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Autori della letteratura latina

L'età arcaica

Livio Andronico

Originario della città di Taranto, Livio Andronico venne a Roma come prigioniero di guerra quando la città cadde nelle mani romane, a conclusione della guerra con Pirro; fu quindi schiavo di un membro della gens Livia che lo impiegò per l'istruzione dei suoi figli, come facevano normalmente le nobili famiglie romane con gli intellettuali greci caduti in schiavitù. Quando fu liberato, Andronico, secondo la tradizione, aggiunse al suo nome quello dell'antico padrone. Cicerone racconta (Brutus 72) che Livio mise in scena un dramma nel 240, in occasione delle feste per la fine vittoriosa della prima guerra punica; quella data viene considerata come l'inizio della letteratura latina.

Della produzione teatrale di Livio conosciamo otto titoli di tragedie, tre di commedie e pochi versi in tutto. Tradusse in latino l'Odissea di Omero, dando inizio così all'epica in lingua latina. Il teatro tragico di Livio si ispirava a miti e modelli greci. Alcuni titoli di tragedie rievocano episodi della guerra di Troia o successivi alla capitolazione della città. Questa predilezione per il ciclo troiano trova una spiegazione nel mito che collega la caduta di Troia alle origini di Roma: la città sarebbe stata fondata da discendenti dei profughi troiani. Le altre tragedie, invece, Andromeda, Danae e Tereus portano in scena miti avventurosi o particolarmente macabri, in linea con l'espressionismo tipico della tragedia latina.

Livio si dedicò anche al genere comico; gli vengono attribuiti tre titoli di cui solo uno sicuro, Gladiolus (“lo spadino”). Livio scelse di tradurre l'Odissea, anziché l'Iliade, forse per il carattere avventuroso di questo poema che lo rendeva attraente a un pubblico meno raffinato e più sensibile alla varietà delle avventure, dei paesaggi e dei personaggi. La sua traduzione fu un'operazione culturale complessa e raffinata che solo un poeta profondamente colto poteva compiere. Livio, infatti, oltre a essere poeta, era un filologo: non solo padroneggiava al meglio la lingua latina, ma era anche un esperto conoscitore della tradizione letteraria greca.

L'inizio della letteratura latina avveniva così a un livello alto, anche se ben presto lo stile ricercato di Livio apparve rosso e antiquato ai letterati romani; inoltre di lì a poco si fece sentire l'esigenza di un'epica che non avesse per oggetto il mito, ma le grandi imprese di Roma. In ogni caso l'Odissea tradotta da Livio continuò ad essere letta a scuola fino al I secolo a.C.: Orazio ricorda di averla appresa a colpi di bastone dal suo maestro.

Nevio

Gneo Nevio dice di se stesso di aver partecipato alla prima guerra punica, che durò dal 264 a.C. al 241 a.C.: ne deduciamo che nacque prima del 260. Fu una personalità forte, amante della libertà e insofferente delle sopraffazioni da parte degli aristocratici romani; per questo si pensasse che egli fosse politicamente vicino alla parte plebea. Aulo Gellio, un erudito appassionato di letteratura arcaica, ci riferisce un frammento di Nevio. Ci racconta infatti che il poeta sarebbe finito in carcere, e poi sarebbe stato liberato per l'intervento dei tribuni della plebe.

Gerolamo (padre della Chiesa) ci informa che Nevio morì in esilio a Utica nel 201 a.C. “ad opera del partito dei nobili e soprattutto dei Metelli” (i Metelli erano una potente famiglia). Del Bellum Poenicum (“La guerra punica”) ci sono giunti in tutto sessanta versi. Era un poema che raccontava le vicende della prima guerra combattuta tra Roma e Cartagine; probabilmente in occasione della conquista romana di Agrigento nel 262, il poeta aveva inserito una digressione che iniziava dalla descrizione del frontone del tempio di Giove di quella città, in cui era rappresentata la guerra di Troia; il poeta coglieva l'occasione per raccontare la fuga di Enea e la fondazione di Roma ad opera di un suo discendente. Questa digressione era notevolmente ampia: probabilmente si estendeva per tre dei sette libri. La digressione comprendeva scene drammatiche come quelle delle mogli di Enea e Anchise che abbandonavano la città in fiamme. Virgilio prese alcuni di questi episodi del Bellum Poenicum per l'Eneide.

Seguendo i modelli greci di epica storica, Nevio scelse di narrare nella propria opera una vicenda di storia contemporanea, di cui egli stesso era stato partecipe e che costituiva un importante successo per Roma. Nevio, tuttavia, introdusse un elemento nuovo: la digressione che raccontava le vicende mitiche degli antenati troiani e le origini di Roma. In questo modo il mito veniva collegato alla storia. Il Bellum Poenicum fu così il primo poema nazionale romano, in cui si celebravano i valori propri della tradizione romana: la virtus (l'eroismo in guerra) e la pietas (le devozioni nei confronti degli dei, della patria e degli antenati). Raccontando il mito di Enea, Nevio riuscì a combinare assieme due elementi presenti nei poemi di Omero: il viaggio e la guerra.

Nevio fu anche autore di teatro di grande successo. Livio Andronico certo scrisse i primi testi teatrali in latino, ma Nevio fu il vero fondatore del genere, sia per la tragedia, sia soprattutto per la commedia. Conosciamo sette titoli di tragedie neviane di argomento greco. Inoltre Nevio condivise con Livio Andronico l'interesse per il mito troiano.

Del Lycurgus abbiamo diversi frammenti che ci consentono di intravedere la trama: vi si raccontava un episodio della diffusione del culto di Dionisio in Occidente, con la punizione del re di Tracia Licurgo che vi si era opposto. La tragedia si concludeva con il trionfo del dio e probabilmente l'incendio della reggia di Licurgo. L'attenzione di Nevio per il culto di Dionisio (Bacco, per i Romani) può essere stata sollecitata dalla diffusione dei rituali bacchici soprattutto tra le classi inferiori.

L'attenzione di Nevio per la realtà storica è confermata dal fatto che questo poeta è attribuita l'invenzione della praetexta1, la tragedia di ambientazione romana che portava in scena. Abbiamo tre titoli, Lupus, Romulus e Clastidium. Forse i primi due si riferiscono alla stessa tragedia, se “lupus” fa riferimento alla lupa che allattò Romolo e Remo. Clastidium invece celebrava la vittoria che il console Marco Claudio Marcello riportò sui Galli.

Tuttavia Nevio fu grande soprattutto nella commedia: un grammatico del II secolo gli assegnò il terzo posto dopo Cecilio e Plauto. Fra i titoli conservati ricordiamo: “L'adulatore”, “La donna mascherata”, “Il superdotato” ecc. I temi di queste commedie dovevano essere con intrighi amorosi, contrasti tra padri e figli ecc.

Nelle commedie di Nevio doveva già svolgere un ruolo importante il personaggio dello schiavo furbo e imbroglione, che con la sua astuzia risolve l'intreccio. In Tarentilla ce n'è uno in cui uno schiavo si mostra orgoglioso delle sue imprese. Questa commedia con ogni probabilità doveva rappresentare la storia di due giovani che scappano di casa e a Taranto si danno alla bella vita tra amori e banchetti, finché l'arrivo dei padri li costringe a rinunciare ai divertimenti. La scena più vivace descrive il personaggio che dà il titolo alla commedia, la seducente “ragazza di Taranto” che riesce a tenere testa a numerosi pretendenti.

Alcuni frammenti delle commedie sembrano esprimere anche la passione di Nevio per la libertà. Lo stile è tra i più ricorrenti nella letteratura arcaica, in cui Nevio condivide il gusto espressionistico per le figure di suono.

1 La praetexta (o per esteso fabula praetexta) è il nome usato nella letteratura latina per la tragedia di argomento romano, in opposizione alla fabula cothurnata, ossia la tragedia di argomento greco, che era spesso un adattamento dalle opere di tragediografi greci quali Eschilo, Sofocle, Euripide. Deriva il suo nome dalla toga praetexta, ossia listata di porpora, che veniva indossata da adolescenti, magistrati e sacerdoti. Si trattava quindi di un capo di vestiario precipuamente romano.

Ennio

Ennio nacque nel 239 a.C. in Salento, da famiglia distinta. Ennio era solito affermare di avere tre anime perché sapeva parlare in greco, latino e osco. Partecipò alla seconda guerra punica; nel 204 fu convinto da Catone il Vecchio a trasferirsi a Roma. Forse ancora Catone lo indusse a comporre testi per il teatro. Ben presto questa attività ebbe successo e gli procurò l'amicizia di importanti uomini politici, tra questi Scipione l'Africano.

Per celebrare i successi di Fulvio Nobiliore, Ennio compose una praetexta, intitolata Ambracia. Evidentemente i gruppi emergenti dell'aristocrazia romana avevano cominciato a realizzare l'importanza degli intellettuali ai fini della loro visibilità politica. Nel 184 Ennio divenne cittadino romano per concessione del figlio di Fulvio Nobiliore; in questo periodo Ennio si dedicò alla composizione di un poema sulla storia di Roma, gli Annales. Quando morì, nel 169, una statua del poeta fu collocata nella tomba di famiglia degli Scipioni. Con questo atto la nobile famiglia volle far sapere ai Romani che Ennio era a tutti gli effetti uno di loro.

È giunto a noi l'epigrafe che Ennio avrebbe composto per la propria tomba. Come in altri casi l'epigrafe non è autentico, ma esprime bene l'immagine che del poeta avevano i suoi contemporanei. Il poeta parla in prima persona: “Nessuno mi onori con lacrime né mi renda esequie col pianto. Perché? Io volteggio vivo sulle bocche degli uomini”. Ennio appare quindi fiero della sua fama di poeta che lo rende immortale anche dopo la sua morte: le sue opere sono recitate dai posteri.

Gli Annales sono un poema epico storico in diciotto libri, giunti a noi in frammenti. Si tratta dell'opera più importante di Ennio, che vi racconta gli eventi della storia di Roma: i primi tre libri trattavano delle origini, i tre seguenti riguardavano l'espansione di Roma in Italia; i libri VII-IX trattavano delle guerre puniche, mentre le guerre macedoniche e l'espansione romana nel Mediterraneo erano il tema dei libri X-XII. L'opera si doveva concludere con tre libri dedicati alla storia contemporanea. Ennio aggiunse poi altri tre libri che riguardavano vicende avvenute negli ultimi anni della sua vita.

Ennio scelse di comporre il suo poema in esametri: l'esametro era il verso tipico del genere epico in Grecia; l'adozione di questo nuovo metro al posto del saturnio, impiegato da Livio Andronico e da Nevio per richiamarsi alle antiche tradizioni latine, era un segno evidente di rottura con il passato e un deciso passo in avanti sulla via dell'ellenizzazione. In questo modo Ennio si presentava come l'intellettuale di punta del gruppo, il poeta capace di rinnovare radicalmente la cultura letteraria romana.

All'inizio del poema Ennio non chiedeva l'ispirazione a Camena, ma alle Muse. Prosegue raccontando che mentre egli dormiva sull'Olimpo, gli era apparso in sogno Omero e gli aveva rivelato che la sua anima si era incarnata in lui. Ennio era dunque il nuovo Omero, destinato a diventare a Roma il più grande tra i poeti.

La scena in cui Ennio riceve da Omero il riconoscimento del suo ruolo di poeta rivela anche l'influenza della moderna poesia ellenistica: da qui provengono l'idea di sogno e l'autorappresentazione del poeta, che era invece estranea all'epica omerica. Ennio poi critica i poeti del passato che hanno trattato i suoi stessi argomenti in versi antiquati. Si allude qui a Nevio, che aveva narrato la storia di Roma in saturni.

Poeta “moderno” e innovatore, Ennio riconosceva però, sul piano etico, il valore della tradizione romana. La rievocazione della storia antica di Roma era indubbiamente all'insegna della virtus e del mos maiorum. Il mos maiorum (dal latino mōs maiōrum, letteralmente «costume degli antenati») rappresenta il nucleo della morale tradizionale della civiltà romana. Accanto all'eroismo in guerra e al rigore morale, Ennio attribuisce grande risalto alla capacità di riflettere e decidere razionalmente: queste doti sono sintetizzate dalla sapientia.

La “sapentia”, la capacità di governare con equilibrio e intelligenza, era una parola d'ordine dell'aristocrazia ellenizzate a cui Ennio era vicino. Negli ultimi libri del suo poema, quelli dedicati alla storia contemporanea, Ennio dava ampio risalto alle imprese degli imperatores aristocratici.

Per il suo poema epico Ennio adottò uno stile solenne, adeguato al grande progetto che si proponeva di realizzare. La solennità era garantita dal ricorso agli arcaismi. Un altro elemento tipico dello stile alto, già nella poesia greca, erano gli aggettivi composti. Come gli altri poeti arcaici, anche Ennio fu influenzato dalla tradizione degli antichi carmina (testi di carattere religioso e rituale): lo dimostra la sensibilità per il ritmo e per le figure di suono.

Ennio fu l'ultimo poeta latino a coltivare sia il genere comico che quello tragico, ma la tragedia gli fu sicuramente più congeniale. D'altra parte Ennio fu apprezzato poeta tragico, e i quattrocento frammenti che ci sono rimasti da una ventina di tragedie sembrano confermare la fama di cui godeva in questo genere. Secondo una tradizione ormai radicata a Roma, anche Ennio privilegiò gli argomenti relativi al ciclo troiano.

Ennio riprende come modello tre grandi poeti greci: Eschilo, Sofocle, ma soprattutto Euripide. Tra i testi più famosi c'era l'Andromacha: da Cicerone sappiamo che il lamento della principessa prigioniera, che rievocava la caduta e l'incendio di Troia, era molto apprezzato dai grandi attori tragici del suo tempo. L'angoscia e la disperazione della protagonista sono sottolineati da diversi espedienti retorici: l'anafora, i sinonimi, l'allitterazione.

L'attenzione di Ennio per la storia passata e recente di Roma appare anche dalle due praetextae (Sabine e Ambracia). Le Sabine portavano in scena l'episodio del rapimento delle donne sabine da parte dei romani sotto il regno di Romolo: ne era scaturito un conflitto a cui le donne stesse posero fine mettendo pace tra i loro padri e i rapitori. L'Ambracia rievoca la conquista della città di Ambracia da parte di Marco Fulvio Nobiliore: un evento di storia contemporanea a cui Ennio era stato testimone diretto.

Ennio non si cimentò soltanto nel poema epico e nel teatro, ma sperimentò vari generi poetici. Anche di questi “esperimenti” ci restano pochi frammenti.

Legato alla potente famiglia degli Scipioni, Ennio ne celebrò (poesia celebrativa) l'esponente più famoso, Scipione l'Africano, nel poemetto Scipio. Inoltre si cimentò anche con la poesia gastronomica in cui forniva notizie su ricette e cibi prelibati.

Plauto

Della vita di Plauto abbiamo poche notizie, e non sicure, a partire dal nome, attestato nella forma Titus Maccius Plautus. È possibile che Maccius fosse un nome d'arte. Il cognomen Plautus sembra fittizio: potrebbe infatti derivare dall'umbro Plotus, ossia “dalle orecchie pendenti”, come quelli di certi cani. In ogni caso il nome ci dice qualcosa dal modo in cui il poeta si presentava ai contemporanei.

Nacque in Umbria, tra il 260 e il 250 a.C. e morì nel 184. La sua straordinaria conoscenza del latino ci fa pensare che sia andato presto a Roma. Di alcune commedie conosciamo la data di composizione delle brevi notizie dei manoscritti che giungono fino a noi. Altre notizie sono forse state create dagli antichi per colmare la mancanza di informazioni. Gellio racconta che Plauto avrebbe messo insieme una discreta fortuna con il suo lavoro teatrale e avrebbe investito nel commercio il suo patrimonio con risultati rovinosi: costretto a vendersi come schiavo per pagare i debiti, si sarebbe ridotto a girare la macina di un mulino.

Le commedie di Plauto ebbero un successo straordinario presso il pubblico romano, tanto che all'inizio del I secolo a.C. gli venivano attribuite ben 130 composizioni. Elio Stilone, il fondatore della filologia romana, ne riteneva autentiche venticinque, mentre il suo allievo Terenzio Varrone le divise in tre gruppi: il primo di ventun commedie, un secondo di diciannove, e un terzo di commedie spurie. La raccolta a noi giunta, costituita da venti commedie più una di cui abbiamo solo qualche scena, risale quasi certamente al primo gruppo proposto da Varrone.

La commedia plautina è del genere della palliata (la palliata è un genere teatrale di commedia latina di argomento greco: greci sono infatti i personaggi, così come greche sono le ambientazioni e, il più delle volte, il titolo dell'opera originaria da cui la palliata è tratta) rielabora quindi modelli della Commedia nuova greca. L'intreccio della Commedia nuova che le commedie plautine ereditano, riflette una concezione del mondo in cui il caso gioca un ruolo fondamentale. Nelle sue trame si può cogliere una struttura ricorrente, in cui una situazione iniziale problematica viene risolta nel finale grazie a un evento imprevisto e fortuito; di solito un giovane di buona famiglia si innamora di una ragazza di condizione inferiore (povera, spesso schiava) e necessita, per realizzare il suo amore, di una somma di denaro che gli viene negata dal vecchio padre. Il denaro finisce nelle sue mani in circostanze fortuite, oppure si scopre, altrettanto casualmente, che la ragazza è di condizione libera. Il caso dunque svolge un ruolo importante, ma il vero dominatore dell'intreccio è lo schiavo furbo, che in genere affianca come aiutante il giovane innamorato. Questo personaggio, già presente nella commedia greca, nel teatro plautino acquista una centralità senza precedenti; riesce a risolvere il problema iniziale e grazie alle sue trovate gli avversari del giovane innamorato vengono ingannati.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dario.l.padalino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Verona o del prof Raccanelli Renata.
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