L'arte imperiale dai Severi a Costantino
Trasformazione della spiritualità e ritratti imperiali
Nei primi anni del III secolo, si succedettero sovrani appartenenti alla dinastia africana dei Severi. Dopo la morte dell’ultimo di questi, Severo Alessandro, si assiste a una successione frenetica di imperatori, tra i quali emersero alcuni personaggi di grande rilievo: Diocleziano, Costantino, Teodosio. Per lungo tempo gli storici definirono questo periodo come “decadenza”. È stato notato come un esempio evidente di questa concezione sia costituito dal grande dipinto di Thomas Couture I Romani della decadenza.
L’opera, presentata a Parigi nel 1847, esprime l’idea che allora si aveva di questa fase storica: la decadenza morale rappresentata con personaggi in pose lascive e il “vizio” aveva avuto il sopravvento sul severo mos maiorum che aveva creato l’Impero romano. Veniva considerata una decadenza morale, politica e sociale, ma anche artistica. Tutta la tradizione della storia dell’arte vedeva in questo periodo la “crisi” della concezione classica, la rottura con la forma organica, razionale, naturalistica dell’arte greca.
Una revisione critica della produzione artistica di questi secoli ebbe inizio nel 1901, quando Alois Riegl pubblicò Arte tardo-romana. Riegl riteneva che ogni periodo storico avesse una sua Kunstwollen (volontà d’arte) e poiché non esiste tempo o popolo senza idee o concezioni proprie, ogni arte è degna di essere analizzata. Queste categorie vengono applicate allo studio dell’arte della cosiddetta “tardo antichità”. Successivamente con Riegl, dunque, incominciò una rivalutazione del periodo in questione, cioè la tarda antichità che viene oggi considerato estremamente interessante in quanto momento di congiunzione e di passaggio tra mondo antico e Medioevo.
All’esterno, l’Impero sosteneva continue lotte sui confini orientali e settentrionali, mentre all’interno, l’Impero mutò profondamente la sua fisionomia perché Roma perse il suo carattere di città “centro del potere”. Con la Constitutio antoniniana, promulgata da Caracalla nel 212 d.C., furono dichiarati cittadini romani tutti gli uomini liberi abitanti sul territorio dell’Impero. Ma l’elemento più caratterizzante questa fase storica è costituito dal quadro religioso. La tendenza verso nuove forme di spiritualità è, infatti, evidente nella filosofia di Plotino; nel suo pensiero, definito neoplatonico, troviamo la concezione del mondo inteso come emanazione dell’Uno, del Dio: l’uomo può aspirare e deve tentare di tornare a Dio. La tensione verso forme di religione monoteiste dominò tutto il periodo.
Tra i diversi culti ebbe il sopravvento quello cristiano, prima diffuso tra le classi più povere e poi sostenuto anche da gruppi socialmente elevati. Nel 313 Costantino dichiarò libero il culto cristiano. Alla metà del III secolo, testi orientali persiani, come la Cronaca di Seert, parlano dello stato romano come di uno stato cristiano. Le persecuzioni di alcuni imperatori e i tentativi, come quello famoso di Giuliano l’Apostata, di rovesciare la situazione, fallirono.
La testa colossale di Giordano III indica già il passaggio verso un ritratto diverso da quello della tradizione romana. Il volto del giovane imperatore che, posto sul trono a 16 anni nel 238, venne ucciso tre anni dopo, è caratterizzato da uno sguardo intenso che attrae l’attenzione di chi guarda. I capelli a calotta sono resi con tagli nel marmo, così come i baffetti di adolescente; il volto leggermente pingue contrasta con l’intensità e la serietà dello sguardo. L’immagine che risulta è quella di un fanciullo pensoso, precocemente maturo. Gli occhi suggeriscono l’abitudine alla meditazione, alla ricerca spirituale.
Eliogabalo, fanciullo della dinastia dei Severi, aveva inserito tra le cerimonie imperiali l’adoratio del princeps. Il mutamento esprimeva gli ultimi esiti di una lotta secolare combattuta tra principe e Senato: colui che era stato primus inter pares, posto a capo della res publica, si era ormai da tempo trasformato, vincendo la resistenza strenua del Senato, in signore, in dominus, in grado di esercitare un potere sconfinato. L’esito finale di questo processo appare chiaramente in opere come la testa di Costantino o il supposto ritratto di Costanzo II. Il volto assume una forma plasticamente più semplice. Gli occhi, a volte smisuratamente grandi, sono l’elemento centrale del ritratto; lo sguardo intenso sembra fissare la realtà circostante da una dimensione extraterrena.
Gli stessi elementi sono ravvisabili anche nei ritratti monetali, come il profilo di Valente II sulla moneta del Museo Romano di Brescia. I lineamenti appaiono fortemente idealizzati, anche nell’immagine di piccole dimensioni e la pettinatura risulta curatissima; l’occhio è ingigantito e lo sguardo appare lontano. La forte spiritualizzazione del soggetto ne rende talvolta difficile l’identificazione come nel caso della testa di marmo degli Uffizi a Firenze, considerata ritratto o di Valente o di Valentiniano I. Ciò che importa infatti non è più la rappresentazione fisica e fisionomica di un particolare personaggio. L’imperatore esprime con il proprio volto idealizzato il concetto della santità del potere imperiale.
Con il Cristianesimo, l’imperatore non fu più dio, ma emanazione, riflesso della divinità stessa. E perciò, nell’etichetta di corte, la sua veste era definita sacra, come sacri erano i suoi fianchi. La fissità dei ritratti imperiali riflette con evidenza il cerimoniale di corte, che prevedeva l’assoluta immobilità del principe, divenuto tangibile raffigurazione del divino.
Monumenti imperiali e rilievi celebrativi
Nel III secolo, Roma si arricchiva delle costruzioni volute dagli imperatori Severi: una delle più importanti è l’arco posto sotto il Campidoglio. Il monumento venne eretto tra il 202 e il 203 d.C. A tre fornici era probabilmente ornato da gruppi scultorei che ne costituivano il coronamento. Fu costruito per onorare le vittorie di Settimio Severo contro i Parti e i quattro grandi pannelli, due per fronte, posti sugli archi minori, narrano gli avvenimenti principali delle guerre partiche. Singolare è la disposizione degli episodi raffiguranti, che si succedono in ordine cronologico e vanno letti dal basso verso l’alto, su fasce sovrapposte. È probabile che questo schema di narrazione sia stato suggerito dalle opere della pittura trionfale, come i dipinti che illustravano le vittoriose campagne contro i Parti. È anche interessante notare un chiaro riferimento alla scultura della colonna aureliana.
Il quarto pannello presenta la raffigurazione dell’assedio e della presa della città da Ctesifonte. Il maestro che eseguì questo rilievo, fece largo uso del trapano, creando nel marmo zone ombreggiate che si alternano ad altre in luce, ottenendo quell’effetto “coloristico”. Nuova e originale è la rappresentazione della figura umana, che non appare più nell’individuazione della visione greca, ma in masse. L’immagine di Settimio Severo circondato dai suoi generali, impegnato nella adlocutio dopo la vittoria, sovrasta, quasi come un’apparizione divina, la massa dei soldati.
Un elemento rivelatore per comprendere lo sviluppo di Roma in questa fase è da individuare nella costruzione della nuova cinta muraria. Aureliano, imperatore dal 270 al 275, regnò in un momento storico difficile e travagliato. I confini del Danubio erano stati travolti e per la prima volta i barbari erano arrivati fino al lago di Garda e gli Appennini; in Oriente si svolgeva l’aspra lotta contro Zenobia, regina di Palmira. In questa situazione Aureliano decise di cingere Roma di mura, che vennero costruite tra il 271 e il 275. Roma perdeva il suo carattere di “città aperta”.
Nel 315 venne terminata la costruzione dell’arco eretto vicino al Colosseo per festeggiare il decennale dell’Impero di Costantino; il monumento a tre fornici con colonne sostenute da plinti su ogni facciata, è ornato da sculture che appartengono a periodi differenti, rilievi dell’età Adriano e Marco Aurelio, nei quali i ritratti degli imperatori sono stati sostituiti dalle immagini di Costantino. Il riuso di pezzi antichi per monumenti moderni.
Al IV secolo appartiene il lungo fregio posto subito sotto il livello dei tondi adrianei che corre sulle fronti e sui fianchi dell’arco. Vi è narrata la conquista del potere da parte di Costantino, dalla partenza di Milano, all’arrivo e alla proclamazione a capo assoluto dell’Impero, dopo le vittorie di Verona e del ponte Milvio. Nel famoso rilievo con la adlocutio, la figura dell’imperatore, al centro della tribuna, è più alta rispetto alle altre e in posizione rigidamente frontale, come una divinità che si mostra ai fedeli. La figura umana assume diverse dimensioni a seconda dell’importanza, del rango e del grado di sacralità. Viene fatto uso della “prospettiva ribaltata”, che determina l’allineamento di figure ed elementi architettonici su un'unica superficie. Tecnicamente il rilievo è eseguito con l’uso del trapano, che accentua la scansione delle figure, creando profondi solchi d’ombra. Questi rilievi per lungo tempo furono ritenuti l’esempio più chiaro della decadenza della scultura romana nella (tarda antichità).
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