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Acqua della Scrittura ed ebbrezza escatologica

L’acqua bevuta al momento del battesimo è anche simbolo della dottrina di Cristo che

fertilizza la vita del cristiana, l’acqua della santa fonte delle Divine scritture. Origene

ritiene che i colpi inferti alla roccia rappresentano le ricorrenti domande del credente

che cerca di capire la Scrittura, seguendo così il consiglio di Cristo “bussate e vi sarà

aperto”. Bere dalla roccia è quindi lasciarsi istruire dalla dottrina, Ambrogio disse

“bevi dunque la coppa dell’At e dell’Nt perché in entrambi è Cristo che tu bevi”.

La sete esprime il desiderio fondamentale dell’uomo che solo Dio sazia, solo l’acqua

divina può placare nell’uomo tutte le seti.

Pietro e la roccia

Nell’arte paleocristiana vediamo apparire all’inizio del IV secolo una nuova

composizione, nella quale Mosè-Cristo giovanile del secolo precedente lascia il posto

ad un personaggio con barba e più anziano che ha il tipo iconografico di Pietro: folata

barba e capelli ispidi ricadenti sulla fronte. E perché non ci fosse alcuna ambiguità,

l’iscrizione Petrus accompagnava ogni volta la figura.

I testi stabiliscono raramente un rapporto esplicito tra Pietro e l’episodio della roccia.

La roccia può designare sia Cristo, ma anche il corpo di cristo cioè la Chiesa, e

Giustino ad esempio dice che i credenti ne solo le pietre vive che sono come “tagliate

dal costato di Cristo”. l’apostolo

La roccia della Chiesa è anche colui che simboleggia la Chiesa e la incarna,

Pietro, che era un soprannome dato da Cristo all’apostolo simone “tu dei simone,

figlio di Giovanni; ti chiamerai Kefas, che vuol dire Pietro” (Giovanni) e la ragion

d’essere di questo soprannome appare in un passo di Matteo dove Gesù dice “ Tu sei

pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa”.

Il parallelo tra la roccia da cui sgorga l’acqua è pietro è palese in Afraate il Persiano

“Mosè fece uscire l’acqua dalla pietra per il popolo; Gesù invece, ha mandato Simon

il suo insegnamento ai popoli”. Anche Agostino stabilisce un

Pietro a portare

accostamento esplicito tra Mosè e Pietro.

Le rappresentazioni nelle quali Pietro fa scaturire l’acqua dalla roccia sono spesso

completate da 2 o 3 piccoli personaggi che bevono alla fonte. Sono i credenti

rappresentati così, vestiti come soldati, come nella scena di arruolamento militare che

figura ai primi del IV secolo per simboleggiare l’ingaggio battesimale. In effetti,

l’arruolamento nell’esercito antico comportava un giuramento, sacramentum, come il

sacramentum del battesimo, con il quale ci si impegnava a rinunciare al peccato e a

vivere secondo l’insegnamento di Gesù. Il paragone della vita cristiana come quella

del soldato è già presente nelle lettere di Paolo “Tutti diventeranno per la fede soldati

di Cristo”.

La ricchezza dei significati attribuiti all’episodio ne ha assicurato il successo

nell’iconografia funebre. Mosè evoca Cristo, Pietro il predicatore o anche il lettore

credente. L’acqua viva poi ,

della Scrittura; la roccia è il Cristo, la Chiesa, Pietro e il

simboleggia la presenza interiorizzata e vivificante dello Spirito di Dio, la vita eterna

dispensata sin d’ora attraverso i sacramenti e la parola di Dio. Le immagini alle quali

viene associata la roccia sono significative a questo riguardo: scene di battesimo e

talvolta di pesca, spesso la figura di Noè e tutte con il significato della salvezza offerta

attraverso il battesimo; e soprattutto la risurrezione di Lazzaro, che nella metà dei casi

è corrispondente della scena della roccia.

La frequenza con la quale torna l’immagine della roccia dalle acque vve

nell’iconografia funebre antica dipende dal fatto che parlava contemporaneamente

della morte e della vita eterna. Anche un’associazione dell’acqua della roccia al

refrigerium di cui abbiamo già parlato a proposito di Giona non è impossibile perché

nell’ebraismo degli inizi della nostra era, il dono dell’acqua nel deserto evoca il ritorno

al paradiso.

Il passaggio del Mar Rosso

La liberazione di Israele avvenne in 2 tappe. In un primo tempo, il faraone e gli

egiziani, costernati per la morte dei loro primogeniti colpiti dall’angelo sterminatore,

acconsentono finalmente a lasciar uscire gli ebrei dall’Egitto; i loro figli erano stati

risparmiati grazie al sangue dell’agnello pasquale che per ordine di Dio aveva segnato

gli stipiti delle loro porte. In un secondo tempo, Dio interviene per salvare gli ebrei

dalla mano degli egiziani che, rimpiangendo il loto gesto, si erano lanciati

all’inseguimento con carri e cavalieri: davanti a Mosè che impugna il bastone di Dio il

mare si ritira per il tempo necessario a lasciar passare Israele a piedi asciutti ed il

passaggio si richiude sugli egiziani.

Il primo episodio riceve sin dall’Nt un significato cristologico, il sangue d’agnello è

infatti il sangue di cristo versato durante la passione che salva dalla morte colore che

credono in lui, Giovanni dice “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, cristo

è la vera pasqua nell’At è solo figurata.

La liberazione pasquale

La storia dell’uscita dall’Egitto è la storia di una liberazione: liberazione dalla

schiavitù, dalla morte per l’effetto salutare della passione di Cristo. Durante la veglia

pasquale per commemorare la morte e risurrezione di Cristo, veniva certamente

tempi il cantico di Mosè. Il sangue dell’agnello era quello del

cantato, fina dai primi

Figlio di Dio e la liberazione non è più temporale, ma spirituale. Gregorio di Elvira

riassume brevemente il significato globale dell’episodio: “L’Egitto è la figura di

quella del diavolo; i figli d Israele erano l’immagine del primo

questo mondo, faraone,

uomo creato, sa cui avevano origine: quanto a Mosè, inviato a liberarli, era il tipo di

Cristo”.

L’uscita dall’ Egitto è uno degli esempi di liberazione biblica il cui ricordo dona al

credente la fiducia che Dio agirà allo stesso modo con lui come dice un brano di

Ippolito nel quale gli ebrei nella fornace affermano: “Dio ci strapperà dalle mani del re

Nabucodonosor, come ha tolto il nostro antenato dalla mano del faraone. Ricordiamo

è accaduto un tempo in terra d’Egitto e che para ebbe il mare quando fu colpito

cosa

dalla verga”.

Un nuovo esodo sotto la guida di Cristo

La colonna di fuoco e la nube

Nel racconto biblico , alla guida del popolo che scende nel mare, ci sono la nuvola e

che impugna il suo bastone; dall’altra parte del mare dopo la traversata, Miriam

Mosè

sorella di Mosè guida i cori che danzano di gioia in onore del Signore. Generalmente

la nube e Mosè rappresentano il Figlio di Dio e Miriam la Chiesa.

“Il signore andava davanti a loro di giorno con una colonna di nube per condurli nella

strada, e di notte con una colonna di fuoco per illuminarli”. Nel libro della Sapienza

questa colonna fiammeggiante era stata assimilata alla Sapienza di Dio, che guida gli

Il Vangelo di Giovanni la identifica con Cristo “chi segue me

uomini con la sua luce.

non camminerà nelle tenebre”; Paolo vi vede in particolare lo Spirito Santo effuso

attraverso il Figlio di Dio, mentre il mare evoca l’acqua del battesimo.

Questa doppia interpretazione si trova anche in una catechesi di Ambrogio da Milano.

Il bastone di Mosè

Il signore aveva ordinato a Mosè di alzare il bastone sul mare e dividere il mare. La

tradizione ebrea antica era stata molto attenta affinchè non fosse visto in quel bastone

una bacchetta magica, si spiega che è il bastone di Dio, creato da Dio all’origine del

mondo, tagliato da un ramo dell’albero della vita, oppure in uno zaffiro del trono

divino, e su di esso è inciso il nome grande e glorioso di Dio, come riporta un targum.

Esso rappresenta la parola di Dio, che ha creato il mondo e ordinato le acque

primordiali ed ha quindi potere sugli elementi. Si diceva che al tempo della salvezza

l’iconografia

sarebbe stato di nuovo nelle mani del re Messia e per questo

paleocristiana, fondata su testi antichi, ne fa un attributo a Gesù: esso rappresenta la

parola efficace di Dio, oppure più spesso l’immagine della “croce di Cristo con la

quale Dio ha vinto il mondo” (origene).

La croce è prefigurata dal bastone e il bastone ha per anticipazione la forza efficace

della croce. In tutti gli episodi dell’Esodo nei quali il bastone di Mosè trionfa, dice

Ilario “è la croce che trionfa sui maghi, che spaventa il faraone, che divide il mare…è

dell’azione santificante del legno che i cuori degli infedeli sono

infatti per effetto

addolciti e passano dall’amarezza al peccano e dall’empietà alla dolcezza della fede.”

Miriam

esaltavano la vittoria del Dio di Israele. In Miriam i cristiani hanno vista la figura

della Chiesa, molti sarcofagi della fine del IV secolo rappresentano Miriam con il suo

tamburello, segnato talvolta con la croce o il crisma la cifra formata dalle prime 2

lettere del nome di Cristo incrociate (il chi X rho P??).

Esegesi morale

del mare realizza in modo visibile la Pasqua, cioè, secondo l’etimologia

La traversata

più correntemente accettata dagli antichi, un passaggi. L’antica traversata del mare si

prolunga oggi in un altro passaggio, questa volta morale, dal vizio alla virtù. Filone di

attesta che questa esegesi era ben conosciuta nell’ebraismo del I secolo

Alessandria

“Per coloro che hanno l’usanza di dare ai testi un’interpretazione allegorica, le feste

della felice Pasqua alludeva alla purificazione dell’anima. Essi dicono infatti, che

l’uomo ebbro di sapienza non cerca altro che realizzare il passaggio fuori dal corpo e

dalle passioni, che traboccano come un torrente se non se ne arresta il corso con i

precetti della virtù”. Idee analoghe si ritrovano anche nel cristianesimo, Origene scrive

“si realizza una salita dall’Egitto alla terra promessa, attraverso la quale impariamo

sotto forma simbolica l’ascesa dell’anima verso il cielo e il mistero della resurrezione

dei morti”.

Passaggio del Mar Rosso e battesimo

Il vero passaggio

All’immagine di Mosè che scende nei flutti perigliosi del mare si sovrappone talvolta

quella di Cristo che scende agli inferi. La resurrezione di Cristo è preludio di quella

degli altri uomini, perché egli è “il primogenito tra i morti”; essa manifesta il trionfo

sull’antico avversario.

totale

Nella tradizione cristiana non esiste passaggio verso nuova vita se non con l’aiuto

dello Spirito di io, trasmesso al’umanità da Cristo nella sua passione, viene ricevuto

dai singoli attraverso il rito dell’iniziazione cristiana. Il battesimo realizza il vero

passaggio del Mar Rosso. Nel battesimo il catecumeno discende nella piscina

battesimale (battezzato significa essere immerso) per risalirne purificato dai suoi

peccati, come gli ebrei erano passato attraverso le acque del Mar Rosso e ne erano

usciti liberati dagli egiziani. E come il popolo di Israele aveva attraversato il mare con

Mosè alla testa, così il cristiano scende nella acque del battesimo dietro a Cristo che

gli ha aperto la via con la sua discesa nella morte della tomba.

Liberazione dalla tirannia del diavolo

La vittoria di Mosè sul faraone rappresenta la vittoria di Cristo sul demonio, alla qual

l’uomo è associato attraverso il battesimo. Numerosi testi ne parlano. Il più antico Sul

battesimo di Tertulliano: “il popolo liberato dall’Egitto, attraversando l’acqua, sfuggì

alla forza del re egiziano; l’acqua annientò il re stesso e tutte le sue truppe. Quale

figura più illuminante del sacramento del battesimo? I pagani sono liberi dal mondo

anche’essi attraverso l’acqua; abbandonano il diavolo, loro antico tiranno, inghiottito

dall’acqua”.

Le acque del battesimo sono acque ambivalenti, durante il passaggio del Mar Rosso

c’è la liberazione dalla schiavitù, ma anche la morte del tiranno: sconfitta da Satana,

Agostino dice che “la morte degli egiziani significa la

annientamento del peccato,

distruzione dei peccati”.

La traversata del mare iniziata nel battesimo è completamente compiuta solo

nell’ultimo passaggio che è la morte della persona, ed Origene ritiene che qui il mar

rosso diviene l’equivalente simbolico del fiume di fuoco, che circonda il trono di Dio e

simboleggia il giudizio. Mar Rosso e colonna di fuoco sono stati messi in relazione

con il giudizio escatologico. La discesa nel Mar Rosso significa la morte e la sua

traversata vittoriosa evoca la vita nuova e la risurrezione. Tutto questo spiega l’utilizzo

di questo tema nell’arte funeraria; ne ritroviamo numerosi esempi nei sarcofagi verso

la fine del IV secolo, la sua apparizione relativamente tardiva potrebbe spiegarsi con la

difficoltà a rendere l’episodio in maniera significativa, per dipingere il paesaggio del

mar rosso c voleva un artista più competente che per l’episodio della roccia colpita da

Mosè. IL SACRIFICIO DI ABRAMO (VI)

La storia del sacrificio di Abramo è un capolavoro di tensione narrativa, tutto è

misterioso: il luogo, il segno dal quale Abramo deve riconoscerlo, l’ariete che spunta

come dal niente al momento giusto per sostituirsi ad Isacco, il motivo dell’ordine

la proibizione di “far passare i loro figli attraverso

divino che contraddice apertamente

il fuoco”. A questo episodio i primi cristiani attribuivano il significato simbolico della

liberazione, Dio ha liberato “Isacco dalla spada sospesa sul suo capo” (agostino)

un esempio insigne di liberazione, ma l’ariete, vittima

quindi si vedeva soprattutto

sostitutiva, reintroduce l’idea sacrificale. I due temi, liberazione e sacrificio, sono

indissolubilmente legati fin dalle origini e concorrono a esprimere il mistero

fondamentale del cristianesimo

Genesi 22 e la passione di Cristo

Il sacrificio di Abramo è l’esempio stesso del sacrificio per eccellenza. I testi ebraici

esaltano l’obbedienza piena di fede del patriarca che accetta senza discussione di

immolare suo figlio, ma anche il consenso di Isacco la vittima. I primi cristiani, già

nel nuovo testamento, vedono in Isacco la figura profetica di Cristo, come attestano la

lettera ai romani ed il Vangelo di Giovanni. Nella letteratura patristica, l’offerta del

figlio amato accettata da Abramo annuncia il dono del Figlio unico da parte del Padre.

Isacco portatore del legno

La passione di Cristo anzitutto evocata da Isacco che porta sulle spalle la legna del

sacrificio e anche dall’immolazione dell’agnello sostitutivo. Isacco che si carica sulle

spalle il legno sul quale dovrà essere immolato suggerisce il trasporto della croce.

L’ariete impigliato nel cespuglio

Anche il legno del cespuglio ricorda la croce. Per Tertulliano, l’ariete con il capo

imprigionato nelle spine evoca Gesù coronato di spine durante la passione. Non

sembra che l’arte paleocristiana abbia molto insistito su queste corna impigliate nel

cespuglio, più sovente l’ariete viene raffigurato accanto all’albero con una corda.

L’ariete immolato

è l’immolazione dell’ariete

Per molti Padri che viene considerata figura della passione.

L’ariete di Abramo e l’agnello pasquale si confondono. Questo spiega perché in epoca

paleocristiana Genesi 22 venisse letto durante la veglia pasquale in moltissime chiese.

L’ariete e Isacco sono quindi 2 figure del Cristo: l’ariete figura la natura umana

passibile, nella quale fu messo a morte, Isacco la natura divina immortale, Origene è il

primo ad affermare chiaramente questa accezione, riprendendola da Clemente

Alessandrino. Anche in Occidente troviamo la stessa dottrina in Agostino, Procopio di

Gaza scrisse:

“L’ariete subisce l’immolazione; il corpo soffre al posto della natura divina che non

può soffrire”.

Genesi 22 e il mistero della risurrezione

Nell’ebraismo antico, Genesi 22 era un simbolo di liberazione.

Isacco liberato dai suoi legami: risurrezione di Cristo e salvezza

dell’uomo

Nel Pedagogo Clemente d’Alessandria, la liberazione di Isacco è una chiara figura

della risurrezione di Cristo “Gesù, dopo essere stato messo nella tomba, risuscitò,

esattamente come Isacco fu liberato dal suo sacrificio”.

Isacco liberato dai suoi legami rappresenta Cristo risuscitato e per estensione, l’uomo

salvato dalla sua morte e risurrezione; Isacco rappresenta quindi l’umanità intera

salvata da Cristo dalla morte eterna. Il giorno del sacrificio di Abramo, che è anche

quello della liberazione di Isacco, corrisponde al giorno della risurrezione di Cristo.

La fede di Abramo nella risurrezione

La lettera agli Ebrei è il primo testo cristiano a parlare esplicitamente del sacrificio di

Isacco, e lascia intendere che Abramo avesse fede nella resurrezioni di Cristo: “per la

fede Abramo ha offerto Isacco, quando fu provato. E stava per offrire l’unico figlio,

quello che aveva ricevuto le promesse: in Isacco tu avrai una discendenza, perché

aveva ritenuto che Dio è potente anche per risuscitare da morte”. Origene sviluppa

questo tema: “ Abramo aveva creduto che Dio potesse risuscitare anche tra i morti..per

questo offriva con gioia il suo unico figlio, perché in lui aveva vista non

l’annientamento della sua discendenza, ma la restaurazione del mondo e il

rinnovamento dell’intero creato, che è stata realizzata attraverso la risurrezione del

Signore”. A Gerusalemme questa dottrina veniva dispensata ai catecumeni, e la

ritroviamo anche presso Agostino.

Quindi Abramo figura emblematica della fede credette per anticipazione nella

risurrezione di Cristo.

Una visione globale dell’evento redentore

Nei primi tempi l’accento era posto soprattutto sulla risurrezione, come conferma

l’insistenza dei Padri nel sottolineare che Isacco era stato sottratto alla morte e non era

stato immolato, al suo posto viene sacrificato l’ariete, ciò contro la tendenza ebrea a

conferire un valore salvifico al sacrificio di Isacco ritenuto da loro realmente

compiuto. Isacco è figura di Cristo ma la figura è imperfetta, perché Isacco non fu

messo a morte, l’evento cristologico è assolutamente unico.

Uno sguardo all’iconografia

Questa visione globale dell’insieme del mistero è percepibile anche nell’iconografia. I

padri antichi non vedono in Isacco sull’altare del sacrificio la figura del Cristo in

croce. In Occidente Isacco non è mai rappresentato sull’altare prima della fine del IV

secolo. Isacco che sfugge alla morte è piuttosto figura di Cristo che torna alla vita.

La rappresentazione più antica di Genesi 22, che si trova nel cubiculum A3 delle

Cappelle dei sacramenti nelle catacombe di Callisto (III secolo) mostra chiaramente

che l’elemento sacrificale non è essenziale per la rappresentazione. Non ci sono ne

altare ne coltello, a dx c’è la fascina di legna di Isacco, posata accanto all’albero;

l’ariete libero, isacco e abramo entrambi in atteggiamenti oranti, rendono grazie a Dio.

In breve non c’è niente che ricorda la morte. L’affresco ritrae il ringraziamento per la

salvezza di Isacco, così come il primo commento, nella lettera agli Ebrei, vi vede la

risurrezione di Cristo.

L’elemento che domina generalmente le rappresentazioni del sacrificio di Abramo,

sono la mano di Dio (dextera dei) e il coltello impugnato da Abramo. La mano,

talvolta completa di braccio raffigura la presenza operante del Signore, e in questo

episodio biblico indica quindi la voce celeste che proibisce di compiere il sacrificio ad

l’arresto della morte incombente e la

Abramo. Il coltello brandito rappresenta

liberazione di Isacco.

Alla fine del IV secolo, forse per influsso della liturgia vediamo apparire

rappresentazioni di Isacco seduto o inginocchiato sull’altare, soprattutto nelle

basiliche, dove l’immagine è situata presso l’altare, in relazione all’offerta eucaristica,

come nelle antiche basiliche di san pietro e s paolo fuori le mura a Roma o anche in

san vitale a ravenna.

Dal V secolo in poi l’immagine della passione prende progressivamente il sopravvento

su quella della resurrezione oppure accostano Isacco legato sulla legna a Cristo

inchiodato sulla croce.

Quindi il sacrificio di Isacco è stato anzitutto rappresentato nell’arte funeraria

per evocare la grazi fatta da Dio all’umanità con il dono del suo Figlio Unico, il fedele

si identificava implicitamente con Isacco, sottratto alla morte dalla parola di Dio e

quindi sperava nella risurrezione dopo la morte.

Isacco sotto il coltello di Abramo, rappresenta l’uomo graziato da Dio. In seguito

l’accento tende a spostarsi dal dono di grazia verso l’atto di fede nella passione

salvatrice che ne è l’origine.

DANIELE, I TRE EBREI E SUSANNA (VII)

Considerate nel loro insieme, le figure dell’arte funeraria ispirate al libro di Daniele

L’immagine di Daniele nella fossa dei leoni è

sono numerose quanto quelle di Giona.

la più diffusa; quella dei 3 ebrei nella fornace ardente compare più tardi e presenta uno

schema simile a quella dei leoni, entrambe riguardano la persecuzione dei fedeli del

Dio unico da parte dei Babilonesi, la condanna dei protagonisti e poi il miracolo

salvifico per intervento di un angelo.

Il libro di Daniele ha fornito all’iconografia anche altri 3 temi:

l’uccisione del serpente Bel ad opera di Daniele, episodio collegato a quello

- della fossa dei leoni;

- il rifiuto dei 3 giovani ebrei di adorare la statua di Nabucodonosor;

- il racconto di Susanna e i vecchi.

Daniele nella fossa dei leoni

Daniele e la preparazione pasquale

Del racconto riguardante Daniele la Bibbia contiene 2 versioni diverse tra loro, gli

autori antichi usano prevalentemente i particolari del capitolo 14 perché più pittoresco

del capitolo 6.

Daniele passa 7 giorni nella fossa (anziché 1 notte nel cap.6), al termine di questo

tempo il profeta Abacuc gli porta il cibo. Daniele già nella tradizione ebraica è un

modello di preghiera, insegna ad invocare Dio in ogni luogo anche nelle avversità e la

sua vicenda mostra la forza della preghiera. Anche per molti padri cristiani la

preghiera di Daniele ha fermato la gola dei leoni e nell’iconografia paleocristiana

Daniele è universalmente raffigurato nella posizione dell’orante.

Daniele viene considerato anche un esempio come digiunatore, e alcuni padri

addirittura giungono a farlo digiunare per 3 settimane, dilatazione intenzionale

ad incoraggiare i fedeli all’astinenza della quaresima. Infatti il digiuno

finalizzata

pasquale del neofita si conclude con l’eucarestia, per questo il pasto portato da Abacuc

è stato ricordato come solo pane, pane venuto dal cielo, cioè il pane eucaristico.

Le testimonianza figurativa mostrano che questa esegesi era molto diffusa, vi si vede

Abacuc che porta a Daniele un pane segnato con una croce.

Per alcuni padri Daniele raffigura anche il battesimo, i leoni rappresentano le

tentazioni. Preghiera digiuno, eucarestia, battesimo: Daniele nella fossa dei leoni

evocava la pratica religiosa dei cristiani e in particolare la quaresima, con la quale la

comunità e i battezzandi si preparavano a festeggiare la resurrezione del Signore.

Daniele nella fossa dei leoni, simbolo della resurrezione

Il leone nel mondo romano negli anfiteatri, passava per l’esecutore delle pene capitali,

perché gli si facevano divorare i condannati a morte. La fossa era l’immagine

dell’inferno, della morte. In Daniele è stata vista una figura di Cristo, il profeta che

gettato nella fossa dai suoi persecutori, ne esce incolume, era una prefigurazione della

passione e della resurrezione, un autore siriano del IV sec Afraate sviluppa

esplicitamente questa immagine:

“Daniele lo gettarono nella fossa dei leoni, ma fu salvato e ne risalì incolume; Gesù lo

fecero discendere nella fossa della dimora dei morti, ma egli ne risalì e la morte non

ebbe potere su di lui…Per Daniele fu chiusa la gola dei leoni; per Gesù fu chiusa la

gola della morte”.

Daniele gettato ai leoni evoca Gesù mandato a morte, mentre Daniele

nell’atteggiamento dell’orante non evoca solo la preghiera del profeta, le sue braccia

alzate disegnano la croce.

Daniele tra i leoni e la vita paradisiaca

Daniele è quasi sempre rappresentato in mezzo a due leoni, le belve talvolta hanno un

aspetto che incute timore ma più spesso dimostrano docilità a Daniele, molti padri

della chiesa riportano testimonianza di leoni docili, che amano essere carezzati dal

profeta, addirittura gioiosi. L’immagine di Daniele che ammansisce le bestie feroci,

tutto il creato aspira a entrare nell’universo salvato da Cristo.

illustra bene come

Nell’arte sepolcrale, la fossa dei leoni riveste talvolta l’aspetto di un piccolo sarcofago,

nel quale Daniele è raffigurato nudo in mezzo ai leoni, egli è Adamo che ha

ripristinato il paradiso.

Daniele, il dio Bel e il drago

Nella seconda visione della storia della fossa dei leoni, Daniele viene gettato nella

fossa perché si è rifiutato di adorare il dio Bel e il serpente sacro di Babilonia. Anzi, lo

aveva avvelenato con un miscuglio di frittelle di peli, pece e grasso. L’episodio è

meno famoso di quello della fossa dei leoni, ma aveva ugualmente nutrito la tradizione

popolare. Il serpente diviene immagine di satana,altri videro negli ingredienti della

polpetta le due nature di cristo e accostarono la vicenda a quella di Giona.

I tre ebrei nella fornace

L’episodio dei 3 ebrei nella fornace di Babilonia nella versione dei 70 è un dramma in

3 atti. vuole imporre a tutti i suoi sudditi l’adorazione della sua

1) Il re Nabucodonosor

regale persona sotto forma di una statua d’oro. Solo 3 ebrei gli oppongono una

resistenza irriducibile e di fronte alla minaccia del supplizio, rispondono che

Dio se vuole può sottrarli al potere del re, ma anche se non lo farà loro non

adoreranno la statua.

E’ il momento del supplizio i 3 giovani sono gettati nelle fiamme, ma essi vi

2) passeggiano in mezzo cantando un primo cantico di lode e di supplica, quando

la fiamma è all’apogeo l’angelo del Signore scese nella fornace spegnendo il

fuoco e facendone un luogo ventilato, allora i 3 ebrei intonarono un lungo

canto i ringraziamento ispiratore del cantico delle creature di san Francesco

d’Assisi.

3) Nabucondosor riconosce il miracolo e i 3 ebrei si vedono accordare onori e

poteri.

Il rifiuto di adorare la statua

La storia dei 3 ebrei nella fornace evoca le condizioni dei cristiani durante le

persecuzioni, per questo ebbe un discreto successo nelle figurazioni che compaiono

alla fine del III secolo, l’epoca della tetrarchia quando si impone il culto

dell’imperatore (persecuzione diocleziano). Spesso la scena è il contrapposto

dell’Adorazione dei Magi, a sinistra tre personaggi vestiti all’orientale con un berretto

frigio evitano di guardare la statua del re, a destra tre personaggi vestiti ugualmente si

prostrano davanti al Bambino e la Vergine.

Alla fine del IV secolo nell’impero orami cristiano l’interpretazione si ampliò: i tre

ebrei divennero il modello dei cristiani che rifiutavano in generale i valori del mondo.

I tre ebrei nella fornace e la fede nella vita eterna

I tre ebrei vengono considerati i 3 tipi di martire, che fa della sua vita un sacrificio

volontario di Dio perché crede nella vita eterna, Cipriano scrive “La loro certezza non

si fondava sulla speranza di una liberazione attuale, ma sul pensiero della liberazione e

della sicurezza della gloria eterna”.

Essi manifestano la forza della preghiera, il duplice cantico che intonano nella fornace

spiega perché sono rappresentati come oranti, ed insegnano anche la verità della parola

di Gesù, un po’ come Daniele.

Essere salvati dalla fornace: salvezza eterna e risurrezione

Nella Bibbia la fornace evoca il giudizio di Dio, chiamato spesso il giorno del Signore.

Nel NT la fornace ardente è una metafora dei castighi infernali. Quindi la fornace ove

vengono gettati i 3 ebrei appare come una prefigurazione del fuoco eterno.

In molti autori l’analogia tra la fornace e le fiamme eterne assume la forma di

un’antitesi: il fuoco dove vengono gettati i giovani si contrappone al fuoco eterno che

essi vogliono evitare. Inoltre le fiamme della fornace che risparmiano i tre ebrei e che

si ritorcono contro quelli che le hanno accese, forniscono un esempio ideale per

l’insegnamento sul giudizio finale.

Il Verbo di Dio nella fornace

“Non abbiamo forse gettato 3 uomini nella fornace? chiede Nabucodonosor “ecco io

vedo 4 uomini sciolti, i quali camminano in mezzo al fuoco, senza subirne alcun

danno; anzi il quarto è simile nell’aspetto a un figlio di dei” questa traduzione di

Daniele è di Teodozione ed è la più diffusa tra i padri, mentre nella settanta si parla del

4 personaggio come “angelo di Dio”. L’idea che il 4 personaggio fosse il Figlio di

Dio, cioè Gesù, divenne molto comune tra i padri elemento visibile anche nelle

raffigurazioni e nei sarcofagi.

Alla fine del IV secolo con il progresso della teologia trinitaria verrà precisato che

tutta la trinità era presente nella fornace.

I tre ebrei nella fornace e la resurrezione dei corpi

Per gli antichi, l’episodio di Daniele non evocava solo il Cristo che spegne le fiamme

della geena, ma anche la risurrezione; per questo, nella maggior parte delle tradizioni,

fa parte delle letture pasquali. Il legame tra l’episodio della fornace e la fede nella

antico nel cristianesimo, Tertulliano scrive: “le fiamme di

risurrezione è molto

babilonia non danneggiarono ne le tiare ne gli abiti porpora dei fratelli, Dio che ha

preservato i vestiti saprà preservare i corpi e questo è prova della futura integrità”.

Ereditato dalla tradizione ebrea è il concetto che i morti appariranno con i loro vestiti

addosso e non nudi. La discesa del quarto personaggio nella fornace diventa una figura

della discesa agli inferi e l’uscita dei tre giovani dalla fornace è un’immagine della

liberazione dei giusti dagli inferi ad opera di Gesù.

I tre ebrei e il battesimo

Molti testi del IV secolo fanno della fornace ardente una figura del fonte battesimale.

L’accostamento del fuoco e dell’acqua battesimale, si ricollega ad una tradizione

quale quando Gesù scese nell’acqua del battesimo, un fuoco si

arcaica secondo la

accese nel Giordano. La presenza congiunta nella fornace della fiamma e della

rugiada ha contribuito maggiormente ad accostare la fornace al fonte battesimale,

parallelismo esplicito: “Nella fornace inondata di

Zenone ad esempio stabilisce un

rugiada, la grazia del battesimo non fece loro difetto. O fuoco mirabile!..”.

La rugiada rinfrescante scesa dal cielo si tre ebrei ricorda l’unzione con l’olio che,

nell’antichità seguiva l’immersione nel fonte battesimale e simboleggiava l’effusione

dello Spirito Santo. La rugiada, immagine ricca di significato nella Bibbia, rappresenta

il dono celeste dello Spirito Santo. Gli accostamenti che fanno i padri della chiesa,

spiegano la rappresentazione della catacomba di Priscilla, nel cubiculum detto Velatio,

ove un’enorme colomba plana sulla testa dei tre ebrei, essa reca un ramoscello di ulivo

che per gli antichi evoca l’olio e quindi lo spirito santo, essa significa la discesa della

rugiada nella fornace.

I tre ebrei sono il modello dei cristiani che nel battesimo ricevono l’effusione dello

Spirito. La presenza in loro dello spirito si traduce nell’esplosione di lode che p il

cantico dei 3 fanciulli.

dedusse dall’episodio un’interpretazione morale allegorica: il mondo è la

Origene

fornace; le fiamme rappresentano le prove, le tentazioni più brucianti del fuoco che i

cristiani devono affrontare e le scottature del peccato; l’uomo è invitato a calpestarle

fecero i tre giovani con l’aiuto dello Spirito Santo.

come

Il successo della scena nell’arte funeraria è dovuto al significato di morte e

resurrezione, che quello di battesimo: la fornace, simbolo di morte, rappresenta anche

il battistero nel quale l’uomo vecchio muore per risuscitare con Cristo e vivere nella

vita dello Spirito, simboleggiata dalla rugiada vivificante,

Susanna e i vecchioni

Il capitolo 13 del libro di Daniele è formato dal racconto di Susanna e gli anziani, in

realtà il racconto era autonomo e originariamente non era considerato come parte del

canone delle Scritture. Si configura come una storia molto morale: la bella Susanna

sorpresa al bagno nel suo grande giardino da due anziani libidinosi i quali, non

potendo soddisfare le loro brame, la accusarono di aver avuto rapporti colpevoli con

un giovane tra i cespugli e pronunciarono contro di lei un verdetto di morte. Grazie

all’intervento del saggio Daniele che, procedendo a interrogatori separato dei due

accusatori, smaschera la menzogna. Susanna è universalmente celebrata per la sua

castità ed è un modello di resistenza alla tentazione. Le rappresentazioni raffigurano

Susanna in preghiera tra i due alberi del suo giardino, dietro i quali a volte sono situati

i due perfidi anziani.

Giudizio

motivo del giudizio è centrale nel racconto e nell’iconografia, dove si sono

Il

sviluppati veri e propri cicli di Susanna. Viene presentata accusata dagli anziani che

posano le man sulla sua testa per accusarla, ed è poi dichiarata innocente da Daniele

sia nelle catacombe (Priscilla e Callisto) che sul sarcofago di Gerona. Alcuni

sarcofagi presentano anche il supplizio degli anziani per lapidazione o decapitazione.

Questa dimensione del giudizio spiega la presenza della storia nell’arte funeraria, e

sempre per questo slittamento verso un significato escatologico, in alcuni commentari

si parla di un supplizio di fuoco o per Susanna o per gli anziani, sebbene nel testo

biblico non ne parli affatto.

Battesimo

Il bagno di susanna veniva vista una prefigurazione del battesimo, questa

“viene preparato

interpretazione si trova in Ippolito che dice: nel giardino il bagno che

deve rinfrescare coloro che il fuoco dovrebbe consumare e la Chiesa, lavata come lo fu

Susanna, sta in piedi davanti a Dio come una sposa giovane e pura. E come le due

serve affiancavano Susanna così la fede e la carità accompagnano la chiesa e per quelli

che sono lavati, preparano l’olio e i saponi, Cosa sono i saponi se non i comandamenti

dello spirito, cos’è l’olio se non la potenza dello spirito?”. Questa interpretazione

battesimale ha portato Ippolito ad attribuire un significato al giardino di Susanna che

diviene la Chiesa, un giardino spirituale ove l’ombra degli alberi placa il fuoco delle

Esso ricorda l’Eden primordiale, ed Ippolito

passioni, dove spunta il fiore che è Cristo.

azzarda l’antitesi di Susanna che virtuosa non si era lasciata tentare, cioè Eva che al

contrario aveva ceduto al serpente “Come un tempo nel paradiso il diavolo si era

mascherato sotto la forma del serpente, così si è nascosto negli anziani per soddisfare i

suoi desideri e rovinare Eva una seconda volta” (Ippolito Su Daniele).

Il giusto perseguitato

In Susanna immagine della Chiesa, i padri riconoscevano l’imitazione di Cristo, nel

suo silenzio e nel rifiuto di rispondere alle accuse degli anziani, essi vedevano una

figura del silenzio di Cristo davanti a Pilato.

Susanna ingiustamente condannata rappresenta anche il cristiano, gli anziani le

autorità politiche che li perseguitavano, o il diavolo. In seguito poiché il testo biblico

come anziani del popolo con l’autorità per giudicare, saranno

presenta i due vecchi

identificati come gli eretici o cattivi sacerdoti.

Così Susanna insieme a Daniele e ai 3 giovani ebrei sono figure del cristianesimo in

balia della persecuzione, della tentazione delle prove della vita o della morte. Le tre

figure bibliche sono legate alla catechesi battesimale e tutte parlano della morte e della

salvezza e del giudizio di Dio. La storia di Susanna è l’unica delle tre storie che non

la fede nella resurrezione, ma si limita ed evocare la vita nell’aldilà, e forse è

evoca

per questo che è meno rappresentata nell’arte funeraria rispetto a Daniele o ai 3

giovani nella fornace. NOE’ (VIII) Nel medio oriente l’epopea di

Il diluvio è oggetto di molti racconti nel mondo.

Gilgamesh ne presenta una delle versioni più antiche. Il racconto biblico di Noè deve

molto a questa epopea o a qualcuna delle sue fonti più antiche, ma trasforma la

vicenda alla luce di una teologia diversa. Nel mondo la corruzione è tale che Dio non

vede altra soluzione che la soppressione della terra da lui creata, ma Noè unico giusto

di quella generazione pervertita, a lui Dio dà le istruzioni necessarie per sfuggire

all’alluvione del mondo insieme alla sua famiglia (8 persone, libro Genesi) e due

esemplari di tutto il creato per ripopolare il mondo dopo il diluvio. Per 40 giorni e

notti l’acque celesti si riversarono sulla terra, poi cominciò il ritiro delle acque e l’arca

prima di aprire l’arca, invio delle

si posò sul monte Ararat. Noè attese altri 40 giorni

per capire se era il momento di uscire dall’arca e ripopolare la terra.

colombe

La storia ha avuto grande successo, era l’esempio eloquente della salvezza insperata

L’interpretazione è

che Dio concedeva misericordiosamente tramite un giusto.

anzitutto cristologica, Noè cristo l’arca la croce, inoltre la salvezza attraverso l’acqua

ha comportato fin dalle origini un’applicazione battesimale alla storia.

Noè nel diluvio, immagine della salvezza

Noè, figura di Cristo

Noè era un uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei, egli camminava con Dio,

per questo in tutto annuncia Cristo. Nel vangelo il parallelismo tra Noè e Cristo e dato

da Matteo, numerosi testi fanno di Noè un predicatore che scongiura i suoi

di convertirsi finchè c’è tempo, anche se la Genesi non dice nulla al

contemporanei

riguardo, ma i dati cronologici del racconto esaminati dagli stessi antichi conclusero

che c’erano voluti 100 anni per la costruzione dell’arca ed un giusto come Noè non

poteva essersi disinteressato tanto a lungo della salvezza dei suoi coevi.

Altro accostamento con Cristo è dato dall’etimologia del nome ebraico Noè che in

latino significa “riposo”, quindi noè dice origene, significa il riposo, il giusto ed è

cristo disse “venite a me voi tutti che siete affaticati e io vi

assimilabile a Noè perché

ristorerò” (Matteo).

Diluvio: morte, risurrezione, nuova creazione

Nel IV secolo si paragonavano il soggiorno di Noè nell’arca a quello di Cristo nel

sepolcro. Questo rapporto tra l’arca e la morte di Cristo veniva ancora ripetuto nel

medioevo, questo tema però negli autori antichi veniva talvolta sovrapposto alla storia

di Giona nel ventre del mostro marino, e spesso associato all’idea di rinascita e

resurrezione. Per Filone di Alessandria, Noè era il padre della nuova stirpe rinnovata,

il diluvio era una seconda genesi dell’umanità.

Secondo Ireneo, Dio aveva fatto venire il diluvio per distruggere il male e per metter

fine ai peccati degli uomini, Noè è in qualche modo un nuovo Adamo, una figura di

Cristo. Egli rappresenta l’umanità nuova ed è anche colui che la ricrea come dice

Origene.

Sul numero 8 il cristianesimo antico effettua molte speculazioni, 8 sono le persone

salvate da Noè (lui compreso), per questo la stirpe è protetta da Dio; 8 è il giorno della

domenica, giorno della resurrezione del figlio di Dio. Questo spiega anche le piante

ottagonali dei battisteri, o di edifici di culto.

L’arca e la croce

L’arca è immagine della croce non per evidenza, ma per insistenza dei primi cristiani

che hanno cercato dappertutto simboli della croce di Cristo, sia nelle scritture che nella

natura. L’arca è parallela alla croce perché è fonte di salvezza per l’umanità “la vita

viene sempre dal legno” spiega cirillo. A causa dell’insistenza del testo biblico sulle

dimensioni dell’arca, gli antichi vi hanno visto misure piene di misteri celesti dice

origene, ad esempio Gregorio di Elvira afferma che i “300 cubiti di lunghezza dono

una figura della croce di cristo perché per i greci la cifra 300 è rappresentata dal tau

(T) forma di croce commissa”. Addirittura Filone seguito poi da Ambrogio avevano

cercato un rapporto tra le dimensioni dell’arca e quelle del corpo umano.

Il diluvio e il battesimo

L’acqua e il legno

Già nel II secolo a Gerusalemme si collegano questi due elementi, ripresi poi da

Agostino in una formula contratta “Noè salvato con i suoi tramite l’acqua e il legno,

anche la famiglia di Cristo è stata salvata tramite il battesimo segnato dal segno della

passione e della croce”. Il battesimo è come un seppellimento nella morte di Cristo e

una partecipazione alla sua resurrezione,e l’acqua battesimale è efficace perché

santificata dal segno della croce che l’officiante traccia su di essa. L’applicazione del

brano di Noè al battesimo è molto antica, la prima lettera di Pietro afferma che l’arca

era “la figura del battesimo che ora salva voi”.

L’acqua è sia distruttrice che purificatrice della terra, sopprime il peccato e uccide il

vecchio uomo.

Diluvio e battesimo di Cristo: la colomba

Durante il suo battesimo per mano di Giovanni Battista, Gesù “uscendo dall’acqua

vide aprirsi i cieli e lo Spirito scendere su di lui come una colomba”. La presenza della

colomba testimonia che egli è il vero Noè, autore della rigenerazione del mondo.

Per Tertulliano esiste un’analogia tra il ruolo della colomba nel diluvio e quello dello

Spirito Santo durante il battesimo di ogni credente, nell’episodio del diluvio la

da Noè torna con un ramoscello di ulivo (l’altra non torna affatto

colomba lanciata

segnalando che altrove si era posata e dando l’ok per aprire l’arca), simbolo di pace fu

il messaggero che annunciava alla terra che la collera del cielo si era placata. Durante

il battesimo, dice tertulliano, la colomba dello spirito santo vola verso la terra per

purificare il battezzando, in entrambi i casi la colomba è simbolo della remissione dei

peccati.

Il ramoscello di olivo bastava a significate il battesimo non solo per l’allusione a Noè,

ma perché evocava l’olio d’oliva, l’unzione con l’olio che accompagnava il rito

battesimale di immersione simboleggiava la consacrazione a Dio e il dono dello

Spirito Santo.

La colomba e il corvo cripriano nell’A Novaziano (III

Nei tre invii della colomba da parte di noè lo pseudo

secolo) vede un richiamo della Trinità in nome della quale sono battezzati tutti gli

uomini “Il suo triplice invio dall’arca, da dove essa vola in aria sopra l’acqua,

In una tradizione siriaca i diversi

designava già allora il mistero della nostra Chiesa”.

invii della colomba corrispondono alle tappe della storia della salvezza. Ancora, il

primo invio della colomba può significare la predicazione cristiana che non è sempre

accolta, mentre quando la colomba non tornò indicava che lo spirito santo una volta

instillato nel credente rimaneva eternamente nell’anima dei fedeli (Ilario).

Per il suo colore nero il corvo è l’immagine del peccato, che non ha posto ne nel

cristiano ne nella Chiesa, Ambrogio dice che è “l’immagine del peccato che se ne va e

non torna, purchè tu osservi una giusta regola di condotta”. Non tornando all’arca il

è anche simbolo dell’apostatata e dei peccatori, la tradizione dice che aveva

corvo

trovato fuori dall’arca la possibilità di nutrirsi di cadaveri, da ciò l’idea di Agostino

che simboleggi “gli uomini resi abominevoli dalle loro brame immonde”.

L’arca e la Chiesa

Noè e i suoi compagni

Origene dice “Nostro signore Gesù cristo, il vero Noè ha un piccolo numero di intimi,

di figli e parenti che condividono la sua parola e possono ricevere la sua sapienza”

Ilario scrive “Egli ospita i suoi figli nell’arca della sua dottrina e della sua Chiesa”,

infatti attraverso il battesimo, i credenti sono diventati figli adottivi di Dio, e sono

prefigurati dai figli di Noe.

Essere nell’arca di Noè voleva dire resistere alle passioni, simboleggiate dalle

di Nazianzeno dice che : “galleggiare con Noè nell’arca, è

onde in furia, Gregorio

vivere nel mondo senza lasciarsi influenzare dalle pratiche dell’ambiente”.

I compagni di Noè erano 7 numero sacro, 7 è la cifra della Chiesa: i primi

capitoli dell’apocalisse 7 chiese rappresentano la chiesa universale. L’arca è

strumento di salvezza per chi vi trova rifugio ed è quindi immagine comune della

chiesa.

I peccatori nella chiesa

L’arca figura della chiesa, lo è anche per la varietà degli animali che ospita, Agostino

diceva “Tutti i tipi di animali sono contenuti nell’alca: allo stesso modo la chiesa

comprende tutte le nazioni”. Per tutto il tempo del diluvio, il lupo coabita con l’agnello

e tutti gli animali accuditi da Noè riconoscono il potere dell’uomo: l’arca era quindi

una specie di nuovo paradiso terrestre a immagine di quello con cui veniva raffigurata

la Chiesa.

Il carico dell’arca diviene oggetto di discussione agli inizi del II secolo quando ci si

chiedeva se la Chiesa debba o no escludere i peccatori dal suo seno, e ci si ricorda che

Noè aveva ricevuto l’ordine di far entrare “gli animali mondi e quelli immondi

(genesi)”. In Africa agli inizi del V secolo, i donatisti che prolungavano uno scisma

che durava da 1 secolo affermavano di essere una chiesa di puri, da dove erano stati

esclusi peccatori, Agostino nella conferenza contro i donatisti scrive: “il corvo è volato

via dall’arca e non vi è tornato: segno, dicono i donatisti che non dovrebbero esserci

peccatori nella chiesa..ma dopo la partenza del corvo, nell’arca continuavano ad

esserci altri animali impuri, per tutto il tempo del diluvio” e nessuno eccetto Dio può

sapere se uno di questi impuri è veramente fedele oppure no

La salvezza nella Chiesa

Partendo dal principio che l’arca raffigurava la chiesa, gli autori antichi cercarono un

significato figurato nei particolare della costruzione dell’area. Agli inizi non si capiva

bene quale fosse il legno indicato da Dio per la costruzione dell’arca, le traduzioni

erano incerte tra legni “immarcescibili” e legni “squadrati”. Entrambi i termini

servirono di base per interpretazioni morali. Sia Agostino che Origene sviluppano una

simbologia analoga concernente il legno squadrato che indica la perfetta stabilità della

vita dei santi, perché in qualunque verso si giri un legno squadrato esso rimane in

equilibrio. I legni immarcescibili invece evocano la santità e la perennità e

rappresentano le anime dei santi e dei giusto. I legno dell’arca dovevano anche essere

spalmati di bitume processo di impermeabilizzazione del legno, sia dentro che fuori

dice la genesi. Questo elemento è stato diversamente interpretato, secondo alcuni il

bitume avrebbe tenuto lontano i serpenti, quindi il male, secondo Agostino invece il

bitume è l’amore fraterno che tiene insieme l’edificio della chiesa, esso è un corpo

viscoso caldo e molto forte come l’ardore della carità.

La storia di Noè nell’iconografia

Sulle pareti delle catacombe riscontriamo frequenti raffigurazioni isolate di colombe

con un ramoscello di olivo. Nel mondo romano le foglie dell’olivo avevano un

significato funerario e questo potrebbe aver contribuito al successo dell’immagine nel

cristianesimo. La colomba con il ramoscello, che evoca la serenità ritrovata degli

è l’equivalente del desiderio che leggiamo sulle pietre tombali “requiescat in

elementi

pace”. Molto probabilmente l0immagine evoca anche il battesimo, il sacramento di

iniziazione che dava al defunto la speranza della vita eterna. Un testo del II sec A

novaziano dello pseudocipriano afferma esplicitamente che la comba che torna da Noè

nella sua arca prefigura, per il ramoscello di olivo,“ il sacramento del battesimo”.

Noè figura su più di 42 pitture e su una trentina di sarcofagi, ma sembra apparire solo

alla fine del III secolo, questo forse dipende dal fatto che Noè a differenza di Giona o

di Daniele, raramente è inserito negli elenchi dei personaggi dell’AT salvati da Dio.

Nell’arte funeraria noè è spesso raffigurato da solo, e per un gioco sul temine ”arca”,

l’arca è trasformata in uno scrigno domestico con serratura,piedi e coperchio. A volte

il patriarca ha le braccia levate al cielo verso la colomba portatrice del ramo di olivo.

nell’arca e

Arca poteva anche designare un sarcofago, per il parallelo tra noè chiuso

cristo nella tomba.

Quindi acque distruttrici del diluvio, acque della morte, acque salvifiche del battesimo,

tutti questi significati si mescolano Già in Giustino e Tertulliano e nella prima lettera

ecclesiali ed escatologiche dell’episodio dell’At

di Pietro le interpretazioni battesimali,

sono tutte presenti e concatenate, tutte convivono insieme. Noè è simbolo cristologico

evoca la salvezza del credente attraverso il battesimo, che è discesa nelle acque della

morte con il cristo e ingresso del defunto nel mondo nuovo della risurrezione.

ADAMO ED EVA (IX)

Adamo ed eva non figurano ne tra i motivi più antichi ne tra quelli più diffusi nell’arte

funerari romana; a Roma, l’immagine figura per la prima volta nella seconda metà del

III secolo nella catacomba di Pietro e Marcellino, poi compare anche nella catacomba

di san Gennaro a Napoli o a Nola.

La scena appare estranea nelle catacombe perché per noi ha connotazioni di colpa, di

punizione e di morte. Ma forse in epoca paleocristiana l’immagine non aveva

un’accezione negativa, in quanto anche i temi biblici più assunti dal’arte funeraria

sono figure di liberazione, cioè anche quando ricordano situazioni di angoscia mortale,

lo fanno solo per parlare di salvezza-

L’uomo è fatto per l’immortalità

Nel celebre racconto della Genesi Dio dopo aver creato l’uomo e la donna li colloca in

un giardino paradisiaco ove tutto è a loro disposizione, c’è tuttavia un divieto la cui

trasgressione comporta la morte “dall’albero della conoscenza del bene e del male (o

felicità e disgrazia..) non devi mangiare perché quando tu ne mangiassi, certamente

moriresti” (genesi). L’albero e la proibizione vengono plausibilmente interpretati come

i limiti dell’intelligenza umana, la conoscenza totale, inaccessibile all’uomo è

appannaggio di Dio, il seguito della genesi mostra infatti che il suo possesso farebbe

dell’uomo un dio.

L’uomo era quindi stato creato non tanto immortale, altrimenti sarebbe stato come

Dio, infatti i padri della chiesa lo indicano come capace di mortalità ed eternità. Altri

autori ritengono che la morte in realtà non sia un evento naturale, ma sia la

dimostrazione che Dio ha pietà per l’uomo peccatore affinchè una volta commesso il

peccato l’uomo non rimanesse peccatore in eterno, ma morendo, cioè accettando

questa punizione, potesse rientrare nelle grazie di Dio.

La colpa di Adamo ed Eva è la rottura di questa alleanza con Dio, i figli disobbedienti

non compresero che ciò che veniva loro interdetto era nel loro stesso interesse. La

Adamo è l’orgoglio, il serpente infatti disse ad Adamo “voi sarete come dei”,

colpa di

questo orgoglio gli fece perdere di vista l’amore di Dio accecando lo spirito di Adamo.

Con la caduta, spiega Agostino, l’uomo si allontana da Dio per volgersi verso se stesso

allora scopre di non essere nulla senza Dio che è l’Essere, l’uomo si è volto verso

e

realtà sensibili e transitorie ed egli si decompone con esse nel niente.

Alcuni autori come Tertulliano ed Origene avevano visto che il peccato non è

individuale, ma il peccato dei padri comporta quello dei figli. Questo portò alla fine

del IV secolo a porre la questione di una trasmissione di questo peccato. Agostino nei

primi decenni del V secolo, si arriverà a parlare di peccato originale, cioè di un

all’origine di tutti i peccati dell’umanità e si trasmetterebbe per

peccato che sarebbe

nascita: concetto che in seguito ha dato origine ad aberrazioni.

Nelle rappresentazioni di Adamo ed Eva essi sono rappresentati nudi che si coprono

con foglie, quindi si evocano le conseguenza della disobbedienza, perché solo dopo

aver mangiato il frutto proibito provarono la vergogna e vollero coprire le loro nudità.

La salvezza di Adamo ed Eva

Fin dall’origine Dio preparava il rimedio “Adamo dove 6?” è la prima parola che Dio

rivolge ad Adamo dopo la caduta, questa domanda, dice Novaziano, esprime la

speranza che l’uomo sarà ritrovato e salvato in Cristo.

Nel cristianesimo antico, troviamo spesso l’idea che il Figlio di Dio si è fatto uomo

per riparare all’interno dell’umanità i guasti del primo Adamo. Paolo nella prima

lettera ai Corinzi disegna più volte un parallelismo tra il primo Adamo, la cui colpa ha

portato la morte degli uomini, e Gesù il secondo vero Adamo che dà la vita al Mondo.

A Eva vergine disobbediente che ascolta le affermazioni del serpente, figura

dell’angelo del male, risponde simmetricamente Maria Vergine che “diventa

obbedendo causa di salvezza per se stessa e per il genere umano” accogliendo, al

momento dell’annunciazione, la parola dell’angelo.

Agli occhi del cristiano quindi è evidente che Adamo ed Eva sono ormai e per sempre

salvati, secondo Agostino quasi tuta la chiesa è d’accordo nell’affermarlo.

L’argomento della salvezza dei progenitori era in particolare legato alla discesa degli

inferi. La prima lettera di Pietro parla di una predicazione di cristo presso i morti, nel

Vangelo di Nicodemo cristo segna adamo con il segno della croce e lo accompagna

per mano in paradiso, tutto questo ha influenzato fortemente l’arte medievale (mosaici

s marco a venezia, icone bizantine della risurrezione).

La salvezza offerta ad Adamo è offerta anche ad ogni credente della risurrezione di

Cristo in poi; con il battesimo l’uomo può reintegrare in paradiso. Il ritorno al

paradiso comincia con il battesimo, ma abbandonare il proprio battesimo e tornare alla

vecchia vita, equivale ad un’espulsione dal paradiso. L’ingresso pieno e definitivo nel

paradiso avviene nell’aldilà.

L’albero

ed Eva per la colpa del peccato commesso si nascosero sotto l’albero, misero

Adamo

nascondiglio, ma la maggior parte degli autori latini non precisa di quale albero si

tratti, alcuni pensano sia l’albero della conoscenza, altri l’albero della vita. Questa

incertezza rivela la tendenza degli antichi a confondere i due alberi, anche per

l’ambiguità dello stesso testo biblico che indica che i due alberi sono al centro del

giardino, perché la conoscenza è per l’uomo una realtà altrettanto fondamentale quanto

la vita.

Nell’ebraismo, la tendenza all’assimilazione dei due alberi era rafforzata dal fatto che

la sapienza è detta “un albero di vita per chi ad essa s’attiene”, vita e conoscenza sono

intimamente mescolate e queste concezioni trovano eco anche nel cristianesimo.

Una altro tema antico e molto diffuso, contribuisce alla confusione dei due alberi: la

rappresentazione della croce come albero della vita, peraltro si configura come idea

paradossale perché il legno il materiale della croce che è simbolo per eccellenza della

morte. La relazione tra Adamo e Cristo, Eva e Maria, da Ireneo in poi si prolunga in

un parallelo antitetico tra l’albero dell’Eden e la croce. Ad Adamo che tende la mano

verso l’albero risponde Gesù che, sull’albero della morte ha “teso le mani” secondo un

antico eufemismo che indicava la crocifissione. L’assimilazione della croce all’albero

della vita è evidente negli autori che parlano dei frutti dell’albero della croce, se in

Commodiano il frutto è la dottrina, in Origene può disegnare anche l’eucarestia.

Il serpente sull’albero anche l’immortalità per la muta

Il serpente evoca sia la morte perché la infligge, ma

che gli restituisce la giovinezza, è un simbolo ambivalente come ricorda Origene e

Agostino. Molto spesso viene accostato al serpente dell’Eden quello di bronzo che ha

però avuto un ruolo positivo nell’At, infatti se guardato da coloro che venivano morsi

dai serpenti nel deserto, essi guarivano (mosè).

Tra l’altro alcuni gnostici detti orfici dedicavano un culto al serpente dell’Eden nel

quale vedevano il benefattore che aveva dato la conoscenza all’uomo.

Alcuni autori come Giustino ritiene che quel serpente era solo un segno che

prefigurava la croce, esso infatti annunciava il Salvatore che avrebbe guarito l’uomo

dall’antica ferita del serpente.

Anche nel serpente di bronzo veniva in genere riconosciuto il diavolo, nonstante

avesse avuto un ruolo positivo nell’AT, alcuni lo vedono come una sorta di trofeo al

quale, secondo l’usanza antica, venivano appese le spoglie del nemico. Il serpente

fissato sul legno è figura del diavolo e rappresenta la morte. E’probabile che il

appeso all’albero di Adamo ed Eva evocasse nelle menti il serpente di bronzo

serpente

e questo potrebbe spiegare perché questo motivo, ben presente nella letteratura, sia

assente nell’arte funeraria, mentre era suggestivo e facile da rappresentare.

L’albero con il serpente significa la morte, ma evoca anche l’albero della croce e

l’albero della vita; questo potrebbe spiegare perché in alcuni casi l’albero è carico di

frutti, a meno che il modello iconografico dell’albero dai pomi d’oro custoditi dal

drago nel giardino delle Esperidi non abbia esercitato la sua influenza.

Secondo alcune immagini del IV secolo Adamo ed Eva fanno un gesto di

acclamazione verso l’albero, ma non è il gesto del peccato nel cogliere il frutto

proibito, ma esprime la speranza della vita beata: per la grazia di Dio accordata nel

Cristo, l’uomo ha di nuovo accesso all’albero della vita.

La figura di Adamo ed Eva, come tutte le immagini fondamentali del’arte funeraria

che abbiamo analizzato, parlava di morte e resurrezione.

LOT E SUA MOGLIE

La storia di Lot è una di quella che faceva impedire alla ragazze la lettura della Bibbia.

Dio ascoltando il lamento degli uomini per le colpe di Sodoma e Gomorra decide di

infliggere alla regione il meritato castigo. Con la sua preghiera, Abramo ottiene che

Dio non distrugga tutta Sodoma, purchè vi si trovino almeno 10 giusto. Dio allora

manda due angeli a Sodoma alla ricerca di quei giusti, ma tutta la popolazione cerca di

abusare di loro; Lot risulta l’unico giusto della città. Così solo Lot e la sua famiglia

vengono fatti uscire dalla città degli angeli prima che la pioggia di zolfo e fuoco si

abbatta su tutta la pianura. Il seguito presenta analogie con il mito di Orfeo e Euridice:

sfidando l’interdetto la moglie di Lot guardò indietro alla città che bruciava e divenne

una statua di sale. Il padre e le figlie si salvarono e si rifugiarono sulla montagna

dentro una grotta. A questo punto si verifica l’episodio scabroso, dopo la distruzione

del mondo, Lot è l’unico sopravvissuto di Sodoma, per lui non c’è altra soluzione che

giacere con le figlie per perpetuare l’umanità. Il racconto era imbarazzante soprattutto

se si partiva dall’idea che la Bibbia doveva insegnare la morale, ma la storia poco

edificante della caverna non ha impedito che l’episodio emergesse per la figura

postitiva di Lot.

Lot che fugge da Sodoma, figura della salvezza

Lot figura della salvezza oggi nella Chiesa

Lot nella genesi lascia Sodoma controvoglia, trascinato dall’angelo, eppure questo non

ha impedito di venerare Lot come un santo. Gli antichi evocano spesso le virtù di Lot,

e la sua ospitalità è messa in cima alla lista dei suoi meriti. Per essere liberati da

Sodoma bisognava avere come Lot, la porta sempre aperta, dice paolino da Nola. La

tutti i costi i suoi ospiti contro l’aggressore dei sodomiti

sua volontà di difendere a

dimostra che possiede l’ospitalità fino all’eroismo. Si è generalmente più discreti sul

fatto che egli è disposto a consegnare le sue figlie per salvare i suoi ospiti. Lot non p il

modello di santità in tutto, ma resta una figura esemplare di uomo salvato, perché era

sfuggito a Sodoma.

Sodoma e Gomorra nella tradizione biblica sono il tipo stesso della città peccaminosa,

fuggire da Sodoma è fuggire dal peccato, e la metafora si applica al battesimo oppure

in ambito ascetico indica il mondo e le sue bramosie che vanno rifuggite cercando

salvezza nel monachesimo.

Lot, figura della salvezza escatologica

L’incendio di Sodoma è l’immagine del giudizio finale, il castigo della città è il

modello del giudizio futuro, nel quale gli empi saranno puniti ei giusti salvati. Se

l’incendio di Sodoma evoca il giudizio, sfuggire a sodoma in fiamme è una figura

della salvezza escatologica.

Essendo stato liberato da Sodoma, Lot entra nella lista generale dei patriarchi salvati

da Cristo e figura anche in alcune preghiere.

La salvezza sulla montagna

Gli angelo avevano detto a Lot “fuggi sulla montagna”, ed egli obbedisce un 2 tempi,

in un primo tempo cerca rifugio a Zoar una città della pianura, ma poi, dopo la

distruzione di tutta la regione, se ne va sulle montagne. La tradizione catechetica ha

semplificato il testo biblico, spostando Zoar sulla montagne, come fa Ambrogio, il

quale afferma che Lot “si recò sulla montagna di Zoar e lì fu salvo”, omettendo la

La simbologia della montagna, luogo d’incontro con Dio nella

tappa intermedia.

Bibbia, ha comportato un’antitesi che salva solo due poli: la pianura di Sodoma, verso

la quale la moglie di Lot si volta per sua rovina, e la montagna della salvezza dove si

dirige Lot per esservi salvato.

Nella tradizione spirituale invece ci si preoccupa di sottolineare le diverse fasi del

viaggio di Lot, non si arriva ai vertici della virtù dall’oggi al domani dice cirillo di

Alessandria, partendo per Zoar per recarsi sul monte, Lot manifesta il suo progresso

nella vita spirituale. Nella letteratura monastica, Lot diventa il modello di quelli che si

ritirano dal mondo alla ricerca di una vita più alta.

Fuggire sul monte è scegliere Cristo.

Genesi 19 e la catechesi primitiva

L’esempio di Lot nel contesto battesimale

La similitudine dei temi proposti da Lot e Noè ha generato un parallelismo tra il

diluvio di acqua di Noè e il diluvio di fuoco di Lot, i personaggi sono i tipi del giusto

che sfuggono al castigo dei peccatori.

per Origene è come fuggire da Sodoma ma il passaggio del Mar

Uscire dall’Egitto

Rosso era la figura battesimale per eccellenza. Di fatto la figura di Lot che abbandona

Sodoma e della moglie che però si volta alla vita passata, quella prima del battesimo,

forniscono insegnamenti sulla conversione, clemente alessandrino negli stromati

scrive: “chi ha ricevuto la parola del Vangelo e ha visto la salvezza, poiché l’ha

conosciuta, non può più voltarsi indietro come la moglie di Lot, verso la vita prima

cose sensuali”. Agostino riprende questa dimensione battesimale, e

tutta dedicata alle

parla della “sodoma della vita passata”, e nella città di Dio lot e sua moglie

rappresentano i battezzati che non devono tornare verso la vita di prima di cui sono

stati spogliati tramite il battesimo. La moglie di Lot che, dopo essere stata salvata, ha

guardato indietro disobbedendo al precetto, ha perso il beneficio di quella liberazione,

e questo concetto si ritrova in Origene, Girolamo, Ambrogio e Agostino.

Genesi 19 e i riti del battesimo

Il racconto dell’uscita da Sodoma contiene due dettagli, il voltarsi indietro e il sale,

che consentono un accostamento con alcuni riti battesimale: il mezzo liturgico della

rinuncia a Satana e l’imposizione del sale. Questo mezzo giro da Occidente a Oriente

viene così commentato : “L’Occidente è il luogo delle tenebre visibili; ma colui di cui

parliamo (satana); per questo voi guardate simbolicamente verso l’Occidente

rinunciando a questo principe tenebroso e oscuro…quando dunque rinunci a Satana, ti

di apre il paradiso di Dio, che egli piantò ad Oriente”.

L’accostamento tra il sale battesimale e la colonna di sale nella quale è trasformata la

moglie di Lot può apparire strano, dal momento che questa metamorfosi in genesi 19 è

positivo conferito al sale presenta un’analogia con il battesimo

un castigo, ma il valore

“Il vangelo dice “voi siete il sale della terra” Per questo l’uomo non è più terra, ma

sale. Il serpente non ha il potere su di noi, Avendo noi rivestito il battesimo, la morte

più su di noi”.

non regnerà

L’idea che attraverso il battesimo si diventi sale non è ben attestata nel testi latini, ma

doveva essere presente in Occidente, perché emerge da alcuni autori del VI secolo.

In base alle traduzioni antiche, la moglie di Lot era stata trasformata in statua o stele e

questo per i romani, evoca un memoriale per i posteri. La moglie di Lot assume così il

valore di exemplum “trasformata in sale, essa ha offerto agli uomini fedeli una specie

di condimento grazie al quale avranno la saggezza di garantirsi contro un simile

esempio” dice Agostino.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Bibbia e immagini nel cristianesimo primitivo sui simboli cristiani per l'esame della professoressa Cristina Pennacchio con analisi dei seguenti argomenti: la formazione dell'insegnamento cristiano, dal Kèrygma dell’apostolo all’insegnamento del discalo, fasi di sviluppo dell'insegnamento cristiano tra il II e il III secolo, l’organizzazione del catecumenato, l’arte paleocristiana e la catechesi, la Bibbia nella liturgia, l'immagine del Divino Pastore.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in studi storico-religiosi
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Bibbia e immagini nel cristianesimo primitivo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Pennacchio Cristina.

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