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fu data una grande opportunità di sviluppare ulteriormente le sue idee sull’architettura

ecclesiastica. Iniziata nel 1642, nel 1650 la maggior parte della struttura era finita. La

decorazione si trascinò fino al 1660. Il palazzo ed il cortile erano preesistenti, realizzati da

Giacomo della Porta, per questo il Borromini aveva a disposizione uno spazio a forma

quadrata; disegnò quindi una stella a sei punte per occupare tutta la superficie e aggiunse o

tolse a questa forma spazi circolari per dar vita a forme simboliche.Il risultato che ne scaturì è

una pianta centrale con tre triangoli intersecati che disegnano una stella a sei punte, mentre

delle linee orizzontali dividono la parete sottolineando gli angoli concavi o convessi della

chiesa. Il triangolo simboleggia la trinità, ed è la figura di partenza, che però, combinata con

un altro triangolo rovesciato e sovrastato da una volta con cuspide, forma un'ape; elemento

araldico nello stemma della famiglia Barberini, ma anche simbolo di carità e prudenza.

L’esagono a stella era quasi completamente escluso dalle piante rinascimentali e

postrinascimentali. Forse lo si ritrova nell’antichità. È necessario far notare che le sei pareti

della chiesa così formatasi furono concepite come alternate figure geometriche, concave e

convesse,La chiesa di Sant'Ivo, inoltre, contiene una forma leggermente longitudinale In

contrasto col quadrato, l’ottagono e il dodecagono, dove i lati uguali stanno di fronte gli uni

agli altri sulle due assi principali, nell’esagono un’asse attraversa due lati, l’altra attraversa

due angoli. È quindi evidente che nelle piante derivate dall’esagono le parti non possono mai

essere uniformi. egli racchiuse il perimetro in una sequenza continua di pilastri giganteschi. A

differenza di San Carlo alle Quattro Fontane la cupola copre il corpo della chiesa senza un

elemento strutturale di transizione. Nell’interno della chiesa le faccie dell’esagono sono di

forme differenti: tre sono concave mentre le altre tre sono convesse, ma la differenza finisce

alla sommità della cupola. L’uso dello stucco decorativo ed in particolare le teste degli Angeli

fu lavoro tipico del Borromini Sant'Ivo alla Sapienza fu tema difficilissimo per Borromini,

condizionato dalla preesistenza del palazzo e del cortile già realizzati che lasciavano uno

spazio grossolanamente quadrangolare molto limitato per far sorgere la chiesa. La parete è

divisa da una serie di lesene scanalate, che sottolineano gli spigoli interni concavi e convessi

della chiesa; sopra questa fascia vi è una cornice non eccessivamente aggettante, con

funzioni di trabeazione, in cui ritroviamo il motivo del soffitto leggermente concavo, già visto

nel San Carlino; sulla trabeazione poggia infine la cupola, con sottili costolature. La chiesa

venne chiusa nel 1870 quando fu ridotta a magazzino della biblioteca Alessandrina; venne

riaperta e nuovamente consacrata nel 1926. Nella parte interna del cortile e nella chiesa si

trovano gli stemmi dei papi che, uno dopo l’altro, contribuirono alle decorazioni e alla

costruzione del presente edificio.

SAN GIOVANNI IN LATERANO

Mentre Sant’Ivo era in corso di costruzione, tre grandi opere furono affidate a Borromini; la

ricostruzione di San Giovanni in Laterano, la continuazione di Sant’Agnese del Rainaldi in

Piazza Navona e l’esterno di Sant’Andrea delle Fratte. Un restauro totale di San

Giovanni era diventato necessario perché l’antica basilica cristiana era in pericolo di crollare.

Il lavoro del Borromini iniziò nel maggio 1646 e finí nell’ottobre 1649, in tempo per l’anno

santo. Il suo compito era estremamente difficile perché Innocenzo X insisteva per conservare

la venerabile basilica. Il progetto era ambizioso e si protrasse a lungo. Nel 1660 Papa

Alessandro VII fece rimuovere i portoni bronzei dell'antica Curia Iulia perché divenissero i

battenti del nuovo ingresso della basilica. I lavori edilizi si prolungarono fino al pontificato di

Clemente XII, quando venne realizzata infine la facciata principale, progettata da Alessandro

Galilei completata nel 1734. Della basilica medioevale restarono solo il pavimento, il ciborio

ed il mosaico absidale, restaurata poi da Papa Leone XIII. Borromini creò qui uno dei suoi

più alti capolavori, specie nella fuga di spazi delle navate minori, caratterizzate da un uso

estroso ed intellettuale delle fonti luminose,permettendo l'illuminazione diffusa degli spazi

architettonici e dallo stucco bianco. Francesco Borromini racchiuse le colonne dell'antica

navata centrale in nuovi pilastri, alternati ad archi e caratterizzati da un ordine colossale di

paraste. Sui pilastri collocò delle nicchie dalla forma di tabernacolo, riutilizzando parte delle

splendide colonne in marmo verde antico che sostenevano le volte delle navate laterali. Nel

secondo ordine fece in modo di alternare ai finestroni delle cornici ovali adornate dai motivi

vegetali della palma, dell'alloro, della quercia e di essenze floreali, al cui interno lasciò visibili,

quali reliquie, lacerti dell'antica muratura costantiniana.

SANT'AGNESE

La chiesa di Sant'Agnese in Agone si trova al centro del lato occidentale di Piazza Navona a

Roma. È dedicata a Sant'Agnese, una fanciulla che sarebbe morta nello stadio di Diomiziano

che si trovava esattamente sullo stesso posto occupato ora dalla piazza e del quale la piazza

ricalca la forma. Nell'VII secolo il posto divenne un luogo di culto. La chiesa ebbe un primo

progetto disegnato nel 1652 da Girolamo Rainaldi 1570-1655, in stile barocco. Il committente

fu Papa Innocenzo X Pamphili, il cui monumento funebre si trova all'interno della chiesa. La

famiglia aveva ampi possedimenti nella piazza e la chiesa doveva essere una specie di

cappella privata annessa al palazzo di famiglia che si trova accanto. Negli anni 1653-1657 i

lavori proseguirono sotto la direzione di Francesco Borromini, che cambiò in parte il progetto

originale, aumentò la distanza tra le due torri integrate nel prospetto ed ideò l'impostazione

della facciata concava per dare più risalto alla cupola. Nel 1672 la costruzione fu completata

da Carlo Rainaldi 1611-1691, il figlio dell'architetto che aveva cominciato i lavori. La facciata

della chiesa, caratterizzata dal suo arretramento nella parte centrale e dalle parti laterali

curve, è in mezzo ai due campanili, entrambi culminanti con una copertura conica recante

delle croci. Nella facciata priva di decorazioni all'infuori delle ghirlande fra le lesene si aprono

tre portali con il centrale più grande rispetto agli altri. La cupola, opera di Giovanni Maria

Baratta (tamburo) e di Carlo Rainaldi (lanterna), decorata alla base da coppie di pilastri

corinzi, alternate ai finestroni rettangolari. All'interno la chiesa presenta una pianta a croce

greca, i quattro corti bracci della navata dell'abside e dei transetti, riccamente decorati con

stucchi nelle volte, si incontrano nell'ottagono centrale in cui si trovano quattro altari dedicati a

Sant'Alessio, Santa Ermenziana, Sant'Eustachio e Santa Cecilia.

SANT'ANDREA DELLE FRATTE

Sant'Andrea delle Fratte, è una chiesa del centro storico di Roma. Ricostruita verso la fine del

XVI secolo per l'Ordine dei Minimi di Francesco di Paola, Sant'Andrea delle Fratte è una

caratteristica chiesa dalla pianta a croce latina con cupola e un corto transetto, ispirato alla

tipologia della Controriforma inaugurata dalla chiesa del Gesù. Il nome deriva dalla sua

ubicazione, nei pressi di Piazza di Spagna, un tempo alla periferia del centro abitato, dove

erano situati alberi e cespugli. Il rifacimento della torre campanaria, affidato a Borromini, è

stato finanziato dal marchese Paolo del Bufalo, che abitava poco distante nel palazzo di

famiglia. Sant'Andrea delle Fratte è ricordata soprattutto per i lavori di Francesco Borromini,

che, fra il 1653e il 1667, costruì lo stupendo campanile a due ordini e la cupola rinforzata da

contrafforti diagonali che fanno assumere all'architettura l'immagine della croce di

Sant'Andrea, (il santo titolare della chiesa). Singolare è il contrasto tra il tiburio, rimasto privo

del rivestimento e ancora in mattone grezzo, e il campanile, bianco e curatissimo. Pur

essendo incompiuto, il complesso fu da sempre uno dei più studiati all'interno dell'opera di

Borromini. Uno degli elementi di spicco dell'arredo della chiesa sono le due monumentali

statue con Angeli con i simboli della Passione, opera di Bernini scolpite inizialmente (su

commissione di Clemente IX).

Fra le minori opere ecclesiastiche del Borromini, duechiese si possono scegliere per una

analisi particolare: Santa Maria dei Sette Dolori e la chiesa del Collegio di Propaganda Fide.

In entrambi i casi la chiesa è posta ad angolo retto con la facciata e tutte e due le chiese sono

erette sopra una semplice pianta rettangolare con angoli smussati o arrotondati.

SANTA MARIA DEI SETTE DOLORI

Fu iniziata nel 1642-43 e lasciata incompiuta nel 1646. L’esterno è una massa imponente di

mattoni crudi e solo il portale fu eseguito in pietra, ma non su disegno del Borromini. L’interno

è articolato da una imponente sequenza di colonne sistemate tra intervalli piú grandi delle

due assi principali. Nonostante la differenza nella pianta, Santa Maria dei Sette Dolori è in un

certo senso una versione semplificata di San Carlo alle Quattro Fontane. Qui c’è una bassa

fila di finestre nella navata principale e una volta ad arco divisa da costoloni.

COLLEGIO DI PROPAGANDA FIDE

Nel 1646 Borromini fu nominato architetto. Dapprima Borromini progettò di conservare la

chiesa ovale costruita dal Bernini nel 1634. Quando fu deciso d’ingrandirla egli preferí il tipo di

locale semplice, analogo a Santa Maria dei Sette Dolori e l’ancora precedente Oratorio di San

Filippo Neri. La chiesa della Propaganda Fide rappresenta una radicale revisione di quelle piú

antiche strutture. L’articolazione consiste qui in un ordine grande e piccolo derivato dai

palazzi capitolini.A differenza di Santa Maria dei Sette Dolori, il verticalismo dell’ordine grande

è continuato mediante i pezzi isolati della trabeazione nella volta ad arco ed è ripreso dai

costoloni che collegano i centri delle pareti lunghe con i quattro angoli diagonalmente

attraverso il soffitto.

L'ORATORIO DI SAN FILIPPO NERI

I confratelli della Congregazione di San Filippo Neri, avevano progettato per molto tempo di

costruire un oratorio vicino alla loro chiesa di Santa Maria in Vallicella. In concomitanza con

questa idea maturarono i piani per includere nel programma edilizio un refettorio, una

sacrestia, quartieri d’abitazione per i membri della Congregazione ed una grande biblioteca.

Questo programma considerevole non era, in pratica, molto diverso da quello di un grande

monastero. La Congregazione infine bandí un concorso che il Borromini vinse nel maggio

1637 contro, fra gli altri, Paolo Maruscelli, l’architetto della Congregazione. L’attività

costruttiva fu rapida; nel 1640 l’oratorio era in funzione; nel 1641 il refettorio era pronto; fra il

1642 e il 1643 la biblioteca sopra l’oratorio era

costruita e fra il 1644 e il 1650 la facciata nordoccidentale col campanile che guarda la Piazza

dell’Orologio. Cosí la costruzione dell’oratorio coincise con quella

di San Carlo alle Quattro Fontane. Maruscelli, prima del Borromini, aveva già risolto un

intricato problema: egli aveva progettato una coerente sistemazione per tutta l’area con

lunghe assi e una chiarae logica disposizione della sacristia e dei cortili. Borromini accettò

l’essenziale di questo piano che comprendeva anche la collocazione dell’oratorio stesso nella

metà occidentale (sinistra) dell’ala principale. Perfezionamenti furono introdotti dal Borromini,

ma basterà ricordare che, contrariamente alle intenzioni del Maruscelli, egli creò, piú

visualmente che praticamente, un asse centrale per l’intera facciata fra Santa Maria in

Vallicella e la Via de’ Filippini. Su richiesta della congregazione, la facciata non fu rivestita in

pietra, in modo che non fosse in concorrenza con la vicina chiesa di Santa Maria in Vallicella.

Borromini perciò elaborò una nuova ed estremamentesottile tecnica in mattone, di

discendenza classica. L’interno dell’oratorio, accuratamente adattato alle necessità della

congregazione, è articolato da semicolonne sulla parete dell’altare e un complicato ritmo di

pilastri lungo le altre tre pareti.

CORTONA

Il genio di Pietro Berrettini, chiamato di solito Pietro da Cortona, fu secondo solo a quello del

Bernini. Come lui fu architetto, pittore e decoratore e disegnatore di tombe e sculture (XVII

secolo). Egli nacque a Cortona il 1 novembre del 1596 da una famiglia di artigiani.

Probabilmente studiò sotto il padre, un tagliapietra prima di diventare apprendista sotto il

poco noto pittore fiorentino Andrea Commodi, con il quale andò a Roma nel 1612-1613. Vi

rimase dopo il ritorno del Commodi a Firenze nel 1614 e cambiò studio sotto l'altrettanto poco

importante pittore fiorentino Baccio Ciarpi. Secondo il suo biografo Passeri egli studiò

Raffaello e gli antichi con grande passione durante quegli anni. Determinanti furono per la

sua formazione le esperienze vissute nell'ambiente artistico romano del primo Seicento. In un

primo tempo protetto dalla famiglia Sacchetti, per la quale progettò la VILLA DEL PIGNETO

1626-1636, oggi distrutta, fu poi accolto dal Cardinale Francesco Barberini. L'artista svolse

tuttavia un ruolo di primo piano anche in architettura, che indirizzò verso un nuovo

classicismo, ispirato verso un linguaggio bramantesco e palladiano e insieme alla vigorosa

plasticità michelangiolesca. Contemporaneamente egli fu assunto da Cassiano dal Pozzo, il

dotto segretario del cardinale Francesco Barberini che si valeva in quegli anni di numerosi

artisti giovani e promettenti per la sua collezione di copie di tutti i ruderi di antichità. Da circa il

1625 la sua carriera può essere valutata in pieno. Da allora fino alla morte egli ebbe

simultaneamente in mano grandi commissioni architettoniche e pittoriche, poichè egli era

l'unico artista del XVII secolo capace di un simile tour de force.

VILLA DEL PIGNETO

Negli anni 1625-30 realizza per la famiglia Sacchetti il suo primo progetto architettonico,

l'ormai demolita villa del Pigneto. L'impianto assiale del piano terra sembra far riferimento al

Palladio, il dominante motivo della nicchia risale al Bramante e al cortile del Belvedere,

mentre per la progressione dei piani ci si può riferire all'antico tempio romano. Ulteriori influssi

provengono da Villa Aldobrandini per quanto concerne l'impianto delle terrazze, delle grotte e

dei ninfei e dall'opera del manierista fiorentino Buontalenti per il progetto delle scenografiche

scalinate ricurve. Un ulteriore elemento manieristico è il contrasto tra il lato quasi

ermeticamente chiuso dell'ingresso e quello fastosamente decorato sul giardino, che sembra

risalire a villa Borghese di Giovanni Vasanzio. Per Pietro da Cortona la storia è

essenzialmente l'interpretazione del visibile, tuttavia pur essendo le sue fonti molteplici, la

loro sintesi è decisiva per lo sviluppo della villa barocca.

CHIESA DEI SANTI LUCA E MARTINA

Nel 1635, appena un anno dopo l'inizio della costruzione di San Carlo, nasce progettato da

Pietro da Cortona, il secondo gioiello dell'architettura sacra del tardo barocco, la chiesa dei

Santi Luca e Martina. Il luogo su cui sorge l'edificio ha una posizione dominante almeno

quanto quella di San Carlo e si trova lungo il percorso delle processioni papali, sotto al

Campidoglio, con vista sul Foro romano. Nel 1634 l'artista riceve l'autorizzazione per costruire

a proprie spese la cripta della chiesa dell'Accademia di San Luca. Tuttavia durante i lavori di

scavo viene ritrovato il corpo di Santa Martina, per cui nel 1635 il cardinale Francesco

Barberini dispone la costruzione della nuova chiesa secondo i progetti di Pietro da Cortona.

Nel 1644 le coperture a volta sono ultimate e nel 1650 gli interni sono completati. Pietro da

Cortona propone una croce greca alle cui quattro estremità si trovano delle absidi. Egli

formula in maniera nuova il tradizionale sistema dei piani verticali, che tratta in modo

straordinariamente plastico. Si possono stabilire tre correlazioni di piani murari e di colonne.

Nelle absidi le colonne sono collocate dentro a delle nicchie, nelle campate adiacenti le

colenne sporgono dalle superfici dei muri oppure la parete retrocede rispetto a esse, e sotto

la cupola le colonne sono incastrate nei pilastri. Le colonne hanno recuperato la loro antica

autonomia, sono di nuovo plastiche e portanti. Il sistema decorativo è particolarmente

interessante. I pennacchi, il tassello della cupola e le volte sono riccamente decorati.

SANTA MARIA DELLA PACE

Santa Maria della Pace è una chiesa quattrocentesca al cui esterno il Cortona da, nel 1656

una sistemazione non solo architettonica ma urbanistica. Ci sono due ali arretrate che

formano un'esedra lontana, un fondo; c'è una parte frontale, convessa, non molto dissimile da

quella dei Santi Luca e Martina; c'è poi un pronao semicircolare, che prende tutta la

larghezza della fronte e risponde, invertendo la curvatura, all'esedra di sfondo. Questo

organismo complesso non immette soltanto alla chiesa ma alle viuzze laterali, che vengono

così inserite, come prospettive, nel complesso. Ricordo bramantesco; ricordo palladiano.

Fatto nuovo e d'importanza sensazionale: lo smembramento della facciata, il suo disimpegno

dalla parete e dalla sua tradizionale funzione di limite.

SANTA MARIA IN VIA LATA

Anche in Santa Maria in via Lata il Cortona costruisce la facciata di una chiesa gia esistente.

Lo spazio antistante non è una piazza, come nel caso di Santa Maria della Pace, ma una via

di grande traffico, l'attuale Corso. Il ricorso palladiano prevale ormai, nettamente, sul

bramantesco. La facciata è a due ordini di colonne trabeate; nel superiore l'intercolumnio

centrale sfonda in un arco che rompe il cornicione ed entra nel frontone (è ingrandito il motivo

della "serliana", tante volte ripreso dal Palladio). Ma la facciata non è un piano; ha una

profondità, è un portico con un loggiato. Il fusto delle colonne risalta sul vuoto scuro; ed

importanza determinante assumono i due corpi pieni laterali, che definiscono bensì il piano

della facciata ma, rinvoltando, la configurano come piano frontale di un parallelepipedo. Così

la costruzione si offre a più vedute: frontalmente, con lo spicco ritmato delle colonne inscritte

nel piano, lateralmente, con la profondità in scorcio del portico e della loggia.

CARLO RAINALDI

L'architetto di gran lunga più importante a Roma dopo il grande trio fu Carlo Rainaldi di poco

più giovane (1611-91). Egli esige particolare interesse non solo perchè il suo nome è

connesso con alcune delle più notevoli imprese architettoniche del secolo, ma anche perchè

egli raggiunse una eccezionale simbiosi di elementi stilistici del manierismo e del barocco. A

Roma lo troviamo come architetto della città 1602, incaricato di numerose commissioni e

anche quando Innocenzo X lo nominò architetto papale, alla tarda età di settantaquattro anni

(1644) e gli affidò il progetto del Palazzo Pamphili in Pzz Navona, egli non appariva gravato

dagli anni e immune dagli sviluppi stilistici moderni. Collaborò con il padre Girolamo,

"architetto papale" di Innocenzo X, alla realizzazione di Palazzo Nuovo, in piazza del

Campidoglio e a quella di palazzo Pamphili a piazza Navona. Soltanto dopo la morte di suo

padre, nel 1655, egli acquistò indipendenza creativa, realizzando le sue opere migliori:

LA CHIESA DI SANTA MARIA IN CAMPITELLI

La più importante delle architetture rainaldiane, costruita tra gli inizi del 1663 e la metà del

1667. Inizialmente la chiesa avrebbe dovuto essere a pianta ellittica, ma al momento della

costruzione il progetto, fu modificato, trasformando la navata ellittica in uno spazio biassiale.

Nella pianta finale la navata longitudinale, a cui si unisce il santuario con il quadro miracoloso

della Vergine coperto da una cupola, si apre al centro in ampie cappelle collocate fra cappelle

più piccole. La navata risulta uniformemente bianca ed ha solo pilastri. Una efficace relazione

visiva collega cappelle al santuario grazie alla ricorrenza della stessa decorazione dorata e

della sistemazione delle colonne.

Altre opere di Rainaldi furono i progetti per Sant'Agnese in Agone, a cui subentrò Francesco

Borromini, la chiesa del Suffragio in via Giulia, (1669-1675) la cappella Spada alla chiesa

Nuova, l'altar maggiore di San Gerolamo della Carità, e la scenografia e l abside di Santa

Maria Maggiore, in cui l'architetto unì le vecchie cappelle di Sisto V e Paolo V. Rainaldi

sviluppò una sua maniera grandiosa tipicamente romana, notevole per le vivaci qualità

scenografiche, e per una eccezionale simbiosi, estremamente personale, tra il Manierismo

con elementi dell'Italia settentrionale e il Barocco maturo dei suoi grandi contemporanei, in

particolare Bernini.

LA FACCIATA DI SANT'ANDREA DELLA VALLE

Modificò un disegno di Carlo Maderno, e il progetto di notevole valenza urbanistica per le

chiese gemelle in Pzz del Popolo. Nel 1608 Maderno fu incaricato di completare l'edificio,

ampliando il transetto ed innalzando la cupola. Invece la facciata barocca, fu aggiunta tra il

1655 e il 1663 da Carlo Rainaldi. La facciata, di gusto tardo-barocco, fu realizzata dal 1655 al

1665 da Rainaldi, che ampliò il progetto originario di Maderno. In travertino, alta, sontuosa,

presenta due ordini di colonne appaiate e lesene corinzie. Al centro un finestrone sovrasta il

portale, mentre ai lati si hanno nicchie con statue e finte finestre. Le statue nelle nicchie sono

di Guidi e di Ferrata.

LE CHIESE GEMELLE

Le chiese gemelle di SANTA MARIA IN MONTESANTO E SANTA MARIA DEI MIRACOLI,

iniziate nel 1662 e terminate nel 1679 con l' intervento di Carlo Fontana, incernierano le tre

strade principali, irradianti verso il centro della città, via del Babuino, via del Corso e via

Ripetta, creando così uno spazio grandioso che avrebbe accentrato l'attenzione entrando a

Roma, dalla Porta del Popolo. Ma poichè le aree erano di dimensioni diverse, Rainaldi risolse

il problema dell'asimmetria, scegliendo una cupola ovale per l'area più stretta in Santa Maria

in Montesanto, e una cupola circolare per quella più larga di Santa Maria dei Miracoli,

ottenendo così l impressione dalla piazza che gli edifici fossero identici per forma e misura. I

lavori si susseguirono tra i due pontificati di Leone X e Paolo III. Per entrambe le chiese il

modello di riferimento è il Pantheon. Chiese composte da cupole rinforzate, disegnando lo

stesso e il tamburo molto alti.

MARTINO LONGHI IL GIOVANE, VINCENZO DELLA GRECA, ANTONIO DEL GRANDE E

GIOVANNI ANTONIO DE' ROSSI

Subito dopo il Rainaldi ci furono 4 architetti approssimativamente contemporanei di una certa

distinzione, che lavoravano a Roma. A parte Giovanni Antonio de Rossi, nessuno ha il merito

di molte costruzioni. MARTINO LONGHI IL GIOVANE la sua fama è soprattuttu basata su

un'opera di particolare valore, la facciata della chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio nella

Piazza di Trevi, costruita fra il 1646-1650. La principale caratteristica della facciata sono tre

colonne a ogni lato del settore centrale. Longhi riunì la scultura berniniana realistica e sciolta


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher violet881 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'Arte Moderna a Roma e nel Lazio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Valeriani Alessandro.

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