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PURGATORIO

Purg. III 112­141 (Manfredi e l’inefficacia della scomunica)

Purg. VI, 76­151 (Sordello e la situazione dell’Italia) – Convivio IV, ix, 10

Purg. XVI 94­114 (Marco Lombardo e l’accusa al Papato) – Epistola V 30 e VI 8 – Monarchia III, iv e xv

Purg, XXXII, 109­160 e XXXIII 31­51 (la processione allegorica e la profezia di Beatrice)

Purgatorio, Canto III

Ancora sulla spiaggia del Purgatorio. Discorso di Virgilio sulla giustizia divina. Incontro con le anime dei

contumaci. Colloquio con Manfredi di Svevia.

Manfredi di Svevia, nipote dell'imperatrice Costanza d'Altavilla. Egli prega Dante, quando sarà tornato nel mondo,

di dire a sua figlia Costanza la verità sul suo stato ultraterreno. Manfredi racconta che dopo essere stato colpito a

morte nella battaglia di Benevento, piangendo si pentì dei suoi peccati e nonostante le sue colpe fossero

gravissime fu perdonato dalla grazia divina. Male fece il vescovo di Cosenza, istigato da papa Clemente IV, a far

disseppellire il suo corpo che giaceva sotto un mucchio di pietre vicino a un ponte e a farlo trasportare a lume

spento fuori dai confini del regno di Napoli, lungo il fiume Liri. La scomunica della Chiesa infatti non impedisce

di salvarsi finché c'è un po' di speranza, anche se chi muore in contumacia deve poi attendere

nell'Antipurgatorio un tempo superiore trenta volte al periodo trascorso come scomunicato, a meno che qualcuno

con le sue preghiere non accorci questo periodo. Manfredi prega dunque Dante di rivelare tutto questo alla figlia

Costanza, perché lei con le sue preghiere abbrevi la sua permanenza nell'Antipurgatorio.

Poi sorridendo disse: «Io sono Manfredi, nipote dell'imperatrice Costanza; allora io ti prego, quando tornerai sulla

Terra, di andare dalla mia bella figlia (Costanza), madre dei due eredi della corona di Sicilia e Aragona, e di dirle la

verità su di me, se si racconta altro sulla mia sorte ultraterrena.

Dopo che io ricevetti (a Benevento) due ferite mortali, io mi rivolsi pentito e in lacrime a Colui che perdona volentieri.

I miei peccati furono orrendi, ma la bontà divina ha delle braccia così ampie che accoglie tutti coloro che si rivolgono

a lei.

Se il vescovo di Cosenza, che allora fu incitato contro di me da papa Clemente IV, avesse letto questo volto del perdono

di Dio, le ossa del mio corpo sarebbero ancora sepolte sotto il mucchio di sassi presso la testa del ponte, a Benevento.

Ora invece le bagna la pioggia e le disperde il vento fuori dal regno di Napoli, quasi lungo il fiume Liri, dove egli le

fece traslare a lume spento.

Per la maledizione della Chiesa l'eterno amore divino non si perde al punto che non possa tornare, finché c'è un po' di

speranza.

È pur vero che chi muore in contumacia della Santa Chiesa, anche se si pente in punto di morte, deve stare

nell'Antipurgatorio trenta volte il tempo che ha trascorso nella sua ribellione, se questo decreto non viene abbreviato

grazie a delle buone preghiere.

Purgatorio, Canto VI

Ancora fra i morti per forza del secondo balzo dell'Antipurgatorio. Incontro con l'anima di Sordello da Goito.

Invettiva contro l'Italia. Apostrofe contro Firenze.

Dante a questo punto prorompe in una violenta invettiva contro l'Italia, definita sede del dolore e nave senza

timoniere in una tempesta, non più signora delle province dell'Impero romano ma bordello: l'anima di Sordello è

stata prontissima a salutare Virgilio solo perché ha saputo che è della sua stessa terra, mentre i cittadini italiani in

vita si fanno guerra, anche quelli che abitano nello stesso Comune. L'Italia dovrebbe guardare bene entro i suoi

confini e vedrebbe che non c'è parte di essa che gode la pace. A che è servito che Giustiniano ordinasse le leggi se

poi non c'è nessuno a metterle in pratica? Gli Italiani dovrebbero permettere all'imperatore di governarli, invece di

lasciare che il paese vada in rovina, affidato a gente incapace. Dante accusa l'imperatore Alberto I d'Asburgo di

abbandonare l'Italia, diventata una bestia sfrenata, mentre dovrebbe essere lui a cavalcarla: si augura che il

giudizio divino colpisca duramente lui e i discendenti, perché il successore ne abbia timore. Infatti Alberto e il

padre (Rodolfo d'Asburgo) hanno lasciato che il giardino dell'Impero sia abbandonato: Alberto dovrebbe venire a

vedere le lotte tra famiglie rivali, gli abusi subìti dai suoi feudatari, la rovina della contea di Santa Fiora. Dovrebbe

vedere Roma che piange e si lamenta di essere abbandonata dal suo sovrano, la gente che si odia, e se non gli sta a

cuore la sorte del paese dovrebbe almeno vergognarsi della sua reputazione. Dante si rivolge poi a Giove (Cristo),

crocifisso in Terra per noi, e gli chiede se rivolge altrove lo sguardo oppure se prepara per l'Italia un destino

migliore di cui non si sa ancora nulla. Le città d'Italia, infatti, sono piene di tiranni e ogni contadino che sostenga

una parte politica viene esaltato come un Marcello.

Dante osserva ironicamente che Firenze può essere lieta del fatto di non essere toccata da questa digressione, visto

che i suoi cittadini contribuiscono alla sua pace. Molti sono giusti e tuttavia sono restii a emettere giudizi, mentre i

fiorentini non hanno alcun timore e si riempiono la bocca di giustizia; molti rifiutano gli uffici pubblici, mentre i

fiorentini sono fin troppo solleciti ad assumersi le cariche politiche. Firenze dev'essere lieta, perché è ricca,

pacifica e assennata: Atene e Sparta, città ricordate per le prime leggi scritte, diedero un piccolo contributo al

vivere civile rispetto a Firenze, che emette deliberazioni così sottili (cioè esili) che quelle di ottobre non arrivano a

metà novembre. Quante volte la città, a memoria d'uomo, ha mutato le sue usanze! E se Firenze bada bene e ha

ancora capacità di giudizio, ammetterà di essere simile a un'ammalata che non trova riposo nel letto e cerca di

lenire le sue sofferenze rigirandosi di continuo.

Ahimè, Italia schiava, sede del dolore, nave senza timoniere in una gran tempesta, non più signora delle province ma

bordello!

Quell'anima nobile fu così sollecita a fare festa al suo concittadino, solo per il dolce suono della sua terra, e adesso i

tuoi abitanti in vita non smettono di farsi la guerra, e anche quelli che abitano la stessa città si rodono l'un l'altro.

Cerca, o infelice, intorno alle tue coste e poi guarda nell'interno, se alcuna parte di te si trova in pace.

A che è servito che Giustiniano ti aggiustasse il freno (emanasse le leggi), se la sella è vuota (nessuno le fa rispettare)?

Senza di esso (senza le leggi) la vergogna sarebbe minore.

Oh gente (di Chiesa), che dovresti essere devota e lasciare che Cesare (l'imperatore) sieda sulla sella, se capisci bene la

parola di Dio, guarda come è diventata ribelle questa bestia per non essere tenuta a bada dagli sproni, dal momento

che la conduci a mano per le briglie.

O Alberto d'Asburgo, che abbandoni questa bestia divenuta indomabile e selvaggia, mentre dovresti inforcare i suoi

arcioni (governare l'Italia), possa cadere dal cielo contro di te e la tua famiglia un giusto castigo, e sia straordinario ed

evidente, così che il tuo successore (Arrigo VII) ne abbia timore!

Infatti tu e tuo padre (Rodolfo I) avete lasciato che il giardino dell'Impero (l'Italia) sia abbandonato, rimanendo in

Germania per cupidigia.

Vieni (o Alberto) a vedere i Montecchi e i Cappelletti, i Monaldi e i Filippeschi, uomo negligente, i primi già in rovina e

gli altri sul punto di cadervi!

Vieni, o crudele, e vedi le oppressioni compiute (o subìte) dai tuoi feudatari, e cura le loro colpe (o danni); e vedrai

come è oscura Santa Fiora!

Vieni a vedere la tua città di Roma che piange, vedova e abbandonata, e giorno e notte invoca: «Cesare mio, perché

non hai qui la tua sede?»

Vieni a vedere quanto si amano gli Italiani! e se non hai alcuna pietà di noi, vieni almeno a vergognarti della tua

reputazione.

E se mi è consentito, o altissimo Giove (Cristo), che fosti crocifissoper noi in Terra, i tuoi occhi giusti sono forse rivolti

altrove?

Oppure nell'abisso della tua saggezza stai preparando un bene (per l'Italia) di cui non possiamo renderci conto?

Infatti tutte le città italiane sono piene di tiranni, e ogni contadino che si mette a capo di una fazione politica diventa un

Marcello.

Firenze mia, puoi davvero esser contenta del fatto che questa digressione non ti tocca, grazie al tuo popolo che si

ingegna.

Molti hanno la giustizia in cuore, ma questa si esprime tardi con le parole per non rischiare di non essere ponderata;

ma il tuo popolo se ne riempie sempre la bocca.

Molti rifiutano le

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lazza_beast di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Parola Laura.
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