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Appunti sulla Divina Commedia scritta da Dante con sintesi di alcuni canti contenuti del Paradiso: analisi del primo canto del Paradiso, l'impulso umano verso il divino, analisi dell'undicesimo canto del Paradiso, incontro tra Dante e San Tommaso d'Aquino.

Esame di Lettere docente Prof. P. Scienze letterarie

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ripercorrerne le tappe, rivive ogni singola fase lasciando intatto il sapore della scoperta, dello sforzo, della

conquista. Basti pensare, come esempio, al rapido e illuminante succedersi nel primo canto, di momenti diversi dai

versi 46-48 ai versi 85-87: qui la tecnica espressiva (verbi e sostantivi in posizione dominante, assenza quasi

assoluta dell’aggettivazione, costruzione per coordinate) contrappone al tono elaborato e solenne dell’invocazione

iniziale o della spiegazione finale di Beatrice, un procedere sbalzato a grandi linee, una variazione continua di stati

di anima e d’azioni, quasi il Poeta fosse sospinto da una ansia interiore e si scoprisse incapace di arginarla, finche

il suo animo trova momentaneo riposo nella rivelazione della legge divina che regola e sostiene il creato.

L’attenzione a questi mutamenti, interessanti dal punto di vista stilistico, perché concorrono a creare efficaci e

suggestivi chiaroscuri, diventa indispensabile allorché si passi a considerare l’unità logica del canto troppo spesso

accusato di mancare di continuità: l’esordio, con la celebrazione dell’argomento scelto a materia del canto, e la

maestosa rappresentazione del cielo e della terra (versi 37-45) immettono subito il lettore nel mondo del

sovrannaturale, lo abituano agli eventi miracolosi di cui il pellegrino sarà testimone, o addirittura oggetto. Ha inizio

la prima fase del processo dello spirito nella beatitudine: Beatrice tutta nell’alterne rote fissa con li occhi stava; ed

io in lei le luci fissi... Ma perché la creatura sta perfettamente consapevole che il suo ritorno al cielo è un fatto

"naturale", che anzi il cielo è il sito decreto dall’eternità come sua sede, ecco la dimostrazione di Beatrice: il gran

mar dell’essere si muove tutto secondo la divina volontà e il divino amore: l’uomo non è che una parte di questo

gran mar, ma solo a lui è destinato il ciel reso quieto dalla luce di Dio.

XI Canto

Riassunto Nel canto XI continua a parlare lo spirito di San Tommaso d’Aquino, che si accinge a chiarire un

dubbio sorto in Dante in seguito ad una sua affermazione: u’ ben s’impingua se non si vaneggia (canto X, verso

96). Egli spiega che Dio, per il bene della Chiesa, dispose due guide che la conducessero verso il bene, San

Francesco e San Domenico, fondatori dei due grandi ordini monastici del secolo XII, i quali avevano come loro

scopo fondamentale la riforma morale del mondo cristiano. San Tommaso inizia a questo punto la celebrazione

della figura e dell’opera di Francesco d’Assisi, mettendo in rilievo le caratteristiche della sua personalità e i

momenti più importanti della sua azione. Ricorda dapprima la rinuncia di Francesco ai beni terreni per abbracciare

l’assoluta povertà e i suoi primi seguaci. A Roma il poverello d’Assisi ottiene l’approvazione del proprio ordine

prima da Innocenzo III e poi da Onorio III. Recatosi in Oriente, cerca di diffondere in quelle terre la parola di

Cristo, ma, fallito questo tentativo, deve ritornare in Italia. Qui, sul monte della Verna, riceve, due anni prima di

morire, le sacre stimmate. San Tommaso termina il suo discorso con una dura rampogna rivolta all’ordine

domenicano, che ha dimenticato il suo voto di povertà per dedicarsi solo alla ricerca dei beni mondani.

Introduzione critica Anche l’inizio di questo canto va riferito, ma per contrasto fra vita attiva e contemplativa,

all’epilogo del canto precedente, perché nel vario contrappunto dei canti del cielo del Sole, come anche in quelli del

cielo di Marte e di Giove, una mobilità di attenzione esultante avvolge tutte le cadenze del discorso, e più spesso

per contrapposizione che per analogia. Se il canto decimo s’era concluso con il carillon che chiama i frati a

mattutino, questo incomincia con lo spettacolo delle faccende mondane che trascinano ed affaticano i mortali

giuristi, medici, ecclesiastici, politici che dominano per frode o per forza, e ladri, e mercanti; faticosi appaiono

anche i diletti della carne, faticoso anche l’ozio. Alla conclusione liturgica si contrappone dunque questa colorita e

grottesca commedia corale, anzi corteo carnevalesco delle maschere delle varie professioni: segno inoltre, di un

dilatarsi dello sguardo sul mondo terreno, osservato e integrato in modi sempre nuovi, e qui disteso come sfondo

al dittico dei due patriarchi dei nuovi ordini mendicanti. Fa da intermezzo fra l’una e l’altra panoramica, fra il corteo

grottesco e l’alta, assorta visione di paese che prelude all’apparizione di Francesco d’Assisi, una luminosa

immagine e un mite raggio di parole e di luce: gli spiriti sapienti della prima corona, tornando al punto de] cerchio

donde si erano mossi, s’affiggono come la candela al candeliere. E nel vivido lume quieto torna a parlare Tommaso

d’Aquino, per chiarire due dubbi di Dante, sorti dalle sue parole: u’ ben s’impingua se non si vaneggia e a veder

tanto non sorse il secondo. Né si ferma ad una puntuale esegesi dei termini adoperati: ogni dubbio, nel paradiso, è

sciolto da una maggior copia di luce e d’ amore. Così alla meditazione liturgica riassunta nella luce del cero segue

l’intermezzo storico sulla fondazione degli ordini mendicanti: storia come investigazione meditativa e riverente

dell’azione della Provvidenza nel mondo, ovviamente, storia che promana dalle mistiche nozze di Cristo morente

sulla croce e della Chiesa (disposò lei col sangue benedetto) e che viene subito riassunta nelle virtù di amore e di

sapienza che contrassegnano i due campioni: l’uno tutto serafico in ardore, Francesco, l’ altro di cherubica luce

uno splendore, Domenico. E’ quasi un preludio e una sinfonia del paesaggio umbro "nel mite solitario alto

splendore", secondo l’espressione con la quale il Carducci, in un ritratto di Francesco, ha riassunto la tematica

dantesca.Dopo una rapida variazione sul tema del freddo e del caldo, Dante inizia a tracciare la sacra immagine del

poverello d’Assisi. Sulla costa del monte Subasio nasce il nuovo sole del mondo e il Poeta ne riassume il transito

terrestre in quadri, quasi scomparti d’affresco, a cominciare dall’amore per madonna Povertà, cui si congiunge in

mistiche nozze davanti al padre, al vescovo, al popolo d’Assisi. Una variazione per esempi dalla storia e dalla vita

di Cristo illustra e quasi accompagna, celebrandole, queste nozze: al grande verso d’amore, poscia di dì in dì l’amò

più forte segue il paradosso sulla Povertà che salì con Cristo sulla croce, dove Maria rimase giuso. All’aspetto

raggiante e rapito dei due amanti tutto intorno a loro si trasfigura. Si scalzano e accorrono i primi seguaci, seguono

Francesco come padre e maestro, cingono la corda dell’umiltà. Papa Innocenzo approva l’ordine della gente

poverella. Di altra corona lo fregia papa Onorio. E Francesco, predicata invano in Oriente la fede di Cristo e degli

apostoli e dei martiri, si riduce nelle solitudini rupestri della Verna, dove riceve le stimmate. Muore poi sulla nuda

terra, raccomandando madonna Povertà ai seguaci ed eredi. Il quadro della morte si accende della coralità

tradizionale della legenda letteraria e pittorica: un ultimo squillo, intorno al tema della fedeltà amorosa (e comandò

che l’amassero a fede), e il transito dal grembo della Povertà, nudo sulla nuda terra, alla Porziuncola. Nella quiete

della contemplazione della morte, ma rotta dal transito al cielo, tornando al suo regno, lo squarcio agiografico,

forse il più bello delle letterature volgari, si chiude. L’epopea della vita e morte di Francesco è finita, e il tono del

discorso muta: colloquiale e disteso, ormai, mentre ripropone il raffronto con Domenico, e costata come il suo

gregge si disperda. La spiegazione del se non si vaneggia è questa: constatazione di una decadenza e di una

dissipazione fatta per riproporre l’ esempio della virtù primiera. Si tratta, infatti, di dedurre delle conclusioni e

riportarle al tema iniziale della discussione, perché Dante, anche negli squarci dottrinali, obbedisce sempre alla

concretezza: concretezza drammatica, altrove, concretezza didattica in questo e in tanti altri punti. La lezione che il

Poeta qui svolge ha una sua strutturazione drammaturgica, che egli ha sottratto allo schema puramente tecnico della

scuola, perché ben conosce i tre momenti della dottrina: la parola del maestro, l’attenzione e la meditazione assidua

del discepolo. E termina il canto modulato e ricco come pochi, che è esempio di una nuova drammaturgia e di una

nuova agiografia, cui si ricollegano innumerevoli modi dell’arte figurativa e di quella letteraria nelle quali si ricerca

una più intensa corrispondenza fra la meditazione sapienziale e il modo del racconto disteso e denso.

XVII Canto

Riassunto Dante rivolge al suo trisavolo una domanda piena di trepidazione e di ansietà: quale sorte gli riserva il

futuro? Già molte volte, scendendo lungo i cerchi dell’inferno o salendo- per i gironi del purgatorio, ha udito

oscure profezie che gli annunciavano anni di dolore e di esilio. Ora il Poeta chiede che la verità sulla sua vita futura

gli sia rivelata con tutta la chiarezza permessa a un beato che contempla in Dio, prima che essi si avverino, gli

eventi. Così risponde Cacciaguida: Dante dovrà abbandonare la città di Firenze, che si comporterà nei suoi riguardi

come una crudele matrigna. Il suo esilio sarà opera soprattutto delle macchinazioni politiche di Bonifacio VIII. La

colpa delle discordie che dilaniano Firenze sarà attribuita al partito vinto, ma presto il castigo divino si adatterà sui

Neri e sul pontefice. Dante proverà tutte le sofferenze, le difficoltà, le umiliazioni della povertà e di una vita

randagia. Presto sperimenterà anche la solitudine più completa, perché abbandonerà i suoi compagni d’esilio,

incapaci e infidi. Troverà il suo primo rifugio a Verona; Bartolomeo e Cangrande della Scala diventeranno i suoi

munifici protettori. Allorché Cacciaguida ha terminato di parlare, Dante confessa una sua dolorosa incertezza: se

egli racconterà tutto ciò che ha visto nell’inferno e nel purgatorio molti gli diventeranno nemici e gli negheranno

aiuto e ospitalità. Ma - risponde Cacciaguida - egli non dovrà avere alcun timore e dovrà "far manifesta" tutta la

sua visione, perché i suoi versi costituiranno per tutti un vital nutrimento. Proprio perché gli uomini credono più

facilmente agli esempi e alle argomentazioni evidenti, sono state mostrate al Poeta, nell’oltretomba, le anime di

personaggi famosi. Introduzione critica Il canto XVII sembrerebbe rifiutare il metro interpretativo con il quale ci

siamo accostati alla lettura della Commedia: la convergenza nell’io di Dante dell’individuo storico - con una sua

esperienza di vita ben determinata, in un ambito di spazio e di tempo ben definito e dell’individuo universale,

quello che il Singleton definisce "chiunque", " chiunque, cioè, per grazia divina scelga di compiere, o sia scelto a

compiere, quel viaggio della mente che conduce a Lui in questa vita", l’homo viator che si dirige verso Dio mentre

continua a dimorare tra i viventi.Nel canto si profilerebbe una frattura fra la componente etico-religiosa e la

componente lirico-storica e quest’ultima sarebbe l’unica musa ispiratrice. Cacciaguida non sarebbe altro che uno

sdoppiamento di Dante e il loro lungo colloquio la drammatizzazione di un soliloquio, poiché Dante nella

Commedia evita "la rappresentazione riflessiva della sua crisi e delle sue convinzioni fondamentali" (Momigliano),

conferendo ad esse i contorni rilevati e drammatici dei dialoghi, delle azioni, dei contrasti. Non più le pagine

contemplative, solitarie, remote dal mondo della giovanile, astratta Vita Nova, ma una opera creata da un "uomo

fatto per vivere tra gli uomini, e tra essi e contro di essi provare e raffinare le sue forze spirituali" con il concorso

di una fantasia "che ha bisogno, come di nessun’altra, di una realtà mobile e concreta ".Ma è proprio in questa

capacità di tradurre un nodo di esperienze biografiche e di ragioni morali in una lucida contemplazione di miti e di

immagini che si realizza l’intento del Poeta di rappresentare un duplice processo di redenzione: la sua redenzione

personale e quella di tutta l’umanità. E’ "il punto di incontro, in cui convergono le due componenti essenziali

dell’ispirazione dantesca, è il tema etico-politico, che affonda le sue radici nella vicenda concreta dell’uomo

d’azione e dell’esule, e su quel fondamento costruisce i termini di una dottrina universalmente valida, ma non mai

astratta, sempre implicata in una trama di sentimenti e risentimenti, angosce e polemiche, speranze e nostalgie,

impeti di collera sdegnosa e desolati ripiegamenti contemplativi " (Sapegno). Se completiamo queste osservazioni

rilevando che caratteristica del poeta medievale è quella di presentarsi sempre nelle vesti del saggio e del profeta,

cioè di colui che possiede. e rivela la "scienza" e come tale agisce sui destini dell’umanità, possiamo concludere

che il XVII è il canto dove la duplice natura del poema, personale e universale, lirica e dottrinale, trova la sua

trascrizione più stilizzata e sublimata. Poiché il centro di questa scienza e di questa rivelazione è la contemplazione

del divino e in Dio la creatura riceve la propria giustificazione e la propria esaltazione, man mano che ci si avvicina

a quel punto luminoso i problemi si chiarificano, le speranze si concretano, l’uomo conosce meglio se stesso nei

suoi limiti e nelle sue possibilità. E il Poeta acquista piena consapevolezza della sua missione, a Cacciaguida

chiedendo l’investitura di un proposito già maturo. Nessuno ha mai solennizzato come Dante l’importanza del suo

apostolato, nessuno essendo convinto, come lui, di aver ricevuto una rivelazione speciale, nella "prodigiosa

sicurezza di uno che cammina al suo segno senza dubitarne" (Apollonio), perché già sa che ogni destino d’uomo è

divino, già conosce che gli sono dati i soccorsi per la salvezza. Occorre infatti ricordare che vari secoli di

meditazione cristiana, da Sant’Agostino a San Bonaventura e a San Tommaso, avevano già fissato lo schema, il

disegno entro il quale avviene, per successive tappe, la conversione dell’anima dal peccato alla Grazia: Dante, sotto

questo punto di vista, non inventa nulla, ma proprio dal fatto che la struttura del suo poema è fondata su tale

meditazione secolare e che la verità che egli rivela è la verità rivelata da Dio nella Sacra Scrittura, deriva la sua

"prodigiosa sicurezza", perché egli "vede da poeta, e da poeta rappresenta ciò che nella dottrina cristiana è già

concettualmente elaborato e convenuto" (Singleton).Se sull’io universale non si fosse inserito l’io storico di Dante

avremmo una Summa sapienziale, non un’opera di umanissima poesia: perché fra la visione del ritorno dell’anima

a Dio e l’adempimento della sua missione - che è l’atto di rivelare agli uomini la verità che gli è stata comunicata -

si interpone la sua persona con la propria esperienza di peccato e di Grazia per "assicurare che quel che uomo ha

fatto, uomo, soccorso, può fare" (Apollonio). Oltre a quelle del peccato e della Grazia, il canto XVII testimonia

una terza esperienza-fulcro - quella dell’esilio per mezzo della quale il Poeta conosce la solitudine morale

necessaria per farsi giudice dell’umanità; anche questa vicenda personale, dunque, subisce un processo di

trasvalutazione, come la storia di Firenze nei canti XV e XVI. Il Ramat riassume con queste parole il significato

della trilogia di Cacciaguida: La storia di Firenze e la vicenda di Dante divengono nella Commedia due miti

religiosi essenziali e inseparabili; e se lungo il poema corrono con tracciati formalmente distinti, anche se talvolta

incrociandosi, la loro unità sostanziale si manifesta nei tre canti di Cacciaguida, i quali definiscono insieme il

significato diabolico universale della città - ed era un modo con cui Dante riconosceva la centralità effettuale della

sua terra nella storia contemporanea - e la figura eroico-religiosa della sua vittima, la cui vicenda autobiografica si

inserisce strettamente stazioni del Calvario, qualità del suo messaggio - nella logica metafisica che regge l’ordine

terrestre e cosmico".

XXXII Canto

Riassunto Le figure femminili che simboleggiano le sette virtù invitano Dante a distogliere il suo sguardo da

Beatrice per volgerlo alla processione, la quale, in questo momento, riprende a muoversi in direzione opposta

rispetto a quella prima seguita; finché tutti i suoi membri si fermano intorno a un albero altissimo e spoglio di

fronde. Dopo che il grifone vi ha legato il suo carro, la pianta rinasce a nuova vita, coprendosi di fiori e di foglie. Il

canto dolcissimo innalzato dai personaggi del corteo provoca in Dante una specie di tramortimento, e, quando si

risveglia, Matelda gli indica Beatrice che siede sotto l'albero circondata dalle sette virtù, mentre i ventiquattro

seniori, il grifone e gli altri componenti del corteo risalgono al cielo. La seconda parte del canto è occupata dalla

rappresentazione delle vicende del carro della Chiesa attraverso successive allegorie. Dante ricorda - con la figura

dell'aquila - le persecuzioni portate contro i primi cristiani e con l'immagine della volpe il diffondersi delle eresie; in

un secondo tempo l'aquila - simbolo dell'Impero - ritorna e lascia sul carro una parte delle sue penne, per indicare il

potere temporale di cui fu investita la Chiesa dopo la donazione territoriale fatta dall'imperatore Costantino a papa

Silvestro. Poi un drago, che rappresenta Satana, esce improvvisamente dalla terra e, dopo aver colpito con la coda

maligna il carro, si allontana pieno di soddisfazione. L'immagine della Chiesa si trasforma infine in una figura

mostruosa, dotata di sette teste e dieci corna: su di lei siede una sfrontata meretrice, a fianco della quale compare un

gigante, che flagella ferocemente la donna subito dopo che questa ha volto il suo sguardo verso Dante. Il canto

termina mostrando il gigante che stacca dall'albero il carro della Chiesa per trascinarlo nella selva. Introduzione

critica Il discorso esegetico intorno al canto XXXII potrebbe allargarsi indefinitamente, perché esso si trova di


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AUTORE

luca d.

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DETTAGLI
Esame: Lettere
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere classiche
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lettere e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze letterarie Prof.

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