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L'età protogeometrica e geometrica (secoli X-VIII a.C.)

Il difficile passaggio tra II e I millennio a.C.

Le dinamiche del passaggio tra II e I millennio a.C., ossia tra età del bronzo ed età del ferro, sono di difficile comprensione. La documentazione archeologica mostra come, tra la fine del secolo XIII a.C. e la metà circa di quello successivo, il mondo miceneo sia in declino; si assiste, infatti, alla distruzione dei palazzi di Micene, Tirinto e Pilo nel Peloponneso, di Iolco in Tessaglia. Scompare un’efficiente organizzazione palaziale, l’uso della scrittura sillabica “Lineare B” e, infine, la grande architettura in pietra e gli splendidi affreschi parietali.

La tradizione epica e storica greca collocano proprio alla fine del II millennio a.C. la famosa spedizione contro Troia; secondo Eratostene e Apollodoro questa ebbe luogo nel decennio 1194-1184 a.C. L’epica eroica assegna agli Achei/Micenei la vittoria su Troia, ma la conquista della potente città che controllava i traffici sul Bosforo e sui Dardanelli non pare sia stata seguita da uno stabile stanziamento greco nella Troade, bensì pagata a duro prezzo da tutti. Quindi all’epoca della guerra di Troia, i regni micenei sono già in balia di profonde convulsioni.

La documentazione archeologica non è, invece, in grado di chiarire esattamente quale sia il legame tra la scomparsa del mondo miceneo e la cosiddetta “invasione dorica”, di cui resta salda memoria nelle fonti letterarie greche; queste forniscono una data precisa per l’evento, il 1104 a.C. Di grande interesse è il quadro tracciato in proposito da Tucidide: “anche dopo l’impresa troiana, la Grecia andava soggetta a continui movimenti migratori e di colonizzazione”.

È facile osservare come, nella stessa tradizione antica, questi nuovi popoli, che si insediano in Grecia a partire dalla fine del secolo XII a.C., non siano dipinti come distruttori, bensì come conquistatori. L’arrivo dei Dori in Grecia si inserisce in un quadro ben più ampio e turbolento di spostamenti e migrazioni di popoli, che interessarono tra i secoli XIII-XII a.C. l’intero Oriente anatolico. I testi egiziani alludono più volte e con toni allarmati alla presenza di “Popoli del mare” che premono e svolgono attività di disturbo lungo le coste del Mediterraneo orientale; non è escluso che, mescolati ai Popoli del mare, si trovassero anche alcuni gruppi micenei in fuga dalle loro sedi e allo sbando sui mari.

Un ulteriore fenomeno imponente di spostamento di genti, in Grecia e in Asia Minore, si colloca, secondo la tradizione eratostenica, allo scadere del II millennio a.C. È la cosiddetta “colonizzazione ionica”, ossia il trasferimento e l’occupazione stabile delle coste occidentali della penisola anatolica da parte di gruppi di Greci. L’obiettivo consiste nella ricerca di spazi vuoti per la creazione di nuovi insediamenti e nello sfruttamento di territori ampi e di facile conquista, da cui trarre le risorse necessarie, mancanti in patria.

Sfruttando il corridoio naturale delle Sporadi settentrionali, genti provenienti dalla Tessaglia e dalla Beozia si insediano quindi sull’isola di Lesbo e sull’antistante costa, dando origine alla dodecapoli eolica di cui fanno parte Smirne e Cuma; quest’area geografica è detta Eolide. Coloni parlanti dialetti ionici, provenienti dall’Attica e dall’Eubea, attraverso le Cicladi, occupano invece il territorio a sud di Smirne, dove nasce la dodecapoli ionica con le potenti città di Colofone, Efeso, Priene, Mileto e le isole di Samo e Chio.

L'età di Omero e di Esiodo

Tra II e I millennio a.C. un mutamento molto significativo riguarda l’uso dei metalli. Il passaggio dal bronzo al ferro, nella fabbricazione di armi e di utensili, fu forse anche accelerato dalla crisi dei rapporti con il Vicino Oriente, da cui per lo più giungevano i rifornimenti di stagno, necessario alla produzione di una buona lega di bronzo. Cambiamenti culturali altrettanto incisivi si registrano nel rito funebre, con il diffuso passaggio dall’inumazione alla cremazione, ampiamente attestata al principio dell’età del ferro. L’arte greca dei secoli XI-VIII a.C. si distingue da uno stile/periodo “geometrico” vero e proprio, che interessa i secoli IX-VIII a.C., da un precedente stile/periodo “protogeometrico” tra la metà circa del secolo XI e l’intero secolo X a.C.

Il dissolversi delle forme di potere micenee, di tipo monarchico e palaziale, conduce alla nascita di una realtà sociale e istituzionale nuova e fondamentale per tutto il successivo sviluppo della storia greca: la polis, in greco “città”. L’idea di un’acropoli, come centro del potere del re, era già presente con i Micenei, ma la polis di età storica è una realtà ben più complessa: l’acropoli, centro politico e sacrale, vive dello stretto legame che la collega all’asty, la città abitata ai piedi dell’acropoli, e l’equilibrio tra città e territorio non è solo umano e ambientale, ma anche sociale, economico e politico.

La polis dei secoli XI-VIII a.C. è una città aristocratica di matrice oplitico-contadina; è guidata cioè da un gruppo di aristoi (nobili, aristocratici), la cui ricchezza e le cui prerogative, nell’esercizio di funzioni politiche, giuridiche, militari e sacrali, derivano dalla proprietà terriera e dalla possibilità di procurarsi per questa via un’armatura in ferro e dei cavalli. Possiamo riconoscere alcuni tratti tipici di questi aristocratici negli eroi/re (basirei) dell’epos omerico. L’epica omerica, infatti, pretende di rappresentare con arcaizzazione l’ormai scomparsa civiltà micenea. Appare quindi chiaro che l’origine del potere dei basirei omerici consiste proprio nel valore militare, nell’esercizio della forza e della virtù (aretè), nella continua manifestazione di un’eccellenza, che viene affidata al pubblico riconoscimento.

Gli ideali etici dei Greci dell’età di Omero possono quindi facilmente iscriversi tra quelli tipici della cosiddetta “civiltà dell’onore e della vergogna”, poiché come scrive Eric Dodds “il bene supremo dell’uomo omerico non sta nel godimento di una coscienza tranquilla, sta nel possesso della timè, la pubblica stima”. Nella Grecia di Omero le attività economiche giudicate più adatte agli uomini di rango elevato sono certamente l’agricoltura e l’allevamento; ma vi è anche chi non disdegni di riempire con <> la nave veloce alla ricerca di nuovi mercati e nuovi sbocchi, praticando un commercio che spesso sconfina nella pirateria.

Esemplare è la vicenda familiare di Esiodo, poeta greco vissuto forse qualche decennio dopo la formazione dell’epos omerico. Ne Le opere e i giorni, rivolgendosi al fratello Perse, Esiodo ricorda come il padre avesse navigato “bramoso di vita agiata”, lasciando la città di Cuma in Eolide per sfuggire “la cattiva povertà che Zeus dà agli uomini”. La mobilità dei Greci sui mari in questi secoli è molto elevata.

Le prime iscrizioni greche a noi pervenute risalgono infatti al secolo VIII a.C. È significativo che uno dei più antichi documenti di scrittura alfabetica greca, la famosa “coppa di Nestore”, sia un vaso tardogeometrico prodotto a Rodi, ma esportato in Occidente e rinvenuto in una tomba dell’emporio di Pithecusa (Ischia); l’iscrizione recita: “Sono di Nestore la coppa in cui è piacevole bere. Chi beva da questa coppa subito lui prenderà desiderio di Afrodite dalla bella corona.” L’allusione all’eroe omerico Nestore ribadisce la natura dei valori etici e morali dell’élite aristocratica di età geometrica, anche quando si trovi a vivere lontana dalla madrepatria.

Nacque un massiccio fenomeno di spostamento di gruppi organizzati e strutturati sia verso occidente, sia verso est. Questo fenomeno, che chiamiamo “colonizzazione arcaica”, si protrae abbondantemente anche nei secoli VII-VI a.C. I centri coloniali dell’Occidente greco parteciperanno all’espressione culturale e artistica della madrepatria in maniera autonoma, anche se allineata ai grandi temi e ai grandi problemi dell’arte greca.

Le prime manifestazioni dell'arte di costruire

Per un’oggettiva valutazione delle attuali conoscenze e in prospettiva di un loro futuro accrescimento, si dovranno tenere nella giusta considerazione le difficoltà di rinvenimento e la povertà delle testimonianze relative a questi primi secoli. Le strutture di età proto geometrica e geometrica sono, infatti, costruite in materiali per lo più deperibili, su muri e zoccoli di fondazione in pietre di piccolo taglio e ciottoli di fiume, con alzati di mattoni crudi, inseriti in telai lignei di pali e travi leggere, con tetti straminei e pavimenti in semplice battuto di terra.

È interessante la progressiva crescita dimensionale delle strutture e che il conseguente affinamento delle competenze professionali richieste non riguardino tanto il confezionamento di buoni mattoni crudi, ma proprio l’individuazione, la valutazione e l’assemblaggio degli elementi lignei. Il termine architetto, in greco architekton, significa capo dei carpentieri (tektones). È quindi probabile che le costruzioni navali abbiano giocato un ruolo decisivo in un processo di sperimentazione continua.

Tra gli aggiornamenti delle scoperte negli ultimi decenni vi è da segnalare come la transizione tra la cultura micenea e quella protogeometrica, a lungo percepita come rottura, conosca in realtà anche significativi episodi di continuità, sia insediativa che culturale.

Delimitare e recingere lo spazio del dio

Tra i tipi architettonici greci solo l’edificio sacro si caratterizza fin dal principio per proprietà di grandezza, scelta accurata di materiale durevole e pregiato e ricchezza ornamentale. Al contrario, le abitazioni risponderanno sempre a criteri di ordine pratico. Pur in assenza di un’armonica soluzione di forme architettoniche, è quindi possibile cogliere il primitivo evolversi di due differenti concezioni e invenzioni progettuali a destinazione sacra, corrispondenti l’una con l’area dorica della Grecia continentale, l’altra con l’area ionica della grecità orientale.

Nel primo caso le soluzioni architettoniche adottate paiono svilupparsi da due fondamentali tipologie planimetriche: il megaron miceneo e l’oikos. Il primo è l’edificio a vano rettangolare allungato con terminazione ad abside ovvero ortogonale; esso deriva la sua forma dalla sala micenea, eventualmente divisa in due/tre navate da file di colonne, all’interno della quale l’anax (signore) si mostrava ed era possibile sacrificare e consumare pasti vicino al trono e al focolare. Il tipo dell’oikos, ossia ambiente quadrangolare di modeste dimensioni, a sua volta absidato o normale, comune tipologia abitativa, viene invece adottato per edifici templari più piccoli (naiskoi).

Di straordinaria importanza per l’evoluzione delle primitive forme dell’edificio di culto è il cosiddetto Heroon, rinvenuto nei primi anni Ottanta del secolo scorso a Lefkandi (Eubea), in località Toumba. Si tratta di un edificio monumentale, datato alla prima metà del secolo X a.C., di pianta rettangolare allungata, terminante con un’abside e accessibile dal lato corto tramite un’anticamera. Fu costruito su una fondazione in pietre, con un alzato in mattoni crudi e un tetto a doppio spiovente in canne e paglia; il peso del tetto era sostenuto sia da una fila di pali lungo l’asse centrale, sia da un recinto di oltre sessanta pali tutto intorno alla struttura. L’edificio, eretto forse come abitazione di un re locale, ne divenne poi la sepoltura; all’interno, infatti, fu scoperta una tomba, scavata nel pavimento e suddivisa in due comparti; l’uno conteneva le ceneri, avvolte in un drappo e deposte in un’anfora, di un guerriero, sepolto con spada e punta di lancia in ferro, e i resti di una donna con i ricchi ornamenti in oro, bronzo e ferro; l’altro le ossa di quattro cavalli con i relativi finimenti. Dopo la deposizione l’Heroon fu chiuso.

Di indubbia funzione religiosa, secondo gli scavatori, è invece il Daphnephorion nella vicina Eretria. Un edificio absidato, datato alla prima metà del secolo VIII a.C., le cui pareti erano fatte di rami di alloro, albero sacro ad Apollo, a significare una destinazione a edificio di culto. Verso la fine del secolo VIII a.C. a questa primitiva struttura viene affiancata un’altra costruzione, egualmente absidata, un hekatompedon. La continuità del culto di Apollo nei secoli VII e VI a.C. è documentata infine dalla successiva edificazione di un tempio periptero.

Il modellino dell’Heraion di Argo. Gli dei che venivano dapprima venerati sulle cime dei monti, in boschi sacri e presso fontane, cominciarono a possedere delle case. Di questi edifici rimangono solo tracce sotto edifici templari più recenti. Un’immagine più chiara ci viene offerta dal modellino di Hera presso Argo. Il piccolo monumento è databile al pari di un vaso dipinto. Carattere argivo dei motivi, in particolare il peculiare meandro a scala. I rudimentali accenni a catene di palmette e girali indicano già il periodo finale dell’età geometrica, largamente permeato da motivi orientalizzanti. Ambiente coperto da un tetto aguzzo, di forma rettangolare, con un’entrata solenne e a volte una sorta di abside nel fondo.

In area dorica, quindi, il tempio, in quanto casa della divinità, ossia ambiente preposto a custodire degnamente l’agalma del dio, ricalca significativamente nelle sue più antiche forme il modello della casa. Quando, con la crescita demografica della comunità culturale, sacrificio e pasto comuni dovranno essere spostati fuori dell’edificio sacro intorno all’altare, il tempio, affrancato da ogni funzione pratica, potrà adeguarsi nel suo sviluppo esclusivamente a leggi di ordine formale.

Soluzioni architettoniche differenti, ma altrettanto efficaci, sono proposte dalle colonie della Ionia microasiatica, al centro di stimolanti scambi culturali con l’area anatolica e il Vicino Oriente. Qui i più antichi edifici sacri dell’Artemison di Efeso e dell’Heraion di Samo mostrano che l’idea generatrice è quella di un recinto monumentalizzato che abbraccia uno spazio scoperto per la teofania del dio. La più antica testimonianza dell’applicazione di questa concezione architettonica è il periptero geometrico dell’Artemison di Efeso che, con una peristasi lignea, avvolge il recinto nel quale viene eretto un tabernacolo a protezione dell’agalma. L’area risulta frequentata a scopo sacro fin dal secolo X a.C., dall’epoca cioè dello stanziamento alla foce del fiume Kaystros di un gruppo di Ioni, i quali avrebbero con il tempo assimilato alla greca Artemide un precedente culto anatolico della dea madre, signora della natura.

Fin dal secolo VIII a.C. si afferma presso i Greci l’esigenza di delimitare un’area nella quale la presenza della divinità si espliciti concretamente tramite la statua di culto. In risposta a tale esigenza si colgono in questi secoli i segni premonitori di una ricerca, che diverrà sistematica, di forme idonee e confacenti all’edificio di culto, una serie di esperimenti architettonici dunque verso la formulazione di un’idea che è stata definita “una delle idee più efficaci e grandiose dell’architettura sacra”, ossia il tempio greco. A Olimpia le prime offerte votive, consistenti in figurine di terracotta e di bronzo, si datano a partire dal secolo X a.C.; a Delfi la storia di una sequenza mitica di templi, raccontata nell’Inno a Apollo, ha probabilità di avere un fondamento storico in edifici dei secoli VIII e VII a.C.

Vivere nella città e nello spazio domestico

Un ambito per il quale si può contare su una maggiore disponibilità di dati rispetto a qualche decennio fa è quello dell’architettura domestica. I criteri in base ai quali infatti lo spazio destinato a un nucleo familiare viene concepito e costruito rappresentano un buon compromesso tra considerazioni di tipo pratico e fattori di natura culturale e sociale.

La tipica casa di età proto geometrica consiste in un ambiente quadrangolare monovano (oikos), privo cioè di suddivisioni strutturali interne, di estensione limitata. La scarsa disponibilità di spazio si spiega sia pensando a una famiglia mononucleare, sia ipotizzando lo spostamento di parte delle attività all’esterno della casa. A famiglie di tipo allargato appartengono invece abitazioni più considerevoli a pianta rettangolare absidata. In entrambi i casi la tecnica di costruzione è alquanto semplice e lascia tracce effimere sul terreno.

Gli unici arredi fissi consistono spesso in banchine di pietra, che fungono da focolare, da piano di lavoro o di alloggiamento di grossi contenitori per derrate alimentari. I livelli geometrici dell’antica Smirne, fondata intorno al 1000 a.C., hanno restituito case di forma ovale e rettangolare.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/07 Archeologia classica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher storia92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia e storia dell'arte greca e romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof De Tommaso Giandomenico.
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