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casa, convoca gli amici e i vicini e dice loro: Fate festa con me perché ho trovato la

mia pecora che era perduta” . molto conosciuto nell’antichità perché ha un ruolo

Il motivo di Cristo pastore è

importante nella catechesi battesimale, è infatti al centro del salmo 23 che veniva

imparato a memoria dai battezzandi e cantato durante il battesimo secondo un’usanza

che risaliva al III secolo “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Su pascoli

erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce”. Questo salmo veniva spiegato

hai catecumeni, le acque tranquille erano il fonte battesimale, l’erba nutriente le sacre

Scritture, il profumo evoca l’unzione data durante il battesimo ed il calice traboccante

raffigurava l’eucarestia che i neofiti ricevono per la prima volta uscendo dal battistero.

Questo parlare figurato, per immagini si accosta bene alla decorazione che ad esempio

nei battisteri paleocristiani riservava ampio spazio a figurazioni pastorali e la

ritroviamo “il buon pastore” (derivante dal pastore crioforo) fin dalla prima metà del

III secolo a Dura Europos ed in seguito nei battisteri di Roma, Napoli, Ravenna.

La discesa dal monte: la ventura del Verbo nel mondo

Nel Vangelo di Matteo il pastore ha il suo ovile sul monte, in Luca nel deserto. Nei

commentari viene usata l’immagine di Matteo, dell’ovile sul monte, eclissando quella

di Luca per il valore simbolico attribuito alla montagna: essa rappresenta infatti il

mondo superiore da dove il Figlio di Dio è sceso per venire tra gli uomini (monte

Olimpo). La discesa del pastore raffigura quindi l’incarnazione del Figlio di Dio per la

salvezza degli uomini. Discesa ed ascesa sono in realtà metafore del Vangelo di

Giovanni usate per ricordare l’incarnazione e la risurrezione. Origene dipinge

l’incarnazione come “una discesa straordinaria dovuta a un eccesso di amore per gli

uomini, per ricondurre, secondo l’espressione misteriosa della divina Scrittura”

(contro celso), una pecora si era perduta ma “il buona pastore lasciando le altre 99 sul

monte, scende nella valle, la nostra valle di lacrime (dalla genesi), la cerca e trovatala,

la prende sulle spalle” (omelie sui numeri). Questa interpretazione la si ritrova in molti

autori, la discesa del Figlio non simboleggia quindi solo la venuta del Figlio di Dio tra

gli uomini, ma anche la Kenosis (=vacuità autosvutamento del Logos divino

nell’incarnazione) divina con la quale la divinità rinuncia alla sua onnipotenza per

incarnarsi, Gerolamo nel commento a Matteo scrive che il Figlio di Dio “pur essendo

di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma

spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo uomo, facendosi

obbediente fino alla morte, ella morte di croce” quindi per Gerolamo la forma pastoris

è la forma servi.

Anche Gregorio di Nissa scrive “prendendo su di sé la pecora, il pastore è diventato

una cosa con essa; la pecora assunta sulle spalle dal pastore, cioè dalla divinità del

Signore, diventa una cosa sola con lui perché de l’è caricata su di sè” (contro

apollinare).

La discesa del pastore nella morte e negli inferi

L’esegesi si è concentrata anzitutto sul movimento di discesa e di ascesa del pastore

“egli discende perché noi siamo in basso e risale perché noi restiamo in basso” dice

Agostino. Tra il Cristo pastore e la discesa agli inferi vi è un legame che risale alle

generazioni cristiane, la discesa del Verbo nell’incarnazione si

primissime prolunga

nella morte e nella discesa agli inferi, un sermone africano anonimo del V sec. dice:

“quando cristo è andato alla ricerca della pecorella se non quando è disceso dal cielo?

Quando l’ha ritrovata? Quando è disceso agli inferi”.

L’immagine della pecora sulle spalle di Cristo si confonde talvolta con quella di Cristo

in croce: “le spalle di cristo sono i bracci della croce; è lì che ho deposto i miei

peccati, è sul nobile collo di quel patibolo che ho riposato” scrive Ambrogio nel

commentario sul Vangelo di Luca.

Nel IV secolo si insiste volentieri sullo stato pietoso della pecora, che è “impedita nel

camminare dalla sua troppa debolezza” (Girolamo, Su Matteo). Agostino dice chela

pecora incapace di camminate e di tornare da sola all’ovile, indicando come senza la

grazia l’uomo non può in alcun modo essere salvato, la pecorella debole rappresenta la

natura umana ferita dal peccato. Quindi portare la pecora significa portare il peccato

del mondo, Ambrogio dice “Cristo vi porta nel suo corpo, avendo preso su di sé i

vostri peccati”.

Il pastore che porta la pecorella, figura cristica della salvezza

Il ritorno del pastore: la risurrezione e l’ascensione di Cristo

La parabola della pecorella smarrita non parla esplicitamente del ritorno del pastore al

gregge lasciato sul monte, tuttavia la risalita del pastore è sottolineata da molti autori,

per i quali il pastore che porta la pecorella sulle spalle rappresenta Cristo che ascende

al Padre dopo aver compiuto il mistero della redenzione.

L’ascensione è il compimento del movimento della risurrezione, un sermone africano

del V secolo dice che Gesù si è messo la pecora sulle spalle durante l’ascensione e

“portando in cielo la carne dell’uomo ha fatto a tutti senza eccezione n ricco dono.

Infatti, da quando sappiamo che il corpo nel genere umano è in cielo, crediamo che

tutti, in futuro, riceveremo questa eternità che il nostro corpo ha già ricevuto in

Cristo”. Questa dottrina che riscontriamo sia ad Alessandria sia nelle Gallie, in Italia

del Nord come in Africa, fu diffusa dalla liturgia della veglia pasquale e anche della

festa dell’ascensione o notte pasquale nella quale la pecorella è riportata sulle spalle

del buon pastore.

La pecora riportata nel gregge: il ritorno alla vita

sulle spalle esprime quindi la redenzione dell’uomo. La

Il pastore che porta la pecora

pecora viene ricondotta tra le altre 99. Gli antichi nella numerologia del gregge vedono

un simbolo, 100 è il numero della totalità e indica l’insieme delle creature spirituali,

angeli e uomini. Per Metodio di Olimpo, Cristo è il pastore di un gregge che aveva un

numero perfetto di pecore: 100; i monti sui quali p ricondotta la pecora è il cielo, le 99

pecore rimaste nell’ovile sono gli angeli mentre l’unica pecora smarrita p l’umanità

perduta (Il banchetto). La stessa interpretazione numerologica ritorna in Ilario,

Ambrogio, Agostino ed altri, il ritorno al numero 100 simbolo della pienezza segna il

compimento della salvezza e della storia del mondo.

La pecora sulle spalle: l’umanità salvata

sola che Cristo pastore riporta sulle spalle all’ovile della salvezza raffigura

La pecora

l’intera umanità. Essa è l’ “uomo”, Adamo. La parabaola della pecora perduta è anche

utilizzata nelle esortazioni ai responsabili delle Chiese per stimolare il loro zelo

pastorale. Il ritorno della pecora comincia con il battesimo, questo spiega le

raffigurazioni pastorali nei battisteri, attraverso il battesimo “l’uomo è posto sulle

spalle di Cristo” dice un sermone africano del V secolo.

In numerose raffigurazioni il pastore è circondato da pecore che lo guardano con

amore: la salvezza è accordata all’individuo in seno alla comunità, perché “la pecora

sola rappresenta tutta l’umanità”. Le immagini del Buon pastore sono così frequenti

nell’arte paleocristiana solo perché sono una rappresentazione profondamente cristica

della salvezza, comprendendo le idee di incarnazione, di passione e di resurrezione.

Altre immagini pastorali

Pastore che attraversa con la pecora un giardino

Il buon pastore è spesso rappresentato nelle catacombe tra 2 alberi, evocazone

stilizzata del giardino del paradiso. Per i padri la vita nella Chiesa è già un assaggio

del paradiso e la parola di Dio che in essa viene letta e commentata è il pascolo del

agostino) si legge: “per

pastore divino, in un sermone africano del V sec (pseudo

pascolo si intende la dolce parola di Dio e i suoi precetti che sono stati seminati”.

In un affresco del III secolo nell’ipogeo degli Aurelii a Roma è rappresentato il Cristo

pastore che con un rotolo srotolato in mano intende ammaestrare le sue pecore,

Agostino scrisse “sul monte della santa Scrittura si trovano pascoli pienamente

nutrienti”. Moltissime raffigurazioni mettono in mano al pastore il pedum, emblema

della sua funzione, nel mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, Cristo pastore, la cui

divinità è indicata dal nimbo crucigero che gli cinge il capo e dalla porpora imperiale

dell’abito, cristo si appoggia ad una croce, non più ad un bastone.

Molti sarcofagi rappresentano un pastore in atto di mungere, immagine idilliaca

dell’abbondanza paradisiaca già presente nel paganesimo, ma che per i cristiani è

investita anche di altro significato. Nella vita terrena dei patriarchi biblici il latino è un

nutrimento essenziale e a loro viene promessa una terra “dove scorre latte e miele” ,

l’immagine del latte va letta in una doppia prospettiva: il credente, nella Chiesa, è fin

d’ora nutrito con il latte che è un’anticipazione del paradiso (era questo il significato

della coppa di latte e miele che veniva fatta nere ai neofiti in alcuni riti battesimali) e

lo sarà ancora più abbondantemente nell’aldilà. Questo evocano i pastori che

mungevano e i secchi di latte portati dal Buon Pastore. Ad esempio nella Passione di

Perpetua e Felicita (cartagine 202) nella prima visione di Pepeta vede il paradiso:

“salivo e vidi un immenso giardino e, in mezzo al giardino, seduto, un uomo dai

capelli bianchi, vestito da pastore. Era alto e mungeva le pecore. Attorno a lui, c’erano

molte migliaia di uomini vestiti di bianco. Sollevò il capo mi guardò e disse

“benvenuta figlia mia” poi mi porse del formaggio e io lo mangiai e tutti quelli che ci

circondavano dissero “Amen”. A quel suono mi risveglia masticando non so che di

dolce”.

Il pastore musico

I pastori nelle bucoliche di Teocrito o di Virgilio sembrano avere come occupazione

principale quella di fare concorsi di poesia in un ambiente idilliaco, e le pitture e i

sarcofagi pagani raffigurano spesso un pastore che suona il flauto o la siringa (flauto di

Pan).

Nella Bibbia Davide è contemporaneamente pastore e citaredo (cantore che si

accompagna con la cetra) questo gli vale l’ingresso alla corte di Saul, dove la musica

placa l’angoscia del re, posseduto da uno spirito malvagio; alla fine gli succede sul

del Salterio e l’organizzazione della

trono. La tradizione attribuisce la composizione

liturgia del tempio di Gerusalemme. Pastore e musico, Davide è anche figura del

futuro messia, infatti per i primi cristiani la figura del pastore musico può evocare

Cristo. Ambrogio Agostino e Paolino da Nola vedono nel Cristo il vero Davide

musico, mentre talvolta lo strumento musicale può anche rappresentare l’uomo abitato

dallo Spirito di Dio. Filone di Alessandria aveva definito il profeta “lo strumento

Gli autori cristiani

sonoro di cui Dio suona invisibilmente le corde col suo plettro”.

generalizzano l’immagine.

Nelle mani del pastore la cetra o il flauto ricordano anche il canto celeste o il canto

nuovo della Nuova Alleanza, grazie alla quale “coloro che erano morti e non avevano

ascoltando questo canto, sono tornati in vita” (Clemente

parte alla vita reale, solo

Alessandrino).

Nell’iconografia cristiana, il pastore musico si confonde talvolta con Orfeo che

incantava gli animali con il suo canto e la sua musica. La via era preparata:

l’accostamento tra Davide musico e il cantore musico mitico era già stato compiuto

nell’arte ebraica, come attestano le pitture della sinagoga di Dura Europos nella prima

metà del III secolo. Ed è proprio Orfeo, il poeta trace. riconoscibile dall’abito orientale

e dal berretto frigio che viene rappresentato; ma negli esempi più antichi, nelle

catacombe di Callisto o in due sarcofagi di Ostia, gli animali selvaggi sono scomparsi;

ai suoi piedi ci sono solo agnelli o colombe, figure classiche dei cristiani.

è Cristo il vero Orfeo perché “ammansisce gli animali più

Per Clemente Alessandrino

difficili che ci siano mai stati, gli umani: uccelli come i frivoli, serpenti come i

mendaci, leoni come i violenti, porci come i lussuriosi, lupi come i rapaci. Tutti questi

in uomini civilizzati dal canto celeste” (Protrettico).

animali sono stati mutati

Il mito di Orfeo nel mondo romano era noto, ancora insegnato nelle scuole del tempo

(episodio nelle Georgiche di Virgilio), ci si ricordava anche Orfeo che era sceso negli

dalla morte; ciò che non aveva potuto fare l’uomo “che

inferi per strappare Euridice

non aveva avuto il coraggio di morire per amore, ma era ricorso a un artificio per

entrare vivo nell’Ade” come dice nel Convito Platone, lo ha fatto il figlio di Dio.

IL SEGNO DI GIONA(IV)

Giona è il profeta brontolone e indocile protagonista di un piccolo libro che rielabora

una leggenda marinare. Giona pretende di servire il Dio di Israele, ma scappa più

lontano che può per sfuggire alla missione che Egli vuole affidare, tanto che Dio è

costretto a ricorrere a grandi mezzi, e lo ferma con una tempesta e lo riporta indietro

con un grosso pesce che si trova lì al momento giusto per inghiottire il profeta gettato

in mare dai marinai che hanno scoperto la causa della tempesta. Giona quando si trova

nella pancia del mostro marino, e la situazione è grave, comincia a manifestare

qualche forma di pietà e chiama Dio in aiuto; ma appena la situazione migliora smette

di pregare e ricomincia a brontolare contro Dio. Questo cattivo credente è circondato

da pagani dalla pietà esemplare. Il messaggio del libro riguarda la misericordi del Dio

di Israele che viene a concedere la salvezza a tutti gli uomini sia pagani che ebrei.

Numerose sono le rappresentazioni figurate della storia di Giona fin

dall’antichità. Solo le catacombe romane ce ne sono almeno 70, si trova nei mosaici,

nei sarcofagi e nei piccoli oggetti, Giona in qualche modo era morto e risorto e questo

spiega la sua popolarità soprattutto nell’arte funeraria.

La figura centrale

Giona nella liturgia e nella catechesi

Il salmo che Giona recita nel ventre del grosso pesce trasforma Giona, un profeta

sprovvisto di pietà, in un esempio del giusto esaudito da Dio, i predicatori lo citavano

spesso per ricordare al fedele l’importanza della preghiera.

La salvezza miracolosa di Giona lo ha fatto entrare nella preghiera liturgica, prima

ebraica e poi cristiana, le tradizioni ebraiche antiche includevano Giona in liste di

personaggi biblici liberati da Fio in circostanze tragiche; e alcuni rendimenti di grazie

o preghiere di supplica facevano memoria di questi esempi di liberazione, nella fiducia

che Dio, che aveva salvato i padri, avrebbe salvato anche i figli. La preghiera

sinagogale è certamente lo stampo sulla quale si è modellata la preghiera cristiana così

leggiamo in un’antichissima preghiera liturgica: “Ascolta la mia preghiera! Come hai

esaudito Giona nel ventre del mostro, esaudiscimi, strappami dalla morte e fammi

vivere!” (pseudo cipriano).

Il libro di Giona era molto presente nella catechesi battesimale. Veniva letto

nel periodo precedente la Pasqua, riservato in modo particolare alla preparazione

battesimale delle persone. Da una parte Giona appariva come il predicatore della

conversione per eccellenza, perché aveva predicato una sola giornata Ninive e tutta la

città di era convertita; dall’altre il fatto di essere stato salvato dal mare accostava

Giona agli altri due personaggi la cui storia era stata eretta a simbolo del battesimo:

Noè e Mosè. con una triplice immersione nell’acqua, in

Il battesimo veniva spesso amministrato

nome della Trinità e in ricordo dei 3 giorni che Cristo aveva passato nella tomba;

secondo Paolo, infatti, siamo battezzati nella morte di Cristo. I 3 giorni passati da

Giona nel ventre del pesce diventato a volte, in alcuni padri, immagine di questa

triplice immersione.

La disavventura di Giona viene spesso citata per dimostrare che la potenza di Dio può

risuscitare anche i morti, il fatto che il profeta divorato da un mostro marino nel cui

ventre venivano digeriti i relitti in un solo giorno, mentre lui sia stato rigettato sano e

salvo dopo 3 giorni per Tertulliano è un segno destinato ad insegnarci la futura

integrità,

Giona, figura di Cristo

All’autorità religiose ebree che gli chiedevano un segno, Gesù risponde che non

avranno altro segno se non quello di Giona profeta, espressione che rimanda la sua

predicazione, paragonata a quella di Giona, ma anche alla sua permanenza nel ventre

del pesce “Come Giona rimase nel ventre del pesce per 3 giorni e 3 notti, così il Figlio

dell’uomo rimarrà nel cuore della terra per tre giorni e tre notti” (Matteo) .

Giona è quindi figura di Cristo, nonostante non sia stato un profeta che non accettò la

missione di Dio se non sotto costrizione, ma al riguardo già la tradizione ebraica aveva

modificato i tratti scomodi di questo profeta. Gli autori cristiani, pur sottolineando il

parallelismo tra Gesù e Giona, talvolta fanno notare che era approssimativo: a

differenza di Giona, Gesù non fuggì dalla sua missione e non era in collera vedendo i

pagani convertirsi, ad esempio Ilario dice che il vero Giona è Gesù, mentre il profeta

invece è solo un initatore della morte di Gesù.

Agostino ci fa capire in cosa Giona prefiguri Cristo: “Il profeta Giona ha

annunciato cristo non tanto con le sue parole ma con una specie di passione che ha

subito..perchè fu ricevuto nel ventre del mostro e poi il terzo giorno rigettato se non

per figurare Cristo che torna il terzo giorno dalle profondità dell’inferno?” (città di

Dio). Il mostro marino è quindi identificato con gli inferi perché Giona nella sua

preghiera aveva detto “dal profondo degli inferi ho gridato e tu mi hai ascoltato”.

Quindi nella storia di Giona viene da molti autori letta come un’anticipazione della

discesa agli inferi.

Il segno di Giona e la salvezza dell’uomo

La missione di Giona nel testo ebraico consiste nel proclamare contro Ninive un

oracolo di sventura come quelli rivolti dai profeti contro l’Egitto e la Babilonia. Nei

70, invece, si parla solo di una proclamazione a Ninive (proclamazione=Kerygma). Il

vangelo di Matteo aveva abbozzato un parallelismo tra l’insegnamento di Cristo e la

la predicazione a Nininve è l’immagine della

missione di Giona a Ninive:

proclamazione del messaggio cristiano ai pagani, Girolamo ad esempio scrive:

“Giona prefigurando con il suo naufragio la passione del Signore, invita il mondo alla

penitenza e, sotto il nome di Ninive, annuncia la salvezza ai pagani”.

Gli antichi presi anche loro dalla difficoltà di convertire i pagani e introdurli al

cristianesimo, si erano chiesti cosa avesse convinto i niniviti alla conversione.

Secondo Ireneo fu il raccontro dell’esperienza vissuta da Giona a convincere i pagani,

cioè “il segno di Giona” o piuttosto ciò che esso prefigurava, cioè la morte e la

risurrezione di Cristo: “ Dio ha permesso che Giona fosse inghiottito dal mostro

marino, non perché perisse totalmente ma affinchè, dopo essere stato rigettato dal

mostro, fosse più sottomesso a Dio e glorificasse meglio Colui che gli concedeva

un’insperata salvezza.“

Giona, figura di Cristo, simboleggia anche ogni uomo. In metodio d Olimppo,

l’immagine parallela a quella di Adamo, entrambi, per la loro disobbedienza furono

di un mostro, Adamo del serpenti e Giona dell’animale

vittime marino.

L’arricchimento del tema

Accanto al nodo centrale della storia di Giona, acquistano senso diversi particolari

della storia di Giona: le sue sofferenze e il suo comportamento, il mare e la tempesta,

la nave ed i suoi occupanti, il mostro ecc..

La passione del profeta

Molti autori parlano della sofferenza di Giona che come dice Girolamo “con il suo

naufragio prefigurava la passione del Signore”. Per Ambrogio il sonno di Giona nella

stiva della nave prefigura già la morte di Cristo “come Giona rimase 3 giorni e 3 notti

nel ventre del mostro marino così Cristo rimase 3 giorni e 3 notti nel cuore della terra

durante la sua passione corporale”.

Giona anche se disobbediente è profeta e indica spontaneamente ai marinai la via della

salvezza: “prendetemi e gettatemi in mare, così il mare si calmerà sopra di voi!”,

questo gesto è stato visto come figura del sacrificio volontario di Cristo.

La nave nella tempesta

Nell’antichità si parlava di consueto della vita come di una traversata, Ma il mare

legato alla morte “il mare burrascoso si questa vita” “la tempesta del monto”. Il

ostile,

mare e le sue onde simboleggiano le passioni ed il peccato che sconvolgevano la

serenità dell’anima. In sensi morale Giona è quindi l’uomo sballottato dalla vita.

Il mare tempestoso nel quale viene gettato Giona, figura di Cristo, rappresenta anche

le sofferenze e la morte della passione, Agostino dice di Cristo “la tempesta l’ha

sommerso perché ha subito le onde che sono gli uomini e le tempeste che sono le voci

che gridano “crocifiggilo!” ”, pochi tra l’altro sono gli autori che, come

di colori

Zenone, ricordano che i Vangeli attribuiscono a tutti gli uomini e non ai soli giudei, la

responsabilità della morte di Gesù.

Quanto alla nave sulla quale è imbarcato Giona, il suo significato varia. Se il mare o

anche il mostro che è pronto ad inghiottire Giona rappresenta la morte, la nave indica

la croce, Agostino scrisse “Giona fu precipitato dalla nave nel ventre del mostro

marino; allo stesso modo Cristo è stato precipitato dal legno della croce nel sepolcro o

nelle profondità della morte”. Ma se invece consideriamo che la nave deve la sua

salvezza al fatto che Giona viene gettato in mare, allora diventa la figura del mondo

intero salvato da Cristo come ritiene Girolamo.

Il mostro marino

Il mostro che inghiotte Giona veniva considerato una figura dell’inferno o della morte,

un “sepolcro galleggiante” o la tomba di Cristo. Nella lettura morale, nella quale

Giona è l’uomo peccatore, il mostro marino è l’immagine di Satana che in qualche

modo divora l’uomo.

Inoltre il cetaceo di Giona evoca altri mostri, serpenti, draghi marini e Leviatan, di cui

nella letteratura antica troviamo qualche descrizione, e tutti rappresentano Satana. Per

sconfiggere questo mostro del mare del mondo, il Verbo di Dio è sceso tra gli uomini.

Per Ireneo il serpente che provocò la caduta di Adamo ed Eva va identificato con il

mostro marino che inghiottì Giona.

Nel libro biblico il grosso pesce è una creatura obbediente a Dio, ma nella letteratura

l’avversario di Giona, che inghiottì la sua preda e questa preda lo fece

esso diviene

rigettare, Cromazio scrive “come il mostro marino non potè digerire Giona ne tenerlo

a lungo vivo nelle sue viscere, così la morte; avida com’è afferrò il signore, ma non

potendo conservare nelle sue viscere colui che è vivo e incontenibile, lo vomitò al

terzo giorno, come fece il mostro con Giona” Cromazio afferma anche che la morte

inghiottendo il corpo del Signore ne rimase ferita, come un coltello di pietra che

squarciò la gola della morte.

Ninive

Ninive (città assira sulla riva sinistra del Tigri) è la città pagana simbolo del mondo

peccatore, e che Giona chiama alla conversione proclamando che il giudizio divino è

vicino, e la predicazione di Giona figura quella di Gesù. Ninive che si converte e

sfugge alla distruzione, è l’antitesi di Sodoma che rifiuta di cambiare vita e perisce tra

le fiamme. Nel cristianesimo la sua conversione esemplare ne fa l’immagine della

Chiesa. Il vero Giona continua a proclamare il suo messaggio di conversione

attraverso i predicatori della Chiesa e annuncia la distruzione di Ninive cioè l’ultimo

giudizio.

La tristezza di Giona sotto il ricino

Sotto il riparo di frasche che Giona si è costruito fuori di Ninive, Giona contempla,

suo malgrado, la misericordia divina che si estende a tutti i peccatori che si pentono.

Nelle traduzioni antiche il riparo di frasche è una tenda ombreggiata da un arbusto di

ricino, edera o cucurbita. La tenda appare come la figura di Gerusalemme o il popolo

di Israele da cui è venuto Gesù e che ha ospitato agli inizi la chiesa.

Per attenerci al testo biblico, Giona sotto il suo arbusto inaridito aspetta solo due cose,

la distruzione di Ninive o la morte. Ma non è così che generalmente lo ha inteso la

tradizione: Giona che prevede la conversione delle nazioni pagane è colmo di

dispiacere per il suo popolo, la sua tristezza prefigura a quella di Cristo nell’orto degli

ulivi.

Giona nell’iconografia

Popolarità della storia di Giona

Nelle rappresentazioni figurate cicli con 2, 3 o anche 4 scene sviluppano le vicende del

profeta spesso in modo molto condensato.

Al successo della storia di Giona nell’arte cristiana più antica hanno contribuito

ragioni pratiche: artigiani abili nelle rappresentazioni mitologiche classiche, per

raffigurarle non dovevano far altro che raggruppare elementi da repertori diversi. Ad

esempio la nave nei sarcofagi pagano raffigurava spesso la traversata dell’anima verso

le isole dei beati, il mostro marino, frequente nei cortei di Nettuno e Anfitrite ecc. I

sarcofagi cristiani a 2 scene per un pagano potevano anche evocare semplicemente la

tempesta della vita ed il riposo dopo la morte.

Particolari

A volte le rappresentazioni mettono l’accento su un particolare del racconto. Il mostro

che nei testi simboleggi la morte,gli inferi o Satana ha spesso un aspetto spaventoso.

Giona spesso nell’uscire dalla gola del mostro ha l’atteggiamento di orante: alza le

bracci al cielo in un gesto di preghiera che, per i primi cristiani, ricorda la croce ed in

alcuni autori come Atanasio di Alessandria asseriscono che il segno di Giona è il

segno della croce e per la sua potenza il mostro è stato costretto a restituire la sua

preda. Talvolta anche i marinai sono rappresentati in atteggiamento orante, e se si

ammette che il battello è la nave della Chiesa, i marinai possono rappresentare i suoi

membri che compiono la traversata della vita. Ancora i marinai che spesso lanciano

Giona nel ventre del cetaceo, potrebbero raffigurare la famiglia e la comunità cristiana

che piange per i suoi defunti.

Il riposo di Giona

Il profeta che riposa sotto le frasche è una scena molto rappresentata, e talvolta anche

da sola, questa predilezione è ricorrente nelle catacombe e allude al riposo della morte:

Hic requiescit (qui riposa) è una formula frequente delle pietre tombali. Inoltre la

presenza di un arbusto o pianta ricordavano anche il locus amoenus, il posto idilliaco

dei poeti latini, a immagine del quale i primi cristiani immaginavano ingenuamente

l’aldilà. Sicuramente nella predilezione di questa scena ebbe il suo peso anche

l’influenza del repertorio di bottega come ad esempio poteva esser il sonno di

Endimione, che presso i pagani era divenuto un simbolo funebre.

Giona sotto l’arbusto inaridito

Sono state censite nelle catacombe una ventina di raffigurazioni di Giona seduto sotto

una cucurbita inaridita nell’atteggiamento del pensatore di Rodin. Tale gesto preso a

prestito dalla gestualità teatrale antica, significa che un personaggio sta riflettendo

profondamente o è in preda a sentimenti che vanno dall’imbarazzo alla tristezza fino

alla disperazione. Le primissime immagini si trovano nei cubicola della Cappella dei

Sacramenti nelle catacombe di Callisto a Roma, comportano 2 esempi della scena ove

si contrappone il Giona sereno e giacente sotto la curcubita verdeggiante a quello

seduto e pensieroso sotto la pianta appassita. Queste 2 scene si trovano in rapporto con

le concezioni che si avevano nell’aldilà.

Per la maggior parte dei Padri, solo i martiri e alcuni personaggi eccezionali

come Elia entrano immediatamente in paradiso alla loro morte; gli altri devono

attendere la risurrezione generale al momento del giudizio finale. Dalla morte alla

sono d’accordo nel situare questo

resurrezione la sorte dei defunti è incerta, non tutti

luogo di refrigerium nella tomba, o dimora sotterranea, ma la credenza in uno stato

transitorio dei morti prima della risurrezione generale è estremamente diffusa. E la

scena di Giona pensieroso nell’atto di evocare la sorte del defunto durante il tempo

della storia. Il tempo della storia è quello della pazienza di Dio che aspetta la

conversione dell’umanità, come faceva quando Giona era seduto sul fronte di Ninive.

La curcubita appassita evoca la prospetti va del giudizio finale, Giona è pensoso di

fronte ad un evento terribile come quello del giudizio che però lui aspetta con

impazienza: il giorno di Dio.

(rivedi pag 90-91) MOSE’(V)

Dal Sinai fino alla terra promessa, la vicenda di Mosè è ricca di episodi suggestivi. In

un certo senso il popolo ebreo nasce con Mosè che lo strappa alla schiavitù dell’Egitto

e lo conduce peregrinante per 40 anni nel deserto fino ai confini della terra promessa,

dove lo farà entrare Giosuè suo successore. Questa è l’epopea narrata nel libro

dell’Esodo, dei Numeri e del Deuteronomio.

Con il passare del tempo la figura di Mosè è cresciuta, e nel cristianesimo è ritenuta

una figura del Messia, perché Dio promette di far sorgere di nuovo un profeta simile a

Mosè. L’idea che Gesù msia il nuovo Mosè appare in molti passi del NT ed è

frequente anche negli autori successivi. Gli alessandrini nel cammino degli ebrei nel

deserto hanno letto le tappe del percorso spirituale dell’uomo.

La maggior parte dei temi dell’Esodo ha lasciato poche tracce nell’iconografia più

antica, e solo nei cicli decorativi delle basiliche del V secondo si cominciano a vedere

le scene più citate.

Due episodi più conosciuti dai semplici cristiani dell’antichità sono:

- il passaggio del Mar Rosso che cronologicamente nelle scritture è prima del

dono dell’acqua, ma comparirà dopo in modo più frequente rispetto alla scena

in cui Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia, che sarà uno dei temi più popolari

dell’arte funeraria antica.

Il dono dell’acqua nel deserto

di peregrinazione nel deserto l’acqua ha un ruolo fondamentale, e

Durante i 40 anni

molti racconti ruotano intorno a questo tema:

- Mara, qui dopo 3 giorni di marcia, gli israeliti trovano acqua che però si rivelò

imbevibile. Di fronte alle recriminazioni del popolo, Mosè implora il Signore

che gli indica un legno da gettare nell’acqua per farla divenire potabile;

tappa successiva, si tratta di un’oasi dove il popolo si accampa all’ombra

- Elim,

dei palmizi rigogliosi grazie alle 12 sorgenti;

ove l’acqua sgorga miracolosamente dalla

- Refidim qui si ambienta un racconto,

roccia. Il popolo a causa della mancanza d’acqua accusa mosè di averlo portato

nel deserto per farlo morire, allora il Signore gli ordina di prendere il bastone

con cui ha colpito il Mar Rosso, e di colpire questa volta la roccia da dove

sgorgherà acqua;

- Kades secondo episodio delle acque che sgorgano dalle rocce che presenta uno

schema molto simile a quello di Refidim, una sorta di doppione.

Nella tradizione rabbinica l’acqua che veniva procurata da Mosè al suo popolo, era

spesso assimilata alla parola di Dio, la Torà. Il tema già carico di significati

nell’ebraismo, lo fu anche per i primi cristiani che vi innestarono insegnamenti

fondamentali.

La roccia e il Cristo

Mosè da sempre è considerato dai cristiani come la figura di Cristo, in Mosè che

colpisce la roccia è stato visto Cristo che sazia la sete spirituale dell’uomo. Anche il

fregio del sarcofago di Giunio Basso, del 359, sul quale è scolpito un agnello che

colpisce la roccia con il suo bastone, manifesta senza ambiguità che il nuovo Mosè, è

l’Agnello di Dio e dispensa acqua viva all’umanità.

La maggior parte dei commentari si è concentrata sulla simbologia della roccia, già

Ireneo nella Dimostrazione della predicazione apostolica scrive che il verbo di Dio

“ha fatto sgorgare in abbondanza nel deserto un fiume di acqua dall’interno della

roccia: questa roccia era lui stesso”. Nell’AT infatti Dio era la roccia di Israele, nel NT

Gesù è indicato da Matteo come pietra d’angolo e roccia, e Paolo lo identifica con la

roccia del deserto, nella I ai corinzi scrive che gli ebrei: “hanno bevuto la stessa

bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava:

quella roccia era Cristo”. Questa roccia ambulante è ripresa da Paolo dalla tradizione

2

rabbinica che l’aveva formata: i targumin affermano che il Pozzo seguiva gli ebrei

ovunque andassero.

Anche Giovanni assimila Cristo alla roccia del deserto ma in modo diverso, fa un

parallelo tra il gesto di Mosè che batte la roccia con il bastone facendo sgorgare acqua,

e il gesto del soldato Longino che per assicurarsi che Cristo fosse morto gli trafisse il

costato con un colpo di lancia e ne uscì subito sangue ed acqua.

I commentatori cristiani non dissociarono il racconto della sorgente miracolosa da

questo passi del NT, e la simbologia di Cristo, roccia colpita da cui sgorga acqua viva,

è molto diffusa nei testi. Il bastone di Mosè rappresenta sia la lancia che gli trafigge il

costato, che la stessa croce.

L’acqua della roccia: lo Spirito Santo e i sacramenti

Tutti gli autori concordano nel vedere nella roccia un’immagine di Cristo e nell’acqua

viva lo Spirito Santo, quindi l’acqua significa anche le diverse mediazioni con le quali

lo spirito santo è dispensato agli uomini.

L’eucarestia

Ambrogio spiega che per gli ebrei “l’acqua sgorga della roccia; per te cristiano il

sangue sgorga da Cristo. L’acqua li disseterà per un po’, mentre il sangue li lava per

sempre”. Nei Sacramenti Ambrogio spiega perché i battezzati si consacra vino

il simbolo è duplice: l’acqua scaturisce dalla roccia rappresenta

mescolato con acqua,

sia l’insegnamento sulla Scrittura dispensato dal sacerdote, sia il sangue di Cristo

ricevuto dal fedele nel sacramento eucaristico.

Il battesimo

L’acqua della roccia è più spesso una figura del sacramento dell’iniziazione cristiana.

L’acqua battesimale è un’acqua che purifica e terge i peccati che fa nascere a nuova

vita, ma è anche un’acqua che si beve, secondo un antico rito si dava da bere una

coppa di acqua, simbolo dello Spirito santo che estingue la sete spirituale.

2 Con il termine targum [leggi targùm] (pl. targumim [leggi targumìm]), ovvero traduzione in aramaico,

si indica la versione in lingua aramaica della Bibbia ebraica.

Acqua della Scrittura ed ebbrezza escatologica

L’acqua bevuta al momento del battesimo è anche simbolo della dottrina di Cristo che

fertilizza la vita del cristiana, l’acqua della santa fonte delle Divine scritture. Origene

ritiene che i colpi inferti alla roccia rappresentano le ricorrenti domande del credente

che cerca di capire la Scrittura, seguendo così il consiglio di Cristo “bussate e vi sarà

aperto”. Bere dalla roccia è quindi lasciarsi istruire dalla dottrina, Ambrogio disse

“bevi dunque la coppa dell’At e dell’Nt perché in entrambi è Cristo che tu bevi”.

La sete esprime il desiderio fondamentale dell’uomo che solo Dio sazia, solo l’acqua

divina può placare nell’uomo tutte le seti.

Pietro e la roccia

Nell’arte paleocristiana vediamo apparire all’inizio del IV secolo una nuova

composizione, nella quale Mosè-Cristo giovanile del secolo precedente lascia il posto

ad un personaggio con barba e più anziano che ha il tipo iconografico di Pietro: folata

barba e capelli ispidi ricadenti sulla fronte. E perché non ci fosse alcuna ambiguità,

l’iscrizione Petrus accompagnava ogni volta la figura.

I testi stabiliscono raramente un rapporto esplicito tra Pietro e l’episodio della roccia.

La roccia può designare sia Cristo, ma anche il corpo di cristo cioè la Chiesa, e

Giustino ad esempio dice che i credenti ne solo le pietre vive che sono come “tagliate

dal costato di Cristo”. l’apostolo

La roccia della Chiesa è anche colui che simboleggia la Chiesa e la incarna,

Pietro, che era un soprannome dato da Cristo all’apostolo simone “tu dei simone,

figlio di Giovanni; ti chiamerai Kefas, che vuol dire Pietro” (Giovanni) e la ragion

d’essere di questo soprannome appare in un passo di Matteo dove Gesù dice “ Tu sei

pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa”.

Il parallelo tra la roccia da cui sgorga l’acqua è pietro è palese in Afraate il Persiano

“Mosè fece uscire l’acqua dalla pietra per il popolo; Gesù invece, ha mandato Simon

il suo insegnamento ai popoli”. Anche Agostino stabilisce un

Pietro a portare

accostamento esplicito tra Mosè e Pietro.

Le rappresentazioni nelle quali Pietro fa scaturire l’acqua dalla roccia sono spesso

completate da 2 o 3 piccoli personaggi che bevono alla fonte. Sono i credenti

rappresentati così, vestiti come soldati, come nella scena di arruolamento militare che

figura ai primi del IV secolo per simboleggiare l’ingaggio battesimale. In effetti,

l’arruolamento nell’esercito antico comportava un giuramento, sacramentum, come il

sacramentum del battesimo, con il quale ci si impegnava a rinunciare al peccato e a

vivere secondo l’insegnamento di Gesù. Il paragone della vita cristiana come quella

del soldato è già presente nelle lettere di Paolo “Tutti diventeranno per la fede soldati

di Cristo”.

La ricchezza dei significati attribuiti all’episodio ne ha assicurato il successo

nell’iconografia funebre. Mosè evoca Cristo, Pietro il predicatore o anche il lettore

credente. L’acqua viva poi ,

della Scrittura; la roccia è il Cristo, la Chiesa, Pietro e il

simboleggia la presenza interiorizzata e vivificante dello Spirito di Dio, la vita eterna

dispensata sin d’ora attraverso i sacramenti e la parola di Dio. Le immagini alle quali

viene associata la roccia sono significative a questo riguardo: scene di battesimo e

talvolta di pesca, spesso la figura di Noè e tutte con il significato della salvezza offerta

attraverso il battesimo; e soprattutto la risurrezione di Lazzaro, che nella metà dei casi

è corrispondente della scena della roccia.

La frequenza con la quale torna l’immagine della roccia dalle acque vve

nell’iconografia funebre antica dipende dal fatto che parlava contemporaneamente

della morte e della vita eterna. Anche un’associazione dell’acqua della roccia al

refrigerium di cui abbiamo già parlato a proposito di Giona non è impossibile perché

nell’ebraismo degli inizi della nostra era, il dono dell’acqua nel deserto evoca il ritorno

al paradiso.

Il passaggio del Mar Rosso

La liberazione di Israele avvenne in 2 tappe. In un primo tempo, il faraone e gli

egiziani, costernati per la morte dei loro primogeniti colpiti dall’angelo sterminatore,

acconsentono finalmente a lasciar uscire gli ebrei dall’Egitto; i loro figli erano stati

risparmiati grazie al sangue dell’agnello pasquale che per ordine di Dio aveva segnato

gli stipiti delle loro porte. In un secondo tempo, Dio interviene per salvare gli ebrei

dalla mano degli egiziani che, rimpiangendo il loto gesto, si erano lanciati

all’inseguimento con carri e cavalieri: davanti a Mosè che impugna il bastone di Dio il

mare si ritira per il tempo necessario a lasciar passare Israele a piedi asciutti ed il

passaggio si richiude sugli egiziani.

Il primo episodio riceve sin dall’Nt un significato cristologico, il sangue d’agnello è

infatti il sangue di cristo versato durante la passione che salva dalla morte colore che

credono in lui, Giovanni dice “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, cristo

è la vera pasqua nell’At è solo figurata.

La liberazione pasquale

La storia dell’uscita dall’Egitto è la storia di una liberazione: liberazione dalla

schiavitù, dalla morte per l’effetto salutare della passione di Cristo. Durante la veglia

pasquale per commemorare la morte e risurrezione di Cristo, veniva certamente

tempi il cantico di Mosè. Il sangue dell’agnello era quello del

cantato, fina dai primi

Figlio di Dio e la liberazione non è più temporale, ma spirituale. Gregorio di Elvira

riassume brevemente il significato globale dell’episodio: “L’Egitto è la figura di

quella del diavolo; i figli d Israele erano l’immagine del primo

questo mondo, faraone,

uomo creato, sa cui avevano origine: quanto a Mosè, inviato a liberarli, era il tipo di

Cristo”.

L’uscita dall’ Egitto è uno degli esempi di liberazione biblica il cui ricordo dona al

credente la fiducia che Dio agirà allo stesso modo con lui come dice un brano di

Ippolito nel quale gli ebrei nella fornace affermano: “Dio ci strapperà dalle mani del re

Nabucodonosor, come ha tolto il nostro antenato dalla mano del faraone. Ricordiamo

è accaduto un tempo in terra d’Egitto e che para ebbe il mare quando fu colpito

cosa

dalla verga”.

Un nuovo esodo sotto la guida di Cristo

La colonna di fuoco e la nube

Nel racconto biblico , alla guida del popolo che scende nel mare, ci sono la nuvola e

che impugna il suo bastone; dall’altra parte del mare dopo la traversata, Miriam

Mosè

sorella di Mosè guida i cori che danzano di gioia in onore del Signore. Generalmente

la nube e Mosè rappresentano il Figlio di Dio e Miriam la Chiesa.

“Il signore andava davanti a loro di giorno con una colonna di nube per condurli nella

strada, e di notte con una colonna di fuoco per illuminarli”. Nel libro della Sapienza

questa colonna fiammeggiante era stata assimilata alla Sapienza di Dio, che guida gli

Il Vangelo di Giovanni la identifica con Cristo “chi segue me

uomini con la sua luce.

non camminerà nelle tenebre”; Paolo vi vede in particolare lo Spirito Santo effuso

attraverso il Figlio di Dio, mentre il mare evoca l’acqua del battesimo.

Questa doppia interpretazione si trova anche in una catechesi di Ambrogio da Milano.

Il bastone di Mosè

Il signore aveva ordinato a Mosè di alzare il bastone sul mare e dividere il mare. La

tradizione ebrea antica era stata molto attenta affinchè non fosse visto in quel bastone

una bacchetta magica, si spiega che è il bastone di Dio, creato da Dio all’origine del

mondo, tagliato da un ramo dell’albero della vita, oppure in uno zaffiro del trono

divino, e su di esso è inciso il nome grande e glorioso di Dio, come riporta un targum.

Esso rappresenta la parola di Dio, che ha creato il mondo e ordinato le acque

primordiali ed ha quindi potere sugli elementi. Si diceva che al tempo della salvezza

l’iconografia

sarebbe stato di nuovo nelle mani del re Messia e per questo

paleocristiana, fondata su testi antichi, ne fa un attributo a Gesù: esso rappresenta la

parola efficace di Dio, oppure più spesso l’immagine della “croce di Cristo con la

quale Dio ha vinto il mondo” (origene).

La croce è prefigurata dal bastone e il bastone ha per anticipazione la forza efficace

della croce. In tutti gli episodi dell’Esodo nei quali il bastone di Mosè trionfa, dice

Ilario “è la croce che trionfa sui maghi, che spaventa il faraone, che divide il mare…è

dell’azione santificante del legno che i cuori degli infedeli sono

infatti per effetto

addolciti e passano dall’amarezza al peccano e dall’empietà alla dolcezza della fede.”

Miriam

esaltavano la vittoria del Dio di Israele. In Miriam i cristiani hanno vista la figura

della Chiesa, molti sarcofagi della fine del IV secolo rappresentano Miriam con il suo

tamburello, segnato talvolta con la croce o il crisma la cifra formata dalle prime 2

lettere del nome di Cristo incrociate (il chi X rho P??).

Esegesi morale

del mare realizza in modo visibile la Pasqua, cioè, secondo l’etimologia

La traversata

più correntemente accettata dagli antichi, un passaggi. L’antica traversata del mare si

prolunga oggi in un altro passaggio, questa volta morale, dal vizio alla virtù. Filone di

attesta che questa esegesi era ben conosciuta nell’ebraismo del I secolo

Alessandria

“Per coloro che hanno l’usanza di dare ai testi un’interpretazione allegorica, le feste

della felice Pasqua alludeva alla purificazione dell’anima. Essi dicono infatti, che

l’uomo ebbro di sapienza non cerca altro che realizzare il passaggio fuori dal corpo e

dalle passioni, che traboccano come un torrente se non se ne arresta il corso con i

precetti della virtù”. Idee analoghe si ritrovano anche nel cristianesimo, Origene scrive

“si realizza una salita dall’Egitto alla terra promessa, attraverso la quale impariamo

sotto forma simbolica l’ascesa dell’anima verso il cielo e il mistero della resurrezione

dei morti”.

Passaggio del Mar Rosso e battesimo

Il vero passaggio

All’immagine di Mosè che scende nei flutti perigliosi del mare si sovrappone talvolta

quella di Cristo che scende agli inferi. La resurrezione di Cristo è preludio di quella

degli altri uomini, perché egli è “il primogenito tra i morti”; essa manifesta il trionfo

sull’antico avversario.

totale

Nella tradizione cristiana non esiste passaggio verso nuova vita se non con l’aiuto

dello Spirito di io, trasmesso al’umanità da Cristo nella sua passione, viene ricevuto

dai singoli attraverso il rito dell’iniziazione cristiana. Il battesimo realizza il vero

passaggio del Mar Rosso. Nel battesimo il catecumeno discende nella piscina

battesimale (battezzato significa essere immerso) per risalirne purificato dai suoi

peccati, come gli ebrei erano passato attraverso le acque del Mar Rosso e ne erano

usciti liberati dagli egiziani. E come il popolo di Israele aveva attraversato il mare con

Mosè alla testa, così il cristiano scende nella acque del battesimo dietro a Cristo che

gli ha aperto la via con la sua discesa nella morte della tomba.

Liberazione dalla tirannia del diavolo

La vittoria di Mosè sul faraone rappresenta la vittoria di Cristo sul demonio, alla qual

l’uomo è associato attraverso il battesimo. Numerosi testi ne parlano. Il più antico Sul

battesimo di Tertulliano: “il popolo liberato dall’Egitto, attraversando l’acqua, sfuggì

alla forza del re egiziano; l’acqua annientò il re stesso e tutte le sue truppe. Quale

figura più illuminante del sacramento del battesimo? I pagani sono liberi dal mondo

anche’essi attraverso l’acqua; abbandonano il diavolo, loro antico tiranno, inghiottito

dall’acqua”.

Le acque del battesimo sono acque ambivalenti, durante il passaggio del Mar Rosso

c’è la liberazione dalla schiavitù, ma anche la morte del tiranno: sconfitta da Satana,

Agostino dice che “la morte degli egiziani significa la

annientamento del peccato,

distruzione dei peccati”.

La traversata del mare iniziata nel battesimo è completamente compiuta solo

nell’ultimo passaggio che è la morte della persona, ed Origene ritiene che qui il mar

rosso diviene l’equivalente simbolico del fiume di fuoco, che circonda il trono di Dio e

simboleggia il giudizio. Mar Rosso e colonna di fuoco sono stati messi in relazione

con il giudizio escatologico. La discesa nel Mar Rosso significa la morte e la sua

traversata vittoriosa evoca la vita nuova e la risurrezione. Tutto questo spiega l’utilizzo

di questo tema nell’arte funeraria; ne ritroviamo numerosi esempi nei sarcofagi verso

la fine del IV secolo, la sua apparizione relativamente tardiva potrebbe spiegarsi con la

difficoltà a rendere l’episodio in maniera significativa, per dipingere il paesaggio del

mar rosso c voleva un artista più competente che per l’episodio della roccia colpita da

Mosè. IL SACRIFICIO DI ABRAMO (VI)

La storia del sacrificio di Abramo è un capolavoro di tensione narrativa, tutto è

misterioso: il luogo, il segno dal quale Abramo deve riconoscerlo, l’ariete che spunta

come dal niente al momento giusto per sostituirsi ad Isacco, il motivo dell’ordine

la proibizione di “far passare i loro figli attraverso

divino che contraddice apertamente

il fuoco”. A questo episodio i primi cristiani attribuivano il significato simbolico della

liberazione, Dio ha liberato “Isacco dalla spada sospesa sul suo capo” (agostino)

un esempio insigne di liberazione, ma l’ariete, vittima

quindi si vedeva soprattutto

sostitutiva, reintroduce l’idea sacrificale. I due temi, liberazione e sacrificio, sono

indissolubilmente legati fin dalle origini e concorrono a esprimere il mistero

fondamentale del cristianesimo

Genesi 22 e la passione di Cristo

Il sacrificio di Abramo è l’esempio stesso del sacrificio per eccellenza. I testi ebraici

esaltano l’obbedienza piena di fede del patriarca che accetta senza discussione di

immolare suo figlio, ma anche il consenso di Isacco la vittima. I primi cristiani, già

nel nuovo testamento, vedono in Isacco la figura profetica di Cristo, come attestano la

lettera ai romani ed il Vangelo di Giovanni. Nella letteratura patristica, l’offerta del

figlio amato accettata da Abramo annuncia il dono del Figlio unico da parte del Padre.

Isacco portatore del legno

La passione di Cristo anzitutto evocata da Isacco che porta sulle spalle la legna del

sacrificio e anche dall’immolazione dell’agnello sostitutivo. Isacco che si carica sulle

spalle il legno sul quale dovrà essere immolato suggerisce il trasporto della croce.

L’ariete impigliato nel cespuglio

Anche il legno del cespuglio ricorda la croce. Per Tertulliano, l’ariete con il capo

imprigionato nelle spine evoca Gesù coronato di spine durante la passione. Non

sembra che l’arte paleocristiana abbia molto insistito su queste corna impigliate nel

cespuglio, più sovente l’ariete viene raffigurato accanto all’albero con una corda.

L’ariete immolato

è l’immolazione dell’ariete

Per molti Padri che viene considerata figura della passione.

L’ariete di Abramo e l’agnello pasquale si confondono. Questo spiega perché in epoca

paleocristiana Genesi 22 venisse letto durante la veglia pasquale in moltissime chiese.

L’ariete e Isacco sono quindi 2 figure del Cristo: l’ariete figura la natura umana

passibile, nella quale fu messo a morte, Isacco la natura divina immortale, Origene è il

primo ad affermare chiaramente questa accezione, riprendendola da Clemente

Alessandrino. Anche in Occidente troviamo la stessa dottrina in Agostino, Procopio di

Gaza scrisse:

“L’ariete subisce l’immolazione; il corpo soffre al posto della natura divina che non

può soffrire”.

Genesi 22 e il mistero della risurrezione

Nell’ebraismo antico, Genesi 22 era un simbolo di liberazione.

Isacco liberato dai suoi legami: risurrezione di Cristo e salvezza

dell’uomo

Nel Pedagogo Clemente d’Alessandria, la liberazione di Isacco è una chiara figura

della risurrezione di Cristo “Gesù, dopo essere stato messo nella tomba, risuscitò,

esattamente come Isacco fu liberato dal suo sacrificio”.

Isacco liberato dai suoi legami rappresenta Cristo risuscitato e per estensione, l’uomo

salvato dalla sua morte e risurrezione; Isacco rappresenta quindi l’umanità intera

salvata da Cristo dalla morte eterna. Il giorno del sacrificio di Abramo, che è anche

quello della liberazione di Isacco, corrisponde al giorno della risurrezione di Cristo.

La fede di Abramo nella risurrezione

La lettera agli Ebrei è il primo testo cristiano a parlare esplicitamente del sacrificio di

Isacco, e lascia intendere che Abramo avesse fede nella resurrezioni di Cristo: “per la

fede Abramo ha offerto Isacco, quando fu provato. E stava per offrire l’unico figlio,

quello che aveva ricevuto le promesse: in Isacco tu avrai una discendenza, perché

aveva ritenuto che Dio è potente anche per risuscitare da morte”. Origene sviluppa

questo tema: “ Abramo aveva creduto che Dio potesse risuscitare anche tra i morti..per

questo offriva con gioia il suo unico figlio, perché in lui aveva vista non

l’annientamento della sua discendenza, ma la restaurazione del mondo e il

rinnovamento dell’intero creato, che è stata realizzata attraverso la risurrezione del

Signore”. A Gerusalemme questa dottrina veniva dispensata ai catecumeni, e la

ritroviamo anche presso Agostino.

Quindi Abramo figura emblematica della fede credette per anticipazione nella

risurrezione di Cristo.

Una visione globale dell’evento redentore

Nei primi tempi l’accento era posto soprattutto sulla risurrezione, come conferma

l’insistenza dei Padri nel sottolineare che Isacco era stato sottratto alla morte e non era

stato immolato, al suo posto viene sacrificato l’ariete, ciò contro la tendenza ebrea a

conferire un valore salvifico al sacrificio di Isacco ritenuto da loro realmente

compiuto. Isacco è figura di Cristo ma la figura è imperfetta, perché Isacco non fu

messo a morte, l’evento cristologico è assolutamente unico.

Uno sguardo all’iconografia

Questa visione globale dell’insieme del mistero è percepibile anche nell’iconografia. I

padri antichi non vedono in Isacco sull’altare del sacrificio la figura del Cristo in

croce. In Occidente Isacco non è mai rappresentato sull’altare prima della fine del IV

secolo. Isacco che sfugge alla morte è piuttosto figura di Cristo che torna alla vita.

La rappresentazione più antica di Genesi 22, che si trova nel cubiculum A3 delle

Cappelle dei sacramenti nelle catacombe di Callisto (III secolo) mostra chiaramente

che l’elemento sacrificale non è essenziale per la rappresentazione. Non ci sono ne

altare ne coltello, a dx c’è la fascina di legna di Isacco, posata accanto all’albero;

l’ariete libero, isacco e abramo entrambi in atteggiamenti oranti, rendono grazie a Dio.

In breve non c’è niente che ricorda la morte. L’affresco ritrae il ringraziamento per la

salvezza di Isacco, così come il primo commento, nella lettera agli Ebrei, vi vede la

risurrezione di Cristo.

L’elemento che domina generalmente le rappresentazioni del sacrificio di Abramo,

sono la mano di Dio (dextera dei) e il coltello impugnato da Abramo. La mano,

talvolta completa di braccio raffigura la presenza operante del Signore, e in questo

episodio biblico indica quindi la voce celeste che proibisce di compiere il sacrificio ad

l’arresto della morte incombente e la

Abramo. Il coltello brandito rappresenta

liberazione di Isacco.

Alla fine del IV secolo, forse per influsso della liturgia vediamo apparire

rappresentazioni di Isacco seduto o inginocchiato sull’altare, soprattutto nelle

basiliche, dove l’immagine è situata presso l’altare, in relazione all’offerta eucaristica,

come nelle antiche basiliche di san pietro e s paolo fuori le mura a Roma o anche in

san vitale a ravenna.

Dal V secolo in poi l’immagine della passione prende progressivamente il sopravvento

su quella della resurrezione oppure accostano Isacco legato sulla legna a Cristo

inchiodato sulla croce.

Quindi il sacrificio di Isacco è stato anzitutto rappresentato nell’arte funeraria

per evocare la grazi fatta da Dio all’umanità con il dono del suo Figlio Unico, il fedele

si identificava implicitamente con Isacco, sottratto alla morte dalla parola di Dio e

quindi sperava nella risurrezione dopo la morte.

Isacco sotto il coltello di Abramo, rappresenta l’uomo graziato da Dio. In seguito

l’accento tende a spostarsi dal dono di grazia verso l’atto di fede nella passione

salvatrice che ne è l’origine.

DANIELE, I TRE EBREI E SUSANNA (VII)

Considerate nel loro insieme, le figure dell’arte funeraria ispirate al libro di Daniele

L’immagine di Daniele nella fossa dei leoni è

sono numerose quanto quelle di Giona.

la più diffusa; quella dei 3 ebrei nella fornace ardente compare più tardi e presenta uno

schema simile a quella dei leoni, entrambe riguardano la persecuzione dei fedeli del

Dio unico da parte dei Babilonesi, la condanna dei protagonisti e poi il miracolo

salvifico per intervento di un angelo.

Il libro di Daniele ha fornito all’iconografia anche altri 3 temi:

l’uccisione del serpente Bel ad opera di Daniele, episodio collegato a quello

- della fossa dei leoni;

- il rifiuto dei 3 giovani ebrei di adorare la statua di Nabucodonosor;

- il racconto di Susanna e i vecchi.

Daniele nella fossa dei leoni

Daniele e la preparazione pasquale

Del racconto riguardante Daniele la Bibbia contiene 2 versioni diverse tra loro, gli

autori antichi usano prevalentemente i particolari del capitolo 14 perché più pittoresco

del capitolo 6.

Daniele passa 7 giorni nella fossa (anziché 1 notte nel cap.6), al termine di questo

tempo il profeta Abacuc gli porta il cibo. Daniele già nella tradizione ebraica è un

modello di preghiera, insegna ad invocare Dio in ogni luogo anche nelle avversità e la

sua vicenda mostra la forza della preghiera. Anche per molti padri cristiani la

preghiera di Daniele ha fermato la gola dei leoni e nell’iconografia paleocristiana

Daniele è universalmente raffigurato nella posizione dell’orante.

Daniele viene considerato anche un esempio come digiunatore, e alcuni padri

addirittura giungono a farlo digiunare per 3 settimane, dilatazione intenzionale

ad incoraggiare i fedeli all’astinenza della quaresima. Infatti il digiuno

finalizzata

pasquale del neofita si conclude con l’eucarestia, per questo il pasto portato da Abacuc

è stato ricordato come solo pane, pane venuto dal cielo, cioè il pane eucaristico.

Le testimonianza figurativa mostrano che questa esegesi era molto diffusa, vi si vede

Abacuc che porta a Daniele un pane segnato con una croce.

Per alcuni padri Daniele raffigura anche il battesimo, i leoni rappresentano le

tentazioni. Preghiera digiuno, eucarestia, battesimo: Daniele nella fossa dei leoni

evocava la pratica religiosa dei cristiani e in particolare la quaresima, con la quale la

comunità e i battezzandi si preparavano a festeggiare la resurrezione del Signore.

Daniele nella fossa dei leoni, simbolo della resurrezione

Il leone nel mondo romano negli anfiteatri, passava per l’esecutore delle pene capitali,

perché gli si facevano divorare i condannati a morte. La fossa era l’immagine

dell’inferno, della morte. In Daniele è stata vista una figura di Cristo, il profeta che

gettato nella fossa dai suoi persecutori, ne esce incolume, era una prefigurazione della

passione e della resurrezione, un autore siriano del IV sec Afraate sviluppa

esplicitamente questa immagine:

“Daniele lo gettarono nella fossa dei leoni, ma fu salvato e ne risalì incolume; Gesù lo

fecero discendere nella fossa della dimora dei morti, ma egli ne risalì e la morte non

ebbe potere su di lui…Per Daniele fu chiusa la gola dei leoni; per Gesù fu chiusa la

gola della morte”.

Daniele gettato ai leoni evoca Gesù mandato a morte, mentre Daniele

nell’atteggiamento dell’orante non evoca solo la preghiera del profeta, le sue braccia

alzate disegnano la croce.

Daniele tra i leoni e la vita paradisiaca

Daniele è quasi sempre rappresentato in mezzo a due leoni, le belve talvolta hanno un

aspetto che incute timore ma più spesso dimostrano docilità a Daniele, molti padri

della chiesa riportano testimonianza di leoni docili, che amano essere carezzati dal

profeta, addirittura gioiosi. L’immagine di Daniele che ammansisce le bestie feroci,

tutto il creato aspira a entrare nell’universo salvato da Cristo.

illustra bene come

Nell’arte sepolcrale, la fossa dei leoni riveste talvolta l’aspetto di un piccolo sarcofago,

nel quale Daniele è raffigurato nudo in mezzo ai leoni, egli è Adamo che ha

ripristinato il paradiso.

Daniele, il dio Bel e il drago

Nella seconda visione della storia della fossa dei leoni, Daniele viene gettato nella

fossa perché si è rifiutato di adorare il dio Bel e il serpente sacro di Babilonia. Anzi, lo

aveva avvelenato con un miscuglio di frittelle di peli, pece e grasso. L’episodio è

meno famoso di quello della fossa dei leoni, ma aveva ugualmente nutrito la tradizione

popolare. Il serpente diviene immagine di satana,altri videro negli ingredienti della

polpetta le due nature di cristo e accostarono la vicenda a quella di Giona.

I tre ebrei nella fornace

L’episodio dei 3 ebrei nella fornace di Babilonia nella versione dei 70 è un dramma in

3 atti. vuole imporre a tutti i suoi sudditi l’adorazione della sua

1) Il re Nabucodonosor

regale persona sotto forma di una statua d’oro. Solo 3 ebrei gli oppongono una

resistenza irriducibile e di fronte alla minaccia del supplizio, rispondono che

Dio se vuole può sottrarli al potere del re, ma anche se non lo farà loro non

adoreranno la statua.

E’ il momento del supplizio i 3 giovani sono gettati nelle fiamme, ma essi vi

2) passeggiano in mezzo cantando un primo cantico di lode e di supplica, quando

la fiamma è all’apogeo l’angelo del Signore scese nella fornace spegnendo il

fuoco e facendone un luogo ventilato, allora i 3 ebrei intonarono un lungo

canto i ringraziamento ispiratore del cantico delle creature di san Francesco

d’Assisi.

3) Nabucondosor riconosce il miracolo e i 3 ebrei si vedono accordare onori e

poteri.

Il rifiuto di adorare la statua

La storia dei 3 ebrei nella fornace evoca le condizioni dei cristiani durante le

persecuzioni, per questo ebbe un discreto successo nelle figurazioni che compaiono

alla fine del III secolo, l’epoca della tetrarchia quando si impone il culto

dell’imperatore (persecuzione diocleziano). Spesso la scena è il contrapposto

dell’Adorazione dei Magi, a sinistra tre personaggi vestiti all’orientale con un berretto

frigio evitano di guardare la statua del re, a destra tre personaggi vestiti ugualmente si

prostrano davanti al Bambino e la Vergine.

Alla fine del IV secolo nell’impero orami cristiano l’interpretazione si ampliò: i tre

ebrei divennero il modello dei cristiani che rifiutavano in generale i valori del mondo.

I tre ebrei nella fornace e la fede nella vita eterna

I tre ebrei vengono considerati i 3 tipi di martire, che fa della sua vita un sacrificio

volontario di Dio perché crede nella vita eterna, Cipriano scrive “La loro certezza non

si fondava sulla speranza di una liberazione attuale, ma sul pensiero della liberazione e

della sicurezza della gloria eterna”.

Essi manifestano la forza della preghiera, il duplice cantico che intonano nella fornace

spiega perché sono rappresentati come oranti, ed insegnano anche la verità della parola

di Gesù, un po’ come Daniele.

Essere salvati dalla fornace: salvezza eterna e risurrezione

Nella Bibbia la fornace evoca il giudizio di Dio, chiamato spesso il giorno del Signore.

Nel NT la fornace ardente è una metafora dei castighi infernali. Quindi la fornace ove

vengono gettati i 3 ebrei appare come una prefigurazione del fuoco eterno.

In molti autori l’analogia tra la fornace e le fiamme eterne assume la forma di

un’antitesi: il fuoco dove vengono gettati i giovani si contrappone al fuoco eterno che

essi vogliono evitare. Inoltre le fiamme della fornace che risparmiano i tre ebrei e che

si ritorcono contro quelli che le hanno accese, forniscono un esempio ideale per

l’insegnamento sul giudizio finale.

Il Verbo di Dio nella fornace

“Non abbiamo forse gettato 3 uomini nella fornace? chiede Nabucodonosor “ecco io

vedo 4 uomini sciolti, i quali camminano in mezzo al fuoco, senza subirne alcun

danno; anzi il quarto è simile nell’aspetto a un figlio di dei” questa traduzione di

Daniele è di Teodozione ed è la più diffusa tra i padri, mentre nella settanta si parla del

4 personaggio come “angelo di Dio”. L’idea che il 4 personaggio fosse il Figlio di

Dio, cioè Gesù, divenne molto comune tra i padri elemento visibile anche nelle

raffigurazioni e nei sarcofagi.

Alla fine del IV secolo con il progresso della teologia trinitaria verrà precisato che

tutta la trinità era presente nella fornace.

I tre ebrei nella fornace e la resurrezione dei corpi

Per gli antichi, l’episodio di Daniele non evocava solo il Cristo che spegne le fiamme

della geena, ma anche la risurrezione; per questo, nella maggior parte delle tradizioni,

fa parte delle letture pasquali. Il legame tra l’episodio della fornace e la fede nella

antico nel cristianesimo, Tertulliano scrive: “le fiamme di

risurrezione è molto

babilonia non danneggiarono ne le tiare ne gli abiti porpora dei fratelli, Dio che ha

preservato i vestiti saprà preservare i corpi e questo è prova della futura integrità”.

Ereditato dalla tradizione ebrea è il concetto che i morti appariranno con i loro vestiti

addosso e non nudi. La discesa del quarto personaggio nella fornace diventa una figura

della discesa agli inferi e l’uscita dei tre giovani dalla fornace è un’immagine della

liberazione dei giusti dagli inferi ad opera di Gesù.

I tre ebrei e il battesimo

Molti testi del IV secolo fanno della fornace ardente una figura del fonte battesimale.

L’accostamento del fuoco e dell’acqua battesimale, si ricollega ad una tradizione

quale quando Gesù scese nell’acqua del battesimo, un fuoco si

arcaica secondo la

accese nel Giordano. La presenza congiunta nella fornace della fiamma e della

rugiada ha contribuito maggiormente ad accostare la fornace al fonte battesimale,


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Bibbia e immagini nel cristianesimo primitivo sui simboli cristiani per l'esame della professoressa Cristina Pennacchio con analisi dei seguenti argomenti: la formazione dell'insegnamento cristiano, dal Kèrygma dell’apostolo all’insegnamento del discalo, fasi di sviluppo dell'insegnamento cristiano tra il II e il III secolo, l’organizzazione del catecumenato, l’arte paleocristiana e la catechesi, la Bibbia nella liturgia, l'immagine del Divino Pastore.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in studi storico-religiosi
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Bibbia e immagini nel cristianesimo primitivo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Pennacchio Cristina.

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