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La poesia arcaica: Livio Andronico, Nevio, Ennio

Contesto storico

Particolarmente rilevanti furono le Guerre Puniche, combattute contro Cartagine, colonia della fenicia Tiro, sita sulla costa dell'odierna Tunisia. Esse si svolsero in tre fasi:

  1. La Prima Guerra Punica (264-241 a.C.), combattuta per lo più sul mare intorno alla Sicilia, vide la trasformazione di Roma in potenza navale. La vittoria romana portò alla conquista di Sicilia, Sardegna e Corsica.

  2. La Seconda Guerra Punica (219-201 a.C.), combattuta a tutto campo tra Italia, Spagna e Africa, vide emergere le figure del generale cartaginese Annibale, che invase l'Italia, e di quello romano Publio Cornelio Scipione, che, sconfiggendo il nemico proprio in Africa (battaglia di Zama, 202 a.C.), si meritò l'appellativo di Africano.

  3. La Terza Guerra Punica (149-146 a.C.), combattuta a Cartagine, fu una guerra di deliberata aggressione, condotta da Publio Cornelio Scipione Emiliano (nipote adottivo dell'Africano) con lo scopo di distruggere la città e di ridurre a provincia il suo territorio. Si può considerare una sua appendice la guerra che lo stesso Emiliano condusse in Spagna, che nel 133 a.C. pose fine alle rivolte che minavano il controllo romano sulla penisola iberica.

Pari importanza ebbero le Guerre in Oriente, che videro Roma contrastare l'espansionismo del re macedone Filippo V e del suo successo Perseo. Particolare rilievo ebbero la Seconda (200-197 a.C.) e la Terza (171-168 a.C.) Guerra Macedonica, che si conclusero rispettivamente con le vittorie di Tito Quinzio Flaminino a Cinocefale (197 a.C.) e di Lucio Emilio Paolo a Pidna (168 a.C.).

Le istituzioni romane dovettero far fronte allo straordinario allargamento territoriale, introducendo la figura dei governatori di provincia (di solito ex pretori o ex consoli), dotati di una solida burocrazia amministrativa e di un esercito efficiente.

Si affermò sempre più la presenza di personalità dominanti che ricoprono il consolato più volte o che - come Scipione Africano durante la Seconda Guerra Punica - lo assunsero in giovanissima età. Le vittorie avevano prodotto veri e propri leader politici, che occupavano per anni la scena politico-militare. Anzi, molti di loro (come i membri della famiglia degli Scipioni) capeggiarono a Roma una sorta di "partito della guerra", per il quale le imprese espansionistiche erano non solo un'opportunità per raggiungere obiettivi individuali, ma anche lo strumento attraverso il quale offrire a Roma nuovi sbocchi commerciali e nuove prospettive culturali.

Il saldo contatto con la cultura greca fu alla base della nascita della letteratura latina. Infatti una parte dell'aristocrazia romana guardava con favore ai contatti con il mondo greco e orientale, creando in senato una vera e propria corrente filellenica, capeggiata dagli Scipioni, che volveva trapiantare a Roma, oltre alle idee, gli usi e i costumi greci. Ma vi era anche una fazione, il cui esponente di maggior rilievo era Catone il Censore, che avversava tale processo, ritenendo che avrebbe corrotto il "mos maiorum" e sgretolato l'identità nazionale.

Un esempio tra tutti viene dal "Senatus consultum de Bacchanalibus", con il quale il senato nel 186 a.C. intervenne severamente per regolamentare la diffusione dei riti connessi con il culto di Dioniso, che implicavano eccessi nell'uso del vino e insidiavano la moralità delle donne romane.

La poesia arcaica

I contatti di Roma con il mondo greco, a prevalente carattere commerciale, avevano avuto inizio ben prima del III secolo a.C., sia attraverso le colonie della Magna Grecia sia attraverso la mediazione degli Etruschi: ciò aveva portato i Romani a conoscere miti e leggende orali, ma non la letteratura greca scritta. Nel III secolo a.C. si assistette all'intensificazione di contatti culturali tra Romani e Greci, legata all'espansione territoriale di Roma nel Mediterraneo.

Questi si ebbero per la presenza di un numero sempre più rilevante di ostaggi greci o di prigionieri di guerra provenienti dalle città conquistate e portati a Roma come schiavi. Questi, spesso dotati di un buon livello culturale e talora veri e propri letterati, portavano con sé i testi scritti di letteratura greca. Nel rendere in latino il maggior numero possibile di opere greche, i poeti arcaici latini scelsero spesso di non tradurre alla lettera ma di rielaborare il testo originale, ponendosi in gara con i loro modelli in un singolare rapporto di emulazione.

La letteratura greca avrebbe condizionato tutta la produzione letteraria di Roma. Ogni fase della storia della letteratura di Roma ha avuto le sue forme di dipendenza e di originalità, poiché ogni autore, in ogni sua opera, ha coscientemente cercato di rendere originale, attualizzandolo, l'eventuale modello greco da cui dipendeva. L'originalità della letteratura latina sta quindi nell'avere creato quel complesso atteggiamento che va sotto il nome di "aemulatio", con il quale i Romani hanno saputo produrre opere di livello elevato senza provare timore reverenziale di fronte a precedenti tanto illustri, davanti ai quali, tuttavia, non potevano restare indifferenti.

Questo atteggiamento di "aemulatio" si estese ben presto dalla pratica della traduzione alla composizione di opere originali concepite nell'ambito dello stesso genere letterario dei modelli greci. Si vide il sorgere di una nuova figura di intellettuale, che si misurava con la tradizione e cercava contemporaneamente di essere originale. I primi scrittori latini venivano da aree grecizzate o comunque vicine alle città della Magna Grecia (Livio Andronico era un greco di Taranto, Nevio era campano e Ennio di origine messapica) ed erano di modeste condizioni, a dimostrare come in questa fase iniziale il "mestiere" dell'intellettuale a Roma non godesse ancora di troppo prestigio sociale.

I settori più avanzati dell'aristocrazia romana compresero con il tempo la necessità di instaurare un rapporto dialettico con alcuni intellettuali, cui avrebbero fornito protezione e assistenza ricevendone in cambio generici insegnamenti culturali, ma anche opere letterarie che lodavano le loro gloriose imprese o denigravano i loro avversari politici. Si definisce "circolo degli Scipioni" quella sorta di sodalizio letterario e filosofico al quale presero parte brillanti oratori e ammiratori della cultura greca e, più o meno a lungo e in modo più o meno stretto, importanti intellettuali romani e greci.

Il termine "circolo" è moderno, e indica una cerchia di intellettuali che, verso la metà del II secolo a.C., si raccolsero intorno a celebri personaggi appartenenti alla "gens" Cornelia, una delle più importanti di Roma, e in particolare a Scipione Emiliano, figlio di Lucio Emilio Paolo, il vincitore del re Perseo di Macedonia a Pidna nel 168 a.C., il quale era stato adottato nella famiglia degli Scipioni da Publio Cornelio, figlio di Scipione l'Africano.

Infatti, l'acquisizione e il trasporto a Roma (ad opera di Lucio Emilio Paolo) della biblioteca di Perseo aveva reso possibile una conoscenza ancor più approfondita del patrimonio culturale greco, sino ad allora noto principalmente attraverso la "mediazione" delle città della Magna Grecia. Un importante contributo alla riflessione sulle forme e sui fini dell'attività storiografica venne da Polibio, dapprima maestro e poi amico dell'Emiliano, mentre Panezio ebbe un ruolo determinante nella diffusione dello stoicismo a Roma.

Il contributo più importante dato dal circolo alla cultura romana fu l'elaborazione dell'ideale di "humanitas". Con questo termine si intendeva il concetto greco di "paidéia" (educazione e iniziazione alle arti liberali). Questo complesso di ideali, pur non essendo antinomico rispetto al tradizionale patrimonio di valori romano ("gravitas", "dignitas", "auctoritas"), fu fortemente avversato dai tradizionalisti (rappresentati da Catone il Censore); successivamente venne ripreso, sviluppato e diffuso da Cicerone.

Dei generi letterari si recuperarono dapprima il genere epico, la commedia e la tragedia e, in seguito, l'oratoria e la storiografia, generi che furono coltivati anche da cittadini romani e uomini politici che non fossero letterati di professione. Dato che la letteratura a Roma si sviluppò a distanza di 500 anni dalla fondazione della città (data convenzionale è il 240 a.C., quando Livio Andronico, su incarico dello Stato, mise in scena un'opera teatrale), la critica si è interrogata sulle ragioni di tale ritardo.

Gli studiosi hanno insistito anzitutto sulla mentalità pragmatica del popolo romano, più portata verso la guerra, la politica, il diritto che non verso le attività culturali. Pertanto la letteratura latina sarebbe nata soprattutto per ragioni di carattere politico, poiché lo stato ritenne utile, a fini propagandistici, far conoscere a tutti le grandiose imprese di Roma. È comunque possibile trovare un sicuro carattere distintivo della letteratura latina: il suo profondo e costante legame con il concetto di utilità civile e sociale; il che non la rende affatto priva di valori artistici ed estetici, ma capace di subordinarli a una superiore finalità educativa di ordine etico e politico.

Insieme con il teatro, il poema epico fu il genere letterario che meglio rappresentò la nascente letteratura latina.

  • I poemi epici come l'"Iliade" e l'"Odissea" di Omero erano già nel mondo greco considerati - oltre che testi di educazione scolastica - esperienze letterarie fondamentali e imprescindibili, sia che li si volesse imitare, sia che li si volesse superare, come avevano cercato di fare alcuni autori di età ellenistica che li ritenevano anacronistici. Inoltre le vicende mitologiche legate alla guerra di Troia si prestavano a innumerevoli varianti e implicazioni locali, che potevano coinvolgere anche il mondo italico-romano.

  • Il popolo romano, che si affermava nel bacino del Mediterraneo, sentiva il bisogno di avere anch'esso i propri poemi nazionali e celebrativi, come li avevano avuti i Greci. La traduzione latina di Livio Andronico dell'"Odissea" fu infatti una sorta di "prova generale" di esordio della letteratura latina; il "Bellum Poenicum" di Nevio e gli "Annales" di Ennio furono invece i primi momenti nei quali le gloriose vicende belliche di Roma abbandonarono le aride e inaccessibili compilazioni dei pontefici per diventare poesia ed essere lette o udite da un pubblico più ampio.

I poemi epici, formalmente modellati sulla tradizione greca, diventavano strumento formidabile di conservazione e divulgazione dello stesso "mos maiorum". Ma la finalità politico-educativa dell'epica arcaica superò di gran lunga il suo tempo, e i suoi contenuti passarono anche alle generazioni successive, se è vero che Orazio (I sec. a.C.) a scuola imparava ancora a memoria i versi di Livio Andronico.

Per quanto riguarda il contenuto, l'epica greca aveva trattato sia di mitologia sia di storia. L'epica mitologica di Omero mirava ad essere una sintesi della cultura e dei valori di tutta una civiltà. L'epica storica greca aveva prodotto opere sulle guerre persiane, e successivamente poemi che celebravano i grandi sovrani ellenistici, come quello composto da Cherilo di Iaso per Alessandro Magno. L'epica latina arcaica assunse in sé tutte queste eredità, trattando argomenti sia mitologici (Livio Andronico) sia storici (Nevio, Ennio). Mostrò inoltre un'originale tendenza ad avvicinare e mescolare questi due elementi che ebbe in Nevio il suo iniziatore e che fu ripresa e perfezionata, alcuni secoli dopo, nell'"Eneide" di Virgilio.

Per quanto concerne la forma, l'epica latina arcaica privilegiò uno stile alto, solenne, che da un lato riecheggiava le formule della lingua sacrale, dall'altro riprendeva il lessico di tradizione omerica. Il metro più antico fu il saturnio, ma già con Ennio si ebbe l'esametro.

La finalità di questo genere letterario fu per lo più politico-educativa; da un lato, infatti, l'"epos" celebrava le vicende storiche o mitiche che avevano dato lustro allo Stato romano, dall'altro mirava a inculcare nei cittadini i valori fondanti della "res publica".

Livio Andronico, Gneo Nevio e Quinto Ennio

Livio Andronico, Gneo Nevio e Quinto Ennio non sono stati solo poeti epici, ma hanno coltivato anche altre esperienze letterarie, prima fra tutte il teatro. Le loro opere sono oggi largamente perdute, in quanto note solo attraverso pochi frammenti e testimonianze.

Nessun testo letterario del mondo antico ci è giunto nell'autografo dell'autore, anche se alcune opere - soprattutto greche - sono conosciute attraverso trascrizioni su rotoli di papiro di epoca classica: della loro lettura e interpretazione si occupa una disciplina specialistica detta papirologia.

Gran parte dei testi classici (e latini in particolare) si è conservata attraverso l'attività degli amanuensi medievali, che trascrissero le opere antiche su codici; si deve inoltre ricordare che a quell'epoca molte opere si erano già perse per cause accidentali, mentre altre vennero - proprio in quel periodo - sottoposte a selezione per motivi ideologici e culturali, oppure, se particolarmente lunghe, trasmesse solo in forma compendiata.

Mentre di alcune opere si ha una sola trascrizione di altre se ne hanno più "copie", prodotte in epoche o ambienti diversi, non di rado farcite di errori o alterazioni del testo. Compito della filologia classica è dunque quello di riportare il testo nella sua forma originaria attraverso un rigoroso metodo di lavoro che si basa sulla "collatio" ("confronto tra manoscritti") e sull'"emendatio" ("eliminazione degli errori" commessi dai copisti).

Alcuni frammenti di opere classiche sono conservati attraverso citazioni (dette "testimonianze") presenti in altri testi antichi conosciuti: si parla, in questi casi, di tradizione indiretta.

Livio Andronico ebbe un ruolo importante nella cultura romana delle origini, introducendovi i generi della letteratura greca: tuttavia la sua produzione teatrale fu presto oscurata da quella di Ennio, Plauto e Terenzio, e solo l'"Odysia" riuscì a mantenere una certa diffusione, almeno fino all'età augustea.

La produzione teatrale di Nevio fu presto dimenticata. Il "Bellum Poenicum", invece, giudicato da Cicerone un'opera arcaica ma non rozza, veniva letto da tutti come un "classico"; fu inoltre importante l'influsso esercitato da Nevio sull'"Eneide" di Virgilio, soprattutto nella digressione relativa alle origini troiane di Roma.

Ennio è considerato "l'Omero latino", egli influenzò notevolmente la letteratura romana, anche se venne privilegiato non tanto l'aspetto innovativo della sua opera quanto quello più tradizionalista. Gli "Annales" vennero considerati - per lo meno fino al II sec. a.C. - un'opera fondamentale, sia da un punto di vista ideologico, per il contributo che diedero alla formazione della coscienza nazionale, sia da un punto di vista linguistico, per la decisiva influenza che ebbero nella creazione della lingua epica romana, sia dal punto di vista metrico, con la sostituzione dell'arcaico saturnio con l'esametro.

Sia Virgilio, che prese a modello gli "Annales" per la sua "Eneide", sia Orazio, le cui "odi romane" mostrano l'eredità di Ennio, lo apprezzarono, considerandolo il vero "pater" della letteratura latina. Il poema epico enniano, soppiantato nell'età imperiale dall'"Eneide", fu oggetto di un rinnovato interesse, di carattere però esclusivamente erudito-grammaticale, grazie alla moda arcaicizzante del secolo II d.C.

L'esperienza dell'epica arcaica di Livio Andronico, Nevio e soprattutto Ennio può essere vista come momento particolarmente alto di sintesi tra esigenze formali di autoaffermazione artistica e la necessità ideologica di definire, attraverso la trasmissione di grandi ideali, un patrimonio collettivo, fondamento di un'identità culturale.

La tradizione ellenistica su cui la cultura latina va modellandosi sanciva l'epica come il genere più alto, più difficile (insieme alla tragedia), e più separato dal quotidiano. D'altra parte, la vita culturale di Roma arcaica non offriva ai testi epici grandi linee di circolazione e di consumo. L'opera di Nevio ed Ennio sembra presupporre, quindi, un ambizioso programma di "autoaffermazione", a partire da condizioni non facili.

L'epica si proponeva come denso testo letterario, certamente accessibile solo a un pubblico istruito, e giocava su due vie di autoaffermazione: la ricerca formale e l'esemplarità dei contenuti. La ricerca formale tendeva a separare l'"epos" dai livelli quotidiani della comunicazione: sin dai tempi di Andronico questi poeti lavorano ad uno stile nuovo, nutrito di molteplici esperienze.

La poesia sacrale, il linguaggio ufficiale, l'arcaismo, il ricorso a glosse dialettali, i calchi e i prestiti dal greco, il neologismo, sono in questa luce strategie convergenti, sottoposte alla forza unificante del codice metrico. Al culmine di questo processo, Ennio si annuncia come il primo vero "dicti studiosus", poeta-filologo, capace di rispecchiare la sua opera in spazi di autoriflessione.

Sul versante dei contenuti, la ricerca formale si legittima come lavoro al servizio di grandi ideali. La celebrazione dei valori permette all'epica di assumersi un patrimonio collettivo, fondamento di un'identità culturale. La celebrazione delle gesta consente al poeta epico di confrontarsi con le grandi figure della tradizione, ma anche con le esigenze celebrative dei "clan" gentilizi. Anche qui, Ennio è un autore cruciale: il suo poema storico doveva essere abbastanza grande e...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

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