Boecis
Il Boecis (composto poco dopo il 1000, manoscritto del sec. XI) è il primo testo di tipo letterario che sia stato composto in una lingua che è indubbiamente della varietà meridionale del gallo-romanzo, anche se ci sono alcuni frammenti che preludono all’utilizzazione di questo volgare in modo organico. È scritto quindi in una lingua che si differenzia dal francese, cioè dalla parlata settentrionale del dominio gallo-romanzo.
È un testo letterario, di argomento religioso, ma che non doveva servire alla liturgia. È stato composto intorno all’anno 1000 e tramandato a noi per un manoscritto del secolo XI. Questo manoscritto era stato già scoperto nel Settecento e poi, nel 1813, fu ritrovato nella biblioteca di Orléans e pubblicato dal filologo François Renoir, che è stato tra i primi ad occuparsi del provenzale.
La struttura del manoscritto
Il manoscritto dell’XI secolo raccoglie parti della Bibbia, altri testi a carattere religioso e, nell’ultima parte, il Boecis. Le ultime pagine del manoscritto sono andate perse, e con queste anche la parte finale del componimento, per cui il Boecis risulta mutilo. La parte che è giunta fino a noi consta di 257 versi.
Questi versi hanno già una forma perfettamente in linea con la metrica dei primi testi medievali francesi e provenzali; e sono dei décasyllabes (il metro va indicato con il termine francese perché il décasyllabe è diverso, per quanto riguarda il computo delle sillabe, dal decasillabo italiano). Il décasyllabe è un verso che ha cesura 4 + 6 e quindi s’inserisce perfettamente nella tradizione dei decasillabi epici, quelli che sono stati usati nel Medioevo per la grande fioritura della poesia epica, come quella, per esempio, della Chanson de geste.
Versificazione e rima
Un decasillabo a struttura 4 + 6 vuole dire un verso che ha un primo emistichio di 4 sillabe e un secondo emistichio di 6 sillabe. Quando parliamo di versi e di componimenti in rima è importante la nozione che il numero delle sillabe si computa in base agli accenti, cioè in base alle sillabe toniche. Due versi sono in rima quando risulta uguale l’ultima parte del verso, a partire dall’ultimo accento tonico («Nel mezzo del cammin di nostra vita [...] ché la diritta via era smarrita», Inf. I 1 e 3).
L’assonanza è invece l’identità di tutti i suoni vocalici, non necessariamente quelli consonantici, sempre a partire dall’ultimo accento tonico. Ora, il sistema della rima e quello dell’assonanza sono usati nella poesia romanza dei primi secoli. Tendenzialmente l’assonanza, quella cioè per cui basta che sono uguali le vocali, è più usata nella poesia epica, nella Canzone di gesta. Poi, invece, s’incomincia ad usare la rima, soprattutto nella poesia lirica, ma il Boecis è composto in rime, cioè i versi sono legati fra loro da rime, rime che sono uguali per ogni lassa.
Suddivisione in lasse
Le poesie rimate o assonanzate possono essere suddivise in strofe, cioè un raggruppamento di versi che si mantiene numericamente uguale nel corso del componimento; oppure in lasse, in raggruppamenti non uguali numericamente, come è il caso del Boecis dove la quinta lassa si compone di 6 versi, la sesta di 3, la settima di 3, la decima di 12. Anche la suddivisione in lasse è tipica delle Canzoni di gesta. Quindi il Boecis, per certi versi, fa parte della tradizione delle Canzoni di gesta, per la scelta del verso (il decasillabo epico) e la suddivisione in lasse, però ha già la rima e non l’assonanza.
Il protagonista: Boezio
Il titolo indica il suo protagonista, Boezio, che nasce nel 480 e muore all’incirca nel 524. Nel 475 Odoacre, re della tribù germanica degli Eruli, aveva deposto quello che viene considerato l’ultimo imperatore romano, cioè Romolo Augustolo, e quindi nell’anno 476 tradizionalmente s’individua la fine dell’Impero Romano.
Nel 489 Odoacre, re degli Eruli, viene sconfitto a Ravenna da Teodorico, re degli Ostrogoti. Teodorico si era messo d’accordo con l’imperatore d’Oriente Zenone, il quale gli aveva dato mano libera per deporre Odoacre e impadronirsi dell’Italia, cioè della parte occidentale dei residui dell’Impero Romano. Boezio, che era uno dei maggiori esponenti della letteratura cristiana alto-medievale, aveva una funzione importante nel governo di Teodorico. Questo testo fa invece di Boezio una figura di martire cristiano, facendo una certa confusione nella storia.
Confusione storica
Nell’alto Medioevo si faceva confusione tra i termini consul (‘console’) e comes (‘conte’); ma il «conte» è una figura legata alla struttura feudale, il «console» è invece una figura dell’alta amministrazione dell’Impero romano. Boezio fu console, ma nel primo verso del Boecis si legge «coms fo de Roma» (‘conte fu di Roma’), introducendo la figura del protagonista come se fosse un conte, quindi un nobile, inserito nella struttura feudale che faceva capo al re o all’imperatore.
- Latino provenzale: COMES > COMS nominativo
- COMITEM > CONTE accusativo
Il conte era una figura che, secondo la sua denominazione, faceva parte della cerchia dei più vicini al re: «comes tabulae» era il ‘commensale’, il nobile che aveva diritto di sedere alla stessa tavola del re.
Nel Medioevo, fra i titoli nobiliari, c’era anche il «connestabile» (dal lat. comes stabuli, addetto a sovrintendere alle scuderie del sovrano), che si perpetua anche nel Cinquecento e nel Seicento. Il «console», dal lat. consul, è invece un’alta figura amministrativa sia della Repubblica che dell’Impero romano.
Conclusione
Nel testo Boezio viene introdotto come un conte, di famiglia nobile, legato da una dipendenza feudale con l’imperatore, il che naturalmente è un controsenso, perché è un anacronismo: «coms fo de Roma e ac ta gran valor / aprob Mallio lo rei emperador».
In questo testo, che è ispirato dall’opera più importante di Boezio, la Consolatio philosophiae, ha un andamento narrativo in cui si racconta la vicenda di Boezio così come si può raccontare quella di un santo o di un martire cristiano. In realtà Boezio ebbe una fine tragica perché nel 523 viene fuori alla corte di Teodorico il sospetto di una congiura fra esponenti romani e l’imperatore d’Oriente, che in quel momento era Anastasio (succeduto a Zenone, che era stato favorevole alla presa di potere di Teodorico); e Teodorico, sospettando che Boezio fosse un esponente della congiura contro di lui per detronizzarlo, lo fa imprigionare e, dopo un anno, lo fa giustiziare. Nel 523 Boezio viene imprigionato.
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