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CONTRO LE IMMAGINI

Maria Bettetini

OMBRE DI OMBRE

Platone indicava l’arte come copia di una copia, questa posizione iconoclasta è senza

dubbio responsabile di tanta diffidenza e di rifiuti dell’immagine. D’altra parte sono stati

proprio alcuni testi platonici a consentire un’opposta lettura, che vuole il produttore di

immagini capace di rendere visibili realtà invisibili. Platone è alla base delle più decise

forme di iconoclastia come di svariate come di iconofilia, tutte unificate dal senso

dell’immagine come tramite con un mondo altro.

persona iconoclasta, se pur di un’iconoclastia trasversale, mentre

Platone è in prima

saranno i platonici e neoplatonici a far derivare dai suoi scritti una lettura positiva

dell’immagine. Platone non ha disprezzo per il bello ne per la bellezza delle arti: ha

l’aspetto mimetico delle arti, perché la mimesi attinge al fenomeno dei

diffidenza per

singoli oggetti e crea un’apparenza che è una contraffazione.

Nella Repubblica Platone presenta un vero e proprio programma di censura, volto a

selezionare e ridurre testi letterari e musicali degni di essere ascoltati lungo il percorso

educativo dei giovani futuri custodi della città.

L’arte per Platone è mimesis che nell’imitare inganna: l’artista finge di conoscere, ma si

limita a riprodurre oggetti e situazioni. L’accusa rivolta all’artista è la stessa che viene

rivolta al sofista, ossia al retore che finge di conoscere le cose di cui parla, ma l’unica cosa

che davvero conosce è l’arte di parlare. L’arte è quindi condannata non i sé, ma per le sue

pretese, per il suo porsi al livello della filosofia, che invece indaga la verità delle cose

senza risparmiarsi la fatica del lungo viaggio della dialettica. Platone attacca soprattutto i

sofisti, coloro che fingono di possedere la sofia, ma in verità si rivolgono alla parte

alla lusinga del piacere. E questa polemica spiega l’acredine di

sensibile dell’anima,

Platone verso tutti coloro che possiedono delle technai e di queste non solo vivono ma si

accontentano.

Per Platone l’eikasia , conoscenza per immagini è il grado zero della conoscenza, inferiore

alla pistis (credenza) alla dianoia (ragione discorsiva) e naturalmente alla noesis

(intuizione intellettuale). Ma non si tratta solo di icone: eikon è ogni rappresentazione

sensibile del reale, ogni mimesis, quindi è un’imitazione di un’ombra. Che si tratti di belle

parole, di musiche o di pitture, ci si trova sempre e comunque secondo Platone, in un gioco

di sensibilità, ben lontano dalla conoscenza del vero.

Il paradosso è che proprio a causa di questa divina mania il poeta viene allontanato dal

novero dei sapienti, Ispirato dalle Muse, non è padrone di quello che fa; posseduto dal

divino, non ha meriti o demeriti rispetto a ciò che dice, è solo uno strumento della

comunicazione divina, incontrollabile e incontrollata. Oltre a questa divina ispirazione si

deve riconoscere nell’artista la techne, cioè la capacità di fare qualcosa di bello, di

gradevole alla vista e all’udito.

Nel Politico egli scrive “la pittura è tutto ciò che mediante la pittura stessa o la musica

per il nostro piacere si deve definire divertimento” perché si

compie delle imitazioni solo

fa per gioco (paidia). Per Platone anche la scrittura è gioco, nel Fedro viene detta

“farmaco” per la memoria, utile a far ricordare le cose, ma anche ma non a insegnarle od

impararle. La scrittura p un gioco utile, un rimedio per la memoria di chi ha già imparato

tramite l’unica forma di vero apprendimento, l’oralità dialettica.

Platone ammette che nessuna arte p più piacevole di quella imitativa essa però è del tutto

inutile o addirittura dannosa: la somiglianza eccessiva tra rappresentazione e rappresentato

può ingannare, la bellezza eccessiva può attrarre e costringere al buio chi invece cerca di

uscire dalla caverna. Chi vuole conoscere il vero dovrà abbandonare tutto ciò che è

sensibile e molteplice e tutto ciò che ne è imitazione. Il bello è una via agevole è il luogo

in cui il bene si manifesta nascondendosi, mentre la dialettica è decisamente per pochi, ma

le cose belle vanno abbandonate e in fretta.

Quindi nel decimo libro della Repubblica abbiamo un compendio di quanto detto sinora, si

ribadisce la necessità di non ammettere la poesia e la mimetike. Qui si definisce mimesi

con questo procedimento, l’immagine di un letto deriva dall’idea di letto che è stata creata

dal dio, il falegname p demiurgo del letto ed il pittore che lo riproduce non è ne creatore ne

demiurgo, è solo un imitatore. Il pittore come il poeta riescono a fabbricare ogni cosa,

perché di ogni cosa colgono una piccola parte, “l’imitatore non avrà ne vera scienza ne

retta opinione della cosa che imita”, l’imitatore gioca ed il suo gioco riesce perché non si

indirizza alla razionalità, ma alla sensibilità che si lascia ingannare dalla vista. Platone

cioè “disegno con ombre” intendendo la

arriva a dire che la pittura usa la skiagraphia

prospettiva, come fanno gli illusionisti e i prestigiatori con i loro trucchi.

Il decimo libro della Repubblica prosegue con ulteriori considerazioni sulla corruzione

apportata dalla poesia, e riprende il tema centrale di tutto il dialogo, Platone nel prendere le

distanze dall’imitazione delle arti, salvaguarda la vera imitazione, quella dell’uomo che

imita dio e che nel farlo diventa simile e si legge “l’uomo giusto p caro agli dei e da essi

protetto perché un uomo che voglia sforzarsi d’essere giusto, praticando la virtù, per

quanto possibile a un uomo, farsi simile a dio”.

La tensione a svelare mistificazioni è una costante di tutta l’opera platonica.

L’etimologia di eikon, immagine e di eikos, verosimile è la stessa, derivano dal verbo

eoika, che significa sono simile, o sembra. Sono apparsi due generi di immagini: eikon, la

fedele immagine simile all’idea propria dell’artigiano, che rivela qualcosa del suo modello,

che è come il filosofo o l’uomo giusto che imitano dio e diventano simili a lui nel farlo, ed

eidolon invece allontana sempre dal vero.

Platone nel Sofista, precisa ancora meglio la distinzione tra queste due diverse forme di

imitazione, quella prodotta da dio e quella prodotta dall’uomo. Queste a loro volta vengono

divise in due, realizzando una quadri partizione: da dio vengono sia le cose che si

generano, sia eidola che non sono se non come rappresentazioni, ovvero i sogni, le ombra,

le immagini riflesse; dall’uomo le cose frutto dell’artigianato e le immagini di tali cose

prodotte dalla pittura, che sono come sogni costruiti dagli uomini per coloro che sono

svegli. Dio e uomo quindi producono cose in sé e copie delle cose simili alle cose.

La ricchezza del pensiero platonico è racchiusa proprio nella concezione di diversi gradi di

un misto tra essere e non essere in cui la chiave è quella della somiglianza cui non

sfuggono, non possono sfuggire, le ombre, i sogni, i riflessi. Esistono modelli eterni e

immutabili, il vero essere ed esistono copie di tali modelli. Principali ingannatori sono i

sofisti, manche attori e pittori. Vicini al dio sono i filosofi, che fanno di se stessi un eikon

dei modelli eterni e diventano simili agli dei.

Perché anche gli artisti possano avvicinarsi al divino bisognerà attendere le

del platonismo che trasferiranno nell’animo dell’artista la possibilità di

interpretazioni

vedere. aC) in un passo dell’Orator

Cicerone (106-43 (opera del 46) nel tentativo di mostrare

l’ideale di oratore, utilizza termini e concetti platonici e prende in esempio alcune opere

conservate in Grecia (il Doriforo, le pitture di Protogene a Rodi…) per un’argomentazione

ontologica del modello artistico. Quando Fidia creava le sue statue, non contemplava

nessun essere umano da cui ricavare una somiglianza, seguiva piuttosto una species che si

trovava nella sua mente. Questa eccelsa forma di bellezza, era la guida della sua mano di

scultore. Cicerone quindi non ha dubbi nel paragonare la perfetta retorica alle perfette

immagini, che sono nella mente dell’artifex; questa interpretazione è contraria ai testi

platonici e forse dipende dalla crescente stima che vedeva dapprima i pittori e poi anche gli

scultori considerati cultori di arti libere come liberi cittadini.

Il testo di Cicerone è il primo a noi noto in cui si consideri l’opera d’arte costruita su

imitazione di una realtà ideale, questa riflessione deriva da una lettura stoica delle idee

platoniche. Dalla logica stoica si utilizzano due concetti fondamentali: la phantasia, ossia

la rappresentazione sensibile che modifica l’anima; e gli universali intesi come lekta, ossia

cose dette o espresse, unica presenza immateriale in un universo fatto di solo corpo.

Seneca (4aC- 65 dC) in alcune sue lettere si trova per la prima volta espressa la differente

dell’essere secondo

locazione delle idee platoniche. Nella lettera 58, enumerando i generi

Platone, Seneca definisce le idee “esemplare eterno di tutto ciò che nasce in natura” e per

spiegarsi meglio prende l’esempio di un ritratto di Virgilio. Seneca parla del volto di

Virgilio come del modello, dell’idea da cui l’artista avrebbe ricavato la sua opera, un’idea

“fuori dall’opera, e non solo fuori, ma precedente a essa”; l’autore per spiegare i modelli

eterni usa la pittura come esempio. Inoltre Seneca introduce un’interpretazione del tutto

nuova per i latini “questi esemplari di tutte le cose, Dio li ha dentro di sè”, le idee non sono

più intese come esterne all’intelligenza divina, le diee abitano nella mente di Dio. Una

lettura in questi termini del platonismo si torva sono nell’ebreo Filone di Alessandra (20

ac- 50 dC) contemporaneo di Seneca, che legge i temi biblici in termini neoplatonici e sarà

poi il cuore del platonismo cristiano. Quindi secondo Seneca le idee sono in una mente

divina, e secondo Cicerone nella mente umana.

Da qui l’apertura positiva all’immagine artistica intesa come oggettivazione di un ideale

presente nelle mente del pittore e dello scultore.

Ovidio, mito di Narciso e la storia di Pigmalione, nelle Metamorfosi.

SE LA BELLEZZA SIA IN UNA STATUA O IN UNA MENTE

Aristotele (348-322 a C) faceva derivare la parola phantasia dalla radice i phaos, luce e

Platone l’aveva collocata nel fegato, che è un organo lucido capace di ricevere le immagini

e di renderle come attraverso uno specchio. Da Platone e Aristotele dipartono due linee di

le immagini derivano dai sensi oppure dall’ispirazione divina, mentre

pensiero. Per Platone

per Aristotele l’immaginazione è attività legata alla sensazione, che però da questa trae la

garanzia della sua funzione conoscitiva. Sappiamo infatti che per Aristotele non può

esservi altra forma di conoscenza vera se non tramite i sensi e quindi attraverso il percorso

dell’astrazione e della concettualizzazione, che si fonda sul sentire. L’immagine è un

movimento prodotto dalla sensazione in atto. La tesi aristotelica che fa dell’immaginazione

un proseguimento dell’attività sensibile anche quando l’oggetto è assente rimane costante

in tutto il pensiero occidentale, affiancata dalla posizione platonica.

E’in Plotino (205-270 dC) che le due linee convergono, presentando al Medioevo e alla

modernità un concetto di immagine e di fantasia determinante per i secoli a venire.

L’immaginazione o fantasia può esercitare, come diceva Aristotele, la formazione di

immagini che aiutino l’intelletto a risalire dalle molteplici sensazioni ai concetti. Questa

facoltà dell’anima può formare immagini che derivano dal sensibile perché a sua volta ha

mediato la formazione del sensibile. Quando si dice anima, per Plotino si intende

naturalmente l’anima del mondo, ma anche tutte le singole anime che da questa derivano e

a questa sono continuamente connesse. In tale cammino discendente, secondo la tipica

struttura neoplatonica di una realtà graduale, la facoltà più bassa dell’anima è

l’immaginazione, con cui l’anima informa e vivifica la materia. Ma a sua volta

l’immaginazione permette a chi lavora la materia, come l’artista, di superarla e arrivare alle

forme e ai modelli dell’intelletto.

Plotino ci invita a liberarci dell’esteriorità e a supporre che l’ambiente sia assorbito

nell’essere e l’essere nell’ambiente, questo è lo stato della visione intellettuale. E’ la fine

delle mimesis, all’opera d’arte non si chiede un’imitazione della natura materiale, quanto

divenire un punto di partenza per un’esperienza metafisica.

Nel trattato Sul bello, affermando che la bellezza non risiede nei colori e neppure nella

simmetria, Plotino rivendicava il legame tra il bello sensibile e il bello intellegibile: “Se è

unica la fonte della bellezza, unico deve essere anche il suo modo di manifestarsi, che non

potrà dipendere dalla composizione di parti sensibili e dovrà invece godere dello splendore

dell’unità nell’intellegibile. Vi sono cose materiali che sono belle non per la loro

proporzionalità, ma in se stesse, nella loro semplicità: la luce del sole, le stelle…”. Nelle

Enneadi invece scrive “le arti non imitano ciò che si vede, ma risalgono ai principi

razionali da cui deriva la natura anzi, esse creano da sé molte cose e completano ciò che

per qualche aspetto è manchevole”.

Plotino evidenzia anche l’importanza dell’anima, che vede il bello e attraverso il bello

accede all’intellegibile, vede tutti gli intellegibili e quindi tutto l’essere, accede a quel

luogo ove tutto è trasparente nulla è oscuro, ognuno è manifesto all’altro sin nell’intimo e

tali sono tutte le cose.

Le immagini per Plotino hanno il potere di permettere una conoscenza immediata e totale,

tramite una visione intellettuale che non sarà “intellezione ma soltanto un toccare, una

specie di contatto, senza parola e senza pensiero”. Le immagini conducono all’intellegibile

perché anche l’intellegibile è fatto di belle immagini (kala agalmata) prive dell’opacità

sensibile e dunque trasparenti, ma il termine usato da Plotino non lascia dubbi, si tratta di

figure non si astrazioni. di un’arte trasparente, dove gli oggetti, al contrario di

La visione di Plotino è dunque quella

come richiesto dall’arte naturalista imitativa, non devono essere autonomi ne

impenetrabili, ma anzi si lasciano attraversare dalla luce.

In Ennaidi II, troviamo addirittura un “programma per l’arte”, che era del tutto disatteso

dai contemporanei, infatti i neoplatonici, per sostenere un paganesimo in difficoltà e per

opporsi al cristianesimo auspicavano un recupero della tradizione classica nelle forme e

nella sostanza. Plotino ritiene che fondamentale per la conoscenza razionale di un oggetto

la percezione della sua forma, egli avvia la riflessione constatando che la vista da lontano

non riesce a cogliere la qualità della forma, e vede i colori sbiaditi, stesso discorso di scarsa

visibilità con gli oggetti vicini visti nella penombra; di qui Plotino definisce i caratteri di

un’arte figurativa costretta a evitare ciò che è dovuto all’imperfezione del senso della vista.

Gli oggetti debbono quindi essere rappresentati tutti in primo piano, con i particolari in

evidenza, senza giochi di luce. La luce che si vede sarà quella delle superfici, evitando ogni

profondità che porterebbe ad addentrarsi nell’oscurità della materia. La forma di un

oggetto deve poter essere ben visibile, perché l’oggetto sia anche conoscibile,, quindi la

rappresentazione sarà meticolosa, ricca di particolare, ma piatta senza differenze di piani e

senza ombre, con un’ovvia tendenza alla geometrizzazione.

I cristiani svilupparono un’arte vicina al pensiero di Plotino, sebbene gli fossero ostili,

soprattutto nella tarda antichità i cristiani manifestarono nuove tendenze di un’arte che

richiedeva immagini da contemplare con gli occhi dello spirito. Da tempo gli studiosi

hanno individuato le caratteristiche di questo genere di immagine che prender il posto della

tradizione classica greco-romana:

luce diffusa e uniforme, assenza di ombre, un solo piano per tutta l’immagine; grande

attenzione ai particolari, prospettiva rovesciata e radiante, collocazione dei personaggi su

un piano parallelo rispetto alla superficie del dipinto o del rilievo, schemi geometrici

regolari nella rappresentazioni di oggetti che in natura sarebbero irregolari e disordinati.

Un oggetti sempre meno sensibile, sempre più intellegibile.

La teoria dell’arte di Plotino sopravvisse per secoli e divenne elemento essenziale

dell’estetica medievale, i cristiani non diedero una giustificazione teorica alla loro arte

spiritualistica, che invece è da rintracciare nei testi di Plotino. L’arte bizantina in

particolare realizza il programma di Plotino e negli autori cristiani, il legame più

(fine V secolo), ove l’immagine è intesa come

interessante si trova nello Pseudo-Dionigi

riflesso della potenza divina, quindi allegoria che rimanda al trascendente e non mimesis,

dell’immanente. Lo pseudo Dionigi era probabilmente un cristiano di origine

imitazione

siriaca, allievo di Proclo e di Damascio alla scuola di Atene, di lui ci pervengono 4 trattati

e 10 epistole. Nel Corpus Aeropagiticum si uniscono neoplatonismo e cristianesimo fino a

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/06 Letteratura cristiana antica

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