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BIOMATERIALI E LA LORO EVOLUZIONE
I biomateriali sono materiali che servono per produrre oggetti e dispositivi che ha un’applicazione inerente
alla vita. Significa quindi che sono rilevanti rispetto ai sistemi viventi, ovvero riferito al fatto che deve
avere una funzione che serve per mantenere oppure migliorare la salute dell’uomo.
In estrema analisi per biomateriale si intende:
“a material intended to interface with biological systems to evaluate, treat, aufment or replace any tissue,
organ or function of the body”
“a substance that has been engineered to take a form which, alone or as a part of a complex system, is used
to direct, by control of interactions with components of living systems, the course of any therapeutic or
diagnostic procedure”.
I requisiti di un biomateriale sono:
• Eseguire la funzione desiderata efficacemente e per la durata prevista: idealmente dovrebbe avere
durata uguale all’aspettativa di vita del paziente, anche se ciò non succede mai perché hanno
durata limitata, dopodiché devono essere espiantate.
• Non deve portare alcun danno al paziente: il materiale deve essere biocompatibile ovvero che la
risposta infiammatoria che causa l’impianto sia quella fisiologica e non tale da causarne il
fallimento.
• Deve essere impiantato nel paziente in maniera efficace e a basso costo: il dispositivo deve essere
impiantato nel sito previsto senza un grosso trauma al paziente e a basso costo per avere dispostivi
accessibili a tutti.
• Deve essere scelto e maneggiato con grande cura: la possibilità di un’infezione batterica è concreta.
• Non usare un qualunque materiale disponibile
La biocompatibilità indica che il materiale è in grado di lavorare dando un’appropriata risposta da parte
dell’ospite. Significa che la risposta dell’organismo ospite, sia locale che sistemica, sia fisiologica. Locale fa
riferimento al sito dell’impianto che deve causare, al massimo, la formazione di una membrana fibrotica
che non causi il fallimento del dispositivo. A livello sistemico si intende che il materiale potrebbe dar luogo
a prodotti di rilascio che non sono biocompatibili fermandosi nell’intorno dell’impianto o andando ad
accumularsi in organi bersaglio come, per esempio, il fegato.
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A volte il processo di lavorazione di un materiale modifica la biocompatibilità dello stesso a causa di
degradazione con rilascio di elementi tossici o a causa di assorbimento di oli di lavorazione non
biocompatibili.
Nel momento in cui un dispositivo viene impiantato si ha uno stress fisico con una conseguente risposta
infiammatoria per l’intrinseca incompatibilità tra il materiale estraneo e i tessuti de corpo umano. Inoltre i
fenomeni di interazione materiale-corpo umano varia da paziente a paziente e variano anche in relazione
alla tecnica utilizzata per impiantare il materiale o dispositivo nel paziente.
La biocompatibilità non è una caratteristica intrinseca del materiale ma dipende da come viene trattato e
come viene lavorato il materiale ma è una caratteristica del sistema materiale-tessuto umano.
Si può utilizzare lo stesso materiale per diversi impieghi, non è detto che il corpo umano risponda nello
stesso modo perché viene usato in modo diverso ed è sollecitato in maniera diversa. Questo significa che se
devo pensare un materiale per un’applicazione bisogna studiare il materiale rispetto all’applicazione finale.
Alcuni dispositivi possono portare a infiammazione con conseguente infezione batterica, ad esempio:
• La protesi di valvola cardiaca può causare endocardite
• Le lenti a contatto a effetti a lungo termine sui tessuti dell’occhio
• La protesi d’anca alla rimozione del dispositivo
• La chirurgia ricostruttiva a rimozione del dispositivo
L’obiettivo dei dispositivi impiantabili è di migliorare lo stato di vita del paziente e la sua capacità nelle
interazioni sociali come l’impianto cocleare.
Oltre a questi esistono altri approcci come quelli di medicina rigenerativa dove si cerca di rigenerare il
tessuto usando gli scaffold oppure usando matrici decellularizzate.
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MATERIALI POLIMERICI IN SINTESI
La configurazione è come sono disposte le unità monomeriche in catena: lineare, ramificato e reticolato
sono le tre principali. Ci sono poi casi particolari come i dendrimeri.
Lineari e ramificati sono caratteristici dei materiali termoplastici, ramificata e dendrimeri sono caratteristici
dei materiali termoindurenti.
Gli omopolimeri sono polimeri che hanno una sola unità monomerica nella catena.
I copolimeri hanno due o più unità monomeriche in catena ed è un materiale che permette di avere
caratteristiche meccaniche e di resistenza differenti da quelli dei polimeri ce li compongono. I copolimeri a
blocchi hanno porzioni di catena con una sola unità monomeriche e altre porzioni di catena con un’altra
unità monomerica. Avere dei blocchi permette di avere zone del polimero che rispondono diversamente a
stimoli uguali.
La cristallinità è nel materiali polimerici indica un arrangiamento ordinato nelle catene macromolecolari
che conferisce caratteristiche particolari ai polimeri. Non si hanno mai materiali polimerici cristallini al
100% perché avrò sempre delle porzioni con dei difetti. La cristallinità è una proprietà non intrinseca del
materiale ma che può essere indotta dal processo di lavorazione e trattamenti termici come nel caso dei fili
di sutura che hanno una cristallinità maggiore rispetto a quella che si ottiene dallo stampaggio del
materiale a causa della lavorazione per stiro facendo si che le catene siano ben organizzate in quella
direzione.
Ciò significa che le lavorazioni meccaniche come laminazione, stiramento ed estrusione tendono a
orientare le catene parallelamente le une alle altre, favorendo la formazione di cristallinità.
Il vantaggio di avere polimeri con regioni amorfe contribuisce alla deformabilità del materiale, per quanto
riguarda le regioni cristalline contribuiscono a incrementare le caratteristiche meccaniche del materiale.
Per quanto riguarda la degradazione per esempio idrolitica le regioni amorfe impiegano meno tempo a
degradare rispetto alle regioni cristalline.
Le transizioni termiche della fase amorfa sono la transizione vetrosa che determina il passaggio dallo stato
vetroso a quello gommoso ed è detta transizione isofasica che permette lo scorrimento delle catene per
temperature maggiori della Tg e quella di rammollimento che determina il passaggio dallo stato solido
amorfo allo stato liquido viscoso, mentre la fase cristallina ha solo la temperatura di fusione.
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I materiali reticolati non vanno incontro a cambiamenti con la temperatura ma vanno incontro a
degradazione e conseguente instabilità. C è molto reticolato e alzandosi la temperatura diminuiscono le
caratteristiche meccaniche ma non significativamente. Con il calore si può aumentare la reticolazione del
materiale, aumentando la temperatura, quindi, aumentano le caratteristiche meccaniche del materiale.
L’elasticità entalpica fa riferimento al fatto che per rompere il
materiale devo rompere legami forti. Applicando piccole forze il
materiale è in grado di tornare alla forma iniziale, determinando
deformazioni piccole. L’andamento rappresentato nel grafico
rimane pressoché costante per l’entropia. Quello che aumenta è
l’energia interna. L’elasticità entalpica è tipica dei materiali
metallici e ceramici ma ci sono anche materiali polimerici in cui
si ha questo comportamento come per esempio i materiali vetrosi e i
materiali termoindurenti.
Viceversa gli elastomeri hanno strutture tali per cui vanno incontro ad
alte deformazioni ma sono in grado di recuperare la loro forma. In
queste deformazioni l’entropia diminuisce perché si allineano le catene e
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l’energia interna non varia significativamente e in questo caso si parla di elasticità entropica.
I materiali polimerici sono viscoelastici e hanno comportamento intermedio tra quello di un liquido e di un
solido. La loro risposta allo sforzo è in parte di tipo elastico e in parte di tipo viscoso. Le proprietà
dipendono dal tempo, temperatura e velocità di applicazione del carico.
Le diverse curve sono in funzione della distribuzione
dell’applicazione del carico.
Per quanto riguarda le proprietà a trazione nel tratto detto
drawing le catene macromolecolari si allineano e non si ha un
innalzamento delle propeità meccaniche ma solo la possibilità di
ridurre il tratto resistente. Poi aumenta rapidamente lo sforzo e
la deformazione non aumenta in modo proporizionale perché le catene sono allineate e si inizia ad agire sui
legami covalenti per poter deformare poco il
materiale.
La tenacità rappresenta la capacità di assorbire
energia prima della rottura ed è indicata come
l’area sottesa dalla curva e la resilienza è
capacità di assorbire energia nel campo elastico.
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L’isteresi è significativa del fatto che parte dell’energia viene dissipata
nel provino dai meccanismi di attrito interno.
La linea verde fa riferimento ai materiali viscoelastici, quella blu ai
materiali elastici e quella azzurra ai materiali viscosi. Maggiore è la
componente elastica maggiore la curva sarà simile a quella blu,
maggiore sarà quella viscosa maggiore sarà la somiglianza a quella
azzurra. La deformazione residua è un valore di deformazione finale del materiale viscoelastico, dove il
grafico verde non torna all’origine. La deformazione residua può essere recuperata con il tempo oppure
essere permanente.
Il materiale polimerico ha proprietà tempo-dipendenti:
• Creep: applico un carico costante nel tempo e analizzo la sua
deformazione. Si ha una prima risposta della componente elastica e poi
una che tiene conto del comportamento visco-elastico. Queste prove
possono essere fatte a rottura.
• Recovery: si toglie il carico e si analizza come nel tempo il materiale
riprende la forma iniziale e dipende da quanto la componente viscosa domina rispetto a quella
elastica. Se accade ciò avrò una deformazione che sarà recuperata nel tempo. Se il materiale è
elastico allora sarà in grado di recuperare istantaneamente la deformazione.
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• Stress relaxation: a deformazione costante analizzo le proprietà di sforzo
del materiale polimerico nel tempo. Nel tempo diminuisce perché ho un
assestamento dell’arrangiamento delle catene.
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ANALISI MECCANICHE SU MATERIALI VISCOELASTICI
I materiali polimerici sono viscoelastici. I due modelli più semplici per descrivere il comportamento di un
materiale sottoposto ad uno sforzo sono:
• Modello di Hooke: descrive comportamento di un solido perfettamente elastico
che se sottoposto a forza costante subisce una deformazione istantanea
proporzionale alla forza stessa e restituisce informazioni sul modulo di taglio.
• Modello di Newton: descrive i fluidi viscosi. Secondo il modello la resistenza che
deriva dall’attrito tra le parti di un fluido è proporzionale alla velocità con cui le
diverse parti del liquido vengono separate tra loro. Questa resistenza prende il
nome di viscosità. Sono prove che restituiscono valori sulla viscosità del
materiale.
Per caratterizzare materiali polimerici si utilizzano i seguenti strumenti:
• DMA (analisi dinamico-meccanica): è una tecnica di caratterizzazione volta a studiare
principalmente le proprietà viscoelastiche dei materiali, in particolare di quelli polimerici.
Quando sollecito un materiale con un comportamento elastico applicando una deformazione
sinusoidale il materiale avrà uno sforzo in fase con la deformazione. Se si ha un materiale viscoso lo
sforzo di risposta alla deformazione applicata farà sfasata di 90°. Parlando dei materiale
viscoelastici che sono intermedi si avrà di risposta alla deformazione uno sfasamento che dipenderà
da quanto è influente la componente elastica o quella viscosa. Tanto più il materiale avrà
comportamento elastico lo sfasamento sarà ridotto, più invece il contributo viscoso è maggiore lo
sfasamento si avvicinerà a 90°.
Da ciò si arriva a definire dei parametri meccanici
che permettono di avere informazioni quantitative
su quanto è il contributo elastico e viscoso al
comportamento del materiale polimerico.
Applicando una deformazione sinusoidale parlando
di materiale viscoelastico si scompone lo sforzo
ricavando due parametri che permettono di
ricavare il modulo complesso dato dalla somma di
una componente E’ e E’’, una in fase e una sfasata
dell’angolo delta. E’ di fase darà informazioni sul contributo della componente elastico e E’’ da
informazioni sulla componente viscosa. L’angolo δ sarà maggiore quanto la componente viscosa,
minore quanto la componente elastica. La componente E’ è chiamato modulo conservativo ed è
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legato al contributo elastico e tiene conto dell’energia immagazzinata durante la deformazione. E’’
viene detto modulo dissipativo e tiene conto dell’energia che viene dissipata perché la
componente viscosa determina la formazione di attrito e rappresenta quindi l’energia dispersa
durante la deformazione. La tangente di δ è E’’/E’ ed è il rapporto di perdita.
Consente di determinare la variazione delle proprietà di un materiale in funzione di temperatura,
frequenza e tempo. A seconda del tipo di afferraggio posso studiare diversi materiali:
▪ Tension mode: effettua prove di trazione. Ha come limite la
forza massima. La cella di carico è molto bassa e bisogna
utilizzare provini con sezione resistente piccola. Si ha una
clamp fissa (afferraggio) e un braccio che è il clamp mobile.
Se bisogna applicare carico con una frequenza il clamp
mobile sollecita il provino con una certa frequenza.
▪ Compression mode: effettua prove di compressione.
Analisi di materiali con bassp-medio modulo elastico.
▪ Shear sandwich mode: permette di fare prove in share
(taglio). Utilizzato per solidi soft come gel, adesivi ed
elastomeri a temperatura maggiore della Tg, su
materiali, quindi, con una bassa coesione e alta
deformabilità, tuttavia la coesione non deve essere
troppo bassa perché deve essere in grado di mantenere
la sua forma.
▪ Dual cantilever mode: permette di fare prove di
flessione tenendo fissi due estremi. Può essere utilizzato
per materiali termoplastici ed elastomeri. Si limita la
deformazione del campione.
▪ Single cantilever mode: il provino è ancorato solo da una
parte e viene usato per termoplatici ma non per elastomeri
che hanno una deformazione molto elevata. Nel caso in cui
facessi una prova di questo tipo il rischio è che la
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deformazione sia così elevata da andare verso il limite di corsa dello strumento che si
deforma troppo. Viene usato quindi con materiali a bassa deformabilità.
▪ 3 point bend mode: tipico delle prove di
flessione dove il campione è libero alle
estremità. Facendo queste prove con un
elastomero questo non riesce a mantenersi
sui due appoggi per la sua alta deformabilità.
Viene usato quindi su materiali con medio-
alto modulo come per esempio il policarbonato e PMMA. Elastomero:
▪ Basso modulo
▪ Alta deformabilità
▪ Bassa rigidezza
Per determinare E’ e E’’ posso fare prove che non dipendono dal tipo di afferraggio, per esempio,
applicando una temperatura crescente e quindi delle prove in rampa di temperatura con una certa
velocità di applicazione della temperatura. Aumentando nel tempo la temperatura ad ogni tempo
fissato valuto i due moduli E’ ed E’’. La frequenza e l’ampiezza della sinusoide rimangono costanti
durante queste prove. Come risultato della prova si ha:
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Riguarda la componente elastica e guardando l’andamento si vede che a bassa temperatura
abbiamo un alto modulo perché si è sotto la temperatura di transizione vetrosa. Sotto questa nella
regione di transizione il modulo si abbassa e poi si assesta. Dopo la regione di plateau gommoso
scende di nuovo fino a decadere. La componente E’ legato alla componente viscosa sotto la Tg è
costante perché le catene sono congelate. Si ha poi un picco in corrispondenza dell’inizio
dell’intervallo di transizione vetro-gomma. Poi scende fino alla fusione della parte cristallina p il
rammollimento della fase amorfa. Il modulo dissipativo è collegato all’energia dissipata per
fenomeni di attrito, quindi si hanno le catene che sono immobili e bloccate sotto la Tg, scaldando il
materiale le catene cominciano a muoversi e significa che si hanno fenomeni di attrito tra le catene
che si muovono contemporaneamente avendo un’elevata dispersione di energia e si ha il picco
quando le catene si muovono tra di loro avendo dissipazione di energia. A seconda del materiale si
avranno diverse temperature e queste prove si faranno scegliendo intervalli di temperatura che
coprano le temperature di interesse del materiale polimerico considerato. La temperatura si
incrementa tendenzialmente con
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