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Pompeo lo vide parteggiare per quest'ultimo, anche se in un primo tempo cercò di mantenere un'impossibile

neutralità. In Pompeo infatti vedeva l'estremo difensore dei valori della tradizione repubblicana e senatoria.

Gli anni della dittatura cesariana rappresentarono la fine della carriera politica di Cicerone.

Il periodo è per Cicerone assai difficile anche dal punto di vista personale, poiché nel 46 a.C. divorziò da

Terenzia e nel 45 a.C. perse l'amatissima figlia Tullia, che morì di parto.

Le delusioni pubbliche e private lo spinsero alla riflessione filosofica e a quell'"otium" letterario che si

concretizzò nella produzione delle maggiori opere retoriche ("Brutus" e "Orator") e della quasi totalità delle

opere di argomento filosofico, tra le quali primeggiano il "De finibus bonorum et malorum", le "Tusculanae

disputationes", il "Cato Maior de senectute", il "Laelius de amicitia", il "De officiis".

Il 44 a.C. fu l'anno in cui Cesare cadde vittima di una congiura e l'oratore accolse l'evento con grande gioia,

pensando di poter giocare un ruolo politico importante in questa situazione confusa.

Attaccò duramente Marco Antonio, il "delfino" dello scomparso dittatore, in 14 orazioni, dette "Philippicae"

(44-43 a.C.) poiché ricordavano la veemenza dei discorsi del greco Demostene contro Filippo re di

Macedonia (IV sec. a.C.); si avvicinò invece al giovanissimo Ottaviano, che di Cesare era figlio adottivo e

che, al pari di Antonio, ne rivendicava l'attività politica e morale. Cicerone però non capì che mai questi

avrebbe potuto riconciliarsi con Bruto e Cassio, che Cicerone apertamente sosteneva. Anzi, Ottavia formò

con il rivale Antonio e con Marco Emilio Lepido il cosiddetto secondo triumvirato (43 a.C.).

Il nome di Cicerone fu il primo della lista di proscrizione triumvirale voluta da Antonio e i sicari lo uccisero il 7

dicembre del 43 a.C. nelle vicinanze della sua villa di Formia.

Un difficile giudizio politico

Non si può negare la forza con la quale egli portò avanti il progetto della difesa a oltranza delle istituzioni

repubblicane tramite la "concordia ordinum" e il "consensus omnium bonorum". Sempre coraggioso fu inoltre

il suo esporsi in prima persona, anche se il ruolo di ago della bilancia della politica romana che egli sognava

per sé era difficilmente proponibile per un "homo novus" come lui, privo di solidi e radicati legami clientelari e

che non aveva certo il prestigio ottenuto dalle vittorie militari di altri suoi contemporanei. Avversare Clodio,

parteggiare per Pompeo contro Cesare, esultare per il cesaricidio e attaccare Antonio erano atti politici che,

in un clima come quello della Roma del suo tempo, dovevano causa per forza pesanti conseguenze, tanto

più che Cicerone si trovò spesso dalla parte della fazione perdente.

Ma più che impuntargli di avere sbagliato fazione o alleanza, senz'altro gli si deve imputare l'incapacità di

accorgersi che la "res publica" che egli vagheggiava stava per concludere la sua lunga esistenza.

Orazioni

In linea di massima, nelle orazioni "pro" indica un'arringa in difesa di qualcuno, "in" un'accusa, "de" una

presa di posizione su un provvedimento legislativo.

Cause civili e penali

81 a.C.: "Pro Quinctio", la difesa in una causa civile;

80 a.C.: "Pro Sesto Roscio Amerino", la difesa dall'accusa di parricidio intentata al suo cliente;

70 a.C.: le "Verrinae", cioè la "Divinatio in Quintum Caecilium", la "Actio I in Verrem" e la "Actio II in Verrem",

con le quali Cicerone fece condannare per concussione Verre, ex governatore della Sicilia;

69 a.C.: "Pro Fonteio", la difesa di un magistrato accusato di corruzione; "Pro Caecina", un'orazione legata a

una causa per la rivendicazione di una proprietà;

66 a.C.: "Pro Cluentio", la difesa in un processo per avvelenamento;

63 a.C.: "Pro Rabirio perduellionis reo", la difesa di un senatore implicato nell'assassinio del tribuno

Saturnino; "Pro Murena", la difesa di Lucio Licinio Murena, accusato di brogli elettorali;

62 a.C.: "Pro Sulla", la difesa di Publio Cornelio Silla, accusato di avere preso parte alla congiura di Catilina;

"Pro Archia poeta", la difesa del poeta greco Archia, accusato di godere abusivamente della cittadinanza

romana;

59 a.C.: "Pro Flacco", la difesa di Lucio Valerio Flacco, ex governatore della provincia d'Asia accusato di

concussione;

56 a.C.: "Pro Sestio", la difesa dell'ex tribuno Publio Sestio, accusato per costituzione di bande armate; "Pro

Caelio", la difesa del giovane oratore Celio Rufo, accusato di tentato avvelenamento dalla sorella di Clodio,

Clodia;

56-52 a.C.: orazioni in difesa di personaggi legati ai triumviri, come la "Pro Balbo", la "Pro Vatinio", la "Pro

Gabinio", la "Pro Rabirio Postumo", oppure in difesa di magistrati colpiti da accuse di brogli o latrocini, come

la "Pro Plancio" e la "Pro Scauro";

52 a.C.: "Pro Milone", la difesa di Milone, accusato di avere concorso alle violenze che provocarono la morte

di Clodio;

46-45 a.C.: "Pro Marcello", "Pro Ligario", "Pro rege Deiotaro", le cosiddette "orazioni cesariane", nelle quali

Cicerone - con tono tra l'adulatorio e il conciliatorio verso il "dictator" - perora la causa di pompeiani in esilio.

Orazioni legate all'attività politica

66 a.C.: "Pro lege Manilia vel de imperio Cn. Pompei", il discorso in cui Cicerone chiede al popolo poteri

straordinari per Pompeo nella guerra contro Mitridate;

63 a.C.: "De lege agraria contra Rullum", il discorso con il quale si oppose invano alla riforma agraria

proposta dal tribuno Servilio Rullo; "Orationes in Catilinam IV", cioè 4 orazioni relative alla congiura di

Catilina: nella "oratio prima" egli smaschera la congiura e invita Catilina all'esilio, nella "secunda" annuncia la

fuga di Catilina e invita i congiurati alla resa, nella "tertia" proclama di avere sventato il colpo di Stato e nella

"quarta" spinge il senato a condannare a morte i cospiratori;

57-56 a.C.: le cosiddette orazioni "post reditum", cioè "Post reditum in senatu" e "Post reditum ad Quirites",

cioè i discorsi di ringraziamento per la revoca dell'esilio; "De domo sua ad pontifices" e "De haruspicum

responso", le orazioni con le quali ottenne di potere riedificare la sua casa sul Palatino;

56 a.C.: "De provinciis consularibus", il discorso in senato a favore del prolungamento del comando di

Cesare in Gallia;

44-43 a.C.: "In M. Antonium orationes Philippicae", le 14 orazioni pronunciate in senato o davanti al popolo

per attaccare Marco Antonio.

Opere retoriche

• "De inventione": i contenuti sono affini a quell'anonima "Rhetorica ad Herennium" che qualcuno

attribuisce a Cicerone;

• "De oratore": dialogo in 3 libri, nei quali Cicerone rappresenta il modello perfetto di oratore;

• "Partitiones oratoriae": dialogo tra Cicerone e il figlio Marco, ove si illustrano le 5 parti canoniche

dell'eloquenza: "inventio", "dispositio", "elocutio", "memoria", "actio";

• "De optimo genere oratorum": prefazione alla traduzione dal greco delle orazioni "Per la corona" di

Demostene e di Eschine;

• "Brutus": dialogo che si configura come un tentativo di fa una storia dell'eloquenza greco-romana;

• "Orator": trattato con il quale Cicerone riprende le tematiche già affrontate nel "De Oratore", con il

fine di definire il perfetto oratore;

• "Topica ad C. Trebatium": riassunto dei "Topica" aristotelici.

Opere politico filosofiche

• "De republica": dialogo in 6 libri, pervenuto in modo frammentario. Particolarmente importante il

tentativo di presentare la costituzione romana come sintesi perfetta di monarchia, aristocrazia,

democrazia; nel VI libro, il "Somnium Scipionis", racconta il sogno di Scipione Emiliano, cui l'avo

Scipione Africano mostra le ricompense in cielo per i benemeriti della patria;

• "De legibus": opera in forma dialogica pervenuta in forma frammentaria.

Opere di divulgazione filosofica

• "Paradoxa stoicorum": opera scritta con l'intento di dimostrare come alcune tesi degli stoici siano

paradossali;

• "Hortensius": opera frammentaria, in forma di dialogo, il cui protagonista è il grande oratore Ortensio

Ortalo;

• "Consolatio": opera in gran parte perduta, che Cicerone dedica a se stesso: la filosofia avrebbe

dovuto lenire il dolore per la morte della figlia Tullia;

• "Academica": libri dedicati a Varrone, che affrontano in chiave scettica le problematiche

gnoseologiche;

• "De finibus bonorum et malorum": opera in 5 libri, articolata in 3 dialoghi, dedicata a Marco Bruto;

espone le teorie delle maggiori scuole filosofiche greche intorno ai "termini estremi" dell'agire umano;

• "Tusculanae disputationes": opera dedicata a Marco Bruto e ambientata nella villa di Tuscolo di

Cicerone: da ciò il titolo. Tratta, nei suoi 5 libri, il disprezzo della morte, la sopportazione del dolore, il

lenimento della tristezza, il controllo delle passioni, la ricerca della virtù;

• "Cato Maior de senectute": dialogo dedicato ad Attico. Attraverso il ricordo esemplare di Catone il

Censore, Cicerone fa un'esaltazione della vecchiaia;

• "Laelius de amicitia": dialogo dedicato ad Attico. Attraverso la rievocazione dell'amicizia tra Scipione

Emiliano e Gaio Lelio, Cicerone stabilisce i principi ispiratori della vera amicizia;

• "De officiis": trattato in tre libri, dedicati al figlio Marco. Cicerone insiste sull'identità tra il vero utile e

l'"honestum".

Opere filosofiche di particolare interesse religioso

• "De natura deorum": dialogo in 3 libri, dedicati a Marco Bruto, nel quale si abbracciano le teorie

stoiche che vogliono gli dei premurosamente vicini agli uomini;

• "De divinatione": dialogo nel quale Cicerone, discutendo con il fratello Quinto, ne confuta l'eccessiva

fiducia nell'arte divinatoria, che può sfociare nella superstizione. Nonostante ciò, le pratiche della

religione tradizionale vanno comunque rispettate;

• "De fato": opera pervenuta incompleta, che ricalca teorie stoicheggianti.

Altre opere

I poemi "De consulatu suo" e "De temporibus suis", entrambi di natura autobiografica, e "Marius" (sulla figura

di Gaio Mario) sono andati perduti: erano famosi per l'eccessiva enfasi retorica.

Restano parti consistenti delle traduzioni dal greco dei "Fenomeni" di Arato e del "Timeo" di Platone.

Cicerone oratore

Cicerone praticò la professione di avvocato; nello stesso tempo, però, le sue fortune (e sfortune) politiche

furono legate ai discorsi che pronunziò in senato o davanti al popolo riunito nei comizi. Né Cicerone mancò

di scrivere opere teoriche sull'oratoria, nelle quali seppe mescolare gli esiti della sua esperienza pratica con

la solida formazione culturale e filosofica. I discorsi che oggi si leggono sono il frutto di un'accurata revisione

dell'autore che, dopo averli pronunciati nell'agone, li volle pubblicare per guadagnarsi prestigio presso i

contemporanei e i posteri. La caratteristica saliente della lingua e dello stile usati è comunque l'estrema

varietà e duttilità.

Nella Roma dell'età di Cicerone spesso anche processi civili o penali avevano profonde implicazioni

politiche; allo stesso modo, molti discorsi politici ebbero implicazioni giudiziarie, come le "Catilinariae", che

provocarono non solo la scoperta della congiura ma anche la condanna a morte di alcuni suoi fautori. Il

tentativo, quindi, di suddividere in due categorie - "giudiziarie" e "politiche" - le orazioni di Cicerone è

piuttosto arbitrario.

Il viaggio in Grecia (79-77 a.C.) smorzò i toni eccessivamente "asiani" del giovane oratore, che venne in

contatto a Rodi con il retore Apollonio Molone, fautore di un moderato equilibrio tra asianesimo e atticismo.

I sette discorsi "In Verrem" del 70 a.C. segnano una sicura maturazione di Cicerone, come oratore e come

uomo politico. Egli si guadagnò infatti con la "Divinatio in Q. Caecilium" il diritto di patrocinare i siciliani nella

causa che li opponeva all'ex governatore Gaio Verre, il quale aveva sottoposto la provincia a ogni sorta di

soprusi e ruberie. I cinque discorsi che costituiscono la "Actio secunda in Verrem" sono un documento

anzitutto di natura storico-sociale, perché la descrizione degli abusi di Verre attesta un costume che doveva

essere assai diffuso; in secondo luogo di natura letteraria, perché danno la misura della progressiva

evoluzione dello stile ciceroniano con un periodare complesso e armonioso.

Nel 66 a.C. egli sostenne, con l'orazione "Pro lege Manilia", la proposta del tribuno Manilio, che attribuiva a

Pompeo poteri straordinari nella guerra contro Mitridate re del Ponto. Davanti al popolo, quindi, Cicerone

diede il suo primo esempio di oratoria politica o deliberativa. Nonostante un successivo ripudio politico di

questo discorso, che sentì come troppo vicino alle idee dei "populares", vi si può leggere un'embrionale

enunciazione del principio della "concordia ordinum", che si manifesta nel sostenere gli interessi dei cavalieri

attraverso l'appoggio a un "leader" dell'aristocrazia senatoria.

Il periodo che va dal consolato all'esilio (63-58 a.C.) è contrassegnato da importanti orazioni, dette perciò

orazioni "consolari". Frequenti sono ancora una volta i riferimenti alla "concordia ordinum", fulcro del

programma politico ciceroniano.

Senza dubbio, però, fondamentali per comprendere l'azione e il progetto politico del console Cicerone sono

le quattro "In Catilinam", pronunciate la I e la IV in senato, la II e la III davanti al popolo. Lucio Sergio Catilina

viene descritto come corrotto e senza scrupoli. Il console non solo lo smascherò, ma nel IV discorso si

associò ai fautori della condanna a morte dei catilinari arrestati: il che, oltre a essere causa del futuro esilio,

segnò la definitiva rottura con i "populares". Egli incarnò così sempre più le esigenze conservatrici di un

blocco moderato che comprendeva l'aristocrazia senatoria e la parte "migliore" dell'ordine equestre; e, anzi,

l'appello ai "boni" alla fine della "I Catilinaria" sembra far presagire l'ampliamento del blocco stesso ad altri

soggetti di ogni estrazione sociale. Dal punto di vista stilistico il "pathos" della "I Catilinaria" è arricchito dalla

costante apostrofe a Catilina; particolarmente efficace, inoltre, l'uso della prosopopea (cioè della

personificazione) della Patria.

Importante, fra le orazioni di questo periodo, quella composta nel 62 a.C. per difendere Archia, poeta greco

di Antiochia, dall'accusa di avere usurpato i diritti di cittadinanza romana. Cicerone vi inserì un'appassionata

lode della poesia e della letteratura, giungendo ad affermare che, se anche Archia non avesse avuto la

cittadinanza romana, lo Stato avrebbe dovuto concedergliela per i suoi meriti culturali.

Anche nell'oratoria giudiziaria compare la figura del famigerato tribuno Clodio con il suo "entourage",

soprattutto in due discorsi del 56 a.C., la "Pro Sestio" e la "Pro Caelio". Con la "Pro Sestio" Cicerone difese

l'amico Publio Sestio dalle accuse dei partigiani di Clodio: nell'orazione è esplicitato il superamento della

"concordia ordinum" in favore del "consensus omnium bonorum". Davanti alla politica eversiva dei

"populares", infatti, non solo senatori e cavalieri ma tutti i "boni" hanno il dovere di reagire in difesa della

"salus rei publicae". Nella "Pro Caelio", invece, vi è la difesa del giovane Marco Celio Rufo dalle accuse di

avvelenamento intentategli da Clodia, sorella di Clodio, ex amante sua e del poeta Catullo. La difesa diventa

un attacco alla donna, descritta sprezzantemente come una prostituta dedita ad amori incestuosi con il

fratello. In entrambi i discorsi si trova dunque un livello etico-politico.

L'orazione in difesa di Tito Annio Milone (52 a.C.), accusato di avere ucciso proprio l'odiato Clodio, è

considerata uno dei capolavori dell'arte di Cicerone. L'oratore insiste sul concetto di legittima difesa, in un

clima confuso di tumulto, ma anche sul fatto che Clodio ha fatto la fine che si meritava.

Dopo la sconfitta di Pompeo nel 48 a.C. a Farsalo, Cesare divenne il padrone assoluto della vita politica

romana fino al suo assassinio. L'attività oratoria di Cicerone in quest'ultimo periodo - nel quale egli coltivò

soprattutto gli studi filosofici - va dunque distinta in due fasi, prima e dopo la morte di Cesare.

Tra il 46 e il 45 a.C. Cicerone compose le cosiddette "orazioni cesariane", nelle quali difese la causa di

pompeiani pentiti pronti a obbedire al nuovo "dictator". Il tono è decisamente adulatorio, poiché costanti sono

gli elogi alla figura di Cesare.

Particolare interesse, però, riveste la "Pro Marcello", che assume tutte le caratteristiche di un'orazione

deliberativa, in quanto contiene suggerimenti a Cesare perché usi il suo enorme potere personale nel

rispetto delle istituzioni repubblicane e della funzione del senato.

Tutt'altro che moderato è il tono che egli usò nelle sue celebri invettive contro Marco Antonio, dette già da

Cicerone stesso "Philippicae", poiché degne della veemenza dei quattro discorsi che l'oratore greco

Demostene lanciò contro Filippo il Macedone. Dopo l'assassinio di Cesare, Antonio mirava infatti ad

assumerne l'eredità politica, mentre Cicerone lo avversava duramente; l'oratore sperava inoltre che il

giovane Ottaviano avrebbe ascoltato i suoi consigli, svincolandosi da Antonio e avvicinandosi a quel partito

senatorio di cui egli era l'anziano "leader". L'ultima battaglia di Cicerone venne aspramente combattuta con

14 discorsi. La più dura, però, di queste orazioni (cioè la II) non venne mai veramente declamata, ma fatta

circolare come pamphlet diffamatorio: Antonio vi è infatti ritratto come una sorta di tiranno assoluto, avido di

ricchezze, barbaro nei costumi, dedito all'ubriachezza.

Il cosiddetto "secondo triumvirato" sancì la sconfitta dell'ultima battaglia politica di Cicerone e pose le

condizioni per il suo assassinio.

Le opere retoriche

Delle opere di retorica senza dubbio quelle che, nel corso dei secoli, hanno ottenuto maggiore successo

sono il "De oratore", il "Brutus" e l'"Orator". Per le prime due Cicerone usò il genere letterario del dialogo

platonico, adoperato sovente anche per tematiche politiche e filosofiche, mentre la terza è in forma di

trattato.

Il "De oratore", composto in 3 libri nel 55-54 a.C., è un dialogo che si immagina essere avvenuto nel 91 a.C.

tra i più eminenti oratori di quel tempo, cioè Lucio Licinio Crasso, portavoce di Cicerone, Marco Antonio e

altri 5 personaggi minori. L'opera è ambientata nella villa di Tuscolo di Crasso.

Nel I libro emergono due diversi modelli di oratore, poiché Antonio insiste sul primato del talento naturale e

della pratica forense, mentre Crasso afferma la necessità per l'oratore di una cultura per così dire

enciclopedica, che oltre al diritto, alla storia e alla politica comprenda i saperi scientifici e, soprattutto, la

filosofia. L'importanza di questa formazione culturale, infatti, travalica la mera funzione oratoria, poiché se è

vero che a Roma l'arte della parola è profondamente legata alla vita politica, l'altro livello culturale sarà

garanzia di scelte eticamente e politicamente corrette per l'oratore-uomo di Stato. Nei restanti due libri

Antonio parla di "inventio", "dispositio" e "memoria" (II libro) e Crasso di "elocutio" e "actio" (III libro).

L'anno in cui è ambientato, il 91 a.C., segna l'imminenza della guerra sociale e delle lotte tra Mario e Silla,

quasi un presagio delle discordie civili che avrebbero insanguinato anche la Roma di Cicerone. Inoltre, nella

vasta cultura enciclopedica e non specialistica attribuita al perfetto oratore-uomo di Stato, egli vede quel tipo

di formazione proprio dell'aristocrazia repubblicana, di quei "viri boni" di cui si sentiva esponente e

rappresentante: tanto più essi la deterranno, tanto più saranno in grado, attraverso l'arte della parola, di

persuadere alle proprie idee il corpo civico di Roma.

Sotto la dittatura cesariana Cicerone riprese la trattatistica retorica con altre opere importanti, quali il "Brutus"

e l'"Orator", entrambe scritte nel 46 a.C. ed entrambe dedicate a Marco Giunio Bruto. Prevalgono gli interessi

storico-stilistici, in una prospettiva fortemente polemica contro la corrente neo-atticista della quale Bruto era

esponente.

Il "Brutus" è un dialogo ambientato nel 47 a.C. a Roma e vede interloquire Cicerone stesso con Attico e

Bruto. Si tratta di una sorta di storia dell'eloquenza che muove dal mondo greco per giungere a Roma.

Vengono passati in rassegna circa duecento oratori per giungere alle figure del grande Ortensio Ortalo e di

Cicerone stesso. Nel rappresentare se stesso come il culmine di una secolare esperienza oratoria, se da un

lato Cicerone mostra un legittimo orgoglio, dall'altro sembra sancire amaramente il termine di una lunga

stagione di libertà espressiva. Il dialogo non manca di toni polemici contro la corrente neo-atticista cui Bruto

aderiva: all'asciutto stile atticista si contrappone, infatti, la varietà oratoria del grande Demostene.

Nell'"Orator" (46 a.C.) Cicerone formula la teoria dei tre stili (esile o tenue, medio o temperato, elevato o

sublime) che il perfetto oratore deve sapere di volta in volta usare a seconda dell'argomento trattato, del

pubblico a cui si rivolge e del contesto nel quale pronuncia l'orazione. Chi parla in pubblico, infatti, deve

essere in grado di "probare" o "fidem facere", cioè di persuadere rigorosamente il suo uditorio, di "delectare",

cioè di dilettarlo, e di "flectere" o "animum movere", cioè di toccarne le corde emotive. Completa l'opera una

trattazione relativa al "numerus", cioè il ritmo della prosa: nell'affrontare questi temi è presente la polemica

contro i neo-atticisti già vista nel "Brutus".

Cicerone non concepì le sue opere retoriche come parti di un sistema organico, ove il contenuto dell'una

completasse armoniosamente quello delle altre. La sua esperienza concreta di avvocato e uomo politico, la

sua vasta cultura filosofica, il suo orgoglio nazionalistico romano condizionavano infatti

contemporaneamente e diversamente quest'ardua ricerca del perfetto oratore. Cicerone, così, più che

trovare un modello, proponeva soluzioni teoriche ad alcune delle domande che egli stesso si poneva nella

pratica quotidiana; e se proprio si vuole individuare tra le righe delle sue opere un tipo di oratore, il lettore

attento troverà come questo assomigli molto allo stesso Cicerone.

Tra il 54 e il 51 a.C. Cicerone scrisse le sue più importanti opere di natura politico-filosofica, il "De republica"

e il "De legibus". L'operazione sottesa alla composizione di queste due opere è legata alla delicatissima fase

storica che Roma stava vivendo. Non si era infatti ancora giunti allo scontro frontale tra Cesare e Pompeo e

all'instaurazione della dittatura cesariana, e vi era dunque speranza che la "res publica" potesse ancora

reggere. Cicerone associa la speculazione filosofica alla pragmatica esemplificazione.

Cicerone scrisse il "De republica" tra il 54 e il 51 a.C.

Il "De republica" è modellato sulla struttura del dialogo platonico omonimo ("La repubblica"), del quale

conserva però solo parzialmente (nel cosiddetto "Somnium Scipionis") la componente utopistica, per legarsi

invece in modo assai stretto alla realtà storico-politica dello Stato romano.

Il dialogo è ambientato durante le "Feriae Latinae" del 129 a.C. e ha come protagonisti Scipione Emiliano,

padrone di casa, e altri amici, tra i quali Gaio Lelio, Manio Manilio, Quinto Tuberone. Nel I libro si discute dei

tre possibili regimi politici (monarchia, aristocrazia, democrazia) e delle loro cicliche degenerazioni -

tirannide, oligarchia, olocrazia; nel II si fa la storia della costituzione romana; nel III, molto lacunoso, si tratta

della virtù politica; nel IV, quasi del tutto perso, si tratta dell'educazione del buon cittadino; nel V, altrettanto

lacunoso, si allude alla necessità che lo Stato abbia una figura di governante perfetto; del VI si conserva solo

il finale, il "Somnium Scipionis", nel quale l'Emiliano immagina di incontrarsi in sogno con l'avo Scipione

Africano; che gli mostra le ricompense per chi serve degnamente lo Stato, ricordandogli che l'attività politica

è il modo eticamente più alto di spendere la propria vita.

Le idee di Scipione - che afferma che "dei primi tre tipi di costituzione il migliore è il monarchico: ma

superiore allo stesso regime monarchico sarà quella forma di costituzione politica che risulterà da una

fusione armonica e temperata delle prime tre forme di governo" - risalgono alla tradizione greca e si erano

affermate a Roma soprattutto attraverso lo storico Polibio (II sec. a.C.). Cicerone le sposa in pieno e cerca in

ogni modo di mostrare come la costituzione romana sia il migliore esempio possibile di questa sintesi: i

consoli sono l'emblema del potere monarchico, il senato è un organo prettamente aristocratico, mentre la

componente democratica è costituita dai comizi e dai tribuni della plebe. Non è un caso che Cicerone

focalizzi la sua attenzione su Scipione Emiliano e sul suo "entourage", poiché rappresentano una fase

gloriosa della storia di Roma, nella quale la costituzione repubblicana non aveva ancora mostrato i pericolosi

segni di crisi. Quanto allude, quindi, alla figura di un "princeps" che regoli le sorti dello Stato, Cicerone pensa

a personaggi come quelli del "buon tempo antico" del calibro di Scipione. Personaggi che, forse, al tempo

suo, non esistono più e debbono essere in qualche misura suppliti da un'élite di figure eminenti, che fungano

da punto di riferimento per i "viri boni" di ogni estrazione sociale: si tratta del "consensus omnium bonorum"

teorizzato nelle orazioni.

Il dialogo "De legibus" è posto a completamento del "De republica". Steso a partire dal 52-51 a.C., è

ambientato nella villa di Cicerone ad Arpinio, e vede interloquire l'autore stesso con il fratello Quinto e l'amico

Attico. Nel I libro Cicerone afferma l'esistenza di un diritto naturale e non solo convenzionale, come

sostenevano invece gli epicurei e gli scettici.

Le leggi sono dunque una delle espressioni della provvidenza che regola l'universo e da quest'idea deriva

l'interesse per il diritto sacro presente nel II libro. Nel III libro si entra invece nel merito delle funzioni e delle

competenze delle magistrature romane. L'opera tende a mostrare lo Stato romano come l'"exemplum" più

alto di quanto è stato in precedenza dibattuto a livello teorico.

Cicerone afferma che la coscienza dello Stato come "patrimonio" da conservare e delle leggi come vincolo

sacro da rispettare avrebbero potuto salvare Roma.

L'appassionata difesa dello Stato come suprema espressione dell'aggregazione umana fatta, ad esempio,

nel "Somnium Scipionis", deve essere letta e interpretata in una dimensione universale ed eterna.

Cicerone filosofo tra eclettismo, incoerenza, scetticismo accademico

L'intento principale di Cicerone era quello di diffondere quella filosofia greca con la quale era entrato in

contatto o per esperienza diretta (frequentando le scuole dei filosofi greci) o tramite i libri. Egli è

perfettamente consapevole dei limiti del suo progetto e dunque non mira ad altro che a rielaborare la sua

materia traducendola in lingua latina e rendendola così accessibile ai suoi concittadini. Egli stabilì dei forti

legami culturali fra le due principali civiltà del mondo mediterraneo e contribuì a creare, almeno tra le classi

colte, una comunità di costumi, di pensiero e di linguaggio che, con l'andare del tempo, si sarebbe sempre

più ampliata. Fino a qualche anno fa si diceva di Cicerone che era un eclettico. Egli sembra simpatizzare, in

occasioni diverse, per tutte le scuole filosofiche.

Più fondata è l'ipotesi che Cicerone modulasse diversamente, a seconda delle circostanze, i suoi

orientamenti e le sue preferenze. Ciò si spiega da un lato con il fatto che egli aveva nei confronti della

filosofia un atteggiamento debole, problematico e scettico; dall'altro con il fatto che considerava la filosofia

come funzionale alla vita pratica, e dunque, nell'incertezza di fondo che rendeva tutto più o meno probabile,

non era illecito accostarsi agli indirizzi di volta in volta più utili.

Cicerone, dunque, fu essenzialmente un accademico. Anzitutto, mutuò da Platone la forma del dialogo;

inoltre scrisse delle opere politiche che ricordano nel titolo, e in parte nei contenuti, i precedenti platonici

("De republica" e "De legibus"). Poi tradusse il "Timeo" e addirittura si accostò, nel "Sogno di Scipione" e

nelle "Tuscolane", alla dottrina platonica dell'immortalità dell'anima.

Lo spirito con cui Cicerone riprendeva Platone, in ogni caso, fu sempre il medesimo: concedere un dubbioso

e circostanziato consenso a teoria che si ha qualche motivo di considerare con simpatia. Ciò contribuisce a

spiegare perché Cicerone abbia potuto far proprie anche posizioni aristoteliche (dialettica ed etica) e,

soprattutto, stoiche.

Lo stoicismo è la filosofia a cui Cicerone sembra avvicinarsi di più in alcune sue opere di carattere morale,

soprattutto nel "De officiis". In questo libro l'etica del Portico viene apprezzata per la sua capacità di trattare

adeguatamente fenomeni come la virtù (che deve essere sufficiente per la felicità) e le passioni. Ma

naturalmente Cicerone si riserva il diritto, in altri frangenti, di prendere le distanze dal materialismo e dal

determinismo stoico e di accostarsi, per quanto riguarda la concezione della realtà, di nuovo a Platone.

Le opere di divulgazione filosofica

La concentrazione delle opere filosofiche vere e proprie nell'ultima fase della vita di Cicerone ha senza

dubbio la sua principale motivazione nel particolare clima della Roma degli anni dal 46 al 44 a.C. Lo spinsero

infatti alla filosofia la lontananza forzata dalla vita politica dovuta alla dittatura cesariana, il divorzio da

Terenzia e la morte dell'amatissima figlia Tulliola: si può dunque dire che l'approfondimento di tematiche

filosofiche abbia avuto per Cicerone una funzione consolatoria.

Egli non manca di ribadire più volte come l'"otium" filosofico gli abbia permesso ancora una volta - pur se

lontano dalla politica - di giovare allo Stato e ai propri concittadini.

La cultura filosofica di Cicerone si basa anzitutto sulla filosofia di Platone e Aristotele. L'influsso che Platone

ebbe su di lui è evidente nel titolo di alcune sue opere ("De republica", "De legibus") che si ispirano al

filosofo greco, come pure dalla sua traduzione del "Timeo" e dal suo accostamento (nel "Somnium

Scipionis", ma anche nelle successive "Tusculanae disputationes") alle teorie platoniche dell'immortalità

dell'anima. Né si può dimenticare che è tipicamente platonico il genere letterario del dialogo filosofico

utilizzato costantemente da Cicerone. Per quanto concerne le cosiddette "filosofie ellenistiche", Cicerone

simpatizza spesso per quello stoicismo moderato (basato sulle teorie di Posidonio e di Panezio) che nel I

sec. a.C. esercita una sorta di primato generico su tutti gli altri orientamenti, per cui concetti e termini che gli

sono caratteristici non di rado si riscontrano anche in altri indirizzi. Si è dunque soliti affermare che Cicerone

sia un eclettico, e costruisca cioè la sua filosofia con idee variamente tratte da diverse scuole filosofiche.

Questa affermazione è però vera solo in parte: egli, infatti, non lo fa nell'ottica di un'affannosa e incoerente

ricerca individuale, poiché non mancano autorevoli legittimazioni teoriche al suo atteggiamento. L'Accademia

platonica, infatti, era da tempo stata pervasa da correnti scettiche e probabilistiche, e dall'ex scolarca Filone

di Larissa, del quale fu discepolo a Roma nell'88 a.C., Cicerone apprese la legittimità di accostarsi volta per

volta alle opinioni ritenute più utili.

Va inoltre ricordato come egli abbia udito nell'80-79 a.C. le lezioni di Antioco di Ascalona, anch'egli scolarca

dell'Accademia, il quale aveva cercato una sintesi fra le tradizioni socratico-platonica, aristotelica e stoica.

Dunque non si tratta di un atteggiamento individuale e isolato, bensì di idee allora correnti nella maggiore

istituzione culturale della Grecia, la gloriosa Accademia platonica.

Non mancano, nell'opera filosofica di Cicerone, però, momenti di più o meno velata polemica proprio nei

confronti di quella filosofia greca che egli stava divulgando. Se ne può trovare traccia nell'"incipit" delle

"Tusculanae disputationes", ove al primato culturale greco oppone il primato socio-politico ed etico romano,

oppure nel "Laelius", quando accusa i filosofi greci di andare alla ricerca di un modello irraggiungibile di

sapiente, che rischia di fare identificare la "sapientia" con un "nomen et invidiosum et obscurum", cioè con

un "concetto odioso e oscuro". La filosofia, dunque, è un complemento, non un sostituto del "mos maiorum",

che deve restare la "stella polare" di ogni buon romano: gli argomenti delle opere ciceroniane (di natura etica

o teologica, con frequenti implicazioni politiche) sono quindi il tentativo di costruire per i valori della "civitas" e

per i "romani mores" un fondamento teorico più solido. Davanti ai singoli problemi la filosofia non offre

soluzioni preconfezionate, ma solo proposte, che debbono essere discusse, mediate dalla tradizione patria,

se necessario respinte, e solo alla fine di questo "iter" pragmaticamente applicate.

Questa mediazione tra la filosofia greca e la cultura romana andò a innestarsi sull'operazione culturale già

iniziata dal circolo degli Scipioni, nell'ambito del quale era sorto e si era sviluppato il concetto di "humanitas";

concetto che con Cicerone andò meglio definendosi e concretizzandosi. La cultura aiuta l'uomo a conoscere

se stesso, a scoprire la propria dignità, la propria grandezza, i propri compiti morali, e soprattutto la

consapevolezza di pervenire a una compiuta realizzazione di sé solo in rapporto agli altri, cioè attraverso

l'azione politica. In questa affermazione si precisa in tutta la sua complessità il concetto di "humanitas".

Se nelle opere ciceroniane confluiscono idee filosofiche diverse si comprende come il dialogo sia la forma

letteraria di gran lunga più adatta, poiché si presta a dar voce a differenti opinioni. E in certe opere (ad

esempio nel "De finibus" e nel "De natura deorum") assistiamo a un vero e proprio catalogo di idee di varia

estrazione filosofica che al termine sono approvate o respinte da un personaggio con funzione di portavoce

dell'autore stesso.

Il modello è chiaramente il dialogo socratico-platonico, dal quale Cicerone riprende il gusto per la descrizione

della cornice del dibattito, spesso immaginato, come nel "Laelius", nella Roma del secolo precedente,

popolata da uomini di spessore morale superiore a quelli contemporanei. Spesso i dialoghi ciceroniani

tendono piuttosto a risolversi in lunghi monologhi di qualche personaggio, sulla scorta dei dialoghi di

tradizione aristotelica. Particolare è poi la forma delle "Tusculanae disputationes", un immaginario

contraddittorio tra un "Magister" e un "Auditor", forse di ispirazione diatribica; il "De officiis", invece, è

strutturato come un vero e proprio trattato.

Se tutte le opere filosofiche di Cicerone hanno una spiccata componente etica, è forse nel "De finibus

bonorum et malorum" e nelle "Tusculanae disputationes" - entrambe dedicate all'amico Bruto - che vengono

maggiormente trattate questioni d'ordine morale. Se nella prima (dedicata all'etica teorica) Cicerone si

accosta maggiormente a posizioni di derivazione accademica, nella seconda (dedicata all'etica pratica)

sembra prevalere una sua vicinanza alla rigorosa equivalenza stoica tra bene e pratica della virtù.

Il "De finibus", composto nel 45 a.C., tratta dei "termini estremi" del bene e del male, attraverso tre diversi

dialoghi. Il primo (libri I-II) è ambientato nel 50 a.C. a Cuma, nella villa di Cicerone, e vede Manlio Torquato

esporre la concezione epicurea del sommo bene (che equivale, per Epicuro, al piacere) e la sua successiva

confutazione da parte dello stesso Cicerone, che identifica invece il bene con la virtù. Il secondo dialogo (libri

III-IV) è ambientato a Tusculo, nella biblioteca di Lucullo, e vede il rigorismo stoico di Catone Uticense

mitigato dalle parole di Cicerone: questi è d'accordo nell'identificazione del bene con la virtù, ma critica

l'omologazione, tipicamente stoica, di tutti i vizi. Il terzo dialogo è ambientato ad Atene nel 79 a.C., presso

l'Accademia platonica, e in esso Cicerone accoglie le idee accademiche di Pupio Pisone: il sommo bene,

infatti, è sì pratica della virtù, ma anche attenzione ai bisogni dello spirito e del corpo, e si realizza a pieno

solo in una dimensione sociale.

Le "Tusculanae disputationes", composte nel 45 a.C. e pubblicate l'anno successivo, sono un immaginario

contraddittorio ambientato nella villa di Tusculo di Cicerone (da cui il titolo dell'opera). In 5 libri si tratta del

disprezzo della morte (I), della sopportazione del dolore (II), del sollievo della tristezza (III), del controllo delle

passioni (IV), della ricerca della virtù (V). Cicerone accentua un certo avvicinamento a quello stesso

rigorismo stoico che aveva avversato nel "De finibus". Contro il dolore e la sofferenza, in attesa della

liberazione della morte, il saggio dovrà infatti mantenere un'indifferenza verso il mondo esterno e proiettarsi

interamente verso una virtù di tipo elitario e individualistico.

Alcune opere si prestano a qualche maggiore apertura verso la realtà socio-politica della Roma del tempo:

esse sono il "Cato Maior de senectute", il "Laelius de amicitia" e il "De officiis", composte nel 44 a.C.

Il "Cato Maior de senectute" è un brevissimo dialogo ambientato nel 150 a.C., dedicato ad Attico, nel quale

l'ottantaquattrenne Catone il Censore, discutendo con Scipione Emiliano e Gaio Lelio, elogia la vecchiaia,

età fra le più adatte allo svolgimento dell'attività politica. Cicerone vagheggia una Roma d'altri tempi, ben

lontana dalle bassezze del presente.

Il "Laelius de amicitia", anch'esso dedicato ad Attico, è un dialogo ambientato nel 129 a.C. tra Gaio Lelio -

l'amico per eccellenza di Scipione Emiliano, morto da poco - e i generi Fannio e Scevola. L'"amicitia" è un

legame dalle profonde implicazioni etiche, poiché si basa sulla virtù e sul rispetto della "fides". Anzi la vera

amicizia, modellata su quella esemplare di Scipione Emiliano e Gaio Lelio, accomuna sia il piano personale

sia quello politico, ed è possibile solo tra i "boni", cioè "gli uomini per bene". Impossibile non scorgervi il

tentativo ciceroniano di richiamare a comportamenti virtuosi e responsabili la "nobilitas" senatoria.

Il "De officiis", trattato in 3 libri dedicato al figlio Marco, è un'opera dalle finalità pedagogiche rivolta alle

giovani generazioni romane. I primi due libri trattano rispettivamente del concetto di "honestum" (cioè di

"bene morale", da cui scaturiscono i doveri) e di "utile" (cioè di "utilità, convenienza"); concetti che, come si

spiega nel III libro, se correttamente interpretati non sono contraddittori, ma coincidenti. Se nel II libro si dà

ampio spazio ai doveri prettamente politici dell'uomo romano, nel I libro, analizzando le virtù fondamentali

(sapienza, giustizia, fortezza, temperanza), Cicerone va al di là di tale sfera illustrando l'importantissimo

concetto di "decorum", ovvero di ciò che è moralmente ma anche esteticamente conveniente a ciascuno.

Cicerone allarga dunque il concetto di "officium": anche chi non svolge attività politica ha, nell'ambito delle

proprie legittime scelte di vita, precisi obblighi comportamentali nei confronti della collettività. Dunque con il

"De officiis" Cicerone mirava ad assumere un ruolo di guida etico-politica dell'élite romana.

Cicerone affrontò questioni di carattere teologico in 3 opere, e cioè il "De natura deorum" (45 a.C.), il "De

divinatione" e il "De fato", scritte nel 44 a.C., dopo il cesaricidio.

Il "De natura deorum", dedicato a Bruto, è un dialogo in 3 libri, ambientato nel 77 o 76 a.C. in casa di Aurelio

Cotta, cui partecipa lo stesso Cicerone. Nel I libro Velleio espone le teorie epicuree sugli dei, visti come

lontani e indifferenti: lo confuta Cotta, portavoce di uno scetticismo accademico simile a quello ciceroniano.

Nel II libro Lucilio Balbo incarna idee vicine al provvidenzialismo stoico, nuovamente confutato da Cotta

all'inizio del successivo III libro. Cicerone interviene verso la fine, mostrandosi inaspettatamente più vicino

alle idee stoiche di Balbo.

Il "De divinatione", in 2 libri, vede Cicerone e il fratello Quinto discutere nella villa di Tuscolo. Quinto, nel I

libro, è un fermo assertore delle dottrine degli stoici, convinti della legittimità e dell'importanza della

divinazione. Nel II libro Cicerone smonta le parole del fratello, evidenziando i rischi di confusione tra arte

divinatoria e superstizione. Nonostante ciò, egli ribadisce il profondo valore socio-politico del rispetto dei riti

religiosi tradizionali.

Le opere poetiche

Sebbene secondaria rispetto all'attività oratoria e politica, la poesia ebbe una certa importanza nella vita di

Cicerone, che vi si cimentò sin dalla gioventù. Tuttavia già gli autori antichi espressero giudizi poco

lusinghieri sulle sue composizioni che sono quasi completamente perdute.

In gioventù Cicerone compose alcuni poemetti di argomento mitologico di gusto alessandrino che trattavano

miti di metamorfosi ("Pontius Glaucus" e "Alcyones"), un poemetto didascalico ("Nilus") e il "Limon" ("Il

Prato"), probabilmente un'opera miscellanea che conteneva anche giudizi in versi su vari poeti.

Successivi a queste opere sono gli "Aratea", la traduzione in esametri dei "Fenomeni", poemetto didascalico

di argomento astronomico, scritto da Arato di Soli (III sec. a.C.). Dal confronto con l'originale greco, emerge

con chiarezza la tendenza di Cicerone a rielaborare liberamente il testo di partenza, rendendolo meno arido

e tecnico e più ricco di elementi descrittivi e patetici; la traduzione ciceroniana testimonia inoltre una tecnica

poetica matura che pone particolare attenzione alla collocazione delle parole all'interno del verso e una

tendenza alla regolarizzazione dell'esametro latino che lo avvicina agli esiti dell'età augustea.

Successivamente Cicerone abbandonò la poesia di tipo ellenistico per dedicarsi invece alla composizione di

opere epico-celebrative di tradizione enniana. Appartengono a questo filone il "Marius" (dedicato alle

imprese di Gaio Mario), il "De consulatu suo" (composto nel 60 a.C., di cui è rimasto qualche frammento) e il

"De temporibus sui" (perduto, composto negli anni dell'esilio o poco dopo): in questi due ultimi poemi

Cicerone celebrava con enfasi se stesso e le sue imprese. I suoi versi sono però sempre stati considerati

assai negativamente, sia per il loro tono vanaglorioso sia per la loro eccessiva, ridondante, solennità

stilistica.

Lo stile e la lingua

Già nel I sec. a.C. Cicerone era considerato il modello della prosa latina: e così fu per larga parte della

latinità antica e umanistico-rinascimentale; e ancora oggi le strutture sintattiche del periodare ciceroniano

sono assurte a norma all'interno di grammatiche e manuali scolastici.

La caratteristica saliente dello stile di Cicerone è la cosiddetta "concinnitas", cioè "armonia, equilibrio,

simmetria" e addirittura "cantabilità". Il suo periodare è infatti tanto complesso quanto armonioso; è inoltre

caratterizzato dall'uso di parallelismi, antitesi, anafore, "climax" e figure di suono come l'omoteleuto, inseriti

nel contesto di una rigorosa architettura logica che privilegia in linea di massima l'ipotassi rispetto alla

paratassi.

Non secondario, in questa ricerca dell'armonia, l'uso del "numerus" ("ritmo"), cioè di mirate alternanze di

sillabe brevi e lunghe atte a conferire alla prosa un ritmo che la avvicina alla poesia.

Cicerone si sforzò in un'opera di normalizzazione della lingua latina, sfrondandola dai pesanti arcaismi

ancora in auge presso i contemporanei Lucrezio e Sallustio (ad esempio il perfetto in "-ere" anziché in "-

erunt", l'infinito passivo in "-ier" anziché in "-i", oppure il vocalismo "u" per "i", come in "maxumus"), ed

evitando i grecismi le forme più vicine al parlato.

Limata dal giovanile viaggio in Grecia l'esuberanza asiana delle prive prove oratorie, Cicerone accolse la

lezione della scuola cosiddetta rodia di Apollonio Molone, fautore di un asianesimo moderato e di un

costante adattamento all'"aptum" (cioè al contingente). D'altronde è Cicerone stesso a dire che l'oratore deve

sapere "docere, delectare, flectere", cioè toccare varie corde del proprio uditorio, che va persuaso

razionalmente, dilettato con "pezzi di bravura" e profondamente coinvolto a livello emozionale. Raffinata

dottrina giuridica, considerazioni politiche, "excursus" di taglio culturale, ritratti grondanti di sprezzante

sarcasmo, toni veementemente patetici si alternano infatti nelle sue diverse orazioni o anche nelle diverse

parti di una stessa.

Si può dunque affermare che Cicerone faccia ricorso a tutti e tre quei "genera dicendi" (cioè registri stilistici)

di cui egli stesso parla nell'"Orator", e cioè l'esile o tenue (prevalente nella "narratio" e nell'"argumentatio"),

medio o temperato (tipico dell'"exordium"), elevato o sublime (proprio della "peroratio"). E, tra i modelli greci,

è il grande Demostene quello da lui preferito.

Parte integrante di questa varietà stilistica è il sapiente uso di una lingua sempre aderente alla circostanza.

Sempre impaccabile la terminologia giuridica e politico-sociale, e nell'ambito di quest'ultima alcune

espressioni ciceroniane (come "concordia ordinum", "consensus omnium bonorum", "viri boni") hanno

addirittura assunto poi valore paradigmatico. La lingua presenta talora l'utilizzo di un registro più basso, con

espressioni anche volgari o offensive, come quando Cicerone apostrofa Clodia con pesante sarcasmo,

oppure si avvale di un'immaginosa terminologia metaforica.

Le opere politiche, filosofiche e di precettistica retorica vennero considerate da Cicerone stesso parte di un

medesimo progetto culturale di mediazione tra la cultura greca e quella romana.

Egli fu, in qualche misura, colui che riuscì a dare a Roma una prosa nella quale si potesse parlare di

questioni tecnico-filosofiche in modo sufficientemente elegante.

Mancava, scrivendo di filosofia, quella necessità di coinvolgere emotivamente, mentre più forte era l'impegno

didattico-argomentativo. Lo stile è dunque meno elevato, talora più vicino ai modi della conversazione

(coerentemente con la finzione dialogica), e sintatticamente vede un maggior uso di strutture paratattiche o

di proposizioni relative atte a meglio chiarire il discorso intrapreso.

Un discorso a parte merita il piano lessicale, con la scelta di usare sempre termini latini anche laddove

sarebbe stato più facile ricorrere a parole greche. Cicerone pensò infatti che i termini filosofici greci, dalla

forte componente tecnicistica, dovessero essere resi in latino con soluzioni linguistiche che li avvicinassero

anche ai lettori romani non specialisti. Un esempio di questa sua tensione divulgativa è nel "Laelius",

laddove afferma di non condividere la differenza tra il "sapiens" e il "vir bonus": per chi ragiona in concreto,

infatti, non esiste la distinzione, troppo astratta, tra una sapienza di natura teorica e una legata al

comportamento. Il suo sforzo in tal senso fu enorme, e si concretizzò generalmente nell'uso di vocaboli latini

già esistenti, dei quali venne ampliato il campo semantico fino ad accogliere una nuova accezione: per

esempio il termine "ratio", che significava inizialmente "conto", è utilizzato per tradurre il greco "lògos".

Questo rifiuto dei grecismi ben si inserisce in quell'atteggiamento di estrema cura per la propria lingua, tipico

di Cicerone, che è talora detto "purismo"; sulla stessa linea è anche il sostanziale rifiuto di arcaismi

linguistici, tanto cari invece ai contemporanei Lucrezio e Sallustio.

Per quanto riguarda l'epistolario, Cicerone stesso sostiene che nelle lettere lo stile deve essere quello

colloquiale utilizzato nelle conversazioni fra amici. Si tratta della lingua parlata dai Romani colti appartenenti

ai ceti sociali elevati, che assume un registro più decisamente formale solo in alcune lettere di contenuto

politico e natura ufficiale. Nel periodare prevale un andamento paratattico, talora ellittico, con anacoluti e

interiezioni; compaiono molte espressioni idiomatiche colorite, proprie del linguaggio quotidiano, oltre ai

formulari tipici della comunicazione epistolare. La lingua si caratterizza per la presenza di parecchi diminutivi,

ora affettuosi ora ironici. Inoltre sono frequenti i grecismi. Questi testimoniano l'abitudine dei Romani colti,

perfettamente bilingui, di ricorrere all'uso di termini greci nelle conversazioni quotidiane e familiari.

La fortuna

In età imperiale, l'opera di Cicerone incominciò a rappresentare un modello di stile, soprattutto per la

storiografia.

Anche i primi autori cristiani subirono l'influenza dell'opera di Cicerone.

Nell'età medievale la fama di Cicerone fu grande soprattutto per le opere retoriche, per alcune opere

filosofiche e per il "Somnium Scipionis".

Nell'età umanistica, grazie anche ai ritrovamenti di molte sue opere (credute perse) da parte di Francesco

Petrarca, Coluccio Salutati e Poggio Bracciolini, Cicerone diventò un importante punto di riferimento sia per il

modello del dialogo filosofico sia per lo stile; infatti, proprio a partire dall'Umanesimo si sviluppò il

ciceronianesimo, cioè l'imitazione esclusiva e talora anche pedissequa di Cicerone, considerato modello di

perfezione per la prosa in latino. Il modello ciceroniano tramontò con l'età barocca.

Sia per il suo pensiero politico (posizioni anticesariane e odio contro la tirannia), sia per la sua abilità

oratoria, Cicerone fu considerato un modello importante durante la Rivoluzione Francese. Nell''800, il

ritrovamento di una buona parte del "De republica" offrì interessanti spunti di riflessione agli studiosi di

problematiche costituzionali.

Nei tempi più recenti, si è cercato di superare la valutazione negativa della figura di Cicerone; oggi la critica

tende a valutare la personalità umana e intellettuale di Cicerone all'interno del contesto storico in cui operò,

sottolineandone i limiti ma anche il rilevante contributo allo sviluppo della civiltà occidentale.

La poesia dell'età augustea: Orazio, Virgilio, Ovidio

Virgilio

La vita

Ciò che si sa su Virgilio, al di là di alcune allusioni nelle "Bucoliche" e nelle "Georgiche", deriva per

lo più da biografie di epoca tarda: tra esse spicca una "Vita di Virgilio" del grammatico Elio Donato

(IV sec. d.C.).

Virgilio nacque nel 70 a.C. ad Andes, un villaggio vicino a Mantova. La sua era una famiglia agiata

di proprietari terrieri, che consentì al giovane Virgilio di studiare prima a Cremona Milano (dove fu

intorno al 55 a.C.), e poi di trasferirsi a Roma, dove divenne allievo del retore Elpidio e del poeta

ellenistico Partenio di Nicea.

Sono questi anni difficili per Roma, insanguinata prima dalla guerra civile tra Cesare e Pompeo,

poi dal cesaricidio, quindi dalla guerra tra gli eredi di Cesare e i suoi assassini, sconfitti a Filippi

nel 42 a.C.

Virgilio, in questo tormentato periodo, trascorse gran parte del suo tempo a Napoli, città di lingua e

cultura greca da lui sempre amatissima, dove seguì le lezioni dei filosofi epicurei Silone e

Filodemo di Gadara: a lui, come a molti, la soluzione di una vita autarchica, defilata, proposta

dall'epicureismo sembrava un valido antidoto all'angoscia delle guerre civili.

In questo ambiente stimolante, tra l'altro, in quegli anni Virgilio vi dovette probabilmente incontrare

altri giovani poeti; ciò contribuì alla sua apertura intellettuale e alla creazione di contatti destinati a

durare negli anni successivi.

In realtà si sa poco della sua biografia in questo periodo, che si concluse però con l'amaro

episodio della confisca dei terreni, nel Mantovano, di proprietà della sua famiglia. Grazie ad

amicizie illustri, come quelle degli influenti politici Asinio Pollione, Alfeno Varo, Cornelio Gallo, e la

protezione dello stesso Ottaviano, in un primo tempo Virgilio riuscì probabilmente a salvare le

terre di famiglia, che però perse definitivamente nell'inverno del 41 a.C. Molti di questi fatti si

possono dedurre da allusioni nelle "Bucoliche".

Le "Bucoliche" ebbero un certo successo. Immediata conseguenza fu il reclutamento di Virgilio da

parte di Mecenate, che lo avvicinò a Ottaviano e ne fece uno dei punti di forza del suo circolo.

La vicinanza di Mecenate e il condizionamento ideologico di Ottaviano incisero senz'altro sulla

composizione delle "Georgiche", scritte tra il 38 e il 29 a.C., anni che Virgilio trascorse per lo più

nella sua villa di Napoli.

Il poema ha al centro quel mondo agricolo-pastorale tanto caro alla tradizione romana, a quel

"mos maiorum" che Ottaviano cercava di far rivivere.

Trascorse gli anni successivi attendendo alla composizione dell'"Eneide", poema epico fortemente

voluto da Ottaviano. Nel 19 a.C. Virgilio intraprese un viaggio in Grecia, per conoscere

direttamente i luoghi del poema e trarne elementi utili alla revisione finale. Dopo avere incontrato

ad Atene l'imperatore Augusto, decise di tornare in patria con lui; ma, durante una visita alla città

di Megara, fu colto da malore e le sue condizioni peggiorarono progressivamente: morì poco dopo

il suo sbarco a Brindisi, il 21 settembre del 19 a.C.

Egli fu sepolto nella sua amata Napoli. L'"Eneide", pressoché finita ma non ancora rivista, venne

pubblicata per volere di Augusto a cura dei poeti Vario Rufo e Plozio Tucca; questo, nonostante

Virgilio avesse chiesto di bruciare l'opera nel caso fosse morto.

Le "Bucoliche"

Le "Bucoliche" segnano l'esordio poetico di Virgilio. Si tratta di 10 componimenti in esametri di

argomento pastorale scritti tra il 42 e il 39 a.C. Il termine "bucolica" deriva dal greco "boukòlos"

("bovaro") e indica il tentativo di trasferire in ambito romano il genere della poesia bucolica

ellenistica, in particolare l'esperienza poetica di Teocrito (III sec. a.C.). Le "Bucoliche" virgiliane

sono anche dette "Eclogae", in quanto il termine "ecloga" significa "poesia scelta", con riferimento

alla raffinata brevità di questi componimenti.

La fama di Teocrito di Siracusa è legata soprattutto a 30 "Idilli" (dal termine greco "eidyllion",

"piccola visione, quadretto", che allude all'idea di una "poesia piccola, breve"), brevi quanto

vivacissimi componimenti descrittivi, una decina dei quali sono d'ambientazione bucolica e

pastorale. Il nitido paesaggio agreste è popolato da pastori e contadini con il loro lavoro, i loro

amori, il loro svago attraverso il canto, descritti con realismo, ma anche con il naturale, talora

ironico, distacco proprio di un intellettuale di città. Presso la cultura romana la poesia pastorale di

Teocrito non ebbe grande successo.

Con le "Bucoliche" di Virgilio l'"aemulatio" di Teocrito e la ripresa del suo genere letterario sono

evidenti non solo nell'ispirazione generale, ma anche nelle situazioni che rimandano a singoli idilli

e nei nomi greci dei pastori.

Il primo elemento di forte diversità di Virgilio nei confronti del suo modello è la resa del mondo

campestre che è sfondo alle vicende dei suoi personaggi. Infatti scompaiono i forti, nitidi, colori

della campagna siciliana di Teocrito che però lasciano echi in alcuni termini usati da Virgilio.

Virgilio vi sovrappone una campagna dai colori tenui, sfumati, ricca di nebbie e di ombre; un

paesaggi che ricorda la "sua" campagna italica mantovana, nobilitata anche dalla menzione

frequente di piante tipiche di queste terre o dall'immagine del fiume Mincio. Ma non mancano

neppure riferimenti a quella regione del Peloponneso, l'Arcadia, che sarà poi considerata dalla

letteratura d'ogni tempo come sede naturale della poesia pastorale.

Nelle "Bucoliche", dunque, la campagna di Virgilio è un luogo ideale, un "paesaggio spirituale",

dove pastori e contadini venerano le tradizionali divinità agresti come il dio Pan, le Ninfe e Priapo,

ma anche Venere e Diana. E' un "locus amoenus", nel quale molti hanno visto una resa poetica di

quel mondo semplice e appartato verso il quale gli epicurei spingevano con la loro massima "vivi

nascosto" i cittadini romani sconvolti dalle guerre civili.

A uno sfondo fortemente idealizzato non corrisponde però un distacco dalle vicende dei "suoi"

pastori, alle quali Virgilio sembra anzi partecipare con profonda umanità; e l'inserzione di elementi

autobiografici contribuisce ad accentuare nel lettore questa sensazione.

Il dramma individuale dell'esproprio delle terre subito nel 41 a.C. fornisce il più evidente

riferimento autobiografico delle "Bucoliche".

Ma Virgilio non solo allude ad esperienze soggettive che si innestano sul dramma collettivo delle

guerre civili, ma anche perché nelle "Bucoliche" compare la menzione di importanti personaggi del

tempo, come Ottaviano, il console Asinio Pollione, il governatore Alfeno Varo, l'amico poeta

Cornelio Gallo; e non manca neppure un'allusione allegorica alla morte di Giulio Cesare. E' come

se, proprio quanto il poeta cercava di fuggire dalla realtà nel mondo idealizzato della poesia

bucolica, la realtà lo inseguisse, non gli permettesse di astrarsi del tutto dalle vicende del suo

tempo. Il "vivi nascosto" epicureo, dunque, il disinteresse totale per gli echi della politica, non era

del tutto possibile nel mondo romano.

A temi come l'amore nelle sue varie forme, il canto amebeo - cioè alternato - dei pastori,

l'esaltazione della poesia, la perdita delle terre, si affiancano, nelle "Bucoliche" virgiliane,

tematiche non strettamente pertinenti alla tradizione del genere, come la profezia di una nuova età

dell'oro o la cosmogonia cantata da Sileno.

Virgilio tenta di dare all'insieme delle sue "Bucoliche" una struttura che rivela comunque una

complessa architettura d'insieme. Ottaviano e Gallo sono citati nella prima e nell'ultima ecloga,

cioè in posizione rilevante; parimenti in rilievo l'allusione, nelle due ecloghe centrali, alla morte di

Cesare. Si possono inoltre cogliere alcune simmetrie: le "Bucoliche" I e IX, ad esempio, alludono

entrambe agli espropri terrieri, la II e l'VIII sono costituite da monologhi amorosi, la III e la VI

riguardano gare di canto, la IV e la VI presentano una componente bucolica esigua.

Nella IV ecloga, composta nel 40 a.C. durante il consolato di Asinio Pollione, si profetizza la

nascita di un "puer" che cambierà il corso della storia, riportando l'umanità a una sorta di età

dell'oro. Impossibile dire se il bambine cui si allude sia il figlio di Pollione, oppure quello di

Ottaviano (che in realtà sarà poi una figlia) o di Antonio. Traspare però dai versi di Virgilio una

vibrata speranza collettiva di pace e prosperità. Non è pure mancata, nel Medioevo,

un'interpretazione allegorica dell'ecloga, nella quale l'auspicata venuta del "puer" veniva intesa

come una profezia della nascita di Gesù Cristo.

Nell'ecloga X si narra dell'amore infelice del poeta elegiaco Cornelio Gallo per la sua Licoride,

scappata con un rozzo soldato. Il lamentoso canto di Gallo è immerso in un idilliaco paesaggio

dell'Arcadia, che partecipa con tutte le sue componenti al suo dolore. All'amico addolorato Virgilio

offre come parziale rimedio dei mali la poesia bucolica. Opera così una sorta di "esplorazione dei

confini" di due generi letterari, quello elegiaco e quello bucolico, mettendone in luce somiglianze e

differenze. Riscrivendo con tono bucolico i dolori che Gallo aveva espresso con l'elegia, Virgilio da

un lato omaggia l'amico e la sua poesia, dall'altro esplicita la propria diversa scelta in favore della

poesia pastorale.

L'"Appendix Vergiliana"

Le biografie di Donato e Servio hanno tramandato una raccolta di componimenti poetici minori che

vennero attribuiti a Virgilio. Questi scritti, raccolti nel 1573, furono pubblicati nelle edizioni a

stampa dell'epoca "in appendice" alle opere di Virgilio e pertanto sono designati con il nome di

"Appendix Vergiliana". Attualmente si tende a considerare l'intera raccolta come apocrifa: gli altri

testi sarebbero da attribuire ad autori diversi, probabilmente del I sec. d.C., ispiratisi alle opere

maggiori di Virgilio. Dunque l'"Appendix Vergiliana" sarebbe una preziosa testimonianza della

notorietà che Virgilio ebbe già pochi anni dopo la morte:

• "Cataleptòn": il termine greco significa "versi alla rinfusa, alla spicciolata". E' una

raccolta di 14 componimenti che hanno per argomento la vita di Virgilio. La critica considera

con grande probabilità autentici il quinto (sulla partenza di Virgilio per Napoli e la scelta di

abbandonare la retorica) e l'ottavo (in cui il poeta saluta la villetta del filosofo epicureo

Sirone).

• "Culex" ("La Zanzara"): è un epillio in cui si racconta come una zanzara abbia

salvato la vita a un pastore che, addormentatosi, stava per essere morso da un serpente. La

zanzara, pungendolo, lo sveglia ed egli istintivamente la uccide: essa gli appare in sogno

lamentandosi di non aver ricevuto un'adeguata sepoltura; il giorno successivo innalza

dunque una sepoltura in onore della zanzara.

• "Ciris" ("L'airone bianco"): è un epillio mitologico in cui si narra la storia d'amore fra

Scilla, figlia di Niso, re di Megara, e Minosse, nemico del padre. Scilla recide il capello che

tiene in vita il genitore, ma Minosse la respinge e la lega alla prua della sua nave. La dea

marina Anfitrite prova pietà per la sua sorte e la trasforma in un airone bianco.

• "Aetna": poemetto scientifico-didascalico che tratta dei fenomeni vulcanici.

• "Copa" ("L'ostessa"): poemetto che ha come protagonista un'ostessa siriaca.

• "Moretum" ("La torta rustica"): un breve componimento in cui si descrive la

colazione del contadino Similo.

• "Dira" ("Le maledizioni") e "Lydia": questi due componimenti sono stati considerati

erroneamente un unico testo fino al 1792; il primo parla delle maledizioni che un contadino,

costretto ad abbandonare i suoi campi, rivolge al nuovo padrone; il secondo ha

un'ispirazione elegiaca: racconta la sofferenza d'amore di un pastore per Lidia, la donna

amata che è lontana da lui.

• "Elegiae in Maecenatem": sono due componimenti in distici elegiaci dedicati a

Mecenate. Il primo è un elogio funebre mentre il secondo conserva le parole che Mecenate

disse prima di morire: dal momento che Mecenate morì nell'8 a.C., è impossibile attribuire

questi testi a Virgilio, deceduto nel 19 a.C.

• "Priapea": sono tre componimenti dedicati alla celebrazione di Priapo, divinità

agreste.

Le "Bucoliche"

• Ecloga I ("Tytirus"): è un dialogo fra due pastori, Titiro e Melibeo. Titiro (identificabile

forse con Virgilio) è riuscito a rimanere in possesso delle sue terre grazie all'intervento di un

giovane benefattore, un "dio" (forse da identificare con Ottaviano). Melibeo invece è costretto

a lasciare il suo campo e a emigrare in terre sconosciute.

• Ecloga II ("Alexis"): il pastore Coridone, innamorato del bellissimo Alessi, rivolge alle

selve e ai monti un lamento in forma di monologo in cui sfoga tutto il suo dolore per l'amore

non corrisposto.

• Ecloga III ("Palaemon"): due pastori, Menalca e Dameta, si sfidano a una gara

poetica riportata nelle forme di canto amebeo (un canto alternato a botta e risposta in 12

riprese di due versi). Giudice della gara è il vicino Palemone che alla fine assegna il premio a

entrambi.

• Ecloga IV ("Pollio"): Virgilio si allontana qui dalla tradizione teocritea profetizzando

la nascita di un bambino (forse il figlio del console Asinio Pollione cui l'ecloga è dedicata) che

riporterà sulla terra la mitica età dell'oro.

• Ecloga V ("Daphnis"): due pastori, Menalca e Mopso, cantano la morte e l'apoteosi

di Dafni, il mitico poeta inventore del canto bucolico che, dopo la sua prematura morte, fu

addirittura assunto in cielo. Nella figura di Dafni è forse adombrata quella di Cesare,

divinizzato dopo la morte.

• Ecloga VI ("Silenus"): dedicata a Varo, inizia con una dichiarazione di poetica che,

secondo l'uso alessandrino, introduce la seconda parte dell'opera: Virgilio esprime il proprio

rifiuto del genere epico ("recusatio"), dichiarando l'intenzione di continuare a comporre

poesia di argomento bucolico. Due giovani pastori, Cromi e Mnasillo, sorprendono Sileno

ubriaco e addormentato in una grotta; lo legano e lo costringono a descrivere in un lungo

monologo l'origine dell'universo e i miti più antichi.

• Ecloga VII ("Meliboeus"): Melibeo racconta in prima persona una gara poetica fra

due pastori arcadi, Coridone e Tirsi, cui ha assistito in qualità di giudice.

• Ecloga VIII ("Pharmaceutria"): dedicata ad Asinio Pollione, descrive una gara di

canto fra due pastori, Damone e Alfesibeo. Il primo esprime tutto il suo dolore poiché è stato

tradito dalla donna amata, Nisa, che ha sposato un altro; Alfesibeo invece impersona una

donna innamorata che, grazie a un rito magico, riesce a riconquistare il suo amato.

• Ecloga IX ("Moeris"): i pastori Licida e Meri si lamentano poiché sono stati privati

delle loro terre. Nel loro canto ricordano anche la sorte di Menalca (forse Virgilio) che,

nonostante la sua bravura nel canto, è stato cacciato dai suoi poderi.

• Ecloga X ("Gallus"): Virgilio chiede alla ninfa Aretusa di ispirargli un canto per

consolare l'amico e poeta elegiaco Cornelio Gallo, abbandonato dall'amata Licoride che gli

ha preferito un soldato in procinto di partire per la Germania.

Le "Georgiche"

• Libro I: dopo la dedica a Mecenate, l'invocazione a Ottaviano e alle divinità agresti,

il poeta tratta della coltivazione dei campi e in particolar modo della cerealicoltura. Due sono

le digressioni importanti: la prima quella sulla legge del lavora voluta da Giove, la seconda

quella sui prodigi che si verificarono in concomitanza con la morte di Cesare. Nella parte

conclusiva Virgilio deplora lo stato di abbandono delle campagne devastate dalle guerre civili

ed esprime l'augurio che Ottaviano possa riportare la pace.

• Libro II: Virgilio, dopo un'invocazione a Bacco e una dedica a Mecenate, parla della

coltivazione delle piante. Vi sono due digressioni, una è un elogio dell'Italia e l'altra

un'esaltazione della vita dei campi.

• Libro III: dopo un'invocazione agli dei e un elogio di Ottaviano, Virgilio accenna alla

sua intenzione di celebrare Ottaviano e le sue gesta in un poema di argomento storico. Il

poeta passa poi a trattare dell'argomento principale del libro, cioè dell'allevamento del

bestiame. Vi è una digressione sugli effetti dell'amore sia tra gli animali che tra gli uomini. Il

libro si chiude con la celebre descrizione della peste del Norico.

• Libro IV: dopo la dedica a Mecenate e ad Apollo, il libro tratta dell'apicoltura. Due le

digressioni del libro: la prima riguarda la descrizione del giardino del "vecchio di Corico", la

seconda è costituita dall'epillio di Aristeo. Aristeo infatti chiede alla madre, la ninfa Cirene, la

ragione che ha determinato la moria del suo sciame di api e la interroga su come potrà

ricostituirlo: la madre lo invita a consultare il dio marino Proteo che gli racconta che è stato

punito poiché ha causato la morte di Euridice, la moglie di Orfeo. Il libro si chiude con il

"sigillo" in cui Virgilio accenna il suo soggiorno a Napoli e alla composizione delle

"Bucoliche".

L'"Eneide"

• Libro I: dopo il proemio e l'esposizione della vicenda, ha inizio la narrazione "in

medias res": l'eroe troiano Enea, scampato alla distruzione della sua città, insieme a pochi

compagni, si dirige alla ricerca di una nuova patria. Giunone convince il dio dei venti Eolo a

suscitare una tempesta che causa la perdita di alcune navi. Enea approda sulle coste

dell'Africa settentrionale vicino a Cartagine, dove viene benevolmente accolto dalla regina

Didone. Durante un banchetto, la regina Didone chiede ad Enea di raccontare le sue

avventure.

• Libro II: Enea racconta le ultime vicende di Troia dalla partenza simulata dei Greci

all'inganno del cavallo di legno, alla morte di Laocoonte. Enea obbedisce all'ordine della

madre Venere che lo spinge a mettersi in salvo portando con sé il padre Anchise, il figlio

Ascanio-Iulo, la moglie Creusa e i Penati. La moglie Creusa però scompare misteriosamente

durante la fuga dalla città.

• Libro III: Enea e i compagni arrivano in Tracia dove vengono a conoscenza

dell'infelice sorte di Polidoro, poi si recano a Delo per consultare l'oracolo di Apollo che li

esorta a cercare l'"antica madre", dove fondare una nuova città. Si dirigono a Creta, ma

dopo aver fondato una città, sono costretti a riprendere il viaggio a causa di una pestilenza.

Ma una tempesta li spinge verso le Strofadi, isole abitate dalle Arpie; si dirigono in Sicilia e

approdano ai piedi dell'Etna nella terra dei Ciclopi. Dopo la morte di Anchise in Sicilia, Enea

e i compagni riprendono a navigare quando li sorprende una tempesta scatenata da Eolo.

• Libro IV: il racconto di Enea è terminato e la regina Didone, innamoratasi dell'eroe,

si confida con la sorella Anna che la spinge ad assecondare la sua passione. Grazia anche

all'accordo fra Venere e Giunone, durante una battuta di caccia si consuma l'unione tra i due.

Enea, dimentico della sua missione, viene sollecitato da Mercurio, inviato da Giove, a

riprendere il mare e dirigersi in Italia a fondare una nuova città. Didone cerca in un

drammatico colloquio di trattenere Enea, che però decide di partire. La regina, disperata,

mentre Enea salpa, si uccide con la spada dell'eroe.

• Libro V: Enea si dirige in Sicilia presso Erice dove celebra i giochi funebri in

memoria del padre. Le donne troiane stanche delle peregrinazioni, istigate da Giunone,

incendiano le navi che vengono salvate da un temporale scatenato da Giove. Enea decide di

lasciare in Sicilia le donne, i bambini e i vecchi; il padre Anchise gli appare in sogno e lo

esorta a compiere un viaggio negli inferi.

• Libro VI: Enea giunge a Cuma dove, guidato dalla Sibilla, visita il regno dei morti.

Incontra prima Palinuro e poi nell'antinferno Didone che non gli rivolge neppure la parola.

Nei Campi Elisi incontra il padre Anchise che gli rivela la grandezza cui è destinata Roma.

Enea esce dagli Inferi e riprende la navigazione.

• Libro VII: Enea arriva alla foce del Tevere e comprende di essere giunto nella terra

destinatagli dal Fato. L'eroe troiano invia un'ambasceria al re del luogo, Latino, che lo

accoglie benevolmente promettendogli in sposa la figlia Lavinia. Giunone invia la furia Aletto

da Amata, moglie di Latino, e da Turno, re dei rutuli e promesso sposo di Lavinia, per

scatenare una guerra tra Latini e Troiani.

• Libro VIII: Enea è in difficoltà e risale il Tevere per chiedere l'aiuto del re arcade

Evandro, nemico dei Latini, che abita dove sorgerà Roma. Evandro accoglie Enea, sia allea

con lui e gli affida un contingente di soldati guidato dal figlio Pallante. Su suggerimento di

Evandro, Enea si allea anche con gli Etruschi, ostili a Turno. Venere consegna a Enea delle

nuove armi forgiate da Vulcano fra cui spicca uno scudo su cui sono raffigurati episodi

significativi della futura storia di Roma.

• Libro IX: Turno incendia le navi troiane che vengono salvate dall'intervento di

Cibele, che le trasforma in ninfe.

• Libro X: si apre con il concilio degli dei invitati alla concordia da Giove. Enea,

informato dalle ninfe della situazione, giunge in aiuto dei suoi. Pallante viene ucciso da Turno

che lo spoglia delle sue armi.

• Libro XI: un solenne corteo funebre riporta il cadavere di Pallante a Evandro, il

quale concede una tregua ai latini.

• Libro XII: si stabilisce che la guerra venga decisa da un duella tra Turno e Enea. Nel

frattempo Giove si rivolge a Giunone, implacabile nemica dei troiani, e la persuade a deporre

il suo odio: il nuovo popolo, che nascerà dalla fusione tra Troiani e Latini, conserverà la

lingua, gli usi, i costumi dei Latini e le tributerà grandissimi onori. Turno, ferito da Enea, lo

dichiara vincitore e lo supplica di non ucciderlo; Enea, dapprima esita, ma poi, non appena

vede che Turno indossa le armi di Pallante, lo uccide.

Le "Georgiche"

La seconda opera virgiliana, le "Georgiche", è stata composta verosimilmente fra il 38 e il 29 a.C.,

e comunque dopo che il poeta entrò a far parte del circolo di Mecenate. Si tratta di un poema

didascalico in esametri di 4 libri, dedicati all'agricoltura e all'allevamento: si può comprendere la

scelta del suo titolo, "Georgica", derivante dal termine greco "gheorgòs" (cioè "contadino").

Il poema è dedicato a Mecenate, nuovo amico e protettore di Virgilio.

Per quanto concerne l'attività del circolo di Mecenate:

• Mecenate cercò di stimolare nei "suoi" poeti lealismo filo-augusteo e di spingerli a

forme di propaganda verso l'ideologia del "princeps", pur senza ledere troppo la loro libertà

espressiva; è però vero che in molti passi di poeti augustei troviamo delle "recusationes"

(cioè delle cortesi forme di "rifiuto");

• Il suo nome compare con particolare frequenza nelle "Georgiche" di Virgilio, che il

poeta mantovano scrisse obbedendo agli "haud mollia iussa" ("comandi non leggeri") del suo

protettore; non vi è alcun accenno a Mecenate nell'"Eneide", per non oscurare la dimensione

encomiastica nei confronti di Augusto;

• Dalle poesie di Orazio traspare con chiarezza il rapporto protettivo di Mecenate nei

suoi confronti, ma anche l'amichevole consuetudine dell'invito a cena, nonché la più ferma

esaltazione dei rapporti di lealtà e correttezza tra i membri del suo circolo.

L'involuzione autocratica del principato, a partire da Tiberio, fece concludere la straordinaria

esperienza del "mecenatismo" di età augustea. Ciò modificò sostanzialmente i rapporti tra

intellettuale e potere nel mondo romano, che durante il corso dell'età imperiale toccò gli estremi

sia del servilismo sia della vera e propria "opposizione".

Mecenate è ricordato in tutti e 4 i libri, e non solo come dedicatario, ma anche come vero

ispiratore dell'opera, infatti Virgilio fa riferimento ai suoi "haud mollia iussa" ("comandi non

leggeri"). Più che un ordine, Virgilio dovette ricevere da lui degli stimoli, delle sollecitazioni a

comporre qualcosa che convergesse, dal punto di vista ideologico, con la politica di Ottaviano. Il

lavoro dei campi, che il "mos maiorum" da sempre aveva considerato non solo la scelta di vita più

sicura, ma anche più nobile e moralmente integra, pareva l'argomento giusto; tanto più se questo

lavoro era accompagnato da una religiosità profonda e partecipata. Non solo perché ciò ribadiva il

primato della tradizione e della religione italica, ma anche perché agricoltura e allevamento

evocavano quella pacifica prosperità di vita che Ottaviano aveva promesso al mondo romano.

Risulta evidente come un'opera con tali e profonde implicazioni morali si indirizzasse a quel

pubblico colto e raffinato verso cui si rivolgevano sempre i poeti del circolo di Mecenate, a

quell'"élite" di Roma che Ottaviano voleva guadagnare del tutto alla propria causa e alla propria

ideologia.

Il poema però non si configura, nel suo complesso, come una "cassa di risonanza" della politica di

Ottaviano. Virgilio riecheggia "parole d'ordine", orientamenti ideologici, atteggiamenti del

"princeps". Già nel proemio Ottaviano è citato, ammantato da un alone di divinità del tutto

estranea alla tradizione della poesia romana; né deve stupire come in certi luoghi si parli di lui con

trepidazione, poiché coinvolto nei pericoli delle guerre civili, e in certi altri egli sia visto già come

"vincitore ormai nelle più lontane contrade asiatiche". La lunga gestazione del poema, dunque, fa

trasparire al suo interno segni del dinamico adeguamento a una realtà storica, politica, culturale in

rapida evoluzione.

Secondo la tradizione, Virgilio lesse in anteprima a Ottaviano le "Georgiche" nell'estate del 29

a.C.: il poema, dunque, sarebbe stato a quella data pressoché concluso. Vi è però una notizia del

grammatico Servio, secondo la quale l'opera sarebbe stata terminata in una prima stesura con

l'elogio dell'amico Cornelio Gallo: egli, dopo essere divenuto il primo prefetto dell'Egitto appena

conquistato, si alienò le simpatie del "princeps" che lo avrebbe addirittura spinto a suicidarsi nel 26

a.C. Questo fatto avrebbe indotto Virgilio a sostituirne la lode con l'epillio di Aristeo e di Orfeo, con

cui si chiude l'opera. Parrebbe strano che a Gallo fosse stato riservato un elogio tanto lungo come

l'episodio sostitutivo. Se fosse vera, però, sarebbe importante, perché indizio di un pesante

condizionamento che il potere augusteo avrebbe iniziato già in quegli anni a esercitare.

Le "Georgiche" rappresentano l'obbligo di misurarsi con una tradizione poetica molto più alta e

complessa rispetto alla "leggera" poesia teocritea.

Esiodo, l'"inventor" del genere didascalico, aveva assegnato a questo genere tantissime finalità di

ordine etico. Tanto quanto Omero era stato in quell'epoca custode e tramite della memoria

collettiva del mondo greco arcaico e dei suoi valori eroici e guerreschi, Esiodo aveva inteso il suo

ruolo poetico come quello di guida di una comunità cui dovevano essere fornite nozioni di natura

teologica e precetti comportamentali. Virgilio, rifacendosi a lui, vuole ribadire l'intento serio,

impegnato della sua opera.

La poesia didascalica aveva avuto in età ellenistica un grande successo. I poeti avevano

dimostrato come si potesse fare poesia anche su argomenti tecnici, minuti, e avevano inteso il loro

ruolo in un'ottica squisitamente artistica: la loro poesia era quasi una virtuosistica sfida con la

difficoltà degli argomenti trattati, che diventavano un pretesto per mostrare la loro bravura.

Virgilio, sull'onda della cultura neoterica, è conoscitore ed estimatore della tradizione alessandrina,

e non può rifiutarne l'eredità. Sa che la sua poesia deve "angustis addere rebus honorem", cioè

"attribuire dignità poetica a una realtà minuta", e che la qualità del suo poema può trarre vantaggio

da un'architettura compositiva simmetrica e ricca di allusioni e rimandi interni, come pure da

raffinati inserti mitologici come l'epillio di Aristeo. Sa però che la vera sfida da accogliere è quella

di coniugare la serietà esiodea alla raffinatezza alessandrina.

In effetti Lucrezio, nel suo "De rerum natura", aveva recepito la tradizione seria e alta della poesia

didascalica esiodea, come pure quella del poema sapienziale e filosofico greco: aveva cercato di

riprodurre in latino la loro solennità soprattutto attraverso la ripresa della lingua e dello stile

"sublime" di Ennio. La finalità divulgativa della sua opera lo obbligava però sia ad ampie sequenze

scientifiche, sia a momenti di raffinata eleganza poetica: i diversi livelli lessicali, retorici, stilistici

della sua opera erano comunque legittimati dalla forte ispirazione unitaria del poema.

Pur nella diversità tematica e con le ovvie differenze dovute al mutato clima politico e culturale,

Virgilio si trovava nella condizione di effettuare una sintesi simile a quella lucreziana: serietà,

tecnicismo, raffinatezza dovevano infatti coesistere anche nella sua opera. Lucrezio viene così

fatto oggetto di omaggi e di allusioni nelle "Georgiche". Però Virgilio non si occupa più di

"investigare le cause e mettere sotto i piedi tutte le paure, il fato inesorabile, il risuonare dell'avido

Acheronte", bensì, più dimessamente, di educare un uomo che "conosce gli dei agricoli, Pan e il

vecchio Silvano e le Ninfe sorelle", che "i frutti portati dai rami, prodotti volentieri e

spontaneamente dalle sue campagne, se li raccoglie: non sa nulla del ferro, dei deliri del Foro, dei

pubblici archivi". Questa diversa prospettiva, meno cosmica e più quotidiana, ma soprattutto

inserita in una dimensione religiosa estranea a Lucrezio, rende a Virgilio più facile tenere insieme,

armonizzare, una materia tanto composita. Pertanto, limita l'enfasi, la solennità e la "sublimità" di

Lucrezio, alla ricerca invece di un superiore equilibrio formale.

Al centro del poema vi è il tema del lavoro, visto come mezzo tanto faticoso quanto necessario

che gli uomini, per volere divino, debbono impiegare per vivere. Nelle "Georgiche" il mondo

agreste non è un rifugio spirituale, ma la sede concreta di realizzazione dell'uomo, del suo

progressivo incivilimento.

In alcuni momenti si insiste sul fatto che chi lavora nei campi è "fortunatus" e si tessono vere e

proprie lodi del lavoro agricolo-pastorale, mentre in altri si mettono in luce la fatica e la sofferenza

di questa attività. Ciò avviene perché, come è naturale, la realizzazione dell'uomo è un fenomeno

complesso, non sempre lineare; ma anche perché i tempi in cui Virgilio scriveva, ancora in bilico

tra le guerre civili e la "Pax Augusta", non potevano che portarlo a riflettere sull'ambivalenza della

realtà. Per valorizzare questa ambivalenza, Virgilio alterna verso la fine dei 4 libri due digressioni

dal contenuto fortemente negativo (sulle guerre civili e sulla peste degli animali nel Norico) ad

altrettante dai toni lieti, rassicuranti (sulla lode della vita campestre e sul mito di Aristeo allevatore

di api).

Se al centro della riflessione virgiliana vi è il "pius colonus", la "pietas" di quest'ultimo si

concretizza nella scrupolosa osservanza dei riti e dei sacrifici alle divinità protettrici dei campi.

L'allusione a questi dei certi rientrava nell'operazione ideologica di Ottaviano che mirava non solo

a valorizzare il "mos maiorum", ma anche le tradizioni religiose della Roma primitiva. Compare

sullo sfondo dell'opera l'idea degli dei come esseri attenti al destino dell'uomo, secondo una

prospettiva provvidenzialistica. Esempio più compiuto di questa attenzione degli dei è l'episodio

del mitico apicoltore Aristeo: egli è sì colpito dalla disgrazia della morte della sue api, ma

seguendo piamente i precetti divini può prodigiosamente ricostituire i suoi sciami.

Il mondo agreste appartato, sereno, autarchico delle "Bucoliche" evocava i principi della filosofia

epicurea. Di questo ambiente non manca qualche eco anche nelle "Georgiche", ad esempio

nell'episodio del vecchio di Corico, la cui lieta e operosa attività di giardiniere lo faceva vivere

bene; l'insistenza sul suo duro lavoro, pure in un rapporto fraterno con la natura, dà però anche a

un tale episodio una prospettiva assai diversa.

Vi sono invece, nelle "Georgiche", segni di un avvicinamento di Virgilio ad alcuni principi dello

stoicismo. Va in questo senso, oltre la visione provvidenzialistica della realtà, la grande

umanizzazione della natura: gli stoici, infatti, la ritenevano pervasa non meno dell'uomo da

un'anima divina. Si deve inoltre osservare come Virgilio dedichi un'ammirata attenzione

all'organizzazione sociale delle api, che costituiscono una vera e propria "res publica", tanto da

essere dette "parvi Quirites" (cioè "piccoli cittadini"). Il mondo delle api diventa dunque l'allegoria

di quell'ordine politico e sociale che lo Stato romano doveva riconquistare, ed è nello stesso

tempo l'esempio di come una società composita, fatta di rapporti fitti di reciprocità e mutualità,

possa garantire progresso e prosperità.

Nel IV libro è presente il lungo episodio mitologico di Aristeo e Orfeo, un vero e proprio epillio. Con

tecnica di derivazione alessandrina, Virgilio incastra tra loro due vicende mitologiche: quella di

Aristeo, che perde le api per una pestilenza, e quella di Orfeo, che aveva perso l'amata Euridice.

Aristeo è infatti informato dal dio Proteo di essere la causa involontaria della morte della donna,

avvelenata dal morso di serpente proprio mentre lui la inseguiva. Il lamento di Orfeo, inventore

della poesia, aveva impietosito gli dei che avevano fatto tornare in vita Euridice, ma la curiosità

dello stesso Orfeo ne determina nuovamente la morte. Si era infatti voltato a guardarla prima del

momento prestabilito. Aristeo, saputo ciò, offre piamente vittime riparatrici alle Ninfe, compagne di

Euridice, come richiestogli da Proteo: dalle viscere dei buoi sacrificati rinascono miracolosamente

le api.

La lettura del mito ha qualche implicazione allegorica. Vera finalità del passo, infatti, è ricordare

come valori solidi quali il "labor" e la "pietas" superino l'"amor", troppo individuale e irrazionale; e

forse, ancora più profondamente, affermare come la poesia georgica, simboleggiata da Aristeo,

superi quella d'amore, che porta invece Orfeo alla rovina. L'epillio finale è dunque un modo per

ribadire anche attraverso il mito quei valori che improntavano la sezione didascalica dell'opera.

L'"Eneide"

L'"Eneide" è un poema epico in esametri di 12 libri cui Virgilio si dedicò a partire dal 29 a.C. Alla

sua morte, nel 19 a.C., l'opera mancava ancora della revisione finale. Nonostante le insistenze

dell'autore che ne auspicava la distruzione, essa è stata rapidamente pubblicata e divulgata; e

ben presto fu talmente conosciuta, anche a livello popolare, che allusioni ai suoi versi si trovano

sui graffiti dei muri delle case di Pompei.

Nel poema confluiscono numerose esperienze precedenti come l'epica omerica, quella di età

ellenistica e l'"epos" nazionale romano. Con esso Virgilio intese dare, attraverso il racconto delle

imprese di Enea, una celebrazione tanto indiretta quanto profonda di Roma e di Augusto. Infatti

non solo l'eroe troiano Enea avrebbe fondato nel Lazio antico una città, Lavinio, dalla quale derivò

la colonia di Alba Longa, patria della stirpe di re da cui discese Romolo, fondatore di Roma; ma lo

stesso figlio di Enea, Iulo-Ascanio, è visto nel poema come capostipite del "gens Iulia", cui

Ottaviano si vantava di appartenere. Mito e storia, dunque, si mescolano e confondono

nell'"Eneide".

Virgilio annunciava nelle "Georgiche" l'intenzione di scrivere un poema epico celebrativo di

Ottaviano, in risposta alle pressanti richieste di Mecenate. Si può presumere dunque che, a

quell'epoca, Virgilio non pensasse ancora a un'opera d'argomento mitologico, ma a un poema

epico storico che avesse come oggetto Ottaviano e le sue vittorie militari. Forse cambiò idea

perché, poeta bucolico e georgico, troppo lontano dalla sua indole e dalla sua cultura cantare le

guerre dei suoi tempi; o forse, in seno allo stesso raffinato ambiente del circolo di Mecenate, parve

più utile una celebrazione indiretta, poco cortigiana, del "princeps", che lo sollevasse dalla storia

presente per riagganciarne la figura a un passato mitico.

La materia è legata al ciclo troiano poiché Enea è personaggio omerico e le sue vicende seguono

cronologicamente la caduta di Troia.

L'intento dichiarato di narrare sia le vicende del viaggio avventuroso dell'eroe ("virum") Enea verso

il Lazio, sia le sue guerre per conquistarlo ("arma"), riconduce ai due modelli epici: l'"Odissea" per

i primi 6 libri e l'"Iliade" per i 6 successivi. La riduzione delle dimensioni rispetto a Omero è

conforme ai principi della poetica alessandrina e neoterica, che esaltavano la brevità e l'eleganza

formale.

Innumerevoli sono le situazioni tipiche o gli episodi che Virgilio riprende da Omero, con una

raffinata operazione di arte allusiva. Duello - come quello tra Enea e Turno, modellato sul duello

tra Ettore e Achille; il viaggio di Enea negli Inferi è esemplato su quello di Odisseo, così come la

narrazione delle peripezie tramite flashback che l'eroe fa a Didone è simile a quella fatta da

Odisseo al re dei Feaci, mentre lo scudo di Achille è modello per quello di Enea. L'"aemulatio"

omerica, in questi casi, si configura come omaggio al modello ma anche come orgoglioso tentativo

di eguagliarlo o superarlo.

Di ascendenza omerica, anche se mediato dall'"epos" romano, è pure l'uso di epiteti composti e di

espressioni formulari.

Dalla letteratura di età ellenistica e soprattutto d'ambiente alessandrino Virgilio derivò il gusto per

la raffinatezza formale e il rifiuto dell'eccessiva lunghezza dei poemi. In particolare il poema epico

di età ellenistica che maggiormente influenzò Virgilio furono le "Argonautiche" di Apollonio Rodio.

Virgilio accolse la tendenza, già di Apolloni Rodio, a dare un certo spessore psicologico ai suoi

personaggi; e per di più l'episodio di Giasone e Medea è largamente ripreso nella narrazione

virgiliana dell'amore tra Enea e Didone.

Le vicende mitiche relative a Enea avevano già influenzato i predecessori di Virgilio, a partire da

Nevio, che nel "Bellum Poenicum" raccontava il viaggio di Enea dopo la distruzione di Troia, il suo

arrivo nel Lazio e la fondazione di Roma da parte di Romolo, che di Enea era creduto nipote.

Enea compariva spesso anche negli "Annales" di Ennio. Dunque dall'"epos" latino di Nevio ed

Ennio Virgilio deriva l'importanza della figura e del mito di Enea, che si ricollega al tentativo già dei

suoi predecessori di dare alla poesia una finalità patriottica e nazionalistica.

La varietà tematica, quasi ovvia vista la pluralità di modelli presi in considerazione da Virgilio,

mescola e alterna sapientemente guerra e avventura, "pathos", aspetti ideologici e nazionalistici

filo-augustei. Ciò che rende il suo poema davvero innovativo è infatti una prospettiva del tutto

ignota allo statuto della poesia epica a lui precedente: l'introduzione della soggettività, intesa non

solo come "punto di vista" dell'autore rispetto alla materia, ma da intendersi anche come "punto di

vista" dei vari personaggi.

La tradizione omerica aveva proposto il poema epico come trasmissione di valori e di vicende

mitiche o storiche oggettivamente considerati veri dal poeta e dal suo lettore, in quanto trasmessi

dalle Muse e pertanto sacralizzati.

Nel proemio della sua opera Virgilio utilizza con orgoglio la prima persona ("cano", "canto")

riservando solo al v. 8 un accenno alla Musa, chiamata così a collaborare con lui nella

composizione del poema in un ruolo che appare per certi versi secondario. Il poeta latino, dunque,

dopo la rivoluzione neoterica che aveva dato nuova dignità e autonomia all'artista e aveva

provveduto a una sorta di laicizzazione della cultura, vuole prendersi in prima persona le

responsabilità di quello che scrive. Ma Virgilio è anche colui che partecipa soggettivamente alle

sventure dei suoi personaggi, prima fra tutti Didone, alla quale si rivolge direttamente con parole

commosse.

La tendenza, mutuata dalle tragedie di Euripide e dalla poesia ellenistica, a indulgere su aspetti

patetici o sulla condizione psicologica dei personaggi, introduce nell'"epos" un importante

elemento di novità: l'attenzione al punto di vista dei personaggi e anche dei cosiddetti "vinti". E' lo

stesso Enea, protagonista dell'opera, a emergere come figura complessa, tormentata, lontana

dall'eroica rigidità dei personaggi omerici. Virgilio, che ha ormai aderito allo stoicismo, sa che vi è

una provvidenza (un Fato) che governa la storia e la indirizza; e sa anche che questa provvidenza

ha voluto che l'eroe troiano Enea fosse un suo strumento, facendone il capostipite dei Romani,

destinati poi a dominare il mondo.

Enea, che pure incorna oggettivamente in sé valori etici altissimi e che pure accetta la sfida del

viaggio verso l'ignoto impostagli dagli dei, lo fa però a costo di una personale sofferenza; la

sofferenza di chi sembra interrogarsi con inquietudine sulle ragioni delle cose, anche nel male, e

non sempre trovare certezze. Vi è dunque, nell'opera, un punto di vista che scaturisce dal

contrasto tra passione e dovere, tra umanità ed eroismo, tra sofferenza e gloria di Enea.

L'"epos" virgiliano mantiene angosciosi aspetti di dubbio e di incertezza. Esempio di questa

ambivalenza è l'attenzione del poeta verso i giovani eroi: da un lato, infatti, Virgilio ne compiange

le morti premature, quasi fossero vittime sacrificali immolate per la grandezza di Roma; dall'altro

ne ammira l'audacia guerriera, quasi incarnassero i valori dei giovani da reclutare nelle legioni

augustee.

Schematicamente i temi dell'"Eneide" si possono ricondurre a tre ambiti tra loro inscindibili: quello

di derivazione omerica della guerra e dell'avventura, quello squisitamente nazionale

dell'esaltazione di Roma e di Augusto, quello di ascendenza alessandrina delle umane passioni e

angosce.

Alcune situazioni, come l'episodio del cavallo di Troia, con le sue conseguenze, le avventure

fantastiche di Enea per mare, l'arrivo nel Lazio, le eroiche imprese dei protagonisti delle guerre

d'Italia fino al crudo duello tra Enea e Turno, riconducono l'"Eneide" nel solco più autentico della

tradizione epica, quello più decisamente narrativo. Sono presente, inoltre, numerosi riferimenti

omerici nell'opera, a partire dalla natura odissiaca dei primi sei libri e iliadica dei restanti sei.

Per quanto concerne la componente patetico-sentimentale del poema, nessun altro episodio

raggiunge i vertici delle vicende amorose di Enea e Didone. Da un lato, infatti, Virgilio presenta la

lacerazione di Enea, diviso tra le oggettive necessità di adempiere a un dovere assegnatogli dal

Fato e la soggettività dei suoi sentimenti. Dall'altro c'è l'umanissima e tragica figura femminile della

regina Didone. Narrandone gli angosciati colloqui con la sorella Anna e con lo stesso Enea, il

solenne quanto folle suicidio, l'incontro nell'aldilà con l'uomo che l'aveva abbandonata, il poeta

costruisce un ritratto psicologicamente profondissimo del suo personaggio, la cui tragedia viene

presentata come meritevole di essere tramandata ai posteri non meno delle gloriose imprese degli

eroi vincitori.

Il tema della legittimazione e dell'esaltazione della grandezza di Roma, strettamente connesso

con la celebrazione di Augusto, è presente talora in modo esplicito.

Nella cornice di una storia fittizia e dallo sfondo leggendario Virgilio volle delineare l'immagine

ideale dello stato romano e proiettò in un'età mitica ciò che Augusto intendeva realizzare

nell'interesse dell'impero di Roma: un'età in cui perfino le divinità avevano personalmente

partecipato alla fondazione delle istituzioni statali di Roma. Lo stesso Enea, eroe del poema, è

figlio di una dea, la dinastia Giulia che da lui discende e che con Augusto giungerà al potere è una

famiglia di origine divina. I richiami nazionalistici e filodinastici non possono quindi essere separati

dal carattere religioso dell'opera. Fondendo e unificando il compito idealistico dell'"epos" e le

esigenze dell'arte classica, Virgilio era riuscito a sintetizzare poeticamente la concezione che i

romani avevano della vita del loro stato, rimanendo fedele alla patina religiosa che quella

concezione comportava. E infine, ancora, la profonda, religiosa fiducia del popolo romano che

Virgilio celebra nel momento in cui dalla coscienziosa osservanza del culto degli dei, dal vigore

della razza latina e dai gloriosi destini della gente Giulia si attende il dominio eterno del mondo da

parte di Roma.

L'affermazione di Roma come potenza egemone del mondo non è un fatto casuale: è infatti voluta

in modo inesorabile dal Fato. Da qui la vicenda mitica di Enea, che del Fato è strumento; da qui

l'insistenza sul fatto che gli dei siano consapevoli e garanti di questo destino. Anche Augusto, che

discende dalla stirpe di Enea, è stato in qualche modo "previsto".

Le guerre di Enea nel Lazio antico danno l'occasione a Virgilio di rileggere in una prospettiva

ideologica la storia più antica di Roma e dell'Italia. L'esito vittorioso della guerra porta Enea non a

infierire sui vinti, bensì a stringere una pace proficua con tutti i vecchi nemici. Virgilio sa che il

"miracolo" di Roma è la fusione di etnie, culture, identità diverse che hanno dato origine a una sola

identità, quella romana. Si tratta dunque di una storia mitica o leggendaria riletta alla luce delle

vicende presenti e dell'ideologia del "princeps": richiamare al superamento dei contrasti, alla

ricerca della concordia, alla condivisione di valori comuni, era ciò che Augusto, nel nome della

"pax" che egli voleva garantire, chiedeva ai Romani dopo le divisioni delle guerre civili.

Enea incarna in sé alcuni dei valori cardine del "mos maiorum", e cioè la "fides", il rispetto per la

parola data, e la "pietas", la devozione verso gli dei, la patria e la famiglia. Pilastri della Roma

repubblicana, essi erano centrali nella propaganda di Augusto, che spesso li aveva associati alla

sua persona: non sbaglia, quindi, chi ha parlato di Enea come "prototipo" di Augusto.

In contrapposizione con il mondo greco, del quale non si nega un generico primato artistico,

culturale e scientifico, la vera e propria missione di Roma è vista qui nel dominio politico-militare. I

valori del "mos maiorum", gli dei di Roma, uno Stato che sappia garantire regole pacifiche, sono

realtà civilizzatrici che si debbono affermare con la guerra, ma anche con la necessaria

"clementia" per chi le accolga spontaneamente. La prospettiva nazionalistica e augustea, dunque,

emerge nell'"Eneide" con la forza universalizzante del mito che allude alla storia.

Certo nell'"Eneide" non mancano alcune "zone d'ombra", si è parlato per Virgilio di un'impossibile

giustificazione della storia. Nel suo poema infatti convivono realtà tra loro assai lontane:

l'esaltazione di Roma "guerriera" e il dolore per i lutti della guerra, la fiducia nella provvidenza

divina e lo strazio per le misteriose, incomprensibili morti dei giovani eroi, oppure l'esaltazione dei

vincitori e la pietà verso i vinti. Ma è proprio questa, forse, la peculiarità della grande poesia, cioè

contaminare anche i valori e le certezze più solide (come la fede nella missione di Roma e

Augusto), con le inquietudini "soggettive" del poeta.

Lingua e stile

Nel Medioevo le opere virgiliane vennero indicate ciascuna come esempio di uno dei registri

stilistici individuati dalla teoria dei "genera dicendi". Le "Bucoliche" dello stile basso ("humilis"), le

"Georgiche" dello stile medio ("mediocris"), l'"Eneide" di quello elevato ("gravis"). Al di là delle

differenze si può osservare che lo stile di Virgilio tende sempre alla semplicità, alla compostezza,

all'armonia.

Nelle "Bucoliche" è ancora evidente, soprattutto nella ricerca di forme eleganti e raffinate, il

legame con la tradizione alessandrina e neoterica. Tuttavia il tentativo di superarle si avverte nella

ricerca di simmetria, di armonia e di un gusto più sobrio che prelude al classicismo augusteo.

Il lessico è semplice e piano: Virgilio inserisce alcuni termini di carattere naturalistico (ad esempio,

i nomi delle piante); a vocaboli propri di un lessico semplice, il poeta talora accosta anche termini

di origine greca che contribuiscono a dare ai versi un tono raffinato e prezioso. Virgilio attinge

inoltre alla tradizione neoterica, utilizzando qualche diminutivo.

Virgilio stesso sottolinea all'inizio della prima ecloga il carattere tenue e umile della poesia

bucolica. Il poeta inoltre si sforza di dare ai suoi versi una patina di "rusticitas" consona al modo di

esprimersi dei pastori: vi sono dunque elementi propri di uno stile colloquiale come l'uso di

espressioni proverbiali, i frequenti incisi che conferiscono un andamento vivace e spontaneo ai

dialoghi, oppure l'impiego di particolari costruzioni. Per quanto concerne la struttura sintattica,

nelle "Bucoliche" prevale la paratassi. Frequente è il ricorso a figure di suono (soprattutto

onomatopee e allitterazioni) che conferiscono effetti di particolare musicalità agli esametri, come

pure l'uso di figure dell'ordine (soprattutto iperbati); le ripetizioni di singole parole e l'uso di

interiezioni, esclamazioni e invocazioni tendono invece spesso a dare un tono prevalentemente

malinconico e meditativo ai versi.

Nelle "Georgiche" compaiono formule di transizione che indicano il succedersi degli argomenti via

via trattati, "appelli al lettore" con lo scopo di tenerne costantemente desta l'attenzione e l'uso di

vocaboli tecnici (spesso di origine greca) propri del mondo dell'agricoltura e dell'allevamento.

Tuttavia spesso il tecnicismo con accostamenti inconsueti fra sostantivi e aggettivi e all'uso

sapiente di effetti fonici, figure di suono e di sintassi.

Lo stile delle "Georgiche" è più complesso, elaborato e ricercato. Nelle "Georgiche" infatti vi sono

parti espositive e descrittive dallo stile impersonalmente didascalico, ma anche parti del carattere

prevalentemente narrativo, dai toni talora patetici. Non mancano anche suggestive digressioni: fra

queste la più famosa è senza dubbio quella dedicata alla tragica storia d'amore di Orfeo e

Euridice, in cui prevalgono i toni sentimentali ed elegiaci.

Particolarmente sviluppata è inoltre l'arte allusiva, soprattutto nei confronti di autori greci o latini

che avevano trattato gli stessi temi. Spesso Virgilio crea periodi ampi che travalicano la misura del

verso attraverso un uso sapiente dell'"enjembement".

L'"Eneide" fra le opere di Virgilio è quella più ricca di parole arcaiche e di forme poetiche, anche se

il poeta ne fa un uso molto moderato. Sebbene Virgilio utilizzi talora anche neologismi, il lessico è

in generale quello proprio della classe colta, che viene però rinnovato sia dalla particolare

collocazione delle parole nella frase, sia dalla polisemia: infatti attribuendo significati nuovi a

vocaboli già esistenti Virgilio contribuisce alla valorizzazione del patrimonio lessicale della

tradizione. Viene ripreso da Omero il gusto per le similitudini e per alcune ripetizioni di tipo

formulare che indicano azioni ricorrenti e ripetute. Non mancano epiteti che tendono a coinvolgere

emotivamente il lettore e ad accentuare il carattere patetico degli episodi.

Nello stile dell'"Eneide" Virgilio propone importanti aspetti di novità: innanzi tutto il poeta, pur

rispettando in gran parte gli elementi costitutivi del genere epico, lo rinnova dall'interno attraverso

l'adozione di un punto di vista fortemente soggettivo. Infatti il poeta non solo interviene nell'opera

cercando di coinvolgere emotivamente il lettore, ma lascia anche ampio spazio al "punto di vista

del personaggio" nel racconto delle vicende; inoltre, spesso tende a privilegiare, rispetto alla

narrazione degli avvenimenti, la descrizione delle sensazioni provate dai personaggi.

La struttura sintattica è caratterizzata, grazie anche all'uso degli "enjembement", da una

particolare scorrevolezza narrativa.

Per quanto riguarda la metrica, Virgilio conferisce regolarità e armonia all'esametro.

La fortuna

Virgilio fu molto ammirato già dai suoi contemporanei, come Orazio, Properzio e Ovidio; in età

giulio-claudia fu molto apprezzato da Lucano; in epoca flavia Virgilio è ripreso da Stazio. Nel I sec.

d.C. l'"Eneide" fu introdotto come libro di lettura nelle scuole (come avveniva in Grecia per

Omero), sostituendo gli "Annales" di Ennio; e sempre nel I sec. d.C. la straordinaria diffusione

anche a livello "popolare" dell'opera virgiliana è testimoniata dalle iscrizioni parietali di Pompei. Nel

corso dei secoli fiorirono inoltre numerose biografie di Virgilio, edizioni e commenti delle sue

opere. L'interpretazione avrà il suo culmine nel Medioevo, è fatta propria dai primi autori cristiani,

come Tertulliano, Gerolamo e Agostino, che trovavano nell'opera virgiliana anche alcuni valori che

prefiguravano quelli della loro religione.

Tutto il Medioevo ebbe una vera e propria venerazione per Virgilio, considerato un profeta della

venuta di Cristo, grazie all'interpretazione allegorica della IV ecloga.

L'Umanesimo e il Rinascimento apprezzarono non solo l'"Eneide" ma anche le "Georgiche" e le

"Bucoliche", che determinarono la ripresa della poesia pastorale. Il modello virgiliano rimase il

punto di riferimento per questo genere fino al '700.

Se in età romantica all'equilibrio delle opere virgiliane si contrappone spesso la potenza di quelle

di Omero, non mancano cultori del poeta latino.

Vivace la fortuna di Virgilio alla fine dell''800 in Francia. Nel '900 Virgilio viene considerato come

una guida spirituale per l'umanità.

Quinto Orazio Flacco

La vita

Quinto Orazio Flacco nasce l'8 dicembre del 65 a.C. a Venosa, colonia militare romana al confine

tra Lucania e Apulia. Suo padre, un liberto, possedeva un piccolo podere: la sua condizione era

modesta, ma non misera.

Negli anni tra il 60 e il 45 a.C., il padre di Orazio, probabilmente intuendo le grandi qualità del

figlio, dedica ogni risorsa alla sua educazione. Padre e figlio si trasferiscono a Roma, dove Orazio

viene iscritto alla scuola del grammatico Orbilio, un beneventano amante dei poeti arcaici.

Tra il 45 e il 44 a.C. Orazio completa la sua formazione ad Atene; nella città greca segue corsi di

perfezionamento in filosofia e retorica.

Nel 43 a.C. Orazio entra in contatto con Bruto e si arruola nel suo esercito. Egli sosterrà più avanti

di essersi trovato nella tempesta delle guerre civili per caso e inesperto. A 22 anni, raggiunge il

grado di "tribunus militum" (ufficiale al seguito di un comandante di una legione), posizione da

considerarsi particolarmente elevata per un giovane che non era di rango né equestre né

senatorio.

Nell'autunno del 42 a.C., a Filippi, in Tracia, Cassio e Bruto vengono sconfitti.

Nel 41 a.C. grazie a un'amnistia a favore dei partigiani di Bruto, Orazio torna in Italia, dove però

nulla gli è rimasto: il padre è morto e il fondo di Venosa è stato confiscato. A Roma trova un

impiego come "scriba quaestorius", presso la segreteria dei due questori in carica. In questo

periodo Orazio entra probabilmente in contatto con i circoli epicurei di Napoli ed Ercolano.

Di questo periodo sono i primi seri tentativi poetici, presumibilmente gli "Epodi"; grazie all'amicizia

di Virgilio e Vario, nel 38 a.C. Orazio è presentato a Mecenate e successivamente accolto nel

famoso circolo.

La vita di Orazio è ora stabile e tranquilla; presumibilmente nel 35 a.C. pubblica il I libro delle

"Satire", con dedica a Mecenate.

Nel 30 a.C. pubblica quasi contemporaneamente il II libro delle "Satire" e il libro degli "Epodi".

Negli anni tra il 30 e il 23 a.C. compone i primi tre libri delle "Odi". Nel frattempo, attorno al 25

a.C., Augusto offre a Orazio la prestigiosa carica di segretario "ab epistulis", addetto cioè al

disbrigo della corrispondenza. Forse per mantenere la propria indipendenza, il poeta rifiuta

garbatamente.

Nel 23 a.C. la pubblicazione dei primi tre libri delle "Odi" non desta grande entusiasmo. Negli anni

seguenti, ma sicuramente prima del 20 a.C., Orazio pubblica il primo libro delle "Epistole".

Nel 17 a.C. la celebrazione dei "ludi saeculares", un complesso di riti, preghiere, sacrifici concepiti

per solennizzare il nuovo "secolo" sotto il segno della "Pax Augusta", rappresenta l'occasione della

consacrazione di Orazio come vate della romanità. Il poeta, infatti, riceve dall'imperatore l'incarico

di comporre il "Carmen saeculare", l'inno conclusivo cantato da un coro di ragazze e ragazzi.

A metà dell'8 a.C. scompare Mecenate, dopo aver raccomandato a Augusto l'amico poeta. Il 27

novembre muore anche Orazio.

Le opere

Una certa inquietudine del poeta - segno dello smarrimento degli anni successivi alla battaglia di

Filippi - è percepibile nella raccolta degli "Epodi" composti tra il 41 e il 30 a.C. In essi Orazio si

riallaccia all'illustre tradizione dei giambografi greci, come Archiloco di Paro.

Il poeta dichiara apertamente che la ripresa del modello greco riguarda soprattutto i metri

("numeros") e lo spirito caustico ("animos"), non tanto la tematica ("res"), che è invece romana e

caratterizzata da un'ampia varietà. Proprio la "varietas" rappresenta un segno dell'influenza della

poesia ellenistica dei "Giambi" di Callimaco, con il suo ideale di arte colta ed elegante e dal quale

Orazio trae il titolo della raccolta "Iambi". Gli "Epodi" quindi evidenziano una tecnica raffinata che

deriva dalla poesia alessandrina e dall'epigramma ellenistico.

I motivi degli epodi sono vari: da quello dell'invettiva, a quello erotico, a quello della stregoneria e

a quello civile: il principale è sicuramente l'invettiva, in cui l'insistenza su particolari ributtanti

evidenzia un carattere della raccolta, la tendenza espressionistica che si rivela anche nelle

descrizioni e nel tema della stregoneria. Il motivo erotico sviluppa i temi canonici, ispirati alla lirica

ellenistica: la passione, l'infedeltà e l'avidità della donna. Nel tema civile è evidente lo

sbigottimento e lo sconcerto che deriva dagli ultimi tre episodi delle guerre civili.

Gli "Epodi" rappresentano un'operazione innovativa nella letteratura latina: nessun romano aveva

composto una raccolta ispirata al modello archilocheo.

Il I libro delle "Satire" fu pubblicato nel 35 e il II nel 30 a.C. I due libri mostrano alcune differenze:

nel I, infatti, lo scopo precipuo del poeta è quello di interessare e allietare il lettore attraverso la

descrizione dei comportamenti ridicoli o devianti e gli attacchi rivolti in prima persona a personaggi

presi di mira; nel II libro prevale lo schema dialogico: il poeta ricopre una molteplicità di ruoli,

ammonisce oppure è redarguito, o ancora si presenta come un osservatore. Se si considerano

invece le tipologie strutturali, si possono distinguere satire in cui prevale la narrazione di un

episodio a carattere emblematico e satire in cui il nucleo ispiratore è la discussione. La diatriba,

nata in Grecia ai fini di diffusione della filosofia cinica e indirizzata a un pubblico di profani,

divenne un genere letterario popolare, caratterizzato da tono polemico e battute salaci; fu presto

accolta nella letteratura latina, a partire dalle orazioni di Catone e dalle satire di Lucilio. Alcune

delle caratteristiche formali della diatriba sono appunto recuperate da Orazio nelle satire del II

libro: la forma dialogica, l'utilizzo di argomentazioni condotte in tono piano e comprensibile e

sviluppate attraverso interventi di interlocutori fittizi e infarcite di aneddoti e citazioni letterarie, il

richiamo di esempi tratti dalla storia.

La percezione della non ancora completa legittimazione del genere satirico nell'ambito della

tradizione culturale greco-latina spinge Orazio a una riflessione letteraria che si sviluppa in tre

satire scritte in momenti successivi, facendo esplicitamente riferimento a Lucilio. Il poeta fa per la

prima volta il nome dell'illustre predecessore riconoscendolo come iniziatore del genere, ma il

rapporto con Lucilio è ambivalente. Da un lato, Orazio dichiara ammirazione nei suoi confronti,

riconoscendogli il merito di aver dato forma al genere, dall'altro ne critica una certa arcaica

rozzezza, poiché lo giudica poco scorrevole, contrapponendolo alla propria aspirazione a una

classica perfezione formale. Un altro elemento di differenziazione è l'abbandono della polimetria:

Orazio porta a definitivo compimento la scelta che Lucilio aveva già fatto nell'ultima parte della sua

produzione di privilegiare l'esametro come metro distintivo del genere.

Gli altri elementi che contraddistinguono il genere satirico sono da Orazio identificati nel tono

medio, discorsivo ("sermo"), e nell'impostazione moralistica: si precisa che lo spirito caustico e

moraleggiante deve trovare le sue basi nella serietà della meditazione etica. Tale meditazione è

condotta sempre con un pizzico di autoironia.

La riflessione morale è contraddistinta da una spiccata impronta autobiografica; l'elaborazione di

Orazio tende alla definizione e al raggiungimento di un personalissimo ideale di misura, che si

ponga come la soluzione delle tensioni dell'esistenza e che si concili con un ragionevole

godimento dei piaceri della vita.

E' una ripresa del tema della "metriòtes", del giusto mezzo, di tradizione aristotelica. Ma il poeta

romano sapeva che un invito alla misura proveniva pure dal "mos maiorum", inculcatogli

dall'educazione paterna, e che anche la predicazione diatribica spingeva a evitare gli eccessi,

soprattutto nell'accumulo e nel godimento dei beni materiali. Strettamente connesso al precedente

è il tema dell'"autàrkeia", dell'autosufficienza del saggio. E' l'epicureismo, cioè la scuola che ha

maggior peso nella cultura filosofica del poeta, il punto di partenza per comprendere l'"autàrkeia"

oraziana. Per lui l'"autàrkeia" diventa una ragionevole pratica di vita, che mira al raggiungimento

della libertà interiore, del tranquillo soddisfacimento dei desideri e dei bisogni più semplici.

Si può parlare della ricerca di una "morale mondana", cioè di una reale praticabilità nella vita

quotidiana - nella Roma di Mecenate e di Augusto - dei suoi principi filosofici di riferimento. Certo il

poeta afferma parimenti di non voler "iurare in verba magistri" ("giurare sulla verità di alcun

maestro") e di non sentirsi seguace ma solo "hospes" ("ospite") delle varie scuole filosofiche.

Dunque la sua "filosofia di vita" è sintesi di suggestioni diverse, possibile solo perché la ricerca

della misura e della tranquillità interiore non lo abbandona mai. Lo sforzo di Orazio, però, era

anche quello di legare la sua ricerca etica ad altri due fattori: anzitutto l'evoluzione della realtà

politica, sociale, culturale nella quale egli viveva e il necessario adattamento ai diversi generi

letterari praticati.

Nelle "Epistole", scritte in età matura, il poeta appare venato di scontentezza, e - consapevole

della difficoltà di coniugare "metriòtes" e autàrkeia" - vagheggia un allontanamento dalla

mondanità di Roma. Ma il capolavoro di originalità nella sintesi tra filosofia e poesia sono forse le

"Odi". L'"autàrkeia" si fonde così con la riflessione sulla brevità e caducità della vita (il "carpe

diem"). Per l'Orazio lirico la brevità della vita può essere così lenita dalla moderata ricerca di

piaceri quali la tranquillità domestica, il vino, l'amore, l'amicizia di pochi, la poesia: sapeva infatti

che il maestro greco pensava a un'altra e ben più rigorosa forma di controllo dei bisogni e

superamento dei piaceri, ma sapeva anche che la "morale mondana" che andava cercando non

poteva reggersi sulle astrazioni filosofiche.

Si tratta di una raccolta di 103 componimenti lirici in 4 libri. Vari sono i metri.

L'ordinamento interno delle due raccolte segue il criterio proprio della poesia alessandrino, per la

quale i libri poetici dovevano rispondere a una raffinata architettura. Le odi collocate in posizione

di rilievo sono indirizzate a personaggi importanti: Mecenate, Augusto, Asinio Pollione, Virgilio. In

altri casi i destinatari sono personaggi di secondo piano, oppure immaginari o non riconoscibili,

come la celebre Leuconoe. Nelle odi proemiali e conclusive sono spesso trattate questioni di

poetica.

Dopo la pubblicazione dei primi tre libri delle "Odi", su commissione di Augusto, Orazio compone il

"Carmen saeculare"; riprende poi l'attività lirica con il IV libro. Anche se alcune di queste odi

mostrano un'ispirazione simile a quelle più antiche, nell'ultimo libro prevale tuttavia la tematica

politica, civile e romana. Lo stile e la composizione sono più elevati.

La scelta programmatica di comporre carmi che si situano nella tradizione lirica greca è dichiarata

da Orazio, che esprime l'ambizione di essere collocato tra i "lyrici vates": ciò è segno di una

predilezione verso la lirica greca arcaica monodica - la poesia cioè di Saffo e Alceo. La critica

rileva l'importanza dell'influenza callimachea, soprattutto per quanto riguarda l'architettura

compositiva dei libri e delle singole odi, basata sulla commistione dei generi.

L'emulazione, invece, di modelli arcaici porta spesso allo sviluppo nuovo e originale di uno spunto

offerto dal poeta antico: si pensi all'allegoria della nave, al contrasto tra il gelido inverno e il calore

del simposio. In molti casi il modello greco fornisce lo spunto (il "motto"), talora attraverso una

citazione facilmente riconoscibile che costituisce l'avvio di un discorso.

Il richiamo ai lirici greci è più volte sottolineato da Orazio, che così rimarca il distacco dalla poesia

neoterica, affiancandolo alla rivendicazione degli elementi innovativi che egli porta alla poesia

latina.

Le "Odi" presentano una grande molteplicità di temi, e vanno dalla meditazione sulla precarietà

della vita e sulla morte all'amore, dalla rivendicazione della poesia come valore assoluto in grado

di vincere il tempo ai temi civili. Il motivo gnomico del "carpe diem", evocato nella lode a

Leuconoe, può essere definito uno dei più importanti.

Un altro tema che percorre le "Odi" è quello del simposio, come occasione di piacere e di

riflessione, intrecciato quindi ad altre tematiche di derivazione epicurea, che possono essere

appunto la brevità della vita o il perseguimento dell'"autàrkeia" e della "mediocritas"; talora al

simposio si intreccia il motivo del paesaggio e della natura.

Per chiarire i caratteri del tema erotico in Orazio è particolarmente illuminante il confronto con

l'elegia amorosa contemporanea: di questa manca totalmente il senso drammatico di

un'esperienza amorosa intensa e assoluta, le passioni sono viste con un disincanto non privo di

amarezza: i singoli carmi narrano con leggerezza episodi circoscritti, cogliendo con nitida

perfezione attimi e figure diverse; anche se il sentimento si fa strada, esso viene sempre

contemperato dal dominio esercitato dalla filosofia, volta alla ricerca della "tranquillitas animi".

Altre volte l'innovazione, caratteristica sempre perseguita da Orazio, porta a un radicale

rinnovamento di un tema, quello del "canto presso la porta chiusa", che era stato sviluppato a

partire dalla lirica greca arcaica sino all'ellenismo: i toni patetici della tradizione vengono dismessi

per far spazio a quelli della feroce invettiva.

Il tema della poesia civile contraddistingue le prime sei lodi del III libro, le cosiddette "odi romane",

che traggono spunto da Alceo; in Orazio tuttavia manca, data la diversità di contesto storico e

culturale, la passione che nel poeta greco derivava dalla lotta politica vissuta in prima persona: il

tono è infatti più distaccato e celebrativo. Il tema civile è collegato a quello dell'immortalità della

poesia, nella descrizione, piena di sacralità, della ieratica cadenza con cui il pontefice sale le scale

del Campidoglio accompagnato dalla Vestale.

Il "Carmen saeculare" fu composto da Orazio in occasione dei "ludi saeculares", su sollecitazione

di Augusto, e rappresenta la sua consacrazione a poeta ufficiale; fu cantato il 3 giugno del 17 a.C.,

ultimo giorno dei "ludi", da un coro di 27 ragazzi e 27 fanciulle di nobile famiglia.

Il carme oraziano esalta la nuova epoca di pace e prosperità inaugurata dal principato di Augusto,

magnificando il destino egemonico ed eterno di Roma, secondo uno schema che vede dapprima

un'invocazione agli dei, perché concedano a Roma pace e prosperità, con l'interposizione della

rievocazione della leggenda di Enea e dell'esaltazione di Augusto; segue la certezza sulla

clemenza delle due divinità invocate per prime. Il carme si conclude infine con un breve epilogo in

cui il coro dichiara la sua fede nella clemenza di Giove e di tutti gli dei.

Con la pubblicazione nel 20 a.C. del I libro delle "Epistole", Orazio manifesta la scelta di

riprendere la poesia in esametri, riannodando il filo con la precedente poesia satirica,

denominando anche questi nuovi componimenti con il termine di "Sermones".

Non mancano aspetti di novità soprattutto a livello stilistico: Orazio infatti sceglie la forma

dell'epistola in versi, della quale sino ad allora si avevano rari esempi nella letteratura latina,

mentre assai comune era l'epistola in prosa. La scelta formale impone all'autore una restrizione

per quanto riguarda i contenuti, in cui acquistano maggiore importanza i motivi autobiografici e

speculativi.

Muta anche il contesto geografico: nel I libro delle "Epistole" la localizzazione è quella della villa in

Sabina e particolare risalto acquisisce la vita in campagna, con il suo paesaggio ameno e i suoi

ritmi tranquilli. Il significato della scelta del poeta è chiarito dalla prima epistola, dedicata a

Mecenate, nella quale Orazio annuncia la sua decisione di rinunciare al genere lirico per comporre

un breve, essenziale trattato di etica. Nelle "Epistole" vi è, infatti, non una trattazione teorica di

principi dottrinari, ma piuttosto la proposta di uno stile di vita volto fondamentalmente a mantenere

la tranquillità dell'animo. Il tema della serenità data dalla filosofia è ripreso con pacata autoironia

ad esempio anche nell'epistola indirizzata a Tibullo, ma altrove Orazio stesso confessa la sua

scontentezza.

Nel I libro è presente anche il tema della critica letteraria: Orazio si scaglia contro gli imitatori

pedissequi.

Il tema letterario è ripreso ampiamente nel II libro delle "Epistole", costituito dall'epistola ad

Augusto e da quella a Floro.

L'epistola ad Augusto tratta della possibile rinascita del teatro latino, al quale il "princeps" era

interessato nel quadro generale di restaurazione degli antichi valori. Avendo infatti un carattere

popolare, la rappresentazione di nuove opere drammatiche, adeguatamente conformate dai loro

autori all'ideologia dominante, avrebbe potuto costituire una strumento atto ad assicurare una più

larga diffusione di quei valori, rispetto alla lettura o alla recitazione nell'ambito di ristretti circoli

culturali o aristocratici. Riguardo a questo progetto, tuttavia, Orazio si mostra piuttosto incredulo

considerando incompatibile con i gusti grossolani del pubblico una produzione teatrale di qualità.

Quest'ultima, per Orazio, deve distaccarsi dall'antica tradizione, le cui forme espressive gli

appaiono goffe e poco raffinate. Il poeta si schiera con i moderni in nome di un'arte più colta ed

elegante, che, per queste caratteristiche elitarie, risulta destinata più alla lettura che alla

rappresentazione. Di tono più autobiografico è l'epistola a Floro, nella quale Orazio giustifica il suo

allontanarsi dalla poesia con l'esigenza di riservare gli ultimi anni di vita alla filosofia.

L'"Ars poetica" è una lunga epistola, nella quale Orazio tratta una serie di temi relativi a forma e

contenuto della poesia, ai generi drammatici (in particolare la tragedia), alle qualità specifiche

richieste al poeta. L'epistola è sostanzialmente basata sulla dottrina aristotelica, ma risente anche

- soprattutto riguardo all'esigenza di perfezione formale - dell'estetica di Callimaco. Per Orazio,

che aveva fatto sua er sviluppato con convinzione proprio questa ricerca di perfezione, nel grande

artista si coniugano l'"ars", ovvero la maestria formale e l'"ingenium", cioè il talento naturale.

Riguardo al teatro tragico viene elencata una serie di precetti di chiara derivazione aristotelica;

Orazio insiste in particolare sull'unità d'azione, che riprende il passo aristotelico, laddove il filosofo

individua come caratteristica della tragedia il fatto che sia condotta da personaggi in azione e non

esposta in maniera narrativa.

Gli "Epodi"

Si tratta di una raccolta di 17 carmi composti fra il 41 e il 30 a.C. (anno della pubblicazione),

disposti secondo un criterio metrico e non cronologico: il termine epodo propriamente indica un

distico formato da un verso più lungo seguito da uno più breve:

• Epodo 1: è dedicato a Mecenate che sta per partire per la guerra di Azio.

• Epodo 2: è un entusiastico elogio della vita della campagna da parte di Alfio, un

usuraio di città.

• Epodo 3: è un'invettiva ironica contro l'aglio e contro Mecenate che, durante una

gita in campagna, lo ha fatto mangiare a tradimento al poeta.

• Epodo 4: è un'invettiva contro un liberto che, divenuto cavaliere e tribuno militare, si

comporta in modo superbo.

• Epodo 5: è un'invettiva contro la strega Canidia, che prepara un filtro magico per

riconquistare l'amore del giovane Varo che l'ha abbandonata.

• Epodo 6: è un'invettiva contro un ignoto calunniatore.

• Epodo 7: il poeta, rivolgendosi direttamente al popolo romano, esprime il suo

sdegno alla vigilia di una nuova guerra civile.

• Epodo 8: è un feroce attacco nei confronti di una vecchia depravata e lussuriosa.

• Epodo 9: giunta a Roma la notizia della vittoria ad Azio, il poeta invita Mecenate a

festeggiare con un banchetto.

• Epodo 10: è un'invettiva contro un poetastro di nome Mevio.

• Epodo 11: il poeta confida all'amico Pettio di non provare gioia nel comporre versi

perché è tormentato da un amore infelice.

• Epodo 12: è una nuova invettiva contro una vecchia dissoluta.

• Epodo 13: è un invito a bere per scacciare la tristezza dell'inverno.

• Epodo 14: il poeta si scusa con Mecenate perché un'estenuante inerzia gli ha

impedito di completare la composizione di un epodo che gli aveva promesso.

• Epodo 15: è dedicato a Neera, la donna amata dal poeta.

• Epodo 16: il poeta, amareggiato dalle guerre civili, si rivolge al popolo romano

invitandolo ad abbandonare la patria per cercare le utopiche Isole dei Beati.

• Epodo 17: è una nuova invettiva contro Canidia.

Le "Satire"

Si tratta di 18 componimenti in esametri distribuiti in 2 libri, pubblicati il I forse nel 35 a.C. (e

comunque non dopo il 33), e l'altro nel 30 a.C. Le satire del II libro sono in forma dialogica.

Libro I:

• Satira 1: dopo aver dimostrato con una serie di esempi che nessuno è contento

della propria condizione di vita, Orazio sviluppa il tema dell'avarizia. E' dedicata a Mecenate.

• Satira 2: partendo dal tema del giusto mezzo, si denunciano i pericoli dell'adulterio.

• Satira 3: dal momento che nessuno è esente da vizi, bisogna essere indulgenti con

quelli degli amici e con la ragione distinguere le colpe secondo la gravità.

• Satira 4: Orazio si difende dalle critiche suscitate dalle sue prime satire

richiamandosi all'inventore del genere, Lucilio.

• Satira 5: è descritto il viaggio di Orazio, Mecenate e Virgilio da Roma a Brindisi.

• Satira 6: è una riflessione di Orazio sulla propria condizione sociale di figlio di un

liberto e sui suoi rapporti con Mecenate.

• Satira 7: sarcastica presentazione del battibecco tra un facoltoso commerciante

italo-greco e un proscritto di Preneste.

• Satira 8: una statua lignea raffigurante il dio della fertilità Priapo racconta le

tragicomiche peripezie notturne di due fattucchiere sull'Esquilino.

• Satira 9: durante una passeggiata lungo la Via Sacra, Orazio è abbordato da un

seccatore.

• Satira 10: Orazio ribadisce il suo apprezzamento per l'umorismo di Lucilio, ma ne

critica lo stile, "che scorre fangoso" privo del necessario "labor limae".

Libro II:

• Satira 1: Orazio difende il valore morale e poetico delle proprie satire.

• Satira 2: un contadino di Venosa, Ofello, biasima il lusso delle mense.

• Satira 3: Damasippo espone a Orazio le teorie del filosofo stoico Stertino, per il

quale tutti gli uomini, con la sola eccezione del filosofo, sono pazzi.

• Satira 4: Orazio si imbatte nell'amico Cazio che fa una lunga esposizione di precetti

di arte culinaria.

• Satira 5: è un dialogo fra Ulisse e Tiresia in un immaginario seguito della discesa

agli Inferi dell'"Odissea": l'indovino indica a Ulisse il modo di rifarsi del patrimonio dilapidato

dai Proci andando a caccia di eredità.

• Satira 6: Orazio ringrazia Mecenate per avergli fatto dono di una villa in Sabina. Il

confronto tra città e campagna è esemplificato dalla favola del topo di città e del topo di

campagna.

• Satira 7: Davo, fedele schiavo di Orazio, approfitta della libertà di parola concessa

agli schiavi in occasione delle feste dei "Saturnalia" per tacciare il proprio padrone di

incoerenza e volubilità.

• Satira 8: Orazio incontra Fundanio, che gli racconta della cena organizzata con

esagerata abbondanza dal ricco cafone Nasidieno Rufo in onore di Mecenate.

Le "Epistole"

La raccolta si compone di 2 libri: un primo libro di 20 epistole composte tra il 23 e il 20 a.C. e

pubblicate nel 20 a.C., e di tre lunghe epistole scritte successivamente e unite al primo nucleo

come II libro, forse pubblicato postumo.

Libro I:

• Epistola 1: è indirizzata a Mecenate, contiene la motivazione della scelta del genere

satirico.

• Epistola 2: è indirizzata al giovane Lollio Massimo che stava facendo il suo

apprendistato oratorio in una scuola di retorica, tratta dell'interpretazione allegorica delle

opere di Omero.

• Epistola 3: è una richiesta di informazioni sull'attività letteraria di Giulio Floro e dei

suoi coetanei che stanno scortando Nerone in missione diplomatica in Oriente.

• Epistola 4: è indirizzata con scopo consolatorio a un poeta di nome Albio

(identificabile in Tibullo), tratta dei precetti fondamentali dell'epicureismo.

• Epistola 5: è un invito a cena rivolto al celebre avvocato Torquato.

• Epistola 6: è indirizzata a Numicio, indica nel "nil admirari" ("non meravigliarci di

nulla") la via filosofica della serenità.

• Epistola 7: è indirizzata a Mecenate che lo aveva convocato a Roma nel periodo più

caldo dell'anno, Orazio risponde rivendicando il proprio diritto di godere dei benefici della

villa sabina.

• Epistola 8: è indirizzata a Celso Albinovano, segretario di Tiberio: Orazio lamenta di

essere in preda all'accidia che gli causa instabilità, paralisi della volontà e insofferenza per

ogni possibile rimedio.

• Epistola 9: è una lettera di raccomandazione a Tiberio in favore dell'amico Settimio.

• Epistola 10: è indirizzata all'amico Aristio Fusco, contiene un confronto fra la vita di

città e quella di campagna.

• Epistola 11: è indirizzata a Bullazio, tratta del tema dell'affannoso spostarsi da un

luogo all'altro nell'illusoria ricerca della tranquillità interiore.

• Epistola 12: è indirizzata all'amministratore dei possedimenti di Agrippa in Sicilia,

Iccio, che si diletta di teorie scientifico-naturalistiche di stampo democriteo ed epicureo.

• Epistola 13: è indirizzata a Vinnio Asina incaricato di consegnare ad Augusto dei

"volumnia" (forse i primi tre libri delle "Odi").

• Epistola 14: è indirizzata al fattore della villa in Sabina, tratta della vita in campagna

in confronto con quella a Roma.

• Epistola 15: Orazio chiede informazioni a Numonio Vala per una villeggiatura a

Salerno e Velia.

• Epistola 16: è indirizzata a Quinzio, l'epistola tratta dell'ideale stoico della virtù e

della qualità del "vir bonus".

• Epistola 17: è indirizzata a Sceva, affronta il problema del rapporto con i potenti.

• Epistola 18: è indirizzata a Lollio Massimo, tratta del problema dei rapporti fra il

"cliens" e il suo "patronus".

• Epistola 19: Orazio ribadisce con orgoglio il fatto di essere stato il primo ad aver

imboccato la via non ancora calpestata della lirica di tradizione greca e difende le proprie

scelte poetiche. L'epistola è indirizzata a Mecenate.

• Epistola 20: è indirizzata al libro stesso, l'epistola è una sorta di commiato dai lettori.

Libro II:

• Epistola 1: è indirizzata ad Augusto, Orazio si dimostra scettico difronte al tentativo

promosso da Augusto di rilanciare il teatro latino e critica l'ammirazione per la poesia

arcaica.

• Epistola 2: è rivolta a Floro, contiene il congedo di Orazio dalla poesia.

• Ars poetica: sebbene non faccia formalmente parte del II libro delle "Epistole",

l'epistola ai Pisoni, più comunemente nota come "Ars poetica", è tradizionalmente associata

ad esso. Contiene precetti generali sulla composizione poetica, tratta dei generi letterari,

delle loro regole e della loro storia, dell'ispirazione e della missione del poeta.

Lingua e stile

Il carattere che forse più di ogni altro pervade l'opera di Orazio è la ricercatezza formale, sia

quando egli aspira al sublime, come in alcune odi, sia quando lo stile risulta apparentemente

semplice e spontaneo, come in talune satire. Esso è sempre frutto del "labor limae", dell'accurata

scelta del vocabolo (evitando arcaismi, neologismi, diminutivi), della sua collocazione nel verso,

del sagace e creativo accostamento di termini (la "callida iunctura").

La sintassi tende ad essere semplice e a evitare, in genere, strutture troppo contorte od oscure;

sono presenti talora costruzioni ellittiche ed è frequente l'uso dell'iperbato e dell'"enjembement".

Un'altra caratteristica dello stile oraziano è la varietà, che si realizza innanzi tutto nella ricchezza

dei metri.

Nelle "Odi", la scelta dei metri risponde a raffinate esigenze compositive, ad esempio per

evidenziare corrispondenze tematiche.

Un altro importante strumento con cui Orazio persegue la "varietas" è l'ampio spettro di registri

stilistici utilizzati. La corrispondenza tra registri stilistici e temi, evidente già nello sperimentalismo

degli "Epodi", dove la gamma si estende dal patetico al turpe. Varietà e duttilità sono ancor

maggiori nelle "Satire". Lo stile di fondo delle "Satire" è misurato, teso a una "medietas" che

rappresenta il tentativo di trasporre in poesia i modi della "conversazione urbana". Ne è

consapevole Orazio stesso che denuncia la scarsa poeticità del suo "sermo" chiamandosi

paradossalmente fuori dal novero dei poeti.

Orazio dunque "chiacchiera", concatenando spesso frasi e argomenti tramite l'artificio

dell'"enjembement"; non teme di iniziare i suoi versi con forme di passaggio decisamente

prosastiche: accetta perfino di contaminare il lessico con qualche forma linguistica "bassa", anche

se rifiuta termini o espressioni scurrili. Non mancano però innalzamenti del registro stilistico; questi

corrispondo per lo più a intenti parodistici nei confronti dell'"epos".

Nelle "Odi" la gamma dei registri stilistici diviene ancora più ricca, e include adattamenti di modelli

di lirica greca. La novità dell'esperienza lirica oraziana consiste in una ricezione selettiva dei

modelli greci, tramite la ricerca di immagini o espressioni (come quelle arcaiche: la nave allegoria

dello Stato, l'ebrezza del vino, il freddo paesaggio invernale) poste spesso allusivamente all'inizio

dei suoi carmi. A seconda della varietà dei temi romani squisitamente "oraziani", Orazio elabora

soluzioni stilistiche adeguate, e lo fa per lo più tramite un lessico scelto e limitato, un'accurata

disposizione delle parole (le "callidae iuncturae"), una sintassi lineare. L'esito di tutto ciò è

un'armonia tematica e stilistica davvero "classica", dove non è quasi più possibile distinguere ciò

che è romano da ciò che è greco.

La fortuna

La fama di Orazio comincia quando il poeta è ancora in vita, dal momento che, dopo la morte di

Virgilio (19 a.C.), gli veniva ormai riconosciuto il ruolo di vate nazionale.

Dopo la morte, l'opera lirica di Orazio non trova veri continuatori, mentre le "Satire" ispirano molti

autori. Il poeta diviene immediatamente un classico e, come tale, un autore da studiare nelle

scuole e un oggetto di studio dei critici. Nel basso Medioevo vengono lette soprattutto le "Satire" e

le "Epistole".

La tendenza classicista impone Orazio a tutta l'Europa: l'"Ars poetica" ha un'importanza notevole

nella definizione della poetica del Classicismo, determinando innanzi tutto la convinzione

dell'opportunità e necessità di un canone artistico.

Il Romanticismo invece segna il punto di maggior distanza dallo spirito e dal gusto del tempo

rispetto a Orazio, considerato il modello della classicità.

Il '900 sembra relativamente affascinato dai temi classici oraziani.

Publio Ovidio Nasone

La vita

Publio Ovidio Nasone nacque nel 43 a.C. a Sulmona, nell'odierno Abruzzo, da famiglia agiata

appartenente all'ordine equestre; ciò che si sa della sua vita è raccontato da lui stesso in un

maturo componimento autobiografico, il "Tristia".

Giovanissimo, fu inviato a Roma, perché potesse frequentare le migliori scuole retoriche e avviarsi

alla carriera politica e forense. Ovidio frustrò le aspirazioni della famiglia e si dedicò interamente

alla poesia. Egli visse a Roma, in stretto contatto con la corte augustea e in rapporto con i

maggiori intellettuali del tempo. Conobbe infatti Orazio, Properzio e, superficialmente, Virgilio.

Dovette separarsi dalla moglie, nell'8 d.C., per effetto dell'imposizione di Augusto che lo relegò per

sempre a Tomi; anche se comunemente si parla di "esilio", si sa che si trattò in realtà di una

"relegatio", che non comportava la perdita dei diritti di cittadinanza e la confisca dei beni. Non si

conoscono con certezza i motivi di tale allontanamento da Roma.

Egli comunque parla, riguardo all'esilio, di un "carmen" ("una poesia") e di un "error" ("uno sbaglio

lieve") che lo causarono; e a ciò allude anche in altri suoi versi. Senz'altro la sua poesia

disimpegnata e talora sensuale (in particolare l'"Ars amatoria") non dovette piacere troppo al

"princeps", che stava attuando un rigido piano moralistico di difesa dei costumi romani; e, per

quanto concerne l'"error", c'è chi ha pensato a un suo coinvolgimento, anche solo come complice

o incolpevole spettatore, in qualche scandalo di corte.

Una poesia varia

La sua abbondante produzione letteraria si caratterizza per una ricerca costante di varietà e

sperimentalismo.

Intorno al 20 a.C. egli pubblicò i 5 libri di elegie chiamati "Amores" e in anni successivi, forse in

fasi diverse, compose le "Heroides", lettere d'amore fittizie tra personaggi mitologici. Sono in oltre

databili tra l'1 a.C. e l'1 d.C. almeno i primi due libri dei 3 dell'"Ars amatoria", poema didascalico in

metro elegiaco che "insegna" l'amore con tono leggero e divertito, e appartengono più o meno a

questa fase altri due poemetti didascalici: i "Remedia amoris", precetti per alleviare le pene

d'amore, i "Medicamina faciei femineae, dedicati al trucco femminile e, con tutta probabilità, anche

la perduta tragedia "Medea".

Fu forse un maggiore avvicinamento all'"entourage" augusteo a spingere Ovidio verso una poesia

più impegnativa, come i 15 libri delle "Metamorfosi", poema epico in esametri sulle trasformazione

celebri. Siamo intorno al 3 d.C. e negli stessi anni il poeta ideò un'opera in metro elegiaco, i

"Fasti", per spiegare l'origine delle feste del calendario romano.

Tristezza, malinconia, insieme a umilianti richieste di perdono contrassegnano la poesia in metro

elegiaco dell'esilio, dai 5 libri dei "Tristia" alle successive "Epistulae ex Ponto", indirizzate agli

amici di Roma. E' di questa fase anche un poemetto di invettiva, l'"Ibis".

Gli "Amores" sono una raccolta di poesie in metro elegiaco dove, accanto all'influsso tibulliano e

properziano, vi sono importanti segni di originalità. La scelta elegiaca non deriva solo dalla propria

particolare ispirazione, ma anche dalla consapevolezza che tra i suoi contemporanei avrebbe

trovato un pubblico interessato ai temi amorosi leggeri, privi di preoccupazioni moralistiche. Il tema

topico del "servitium amoris" non è infatti più rivolto a una persona, ma allo stesso Amore, e la

Corinna che appare in alcune poesie è figura più letteraria che reale.

La stessa "militia" amorosa è vista più con divertita ironia che con sofferta sudditanza e, d'altra

parte, non potrebbe essere diversamente per un uomo a cui le donne, per sua stessa

ammissione, "piacciono tutte": egli non può dunque, per parte sua, chiedere fedeltà, ma solo

pregare la sua donna di sapere dissimulare l'infedeltà. Infatti "una donna non pecca se è in grado

di negare di aver peccato", a ulteriore dimostrazione del "relativismo sentimentale" del poeta, che

assume qui il ruolo di cantore lieto, quasi scherzoso, dei "teneri amori".

Il gusto ovidiano per lo sperimentalismo attraverso la contaminazione di temi e toni di generi

letterari diversi, è anche alla base della composizione delle "Heroides". Rendere protagoniste di

vicende amorose, espresse in metro elegiaco e per lo più con toni dolorosi, eroine "sottratte" alla

tradizione della poesia epica o tragica significa infatti affermare una libertà e un'indipendenza

letteraria del tutto inconsuete. Emergono però figure femminili assai poco eroiche e rese invece

con tratti umanissimi da un poeta abile sia nell'esasperare, ove necessario, i toni patetici delle loro

parole, sia nel proporre una loro accurata introspezione psicologica. Il ricorso al mito è dunque

funzionale a fornire all'artista originali stimoli letterari e nuovi elementi esornativi.

Cospicui sono i debiti verso la cultura retorica del tempo, poiché le lettere con le quali le donne si

rivolgono agli amanti lontani risentono della struttura delle "suasoriae".

Ovidio sceglie di comporre opere didascaliche legate a temi d'amore o comunque leggeri, e di

scriverle in metro elegiaco: ciò rappresenta da un lato il tentativo di creare una continuità con la

poesia degli "Amores", ma dall'altro sancisce proprio la fine dell'elegia latina come era conosciuta

fino ad allora.

Applicare all'"Ars amatoria" l'epica didascalica per insegnare agli uomini come conquistare le

donne e mantenerne l'amore, ma anche alle donne come conquistare gli uomini, è evidentemente

una doppia provocazione.

Da un lato si tratta di una provocazione letteraria, di un raffinato modo per contaminare l'elegia

latina - d'argomento amoroso - con il genere didascalico. Ovidio si propone dunque al suo

pubblico come "maestro" d'amore e, soprattutto, di galanteria.

Dall'altro lato la fotografia di una Roma fatta di spettacoli circensi o teatrali, feste, banchetti, luoghi

ameni, che costituisce lo sfondo delle situazioni amorose della poesia ovidiana, non poteva che

risultare provocatoria, quasi dissacrante, rispetto a quella gradita all'austero moralismo augusteo.

Infatti, proprio mentre il "princeps" cerca di richiamare i suoi "cives" al recupero del "mos maiorum"

e della religione patria attraverso un'opera di costante propaganda, e con una severa legislazione

cerca di limitare la piaga sociale dell'adulterio, Ovidio esalta nell'"Ars amatoria" una dimensione

della vita fatta di sensualità ed edonismo. L'amore è qui, ancor più che negli "Amores", puro

"lusus" (cioè "gioco"), e gli "excursus" mitologici o storici hanno solamente valore ornamentale.

Il poeta, in realtà, abbozza nel proemio dell'opera un'autodifesa preventiva: afferma infatti di non

rivolgersi o riferirsi alle "matronae", ma a un universo femminile di livello sociale più basso e di

costumi più liberi. E' però evidente la debolezza di queste argomentazioni, dato che il poema

ovidiano riecheggia proprio la "bella vita" dei salotti alla moda di Roma.

Meno successo ebbero le altre due opere di impianto didascalico scritte in metro elegiaco. I

"Medicamina faciei femineae" (cioè i "Cosmetici femminili"), poema del quale sono giunti solo un

centinaio di versi, nascono dalla fuso del gusto alessandrino per argomenti poetici rari e

tecnicistici con l'acuta osservazione delle nuove tendenze dalla moda femminile di età augustea.

I "Remedia amoris" (cioè i "Rimedi d'amore") sono invece concepiti come una sorta di integrazione

dell'"Ars amatoria" e propongono alcuni "exempla" utili stavolta a liberarsi dalle pene d'amore. Ma

la ricerca di rimedi all'amore rappresenta anche la fine di tutta un'esperienza poetica. Ovidio,

infatti, ha così portato all'estremo nell'elegia erotica quel processo di distacco dalla materia, di

allontanamento dalla componente passionale ed emotiva.

Nelle "Metamorfosi" e nei "Fasti" è presente una contaminazione tra i vari generi letterari, che

muove da una profonda e rispettosa conoscenza della tradizione letteraria. La trasgressione

ovidiana non è un capriccio fine a se stesso, ma lo sforzo per far continuare a vivere, pur se in

modi diversi, forme letterarie che rischiavano di cadere uno stanco e sterile manierismo.

Nelle "Metamorfosi" convivono esperienze tra loro assai diverse, anche se l'utilizzo dell'esametro

e l'ampia struttura in 15 libri avvicinano l'opera alla tradizione epica.

La narrazione in esametri di una serie ininterrotta di metamorfosi, a partire dal caos originario per

giungere all'età presente, richiama alcuni importanti precedenti letterari greci:

• La "Teogonia" di Esiodo è il modello strutturale del poema ovidiano;

• Gli "Aitia" di Callimaco sono, con la loro erudizione e raffinatezza, un modello per la

ricerca dell'eleganza formale che è propria di Ovidio;

• Alcuni poemi, oggi perduti, di età ellenistico-romana che riguardavano

specificamente la metamorfosi dovettero fornire a Ovidio materia mitologica.

I 250 miti metamorfici si susseguono secondo un filo conduttore solo debolmente cronologico,

poiché in realtà i diversi episodi sono accostati nei modi più vari: ad esempio per analogie o per

antitesi, come pure per agganci dovuti alla menzione di nomi propri, località geografiche, o altro.

Non di rado, inoltre, il narratore lascia spazio ai suoi stessi personaggi, ai quali fa descrivere

alcuni episodi con la raffinata tecnica dell'incastro.

Diversamente dalle opere virgiliane i 15 libri in cui sono articolate le "Metamorfosi" non

rappresentano un "perpetuum carmen", e cioè una spettacolare e ininterrotta sequenza di

immagini poetiche. La metamorfosi è posta con enfatica evidenza al centro della narrazione,

mentre talora si sviluppa parallelamente al mito principale, creando nel testo una fitta serie di

corrispondenze.

Impressionante è la varietà di toni e registri stilistici dell'opera, conseguenza diretta dell'enorme

varietà di temi, tra i quali si trovano la religiosità, l'amore, il dolore, la allusioni patriottiche o

filoaugustee.

L'involucro esteriore del poema epico è dunque riempito con forme e contenuti innovativi, che

fanno sentire l'opera come distante dalla tradizione del genere letterario. D'altra parte la stessa

esasperazione del soggettivismo del narratore, che interviene sovente in prima persona o affida ai

personaggi alcuni racconti, modifica del tutto il tradizionale punto di vista oggettivo dell'"epos".

Manca qualunque eroe che funga da riferimento etico (ad esempio il "pius Aeneas"), come era

tradizione dell'"epos"; e la stessa scelta di miti di trasformazione e di movimento indica invece un

certo relativismo del poeta, che rinuncia a un processo di interpretazione della realtà; la

prospettiva encomiastica filoaugustea del poema è nel complesso piuttosto blanda e poco

convinta. Il mito ha così perso le profonde valenze etiche e religiose care alla cultura romana per

subire un processo di laicizzazione che lo porta a essere materia più adatta agli intenti artistici di

un poeta che scrive soprattutto per divertirsi, per divertire ed entusiasmare il suo pubblico.

Con i "Fasti" - incompiuti, poiché dei 12 libri previsti ne furono composti solo 6 - Ovidio voleva

scrivere un poema in metro elegiaco che spiegasse l'origine, mese per mese, del calendario

romano.

La vastità della materia porta Ovidio a desumere notizie di tipo antiquario da fonti assai diverse:

dagli "Annales" dei pontefici, all'epica di Ennio, agli studi eruditi di Varrone e Verrio Flacco,

all'opera storiografica di Tito Livio, non disdegnando di accostare a tutto ciò miti desunti dalla

letteratura greca. Ne risulta, alla stregua delle "Metamorfosi", un poema che alterna argomenti,

temi, toni e registri stilistici assai diversi.

Certamente il recupero delle tradizioni patrie civili e religiose e il tentativo di connetterle alla

struttura del calendario rappresentavano un progetto ideologicamente vicino alla mentalità

augustea. Infatti il "princeps" aveva promosso la valorizzazione delle antichità nazionali e il ricordo

dei maggiori anniversari della storia romana: tra questi spiccava la fondazione dell'Urbe, che

Ovidio rievoca scagionando Romolo (figura cui Augusto si ispirava) dall'infamante accusa di aver

ucciso il fratello Remo.

Il calendario aveva da poco recepito ricorrenze relative a eventi della vita politico-militare di Giulio

Cesare, Augusto e Tiberio. Dunque Ovidio ha composto un'opera più consona ai gusti

dell'ambiente di corte da lui frequentato. Allo stesso modo, però, si deve riscontrare il distacco,

talora ironico, mostrato dal poeta davanti alla materia del suo canto, nel quale prevalgono gli

intenti artistici su quelli didattici: Ovidio, infatti, puntava ancora una volta a solleticare il gusto

estetico del suo lettore. Lettore che egli sapeva essere dotto e raffinato, e che pertanto rinuncia a

indottrinare con valori ai quali egli stesso si accostava con spirito scettico e disincantato. Si può

così parlare di un tentativo di poesia "augustea", per certi versi non del tutto riuscito.

L'esilio a Tomi, sul mar Nero, dell'8 d.C., segnò nella vita del poeta una brusca frattura: si trovò a

vivere ai confini dell'Impero, in una città inospitale i cui rozzi abitanti parlavano a malapena il

latino. Nonostante ciò, Ovidio continuò a scrivere versi, inaugurando una nuova stagione di poesia

attraverso la ripresa del genere elegiaco.

Nascono così due raccolte, i "Tristia" e le "Epistulae ex Ponto". Il poeta conserva uno degli

elementi distintivi dell'elegia romana, cioè il legame vita-poesia.

La triste esperienza personale diventa infatti oggetto esclusivo della sua poesia: Ovidio riflette

sulla condizione di esule costretto a vivere lontano da Roma e dagli affetti più cari e sulla sua

incapacità ad accettare questa nuova situazione. Egli dunque si ripiega su se stesso, analizzando

il suo stato d'animo, ed esprime con toni malinconici e lamentosi il suo dolore. Il poeta recupera

così, con questa elegia definita "triste" in contrapposizione a quella "lieta" dell'età giovanile, la

funzione originaria che la letteratura greca attribuiva a questo genere letterario, cioè quella del

lamento funebre e del pianto. Per lui l'esilio è infatti una specie di morte civile e l'esiliato un

"cadavere vivente" e pertanto l'elegia diviene l'unica forma adatta alla situazione del poeta che si

lamenta della sua sorte. Ovidio, soprattutto nel I libro dei "Tristia", esprime il suo rimpianto per

Roma e per la sua vita brillante e il dolore per gli affetti familiari lontani.

Il II libro è invece costituito da un'unica lunga elegia destinata ad Augusto: Ovidio, che sperava

ancora che il provvedimento potesse essere revocato o che ci potesse essere almeno un

cambiamento di destinazione, cerca di scagionare la sua poesia dall'accusa di moralità e di

difendere la sua condotta.

Nei 3 libri successivi, compaiono con maggior frequenza elegie rivolte a un destinatario preciso

(non esplicitamente nominato per paura di eventuali ripercussioni); in questi componimenti oltre

all'infelice condizione del poeta, viene descritta la desolazione del paese inospitale. Ovidio

assegna però alla poesia un compito alto, che non è solo di consolazione al suo dolore. Egli

chiede infatti aiuto per superare la negatività del presente, assicurandogli almeno fama, gloria,

immortalità nei secoli futuri.

Le "Epistulae ex Ponto" (scritte negli anni fra il 12 e il 16 d.C.), presentano una sostanziale

continuità di temi con i "Tristia". Si tratta di vere e proprie lettere in versi. Egli chiede con

insistenza agli amici influenti di aiutarlo a rientrare in patria, ma tutti i tentativi sono destinati a

fallire: anche il potente Germanico, interlocutore privilegiato di molte lettere - ed egli stesso poeta -

sembra non voler ascoltare le suppliche ovidiane. Ne risulta pertanto un quadro sconsolato,

disperatamente pessimistico.

Negli anni dell'esilio, Ovidio scrisse anche un poemetto in distici elegiaci, l'"Ibis", con il quale

attaccava un anonimo personaggio che, con le sue accuse, cercava di trasformare la "relegatio"

del poeta in "exilium", in modo da impadronirsi dei suoi beni. Dapprima presenta una serie di

invettive contro il suo accusatore e poi elenca vicende di personaggi mitici e storici, vittime di

tremende sventure che Ovidio si augura possano colpire anche il suo rivale.

L'ampio corpus delle opere ovidiane viene tradizionalmente diviso in 3 parti corrispondenti a tre

periodi della sua vita: le opere erotico-didascaliche, le opere epico-mitologiche e quelle scritte

durante l'esilio. Si hanno inoltre notizie relative ad opere perdute o di dubbia attribuzione.

Opere erotico-didascaliche

• "Amores" ("Amori"): opera d'esordio di Ovidio, consiste in una raccolta di elegie

d'amore, dedicate a Corinna, in 3 libri, che fu pubblicata intorno all'1 d.C. Si tratta di 49

componimenti in distici elegiaci. Nuova è la concezione dell'amore inteso da Ovidio come un

"lusus", un gioco da vivere con distacco e senza coinvolgimento sentimentale.

• "Heroides" ("Eroine"): l'opera raccoglie 21 lettere in distici elegiaci, sempre di

argomento amoroso ma di contenuto mitologico. Ovidio infatti immagina che alcune eroine

del mito e un personaggio storicamente esistito, come la poetessa greca Saffo, scrivano

delle lettere ai loro mariti o amanti lontani. Solitamente le lettere vengono divise in due

gruppi: le prime 15 sarebbero state composte nello stesso periodo degli "Amores", mentre le

epistole 16-21 (che comprendono tre lettere delle eroine e anche le relative risposte degli

amanti) sarebbero state composte molto più tardi, negli anni immediatamente precedenti

all'esilio. Ovidio, servendosi di un genere letterario nuovo per la letteratura latina, trasferisce

le eroine del mito nella dimensione soggettiva dell'elegia romana.

• "Ars amatoria" o "Ars amandi" ("L'arte di amare"): L'opera, pubblicata fra l'1 a.C. e

l'1 d.C., è un trattato in 3 libri: i primi due, dedicati agli uomini, insegnano le tecniche per

sedurre e conquistare le donne, mentre il III insegna alle donne che cosa fare o non fare per

essere amate dagli uomini. Ovidio recupera lo schema e le convenzioni del poema

didascalico ma non il metro, in quanto l'opera è composta in distici elegiaci.

• "Remedia amoris" ("Rimedi per l'amore"): l'opera, un unico libro in distici elegiaci, è

concepita come una sorta di "ritrattazione" dell'"Ars amatoria": Ovidio infatti intende dare dei

consigli ai giovani su come possano liberarsi dall'amore. Quest'opera chiude il ciclo

didascalico sull'amore.

• "Medicamina faciei femineae" ("I cosmetici femminili"): opera incompleta in distici

elegiaci, tratta dei cosmetici utilizzati dalle donne romane e fornisce consigli e ricette.

Opere epico-mitologiche

• "Metamorfosi": poema epico-mitologico in 15 libri, composto prima dell'esilio.

L'opera si presenta come un "carmen perpetuum" che raccoglie una serie di vicende

indipendenti fra di loro, accomunate dal tema della trasformazione. Il poema parte dalle

origini del mondo per giungere al racconto della metamorfosi di Giulio Cesare in astro

celeste e alla celebrazione dello stesso Augusto.

• "Fasti" (sottinteso "dies", "I giorni festivi del calendario"): l'opera, scritta

contemporaneamente alle "Metamorfosi", è un poema erudito in distici elegiaci, che tratta

delle feste del calendario romano. L'opera fu interrotta al VI mese (cioè al mese di giugno).

Ovidio illustra il calendario romano (appena riformato da Cesare), soffermandosi in particolar

modo sui "dies fasti": spiega l'origine e le cause delle festività romane e degli antichi miti e

costumi.

Opere dell'esilio

• "Tristia" ("Tristezza"): è una raccolta di elegie in 5 libri, dedicate alla triste

esperienza dell'esilio. Il primo libro fu scritto durante il viaggio per Tomi (8 d.C.), mentre i

rimanenti fra il 9 e il 12 d.C. I componimenti, in distici elegiaci e per lo più in forma epistolare,

sono indirizzati alla moglie o agli amici (di cui però non fa il nome per non coinvolgerli nella

sua sventura) o ad Augusto. Il poeta si lamenta per l'esilio in una terra ostile e per la sua

lontananza da Roma, spesso rimpianta con toni nostalgici.

• "Epistulae ex Ponto" ("Lettere dal Ponto"): è costituita da 46 elegie raccolte in 4 libri.

I primi 3 libri furono pubblicati nel 13 d.C., il IV invece probabilmente postumo. Si tratta di

componimenti in distici elegiaci, scritti in forma epistolare e indirizzati ad amici e personaggi

che Ovidio pensava potessero aiutarlo a ritornare a Roma. Domina il tono malinconico e

nostalgico.

• "Ibis": poemetto in distici elegiaci. Scritto probabilmente fra l'11 e il 12 d.C., tratta

dell'ibis, un uccello che, secondo la tradizione, aveva abitudini coprofile. Ovidio rivolge una

serie di invettive contro un suo anonimo detrattore.

Opere perdute e di dubbia attribuzione

Alcune opere ovidiane non sono giunte al giorno d'oggi: fra queste si ricordano la "Medea", una

tragedia mai rappresentata; un poema di argomento mitologico intitolato "Gigantomachia"; alcuni

epigrammi e due poemetti scritti durante l'esilio per la morte o l'apoteosi di Augusto.

Sotto il nome di Ovidio, anche se si dubita della sua autenticità, è giunto un poemetto didascalico

in esametri intitolato "Halieutica" ("Sulla pesca"); l'opera, di cui rimangono poco più di un centinaio

di versi, tratta delle abitudini e delle tecniche di pesca degli abitanti di Tomi.

Ovidio, poeta della leggerezza e della rapidità

Le "Metamorfosi" sono il poema della rapidità: tutto deve succedersi a ritmo serrato, imporsi

all'immaginazione, ogni immagine deve sovrapporsi a un'altra immagine, acquistare evidenza,

dileguare.

Quando Ovidio sente il bisogno di cambiare ritmo, la prima cosa che fa non è cambiare il tempo

dei verbi ma la persona, passare dalla terza alla seconda, cioè introdurre il personaggio di cui sta

per raccontare rivolgendoglisi direttamente col tu. Il presente non è solamente nel tempo verbale

ma è la presenza stessa del personaggio che viene evocata. Anche quando i verbi sono al

passato, il vocativo opera un avvicinamento repentino. Questo procedimento è spesso usato

quando più soggetti compiono azioni parallele, per evitare la monotonia nell'elencazione.

Ci sono pure i momenti in cui il racconto deve rallentare, passare a un'andatura più calma,

rendere il trascorrere d'un tempo come sospeso, una velata lontananza. Perché sia chiaro che il

racconto non ha fretta, Ovidio si ferma a fissare i più minuti particolari. Perché il gesto di Ovidio è

sempre quello di aggiungere, mai di togliere; di andare sempre più nel dettaglio, mai di sfumare

nel vago. Procedimento che sorte effetti diversi a seconda dell'intonazione, qui sommessa e

solidale alle povere cose, altrove concitata e impaziente di saturare il meraviglioso della favola con

l'osservazione oggettiva dei fenomeni della realtà naturale.

Lingua e stile

La produzione poetica di Ovidio si segnala per la varietà e la diversità dei generi letterari e per lo

sperimentalismo con cui il poeta li rivisita.

Questa eccezionale facilità di versificazione fa di Ovidio uno scrittore elegante, raffinato, dotato di

grande immaginazione, che unisce la perizia tecnico-formale a una notevole sensibilità per il ritmo

e per la musicalità del verso. Diffuso è nella sua produzione l'uso di figure retoriche di suono

(come assonanza, consonanza, allitterazione) e di significato (metafora, metonimia), e assai

sapiente è la collocazione delle parole all'interno del verso, che dà luogo a chiasmi, anastrofi,

iperbati e parallelismi.

Non mancano dotte allusioni alla tradizione letteraria greca e ai poeti latini suoi contemporanei e

pressoché costante è l'utilizzo del mito. A questo proposito, se il mito ha nella produzione elegiaca

funzione esornativa ed esemplare, nelle "Metamorfosi" è l'essenza stessa dell'opera; esso diventa

infatti spunto per innescare la straordinaria vena narrativa del poeta, e per la definizione di

immagini di straordinaria potenza visiva.

La poesia di Ovidio, che talora appare caratterizzata da una certa sovrabbondanza espressiva e

da virtuosismo verbale, è comunque sintatticamente chiara e semplice; si può infatti osservare il

prevalere di periodi brevi.

Per quanto riguarda la lingua, Ovidio nella sua produzione di argomento erotico-didascalico si

richiama alla tradizione elegiaca d'età augustea, recuperando la terminologia consueta e

soprattutto gli accostamenti in chiave metaforica di parole che appartengono al campo semantico

dell'amore con quelle che sono proprie del campo della "militia". Nelle "Metamorfosi" Ovidio non

utilizza sempre il linguaggio "alto" proprio del genere epico, ma lo alterna sapientemente con

quello elegiaco, adattando così il registro espressivo alla situazione trattata.

La fortuna

Nonostante l'esilio a Tomi e l'esclusione dei suoi testi da tutte le biblioteche pubbliche decretata da

Augusto, le sue opere continuarono a circolare, a essere lette.

Alla poesia di Ovidio si ispirarono infatti quasi tutti i più importanti poeti dell'età imperiale.

Ci furono però anche voci critiche, che ne condannarono lo stile esuberante e verboso, o che

rimproverarono al poeta la sua indifferenza ai valori etici. E forse proprio per queste ragioni l'opera

di Ovidio ebbe scarsissima diffusione nelle scuole e fu anche poco apprezzata dagli autori

cristiani.

In tutto il Medioevo la popolarità di Ovidio fu enorme e le "Metamorfosi" furono sentite come un

vero e proprio manuale di mitologia.

Ovidio continuò a esercitare la sua influenza anche in età umanistico-rinascimentale.

Con l'età neoclassica e romantica e per tutto l''800 la fortuna ovidiana si attenuò.

Ma nel '900 Ovidio tornò in auge.

I saperi eruditi e tecnici: Varrone, Vitruvio, Plinio il

Vecchio

Le coordinate storiche

Gli eventi

L'epoca che va dalla morte di Silla (78 a.C.) a quella di Giulio Cesare (44 a.C.), detta di solito "l'età della

tarda repubblica" o addirittura "l'età di Cesare", segna di fatto la fine del tradizionale ordinamento politico

repubblicano a Roma.

La fine della dittatura sillana infatti riaccese lo scontro interno all'aristocrazia senatoria tra le fazioni degli

"optimates" e dei "populares". A ciò si aggiunse nel 63 a.C. un vero e proprio tentativo di colpo di Stato (la

cosiddetta congiura di Catilina), sventato dal console Cicerone. Se la vecchia classe dirigente senatoria era

ormai moralmente corrotta e logorata dalle divisioni, l'emergente ceto equestre non poteva però ancora

assumere un ruolo-guida della politica romana, data la sua spiccata vocazione commerciale e il suo essere

ancora escluso dalle più importanti cariche pubbliche. Il popolo romano era profondamente turbato dalle

guerre civili e dalle discordie sociali, e aveva perciò smarrito la fiducia nel "mos maiorum". I numerosi

provinciali assoggettati avevano, inoltre, reso enorme l'estensione dei domini di Roma, ormai sempre più

difficili da gestire: la svolta monarchica fu uno sbocco quasi naturale di questa crisi e trovò in Cesare e nella

sua dittatura una sua pur parziale "formalizzazione".

Geno Pompeo, "leader" in senato della fazione degli "optimates", si guadagnò prestigio con molte vittorie

militari e ridisegnò di sua iniziativa gran parte dello scacchiere geopolitico del vicino Oriente.

Nel 63 a.C. un senatore di nome Lucio Sergio Catilina, facendo leva anche sul malcontento della parte più

povera del popolo, tentò un colpo di Stato, sventato da Marco Tullio Cicerone, uno dei due consoli in carica

quell'anno.

Pompeo strinse nel 60 a.C. un patto privato (il cosiddetto primo triumvirato) con il giovane emergente Gaio

Giulio Cesare, di simpatie popolari, e con il ricchissimo Marco Licinio Crasso. Cessare ebbe il consolato per

l'anno successivo e il comando di una grande spedizione militare in Gallia.

Cesare, ottenendo numerose proroghe del suo comando, conquistò interamente la Gallia Transalpina

(l'odierna Francia) dando prova di grande abilità militare. Pompeo spadroneggiava in una Roma sempre più

divisa e teatro di violenze e omicidi politici, e giunse nel 52 a.C. a farsi eleggere, in spregio alla tradizione,

console unico. I due ambiziosi leader, Cesare e Pompeo, avevano ormai troppo prestigio per potere

coesistere: la loro rivalità sfociò in una cruenta guerra civile, nella quale Cesare sconfisse a Farsalo (48 a.C.)

Pompeo, poi assassinato in Egitto.

Cesare diede luogo a un regime politico fortemente autocratico, ostile alla tradizionale aristocrazia senatoria,

quanto attento a mantenere il consenso tra il popolo e i soldati. Accentrò su di sé vari poteri, fino a farsi

proclamare "imperator" (cioè "comandante vittorioso") e assumere nel 44 a.C. una dittatura a vita,

determinando così la fine della repubblica.

Nello stesso anno Cesare venne però assassinato in una congiura capeggiata da Marco Giunio Bruto e Gaio

Cassio Longino: ne seguì una nuova fase di lotte civili ed efferate violenze che sfociò nell'istituzione, nel 43

a.C., del cosiddetto secondo triumvirato. Marco Antonio si legò infatti a Gaio Giulio Cesare Ottaviano e a

Marco Emilio Lepido, con il fine di riorganizzare lo Stato.

Nel 42 a.C. Bruto e Cassio furono sconfitti nella battaglia di Filippi, dalla quale non scaturì certo una pace

duratura per il popolo romano, che avrebbe visto in breve tempo Antonio rivaleggiare con Ottaviano, il futuro

Augusto.

Le conseguenze sociali

I contatti sempre più frequenti con il mondo greco e orientale indussero - nei Romani che se lo potevano

permettere - forme di emulazione del tenore di vita raffinato e lussuoso che avevano visto in quelle zone. Le

"élite" romane si costruirono dimore fastose e iniziarono a collezionare opere d'arte greca, a dilettarsi di

filosofia, a mandare i figli a studiare in Grecia: tutto ciò era in aperta e consapevole "violazione" dei vecchi

dettami del "mos maiorum" e provocava diffuse forme di imitazione anche negli strati inferiori della società.

Inoltre, il possesso di tante e tanto grandi province, alcune delle quali di nuova costituzione, così diverse per

società, lingua, religione, se da un lato spinse i Romani a "romanizzarle", dall'altro suggeriva l'idea di una

varietà di modelli di vita da confrontare con i propri (relativismo culturale).

Alcuni valori del mondo greco-orientale erano entrati a far parte - quasi "metabolizzati" - di una società

romana sempre meno italica e sempre più "ecumenica".

Il clima culturale

L'affermazione della filosofia

La tradizionale diffidenza romana verso la filosofia dopo la conquista del mondo greco e il contatto diretto

con illustri maestri e filosofi si era andata attenuando, e importante in tal senso era stata l'attività culturale del

cosiddetto circolo degli Scipioni, nella seconda metà del II sec. a.C.

La fallita "rivoluzione graccana", e soprattutto le guerre civili tra Mario e Silla prima e tra Cesare e Pompeo

poi, produssero una lacerazione nel tessuto sociale di Roma e una diffusa sfiducia nei valori tradizionali.

I Romani del I sec. a.C. trovarono proprio nelle stesse filosofie affermatesi in età ellenistica una dimensione

consolatoria, una soluzione, uno spiraglio all'angoscia dei loro tempi. A Roma si assiste dunque alla

diffusione e all'affermazione del pensiero non solo di quelle scuole filosofiche, come quella stoica, più

facilmente compatibili con la cultura e la tradizione romana, ma anche di quella scettica e di quella epicurea,

i cui valori sembravano del tutto estranei ai "mores" romani. Nacquero, inoltre, esperienze filosofiche

eclettiche, frutto della contaminazione e mescolanza delle varie correnti di pensiero.

Più che le teorie fisiche dello stoicismo (basate sull'idea di un universo ciclicamente sottoposto a

deflagrazione e rinascita), fu senz'altro l'etica il punto di maggiore contatto di questa filosofia con la cultura

romana. L'uomo e il mondo sarebbero infatti partecipi, attraverso l'anima che li accomuna, del "logos", cioè

di uno spirito superiore, razionale e divino nel contempo. Ne consegue, dunque, non solo una forte tensione

religiosa in chi aspira alla saggezza, ma anche una sua ricerca di rapporti sociali con gli altri uomini, partecipi

come lui di quello stesso "logos" che è guida nel percorso verso la sapienza.

Sapienza e socialità vengono dunque a coincidere, così come aveva insegnato - incitando i "cives" a

partecipare alla vita politica - lo stesso "mos maiorum". Ciò contribuì non poco a far sentire lo stoicismo

come una sorta di filosofia "naturalmente" adatta ai Romani, e nell'ambito del circolo degli Scipioni le idee

stoiche divennero quasi una legittimazione teorica degli ideali di "humanitas" che vi venivano professati.

E' nell'etica che l'epicureismo mostra in modo più evidente i segni del tempo, affermando che fine dell'uomo

è il raggiungimento della felicità, tramite un graduale soddisfacimento dei piaceri: il termine di questo

percorso sarà una condizione di assenza di dolore fisico e morale ("aponìa" e "ataraxìa"), del tutto autarchica

e individuale. Le massime epicuree "astieniti" e "vivi nascosto", infatti, allontanano dall'impegno politico e

sociale chi aspiri alla saggezza: vivere con gli altri e per gli altri è fonte di turbamento e non può essere di

alcun aiuto, così come è inutile pregare gli dei, che vivono tra cielo e terra (negli "intermundia") senza curarsi

delle cose umane.

Non stupisce, dunque, che a Roma le idee epicuree abbiano spesso trovato grande ostilità, poiché in palese

contrasto con il "mos maiorum" e con i dettami della religione tradizionale. Eppure, nel I sec. a.C., sorsero in

Campania scuole epicuree di successo come quella di Filodemo di Gadara (a Ercolano) e quella di Sirone (a

Napoli), ove studiarono anche importanti intellettuali. L'angoscia per le guerre civili, l'impossibilità di praticare

la politica se non come lotta cruenta, aveva dunque spinto molti ad accostarsi all'epicureismo, inteso come

una dottrina che guidava verso una tranquilla felicità.

Intellettuali e generi letterari tra impegno e disimpegno

I prosatori (Cicerone, Sallustio, Cesare) hanno profuso nelle loro opere un maggiore impegno di tipo politico-

sociale. Cicerone, con le sue orazioni politiche e giudiziarie, partecipa direttamente alla vita della "res

publica", e con le sue opere filosofiche si ripromette comunque di giovare - quando è estromesso dal gioco

politico - ai suoi concittadini. Lo storico Sallustio, nella convinzione che si possa servire la patria anche con

la letteratura, cerca di individuare le cause della crisi dello Stato. Cesare, generale ancora prima che

scrittore, riversa a pieno la sua esperienza militare e politica nel "De bello Gallico" e nel "De bello civili",

opere storiche dall'impostazione memorialistica.

Per quanto concerne la poesia, Lucrezio propone ai suoi lettori la divulgazione in versi della dottrina di

Epicuro, nella convinzione che possa essere la "medicina" giusta per la malattia morale del popolo romano.

Catullo e i cosiddetti "poetae novi", invece, rappresentano nella cultura romana il primo vero esempio di una

poesia figlia, da un lato, del potente soggettivismo della lirica greca arcaica e, dall'altro lato, del gusto per la

raffinatezza e la perfezione formale della poesia di età ellenistica. Ciò che egli scrive è interamente filtrato

sia dal suo potente soggettivismo sia da quel suo gusto di perfezione estetica che lo porta a "giocare" con

lingua, stile, metrica.

L'epoca cesariana ha lasciato alcune testimonianze anche di letteratura erudita, tra le quali spiccano le

opere di contenuto linguistico e antiquario di Varrone. Dopo la conquista della Grecia - cui conseguirono

scambi culturali, viaggi di istruzione, circolazione di libri -, Roma è uno dei tanti luoghi in cui questa cultura si

manifesta direttamente, pur con quelle peculiarità che derivano dalla specificità linguistica del latino e della

secolare tradizione dei "mores" romani. Lo stesso Varrone, che mostra un nostalgico attaccamento all'antica

tradizione patria, è pronto a riconoscere gli apporti stranieri dei quali si è nutrita la cultura di Roma. Opere

preziose, quindi, quelle di questi scrittori, perché rappresentano oggi in modo assai evidente il clima culturale

di un'epoca; ma anche perché, divulgandosi allora presso i nuovi ceti sociali emergenti, rappresentano oggi

in modo assai evidente il clima culturale di un'epoca; ma anche perché, divulgandosi allora presso i nuovi

ceti sociali emergenti, rappresentarono per loro un rapido strumento di orientamento culturale.

Nell'ultimo secolo dell'età repubblicana la particolare situazione storico-politica offrì le condizioni non solo per

lo sviluppo dell'eloquenza, ma anche per una riflessione sul ruolo dell'oratore e sullo scopo dell'eloquenza

stessa. Il dibattito tuttavia non poteva che prendere le mosse dalle due tendenze contrapposte che si erano

sviluppate in età ellenistica, l'asianesimo e l'atticismo.

Infatti, con il mutare delle condizioni politiche ed economiche della Grecia durante l'età ellenistica, l'oratoria

politica e quella giudiziaria avevano perso il loro prestigio, a favore del genere oratorio cosiddetto "epidittico"

o "dimostrativo", che veniva praticato soprattutto per mezzo di discorsi celebrativi, conferenze, lezioni e nelle

esercitazioni scolastiche. La diffusione di questo genere oratorio nelle ricche e fiorenti città greche della

costa asiatica e delle isole produsse una nuova eloquenza, caratterizzata da uno stile ornato ed esuberante,

spezzato in frasi brevi, con periodi dall'andamento diseguale, ricchi di figure retoriche e di effetti fonici.

Questa eloquenza detta asiana venne introdotta a Roma nel corso del II sec. ed ebbe come esponenti

principali Tiberio e Gaio Gracco e, successivamente, il celebre oratore Ortensio Ortalo, spesso avversario di

Cicerone.

Tuttavia già dalla seconda metà del II sec. a.C. si iniziò a criticare lo stile asiano; si affermò pertanto

l'esigenza di un ritorno al purismo arcaizzante, agli antichi modelli di eloquenza attica. Questa corrente, detta

perciò atticismo, proponeva l'adozione di uno stile che avesse nella sobrietà e nell'equilibrio i suoi aspetti più

importanti. Ne conseguiva la ricerca di una sintassi simmetrica, ordinata nell'esposizione dei pensieri, e di

una lingua piana e uniforme. Nel I sec. a.C. il movimento atticista si sviluppò anche a Roma, trovando

terreno fertile presso un gruppo di oratori (fra cui Licinio Calvo e Giunio Bruto).

Importante fu anche il ruolo assunto dai retori e grammatici della cosiddetta scuola di Rodi, dove insegnò il

retore Apollonio Molone: egli tentò di opporsi alle tendenze dell'asianesimo, proponendo uno stile sobrio e

misurato. L'indirizzo stilistico rodio si collocava dunque in una posizione intermedia fra asianesimo e

atticismo. Proprio l'influsso di Apollonio Molone portò Cicerone a mitigare gli eccessi della sua prosa

giovanile.

La polemica fra atticismo e asianesimo ebbe anche importanti implicazioni a livello linguistico. A proposito

della natura e della struttura del linguaggio si fronteggiavano infatti le tesi dell'anomalia e dell'analogia.

Gli anomalisti sostenevano che il linguaggio fosse un prodotto della natura (pertanto soggetto a evoluzione),

osservabile ma non spiegabile con una teoria razionale; questa loro avversione alla norma e alla regolarità li

faceva propendere per lo stile asiano.

Gli analogisti ritenevano invece che il linguaggio fosse una convenzione, una struttura ordinata dall'uomo e

regolata da norme razionali e rigorose; sarebbe pertanto possibile organizzare le parole in un sistema in

base alla somiglianza di forma, cioè all'analogia. Proprio questa loro tendenza alla razionalizzazione, alla

simmetria, li avvicinava alla retorica atticista.

A Roma ebbero particolare fortuna nel I sec. a.C. le dottrine analogiste. Varrone, invece, nella sua opera "De

lingua Latina" tentò di assumere una posizione intermedia tra analogia e anomalia.

Marco Terenzio Varrone

La vita

Marco Terenzio Varrone nacque nel 116 a.C. da una famiglia nobile e ricca di latifondisti, a Rieti.

Dal 96 a.C. studiò a Roma; fra l'84 e l'82 a.C. fu ad Atene, dove frequentò le lezioni del filosofo Antioco

d'Ascalona, che lo iniziò alla filosofia neoaccademica.

Varrone partecipò attivamente anche alla vita politica legandosi all'aristocrazia conservatrice: infatti iniziò la

sua carriera politica intorno all'86 a.C. come questore e rivestì poi le successive cariche previste dal "cursus

honorum", fino alla pretura tenuta probabilmente nel 68 a.C. Sostenitore di Pompeo, lo seguì in quasi tutte le

sue maggiori imprese militari ottenendone protezione e appoggio.

Allo scoppio della guerra civile (49 a.C.), si schierò con Pompeo. Rientrato in Italia dopo la battaglia di

Farsalo (48 a.C.), grazie alla protezione accordatagli da Cesare, cui dedicò le sue "Antichità divine", riuscì a

sottrarsi alle rappresaglie dei suoi avversari. Nel 47 a.C. Cesare gli affidò anche l'incarico di organizzare la

prima biblioteca pubblica di Roma. Nel 44 a.C., dopo la morte di Cesare, inserito da Antonio nelle liste di

proscrizione, riuscì a salvarsi. Si dedicò agli studi fino alla morte, avvenuta nel 27 a.C.

Una ricca produzione

Delle numerosissime opere di Varrone restano solamente il trattato "De re rustica" e 6 libri del "De lingua

Latina". Delle altre si posseggono frammenti, in alcuni casi il compendio, di molte solamente il titolo.

Opere in versi o prosimetriche

Oltre alle "Saturae Menippeae", Varrone scrisse anche libri di componimenti poetici, satire e tragedie.

Opere di antiquaria, storia e opere biografiche

Le "Antiquitates", completate nel 47 a.C., sono l'opera storico-erudita più importante di Varrone. Esse

comprendevano 41 libri suddivisi in due parti: la prima parte comprendeva 25 libri dedicati alle "Antiquitates

rerum humanarum" ("Antichità umane"), la seconda 16 libri dedicati alle "Antiquitates rerum divinarum"

("Antichità divine"). In entrambe le parti, la trattazione procedeva per sezioni: personaggi storici, geografia,

cronologia e istituzioni politiche per le "Antichità umane", sacerdoti, templi, feste, cerimoniale e divinità per le

"Antichità divine". Di quest'opera si hanno solo alcuni frammenti e un sommario della seconda parte

compilato da Agostino. In quest'opera Varrone fissava la data, ancora oggi canonica, della fondazione di

Roma al 754-753 a.C. Al genere biografico appartenevano le "Imagines", una raccolta di 700 ritratti figurativi

di uomini famosi nei vari campi dell'attività umana, sia greci sia romani, accompagnati ciascuno da una

breve biografia e da un epigramma elogiativo. Rappresentano il primo esempio di libro illustrato latino, nel

quale si recuperava sotto forma letteraria l'antica usanza di illustrare le "imagines" degli antenati con brevi

iscrizioni commemorative.

Opere di linguistica, grammatica e filologia

Oltre al "De lingua Latina", Varrone scrisse il "De antiquitate litterarum", in 2 libri, il "De poetis", un trattato

sulla cronologia letteraria, il "De poematis" (trattato sui generi della poesia). Importanti furono anche gli scritti

su Plauto ("Quaestiones Plautinae" e "De comoediis Plautinis"), nei quali Varrone affrontava il problema

dell'attribuzione e dell'autenticità delle commedie.

Opere didascaliche, enciclopediche e filosofico-morali

Varrone compose negli ultimi anni della sua vita i 9 libri delle "Disciplinae", un'opera a carattere

enciclopedico in cui cercò di organizzare tutte le conoscenze della scienza antica: i primi tre libri sono

dedicati a Grammatica, Dialettica, Retorica, gli altri 4 a Geometria, Aritmetica, Astronomia e Musica

(rispettivamente il futuro Trivio e Quadrivio delle arti liberali nelle scuole medievali). I "Logistorici" sono

invece la più importante conseguenza dell'avvicinamento di Varrone alla filosofia, soprattutto al platonismo

stoicizzante e al pitagorismo. Si trattava di 76 dialoghi in prosa in cui alla trattazione di argomenti filosofici o

morali veniva unita la presentazione di un personaggio storico o del mito. Pertanto ogni dialogo aveva un

titolo doppio, riferito, il primo, al personaggio protagonista del dialogo, il secondo all'argomento trattato.

Dell'opera restano 11 titoli e alcuni frammenti.

Le opere

L'immensa produzione di Varrone, anche se in gran parte perduta, abbracciava argomenti molto diversi,

come la poesia, la grammatica e la filologia, la geografia, l'agronomia, la filosofia, il diritto, l'antiquaria.

Varrone è famoso soprattutto per i suoi studi di antiquaria e linguistica. La sua composizione di opere

antiquarie si lega alla fioritura di questo tipo di studi a partire dal II sec. a.C.; i Romani infatti cominciavano a

sentire l'esigenza di studiare le proprie tradizioni, sia per confrontarle con quelle greche, ormai diffuse a

Roma, sia per cercare di recuperarle proprio nel momento in cui, a causa dei rivolgimenti politici e sociali,

stavano tramontando.

Inoltre anche l'emergere di nuovi ceti, destinati ad assumere cariche politiche, ma privi di una formazione

culturale approfondita, rendeva necessaria la composizione di opere divulgative. Varrone dimostra nei suoi

studi antiquari un forte attaccamento alle tradizioni romane, al "mos maiorum", ma sottolinea anche

l'importanza degli influssi stranieri che Roma seppe accogliere e amalgamare.

Varrone scrisse numerose opere dedicate allo studio della lingua, mosso, anche in questo caso,

dall'esigenza di recuperare il passato linguistico di Roma. Fra queste, l'unica ad essere giunto al giorno

d'oggi in modo non del tutto frammentario è il "De lingua Latina" (dei 25 originari si hanno solo i libri V-X).

L'opera, composta tra il 47 e il 45 a.C., aveva uno schema rigoroso, costruito tenendo conto del valore

simbolico dei numeri, che Varrone aveva appreso dalla filosofia pitagorica: al I libro introduttivo facevano

seguito 4 esadi di libri, ciascuna suddivisa in 2 triadi. La prima esade trattava il problema delle etimologie, la

seconda era dedicata alla morfologia del nome e del verbo, le altre due esadi a problemi di sintassi.

Nell'esposizione della materia Varrone analizzava le questioni esponendo gli argomenti favorevoli e contrari

alla questione dibattuta.

Per quanto riguarda l'etimologia, egli compì le sue ricerche basandosi su associazioni di natura semantica o

fonetica: ne risultano spesso etimologie bizzarre e fantasiose, anche se non mancano talora interpretazioni

esatte e acute. Va però riconosciuto a Varrone il merito di aver colto, attraverso un embrionale metodo

comparativo, la parentela storica tra latino e greco.

A proposito della polemica fra gli analogisti della scuola alessandrina (origine convenzionale della lingua

soggetta a regole razionali e normative) e gli anomalisti della scuola di Pergamo (la lingua, che ha un'origine

naturale e spontanea, si evolve in base alla consuetudine e all'uso che determina anche molte formazioni

irregolari), Varrone assunse una posizione di equilibrata conciliazione. Sosteneva infatti che la lingua, nata

spontaneamente, dovesse poi essere disciplinata e resa regolare, e che potesse anche accogliere alcune

innovazioni.

Egli elaborò la complessa terminologia tecnica tuttora utilizzata, ebbe una chiara coscienza storica della

lingua e dei suoi fenomeni, e infine intuì il metodo comparativo per lo studio delle lingue.

Lo stile dell'opera risulta piuttosto faticoso, ed è pesantemente condizionato dal tecnicismo della materia

trattata.

L'unica opera di Varrone giunta integralmente è il "De re rustica" composta nel 37 a.C. Il genuino amore per

la terra d'Italia si associa ancora una volta a un atteggiamento nostalgico e conservatore, teso a

contrapporre sul piano etico l'agricoltura (attività conforme alla frugalità del buon tempo antico) alla

corruzione che domina la vita urbana.

L'opera, in forma dialogica, è divisa in 3 libri, dedicati rispettivamente alla moglie e a due amici: il I tratta

dell'agricoltura in generale, il II dell'allevamento del bestiame e il III dell'allevamento degli animali da cortile,

delle api e dei pesci.

Le conoscenze divulgate derivano dall'esperienza personale dell'autore (proprietario di diversi latifondi) e da

trattati di autori precedenti. Tuttavia l'opera di Varrone presuppone una situazione diversa rispetto a quella

descritta nel "De agri cultura" di Catone: è ormai scomparso il ceto dei piccoli e medi proprietari terrieri,

sostituito dai grandi latifondisti, di fatto destinatari del "De re rustica".

Varrone infatti ha in mente "villae" e latifondi di ampie dimensioni sfruttati attraverso un numero sempre

maggiore di schiavi, e l'organizzazione in turni del lavoro di questi è finalizzata a rendere la condizione

servile meno disumana rispetto al passato. La "villa" descritta da Varrone è arricchita da appartamenti per gli

ospiti, mosaici, terme, e riserva un certo spazio, accanto alle produzioni più tradizionali di vino e olio, anche

all'allevamento di uccelli esotici e di pesci costosi e pregiati, destinati a soddisfare le richieste del mercato

cittadino. Varrone dà indicazioni sullo sfruttamento dell'agricoltura e dell'allevamento, ma propone anche al

signore di campagna un comodo "modello" di vita in cui all'utilità ("utilitas") si unisce il piacere ("voluptas")

dell'agricoltura e della campagna, che può offrire ristoro a chi è stanco della convulsa vita della città o del

tormentato clima delle guerre civili.

Il "De re rustica" è scritto in una lingua semplice ma curata, in cui compaiono forme della lingua parlata,

tecnicismi e grecismi.

Fra le opere più importanti anche se frammentarie sono da ricordare le "Saturae Menippeae", una raccolta di

150 libri autonomi, ciascuno con un proprio titolo, scritti in una forma mista di prosa e versi.

Il termine "Menippeae" nel suo titolo indica che si tratta di testi composti sul modello dell'opera del filosofo

cinico Menippo di Gadara (III sec. a.C.). Menippo aveva inventato una particolar forma letteraria

caratterizzata dalla compresenza di elementi seri e di elementi comici (il cosiddetto "serio-comico"),

dall'irregolare successione di parti in prosa e in versi e da un tono vivacemente polemico, aggressivo e

anticonformista. Menippo predicava la libertà dai bisogni, la necessità di rifiutare le convenzioni sociali e ogni

cultura in base al principio che l'uomo deve vivere secondo natura.

Ma questa contrapposizione tra "cultura" e "natura" si risolve, nelle satire varroniane, in quella fra passato e

presente: al passato, in cui il "mos maiorum" era il punto di riferimento dell'etica tradizionale, Varrone oppone

la situazione del presente, dominato dalla corruzione e dalla decadenza dei costumi. Accanto alla

contrapposizione della Roma presente a quella antica, abbondavano scene grottesche tratte dalla realtà

quotidiana, situazioni paradossali o fantastiche, racconti di aneddoti o spunti di polemica filosofica.

Per quanto riguarda lo stile, spicca il gusto per un linguaggio assai vario, in cui sono accostati termini

altisonanti, grecismi, neologismi e arcaismi. Non meno vasta è la varietà dei metri utilizzati, da quelli della

commedia plautina a quelli più recentemente giunti a Roma e utilizzati dai poeti neoterici.

La fortuna

Varrone godette di grande prestigio per le sue ricerche storico-antiquarie già presso i contemporanei. Anche

gli eruditi delle epoche successive come Plinio il Vecchio attinsero alle numerose opere di Varrone. In età

cristiana Varrone, in quanto teorizzatore della religione pagana, fu bersaglio polemico. Già agli inizi dell'età

medievale la vasta opera di Varrone incominciò a perdersi.

Marco Vitruvio Pollione

La vita

Marco Vitruvio Pollione (80 a.C. – 15 a.C.) è stato un architetto e scrittore romano, attivo nella seconda metà

del I secolo a.C., considerato il più famoso teorico dell'architettura di tutti i tempi. Assolutamente incerto è il

suo luogo di origine e anche sullo svolgersi della sua vita si hanno scarse notizie, tutte dedotte da note

autobiografiche inserite nel suo trattato. Dovrebbe essere stato ufficiale sovrintendente alle macchine da

guerra sotto Giulio Cesare e poi architetto-ingegnere sotto Augusto, anche se l'unica opera che lui stesso si

attribuisce di aver progettato e costruito è la basilica di Fano.

Dopo essersi ritirato, avendo ottenuta una pensione, si dedicò alla stesura del trattato “De architectura”,

proprio mentre il princeps Augusto si dedicava a un programma di sviluppo edilizio.

Il "De architectura"

Il "De architectura" ("Sull'architettura") è diviso in 10 libri, dedicato ad Augusto e scritto probabilmente tra il

29 e il 23 a.C. L'edizione dell'opera avvenne negli anni in cui Augusto progettava un rinnovamento generale

dell'edilizia pubblica e mirava probabilmente a ingraziarsi il sovrano, a cui l'autore si rivolge direttamente in

ciascuna delle introduzioni preposte ad ogni libro. Questo è l'unico testo in latino di architettura che ci è

giunto per intero, pertanto il più importante, tra i pochi giunti, in modo più o meno frammentario, fino a noi;

l'influenza sulla cultura occidentale è dovuta soprattutto a questa sua unicità. Tuttavia l'influenza dell'opera di

Vitruvio sui suoi contemporanei sembra sia stata molto limitata, anche perché il suo trattato fu scritto in un

momento in cui l'architettura romana stava per rinnovarsi profondamente con le grandi costruzioni in laterizio

e l'utilizzo di volte e cupole, di cui Vitruvio praticamente non si occupa. D'altro canto, la sua autorità in campo

tecnico e architettonico è testimoniata dai riferimenti alla sua opera presenti negli autori successivi.

Pare che il trattato non abbia esercitato alcuna influenza sull'architettura per tutto il medioevo, anche se

suscitò interesse filologico, per esempio alla corte di Carlo Magno e poi, in seguito, in Petrarca, che annotò

di sua mano una copia, e in Boccaccio, che ne possedeva anche lui una copia.

Plinio il Vecchio

La vita e la personalità

Gaio Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio, nacque fra il 23 e il 24 a.C. a Como, da famiglia appartenente al

ceto equestre. Fu mandato a Roma per completare gli studi; intraprese presto la carriera militare, prestando

servizio in Germania. Nel 58 d.C., probabilmente a causa di dissapori con Nerone, si ritirò a vita privata,

dedicandosi agli studi e all'attività letteraria. Sotto Vespasiano, Plinio ritornò all'attività pubblica e ricoprì

importanti incarichi amministrativi e militari. Entrato a far parte nel 76 d.C. del ristretto gruppo dei consiglieri

del "princeps", Plinio fu nominato prefetto della flotta imperiale di stanza a Miseno, in Campania. Quando nel

79 d.C. vi fu l'eruzione del Vesuvio, Plinio, mosso dal desiderio di portare aiuto alle popolazioni in pericolo e

dalla volontà di comprendere la natura del fenomeno, si recò sul posto; morì il 25 agosto, o per asfissia o,

più probabilmente, per collasso cardiaco. La sua morte è raccontata da una lunga lettera che il nipote Plinio

il Giovane scrisse allo storico Tacito.

Plinio il vecchio coltivava gli studi con passione quasi maniacale, leggendo e raccogliendo appunti in ogni

momento libero, ma soprattutto durante la notte, in modo da non venir meno agli impegni dello Stato.

Le opere

Delle sue opere minori sono giunti solamente pochi frammenti, si evidenziano la vastità e l'eterogeneità dei

suoi interessi: vi sono infatti scritti di carattere linguistico-grammaticale, storico, erudito e tecnico-scientifico.

Durante gli anni trascorsi in Germania, Plinio scrisse un trattato sulla tecnica di scagliare il giavellotto da

cavallo, il "De iaculatione equestri". Compose una biografia in due libri dell'amico Pomponio Secondo, un

generale conosciuto quando aveva prestato servizio nella cavalleria ("De vita Pomponii Secundi"), un

manuale per il perfetto oratore in 3 libri ("Studiosus") e un testo di linguistica sulle incertezze morfologiche e

ortografiche della lingua latina ("Dubius sermo"). Si ricordano anche due opere storiche: i "Bella Germaniae"

(in 20 libri), nei quali venivano narrate tutte le guerre sostenute dai Romani contro i Germani dall'età di Mario

fino al 47 d.C., e l'"A fine Aufidi Bassi" ("La continuazione delle storie di Aufidio Basso), 31 libri in cui Plinio,

riallacciandosi all'opera di Aufidio Basso, trattava degli eventi storici dal principato di Claudio fino a

Vespasiano. Probabilmente per il carattere di scottante attualità dei temi trattati, fu pubblicata soltanto

postuma dal nipote.

E' giunta integralmente invece l'opera principale di Plinio, la "Naturalis historia", una sorta di enciclopedia di

scienza naturale a carattere prevalentemente compilatorio, composta tra il 77 e il 78 d.C., pubblicata in 37

libri e dedicata al futuro imperatore Tito. Il libro I è costituito da prefazione, indici ed elenco delle fonti; nel II

libro si parla di cosmologia; nei libri III-VI si parla di geografia ed etnografia; nel libro VII si parla di

antropologia; nei libri VIII-XI si parla di zoologia; nei libri XII-XV si parla di botanica; nei libri XVI-XIX si parla

di agricoltura; nei libri XX-XXXII si parla di medicina e farmacologia; nei libri XXXIII-XXXVII si parla di

metallurgia e mineralogia.

La "Naturalis historia" si inserisce nel filone della letteratura di erudizione scientifica. L'autore intende

scrivere un'enciclopedia dell'universo, in cui siano riunite tutte le conoscenze sul mondo naturale.

Nell'epistola dedicatoria a Tito scritta nel 77 d.C., a lavoro concluso, Plinio fornisce anche importanti

indicazioni sul metodo di ricerca e sulle fonti esaminate: egli dice di aver raccolto informazioni da circa 2000

volumi di 100 autori. In realtà, quando nel I libro dedica un'ampia sezione alle fonti, gli autori consultati

risultano essere 473 di cui 146 latini e 327 greci. L'autore inoltre aggiunge un indice analitico che dà

informazioni sui contenuti dei singoli libri: è questo un elemento di assoluta novità.

La fatica pliniana ha un eccezionale valore documentario, in quanto ha conservato un gran numero di notizie

e dati ricavati da testi ora perduti; tuttavia la "Naturalis historia" è soprattutto un'opera compilatoria, nella

quale l'autore non sempre esamina con attenzione e spirito critico la notizie che raccoglie. Nello scrivere

Plinio è animato soprattutto dal desiderio di essere utile al lettore ("utilitas iuvandi"). In quest'ottica la

"Naturali historia" viene dunque incontro alle esigenze di informazioni pratiche richieste dalla nascente

burocrazia imperiale e dai ceti emergenti di "tecnici e professionisti"; e non manca, in qualche passo, di un

certo orgoglio nazionalistico, come quando descrive i prodigi architettonici delle opere pubbliche romane. Vi

sono, tuttavia, ampie digressioni o aneddoti non sempre pertinenti: Plinio è infatti solito accostare le

informazioni basandosi su associazioni di idee del tutto personali o su affinità di argomenti. Particolare

interesse inoltre mostra per i "mirabilia", aneddoti, fenomeni paradossali e straordinari.

Nelle prefazioni e in alcune digressioni Plinio dedica spazio a riflessioni di carattere generale (condanna del

lusso, del progresso, deplorazione della corruzione dei costumi) ispirate al tradizionale moralismo romano e

a un atteggiamento antitecnologico. Plinio pensa che la natura sia un organismo vivente regolato da una

logica provvidenziale; al centro dell'universo c'è l'uomo, che può sì cercare di migliorare la sua vita, ma

senza superare i limiti posti dalla natura e senza stravolgere l'ordine dei fenomeni naturali. Tuttavia talora

compaiono riflessioni che mal si accordano con queste osservazioni ottimistiche di derivazione stoica: Plinio,

infatti, insiste sulla fragilità e sulla precarietà dell'uomo, inerme di fronte alla "natura matrigna". La presenza

di elementi ideologicamente contraddittori in Plinio si spiega con un certo ecletticismo che caratterizza il suo

pensiero e con la pluralità delle fonti cui attinse.

Lingua e stile

Lo stile della "Naturalis historia" è stato spesso giudicato negativamente: infatti è poco omogeneo, in quanto

risente sia delle numerose fonti utilizzate sia di una stesura frettolosa. Inoltre la stessa ampiezza dell'opera

impedì un'accurata elaborazione formale. Si alternano dunque passi che presentano uno stile disadorno ad

altri assai elaborati, ricchi di figure teoriche e di "sententie" (soprattutto gli "excursus" e le prefazioni).

Plinio utilizza spesso vocaboli tecnici, generalmente poco usati nella lingua letteraria; frequenti sono i

volgarismi, i neologismi e anche i grecismi, come l'autore stesso dichiara nella prefazione.

La fortuna

La fortuna della "Naturalis historia" di Plinio fu assai maggiore di quella dei suoi scritti storici, che comunque

costituirono una fonte preziosa per Tacito. L'ampiezza dell'enciclopedia pliniana la fece però sentire come

un'opera più adatta alla consultazione che alla lettura integrale, ed essa fu pertanto assai presto

antologizzata o epitomata.

Nel Medioevo, età in cui Plinio il Vecchio venne confuso con il nipote, la "Naturalis historia" fu letta come uno

sterminato prontuario naturalistico. La fortuna dell'opera pliniana non cessò neppure in età umanistico-

rinascimentale; con il tempo, però, si cominciò a dubitare della scientificità delle informazioni in essa

contenute, ma parallelamente si sviluppò un interesse letterario per alcune sezioni di questo lavoro.

La letteratura dell'età neroniana: Seneca e Lucano

Lucio Anneo Seneca

La vita

Lucio Anneo Seneca nacque in Spagna a Cordova. La sua data di nascita può essere stabilita solo in modo

approssimativo: se infatti molti studiosi l'hanno fissata nel 4 d.C., altri la situano nel 1 d.C.

Il padre era un importante intellettuale, appartenente a una ricca famiglia equestre spagnola, esponente di

quel ceto di provinciali, di origine italica, stanziatosi nelle colonie da diverse generazioni, dal quale l'impero

aveva incominciato a trarre una parte della propria classe dirigente. Seneca padre aveva soggiornato

giovanissimo a Roma. La madre Elvia, anch'essa di ricca famiglia, fu responsabile dell'educazione dei figli e

dell'amministrazione dei beni nei periodi in cui il marito era nella capitale.

Ancora molto giovane, Seneca fu portato a Roma dalla zia materna; qui ricevette una vasta educazione

letteraria e storica, completata con studi di retorica e filosofia. Egli si recò in Egitto intorno al 26 d.C. per

curare una grave affezione cronica polmonare, al seguito del prefetto Gaio Valerio, suo zio.

Tornato a Roma, ottenne la questura, primo grado del "cursus honorum"; nel contempo, si dedicò, ottenendo

fama e successo, all'attività oratoria.

Di questi anni sono la "Consolatio ad Marciam", il primo dei suoi scritti pervenuti, composto tra il 39 e il 40

d.C., e i primi due libri del "De Ira". Si tratta delle prime opere di argomento filosofico di Seneca; il loro

complesso è stato trasmesso sotto il nome di "Dialogi", ma delle 10 opere in realtà solo una, il "De

tranquillitate animi", ha carattere dialogico.

Rimane ignoto il vero motivo per cui Claudio condannò Seneca all'esilio in Corsica dal 41 al 49 d.C.: il

pretesto era un'accusa di adulterio.

Sull'isola Seneca fu costretto a rimanere per 8 duri anni, malgrado il tentativo di ingraziarsi Claudio con

l'elogio smaccatamente cortigiano contenuto nella "Consolatio ad Polybium", dedicato a un potente liberto

dell'imperatore addetto alle petizioni. Sempre del periodo dell'esilio è la "Consolatio ad Helviam matrem".

Nel 54 d.C. morì Claudio, e Seneca ebbe su di lui una vendetta postuma componendo una beffarda satira

menippea, il "Ludus de morte Claudii", noto come "Apokolokyntosis".

A soli 16 anni Nerone salì al trono e Seneca divenne consigliere politico e "amicus" del giovane imperatore;

questa fase, note come "quinquennium Neronis", durò fino al 58-59 d.C. e venne considerata di buon

governo, nonostante diversi crimini di Nerone. Il filosofo in questo periodo cominciò ad accumulare un

ingente patrimonio che, continuamente accresciuto, lo portò a divenire uno degli uomini più ricchi di Roma.

Proprio degli anni 55-56 d.C. è il trattato etico-politico "De clementia", che si potrebbe considerare come il

manifesto ideologico della monarchia illuminata, significativamente dedicato a Nerone. Altri dialoghi redatti in

questi anni sono il "De constantia sapientis" e il "De tranquillitate animi""; probabilmente composte durante

la permanenza a corte solo anche le tragedie.

Nel marzo del 59 d.C., Nerone decise di eliminare la madre; il matricidio segnò la definitiva svolta negativa

del suo regno e da parte di Seneca la fine dell'illusione di un governo improntato a un'autocrazia illuminata.

Tuttavia egli rimase a fianco di Nerone fino al 62 d.C., quando, con il permesso dell'imperatore, rinunciando

a ogni incarico, si ritirò a vita privata e si dedicò ai suoi studi.

Agli anni 62-65 d.C. - in cui, ormai lontano dalla vita politica, Seneca ampliò e approfondì ulteriormente la

sua cultura - appartengono, oltre al "De otio" e al "De providentia", le opere più vaste: i trattati "De

beneficiis" e "Naturale quaestiones" e le "Epistulae morales ad Lucilium". L'"otium" letterario di questi anni si

accompagna a un ostentato distacco dalla vita non solo politica, ma pubblica, probabilmente per stornare

possibili sospetti da parte del principe. Ogni precauzione si rivelò tuttavia vana: nel 65 d.C. venne scoperta

la congiura di Gaio Calpurnio Pisone e, per ordine dell'imperatore, Seneca (non si sa se coinvolto o

semplicemente a conoscenza della congiura) venne costretto al suicidio.

Gli scritti filosofico-morali (I "Dialogi")

• "De providentia": dedicato al discepolo Lucilio, affronta il tema della contraddizione fra

provvidenzialismo stoico e il fatto che la sorte sembra premiare i malvagi e punire i buoni. Dolore e

sventura sono considerati dal saggio mezzo e prova per il rafforzamento dell'animo e l'esercizio della

virtù.

• "De constantia sapientis": tratta del paradosso stoico secondo cui "il saggio non riceve né

ingiuria né contumelia", perché la virtù, rendendolo superiore agli eventi esterni, non consente che egli

sia danneggiato.

• "De ira": dedicato al fratello Marco Anneo Novato, si divide in 3 libri. Il I è un'analisi

fisiologica dell'ira. Nel II e nel III vengono fornite indicazioni terapeutiche e una serie di esempi positivi

e negativi di personaggi storici.

• "Consolatio ad Marciam": è indirizzata alla figlia dello storico Cremuzio Cordo per consolarla

dalla perdita del figlio. L'argomentazione addotta è quella tipicamente stoica della morte considerata

non un male ma liberazione dai legami del corpo e della vita terrena.

• "De vita beata": dedicato al fratello Novato, affronta il tema della felicità e in particolare della

via per raggiungerla. La felicità non consiste nel possedere beni materiali, ma nel vivere secondo

natura e nell'esercizio della virtù che basta da sola a se stessa.

• "De otio": l'opera è mutila della parte iniziale e finale. Affronta il tema del rapporto fra vita

attiva ("negotium") e vita contemplativa ("otium").

• "De tranquillitate animi": il primo capitolo è costituito da una lunga richiesta di aiuto da parte

di Anneo Sereno, l'amico cui è dedicata l'opera. Questo dice a Seneca i essere vittima del "taedium

vitae", la "noia di vivere", in costante oscillazione fra il male e quel bene che non si risolve a

intraprendere. Seneca afferma che la via d'uscita è la ricerca di un ideale equilibrio fra "otium" e

impegno nella vita pubblica.

• "De brevitate vitae": parte dell'affermazione paradossale che non è la natura ad aver reso

breve la vita, ma siamo noi a renderla tale. Il tempo non deve essere sprecato in futili occupazioni, ma

impiegato nello studio e nell'esercizio per il conseguimento della virtù e quindi della saggezza.

• "Consolatio ad Polybium": si indirizza a Polibio, il potente liberto di Claudio, per consolarlo

della recente perdita del fratello. Il vero scopo dell'opera tuttavia è quello di ottenere dall'imperatore,

grazie a Polibio, la revoca dall'esilio.

• "Consolatio ad Helviam matrem": ha come intento quello di consolare la madre della

separazione dal figlio. Seneca si mostra convinto che per il saggio non esiste l'esilio, che ogni

condizione umana è sopportabile se l'uomo non viene meno alla sua dignità.

Altre opere filosofico-morali

• "De clementia": il trattato si rivolge a Nerone, da poco imperatore, elogiandolo per aver

saputo finora esercitare con umanità e mitezza d'animo il suo potere illimitato.

• "De beneficiis": in 7 libri, tratta di uno dei fondamenti del vivere civile, il beneficio, di come

concederlo e riceverlo, e della conseguente riconoscenza o ingratitudine. Il valore del beneficio

consiste nel fatto stesso di donare, nella disposizione d'animo del donatore indipendentemente dal

valore della cosa donata o dalle possibili conseguenze dell'atto.

• "Naturales quaestiones": quest'opera si presenta come un compendio di scienze naturali in

7 libri, ciascuno dedicato all'analisi di un fenomeno: il I si occupa di fuochi celesti, il II dei tuoni e dei

fulmini, il III delle acque terrestri, il IV delle piene del Nilo e delle nubi, il V dei venti, il VI dei terremoti e

il VII delle comete. Seneca mira a liberare l'uomo sia dalla superstizione che deriva dall'ignoranza sia

dalla paura della morte.

• "Epistulae morales ad Lucilium": l'opera consta di 124 lettere divise in 20 libri. Gli argomenti

sono i più vari: l'amicizia, l'autosufficienza del saggio, il bene, i benefici, i beni materiali, il dolore, la

felicità, la libertà, la malattia, la morale, la morte, la natura, la povertà, la ragione, il saggio, la

schiavitù, lo stoicismo, il suicidio, il tempo, la virtù, la vita, il vizio.

Le tragedie

• "Hercules furens" ("La pazzia di Ercole"): Ercole, per volontà di Giunone, in un attacco di

follia massacra la moglie e i figli. Rinsavito, medita il suicidio, ma, vinto dalle preghiere del padre

Anfitrione, desiste.

• "Troades" ("Le Troiane"): la tragedia si apre con i lamenti delle prigioniere troiane sulla loro

triste condizione di schiave: particolarmente dolorosa la sorte di Ecuba.

• "Phoenissae" ("Le Fenicie"): il titolo si riferisce alle prigioniere fenicie che costituiscono il

coro, ma la tragedia, incompleta, è composta di due tronconi: nel primo Antigone persuade il padre

Edipo dal suicidio; nel secondo Giocasta cerca senza successo di impedire la lotta fratricida tra

Eteocle e Polinice.

• "Medea": Medea è decisa a vendicarsi di Giasone che l'ha ripudiata per sposare Creusa:

dapprima ne provoca la morte con vesti avvelenate, poi uccide i due figli avuti da Giasone, fuggendo

su un carro trainato da draghi alati.

• "Phaedra": Fedra, moglie di Teseo, viene respinta dal figliastro Ippolito. Offesa, Fedra lo

accusa dinanzi al padre di aver tentato di usarle violenza; Teseo le crede e invoca la vendetta di

Poseidone: il figlio muore per opera di un mostro marino inviato dal dio. Fedra, disperata, confessa la

sua colpa e si uccide.

• "Oedipus": una terribile pestilenza ha colpito la città di Tebe. Il re Edipo apprende

dall'oracolo di Apollo che il responsabile è uno straniero colpevole dell'assassinio del re Laio, la cui

anima rivela che Edipo è suo figlio: Edipo è dunque l'assassino del padre e lo sposo della madre

Giocasta. Disperato si acceca, mentre Giocasta si toglie la vita con la spada.

• "Agamemnon": Egisto e Clitennestra hanno architettato di uccidere Agamennone di ritorno

da Troia con Cassandra, figlia di Priamo e sua concubina. Dopo la morte del padre, Elettra mette in

salvo il fratello Oreste, ma non riesce a sfuggire alle ire della madre e dell'amante che la relegano in

una grotta.

• "Thyestes": l'ombra di Tantalo viene sulla terra per istigare il nipote Atreo alla vendetta

contro il fratello Tieste, che gli aveva sedotto la moglie e insediato il regno. Atreo finge una

riconciliazione, ma gli imbandisce una mensa con le carni dei figli. Quando Tieste chiede di vedere i

suoi figli, Atreo gli mostra le loro teste mozzate.

• "Hercules Oetaeus" ("Ercole sull'Eta"): Deianira, moglie di Ercole, folle di gelosia per la

giovane Iole, invia al marito una tunica intrisa del sangue del centauro Nesso, pensando che fosse un

filtro amoroso. In realtà si tratta di un veleno che divora le carni dell'eroe. Dopo aver saputo che

Deianira si è uccisa Ercole ordina di innalzare un rogo sul monte Eta e vi si immola.

L'"Apokolokyntosis"

L'imperatore Claudio, dopo la morte, arriva in cielo. Ercole lo riconosce e sottopone all'assemblea dei celesti

la sua divinizzazione. La discussione degli dei si svolge secondo la procedura del senato romano, dove ogni

partecipante esprime il proprio parere: in particolare il divo Augusto chiede una severa punizione del nipote,

dal momento che ha ucciso numerosi membri della sua famiglia. Alla votazione, tutti si esprimono contro

l'apoteosi di Claudio e quindi Mercurio lo trascina verso gli Inferi. Viene allora condotto al cospetto del

giudice infernale Eaco e sottoposto a un sommario processo: il "princeps" è pertanto condannato a giocare

per l'eternità ai dadi con un bussolotto forato.

Le opere

Nella sua attività intellettuale, Seneca ha coltivato i generi più disparati: tra le opere che sono pervenute

possono essere ascritti all'ambito filosofico-morale i "Dialogi", i trattati "De clementia" e "De beneficiis", le

"Naturales quaestiones" e le "Epistulae morales ad Lucilium"; rimangono inoltre 9 tragedie, la satira

menippea "Apokolokyntosis", e una raccolta di epigrammi in distici elegiaci. Parecchie altre opere sono

andate perdute, tra cui una biografia del padre, molte orazioni, vari trattati relativi ad argomenti scientifici,

diversi scritti di carattere morale.

I 10 "Dialogi" sono concepiti e pubblicati autonomamente dall'autore, sono stati raccolti dopo la sua morte. Il

nome di "Dialogi" in realtà non corrisponde alla forma in cui sono stati redatti (tranne che per il "De

tranquillitate animi"): infatti, l'autore parla sempre in prima persona, rivolgendosi quasi esclusivamente al

dedicatario dell'opera. I dialoghi senecani possono quindi essere paragonati a una riflessione continua,

episodicamente vivacizzata da interventi del dedicatario o di un interlocutore anonimo. Il pensiero viene

sviluppato in modo non sistematico; la vivacità espressiva, legata all'utilizzo di esempi tratti dalla vita

vissuta, e lo stile informale rivelano l'influsso della diatriba cinico-stoica.

La tradizione distingue all'interno dei dialoghi vari gruppi di opere.

I dialoghi di consolazione consistono in una riflessione, rivolta a un destinatario, per consolarlo dell'assenza,

temporanea o definitiva, di una persona cara. Il genere nasce in Grecia intorno al IV sec. a.C. e in esso

confluiscono temi provenienti sia dalla poesia epica e tragica, sia delle varie scuole filosofiche: con la

sofistica, il "discorso" diviene un modo per lenire le sofferenze, mentre l'Accademia contribuisce con la

propria metafisica, che presuppone l'immortalità dell'anima; lo stoicismo si concentra soprattutto sul

controllo del dolore come passione. La "consolatio" attinge a un repertorio canonico di temi, quali la fugacità

del tempo, la precarietà della vita e dei beni, l'imprevedibilità del futuro. Appartengono a questo gruppo le 3

"consolationes" "ad Marciam", "ad Polybium" e "ad Helviam matrem". La prima è dedicata a Marcia, la figlia

dello storico Cremuzio Cordo, in occasione della morte del figlio (col ricorso ad argomentazioni retoriche e

filosofiche, Seneca dimostra che la morte non è né un bene né un male). L'opera fu redatta probabilmente

fra il 37 e il 38 d.C. Le altre due "consolationes" appartengono all'epoca del confino in Corsica e sono dirette

la prima a Polibio, il potente liberto di Claudio cui era morto il fratello, con la speranza di ottenere il ritorno

dall'esilio, e la seconda alla madre Elvia, per esortarla a sopportare la lontananza dal figlio.

Ai "dialogi" di tipo speculativo appartengono i 3 libri del "De ira", dedicati al fratello Novato e pubblicati

sicuramente dopo la morte di Caligola (41 d.C.), dal momento che l'imperatore viene qui vituperato senza

timore. L'opera è una trattazione, ricca di esempi storici, sulle caratteristiche e sulle funeste conseguenze

dell'ira, passione considerata, secondo la concezione stoica, come distruttrice della ragione, in quanto

reputata una vera e propria malattia dell'anima: il dialogo è costruito come un trattato medico, con la

descrizione degli accessi di collera, l'individuazione delle cause e la definizione della terapia e dei rimedi. Al

periodo dopo il ritorno dall'esilio va attribuito il "De brevitate vitae"; è dedicato da Seneca al suocero, il

cavaliere Pompeo Paolino. Paolino assume il carattere paradigmatico di chi, raggiunto un traguardo di

carriera, può lasciare la politica e volgersi a un diverso impegno, quello di far fruttare il tempo rimanente

della propria vita. Il tema del dialogo è infatti quello della brevità del tempo concesso all'uomo. Il tema del

tempo è quasi un'ossessione per Seneca: esso ritorna più volte in altre opere, soprattutto nelle "Epistulae

morales ad Lucilium". Collocabile intorno al 58 e indirizzato sempre al fratello Novato è il dialogo "De vita

beata", dedicato alla discussione di problematiche dottrinarie dello stoicismo.

Vengono raggruppati in una trilogia, dedicata all'amico Anneo Sereno, cortigiano e funzionario imperiale, i

dialoghi "De constantia sapientis", "De tranquillitate animi" e "De otio", che sembrano delineare una sorta di

percorso filosofico di perfezionamento verso la saggezza.

Il "De constantia sapientis", di datazione incerta, mira a valorizzare la figura del saggio, la sua capacità di

tollerare le offese.

Il "De tranquillitate animi" è dedicato a Sereno in un momento particolare della sua vita, in cui quest'ultimo

oscilla tra i modelli di comportamento propostigli da Seneca e le lusinghe e i piaceri della vita dei ricchi,

preda di un'angoscia esistenziale dalla quale non sa uscire. E' un momento di insicurezza anche per il

filosofo: è probabilmente il periodo subito dopo il "quinquennium Neronis", quando la sua posizione di potere

comincia a vacillare, e si pone il problema di pianificare il ritiro a vita privata. Il trattato inizia con una lettera

di Sereno che chiede consiglio e aiuto e si sviluppa poi come un monologo di tono confidenziale. La

tematica filosofica dell'opera ruota intorno al concetto della serenità dell'animo: esso corrisponde alla

"euthmìa" del filosofo Democrito di Abdera, divenuto canonico per l'esortazione a valorizzare la vita interiore.

Il filosofo, ai fini di raggiungere la tranquillità d'animo, tenta una composizione tra i doveri del saggio di

giovare agli altri e i limiti derivanti dalla realtà politica dell'epoca.

Nel "De otio" la questione del ritiro a vita privata appare risolta dalle circostanze: il dialogo, giunto

incompleto, è infatti databile presumibilmente intorno al 62 d.C., al momento del definitivo distacco di

Seneca da Nerone. Argomento della trattazione è l'"otium", che poteva essere un momento di meritato

riposo, come pure un impegno diverso, dedicato alla società. L'"otium" era quindi considerato come un

intervallo accessorio tra gli "officia"; a partire dagli ultimi anni della Repubblica, tuttavia, la scelta di dedicarsi

all'"otium" non è più del tutto volontaria. La situazione vissuta da Seneca è ancora peggiore: il suo "vivere

appartato" è divenuta questione di sopravvivenza.

Tra gli ultimi "dialogi" a essere scritti si trova il "De providentia", indirizzato a Lucilio, dedicato al tema della

razionalità immanente al cosmo, tesa a un fine ultimo e di natura divina. Nel breve trattato, in sei capitoli,

Seneca si occupa anche del problema del male: la sventura ha una funzione etica e pedagogica, è una

sorta di esercizio cui la divinità sottopone il "sapiens", il quale lo accetta come via di perfezionamento.

I due libri del "De clementia" (55-56 d.C.) delineano, sotto forma di trattato politico, il programma di governo

del sovrano illuminato, qui identificato in Nerone, dedicatario dell'opera e gratificato con un elogio

spropositato. Per la prima e unica volta nella letteratura latina classica Seneca, preso atto dell'irreversibilità

del principato come istituzione, sviluppa una completa teoria del potere monarchico. Dal punto di vista

filosofico, l'autore si basa sullo stoicismo più ortodosso: come l'universo è provvidenzialmente governato dal

"logos", così lo Stato è retto da un principe che è la personificazione del saggio stoico. Nella stessa ottica

viene riconsiderato il concetto di "clementia", come espressione della magnanimità e della capacità politica

del vincitore e come "instrumentum regni" per ridare stabilità allo Stato.

Il "De beneficiis" è un trattato in 7 libri e appartiene agli ultimi anni dell'attività di Seneca: numerosi passi

evidenziano l'atteggiamento disilluso e amareggiato di un uomo che ha ormai concluso la sua carriera. Nel

trattato si riconoscono due piani fondamentali fra loro intrecciati: da una parte, un discorso teorico che mira

a delineare un modello del comportamento umano, studiando la fenomenologia degli atti del dare e del

ricevere, che stanno alla base dei benefici e che costituiscono un tratto fondamentale dei rapporti sociali e

interpersonali; dall'altra, la descrizione dei comportamenti reali che il filosofo ha potuto osservare con i suoi

occhi o trarre dalla storiografia, rilevando una profonda contraddizione tra ideale e realtà.

Dedicate a Lucilio e composte con probabilità tra gli anni 62 e 64 d.C., le "Naturale quaestiones"

costituiscono un'opera dossografica (raccolta di argomenti eruditi) in 8 libri, sostanzialmente indipendenti tra

di loro, in quanto ciascuno è destinato alla descrizione di un fenomeno naturale secondo uno schema

costante (prefazione di carattere morale, sezione centrale con argomenti scientifici, conclusione ancora di

natura etica); la discussione scientifica è sempre unita a un intento morale, quello etico-pedagogico di

miglioramento dell'uomo. Uno degli scopi dell'opera è quindi la liberazione dell'uomo dalle sue paure

irragionevoli, dovute all'ignoranza, e in particolare, dal timore della morte.

Le tragedie formano un "corpus" che si riallaccia alle tematiche del teatro tragico latino precedente e che

riprende un'ampia serie di spunti tratti da altri generi letterari, in particolare dalla poesia di Virgilio e Ovidio. Il

modello greco è presente negli argomenti: al ciclo troiano appartengono le "Troades", il "Thyestes" e

l'"Agamemnon"; al ciclo tebano "Oedipus", "Phoenissae", "Hercules furens" e "Hercules Oeteus"; alla saga

argonautica si rifà la "Medea" e a quella di Teseo la "Phaedra".

La produzione tragica di Seneca è di grande importanza anche perché si tratta delle uniche tragedie della

letteratura latina pervenute nella loro interezza; tuttavia non si sa con quale scopo esse siano state scritte,

se con fini didattici oppure in seguito alla presa d'atto da parte di Seneca del fallimento della sua politica

volta all'affermazione di un assolutismo illuminato. Un altro quesito irrisolto riguarda la fruizione di questi

testi, se cioè fossero stati concepiti per la rappresentazione scenica, oppure solo per la declamazione

("recitatio") e la lettura.

Caratteristiche delle tragedie senecane sono la rappresentazione di passioni sconvolgenti (in particolare il

tema dello scontro tra il "furor", l'irrazionalità, e la saggezza, la "mens bona"), il gusto del macabro, il

linguaggio espressionistico. Gli eroi sono spesso negativi. Per accentuare la tensione drammatica, l'autore

fa largo uso di elementi ripresi dalla tradizione tragica, ma anche epica: spettri e carri alati, sogni e visioni,

delitti e suicidi, atrocità di ogni genere.

L'"Apokolokyntosis" è una sarcastica dissacrazione del defunto imperatore Claudio, redatta, con tutta

probabilità, entro la fine del 54 a.C., anno della sua morte. Il significato del titolo, che si riallaccia al termine

"kolokynte", in greco "zucca", vale, probabilmente, "apoteosi, deificazione della zucca": infatti per lo

"zuccone" Claudio, impacciato, balbuziente, zoppicante, non ci si poteva certo attendere "post mortem"

quella divinizzazione che era toccata ai suoi predecessori Cesare e Augusto.

L'"Apokolokyntosis" è un esempio di satira menippea, un genere caratterizzato dal prosimetro, ovvero

l'alternanza di poesia e prosa, e dalla parodia letteraria, con la citazione di passi dalla poesia greca e latina

in contesti del tutto incongruenti a scopo comico. Seneca mette in scena le vicissitudini di Claudio dopo la

morte, dalla ascesa al cielo nel mal riuscito tentativo di ottenere la deificazione, alla catastrofica discesa agli

Inferi. L'opera si conclude con la condanna dell'imperatore a giocare per sempre a dadi in compagnia di un

liberto (chiara allusione allo spazio eccessivo che Claudio diede a questi personaggi nella sua corte).

La tradizione attribuisce a Seneca alcune decine di epigrammi in distici elegiaci; l'autenticità è tuttavia assai

dubbia, se non fosse per alcuni relativi all'esilio in Corsica.

I temi

Seneca si richiama dichiaratamente allo stoicismo ma, affermando di non essere schiavo di alcun maestro,

accetta apporti da altre scuole. In tutta la sua opera, inoltre, il filosofo non persegue mai una

sistematizzazione del pensiero stoico, dal momento che il suo intento è sostanzialmente pedagogico ed

esortativo, volto a fini pratici: la filosofia non è "in verbis", ma "in rebus", non consiste nella teoria, ma nella

prassi.

La contrapposizione tra "otium" e "negotium" è profondamente radicata nella latinità; lo stoicismo in linea di

principio richiede l'impegno del cittadino nella vita pubblica, al fine di giovare agli altri, ma, se le circostanze

lo richiedono, ne può giustificare il ritiro. Le vicende della carriera politica stimolano in Seneca una costante

riflessione sul problema dei rapporti tra filosofia e potere, ovvero tra tempo dedicato all'"otium" o al

"negotium": se nel "De tranquillitate animi" si delinea per il saggio, quando la vita politica sia difficilmente

praticabile, una scala di possibilità via via decrescenti in relazione al progressivo restringersi dello spazio

pubblico d'azione, nel "De otio" il distacco dalla politica è definitivo e l'"otium" viene nobilitato come modo di

giovare all'umanità intera.

Scopo pratico della filosofia è per Seneca l'ottenere la sapienza: è un percorso graduale verso la saggezza

("proficiscere"), attraverso un processo morale di correzione e miglioramento continuo, che coinvolge in

primo luogo se stesso.

Seneca rifiuta l'idealizzazione della figura del saggio e tenta di calarlo nella realtà di tutti i giorni,

identificandone degli esempi. La figura del saggio era un'immagine ricorrente nelle scuole filosofiche, dove

era uso idealizzare la figura del maestro per farne il modello di ogni perfezione. Il maestro agiva con

l'esempio almeno altrettanto che con la parola. Così tanto all'interno che all'esterno delle scuole la filosofia,

più che un'attività del pensiero, era considerata un modo di vita. Seneca è perfettamente consapevole di

questo fatto. In realtà non tutti i filosofi, non tutti i maestri furono così aureolati dalla leggenda. Gli stoici

sembrano essere stati meno degli altri inclini a questa idealizzazione del maestro. Gli stoici sono considerati

più dei dotti, degli scienziati che dei "saggi". Ma, inoltre, i maestri dello stoicismo rifiutavano di accettare la

qualifica di "saggi"; e i loro discepoli non li contraddicevano. Essi affermavano "che erano grandi uomini, in

verità, meritevoli di rispetto, ma che non avevano raggiunto la perfezione insita nella natura umana". Così

sin da principio il saggio stoico è, in certo qual modo, un mito. E' un'idealizzazione, un'astrazione

dall'umanità reale. Seneca è di parere sensibilmente diverso. Non è, sostiene Seneca, un essere

immaginario; il saggio descritto dagli stoici esiste, esisterà ed è esistito in passato. Anzi, aggiunge, può darsi

che Catone superi in grandezza il saggio stoico. E' a Roma che Seneca va a cercare la realizzazione del

vecchio mito. E per questo sceglie un senatore romano. Il "saggio" di Seneca sarà non solo un abile

dialettico e un esempio vivente dei paradossi della setta ma, prima di tutto, un "vir bonus"; e nel ritratto che

traccia a Lucilio di Catone durante la guerra civile, Seneca paragona a questo saggio romano tutti gli altri

che, nel secolo precedente, avevano meritato di esser detti "viri boni": Lelio, Scipione Emiliano, Catone il

Censore e Elio Tuberone. La descrizione del saggio non è meno utile dei precetti morali, "proponiamo

esempi lodevoli, troveremo un imitatore". E il modello sarà tanto più efficace quanto più sarà vicino. La

figura di Socrate è troppo lontana, non meno esotica dei personaggi della palliata. Il "secolo d'oro" della

Repubblica è ben altrimenti vivo. Al saggio stoico, Seneca ha aggiunto una nuova dimensione: quella della

grandezza.

La meditazione sul tempo e sulla morte è centrale in Seneca, Sulla morte e sull'immortalità, Seneca non

esprime una posizione definitiva, ma oscilla tra diverse opinioni contraddittorie. Sulla sopravvivenza dopo la

morte Seneca si attiene talvolta all'ortodossia stoica, secondo la quale l'anima sopravvive dopo la morte, ma

solo sino al momento della conflagrazione che distruggerà l'universo. Altre volte invece il filosofo si lascia

pervadere da uno spiritualismo di marca platonica, che contempla una forma di vita futura, altre volte ancora

abbraccia la concezione di Epicuro per cui la morte coincide con il nulla assoluto, ma non è un male, dal

momento che corrisponde alla fine delle sensazioni. Seneca afferma che bisogna ogni giorno esercitarsi a

morire per essere capaci di non temere la morte. La morte è anche uno strumento di liberazione dal

"carcere" della vita, un mezzo di fuga per liberarsi da sofferenze intollerabili: in questo consiste il suicidio,

visto nell'ottica stoica come atto supremo di rivendicazione della libertà.

Il tema del tempo è affrontato in particolare nella prima delle "Epistulae" e occupa l'intero "De brevitate

vitae". Unico bene realmente in nostro possesso, viene sottratto o sprecato; solo il presente ci appartiene,

solo il presente esiste e quindi conta e deve essere valorizzato con l'impegno nella virtù.

Seneca deriva dall'etica stoica il suo interesse per l'analisi e la critica delle passioni, che sviluppa nel "De

ira" e "De clementia", nelle "Epistulae", nel "corpus" delle tragedie, dove in particolare sono rappresentate

l'ira, l'avidità di potere e i furori dell'"eros", sotto forma di brama e di gelosia. Negazione della razionalità che

impronta l'universo, fonte di disordine morale, le passioni rappresentano una vera malattia dell'anima; per

evitarne l'esito distruttivo, devono essere controllate attraverso la costante cura di se stessi nel progresso

verso la virtù e, se necessario, estirpate.

Seneca tra potere e filosofia

Precettore del giovane "princeps", Seneca, alla luce degli insegnamenti dello stoicismo, non solo si prodigò

nella sua formazione ma lo affiancò anche concretamente nella gestione dello Stato. Se il suo influsso

contribuì alla prosperità del "quinquennium Neronis", è però vero che un testo come il "De clementia"

avrebbe potuto giustificare il progetto di Nerone di trasformare l'impero in una monarchia orientalizzante,

dove il rapporto tra sovrano e popolo dipendesse non dal diritto ma dalla magnanimità del regnante.

Forse, fu il matricidio a cambiare irrimediabilmente le cose. Il filosofo, infatti, non solo aveva perso una

potente alleata, ma si era reso conto che l'involuzione autocratica di Nerone era ormai inarrestabile.

Il conseguente allontanamento volontario dalla vita pubblica (62 d.C.) derivò dunque da ragioni di

opportunità, ma anche dall'approfondimento filosofico sul ruolo del "sapiens". Importante è infatti l'idea del

saggio che vuole giovare alla "res publica vere publica", cioè all'umanità, e non ad una precisa realtà

politica, non distinguibile però da quella del "civis" che non può più praticare la "libertas" politica (come

prescritto dal "mos maiorum"), ma solo quella interiore. Fu questa consapevolezza filosofico-politica,

pertanto, ad affrancare definitivamente Seneca dal ruolo di complice del potere.

Lingua e stile

Lo stile della prosa di Seneca è sostanzialmente il risultato della rielaborazione, molto personale e originale,

di due componenti: quella retorica, influenzata dallo stile asiano, ricco ed elaborato, e quella filosofica, che

segue l'impostazione didascalica propria della diatriba cinico-stoica.

Volendo interagire con un dedicatario o un interlocutore fittizio per coinvolgerlo e convincerlo, Seneca fa

largo uso della prima e della seconda persona singolare per rimarcare a fini didattici l'aspetto soggettivo. La

caratteristica più evidente di questo stile è quindi la varietà formale.

La struttura sintattica della prosa senecana è basata sulla paratassi ed è caratterizzata da un andamento

irregolare e asimmetrico ("inconcinnitas"); la coerenza logica e dottrinaria del discorso è quindi affidata alla

contrapposizione o all'accostamento di concetti e di immagini. Notevole è inoltre l'impiego dell'ellissi,

specialmente del verbo, come pure l'accostamento di modi e tempi verbali continuamente diversi, o i rapidi

mutamenti dall'attivo al passivo e dal discorso diretto al discorso indiretto.

Lo stile di Seneca mira inoltre alla ricerca della "brevitas", cioè dell'espressione sintetica del concetto che

viene espresso con efficacia da frasi ad effetto, le "sententiae". Queste ben si adattano a veicolare al lettore

consigli e norme con cui delineare un'arte del ben vivere, con un costante richiamo alla vita concreta,

all'esperienza quotidiana.

Seneca, inoltre, utilizza lo stile per scandagliare la vita interiore dell'uomo, a partire dalla sua dimensione

privata, facendone emergere le pulsioni e i drammi interiori che danno alimento alle passioni: si è, infatti,

parlato per Seneca di stile drammatico.

Seneca fa ampio uso di figure retoriche di suono quali l'allitterazione, il poliptoto e l'assonanza. L'artificio

retorico da lui prediletto è però la metafora, che allude a immagini della vita quotidiana, dell'esperienza

militare, dell'ambito giuridico. Il riferimento all'esperienza militare in particolare si riconnette al "topos" stoico

dell'impegno che il saggio deve porre nel perseguire la virtù, come un soldato che si impegna al massimo

delle sue forze.

La trattazione pertanto non si sofferma mai all'ambito teorico, ma mantiene un tono colloquiale, ancor più

evidente per la presenza di citazioni, proverbi, e per l'inserimento di versi (soprattutto di Virgilio e Ovidio).

Il lessico è particolarmente ricco, e attinge ai campi semantici più diversi, con la presenza di diminutivi e

volgarismi.

Relativamente al lessico tecnico filosofico, Seneca preferisce utilizzare gran parte della terminologia coniata

da Cicerone, ma non mancano aperture al lessico dell'interiorità (ad esempio il termine "conscientia").

Se nella prosa è evidente una certa ricerca di drammaticità, questa raggiunge l'acme nelle tragedie. Il

linguaggio poetico risente dell'influenza della poesia del periodo augusteo (importante la presenza di Ovidio

per quanto riguarda il lessico dell'indagine del sentimento amoroso), come pure di quella della tragedia

latina arcaica (evidente nei toni magniloquenti e carichi di "pathos"). Lo stile sentenzioso è il tributo dovuto

da Seneca alla retorica asiana, percepibile anche nell'enfasi declamatoria, nella ridondanza dei costrutti e

nella sovrabbondanza dell'aggettivazione.

La fortuna

L'opera di Seneca ebbe valutazioni contrastanti già a partire dai contemporanei, fatto spiegabile con lo

stacco nettissimo che essa rappresenta nei confronti della tradizione letteraria greca e romana. Le sue

pagine vennero considerate dai classicisti stilisticamente corrotte e tanto più insidiose per gli studiosi giovani

e inesperti in quanto piene di vizi seducenti. Nel II sec. d.C. si fece strada anche l'ostilità dei seguaci della

tendenza arcaicizzante.

La figura di Seneca è stata poi oggetto di un trattamento abbastanza malevolo da parte degli storici

successivi, che non hanno mancato di sottolineare le contraddizioni tra l'ideale austero di sapiente delineato

dalle opere, da un lato, e i compromessi con il potere e la brama di ricchezze perseguita senza scrupoli,

dall'altro.

Nella tarda latinità, probabilmente per la possibilità di strumentalizzarne il pensiero a fini propagandistici,

sono i cristiani a manifestare apprezzamento per Seneca. Il '300 e poi l'Umanesimo vedono una nuova

attenzione ai testi senecani, anche grazie alla circolazione di opere fino allora ignote.

Marco Anneo Lucano

La vita

Marco Anneo Lucano nacque a Cordova nel 39 d.C. Figlio di Anneo Mela, fratello di Seneca, giunse ben

presto con la famiglia a Roma. Dopo il viaggio d'istruzione in Grecia, entrò nella cerchia degli amici di

Nerone e iniziò precocemente la carriera politica come questore. Il sodalizio con il "princeps", che sempre

più accentuava i suoi atteggiamenti autocratici, dovette successivamente rompersi. Si trova pertanto Lucano

tra gli accusati di coinvolgimento nella congiura dei Pisoni e si sa che fu costretto al suicidio nel 65 d.C.

Le opere

Oltre all'unica conservata, il "Bellum civile", si sa che scrisse numerose opere di cui sono pervenuti i titoli e

qualche raro frammento.

Composte quasi sicuramente in epoca anteriore rispetto al "Bellum civile", queste opere testimoniano la

versatilità del poeta, che si cimentò in diversi generi letterari: scrisse un poema epico sulla guerra di Troia

intitolato "Iliacon" e incentrato sulla morte di Ettore, i "Saturnalia", il "Catachthonion" (un carme sulla discesa

agli Inferi) e il "De incendio Urbis", un poemetto sull'incendio di Roma. Scrisse anche una tragedia intitolata

"Medea", rimasta incompiuta. All'ambito della poesia lirica appartengono invece 10 libri di poesie di

argomento vario, le "Silvae", e alcuni epigrammi. Accanto alle "Laudes Neronis", si ha notizia anche di un

testo denigratorio, in cui Lucano si sarebbe scagliato contro Nerone e la sua corte.

La sua opera principale è però il poema epico "Bellum civile" ("Guerra civile"), noto anche come "Pharsalia"

("Gli eventi di Farsalo"): il suo argomento è infatti la guerra civile tra Cesare e Pompeo. Il testo si interrompe

bruscamente al X libro, probabilmente a causa della morte dell'autore. E' dunque presumibile che il progetto

originario dell'opera prevedesse una stesura di 12 libri.

Per quanto concerne le fonti, si segnalano l'"Ab Urbe condita" di Livio, le lettere di Cicerone, i "Commentarii"

di Cesare, ma anche le opere storiografiche di Asinio Pollione e Seneca Padre.

Il "Bellum civile" o "Pharsalia"

• Libro I: dopo l'esposizione dell'argomento e l'elogio di Nerone, Lucano narra le cause della

guerra civile. Mentre Cesare si accinge a varcare il Rubicone (49 a.C.), gli appare il fantasma della

patria che lo invita a rinunciare alla sua impresa. Alla notizia del suo avvicinamento, Pompeo e i

senatori fuggono impauriti.

• Libro II: Lucano presenta i lamenti dei Romani che, ricordando l'orrore della guerra civile fra

Mario e Silla, presumono che questa sarà ancora più grave. Bruto discute con Catone sull'opportunità

di partecipare alla guerra: Catone lo persuade a schierarsi con Pompeo. Cesare intanto giunge a

Brindisi, costringendo Pompeo a lasciare l'Italia alla volta della Grecia.

• Libro III: appare in sogno a Pompeo il fantasma della prima moglie Giulia, figlia di Cesare,

che gli predice la morte. Intanto Cesare decide di dirigersi in Spagna. Passate le Alpi, affronta la

resistenza della città di Marsiglia. Pompeo nel frattempo raccoglie i suoi alleati, soprattutto orientali,

dei quali Lucano fornisce un lungo elenco.

• Libro IV: Mentre in Spagna i luogotenenti di Pompeo vengono sconfitti, in Illiria i cesariani

cadono in un agguato. Anche in Africa i soldati di Cesare vengono sconfitti.

• Libro V: Cesare, sottomessa la Spagna, si reca in Grecia. Il comandante delle truppe di

Pompeo in Grecia consulta l'oracolo di Delfi, il cui responso risulta però poco chiaro. Intanto Cesare,

irritato per il mancato arrivo di Antonio, decide di tornare in Italia. Un'improvvisa tempesta fa

naufragare la barca su cui si trova; egli si salva, ma si ritrova ancora sulle coste dell'Epiro.

• Libro VI: Cesare assedia Pompeo a Durazzo. I due eserciti si spostano in Tessaglia. Sesto,

figlio di Pompeo, decide di consultare la maga Erittone per conoscere il futuro; la maga, con un rito di

necromanzia, richiama in vita un soldato morto che rivela a Sesto l'imminente sconfitta dei pompeiani

e la rovina dello Stato romano.

• Libro VII: Pompeo, nella notte precedente lo scontro decisivo, rivede in sogno i suoi trionfi. A

Farsalo (48 a.C.) i pompeiani vengono sconfitti e Pompeo fugge a Larissa. Cesare rifiuta gli onori

funebri ai corpi dei caduti e i suoi soldati saccheggiano l'accampamento del rivale.

• Libro VIII: Pompeo cerca rifugio in Egitto, presso il re Tolomeo; costui, però, per ingraziarsi le

simpatie di Cesare, lo fa decapitare.

• Libro IX: Catone prende il comando dei resti dell'esercito di Pompeo e cerca di congiungere

le sue truppe con quelle del re della Mauritania; attraversa poi il deserto libico fino a giungere a Leptis.

Cesare, intanto, arriva in Egitto dove gli viene mostrata la testa di Pompeo.

• Libro X: Cesare si intrattiene con Cleopatra che, sposando il fratello Tolomeo, diventa

regina. Gli abitanti di Alessandria, durante il banchetto nuziale, tentano una rivolta contro Cesare che

viene assediato nella reggia; tuttavia egli riesce a fuggire nell'isola di Faro. A questo punto, il poema si

interrompe bruscamente.

L'"epos" di Lucano: problemi, personaggi, temi

L'argomento della guerra civile tra Cesare e Pompeo non era più di attualità tanto stretta da suscitare le

aspettative della pubblica opinione e neppure aveva in sé la possibilità di fornire a Lucano elementi per la

glorificazione di Roma; la luttuosa vicenda di una guerra fratricida, infatti, gettava più di un'ombra

sanguinosa proprio su Cesare, capostipite della famiglia imperiale.

La critica ha proposto a riguardo diversissime considerazioni.

C'è chi pensa che la scelta lucanea della materia implichi, già in partenza, una posizione polemica verso

Nerone, identificabile con il tirannico Cesare descritto nel poema. Altri hanno però opposto a quest'ipotesi la

presenza nel I libro di un lungo inserto laudativo dell'imperatore, visto come garante di una nuova età

dell'oro; se è infatti difficile credere che questi versi abbiano un valore ironico, si dovrebbe allora ritenere

che il giovane Lucano pensasse di finalizzare il poema all'esaltazione di Nerone, nuovo Augusto e vero

fautore di una pace opposta al buio delle passate discordie civili. Quest'idea viene progressivamente

sconfessata nel corso del poema, dove aleggia un cupo pessimismo e dove il nome di Nerone è altrimenti

assente. Si può dunque presumere, forse, un "cambio di rotta" del poeta, spinto dalla progressiva

involuzione tirannica dell'imperatore: il "Bellum civile" sarebbe dunque un'opera aperta, che il genio del suo

autore seppe trasformare da lode verso Nerone in un'aspra critica nei suoi confronti e in un'espressione di

angoscia e inquietudine per il destino di Roma.

Il contenuto del poema e anche numerosi suoi aspetti strutturali e formali indicano una volontà di distacco

dal modello virgiliano dell'"Eneide".

Questa volontà nasce dalla delusione per il crollo delle aspettative suscitate dal principato augusteo, che

nell'"Eneide" avevano trovato la più elevata espressione poetica. Nelle mani di Lucano il poema epico da

monumento eretto a testimonianza delle glorie nazionali, si trasforma in denuncia della guerra fratricida, del

sovvertimento di tutti i valori morali, dell'avvento del regno dell'ingiustizia. Questo tentativo di apertura del

genere letterario a contenuti radicalmente nuovi avviene attraverso la sistematica confutazione del modello

virgiliano mediante una sorta di ribaltamento delle sue affermazioni, una ripresa " a rovescio" di espressioni

e situazioni: lo strumento di questa operazione ideologico-stilistica è una nuova tecnica allusiva, da alcuni

critici definita "antifrastica", la quale offre la possibilità di elaborare in forma diversa lo stesso materiale

linguistico fornito dal modello. Tale procedimento serve a dare voce a contenuti di profonda "indignatio": è

come se Virgilio, nel suo poema, avesse perpetrato un inganno, coprendo un velo idilliaco una realtà tragica

e sconfortante. Compito del poeta epico è ora smascherare l'inganno, scrivere un poema che non fondi il

potere del principe sulle antiche favole religiose, ma mostri al contrario come il nuovo regime sia nato dalle

ceneri della libera "res publica", uccisa sui campi di battaglia delle guerre civili.

L'argomento è storico; gli eroi delle guerre civili sembrano agire senza alcuna guida né degli dei né del fato,

sembra aleggiare talora un'idea di provvidenza negativa che trascina Roma verso la catastrofe. La

limpidezza della narrazione, dello stile e della lingua virgiliane lasciano il posto alla presenza costante di

"excursus" e a una forma "barocca" che risente della cultura retorica del tempo. Questo cosciente "distacco"

da Virgilio è reso ancor più evidente da alcuni elementi allusivi all'"Eneide. Significativa è ad esempio, nel IV

libro del "Bellum civile", la scena di necromanzia che non può non richiamare il viaggio di Enea nell'Ade nel

VI libro dell'Eneide. Là Enea contemplava il catalogo dei grandi di Roma, della quale si profetizzava la gloria

futura, mentre qui il morto risuscitato per mezzo della magia profetizza unicamente gli orrori della guerra.

Si tratta, in conclusione, di un poema privo di quella dimensione encomiastica, di quell'anelito verso un

futuro glorioso, di quella fiducia nel divino che erano proprie dell'epica tradizionale: un'"anti-Eneide",

insomma.

Nell'opera si stagliano 3 figure principali: Giulio Cesare, il suo rivale Pompeo e Catone Uticense.

Cesare è indubbiamente presentato da Lucano - che pure sembra talora subirne il fascino come quando lo

paragona a un fulmine - in una prospettiva pesantemente negativa. In lui confluiscono le caratteristiche

tradizionali del "tiranno", ossia del monarca autocratico, in quanto associa la smania di potere a una certa

smodatezza di carattere, facile al "furor", all'"impatientia" e all'"ira". E' probabile che l'eroe negativo Cesare,

in qualche modo, dovesse evocare al lettore proprio Nerone; sul fatto che questa identificazione si

intensifichi a partire dal III libro la critica non è concorde, perché comunque Lucano sembra avversare

l'azione cesariana già dall'inizio del poema.

Pompeo ha senza dubbio le simpatie del poeta, in quanto le sue idee politiche mirano alla difesa del valore

tipicamente repubblicano e aristocratico della "libertas", minacciata dall'avvento del tiranno. Egli agisce però

in modo poco incisivo - quasi passivo (da qui il paragone con la vecchia quercia) - e mostra talora un

eccessivo attaccamento a quel potere e a quella ricchezza che la sua condizione nobiliare gli aveva

garantito. Insomma, a modo suo, ha qualche corresponsabilità nel clima di violenza civile che sta

maturando.

A Catone Uticense, luogotenente di Pompeo e, dopo la morte di quest'ultimo, "leader" anticesariano,

dovevano probabilmente essere dedicati i libri mai scritti del "Bellum civile". Già nella parte restante, però,

egli assume un atteggiamento improntato alla difesa della libertà, a una saggezza e moderazione degne dei

"mores" degli antenati: è attestata infatti la profondità della sua dimensione etica e del suo impegno civile,

permeato dei valori della filosofia stoica. Catone è indubbiamente uno sconfitto dalla storia; ma è parimenti

un "giusto" che con il suicidio non cerca una vile fuga dal mondo, in contrasto con il suo credo stoico, bensì

realizza un supremo atto politico di protesta contro la tirannide cesariana e di rivendicazione della propria

dignità umana. La sua figura proietta un esempio luminoso di virtù nei tempi cupi della tirannide neroniana,

durante la quale il suicidio divenne una prassi consueta (anche se talora imposta) presso i membri

dell'opposizione senatoria.

Nel "Bellum civile" le divinità olimpiche sono menzionate raramente e per di più come mera forma di

erudizione. Lo stoicismo ha insegnato a Lucano l'esistenza di un'entità superiore provvidenziale e la

possibilità umana di interrogarla attraverso la divinazione, ma il poeta "rilegge" quest'idea in modo

personalissimo. Più che sulla provvidenza, egli insiste infatti sull'incidenza nella storia del caso e della

"Fortuna".

E quando l'uomo cerca in qualche modo di conoscere il futuro lo fa attraverso pratiche oscure,

raccapriccianti, irrazionali, e ottiene solo profezie di sciagure: così, infatti, capita a Sesto Pompeo con la

consultazione della maga Erittone e la necromanzia messa in atto da quest'ultima. Sembra, in conclusione,

che lo stesso poeta ondeggi tra l'angosciosa idea di un mondo allo sbando e quella di una realtà dominata

da un destino di sventure, o meglio da una sorta di "provvidenza crudele". In quest'ottica di precarietà, la

descrizione di eventi magici o irrazionali contribuisce ad accentuare lo smarrimento e lo stupore del

pubblico. Infatti, i numerosi interventi "soggettivi" e moralistici, con i quali Lucano commenta fatti e

personaggi, contribuiscono a fare leggere gli eventi oggetto del poema come un modello negativo.

In riferimento all'evoluzione interna all'opera, alla compresenza in essa di storia e magia, alle incertezze

ideologiche del suo autore, è possibile affermare che il difetto più grave della "Farsalia" è l'assoluta

mancanza di equilibrio. Ma tale mancanza di equilibrio è caratteristica di tutta l'età neroniana; l'epica diventa

infatti un mezzo per esprimere un'inquietudine collettiva.

Lingua e stile

Dal punto di vista formale l'"Eneide" di Virgilio è per Lucano soprattutto un punto di partenza da cui

distanziarsi per rinnovare il genere epico. Infatti Lucano conserva del poema virgiliano il registro stilistico

alto, il lessico elevato e l'apparato retorico consueto (fa ad esempio spesso ricorso alle similitudini, ben

evidenti nei ritratti di Pompeo, simile a una quercia, e di Cesare, simile a un fulmine), ma ne rinnega i

principi classici di equilibrio, influenzato in questo anche dal gusto asiano del suo tempo.

Il "Bellum civile" è dunque caratterizzato da uno stile magniloquente e sublime che spesso tende ad

accentuare "pathos" e drammaticità. Lucano, condividendo il gusto proprio della retorica contemporanea, fa

ampio uso di espressioni sentenziose ("sententiae").

Fra le numerose figure retoriche lucanee spiccano per frequenza le espressioni antitetiche e ossimoriche

(ad esempio "iusque datum sceleri", cioè "crimine divenuto diritto"), le iperboli, le antifrasi o le frasi

paradossali, mezzi con i quali Lucano esaspera la contraddittorietà è l'illogicità del reale e mostra il

rovesciamento dei valori tradizionali. Non mancano pure le figure di suono o le metafore. Accanto a questa

tendenza all'amplificazione e alla sovrabbondanza espressiva si nota anche quella opposta alla

condensazione: infatti il poeta si serve spesso di espressioni dense ed ellittiche che determinano un'oscurità

di significato tale da rendere difficile la decodificazione del testo a una prima lettura.

Anche il gusto per le atmosfere lugubri, per l'orrido e il macabro (come nell'episodio di necromanzia),

influenzato dalle tragedie di Seneca, tende a coinvolgere emotivamente il lettore nel racconto. Lucano,

infatti, si sofferma spesso su dettagliate descrizioni di uccisioni, stragi e massacri, indugiando in particolari

cruenti e raccapriccianti, con una tendenza quasi "espressionistica" a deformare la realtà. Inoltre il poeta

sostituisce alla rappresentazione oggettiva dell'epica omerica una narrazione fortemente soggettiva; egli,

infatti, interviene spesso con apostrofi o domande retoriche oppure con esclamazioni di giudizio o

indignazione. Nel poema compaiono anche frequentemente discorsi tenuti da personaggi importanti in cui è

evidente l'influsso delle "declamationes"; non mancano scene isolate e ampie digressioni erudite

(descrizioni di luoghi esotici, di astronomia ecc.).

Per quanto riguarda la sintassi, nel "Bellum civile" prevale un periodare spezzato, frantumato in membri

brevi e costellato da efficaci "sententiae". Nel lessico, che è generalmente elevato, Lucano fa talora uso di

termini prosaici, propri della storiografia o della terminologia militare. Il poeta tende a un utilizzo " a effetto"

di parole già in uso; tra queste spiccano i termini che alludono alla corporeità nei suoi aspetti più crudi (ad

es. "viscera", "cruor", "sanguis") o alla violenza ("rabies", "furor"), che contribuiscono ad accentuare nel

lettore orrore.

Dal punto di vista metrico, è importante l'uso frequente dell'"enjembement", che spesso crea tensione nei

versi, determinando il ritmo franto e concitato.

La fortuna

Il poema di Lucano suscitò grande interesse fin dalla sua pubblicazione: già il contemporaneo Petronio

inserì nel "Satyricon" un passo in esametri sulla guerra civile che riecheggia per tema il "Bellum civile". I

poeti epici di età flavia riconoscono la grandezza di Lucano. Nell'età degli Antonini, invece, venne criticato

per l'enfasi declamatoria.

Il poema di Lucano, per alcuni aspetti sia stilistici sia contenutistici (ad esempio la critica agli dei pagani),

attirò l'attenzione anche degli scrittori cristiani. Durante il Medioevo, Lucano ebbe grande notorietà e fama.

Il Rinascimento, a causa del gusto classicista, preferisce invece Virgilio a Lucano. Tra '700 e '800 poeti

preromantici e romantici apprezzano molto il "Bellum civile".

L'epistolografia: Cicerone, Seneca e Plinio il Giovane

Marco Tullio Cicerone

L'epistolario di Cicerone (864 lettere) si divide in:

• "Ad familiares": raccolta (16 libri) in riferimento alla quale il termine "familiares"

indica parenti, amici, conoscenti cui Cicerone inviò lettere dal 62 al 43 a.C.;

• "Ad Atticum": raccolta (16 libri) che contiene le lettere, per lo più in ordine

cronologico (68-44 a.C.), inviate all'amico Tito Pomponio Attico;

• "Ad Quintum fratrem": raccolta (3 libri) che contiene 27 lettere scritte al fratello

Quinto (60-54 a.C.);

• "Ad Marcum Brutum": raccolta (2 libri) che contiene lettere scritte nel 43 a.C. da

Cicerone a Marco Bruto.

Di Cicerone si è conservato un ricco epistolario che è sia un prezioso documento delle

vicende storiche travagliate e turbolente della Roma della fine dell'età repubblicana, sia

un'opera di grande importanza per la conoscenza della biografia e della personalità di

Cicerone. Si tratta di circa 900 lettere.

Le epistole sono giunte suddivise in 4 raccolte:

• 16 libri di "Epistulae ad familiares", scritte a parenti e amici (tra cui uomini politici

come Pompeo e Cesare) dal 62 al 43 a.C.;

• 16 libri di "Epistulae ad Atticum", scritte all'amico Attico dal 68 al 44 a.C.;

• 3 libri di "Epistulae ad Quintum fratrem", scritte al fratello Quinto dal 60 al 54 a.C.;

• 2 libri di "Epistulae ad Marcum Brutum", con 26 lettere scritte nel 43 a Marco Giunio

Bruto.

Le lettere furono pubblicate, in data incerta, postume, in parte probabilmente dall'amico

Attico e in parte da Tirone, il fedele liberto che fungeva da anni da segretario a Cicerone.

Tuttavia lo stesso Cicerone in due epistole aveva espresso l'intenzione di selezionare e

pubblicare alcune lettere del suo epistolario. L'incarico fu affidato proprio a Tirone, ma la

morte colse Cicerone prima che il lavoro fosse compiuto. E' probabile che, se Cicerone

avesse potuto scegliere e revisionare il materiale, sarebbe giunta una raccolta più ridotta,

forse anche purgata di qualche particolare biografico un po' imbarazzante e poco

lusinghiero, e con uno stile più sorvegliato e meno colloquiale.

L'epistolario di Cicerone aveva un carattere sostanzialmente privato. Tuttavia, almeno

alcune si presentano come lettere pubbliche o "aperte", scritte in vista di una più ampia

divulgazione: appartengono a questo gruppo la lunghissima missiva che apre la raccolta al

fratello Quinto, scritta nel 60 a.C., nella quale Cicerone dà istruzioni su come governare

bene una provincia, o quelle a Lucceio, uno storico cui Cicerone illustra le caratteristiche di

contenuto e di forma che deve avere un'opera storiografica.

Ma l'importanza dell'epistolario ciceroniano consiste soprattutto nell'essere fonte preziosa

di molte notizie di carattere storico e antiquario. Cicerone rivela spesso nelle lettere le sue

incertezze (anche politiche), i retroscena di alcune sue scelte, i suoi dubbi e le sue

debolezze umane.

Lucio Anneo Seneca

Le "Epistulae morale ad Lucilium" sono una raccolta di lettere di argomento etico

indirizzate da Seneca all'amico Lucilio, composte tra il 62 e il 65 a.C. Sono pervenute 124

lettere in 20 libri, ma almeno altri 2 libri sono andati perduti.

Le lettere sono chiaramente scritte non solo per Lucilio, ma per il più vasto pubblico dei

posteri. Esse contengono l'espressione del pensiero filosofico di Seneca.

Sono infatti componimenti di tono colloquiale, intimo, discorsivo, dotati di grande

immediatezza, e in questo aspetto formale risiede innanzi tutto l'innovazione introdotta da

Seneca nei confronti delle epistole filosofiche della tradizione greca. Un altro elemento

innovativo è costituito dalla coesistenza della dimensione teoretica con quella pratica: la

riflessione filosofica si accompagna all'esperienza concreta, anche quotidiana. La raccolta

è contraddistinta da una grande varietà, innanzi tutto riguardo alla dimensione delle

lettere; anche lo stile è costruito su uno schema estremamente flessibile e vario, ottenuto

con l'utilizzo di immagini, metafore, esempi che ravvivano il discorso.

L'obiettivo delle lettere è il progresso morale; sono più volte affrontate alcune delle grandi

tematiche etiche valorizzate dallo stoicismo, quali la miseria dell'uomo di fronte alle

avversità della vita e all'assalto delle passioni e del male; il ruolo essenziale

dell'introspezione; il rifugio nella solitudine della saggezza e insieme la partecipazione al

destino di tutti gli altri individui, dei quali si postula la sostanziale uguaglianza; la riflessione

sul tempo, sulle sventure umane e sulla morte.

Seneca scrisse 9 coturnate (tragedie di argomento greco).

Plinio il Giovane

La vita

Gaio Cecilio Secondo nacque a Como nel 61 d.C.; assunse il "nomen" di "Plinius" in

seguito all'adozione da parte dello zio materno, Plinio il Vecchio. Percorse una brillante

carriera politica.

Ebbe grandi proprietà terriere e ville lussuosissime e fu tanto stimato e amato dai comensi

da essere nominato "patronus" (cioè "protettore") della città. A Roma ebbe rapporti diretti

con alcune tra le maggiori personalità del tempo: molti di loro, tra i quali addirittura

l'imperatore Traiano, compaiono nel suo "Epistolario". Morì dopo il 113 d.C.

Le opere

L'orazione è pervenuta nella raccolta tardo-imperiale dei "Panegyrici latini", una silloge

costituita da una serie di testi encomiastici: infatti con il termine "panegyricus" si indicava

anticamente un discorso solenne, successivamente identificato con l'elogio di un sovrano.

Il "Panegirico a Traiano" è la redazione scritta e ampliata del discorso di ringraziamento

dell'imperatore ("gratiarum actio") che Plinio pronunciò in senato nel settembre del 100

d.C., dopo l'assunzione del consolato.

Si tratta dell'unica orazione pliniana pervenuta.

Il tono usato da Plinio è encomiastico, teso all'esaltazione di Traiano, un imperatore

"virtuoso, intaccabile e per tutto simile agli dei", eppure modesto, garante del diritto e della

libertà di tutti. Appare evidente il tentativo di segnare la differenza con la tirannide di

Domiziano, e all'elenco delle virtù politiche del "princeps" - assai rispettoso del senato - e

delle sue glorie militari l'autore non manca di associare l'apprezzamento per la sua grande

"humanitas". Tutto ciò collima perfettamente con l'ideologia traianea, perché l'immagine di

imperatore "dal volto umano" piaceva molto al "princeps".

Oltre a lodarlo, Plinio richiama il principe con insistenza alla modestia, alla pratica della

virtù, alla cura del bene comune, lasciando trasparire la volontà di essere da lui ascoltato.

Lo scrittore comense è infatti un perfetto esempio di intellettuale integrato, votato alla

piena collaborazione con il potere imperiale; ma nel contempo crede di potere influire

positivamente su quest'ultimo, esercitando su chi lo detiene un ruolo "educativo".

L'insieme delle "Epistulae" di Plinio è costituito da 10 libri, 9 dei quali presentano diversi

destinatari; il X contiene invece il carteggio tra Plinio e Traiano, mentre Plinio era

governatore della Bitinia.

Il "corpus" delle lettere pliniane è il risultato di una rielaborazione letteraria delle missive

originali e di una loro organizzazione complessiva con criteri di varietà tematica, finalizzata

al diletto dei lettori; Plinio, dunque, dissimula la verità quando, nella dedica della sua

raccolta al potente "eques romanus" Setticio Claro, afferma di averle pubblicate "così

come mi capitavano in mano".

I primi 9 libri dell'epistolario mostrano una dimensione fortemente privata. Plinio sembra

concepire questi scritti come un modo per mettere in mostra se stesso e, magari un po' di

riflesso, i suoi corrispondenti. Questi ultimi sono parenti, amici e conoscenti (molti di essi

comensi), e fra loro troviamo personaggi "pubblici" come i letterati Svetonio e Tacito. Ogni

argomento diventa così per Plinio un modo per aprire al lettore una finestra sul "bel

mondo" cui apparteneva. Plinio non manca per altro di dare in alcune epistole il quadro

della vita culturale della Roma del tempo, con l'accenno alle numerose sale da

declamazione della capitale e con l'esternazione dei suoi gusti letterari: infatti apprezzava

molto l'amico Tacito e Marziale, del quale commemora la morte. Ma la morte più illustre

descritta da Plinio, dove la puntualità dei dettagli è pari alla commossa partecipazione, è

quella dello zio Plinio il Vecchio, ucciso dai fumi del Vesuvio.

Le lettere scritte al "princeps" dalla Bitinia, nell'esercizio delle funzioni di governatore, sono

un prezioso documento storico per la conoscenza dei meccanismi dell'amministrazione

romana. In queste l'alto funzionario, con modi zelanti e tono formale, informa il "princeps"

sui dettagli della sua attività, e gli chiede spesso autorizzazioni o consigli su come agire.

Ad esempio, alla richiesta pliniana sull'atteggiamento da tenere nei confronti delle nascenti

comunità cristiane dell'Asia Minore, Traiano, con tono equilibrato, gli risponde che non si

deve dare la caccia ai cristiani indiscriminatamente; ma, con pari fermezza, gli ricorda

come chi, denunciato come cristiano, non si ravveda debba essere punito.

Lingua e stile

Lo stile di Plinio, che nell'ampiezza e nel generale equilibrio del periodare si pone sulla

scia del modello ciceroniano, presenta però alcune concessioni al gusto "moderno",

soprattutto nell'uso delle "sententiae" di derivazione senecana. Ne consegue una prosa

uniforme e molto controllata. Dal punto di vista linguistico la prosa di Plinio rende in forma

letteraria il "sermo urbanus", la lingua parlata in ambito cittadino dalle persone colte. La

cultura dell'autore emerge con la lingua parlata in ambito cittadino dalle persone colte. La

cultura dell'autore emerge con l'uso di grecismi o termini poetici; né mancano termini del

lessico politico, giuridico e amministrativo.

La fortuna

Plinio fu autore apprezzato già nell'antichità: il suo epistolario venne infatti considerato un

modello.

L'epistolario di Plinio non fu molto conosciuto nel Medioevo, mentre in età umanistico-

rinascimentale venne nuovamente utilizzato come modello.

Il romanzo: Petronio e Apuleio

Petronio Arbitro

L'opera e l'autore

Il titolo "Satyricon" è attribuito da alcuni codici a un'opera d'argomento erotico e avventuroso, mista

di prosa e versi, pervenutaci in una forma che pare largamente incompleta: di essa resta infatti

solo una porzione, relativa ai libri XIV-XVI. Ne sarebbe autore, secondo la tradizione, un certo

Petronio Arbitro, identificato con un personaggio di età neroniana menzionato negli "Annales" di

Tacito. Di lui si ricorda la raffinata funzione di "elegantiae arbiter" (una sorta di "maestro di

cerimonie") presso la corte di Nerone, il che legittimerebbe il "cognomen Arbiter" della tradizione,

nonché la personalità eccentrica e gaudente. Coinvolto nella congiura antineroniana dei Pisoni (65

d.C.), egli si suicidò come Seneca e Lucano.

Richiami alla vita politica, sociale, culturale dell'età di Nerone compaiono poi anche all'interno del

testo petroniano, e ciò - oltre a sostenere l'identificazione fra il Petronio del "Satyricon" e quello

descritto da Tacito - contribuisce ad allontanare i sospetti che l'opera sia di età flavia, antonina o

forse anche successiva.

Alcuni degli elementi che legano il "Satyricon" all'età di Nerone sono:

• Il ricordo di attori, cantanti, gladiatori tra i più in vista dell'epoca di Caligola e Nerone: come

il suonatore di cetra Minarete, nominato durante la "Cena Trimalchionis";

• La presenza di liberti tra i personaggi (primo fra tutti Trimalchione), soggetti sociali che in

età giulio-claudia ebbero una buona visibilità pubblica;

• l'allusione, forse critica o comunque parodistica, ai lussi e agli eccessi propri della corte

imperiale dell'età neroniana;

• La discussione sulle cause della decadenza dell'eloquenza, che doveva essere in

quell'epoca argomento d'attualità, come pure quello sulla natura e la funzione del poema

epico.

La trama del "Satyricon"

Il personaggio principale del romanzo è un giovane studente squattrinato di nome Encolpio che

narra in prima persona le vicende e le avventure di un viaggio compiuto in compagnia di Gitone, un

bellissimo giovinetto suo amante, e di Ascilto, suo rivale in amore. Si possono evidenziare alcuni

nuclei narrativi, mentre per la parte antecedente, andata perduta, si possono fare solo delle ipotesi:

probabilmente la narrazione incominciava con la fuga da Marsiglia di Encolpio, perseguitato dall'ira

del dio Priapo, e con il suo arrivo in Italia insieme a Gitone. I due giovani vivono un'avventura

erotica con una cortigiana di nome Trifena e con il marito Lica, un mercante di schiavi. Encolpio e

Gitone incontrano dunque Ascilto e violano le cerimonie del dio Priapo compiute dalla

sacerdotessa Quartilla.

1. Capitoli 1-26,6: la parte pervenuta inizia in una Graeca urbs (forse Pozzuoli) dove

Encolpio incontra il retore Agamennone che disserta sui motivi della decadenza

dell'eloquenza. Encolpio e Ascilto, a causa della rivalità in amore, decidono di separarsi;

prima però si recano al mercato per vendere un mantello rubato che fortunosamente

riescono a barattare con una tunica piena di monete d'oro persa in precedenza. Tornati nella

locanda dove alloggiano, vengono sorpresi da Quartilla, la sacerdotessa di Priapo di cui i

giovani avevano in passato profanato una cerimonia; la donna li costringe a tre giorni di

pratiche erotiche.

2. Capitoli 26,7-79: una volta sfuggiti a Quartilla, i tre giovani seguono il retore

Agamennone, invitato a cena a casa di Trimalchione, un ricchissimo ma rozzo liberto. Egli è

l'assoluto protagonista della parte più nota del romanzo, la cosiddetta "Cena Trimalchionis".

Viene descritto nei minimi dettagli il banchetto offerto da Trimalchione, che fa sfoggio in modo

grossolano della sua ricchezza, ricorda il suo passato di schiavo, litiga con la moglie

Fortunata, recita versi e costringe gli invitati a fare la prova generale del suo funerale. A

causa del frastuono provocato dalla marcia funebre, sopraggiungono i vigili del fuoco e così i

giovani riescono ad allontanarsi di nascosto e a ritornare alla locanda. Encolpio e Ascilto

litigano di nuovo per Gitone che sceglie Ascilto.

3. Capitoli 80-113: Encolpio dunque, afflitto dal dolore, si reca in una pinacoteca dove

incontra Eumolpo, un anziano poeta di scarso successo che per consolarlo gli racconta la

novella del fanciullo di Pergamo. Eumolpo recita poi un poemetto dedicato alla distruzione di

Troia; i presenti non gradiscono la narrazione e costringono Eumolpo ed Encolpio alla fuga,

prendendoli a sassate. Tornati alla locanda, incontrano di nuovo Gitone. Ascilto non compare

più nel romanzo, sostituito da Eumolpo che diventa però un nuovo rivale per Encolpio. I tre

decidono di abbandonare la città e si imbarcano su una nave che si rivela essere quella di

Lica, in viaggio con la moglie Trifena. Encolpio e Gitone, nonostante il travestimento,

vengono scoperti e minacciati di severe punizioni. Eumolpo riesce a placare gli animi.

4. Capitoli 114-141: La nave naufraga a causa di una tempesta: Lica muore, mentre

Gitone, Encolpio ed Eumolpo riescono a raggiungere una spiaggia vicino a Crotone.

Eumolpo si finge un vecchio possidente senza figli e Gitone ed Encolpio si fingono suoi

schiavi. Giunti a Crotone, una matrona di nome Circe si innamora di Encolpio (il quale ha

assunto il nome di Polieno), che però è di nuovo perseguitato dall'ira di Priapo e ha pertanto

perso la sua virilità. La donna irata ordina ai suoi servitori di frustarlo; Encolpio si sfoga in

un'invettiva contro il proprio membro sessuale e infine, grazie all'intervento di Mercurio,

riuscirà a recuperare la virilità. Eumolpo invece, temendo di essere smascherato, impone la

condizione che i suoi eredi, dopo la sua morte, si cibino in pubblico del suo cadavere; l'ultima

parte rimasta del romanzo si chiude con il discorso di un abitante di Crotone disposto ad

accettare le condizioni poste da Eumolpo. Il testo si interrompe a questo punto.

Un genere letterario composito


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
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