorristi, ma la sua vita non gliela restituì nessuno.

La vicenda insegna che si può trattare la presunta verità con maggior distacco, evitando di

creare a tutti i costi una gogna mediatica, soprattutto quando non si può essere totalmente

certi di quanto si sta raccontando.

In linea teorica il giornalista viene assolto se la sua fonte viene giudicata attendibile, ma vi

sono stati anche casi in cui ciò non è stato applicato. La sentenza n.8959 del 1984

sottolinea la necessità da parte del giornalista di utilizzare fonti legittime: tale legittimità è

data solo da un suo effettivo controllo sulla veridicità di quanto viene dichiarato.

Ancora negli anni ʼ80, tre giornalisti (Paglia, Nonno e Costanzo) pubblicarono il testo di

unʼinterrogazione parlamentare firmata da 23 senatori, in cui si chiedeva di accertare un

eventuale legame tra certi magistrati e le BR. I giornalisti furono querelati per aver riportato

un fatto non vero (o almeno non accertato). Ma la situazione era ambigua: il fatto riportato

era lʼinterrogazione parlamentare, non il suo contenuto (del quale si prendevano la

responsabilità, casomai, i senatori)! Non è raro che accada che i magistrati condannino i

giornalisti con estrema solerzia quando si tratta di difendere la propria categoria, come in

questo caso.

In seguito vi sono state altre cause simili e lʼinterpretazione dei giudici è stata

fortunatamente ben diversa; il giornalista deve solo mantenere un atteggiamento asettico

e neutrale nei confronti di quanto viene detto da altri, proprio come avviene per il pericolo

di diffamazione nelle interviste. Anche in quel caso vale il rispetto di tre condizioni: la

neutralità appena citata, il pubblico interesse e la chiarezza nel sottolineare che si tratta di

una dichiarazione riportata.

Col tempo insomma la cultura liberale ha fatto dei progressi. Alcuni atteggiamenti dei

media invece sono rimasti tristemente gli stessi, come lʼapparente necessità di sottoporre i

protagonisti dei fatti alla gogna mediatica. Nella cronaca nera, cavallo di battaglia del

giornalismo italiano dagli anni ʼ50 in poi, le storie più disperate hanno trovato ampio spazio

e grande profusione di mezzi. Si pensi al caso Franzoni, Erica e Omar, la strage di Erba,

ecc. Spesso si scavalca lʼutilità sociale e si ragiona solo come azienda: soddisfare le

curiosità morbose del pubblico, magari secondo gli stili dellʼintrattenimento, garantisce

ascolti e ben venga. Poco conta se non vengono rispettati i capisaldi della professione.

Dʼaltra parte la cronaca è uno dei pochi settori in cui i giornalisti non risentono delle

pressioni politiche e sentono di potersi “lasciar andare”.

Anche in questʼambito ci sono stati eventi drammatici che hanno influenzato la futura

condotta professionale, in particolare quello che nel ʼ93 portò alla nascita della Carta dei

Doveri: Mani Pulite.

1.10 Somari e truffatori

Alcuni “orrori” della storia recente del giornalismo.

La rivolta di Timisoara. Nel 1989 diverse rivoluzioni nellʼEuropa dellʼEst portarono alla

caduta dei regimi. In Romania vi era lʼodiato Ceaucescu e la rivoluzione, a detta dei

giornali stranieri, non fu propriamente pacifica. Le frontiere erano chiuse, soprattutto ai

giornalisti. La rivolta che scoppiò a Timisoara tra il 17 e il 22 dicembre ʼ89 portò alla morte

di un enorme numero di innocenti. La notizia fu data dallʼagenzia tedesca Adn, poi da

France Presse, dalla tv ungherese, dalle agenzie jugoslave. In breve tempo lʼunica prova,

ossia una foto di cadaveri in una fossa comune, fece il giro del mondo ed entrò nella

memoria storica. Solo dal mese successivo cominciarono a circolare le prime smentite.

Era un falso. I corpi venivano da un cimitero e dallʼobitorio, si trattava di una messa in

scena i cui responsabili non vennero mai accertati. Nessuno si era preoccupato di

controllare le fonti e nessuno diede particolare rilievo alla smentita.

Il presidente del Bundestag. Nel 1988, al Parlamento della Repubblica Federale Tedesca,

si celebra lʼanniversario della “notte dei cristalli”. Il discorso del presidente Jenninger viene

mal interpretato da alcuni giornalisti e letto in chiave antisemita. La notizia viene pubblicata

ovunque coinvolgendo i maggiori personaggi politici tedeschi. In realtà, rileggendo quel

discorso anni dopo fu attestato che i cronisti avevano del tutto frainteso: il presidente

aveva cercato di mettere il popolo tedesco di fronte alle sue responsabilità.

Imbroglioni americani.

- Jayson Blair, brillante reporter del New York Times: si scoprì che copiava gran parte dei

suoi articoli da altri giornali, o scriveva comodamente da casa descrivendo le

ambientazioni degli eventi grazie a foto dʼarchivio. Lʼintero giornale perse credibilità e i

dirigenti si dimisero.

- Dan Rather, successore di Cronkite alla CBS, durante la campagna elettorale di Bush

negli anni ʼ80 lo accuso - sulla base di alcuni documenti - di aver ricevuto un trattamento

preferenziale durante la Guerra in Vietnam. I documenti però erano falsi.

- Armstrong Williams e altri che hanno ammesso di ricevere ingenti finanziamenti da

istituzioni o Dipartimenti di Stato (scuola, sanità, ecc.).

- Jared Stern e i giornalisti di gossip che come lui ricattavano personaggi pubblici per

migliaia di dollari.

- Judith Miller e Matthew Cooper sono stati protagonisti di un affare piuttosto complesso

riguardo la difesa del segreto professionale. Il New York Times e il Time (presso cui

rispettivamente lavoravano) avevano pubblicato che la moglie del diplomatico Wilson -

inviato in Niger per indagare su un traffico di materiale nucleare - era una spia della CIA.

Questa notizia fu letta come una vendetta nei confronti dello stesso Wilson da parte della

pubblica amministrazione, perché questi aveva negato lʼesistenza di tale materiale

nucleare. Ai giornalisti fu dunque intimato dai giudici di rivelare la fonte, colpevole di un

reato federale, in nome della sicurezza della nazione; la Miller si rifiutò appellandosi al

primo emendamento. Fu arrestata. Lʼopinione pubblica era grosso modo dalla sua parte,

ma la realtà era più complessa. La Miller non era tanto indipendente quanto voleva far

credere, bensì molto vicina allʼamministrazione Bush. Fu un tentativo per ripulire la

propria reputazione professionale.

Il caso Kelly. David Kelly, esperto inglese di tecnologia militare, aveva rivelato al giornalista

Andrew Gilligan che secondo i servizi segreti britannici le armi di distruzione di massa in

Iraq non cʼerano e il giornalista comunicò alla radio che la relazione finale era stata

gonfiata per creare consenso popolare. Il governo reagì duramente. Kelly, sotto pressione,

si suicidò. Il Capo delle Comunicazioni del governo Blair si scagliò contro la BBC iniziando

un duro braccio di ferro. Lʼautorevole (ma presunto filo-labourista) giudice chiamato in

causa, Lord Hutton, condannò Gilligan, negando ogni strategia disonorevole nel

comportamento del governo. La dirigenza della BBC si dimise, ma lʼopinione pubblica si

divise. Non tutti credettero nella perdita di credibilità della storica emittente inglese; altri

sostennero strenuamente la libertà della professione e la necessità di vietare ogni

interferenza nellʼattività giornalistica. Anche la FNSI si schierò contro Hutton, in particolare

contro la sua idea che Gilligan avrebbe dovuto avvertire la Difesa sui contenuti della

trasmissione. Dopo questa vicenda la BBC scelse di precisare la sua politica e i valori

editoriali su cui non transigere mai:

- verità e accuratezza;

- interesse pubblico;

- imparzialità e pluralità di opinioni;

- indipendenza;

- responsabilità.

Manipolazioni di fotografie. Poco dopo la vicenda della BBC, sul Daily Mirror Piers Morgan

pubblicò foto di soldati inglesi che commettevano violenze sui prigionieri iracheni. I fatti

erano veri, dimostrati, ma risultò che le foto erano dei falsi. Il direttore fu costretto alle

dimissioni.

Alcune foto della regina Elisabetta che si allontanava frettolosamente lungo un corridoio

del palazzo furono mal interpretate dalla giornalista Liebovitz della BBC e inserite in uno

speciale sugli 80 anni della sovrana. Immagini vere per sostenere notizie false (nello

specifico, si diceva che avesse lasciato il set di un servizio fotografico seccata dalla

richiesta di una foto senza corona).

LʼUnione Sarda pubblica la storia - inventata - di un anziano affamato che ruba in un

supermercato; scoperto sul fatto, il quartiere organizza una raccolta di solidarietà. La

notizia fa il giro di tg e giornali senza che nessuno si preoccupi di controllarla.

Parte seconda - Le regole della deontologia

2.1 Cosa insegnavano i buoni maestri

Se un giornalista svolge tecnicamente bene il proprio lavoro, anche il profilo etico sarà

rispettato. Ed è condizione necessaria e sufficiente anche il viceversa, perché se un lavoro

non rispetta lʼetica, non è ben fatto.

Imparare il mestiere di giornalista oggi è difficile perché nelle redazioni i giovani praticanti

non sono ben accolti. La loro formazione è delegata a piccoli giornali, dove però spesso

mancano bravi professionisti in grado di insegnare qualcosa. La soluzione migliore restano

le scuole autorizzate dallʼOrdine.

Lʼex direttore del Mattino Luigi Barzini sintetizzò in un decalogo le regole del buon

giornalista.

1. Il giornalista ha il compito di fare una raccolta completa delle notizie del giorno.

2. La ricerca devʼessere precisa e puntuale, per raccogliere gli elementi che rendano la

notizia chiara e appetibile.

3. Lʼego del giornalista deve apparire il meno possibile.

4. Al bando la retorica, anche quando i dati sono poveri e scarni. Si scriva con buon

senso.

5. Dire subito e bene ciò che si sa, senza inutili prolissità. Bisogna essere precisi, sobri,

scarni, chiari.

6. Lʼinformazione è per il giornalista una guida a scoprire e indagare sul resto.

7. Nellʼintervista, il giornalista non deve imporsi allʼattenzione del lettore.

8. Quando si scrive, lo si fa per essere accessibili a tutti.

9. Il giornalista deve mettersi nei panni del lettore e dargli subito i punti essenziali della

narrazione (5W).

10. La stima del pubblico si acquista con la professionalità.

2.2 La scrittura

Una buona capacità narrativa è importante ma non è tutto. Non basta scrivere bene ma

serve esser curiosi, onesti, avere la faccia tosta. La scrittura giornalistica si apprende con

lʼesperienza, ma alla base devono esserci tenacia e passione. Bisogna ricordare sempre

che il pubblico è eterogeneo e lʼobiettivo finale è riuscire ad essere compresi da tutti.

Quindi no alla scrittura contorta: anche questa è una questione “etica”.

2.3 Il cappello

Lʼattacco deve contenere le notizie principali (le famose 5W, come insegnava lʼuso del

telegrafo) o un elemento particolarmente accattivante che spinga il lettore a proseguire

con lʼarticolo vero e proprio. Oggi spesso questi dati si trovano già nel titolo o si deducono

dalla grafica, ma è buona abitudine rispettare questa regola.

2.5 Lʼintervista

Spesso si vedono pessime interviste: quelle in cui le domande sono talmente scarne e

generiche che in fase di montaggio si potrebbero anche tagliare, lasciando parlare solo

lʼintervistato; quelle in cui lʼintervistatore è arrendevole e sottomesso; quelle in cui il

giornalista è talmente aggressivo da non far parlare lʼintervistato.

Il giornalista può mostrare in anticipo i contenuti delle domande, ma è naturalmente lecito

aggiungerne - in sede di intervista - delle altre, eventualmente più pungenti. Eʼ importante

che egli renda noto al pubblico anche a cosa lʼintervistato non ha voluto rispondere.

La BBC suggerisce delle regole. Bisogna avere ben chiaro lo scopo dellʼintervista, la

conclusione cui si vuole arrivare, e in base a ciò formulare le domande. Lʼintervistatore

deve mantenere la giusta distanza dai fatti, devʼessere informato e tagliente ma non

aggressivo da risultare antipatico al pubblico. Eʼ giusto riferire allʼintervistato gli argomenti

e il contesto dellʼintervista, nonché eventualmente la parte di intervista che verrà

trasmessa.

2.6 La registrazione

Registrare è una scelta intelligente per prevenire eventuali contestazioni. Il registratore

non devʼessere nascosto affinché sia una prova giuridica. Naturalmente il rischio è la

perdita di spontaneità nelle dichiarazioni.

2.7 Le virgolette

I giudici hanno ormai stabilito che è lecito virgolettare non solo le testuali parole del

soggetto intervistato, ma anche una sintesi di esse, purché non snaturi il senso di quanto

detto o inteso. Si può far rileggere allʼintervistato il virgolettato, ma non lʼintero articolo.

2.8 Il titolo

Esprime gli elementi più interessanti. Notizia principale nel titolo, quella secondaria nel

catenaccio, altri particolari e contesto in sommario e occhiello. Viene generalmente fatto

dal caposervizio.

2.9 I fatti e le opinioni

Uno dei pochi ad aver sostenuto che i fatti andassero divisi dalle opinioni fu Lamberto

Sechi, ex direttore di Panorama. Non è una caratteristica del giornalismo italiano questa,

dove anzi un largo uso di aggettivi e avverbi tende sempre ad indirizzare lʼinterpretazione

dei fatti, soprattutto di cronaca. Parte di questʼimpostazione si deve allo stile di

Repubblica, che nacque proprio con lʼintento di svelare retroscena e fare ipotesi sui fatti.

Lʼelemento personale in un articolo è gradito quando non si mescola pericolosamente ad

una prospettiva soggettiva.

2.10 Lʼinchiesta

Si accusa spesso il giornalismo italiano di essere povero di inchieste. Eʼ effettivamente

vero. Tuttʼal più ci si dedica alla cronaca nera e a quei fatti di interesse morboso (Cogne,

Erica e Omar, Erba), producendo una gran quantità di messaggi spesso anche molto

lontani dalla verità.

In America fare inchiesta vuol dire dedicare uno o due professionisti ad uno specifico

argomento (e solo a quello), lasciar loro del tempo per indagare e ragionare sui risultati. In

Italia per inchiesta sʼintendono un paio di articoli che analizzano un problema, ma senza

svelare alcuna verità. Le eccezioni della stampa sono poche (tra cui Fabrizio Gatti de

LʼEspresso e il suo reportage sui profughi); anche in tv lʼinchiesta è relegata alla seconda

serata con Report di Milena Gabanelli. I motivi sono due: un lavoro del genere costa

tempo e denaro; si rischia di crearsi delle inimicizie pericolose e anche di fare degli sbagli

(del resto chi non risica non rosica).

Ma questo solleva un grosso problema etico. Il direttore dovrebbe spingere

coraggiosamente ad indagare, invece si cerca sempre la via più semplice per fare

pubblico. Questo fa sì però che i giornali arrivino sempre “dopo”, come è accaduto tante

volte per gli scandali economico-finanziari.

2.11 Lʼarticolo 2 della legge: libertà e verità

Lʼarticolo 2 della legge n.69/1963 contiene il fondamento etico della professione. Come già

illustrato da Guido Gonella, il diritto di cronaca è condizionato dal dovere di conoscere i

fatti che si narrano. Non, quindi, verità parziali o apparenti che creano racconti strumentali.

Nella legge vengono stabiliti diritti e doveri del giornalista, attribuendo al Consiglio

nazionale la funzione deontologica.

Art. 2 (Diritti e doveri)

E' diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d'informazione e di critica, limitata

dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro

obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti [il giudice assolve il

giornalista quando ritiene che egli abbia fatto tutto il possibile per appurare la verità],

osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede [il cronista non può

ingannare il suo interlocutore per estorcergli informazioni. Anche qui la questione è

delicata e sʼintreccia con la Carta dei doveri, comʼè successo nel caso di Fabrizio Gatti.

Chiaro è invece il divieto di appartenenza a società segrete, perché minerebbe il rapporto

di fiducia con il lettore.]

Devono essere rettificate* le notizie che risultino inesatte [su indicazione dunque del

diretto interessato], e riparati gli eventuali errori [il che può avvenire di propria iniziativa].

Giornalisti ed editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale** sulla fonte delle

notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di

collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti ed editori, e la fiducia tra la

stampa e i lettori.

*Per quanto riguarda la rettifica ci si rifà alla legge del ʼ48. La versione fornita

dallʼinteressato (non più di trenta righe) va pubblicata entro 3 giorni per i quotidiani ed

entro il numero successivo per i periodici, mantenendo le medesime caratteristiche

tipografiche, a prescindere dallʼaccertamento della verità. Le sanzioni in caso di mancata

rettifica non sono molto gravi ed è per questo che, pur di non perdere autorevolezza i

giornali, preferiscono non pubblicare nulla e far finire il caso a tarallucci e vino (sic!).

Naturalmente questo non fa onore alla categoria ed è lecito pensare che dovrebbe essere

compito dellʼOrdine sanzionare chi non rispetta questa legge con un provvedimento

disciplinare.

**Il segreto sulla fonte è condizionato da unʼesplicita richiesta di anonimato, quindi in caso

di un rapporto fiduciario. Tuttavia non è pratica comune in Italia, neppure negli altri casi,

riportare le fonti dellʼarticolo.

Il segreto professionale è considerato alla base della libertà di stampa perché

probabilmente senza questa garanzia nessuno sarebbe disposto a fornire al giornalista

delle informazioni scomode ma importanti per lʼinteresse collettivo. Nel codice civile i

giornalisti non rientravano nelle categorie protette da questo diritto, ma lʼart. 200 del

codice penale ha ovviato alla questione. Cʼè una sola deroga: nel caso in cui non esista

altro mezzo per trovare la verità, il giornalista è tenuto a testimoniare (incorrendo in quel

caso ad un provvedimento disciplinare ma, in caso contrario, ad un processo per falsa

testimonianza). In America si preferisce finire in carcere.

Il Parlamento europeo, il Consiglio dʼEuropa e la Corte di Strasburgo si sono espresse in

proposito diverse volte; è stato sempre ribadito il diritto alla segretezza delle fonti come

corollario del diritto alla libertà di espressione (art.10 della Convenzione europea dei diritti

dellʼuomo) e come forma di tutela della libertà di stampa e dunque della democrazia.

2.12 I bambini da difendere

Le norme deontologiche inerenti ai minori sono maturate dopo alcuni fatti avvenuti negli

anni ʼ80. Tra questi furono sicuramente influenti la vicenda di Marco, bambino di 7 anni

rapito in Calabria e portato per giorni in tutti gli studi televisivi; di Miriam, la bambina di un

anno e mezzo il cui padre era stato accusato di stupro nei suoi confronti. Dopo pochi giorni

fu appurato che i segni sul corpo erano dovuti ad un tumore. Il padre, accusato con

leggerezza su tutti i giornali, fu scarcerato con tante scuse; di Serena, bambina “comprata”

nelle Filippine da una coppia piemontese che non poteva avere figli, che finì sulle pagine

di tutti i giornali creando un caso nazionale.

Nacque così la Carta di Treviso nel 1990 da un accordo tra FNSI, Ordine dei Giornalisti e

Telefono Azzurro; essa sanciva ufficialmente le norme da rispettare per la tutela dei minori,

per garantire loro una maturazione serena, evitando inutili, ulteriori turbamenti. Oltre a

confermare il contenuto dellʼart.114 del codice penale (divieto di pubblicare le generalità e

le immagini dei minori danneggiati), viene aggiunto il divieto di pubblicazione di qualunque

elemento che permetta, anche indirettamente, lʼidentificazione del minore, anche in

relazione a fatti che non siano reati.

Le norme sono state applicate talvolta addirittura eccessivamente, altre volte invece si

sono registrate violazioni; non sempre è facile risolvere i dubbi di coscienza. Su tutto ciò

vigila lʼOrdine. Era stato creato un Comitato nazionale di garanzia per lʼinformazione sui

minori per valutare caso per caso, ma non ha funzionato ed è stato soppresso.

2.13 Tangentopoli e la Carta dei doveri

Nella bufera giudiziaria di Tangentopoli furono centinaia le inchieste su uomini politici

seguite dai giornali, anche in maniera dettagliata. Talmente dettagliata che presto

iniziarono a fioccare accuse di “accanimento giornalistico” nei confronti della stampa:

avvisi di garanzia comunicati come indizi di colpevolezza, accuse a persone innocenti,

ecc. Furono diversi i disegni di legge presentati per bloccare la diffusione di notizie prima

la fine delle indagini preliminari. La legge vietava la pubblicazione degli atti, non del loro

contenuto, e un provvedimento in quel senso sarebbe stato liberticida. Da una parte quindi

il dibattito vedeva le parti di coloro che tutelavano la libertà di stampa e il diritto di cronaca;

dallʼaltra la gogna mediatica che aveva condotto al suicidio Moroni e altri aprì gli occhi

sulla necessità di esercitare la professione in maniera più attenta e responsabile. Sergio

Moroni, socialista, fu ingiustamente accusato di aver intascato delle tangenti. Lʼintero

sistema era corrotto e tutti lo sapevano, ma nei suoi confronti i media iniziarono un

processo vergognoso e ingiusto per la sua persona e la sua famiglia. Non riuscì ad

accettare lʼumiliazione e decise per un gesto simbolico.

Il Parlamento scelse di far fissare le norme allʼOrdine.

La Carta dei doveri viene dunque approvata nel 1993 e diventa una sorta di manifesto

etico. Ribadisce lʼart.2 della legge del ʼ63 e afferma per la prima volta che il giornalista

deve rispettare il diritto allʼinformazione di tutti i cittadini nel rispetto della verità; la sua

responsabilità è innanzitutto nei confronti dei cittadini e non va subordinata a interessi di

altri. Viene inoltre affermata la necessità di individuare comportamenti più prudenti

(linguaggio, esposizione, titoli) affinché lʼonore delle persone sia maggiormente tutelato. Si

confermano alcuni punti delle leggi precedenti, come la rettifica e la correzione, il rispetto

del segreto professionale, la trasparenza. Si vieta di affiliarsi ad associazioni segrete, di

assumere incarichi in contrasto con lʼesercizio autonomo della professione, di accettare

regali o facilitazioni che condizionino lʼautonomia.

Nella cronaca giudiziaria viene ricordato che una persona è innocente e va trattata come

tale fino alla fine del processo; le immagini degli imputati vanno trattate con cautela così

come i fatti riguardanti reati minori.

Nelle notizie economico-finanziarie viene ricordata la delicata questione dellʼinside-trading,

del divieto di subordinare le informazioni allʼinteresse personale o di terzi o turbare

lʼandamento del mercato.

Vengono infine assimilati ai soggetti deboli anche i malati; in campo sanitario si vieta il

sensazionalismo, la diffusione di notizie non verificabili, il favorire il consumo di farmaci.

2.14 Il giornalista non fa pubblicità


ACQUISTATO

17 volte

PAGINE

19

PESO

160.58 KB

AUTORE

vipviper

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Questo riassunto si riferisce al testo di Vittorio Roidi, Cattive Notizie. Dell'etica del buon giornalismo e dei danni da mala informazione.
Si cerca di evidenziare che il diritto all'informazione non sia un privilegio del giornalista, ma una diritto del cittadino, una garanzia per un sistema democratico. Affinchè ciò si realizzi, occorre che il giornalismo sia scrupoloso, corretto e che il giornalista debba avere ben chiaro suo corredo di regole e responsabilità. Nel riassunto, infatti, si mettono in evidenza i principi di un corretto giornalismo e i danni della malainformazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in editoria multimediale e nuove professioni dell'informazione
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vipviper di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di TEORIA ETICA E REGOLAMENTAZIONE DEL GIORNALISMO e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Roidi Vittorio.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Teoria etica e regolamentazione del giornalismo

Giornalismo - Crisi e trasformazione
Dispensa
Giornalismo - Crisi
Dispensa
Diritto all'informazione
Dispensa
Stampa - Disciplina
Dispensa