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BOMBI

ORIENTAMENTO. Così come le api volano se il cielo è nuvoloso, ma i bombi volano anche se piove, e

o

volano, al contrario delle api, anche se le temperature sono inferiori ai 10 C; tuttavia volano ad un'altezza di

3,5 m, mentre le api, che sono più leggere, volano più alto. (Ecco perché, per i bombi, sono ancora più

pericolose le specie infestanti sotto il frutteto, poiché specie competitive per l'azione dei pronubi!). Da un

punto di vista agronomico dunque i bombi sono più efficienti, perché, a parità di clima, volano più giorni

delle api (volano anche quando piove e fa freddo). I bombi sono più rustici delle api e non producono miele

(solo l’apis mellifera produce miele); negli alveari dei bombi non c’è dunque una riserva (che le api, invece,

stipano appunto sotto forma di miele) e poiché i bombi si devono alimentare continuamente, essi hanno

attività continua: non essendo melliferi, hanno un'alta efficienza di impollinazione.

Il valore apistico dei pronubo: la P e la N significano che le api e i bombi bottinano il polline (fonte proteica)

e/o i nettari (fonte glucidica); specie per specie si sa cosa attira il pronubo, ad esempio, nel caso del kiwi è

solo il polline e non i nettari; A sta per Api, B per bombi. Nespolo del Giappone e pero sono bottinati

principalmente dai bombi (e molto poco dalle api).

Il noleggio delle arnie è un costo; tuttavia si può avere un’integrazione al reddito. Ogni specie arborea ha un

POTERE MELLIFERO (considerando i pronubi spontanei e quelli allevati): cioè quanto miele, in un anno,

riesce a far produrre un ettaro di una certa specie. Il prunus e il citrus, tra le specie arboree da frutto, sono i

generi col più alto potere mellifero. Le pomacee hanno un potere mellifero minore.

Nb: esistono anche i pronubi spontanei che lavorano se l’agrosistema “al contorno” non è inquinato.

FORME ABERRANTI DI RIPRODUZIONE SESSUALE

L’apomissia è la formazione di embrioni senza atto fecondativo. Nelle specie arboree ha due modi di

esplicarsi: apogamia o partenogesi.

1. Apogamia

Il caso dell’apogamia (“senza gamia”) si ha quando una cellula diploide 2n (fuori dal gametofito femminile,

la quale è invece è una generazione aploide!) genera un embrione avventizio, identico alla pianta madre (ad

esempio, l’apogamia negli agrumi dà origine agli embrioni nucellari): l’embrione si origina dal tessuto

somatico materno del terzo verticillo, e si ha embrionia avventizia (praticamente è un embrione “clonato”).

Dal punto di vista agronomico è usato quando si incrociano due specie affini di agrumi, tra le quali è

possibile far avvenire l’ibridazione. L’apogamia si applica al fine ottenere degli embrioni nucellari, identici

all’albero madre: possiamo usare gli embrioni nucellari come metodo di propagazione per moltiplicazione.

Come si ottiene un embrione nucellare di una cultivar qualsiasi di agrume? La si fa ibridare col Poncirus

Trifoliata; si prende la cultivar della quale vogliamo avere i cloni (gli embrioni nucellari) e si fa ibridare col

Poncirus; tutti gli embrioni di origine zigotica (quelli ottenuti dalla gamia) porteranno il carattere paterno

“marker fisiologico” (foglie trifogliate), tutti gli altri embrioni provenienti da quel frutto (dal tessuto diploide

materno), essendo identici all’albero madre, non avranno le foglie trifogliate. Si fa dunque una selezione sul

carattere “foglia trifogliata” (si eliminano i soggetti che lo presentano) e si ottengono dunque degli alberi

identici alla cultivar che si voleva moltiplicare (cioè rimarranno solo gli alberi che sono nati da apomissia). Il

carattere “foglie trifogliate” è dominante, gli altri agrumi “nascondono” (la foglia semplice è un carattere

recessivo) questa tendenza sotto forma di foglia semplice. Tutti gli F di Citrus X Poncirus hanno la foglia

1

trifogliata. Questa forma aberrante di riproduzione è utilizzata per il miglioramento genetico degli agrumi,

ottenendo cultivar da embrioni nucellari; molto spesso sono soggetti a mutazioni clonali interessanti da un

punto di vista agronomico; se la mutazione è apprezzata essa sarà poi fissata. Gli embrioni nucellari

accelerano tantissimo l’ottenimento delle nuove cultivar di agrumi (grazie alle mutazioni sito-specifiche) da

parte dei breeders. La poliembronia negli agrumi è impiegata anche per la moltiplicazione portinnesti clonali

e per il risanamento cloni virosati.

2. Partenogenesi

L’altro caso di apomissia è la partenogenesi, con la quale si ottiene un embrione senza la gamia; in questo

caso però la cellula che dà origine è una cellula aploide del gametofito femminile; grazie alla partenogenesi

si hanno alcune delle cultivar di vite apirene, quelle con dimensioni del frutto piccolissime. Nelle cultivar

strettamente partenogenetiche non si hanno neanche i rudimenti del seme (lo zigote che si forma è aploide,

tanto da rimanere una cellula unica). Questi “embrioni” aploidi hanno tuttavia vita breve (ecco perché

“degenerano” precocemente, molto prima che nella stenospermocarpia), tuttavia anche questo “embrione”

serve per dare lo stimolo alla crescita delle pareti ovariche e dunque la formazione del frutto. Le cultivar

partenogenetiche di uva sono quelle usate per ottenere l’uva passa, poiché hanno frutti molto piccoli e

rapidamente essicabili. È tuttavia una gamia più “virtuale” che reale, perché l’embrione di fatto NON si

forma proprio, l’oosfera rimane come “oosfera embrionale”: l’embrione del frutto partenogenetico è aploide,

perché sviluppatosi da un tessuto aploide del gametofito femminile. Il frutto si sviluppa a prescindere

dalla gamia!

È diversa dalla stenospermocarpia (non è un caso di apomissia perché la gamia c’è stata, è invece un caso

invece di sterilità genetica citologica: in questo caso gli embrioni sono programmati geneticamente a

morire/degenerare presto, dopo una gamia però vera e propria!). Nella stenospermocarpia è avvenuta una

gamia effettiva e perfetta, l’embrione ha vissuto qualche giorno/settimana e la dimensione del frutto è più

grande di quella dei frutti ottenuti per partenogenesi. Nelle specie stenospermocarpiche i fitoregolatori

funzionano e riescono a far accrescere il frutto, perché l’atto gamico è realmente avvenuto e manca solo lo

stimolo dell’embrione a far ingrossare i tegumenti materni; nel caso della partenogenesi non c’è

fitoregolatore che possa funzionare (e i frutti rimarranno piccolissimi, e assolutamente inadatti al consumo

fresco). Le cultivar di vite stenospermocarpiche sono quelle di uva apirena per consumo fretto.

13/06/2016 parte 1

5. L’ALLEGAGIONE E LE CASCOLE

Una volta che si è riusciti a far fiorire, fecondare e superare le sterilità genetiche arriviamo ai frutticini.

L’allegagione è la fase quinta numero del ciclo colturale (dopo: 1. Transizione (induzione e differenziazione)

2. Fioritura 3. Impollinazione 4. Fecondazione). Può essere intesa, agronomicamente, sotto due punti di vista

completamente diversi, ognuno dei quali si esprime con un’unità di misura propria:

1. l’allegagione (FRUIT SET) come fase fenologica: è quella fase fenologica che segue la fecondazione e

precede la crescita e l’accrescimento del frutto; l’allegagione dura più o meno 10 giorni (ha la stessa durata

della fioritura); si evidenzia in campo quando vediamo degli ovari ingrossati e dei frutticini molto piccoli.

2. l’allegagione come indice produttivo non si esprime in giorni, bensì come un valore percentuale, che può

variare dal 2% all’80%. L’allegagione come indice produttivo è il rapporto percentuale tra il numero dei

frutti e il numero di fiori iniziali presenti. Si ha la necessità di individuare:

a) l’unità sulla quale abbiamo deciso di contare i fiori (infiorescenza, germoglio, ramo, branchetta, o l’intero

albero: cioè il denominatore);

b) dopodiché il denominatore va definito in base all’epoca (cioè quando andare a stimare l’allegagione),

poiché questo indice varia in funzione del momento in cui andiamo a stimarlo (abbiamo una stima della

fecondità) e ne risultano valori completamenti diversi, a parità di “denominatore”, giacché durante la fase di

allegagione avvengono le cascole. L’allegagione, intesa come indice produttivo, e la cascola sono valori

complementari: tutto quello che non cascola rimane sull’albero (rimane allegato).

La forbice di valori 2-80% è definita solitamente in riferimento all’allegagione finale, cioè a quella di pre-

raccolta. Questa forbice dipende dalla specie, e nell’ambito della specie è una caratteristica varietale.

CASCOLE

- gemme → blastoptosi

- fiori → antoptosi

- frutti → carpoptosi

L’allegagione iniziale misura la “bravura” dell’agronomo, che è riuscito a far fecondare la maggior parte

degli ovari presenti: tiene conto delle operazioni effettuate al fine di superare le sterilità e della capacità di

“azzeccare” il PUI. Tuttavia solo una parte degli ovari fecondati diverranno frutti, il resto cadrà a terra.

Le cascole riguardano, oltre ai frutti, anche le gemme e i fiori. La cascola prefiorale delle gemme a fiore è il

tipico sintomo del mancato soddisfacimento del fabbisogno in freddo.

LE CASCOLE DELLE GEMME A FIORE (BLASTOPTOSI)

Cause della blastoptosi:

- cause fisiologiche e nutrizionale

- mancato soddisfacimento del fabbisogno in freddo

- freddi (gelate) tardivi

Il fenomeno ha dei limiti “soglia” fisiologici: ad esempio, nel caso del pesco, questo valore è intorno al 40%.

Ciascuna specie/cultivar ha un suo valore soglia, al di sotto del quale è normale che ci sia cascola prefiorale

delle gemme, poiché quelle rimanenti sono più che sufficienti a garantire che l’albero si “riempia” di frutti.

LE CASCOLE DEI FIORI (ANTOPTOSI)

Cause delle antoptosi:

- imperfetti

- uccisi dal freddo

- non impollinati

- non impollinati in tempo utile (se il PUI non viene rispettato, il fiore si disarticola e cade perché il gineceo

degenera)

- impollinati con polline sterile (tutte le sterilità morfologiche e citologiche)

- impollinati con polline incompatibile

LE CASCOLE DEI FRUTTI (CARPOPTOSI)

Cause della carpoptosi:

- fecondazione parziale: soltanto alcuni carpelli hanno avuto il gineceo fecondato, mentre gli altri carpelli no

(nb: ciò non è stato causato da triploidia e dalle conseguenti turbe meiotiche), perché solo una parte del

polline è riuscito ad arrivare in tempo utile; ad esempio le pomacee da un solo fiore possono dare origine ad

un frutto con 10 semi; ma se solo una parte di embrioni si forma, l’albero stacca la spina a questi frutti,

riconosciuti come “deboli”. Quando in un fiore solo una parte delle oosfere è fecondata, l’albero riconosce la

debolezza del frutto e questo cascola.

- aborto dell’embrione (legati a casi di sterilità oppure perché l’embrione non viene alimentato dall’albero)

- competizioni nutrizionali → cascola fisiologica o june drop: anche in questo caso esiste un limite di

tolleranza, una soglia fisiologica al di sotto delle quali non bisogna preoccuparsi (anzi, addirittura possono

esserci casi di eccessiva allegagione!). Gli anglosassoni la chiamano june drop (cascola di giugno): si chiama

“fisiologica” perché normalmente una parte dei frutti allegati, durante l’allegagione (in funzione dello stato

nutrizionale, della specie e della varietà) cascola; ogni genotipo ha i suoi limiti di tolleranza. La cascola

fisiologica avviene nelle prime 3-4 settimane dalla fine della fioritura (con l’allegagione iniziata) e dura

qualche settimana; è causata dall’equilibrio che l’albero mette in atto tra le risorse disponibili e il numero di

frutticini presenti; questa cascola è quella di maggiore entità. Durante queste settimane l’albero si disfa della

maggior parte dei frutti.

- costituzionale debolezza dell’attacco al ramo → cascola pre-raccolta: è legata alla costituzione debolezza

dell’attacco frutto-peduncolo, determinato da specie e dalla varietà: i frutti sono pronti (→ indice di raccolta)

Normalmente abbiamo dunque la cascola fisiologica di giugno (di entità maggiore) e poi un’altra alla fine, la

cascola pre-raccolta, non caratteristica però di tutte le specie ma solo di alcune (ce l’hanno olivo, ciliegio,

albicocco, agrumi). In alcune specie l’entità della cascola pre-raccolta viene considerata indice di

maturazione/raccolta per definire il momento della raccolta (quando si nota l’impennata delle cascole,

bisogna intervenire con la raccolta).

L’allegagione come fase fenologica è una fase di transizione evidente perché implica il passaggio di sviluppo

dall’organo “fiore” all’organo “frutto” e dura pochissimi giorni, dopodiché tutti i residui degli altri verticilli o

vengono abbondanti oppure, addirittura, primo e secondo verticillo possono rimanere persistenti fino alla

maturazione del frutto (come nel caso del kaki). La scamiciatura è il nome che l’allegagione prende nel

pesco e nelle altre drupacee: il collaretto essiccato del calice si distacca dal frutticino e cade.

L’allegagione come indice produttivo

L’allegagione ottimale delle più importanti specie arboree da frutto, nella tabella, è quella finale, cioè quella

quando misurabile quando la cascola pre-raccolta sta iniziando. L’intervallo di variazione è legato alle

cultivar. Come specie, il ciliegio ha allegagione ottimale del 15-35%: sia gli eccessi che i valori in difetto

sono lontani dall’optimum. Nel caso di allegagione eccessiva è già tardi per agire.

Per vite ed ulivo, a seconda della destinazione d’uso (industria/consumo fresco), i parametri di allegagione

Nelle specie destinate all’industria il valore di allegagione massimo non è presente poiché in queste specie,

più alta l’allegagione, più alto il guadagno del produttore (la pezzatura non è un fattore limitante). I limiti

della allegagione sono funzione di due parametri indipendenti: la pezzatura dei frutti e la destinazione

d’uso (industriale/consumo fresco).

VITE. Nella vite da vino (per la trasformazione) l’allegagione ottimale è del 40-80%, a seconda della

cultivar, e non c’è un valore di allegagione eccessivo; nella vite da tavola, poiché il parametro fondamentale

è la pezzatura, l’allegagione ottimale è più bassa (20-40%) e esiste un valore soglia di allegagione eccessivo,

che non DEVE essere superato (50%) per salvaguardare la pezzatura dei frutti.

ESEMPIO DEL GRAFICO: Nelle prime 2-3 settimane full-bloom (dopo la piena fioritura),nel giro di due

settimane la metà dei frutticini è cascolata: il picco della cascola si ha con la cascola fisiologica, dopodiché la

cascola progressivamente diminuisce, per poi riprendere durante la cascola pre-raccolta.

Allegagioni del 2-3% come sono da considerare nel caso dell’olivo?

Calcolo del numero di fiori e di frutti per albero in funzione del peso del frutto: olivo (allegagione 3%), con

produzione per albero: 100 kg (=100.000 g)

1° caso: cultivar con frutti grandi Peso medio del frutto: 3 g (esempio ‘Coratina’)

Numero di frutti per albero: 33.333 Numero di fiori per albero (33.333: 3 = x : 100) = 1.111.111

Numero di granuli di polline x albero: 1.111.111 x 60.000 = 66.666.660.000

2° caso: cultivar con frutti piccoli Peso medio del frutto: 1 g (esempio ‘Cellina di Nardò’)

Numero di frutti per albero: 100.000 Numero di fiori per albero (100.000 : 3 = x : 100) = 3.333.333

Numero di fiori per albero (100.000 : 3 = x : 100) = ~3.333.333 numero di granuli di polline per albero:

~3.333.333 x 60.000 = 199.999.980.000

Fiori a confronto: 1.111.111 (Coratina) contro 3.333.333 (Cellina)

Numero di fiori per

albero in funzione del

peso del frutto per una

produzione di 50

kg/albero

Nella tabella abbiamo

supposta identica la

produzione (50

kg/albero) per tutte e tre

le specie. Si esprime

tramite equazione

dell’iperbole riferita agli

asintoti xy=k (costante):

se aumenta il numero

dei frutti, diminuisce la

loro pezzatura e di

conseguenza le

allegagioni tipiche

cambiamo. Più alta è la

pezzatura del frutto, più

alta la % di allegagione

della specie (i due

parametri sono

direttamente proporzionali). Se la pezzatura del frutto è bassa, l'allegagione è molto bassa, ed avrà una

quantità di fiori enorme.

Nel caso del mandorlo, del noce, del nocciolo e del pistacchio, esse sono specie delle quali consumiamo il

seme (il frutto commerciale non è quello botanico), e tutte le porzioni del frutto hanno un peso anche

considerevole; tuttavia è importante avere anche per queste specie un parametro di allegagione finale

massimo poiché la pezzatura della frutta secca (sebbene da industria) è un parametro commerciale primario,

e vanno gestite come specie per il consumo fresco.

Anche le pesche da industria (percoche) devono avere una allegagione massima, perché le attrezzature

(affettatrice, calibratrice, sbucciatrice) richiedono specifiche pezzature e vanno trattate come se fossero

cultivar da consumo fresco.

È importante la pezzatura? Sì →c’è un limite max di allegagione

È importante la pezzatura? No → non c’è un limite max di allegagione

L’alternanza di produzione

Quando su un albero un anno troviamo molto più

frutti di piccola pezzatura, e l’anno dopo pochi frutti

di grande pezzatura, ciò può essere anche non

causato da una vera alternanza di produzione ma

anche erraticità di produzione.

La “VERA” alternanza di produzione è la

successione ordinata di un anno di carica (anno on) e

di un anno di scarica (anno off). La curva

dell'andamento della produzione è una sinusoide;

solo in questo caso si è davanti alla vera alternanza di

produzione.

Annata di carica → molti frutti più piccoli (anni “pari”)

Annata di scarica → pochi frutti più grandi (anni “dispari”)

Se la successione NON è ordinata, non si tratta di alternanza di produzione, bensì erraticità di produzione, le

cui cause vanno ricercate nelle sterilità ambientali (climatiche ed agronomiche). L’erraticità di produzione

viene gestita modificando i parametri climatici/agronomici che l’hanno scatenata.

CARATTERISTICHE DELL’ALTERNANZA DI PRODUZIONE

1 - successione ordinata → non casuale, ma ordinatamente un anno, un anno

2 - P (produzione massima nell’anno on) e P (produzione minima nell’anno off)

max min

3 - produzione media virtuale: la produzione media non esiste, perché è virtuale, poiché è data dalla media

dei due valori P e P ; il frutteto ha solo due livelli produttivi e non produrrà mai P

max min media

4 - non eliminabile ma governabile

Gli agronomi sanno come GOVERNARE l’alternanza, in base ad un'analisi economica/aziendale, in alcuni

casi riducendola, in altri casi esasperandola.

CAUSE SCATENANTI

Sono oggi note le cause scatenanti della alternanza di produzione, fuorché per una specie. il pistacchio. Un

frutteto non nasce alternante, bensì lo diventa. Esistono dunque alberi PREDISPOSTI all’alternanza, ma

l’alternanza è innescata da taluni processi; una volta che l’alternanza è stata innescata, non esiste modo

alcuno per eliminarla. Teoricamente un frutteto, seppur predisposto geneticamente all’alternanza,

POTREBBE non alternare mai, ma è quasi impossibile che ciò accada, poiché esistono dell e cause scatenanti

di due tipi:

1. - stress ambientali. Negli areali mediterranei lo stress idrico è quello più comune: uno stress idrico

imprevedibile ed imprevisto è ordinario che avvenga.

2. - attacchi parassitari (non controllati o non controllabili, come nel regime biologico).

STEP 1. Stress ambientali + attacchi parassitari (anno n) → Perdita di produzione

Fino all’anno n, l’albero era in costanza produttiva (ogni anno trovavamo una produzione costante,

corrispondente ad una media sempre reale). Questi stress fanno sì che una certa parte della produzione venga

perduta. Poiché quell’albero aveva già “le forze” (risorse) per portare avanti la produzione “programmata”, il

bilancio delle risorse è in surplus: quelle risorse floematiche, che non sono andate ai frutti, sono state

destinate ai germogli: in quell’anno avremo un valore più basso della produzione e germogli più lunghi.

STEP 2. Risposta omeostatica (equilibrio vegeto-produttivo) → eccessiva produzione anno n+1 DI

CARICA

L'anno successivo, poiché l’accrescimento del germoglio sarà stato superiore, essi avranno più nodi; ci

saranno quindi più gemme inducibili, e quindi, alla fine del ciclo riproduttivo, più frutti: l'anno n+1 sarà

l'annata di carica. L'albero, che ha comunque sempre la stessa disponibilità di risorse, ha sì portato avanti più

frutti, ma ha “stretto la cinghia” sui germogli.

STEP 3. Risposta omeostatica (equilibrio vegeto-produttivo) → scarsa produzione anno n+2 DI

SCARICA

L'annata n+2 sarà dunque di scarica, poiché nell'anno precedente scarse risorse sono state destinate alla

vegetazione (germogli più corti, meno nodi, meno gemme inducibili … meno frutti).

Si innestano quindi, scatenati da cause esterne ma su una base genetica, i meccanismi irreversibili

dell'alternanza. Esistono quindi meccanismi omeostatici che garantiscono ogni anno l’equilibrio

vegeto/produttivo alternando annate on/off: un anno le risorse sono dedicate di più alla fruttificazione, l’altro

di più al germogliamento (cambia unicamente la ripartizione delle risorse ai diversi apparati). Innescata,

l'alternanza non è più eliminabile. In alcune caso l’alternanza non va eliminata perché risponde alle esigenze

economiche dell’azienda. Tuttavia l’alternanza è modulabile in entrambi i sensi.

I meccanismi genetici di azione dell'alternanza sono di doppia natura:

1. controllo ormonale → c’è competizione tra i frutti in crescita (che contengono gli embrioni, i quali

producono ormoni che polarizzano il flusso floematico verso di loro) e i germogli in crescita. Più semi ci

sono sull’albero, maggiore la competizione esercitata da essi rispetto ai germogli, che saranno invece più

corti: poiché tutto ciò che gli organi verdi producono va ai frutti, non si formeranno/si formeranno “poco” i

germogli, l’anno dopo non ci saranno frutti; ecc. Meccanismo di funzione degli generale ormoni: gli ormoni

inibitori evitano che arrivino le risorse (le risorse sono deviate). Il meccanismo d’azione alla base di quello

ormonale è dunque su base nutrizionale (può esserci ad esempio il load floematico, ma questi ormoni

possono inibire l’uso del saccarosio/amminoacidi che sono arrivati). Inoltre questi stessi ormoni non solo

fungono da calamite floematiche (agendo quindi su base nutrizionale), inoltre i frutti e i semi producono

gibberelline e acido clorogenico, i quali direttamente inibiscono la differenziazione delle poche gemme a

fiore inducibili; queste gemme saranno a legno anziché a fiore/miste, accentuando il calo produttivo

nell’annata successiva. Più alto il numero di frutti/semi, più alta la carica inibitoria. Dunque questi ormoni

inducono un danno doppio perché da un lato polarizzano la linfa floematica; e dall’altro inibiscono

l’induzione antogena su germogli corti, con già poche gemme inducibili.

2. controllo nutrizionale → con maggiore disponibilità nutrizionale, l’albero è capace di attenuare l’effetto

dell’alternanza, “accontentando” sia frutti che i germogli. Il controllo nutrizionale è legato all’impiego dei

fotosintetati (saccarosio e ammine) e delle riserve di carboidrati e minerali (N, P e K). Il controllo

nutrizionale, agendo sulla quantità di risorse destinate ai diversi sink, è complementare nelle cause, ma nei

modi di gestione può riuscire a diventare una risorsa, mitigando l’effetto polarizzante degli embrioni (se c’è

una risorsa extra – concimazione – essa può parzialmente sopperire al danno).

Questi meccanismi determinano la variazioni (tra un'annata di carica ed una di scarica) del numero di gemme

indotte. Da un anno di carica ad un anno di scarica cambia il numero di gemme indotte. Avere ogni

anno lo stesso numero di gemme indotte significa essere in costanza produttiva; se il numero di gemme

cambia, ed ogni anno è diverso, siamo in erraticità di produzione; se si alternano, negli anni, solo due

numeri di gemme indotte, siamo in alternanza di produzione.

I frutti apireni non danno problemi di alternanza di produzione, poiché la causa dell'attrazione floematica è

nell’embrione (seme) e non nel pericarpo.

13/06/2016 parte 2

* per tutte le specie, fuorché per le cultivar di agrumi rifiorenti, l’epoca di induzione è fine giugno-luglio

(sono tutte neutrodiurne e dipendono dal termoperiodo anziché dal fotoperiodo).

Nelle annate climaticamente anomale il ciliegio può anche fiorire a novembre poiché, finita l’induzione

inizia immediatamente la differenziazione: non si verificano problemi di competizione, poiché sull’albero

abbiamo solo germogli/gemme inducibili cui destinare le risorse dei source. Paradossalmente, se esistessero

cultivar molo tardive di ciliege (che maturano a luglio), alternerebbero.

L’olivo. Perché l'olivo è un'eccezione alla regola precedente? Anche l’olivo, come il ciliegio, prima fa

maturare i frutti e solo successivamente si ha la differenziazione le gemme (il vero “sforzo” è la

quest’ultimo): tuttavia queste fasi, sebbene nella stessa successione, avvengono in tempi diversi. Nel caso del

ciliegio la differenziazione si ha in fine giugno/luglio, immediatamente dopo l'induzione; nel caso dell’olivo

la differenziazione capita a gennaio-febbraio-marzo (ritardata di 6 mesi rispetto all'induzione); quindi,

malgrado la successione temporale degli eventi sia identica, l’epoca della differenziazione nel caso dell'olivo

ricade in un momento dell’anno particolarmente sfavorevole, dal punto di vista climatico, all’attività

vegetativa e alla concentrazione della linfa floematica: poiché l’efficienza fogliare è ridotta, e l’olivo può far

o

conto solo sulle sostanze di riserva (poiché lo zero di vegetazione è alto, 5 C, più si va a Nord più l’olivo

tenderà ad avere problemi di alternanza perché di fatto non ci sono risorse a disposizione).

Le quattro vie della linfa floematica (sinks)

1. crescita dei germogli

2. crescita e maturazione dei frutti

3. differenziazione gemme indotte

4. accumulo riserve nello scheletro (volano energetico)

Questi quattro sink sono in competizione. Nel caso dell’alternanza:

- annata di carica → scarso accumulo di riserve

- annata di scarica → buone riserve

Ciò aggrava ulteriormente l’alternanza!

Annata di carica – ON: Annata di scarica – OFF:

1. crescita e maturazione dei frutti 1. crescita e maturazione dei frutti

2. crescita dei germogli 2. crescita dei germogli

3. differenziazione gemme indotte 3. differenziazione gemme indotte

4. accumulo riserve nello scheletro 4. accumulo riserve nello scheletro

Durante le annate di carica, la linfa floematica è destinata essenzialmente, per il 90%, alla crescita e alla

maturazione dei frutti. Durante le annate di scarica, invece, la linfa è destinata alla crescita dei germogli, alla

differenziazione delle gemme indotte e all’accumulo di riserve dello scheletro (per il 90%).

Bisogna esaltare o ridurre l’alternanza di produzione? La vera alternanza di produzione eliminabile, ma è

governabile attraverso la gestione agronomica. È una scelta aziendale ed extra-agronomica, poiché è una

scelta economica che dipende dall’indirizzo produttivo aziendale.

- no variazioni

- P ottimale

- Produzione media reale

Per molte aziende, la costanza produttiva è l’obiettivo, perché ogni anno si desidera avere la medesima PLV,

poiché nell’alternanza di produzione ogni anno la PLV è diversa.

Un frutteto è in costanza produttiva quando l’oscillazione di una produzione fra un anno e l’altro è

trascurabile. La costanza produttiva si ottiene abbassando i massimi ed alzando i minimi (schiacciando la

sinusoide).

STRUMENTI PER GOVERNARE L’ALTERNANZA DI PRODUZIONE

L’agronomo può portare alla riduzione dall’alternanza di produzione, che col tempo tenderà a sparire,

attraverso 5 strumenti, attraverso i quali possiamo anche decidere a che livello impostare la costanza

produttiva.

TECNICHE FONDAMENTALI (agiscono su base ormonale)

1. potatura

2. diradamento dei frutti

3. epoca di raccolta

TECNICHE INTEGRATIVE (agiscono su base nutrizionale)

4. concimazione

5. irrigazione

Potatura/diradamento/epoca di raccolta sono da considerare tecniche fondamentali poiché riescono infatti a

fare i ¾ del controllo dell’alternanza. Concimazione ed irrigazione hanno un alto effetto di interazione fra di

loro: questa considerazione chiarisce perché stanno insieme, ma non chiarisce perché sono meno importanti

degli altri tre strumenti. Fra questi due gruppi cambia il meccanismo d’azione. Poiché l’alternanza agisce sia

per via ormonale che per via nutrizionale:

• Potatura, dilatamento ed epoca di raccolta agiscono per via ormonale e sono i fattori di controllo più

importanti.

• Concimazione ed irrigazione agiscono per via nutrizionale, e sono fattori integrativi nel controllo

della gestione della alternanza.

1. LA POTATURA

Con la potatura, in inverno, decidiamo quante gemme lasciare sull’albero (poiché i meccanismi ormonali e

nutrizionali agiscono di fatto su questo numero): ogni anno possiamo cambiare l'intensità della potatura e

decidere quante gemme lasciare sull’albero. A seconda che l’anno precedente si sia avuta un’annata di carica

o un’annata di scarica si avranno intensità di potature diverse. L’intensità di potatura è la quantità di gemme

che rimangono sull’albero.

La potatura serve ad equilibrare funzione vegetativa e funzione produttiva: la potatura definisce anno per

anno quante gemme lasciare sull’albero e con essa definiamo la “produzione in potenza” del frutteto, questa

produzione dovrà essere supportata dalle altre quattro tecnica (cioè decidiamo “dove” posizionare la costanza

produttiva).

- Biomassa di un albero: XY=k

X=biomassa vegetativa Y=biomassa riproduttiva

La biomassa di un albero, sia esso erratico, costante o ad alternante (sia nelle annate di carica, sia nelle

annate di scarica) è comunque costante, poiché c’è comunque un EQUILIBRIO: k indica la quantità di

risorse che ogni albero ha a disposizione (questa quantità k è decisa ad anche dalla forma di allevamento,

poiché, imponendo qual è la superficie esposta alla luce, determiniamo anche l’efficienza fogliare).

2. DIRADAMENTO DEI FRUTTI ED ANTICIPO DELL’EPOCA DI RACCOLTA PER RIDURRE

LA COMPETIZIONE

Il diradamento dei frutti si fa in estate. Durante l’allegagione, il diradamento regola quanti sinks lasciare

sull’albero, e quindi decide quanti frutti lasciare sull’albero e quindi quale sarà la quantità di ormoni inibitori

lasciati in circolazione (al fine di abbassare il livello di competizione tra i due cicli produttivi).

L’epoca di raccolta decide il livello di alternanza. Se anticipiamo/posticipiamo l’epoca di raccolta abbiamo

un effetto immediato e diretto sulla produzione successiva: ritardando l’epoca di raccolta aumentiamo la

competizione, anticipandola la riduciamo. Prima togliamo i frutti, meno competizione abbiamo!

- Pezzatura e quantità dei frutti di un albero: XY=k

X=pezzatura Y=quantità L’effetto depressivo/ sulla

differenziazione delle

gemme a fiore nell’anno

n+1, che si ha tardando

l’epoca di raccolta

nell’anno n, superata

una certa data di raccolta,

è imponente: le specie e

le cultivar delle specie

che alternano sono dei

“Giano bifronte”, le due

fruttificazioni devono

essere gestite insieme,

poiché tardare nella

raccolta dell’anno n

significa avere

ripercussioni molto

negativi nella produzione

dell’anno n+1.

Qual è il momento per

raccogliere? Nell’olivo

bisogna raccogliere

Effetto dell’epoca di raccolta sulla differenziazione a fiore dell’anno successivo quando la drupa cambia

colore, dopodiché la

curva cala a picco.

CONCIMAZIONE ED IRRIGAZIONE

La concimazione e l’irrigazione servono per sostenere le riserve disponibili all’albero; esse dipendono dal

potenziale produttivo e dal fatto che sia stata fatta una potatura ricca → molte gemme rimaste sull’albero

(alto potenziale) o una potatura povera → poche gemme rimaste sull’albero (potenziale più basso). Il piano

di concimazione dovrà essere adeguato al carico delle gemme. Queste cinque tecniche, a seconda di come

sono usate, possono far tendere ad una costanza produttiva o ad un’alternanza esasperata.

I frutteti delle varie specie che alternano, NON alternano tutti nello stesso anno.

Quanto passa prima di riuscire a passare dall’alternanza alla costanza? Man man che vengono applicati i

giusti criteri, l’alternanza nel tempo scompare. Normalmente ci vogliano due cicli di alternanza (4 anni)

prima che le oscillazioni siano smorzate, e nel giro di alcuni anni si possa ottenere la costanza. Appena si

smette di applicare le giuste tecniche colturali “correttive”, tuttavia, il frutteto torna allo stato quo ante (se

non addirittura ad una situazione peggiore di quella iniziale).

IL DIRADAMENTO DEI FRUTTI (potatura verde)

Il diradamento si effettua durante l’allegagione. Il diradamento dei frutti è una tecnica colturale che rientra

nelle operazioni di potatura verde, consiste nell’eliminare un certo numero di frutti in un momento preciso

della curva di crescita dei frutti.

Nota= delle cinque tecniche di gestione dell’alternanza, due sono di potatura, una verde ed una secca.

Gli obiettivi del diradamento:

1. modificare la pezzatura della produzione: gli alberi diradati hanno tendenzialmente frutti di pezzatura

maggiore rispetto ai frutti degli alberi non diradati (anche del 65% in più), non solo come peso (g) ma anche

come calibro (mm);

2. qualità frutti: i frutti di alberi diradati sono migliori da un punto di vista qualitativo, poiché più colorati,

più dolci, con un miglior equilibrio zucchero/acidi, hanno cioè caratteristiche organolettiche migliori;

3. epoca di maturazione: un albero diradato, rispetto ad un albero non diradato, matura prima, poiché ha

meno frutti: poiché l’albero ha più risorse, impiega meno tempo a farli maturare. Il diradamento ha come

effetto l’anticipo dell’epoca di maturazione rispetto alla stessa cultivar non alternata. Questo anticipo della

maturazione ha effetti immediati di riduzione dell’alternanza (togliamo prima i frutti);

4. scalarità di maturazione: i frutti di un albero diradato, rispetto a quelli di un albero non diradato della

stessa cultivar, hanno una scalarità molto contenuta: i frutti stanno tutti più o meno nello stessa fase

fenologica (contemporaneità di maturazione);

5. alternanza di produzione.

L’ordine degli effetti del diradamento va dall’effetto più immediato ed evidente al meno immediato e meno

evidente: un albero diradato avrà meno frutti, di maggior peso e calibro, più saporiti, che maturano prima e

che maturano meno scalarmente. L’anno dopo si avrà inoltre l’effetto (meno immediato) sull’alternanza di

produzione.

PARAMETRI DEL DIRADAMENTO

Su quali specie si effettua il diradamento? Il diradamento si effettua su quelle specie che manifestano

alternanza e che:

- su specie che non hanno frutti piccoli (non si effettua, ad esempio, sull’olivo: non possiamo fare il

diradamento in olivicoltura perché è un’operazione antieconomica; qualcuno ha provato ad usare i cascolanti

chimici, ma è difficile usarli, essendo difficile azzeccare epoca e dosi, ed inoltri molti disciplinari vietano il

loro uso; per l’olivo gli strumenti di controllo solo quattro);

- non si effettua su specie con frutti un po’ più grandi che non hanno il peduncolo; si effettua invece su

talune specie che, sebbene non siano molto grandi, hanno il peduncolo lungo; se il peduncolo è corto

l’operazione è difficile e richiede molto tempo; nell’olivo da mensa si agisce sull’intensità di potatura, dopo

la scelta varietale adeguata, piuttosto che col diradamento;

- quando: dipende se è un frutto a pomo/bacca oppure a drupa;

- come: manuale – meccanica - chimica (cascolanti chimici: verificare che siano ammessi dalla legislazione

comunitaria, nazionale e dai disciplinari di produzione)

- dosi, epoche, tempestività) ;

- quante volte: una volta; in alcune specie anche due.

Anche in specie non alternanti si può effettuare il diradamento, al fine di raggiungere i primi quattro

obiettivi: nei vigneti da uva da tavola il diradamento si fa dapprima un diradamento dei grappoli, ed in

seguito un diradamento degli acini (due diradamenti). Nel ciliegio, che non alterna, NON serve il

diradamento ed inoltre, poiché molte cultivar presentano un peduncolo corto, l’operazione sarebbe lunga e

costosa; passando solo qualche giorno fra antesi e maturazione, non avremmo neanche il tempo di fare il

diradamento nelle grandi aziende e quindi si agisce su potatura/livello di concimazione.

5. CRESCITA DEI FRUTTI

La crescita dei frutti è il momento durante il quale si agisce col diradamento.

A seconda della natura botanica, i frutti hanno curve di crescita diverse.

CURVE DI CRESCITA DI POMI E BACCHE

Curva di crescita ponderale e diametrale dei pomi/bacche

Epoca di diradamento per pomi/bacche: fase di transizione tra la fase esponenziale e quella post

esponenziale, quando ormai è terminata la june-drop.

Nella curva di crescita di pomi/bacche sull’asse delle ordinate c’è il tempo. Poiché non hanno endocarpo

lignificato, la curva è identica sia nel caso in cui studiamo la crescita in peso (g) sia che stiamo osservando

la crescita in calibro (mm).

La curva di crescita di pomi e bacche è una sigmoide semplice (è identica alla curva di crescita del

germoglio, cambiano unicamente i parametri). Possiamo dunque distinguere tre fasi + il punto di flesso:

1. fase iniziale di crescita esponenziale → il frutto cresce perché le cellule sono in mitosi (citochinesi)

2. punto di flesso → in cui la curva cambia la concavità e la derivata si annulla

3. fase post-esponenziale → derivata decrescente, le cellule sono in distensione e costruiscono la parate

cellulare e la riempiono di citoplasma

4. plateau finale

La freccia rappresenta il momento in cui si deve fare il diradamento dei frutti (nel momento corrispondente

al punto di flesso, quando cioè sta per terminare la citochinesi, prima che inizi la distensione cellulare,

quando ormai è terminata sicuramente la june-drop). Perché si deve diradare in questo momento preciso?

1. perché non diradare i frutti prima della fine della june-drop: bisogna aspettare che finiscano le cascole (la

cascola di giugno), giacché l’albero con la carpoptosi fisiologica di giugno decide quanti frutti portare avanti,

pagheremmo degli operai per far togliere dei frutti che l’albero farebbe comunque cascolare gratis. Con la

june-drop l’albero raggiunge un suo primo equilibrio biologico, dopodiché col diradamento raggiungeremo

l’equilibrio agronomico.

2. perché non diradare dopo questa data: il danno, in una data posteriore, sarebbe ormai già troppo rilevante,

poiché gli embrioni avranno già sottratto la linfa floematica agli altri competitors sinks, che competevano

con essi.

Curva di crescita ponderale delle drupe

Nei frutti botanici a drupa, invece, la curva è cambia a seconda che consideriamo il calibro o il peso.

La curva di crescita differisce da quella del pomo/bacca solo se studiamo il diametro; se consideriamo la

crescita in peso la curva di crescita è uguale a quella di pomi/bacche. La curva di crescita ponderale è dunque

uguale in bacche, pomi e drupe.

Nei frutti a drupa la curva di crescita diametrale è completamente diversa da quella di crescita ponderale.

Curva di crescita diametrale delle drupe

Curva di crescita diametrale delle drupe

1. fase esponenziale → accrescimento per citochinesi

2. primo plateau → dura alcune settimane, si ha lignificazione dell’endocarpo (dura alcune settimane)

3. fase post-esponenziale → distensione cellulare

4. secondo plateau, finale → il frutto si avvia alla maturazione e alla fine c’è la raccolta

Nota: Il T del grafico rappresenta il momento di fecondazione dei frutti. Dalla fecondazione inizia la curva

0

di crescita dei frutti.

Il plateau iniziale, che dura qualche settimana, corrisponde alla lignificazione dell’endocarpo/indurimento

del nòcciolo. Come riconoscere in campo questa fase? Se i frutticini sono tagliati a metà, secondo l’asse

minore – equatoriale, il coltello trova una certa resistenza e all’interno inizia ad ingiallire una “corona”,

stiamo nella fase di indurimento del nocciolo.

Cosa succede nella fase di plateau iniziale? Il frutto continua a crescere in peso (la curva di crescita

ponderale non ha stasi, il frutto sta continuando ad accumulare lignina), mentre la crescita in diametro si

arresta, perché le sostanze che arrivano non sono usate per distendere i tessuti del pericarpo, aumentandone il

diametro, bensì per lignificare l'endocarpo. Il fatto che in un frutto a drupa inizi a lignificare, significa che

l’embrione è già maturo ed ha raggiunto le sue dimensioni finali e dunque l’albero sta “costruendo” su

misura il suo involucro: il seme raggiunge le sue dimensioni finali in corrispondenza della lignificazione

dell’endocarpo, e quest’ultima non può avvenire prima, poiché l’embrione si stava ancora distendendo; la

maturazione dell’embrione (seme) avviene molto prima della maturazione del frutto.

Nel grafico, la lignificazione è compresa fra le due frecce. Il peso invece aumenta perché c’è continua

apposizione di lignina nelle pareti cellulari dell’endocarpo, passando da tessuto parenchimatico a tessuto

sclerenchimatico, assolvendo alla loro funzione di protezione dell’embrione.

Terminata la fase di lignificazione del nocciolo, riparte la distensione cellulare e il frutto riprende a crescere

anche in diametro e non solo in peso (fase post-esponenziale). I frutti a drupa vanno diradati all’inizio della

lignificazione dell’endocarpo: non prima perché le cascole di giugno permettono di eliminare –

naturalmente e senza costi – gran parte dei frutti; non si effettua dopo perché il danno, arrecato dagli

embrioni già accresciuti e “calamitanti” la linfa, sarebbe già stato già fatto. Appena inizia l’ingiallimento

interno, si chiamano gli operai per diradare. Dunque il diradamento si può fare all’interno di questa

finestra temporale compresa fra le due frecc, ma prima lo si fa, maggiore è l’efficienza dell’operazione.

Il mandorlo è un’eccezione fra i frutti a drupa, giacché nella mandorla non si sviluppa il mesocarpo, che

rimane atrofico: la mandorla, una volta che ha lignificato l’endocarpo, ha terminato l’accrescimento

diametrale. La curva del mandorlo è molto più lunga e lenta delle altre drupacee (è il primo delle drupacee a

fiorire, ma uno degli ultimi a far maturare i frutti). Il mandorlo è soggetto ad alternanza di produzione, ma la

tendenza è più spiccata man mano che la cultivar ha maturazione tardiva.

Conviene sempre correggere l’alternanza di produzione? La risposta deve essere fornita dall’imprenditore.

Dipende dal sistema colturale (dimensioni degli albero e numero di alberi/ha).

Nel caso dell’olivo, se il sistema colturale è di densità almeno intensiva, con presenza dell’irrigazione,

dimensioni degli alberi molto contenute e introduzione delle macchine (alberi di 4-5 m, potati ogni anno ed

ogni anno si effettuano determinate cure colturali), attenuare o far sparire l’alternanza è obbligatorio e si

deve mirare alla costanza produttiva. In questi tipi di sistemi colturali l’alternanza, di fatto, non esiste, poiché

l’agronomo ha impedito che si manifesti.Nel caso, invece, di sistemi colturali a bassa densità (pochi

alberi/ha), con dimensioni degli alberi considerevoli, con metodi di raccolta e destinazioni d’uso del frutto

diverse, bisogno indirizzasi verso il volere dell’imprenditore. In questi impianti l’alternanza si può ridurre,

ma ciò presuppone uno stravolgimento completo del sistema colturale: in oliveti secolari/estensivi questa

attenuazione è un investimento importante e significherebbe, in pratica, passare dall’ottenimento di un olio

lampante ad un olio extravergine.

Grafico dell’erraticità di produzione: rispetto all’alternanza non c’è una sinusoide (con un massimo ed un

minimo). Di fatto non c’è una successione ordinata, ma è una successione disordinata, casuale.

Nell’alternanza la successione è causale, nell’erraticità è casuale (il valore medio in alcuni anni può essere

reale!)

Caratteristiche dell’erraticità di produzione:

- successione non ordinata

- eliminabile, al contrario dell’alternanza, poiché causata da sterilità ambientali

- produzione media REALE in alcuni anni

Sono sufficienti 4-5 anni per capire se c’è stata alterananza o erraticità (si verificano le produzioni degli

ultimi 4-5 anni). In alcuni casi si può sovrapporre alla alternanza anche una sterilità ambientale (fattori non

genetici si sommano a fattori genetici), ecco perché bisogna avere uno storico di almeno 4-5 anni.

14/06/2016

7. La maturazione dei frutti

È l’ultima fase del ciclo riproduttivo, poiché quella successiva, la raccolta, in realtà è una tecnica colturale.

La maturazione ha implicazioni essenzialmente commerciali, che riguardano l’organizzazione dell’azienda

(stabilire le giornate operaie, organizzarsi con le macchine, ecc…). I calendari e i fenogrammi di

maturazione hanno dunque riflessi importanti sulla tecnica colturale. Si hanno fenogrammi di maturazione e

calendari di maturazione, così come per la fioritura. Nell’ambito delle specie, il calendario di maturazione

inizia con la maturazione della cultivar più precoce e finisce con la maturazione della cultivar più tardiva:

all’interno del calendario ci sono i fenogrammi di maturazione di tutte le cultivar di quell’areale (l’asse delle

ascisse è riferito ad uno specifico areale e per un certo numero di annate di studio). Il ciliegio ha il calendario

di maturazione più precoce di tutte le drupacee mentre è il terzo a fiorire (dopo mandorlo ed albicocco); il

mandorlo è quello col calendario di fioritura più precoce, ma il suo calendario di maturazione è il più tardivo.

Questi sono i calendari considerati “senza forzatura” né sull'albero, né nel post-raccolta.

Forzatura sull'albero. Ad esempio, la vite da tavola può essere forzata sia per l’anticipo o il posticipo e i

calendari di maturazione, possono risultare allargati (la vite può essere raccolta, ad esempio, tanto a luglio

quanto a dicembre: calendario di maturazione in forzatura, sull'albero, in questo caso è di ben 7 mesi!).

Forzatura nel post-raccolta. Anche per le pomacee può esistere una forzatura, di natura diversa, che può

allargare enormemente il calendario di maturazione (addirittura fino ad 11 mesi; le pomacee non sono forzate

però sull’albero, come accade con la vite, ma nel post-raccolta). In base alla

stazione

geografica

cambiano

l’estensione, la

localizzazione e

la durata

temporale dei

calendari di

maturazione.

I modelli di maturazione

La climatericità è un comportamento fisiologico, o meglio biochimico (riguarda un insieme di modificazioni

biochimiche), che i frutti assumono quando stanno per terminare la maturazione; a seconda delle

modificazioni che avvengono nel frutto, noi avremo due modelli di maturazione:

1. un modello climaterico → frutti climaterici

2. un modello aclimaterico → frutti aclimaterici

Questi modelli sono su base genetica: la climatericità è un fattore genetico. Nell’ambito della stessa specie le

oscillazioni (variabilità intraspecifica) sono comunque ridotte tra le varie cultivar, tant’è che parliamo di

specie climateriche e specie aclimateriche, e non si scende nel dettaglio delle singole cultivar.

I maggiori frutti tipicamente climaterici: mele – pere – pesche – actinidia – kaki, fico e fioroni –

albicocca, prugna

Questa graduatoria risponde all'ordine più climaterico → meno climaterico. Le pomacee e l’actinidia sono

frutti tipicamente climaterici, con picchi climaterici molto più alti rispetto alle drupacee della lista, che hanno

sì frutti climaterici, ma picchi climaterici più bassi.

Il modello climaterico è più antico dal punto di vista filogenetico; il modello aclimaterico è più evoluto (e

dunque più “semplice” biologicamente). Le specie con modello climaterico sono dunque più antiche rispetto

alle specie con modello di maturazione aclimaterico.

I maggiori frutti tipicamente aclimaterici: agrumi – ciliegie - mirtillo – oliva – uva

Il ciliegio, pur essendo una drupacea, è un caso a parte, poiché, rispetto alle altre drupacee, ha frutti

aclimaterici, così come il mandorlo ha un modello di crescita diverso: di fatto le mandorle non maturano e si

fermano alla formazione dell’embrione, quando esso è maturo può essere raccolto.

Dunque, le drupacee possono essere classificate essenzialmente in tre “gruppi”:

• pesche, albicocche, susine e prugne: specie molto vicine geneticamente;

• ciliegie;

• mandorle: non hanno, nella loro curva di crescita, la fase post-esponenziale, non avendo lo sviluppo

del mesocarpo.

Il modello aclimaterico, pur essendo biologicamente più evoluto, è più difficile da gestire, perché la

maturazione e il post raccolta devono essere gestiti con accurata perizia. La gestione della maturazione dei

frutti climaterici è invece – malgrado il modello di maturazione sia biologicamente più complesso – più

facile.

Modello di maturazione dei frutti climaterici

Il modello di maturazione è

indipendente dalla natura

botanica del frutto (drupa,

bacca, pomi e loro varianti).

Sulle asse delle ascisse c’è il

tempo, ma in questo caso

contiamo non a partire dal

T di fecondazione, poiché

0

questa curva si pone sul

tratto di plateau della curva

di crescita del frutto (è un

“focus” di quello che

succede quando il frutto non

cresce più. né

ponderalmente né

diametralmente); sulle asse

delle ordinate è indicata la

variabile dipendente, cioè

l'intensità respiratoria.

Nb: i frutti, come le foglie,

sono gli organi che non

hanno sviluppo e sono i “punti finali” dei due cicli, riproduttivi e vegetativi, dopodiché muoiono e – spesso –

cadano dall’albero.

L’attività respiratoria è dunque l’unità di misura della climatericità, e può essere espressa o come quantità

di O consumato, o come quantità di CO prodotta nel corso delle ultime settimane di vita del frutto; inoltre,

2 2

mentre l’estensione temporale della curva di crescita dei frutti può essere anche di mesi, in questo caso

l’estensione temporale della curva di maturazione è espressa in giorni – poche settimane.

Entrambi i modelli hanno in comune il punto di inizio e il punto di fine, punto che corrisponde al momento

nel quale l’organo non respira più ed è biologicamente morto, quando cioè l’ordinata si annulla (la curva

tocca l’asse delle ascisse). NB: in questo punto/momento l’embrione, organo di resistenza, è comunque vivo!

Da un punto di vista agronomico non si arriva mai alla morte del frutto, ma ci si “ferma” prima: il frutto

raccolto e venduto deve essere commerciabile, MAI morto.

CURVA ROSSA: modello climaterico → ad esempio una percoca

CURVA GIALLA: modello aclimaterico → ad esempio una ciliegia

Tutti e due i modelli partono da un’attività respiratoria all’incirca simile (siamo situati, temporalmente, nel

plateau della curva di crescita del frutto). Ad un certo punto le curve dei due modelli divergono: la curva di

respirazione del frutto climaterico ricomincia a risalire, quella del frutto aclimaterico continua a scendere.

Il modello di maturazione è funzione dalla natura biochimica del glucide di riserva del frutto.

- I frutti climaterici hanno come zucchero di riserva un polisaccaride, l’amido.

- I frutti aclimaterici hanno invece come zuccheri di riserva un oligosaccaride, fruttosio (monosaccaride) o

saccarosio (disaccaride, glucosio+fruttosio).

Ad esempio, le percoche accumulano più amido che fruttosio/saccarosio: una percoca, quando è ancora

acerba, non ha pressoché nessun sapore poiché contiene amido; perché l’amido dia la sensazione di dolce,

esso deve essere idrolizzato e devono essere rotti i legami α-amilasici. Quando umenta l’attività respiratoria è

perché l’amido sta venendo idrolizzato, perché sia disponibile al frutto per la maturazione: il picco è dunque

il segno che si sta idrolizzando l’amido che è stato accumulato (attività intensa del ciclo di Krebs: il

glucosio-6-P proviene dall’amido).

Diversamente, una ciliegia non ha bisogno di aumentare l’attività respiratoria per scindere l’amido, avendo

già di per sé disponibile il glucosio-6-P proveniente dal saccarosio (scissione che di fatto richiede attività

enzimatica: è l’attività enzimatica che determina il picco nei frutti climaterici!).

Nei frutti climaterici, quando la curva è minima, c’è il massimo accumulo di amido, quando la curva rossa ha

il massimo, invece c’è la minima quantità di amido perché tutto l’amido è stato consumato.

Il valore minimo della curva si chiama minimo climaterico; la massima attività respiratoria si chiama

massimo climaterico. In corrispondenza del minimo climaterico si ha il massimo accumulo di amido

(minima attività respiratoria); quando la percoca inizia ad idrolizzarlo, man mano che aumenta l’attività

respiratoria, diminuisce la quantità di amido ed aumenta il prodotto della sua idrolisi: al massimo climaterico

segue la scomparsa dell’amido e la comparsa di fruttosio e saccarosio. La curva di accumulo dell’amido è

speculare alla curva respirazione del frutto.

L’amido deve essere idrolizzato perché il glucosio-6-P possa entrare nel ciclo di Krebs (meccanismi

biochimici di idrolisi dell’amido): l’obiettivo del frutto è idrolizzare l’amido, perché il frutto diventi dolce e

serbevole. Parte del glucosio-6-P è poi impiegato nei processi enzimatici necessari per idrolizzare l’amido. Il

prodotto dell’idrolisi è il fruttosio/glucosio (interconvertiti con la aldolasi) e quindi la sintesi del saccarosio.

La fine delle due curve è poi medesima: una volta che tutto l'amido è stato idrolizzato, la curva di

respirazione dei frutti climaterici inizia a decrescere, così come stanno facendo da tempo i frutti aclimaterici.

La fase discendente è la fase di senescenza del frutto; la fase di maturazione nei frutti aclimaterici (fase

ascendente) è invece meno evidente. Nei frutti aclimaterici è facile oltrepassare la fase di sovramaturazione,

perché non ci sono segnali di maturazione evidente (è una senescenza continua, costante, inesorabile).

Ci sono alcuni frutti (come le sorbole o alcune varietà di diospiro) che hanno due picchi climaterici; il

secondo picco più basso, che si ha dopo il primo – maggiore - e dopo una diminuzione dell'attività

respiratoria, il quale è detto ammezzimento ed è legato ad un biochimismo particolare, legato ad esempio alla

degradazione delle pectine che diventano solubili (le lamelle mediane iniziano a scomparire nel mesocarpo).

In questi frutti, se non si attende il secondo picco climaterico, alcuni fenomeni fisici non si innescano.

L’altezza del picco climaterico dà una stima del grado di climatericità del frutto ed quindi è una misura

indiretta della quantità di amido accumulato (sono due misure direttamente proporzionali): maggiore

l’amido accumulato, più alto il picco (c'è più substrato da respirare). Ad esempio le albicocche e le susine, al

fondo della graduatoria dei frutti climaterici, hanno un basso picco climaterico; pesche, ma soprattuto mele e

kiwi hanno punte respiratorie molto più alte, poiché hanno accumulato più amido rispetto alle specie

precedenti.

Nei frutti aclimaterici, la curva di respirazione è continua (non ci sono minimo e massimo) ed il percorso è

solo in discesa, poiché non ci sono zuccheri di riserva da idrolizzare: man mano che vengono consumati gli

zuccheri scaricati via floema, grazie al potere attrattori degli embrioni; quando il frutto ha “consumato” tutto

il fruttosio e il saccarosio, esso muore e cessa di esistere come frutto. Questi fenomeni

(picco climaterico)

furono studiati negli

anni ‘20 su frutti

staccati dall’albero,

successivamente si è

osservato che questi

comportamenti si

manifestavano anche

quando i frutti erano

ancora attaccati

all’alberi: i frutti

climaterici continuano

a maturare anche

quando sono staccati

dall’albero che li

hanno sviluppati; ciò

non avviene nei frutti

aclimaterici; infatti,

quando i frutti

aclimaterici sono

staccati dall’albero,

non arrivano più

zuccheri per via floematica e dunque la maturazione si arresta, ecco perché è difficile stimare l’epoca di

raccolta dei frutti aclimaterici, i quali, staccati dall’albero, non si possono più modificarne le caratteristiche

organolettiche dei frutti. I frutti climaterici non hanno bisogno di rifornimento di sostanze per via floematica,

anche se staccati dall’albero, perché impiegano l’amido precedentemente stipato. I frutti aclimaterici

dipendono al 100% dal rifornimento floematico dell’albero madre.

La distanza m - M (intervallo tra il minimo e il massimo climaterico) è funzione della quantità di amido

accumulato. Questo intervallo di tempo è tanto più lungo. tanto maggiore è stata la quantità di amido

accumulata (servirà più tempo per idrolizzare l'amido e quindi respirarne i prodotti dell'idrolisi); la durata di

questo intervallo è però controllata anche dai fattori che influenzano la respirazione cellulare:

- la temperatura (tanto più è alta la temperatura, tanto più veloce è il ciclo di Krebs: ad alte temperature

accorciamo la durata dell'idrolisi dell'amido, abbassando la temperatura allontaniamo nel tempo il minimo e

il massimo climaterico)→ atmosfera controllata;

- la quantità di ossigeno: per mettere in moto il ciclo di Krebs, oltre al substrato glucidico, è necessario

l’ossigeno molecolare; sottratto ossigeno all’interno del frutto, allunghiamo questo intervallo; variando la

concentrazione di O moduliamo la durata dell’intervallo → atmosfera controllata.

2

Il frutto climaterico andrebbe raccolto al minimo climaterico, perché ad esso corrisponde il massimo

accumulo di amido e non c'è bisogno di attendere oltre; anzi, se aspettassimo, questa quantità di amido

inizierebbe ad essere demolita. Il distacco del frutto dall'albero non va fatto prima perché ci sarebbe ancora

dell'amido da accumulare. Un frutto al minimo climaterico non ha tuttavia nessun sapore; dal punto di vista

tecnico, il frutto andrebbe commercializzato al massimo climaterico, perché in quel punto si ha la massima

concentrazione di zuccheri semplici: non può essere commercializzato prima perché non sarebbe serbevole e

non dopo perché questi zuccheri iniziano ad essere consumati con la respirazione!

• Minimo di respirazione → momento della raccolta

• Massimo di respirazione → momento migliore per essere consumato, massimo accumulo di zuccheri

semplici, massimo grado di serbevolezza

Poiché possiamo modulare l’intervallo tra minimo e massimo, possiamo raccogliere i frutti un giorno e

decidere noi quando commercializzarlo/consumarlo, attraverso il governo della temperatura e della quantità

di ossigeno. I frutti climaterici possono dunque essere conservati, modificando in post-raccolta la

temperatura di conservazione e con l’atmosfera controllata.

Il minimo climaterico è detto infatti “maturazione di raccolta”, il massimo climaterico è detto anche

“maturazione di consumo”.

Nei frutti aclimaterici la maturazione di raccolta e la maturazione di consumo coincidono e non sono

separabili nel tempo, e non possiamo governare la maturazione del frutto: ecco perché bisogna precisamente

azzeccare la maturazione di raccolta, dalla quale dipende successo organolettico del prodotto commerciale.

Albicocche, prugne e pesche sono meno disponibili, rispetto ad altri frutti climaterici, durante l’anno perché

hanno picchi climaterici più bassi (e sono in basso nella graduatoria dei frutti climaterici). Più alto è il picco,

più amido è stato accumulato e maggiore sarà il tempo di conservazione: le mele sono consumabili 12 mesi

all'anno perché hanno un altissimo picco climaterico.

Con i frutti climaterici la fase di post-raccolta implica ulteriori implicazioni tecniche (parametri precisi e

costi da sostenere); coi frutti aclimaterici il post-raccolta è molto più semplice da gestire.

Alla base dell'andamento delle curve di maturazione dei frutti stanno meccanismi ormonali: in particolare

l'etilene, in corrisponde del minimo climaterico, comincia ad essere riprodotto in grande quantità. La

produzione di etilene è controllata da un set di geni nei frutti aclimaterici, da due set di geni nei frutti

climaterici.

RUOLO DELL’ETILENE

Quando nel plateau della crescita del frutto, si ha l’inizio della produzione di etilene, il frutto inizia a

maturare. Il picco si etilene si ha, in entrambi i modelli, fino a che tutto l’amido viene consumato.

• fase I (climaterici e aclimaterici) → biosintesi iniziale di etilene

Il primo set di geni è comune a tutti i frutti, questo set di geni fa sì che ci sia un picco di etilene

quando il frutto sta iniziando la maturazione (siamo nel plateau della curva di crescita del frutto);

tale picco termina nei frutti aclimaterici dopo poco, mentre nei frutti climaterici continua

direttamente ed immediatamente con la fase II: c’è produzione continua di etilene, fino al picco

massimo climaterico, e anche un po’ dopo (fino a quando cioè c’è amido da demolire);

• fase II (solo climaterici) → biosintesi autocatalitica di etilene

I frutti aclimaterici (avendo perso questo set di geni sono più evoluti) non hanno un ulteriore picco di

etilene, i frutti climaterici posseggono invece un altro set di geni che agiscono sulla produzione di

etilene con un meccanismo di feedback positivo: più etilene viene prodotto, più la produzione di

etilene è stimolata; questa biosintesi autocatalitica è propria unicamente dei frutti filogeneticamente

meno evoluti.

Il numero dei picchi è filogeneticamente correlato al tipo di zucchero che il frutto produce. Se c’è:

 amido → si ha il secondo picco; poiché c’è il feedback positivo nella produzione etilene, l’albero

rifornisce di amido il frutto, in quanto esso potrà essere demolito.

 zuccheri semplici → si ha un unico picco: poiché non si ha il gene autocatalitico, è sufficiente il

saccarosio.

Gli eventi della maturazione:

1. fisici → più facilmente osservabili e misurabili

2. chimici → richiedono strumentazioni sofisticate per essere osservati e misurati

Ad ogni evento della maturazione, sia esso fisico o chimico, corrisponde un indice di maturazione, con

strumento, grandezza ed unità di misura propria. Sono eventi di natura biologica, fisica o chimica, utilizzabili

al fine di individuare l’opportuno momento di raccolta.

EVENTI FISICI DELLA MATURAZIONE

1. aumento PESO (PEZZATURA): sta comunque per cessare, poiché siamo nella fase di plateau, l’aumento è

quasi impercettibile;

2. aumento CALIBRO: come sopra, è quasi impercettibile;

[Gli eventi 1 e 2 sono dunque il trait d’union (segnale di continuità) tra la curva di crescita dei frutti e la

curva la maturazione vera e propria]

3. variazione COLORE DEL EPICARPO

4. diminuzione CONSISTENZA DEL MESOCARPO

5. diminuzione RESISTENZA AL DISTACCO del frutto dall’albero

Nell’uso agronomico, soprattutto gli ultimi tre sono i più utilizzati per capire il momento in cui raccogliere.

Il cambiamento del colore del frutto: i frutti giovani, quando sono ancora verdi (source) perché pieni di

cloroplasti, quando i cloroplasti sono degradati e si iniziano a formare i cromoplasti ed inizia a comparire un

colore già presente (la clorofilla mascherava un colore “sotto” che già c’era, solitamente il giallo). Il

cambiamento di colore è dunque un fatto fisico su base biochimica (la degradazione dei grana dei

cloroplosta, gran parte della clorofilla è riassorbita e ritraslocata per via xilematica dall’albero e comincia a

comparire il vero colore del frutto, che è il giallo; su questa base il frutto poi assumerà il colore definitivo).

EVENTI CHIMICI

1. idrolisi AMIDO (nei frutti climaterici)

2. aumento FRUTTOSIO E SACCAROSIO, o perché direttamente “scaricati” via floema (frutti aclimaterici),

o perché derivante dall’idrolisi dell’amido (frutti climaterici)

(I primi due sono legati al modello di maturazione e alla climatericità dei frutti)

3. diminuzione ACIDI ORGANICI

4. diminuzione TANNINI E POLIFENOLI

5. sintesi AROMI

6. sintesi VITAMINE

7. accumulo SALI MINERALI

8. sintesi LIPIDI (inolizione)

Ogni evento può essere preso come INDICE di maturazione.

L’individuazione dell’epoca di raccolta è fatta usando gli indici di maturazione che sfruttano gli eventi di

maturazione, che hanno alla base il modello di maturazione.

Alcuni frutti non formano il pericarpo e fanno accumulare gli zuccheri nei semi: la castagna è l’unico frutto

commerciale che non accumula nei semi lipidi bensì zuccheri; la castagna è un seme enorme perché

l’ossidazione di 1 g di lipidi produce 3 – 4 volte l’energia dell’ossidazione di un grammo di glucidi; ecco

perché i semi “zuccherosi” devono essere molto più grandi dei semi lipidici.

I componenti della frutta fresca: • Protidi % • Lipidi % • Glucidi % • Acidi organici ‰ • Fibra g/100g • Sali

minerali mg/100g • Vitamine mg o µg/100g

Aromi: • acidi, alcoli, aldeidi e chetoni, esteri, cumarine, terpeni e sesquiterpeni.

Gli agrumi fanno eccezione, perché accumulano flavonoidi: esperidina (il più comune, tipico, che dà l’amaro

degli agrumi); altri agrumi particolari hanno flavonoidi specifici: naringina del pompelmo, e l’amaro di

alcune arance è dato dalla limonina (che i limoni non hanno).

I principali glucidi: • Monosaccaridi. –fruttosio –galattosio –glucosio • Disaccaridi –saccarosio • Amido

I principali acidi organici:

• acido citrico → agrumi e fichi;

• acido malico → pomacee e drupacee

L'acido citrico limita gli attacchi fungini (perché abbassano il pH) in agrumi e fichi, specie invece attaccate

perlopiù da batteriosi, che proliferano a bassi pH.

Un'eccezione è costituita da uva e arance: l’uva accumula soprattutto l’acido tartarico; le arance accumulano

invece l’acido ossalico (dicarbossilico).

Le principali vitamine (mg/100g): • Retinolo (A) eq. (µg) albicocca (360) • Tiamina (B1) (mg) mandarino

(0,08) • Riboflavina (B2) (mg) prugne (0,05) • Vitamina B6 (mg) kiwi (0,15) • Niacina (PP) (mg) susina

(0,6) • Vitamina C (mg) kiwi (75) • Acido folico Bc (µg) mandarino (49) • Vitamina E (mg) pesca ( 0,97) •

Vitamina D (µg) assente

I principali sali minerali (mg/100g): • Ferro mg (0,1-0,5) albicocca • Calcio mg (4,0-49,0) arancia • Sodio

mg (1,0-5,0) kiwi • Potassio mg (130-400) kiwi • Fosforo mg (4,0-70,0) kiwi • Zinco mg (0,1-0,7) ficodindia

LA FRUTTA SECCA

La frutta secca comprende sia veri frutti botanici, artificialmente disidratati per aumentarne la conservabilità,

sia semi veri e propri, dunque di origine zigotica. Hanno composizione completamente diversa rispetto alla

frutta fresca: hanno grassi e proteine e pochissima acqua.

La frutta secca comprende le albicocche secche, fichi secchi, le prugne secche e l’uva passa. I frutti da

essiccare sono di pezzatura ridotta per facilitarne l’essiccazione perché aumenta il rapporto

superficie/volume (ad esempio uva apirena).

INDICI DI MATURAZIONE

Fattori che influiscono sulla qualità del frutto (calibro, colore, consistenza, dolcezza, acidità, aromi)

Da un punto di vista agronomico

i fenomeni da governare sono:

cultivar/portinnesto; ambiente

(clima e terreno); tecniche

colturali; post-raccolta (freddo);

la RACCOLTA è il parametro

più importante che deve essere

governato perché è quello che

incide maggiormente sulla

qualità del frutto. La raccolta

rispecchia gli obiettivi in termini

quantitativi e qualitativi: decisi

gli obiettivi, si decide la raccolta

(quando). La scelte più

importanti, relativamente alla

raccolta, sono il quando e il

come.

Gli indici di maturazione sono

detti anche “indici di raccolta”,

perché mettono insieme gli

eventi della maturazione e

trasformano queste conoscenze

(fatto biologico) in tecniche colturali (fatto agronomico).

Come si decide quando raccogliere? Si usano gli indici di raccolta/maturazione. L’indice di raccolta è quel

parametro oggettivo, semplice e di facile osservazione, correlato con la maturazione, possibilmente

economico e non distributivo. Normalmente gli agronomi di campo ricorrono a più di un indice per avere un

quadro completo ed affidabile e sicuro, poiché ciascun indice ha pregi e difetti intrinseci.

Un buon indice di raccolta deve essere:

- correlato con la maturazione (→ lo rende un indice di raccolta/maturazione)

- oggettivo

- semplice e di facile osservazione

- economico (se possibile)

- preferibilmente non distruttivo: poiché il monitoraggio deve essere fatto ogni giorno, se l’indice è

distruttivo non possiamo ritornare sullo stesso frutto ogni giorno; se non è distruttivo possiamo ritornare a

fare la misurazione sullo stesso frutto, così aumenta anche l’affidabilità dell’indice perché tiene conto

esattamente dell’evoluzione del frutto considerato.

INDICI FISICI

1. peso (pezzatura) → è distruttivo

2. calibro → non è distruttivo

3. colore e sovraccolore epicarpo → molto immediato, ad esempio si possono usare strumenti di carta

plastificata con colore e calibri da confrontare

4. consistenza mesocarpo → si misura col penetrometro, è un dinamometro a pressione

5. resistenza al distacco → si misura con un altro dinamometro, però a trazione

6. indice di caduta (è un indice derivato): è il rapporto tra la resistenza al distacco e il peso del frutto.

1. Indice: PEZZATURA

Strumento: bilancia

Unità di misura: g

Evento: Aumento del peso del frutto

2. Indice: CALIBRO

Strumento: calibri (come quelli plastificati, sullo stesso principio di basano le calibratrici industriali nei centri

di consegna della frutta fresca)

Unità di misura: mm

Evento: aumento del diametro del frutto.

La classe commerciale è definita tanto dalla pezzatura quanto dal calibro.

3. Indice: COLORE

Evento: variazione del colore dell'epicarpo

Strumento 1: Carte colorimetriche

Unità di misura: n (grandezza adimensionale, corrispondente ad un certo numero)

Strumento 2: Colorimetro digitale

Unità di misura: a, b, L, h°

Strumento 3: Indice di pigmentazione (per l'olivo)

Unità di misura: n

Dobbiamo distinguere il colore di fondo dell’epicarpo e il sovraccolore. Il colore di fondo dell'epicarpo

(verde – giallo) deriva dal colore che riappare quando scompare la clorofilla e riemergono i cromoplasti, il

sovraccolore è invece di neoformazione (è apposto successivamente, ed è una caratteristica varietale, oggi

molto ricercata dal consumatore), Il caso delle albicocche. La comparsa di nuovi tipi di albicocche dipende

evoluzione dei gusti del consumatore; fino a 10-20 anni erano ricercate le albicocche gialle, ad oggi sono

state costituite varietà con sovracolore rosse ma, introducendo questi parametri (pezzatura, consistenza della

polpa, sovraccolore), si è introdotto anche la autoincompatibilità. In realtà le ciliegie presentano il

sovraccolore rosso, perché il colore di

fondo è il giallo. Le percoche non hanno

sovracolore, e rimangono gialle e

pigmentano invece la polpa - endocarpo

(che diventa gialla dentro anziché bianca).

Il colore del mesocarpo invece

normalmente non è pigmentato; negli

agrumi invece possono esistere mesocarpi

pigmentati.

Ci sono frutti il cui colore non cambia mai

durante la maturazione: cultivar di pero e

di melo che rimangono verdi e actinidia; in

queste specie e in queste cultivar il colore

non può essere usato come indice di

raccolta (poiché il colore non è correlato

alla maturazione, il frutto rimane verde

mentre la maturazione va avanti).

Lo spazio colorimetrico

L* a* b*

• L* = luminosità

• a* e b* = coordinate di cromaticità nelle scale di verde, giallo, blu rosso

Nel grafico a lato si segue l'andamento della colorazione per determinare il momento della raccolta.

INDICE DI PIGMENTAZIONE (EP) DELL'OLIVA

Dove i =

• 0 olive verdi;

• 1 olive con pigmentazione superficiale su meno del

50% della superficie;

• 2 olive con pigmentazione superficiale su più del

50% della superficie;

• 3 olive con pigmentazione superficiale sul 100%

della superficie;

• 4 olive con pigmentazione su meno del 50% della polpa;

• 5 olive con pigmentazione sul 100% della polpa;

• n = numero delle olive della classe di pigmentazione considerata;

i

• N = numero totale delle olive del campione. 0≤IP≥5

Si prende un campione di 100 olive e si separano per classi di colori e vengono contati; moltiplichiamo il

numero di frutti di ogni classe per il numero della classe, sommiamo e dividiamo per 100: la classe 3 indica

per l’oliva il momento ottimale per la raccolta. Quando l'EP è 3 bisogna procedere alla raccolta.

4. Indice: CONSISTENZA DEL MESOCARPO

Strumento: penetrometro (dinamometro a pressione)

Unità di misura: Newton (senza espressione della superficie)

Evento: diminuzione della consistenza del mesocarpo, quindi deve essere tolto l’epicarpo, perché questo ha

una sua propria resistenza, che è diversa da quello del tessuto sottostante (si elimina una sottile porzione di

buccia, si avvicina il dinamometro col puntale adatto alla pezzatura del frutto e si misura la resistenza alla

penetrazione)

5. Indice: RESISTENZA AL DISTACCO

Strumento: dinamometro a trazione, che misura la forza che ho applicato per staccare il frutto dall’albero,

con o senza peduncolo, a seconda del frutto

Unità di misura: Newton

Evento: diminuzione della resistenza al distacco

6. Indice (derivato): INDICE DI CADUTA

Per la raccolta meccanica, utilizziamo un indice derivato, dato dal rapporto tra resistenza al distacco (N) e il

peso del frutto in g (massa inerziale). L'indice di caduta ed è espresso come (N/g): quando questo rapporto è

vicino al valore di 2, bisogna raccogliere (raccolta meccanica, con scuotitore di tronco o scavallatrice).

Calcolo: Resistenza distacco/Peso

Unità di misura: N/g

Raccolta meccanica≈ 2 N/g

Per la raccolta meccanica, l’indice di raccolta è l’indice di caduta, poiché indica la quantità di vibrazione che

il frutto può subire prima che si stacchi. L’indice di riduce man mano che va avanti la maturazione, perché il

peso rimane costante mentre il numeratore/resistenza al distacco tende ad aumentare.

Altri indici fisici:

- deiscenza del mallo (mandorlo, noce)

- deiscenza endocarpo (pistacchio)

Poiché in questi frutti non c’è mesocarpo ed epicarpo questi non possono essere utilizzati come parametro

per determinare il momento di raccolta, usiamo indici specifici: nel caso delle mandorle usiamo la deiscenza

del mallo (somma di epicarpo e mesocarpo); quando il mallo inizia ad aprirsi, quello è il segno che

l’embrione è maturo, e possiamo procedere con la raccolta. Nel caso del pistacchio, non solo deisce il mallo,

ma deisce anche l’endocarpo: in questo caso lo splitting dell’endocarpo è l’indice di maturazione.

20/06/2016

INDICI CHIMICI

1. contenuto amido → frutti climaterici

2. contenuto zuccheri solubili

3. contenuto acidi organici

4. contenuto lipidi

Gli indici chimici richiedono strumentazione da laboratorio e non sono solitamente attuabili in campo

(fuorché l’indice 2), quindi la determinazione dell’epoca di raccolta usando gli indici chimici è effettuata

quasi esclusivamente dalle grandi aziende. L'indice 2 è però usato in campo, con l’impiego dei rifrattometri.

Gli indici chimici, così come quelli fisici, sono altamente correlati con gli eventi della maturazione. Gli

indici chimici sono legati essenzialmente agli zuccheri accumulati (amido e zuccheri solubili).

1. Indice: CONTENUTO DI AMIDO

Strumento: soluzione KI

Unità di misura: intensità

Evento: diminuzione del contenuto di amido

Il contenuto in amido si misura con lo ioduro di potassio: l’intensità della colorazione è direttamente

proporzionale alla quantità di amido contenuto; l’unità di misura è “l’intensità” (si fa una stima visiva).

2. Indice: CONTENUTO DI ZUCCHERI SOLUBILI

Strumento: rifrattometro

o

Unità di misura: Brix

Evento: aumento del contenuto di zuccheri solubili

Il contenuto di zuccheri solubili (fruttosio, glucosio e saccarosio) può essere usato come indice; esso è un

metodo distruttivo e si usa il rifrattrometro: si prende dal frutto un po’ di succo e si misura l’angolo di

rifrazione della luce. Si esprime in gradi Brix: è il contenuto dei solidi solubili disciolti, ed è un parametro

altamente affidabile, poiché il 90% di questi soliti disciolti è costituito da zuccheri solubili; è usato

essenzialmente per i frutti aclimaterici (uva e ciliegie). Il rifrattometro è uno strumento molto economico e

facilmente utilizzabile ed è usato direttamente in campo.

3. Indice: CONTENUTO DI ACIDI ORGANICI

Strumento: titolatore

Unità di misura: meq NaOH/100 g succo

Evento: variazione del contenuto di acidi organici

La loro determinazione serve a dare il giusto equilibrio dei frutti, perché per essere graditi al palato i frutti

devono possedere un certo equilibrio acidi organici/zuccheri (la sapidità deriva dalle loro reciproche

concentrazioi). La valutazione è effettuato con una titolazione, in laboratorio, si esprime come

milliequivalenti di base per 100 g di succo.

Altri indici chimici utilizzati nel caso dell'olivo sono il contenuto in olio (per determinare il contenuto in

olio si fa un’estrazione con solvente, l’esano estrae l’olio e si misura la quantità di grasso, è un metodo che

richiede 24 ore) e il contenuto in polifenoli (tra gli strumenti che si hanno nell’azienda olivicola ci sono i

claim salutistici, basati sulla concentrazione di polifenoli al momento del confezionamento). Altri strumenti

per determinare la quantità di olio che usano la radiazione infrarossa per determinare in qualche secondo il

contenuto in grasso in campo, ma costano 40mila euro.

Soglia termica e shelf-life

La soglia termica è quel valore di temperatura al di sotto del quale in post-raccolta i frutti iniziano ad essere

danneggiati. La shelf life è la durata del frutto una volta staccato dall’albero senza che esso sia danneggiato

dalla bassa temperatura. Le relazione tra soglia termica e shelf life: le temperature in post raccolta

permettono ad esempio di conservare i frutti aclimaterici, una volta cessata ogni variazione delle

caratteristiche organolettiche. Soglia termica e shelf-life temperature post-raccolta determinano classi di

soglia termica.

• 0-4 °C Mela, Pera, Kiwi, Uva, Albicocca, Susina per più di un mese/ Lampone, Mirtillo, Mora,

Ciliegia, Pesca, Prugna, Kaki per meno di un mese. Queste specie si sono originate negli altipiani

interne dell'Asia: le specie originarie dei climi continentali hanno soglie termiche molto basse.

• 4-8 °C Mela, Melograno, Arancia, Mandarino, Oliva per più di un mese / Fico d’India per meno di

un mese. Queste specie si sono originate in climi un po’ più miti.

• 10-14 °C Limone, Pompelmo per più di un mese. Limone e pompelmo sono specie subtropicali, con

una soglia termica alta ed una breve shelf life.

La soglia termica è una caratteristica varietale: ci sono cultivar di melo con soglia più alte, ad esempio la

Pink Lady è una cultivar moderna molto delicata e ha scarsa resistenza alle basse temperature. I frutti sono

distribuiti nelle classi di cui sopra indipendente dalla climatericità, tendenzialmente però i frutti climaterici

hanno soglie termiche più basse.

Il clima e le specie arboree da frutto

TEMPERATURA

Le alte temperature estive: durante la differenziazione morfologica, determinano anomalie fiorali (che un

anno dopo daranno frutti “deformi”). Quando in fase di differenziazione morfologica (anno n-1 rispetto

all’anno di fioritura) si hanno estati molto calde, le anomalie fiorali sono solitamente a carico del quarto

verticillo: pistilli attaccati sulle antere, o antere attaccate ad altre antere, antere alle quali si attacca un

gineceo ecc. Si tratta di una casistica frequente nelle Drupacee.

Le basse temperature invernali: determinano la morte del fiore, giacché una parte della blastoptosi e

del’antoptosi è legata alle temperature invernali (casistica comunque infrequente in Puglia). Nell’ambito

della specie esiste una graduatoria di sensibilità al freddo, cultivar per cultivar.

Le basse temperature primaverili (frequenti in Puglia): determinano invece le gelate tardive, quando cioè

l’albero è già partito col ciclo vegeto-produttivo (vegetativo se isteranta, riproduttivo se proteranta):

o

abbassamenti termici a 6-7 C, quando la fase fenologica è sensibile, possono provocare danni. Il danno non

è legato tanto al valore termico in sé, ma è da mettere in relazione con la fase fenologica durante la quale si

verifica, perché ognuna è diversamente sensibile: mentre il riposo invernale è una fase molto resistente a

freddo, quando si schiudono le gemme, in piena antesi (soprattutto nel caso delle proterante, come le

Drupacee), abbassamenti tardivi possono provocare gelate tardive, che distruggono essenzialmente i

germogli (organi teneri ed idratati). La fioritura è la fase più sensibile agli abbassamenti termici. A livello del

fiore, i danni colpiscono soprattutto il quarto verticillo: sono visibili ovari necrotizzati.

Nel caso delle stime di danni, bisogna verificare se l’origine della non produzione è da ascrivere a sterilità

genetiche o a sterilità ambientali: si analizzano gli andamenti climatici e si verifica la sensibilità dichiarata

della cultivar e ci si pone le solite domande (Tutti gli anni? Tutti gli alberi?) per accertarne la natura.

La Puglia è pressoché immune alle gelate per irraggiamento e per convezione: in questi casi, nel Nord Italia,

si mettono delle “stufe” per riscaldare il frutteto, o ventilatori che rimescolano l’aria per evitare l’inversione

termica; oppure si ricorre all’irrigazione soprachioma antibrina.

Il cracking e i danni da pioggia

Il cracking consiste nella spaccatura del mesocarpo dei frutti quando sono vicini alla maturazione. Il cracking

colpisce comunemente le ciliegie, ma anche le albicocche e anche le olive: in misura diversa, tutte le drupe

sono sensibili al fenomeno. Il cracking è legato alla bagnatura dell’epicarpo ed è legata alla concentrazione

dello ione Calcio nell’epicarpo: la causa dunque non è l’aumento del volume dei frutti (“ingrossamento del

mesocarpo”), in seguito alla pioggia. Il vero fulcro della questione è evitare che i frutti si bagnino (attraverso

copertura dei ciliegeti), non quello di evitare che arrivi loro acqua attraverso le radici.

Grandine

- difesa attiva preventiva: si sparano “cannonate” di onde meccaniche, le onde d’urto frammentano i chicchi

di grandine e faranno meno danni perché più piccoli (si frantuma il nucleo di condensazione)

- difesa attiva diretta: reti antigrandine, di diversi tipi

- difesa passiva: assicurazione

Gli agricoltori oggi, però, ricorrono solo a due strumenti: reti e assicurazioni.

Altri danni possono derivare da: vento, che può essere capace di sradicare un intero frutteto; neve; animali:

mammiferi (cinghiali, lepri, conigli, topi) ed uccelli, che colpiscono in Puglia l’olivo (storni nell’alto

Salento), mandorlo e ciliegio; ad oggi esiste uno strumento che diffonde il verso dei rapaci e allontana gli

uccelli.

PROGETTAZIONE DEL FRUTTETO: una questione di scelte in precisa successione

Considerazioni generali: scelte economiche imprenditoriali.

1. indirizzo della coltura: non deve essere deciso dall’agronomo, bensì l’agricoltore deve indicarlo (bisogna

domandare: è arboricoltura da frutto/legno/biomassa/ornamentale?; frutticoltura specializzata?;

precocità/tardività della cultivar? La frutta è da consumo fresco/da industria (destinazione d’uso)? Che

quantità deve produrre? Che qualità deve produrre? Quanto verrà pagata? Su che mercato? Come gestire il

post-raccolta (nel caso di frutti climaterici che devono essere gestiti in azienda in celle frigorifere)?

L’imprenditore deve sapere quanto verrà pagato il frutto prima della messa a dimora del frutteto, perché se

non si conosce a priori, non può costruire “l’officina – frutteto”: la messa a dimora è funzionale a questi

parametri extra-agronomici.

2. ambiente ecologico (clima, terreno, altimetria, esposizione). Le variabilità climatiche possono implicare

le sterilità ambientali: se già in partenza si sceglie, per una certa cultivar di una certa specie, la stazione

sbagliata, quel frutteto si avrà una tara permanente e non produrrà mai al massimo della potenzialità e/o avrà

problemi di gestione fitosanitaria. Innanzi tutto bisogna fare una analisi pedologica (determinazione chimica

e caratterizzazione fisica tramite l'analisi granulometrica) e un’analisi climatica. Determinato il tipo di

terreno, dal punto di vista fisico/chimico, e il clima si può definire meglio cosa mettere su quella determinata

stazione: specie e combinazione d’innesto.

3. ambiente agronomico culturale: bisogna verificare la presenza, in quell’areale, di manodopera

specializzata che sappia gestire tecnicamente – materialmente – quella specifica specie (potatura soprattutto),

poiché se questa deve essere chiamata da fuori, aumentano i costi di gestione. Bisogna verificare inoltre la

presenza di infrastrutture (vie di comunicazione, porti e autostrade, la vicinanza di strutture di

trasformazione nel caso di frutticoltura da industria, ad esempio i frantoi non possono essere più distanti 30

km; vicinanza al centro di conferimento del post-raccolta).

4. mercati di assorbimento (destinazione del prodotto) → sono informazioni che deve fornire

l’imprenditore

Scelta della cultivar

Va fatta in funzione di: clima, terreno, vigoria, chioma, impollinatori, frantoi, mercati.

Bisogna scegliere eventualmente la combinazione d’innesto, se la cultivar non è altrimenti propagabile o se

ci sono altri problemi che impediscano la moltiplicazione con altri metodi (vedi caso vite e fillossera).

Per le cultivar autoctone ci sono sì garanzie produttive, disciplinari, qualità tipiche → genotipo specifico per

quell’ambiente. Bisogna chiedere all’imprenditore se è intenzionato ad iscrivere la sua produzione ai registri

e mettere un marchio alla produzione affinché esso abbia un valore più alto, ma in questo caso si devono

rispettare dei disciplinari di produzione, che impongono dei limiti all’operato dell’agronomo. Il primo

vincolo è la scelta della cultivar: in questo caso abbiamo già la cultivar/le cultivar imposte dal disciplinare e

bisogna verificare se questa si adatta all’areale di coltivazione.

Operazioni pre-impianto

- Scasso (totale o parziale, estate 0,8-1 m)

- Decespugliamento

- Livellamento

- Drenaggio

- Concimazione di fondo (letame, fosforo)

La Puglia non ha i problemi di ristagno idrico perché ha la falda molto profonda (300 metri), in alcuni casi

tuttavia è necessario prevedere la baulatura del filare per evitare ristagni idrici, perché facile nella zone

depresse e con terreni molto permeabili (gli alberi possono addirittura morire per asfissia radicale, in caso di

piogge molto frequenti). I terreni limosi/argillosi danno al frutteto problemi di asfissia (come a Gravina, nelle

cosiddette “terre da grano”: non c’è roccia né scheletro, derivano da pianure alluvionali e sono necessarie

sistemazioni idrauliche per impiantarvi un frutteto.).

Se siamo in una zona vocata alla frutticoltura, tra un frutteto e l’altro, per almeno 4-5 anni è necessario

impiegare quel terreno con seminativo: orzo, foraggere, graminacee. Quando finisce la vita del frutteto, non

si può mettere un frutteto subito dopo: si avrebbero problemi di natura fitosanitaria, soprattutto marciumi

radicali. Non bisogna mai mettere orticole (solanacee e cucurbitacee), perché condividono gli stessi parassiti

delle specie arboree. Con il rivoltamento di una fetta di 1 m, dopo 4-5 anni di colture erbacee, abbattiamo la

carica fungina e batterica. Inoltre la degradazione dei residui organici è lenta, bisognerebbe concimare con

l’azoto per accelerare la degradazione della sostanza organica. Lo scasso si effettua sia alla fine della vita del

frutteto espiantato ed arrivato a fine carriera (serve ad eliminare ceppaie e branche radicali), sia quando

stiamo per mettere a dimora il frutteto successivo (dopo 4-5 anni di seminativi). Due scassi: uno dopo

l’espianto, l’altro prima dell’impianto del nuovo.

Se ci sta invece la roccia madre (terreni vergini), bisogna fare un miglioramento fondiario (rompendo i

banchi di roccia acceleriamo la pedogenesi) e il terreno frantumato ha un’alta produttività.

Lo spietramento non è più conveniente economicamente, bensì si fa miglioramento fondiario ricorrendo alla

frantumazione di banchi rocciosi; si accelera così la pedogenesi, trasformando la roccia madre in suolo

coltivabile, ed aumentando il franco di coltivazione. Bisogna tuttavia porre attenzione alla scelta delle

macchine da impiegare per il miglioramento fondiario perché, mentre la frantumazione della roccia non

provoca la polvere, il “taglio” invece la produce. La polvere è pericolosa perché, depositandosi, può

costituire un orizzonte calcico impenetrabile all’acqua e alle radici.

L’agronomo può prevedere, al momento dell’impianto, il frangivento. Il frangivento ha effetto 10 volte per la

sua altezza. Bisogna verificare dei venti dominanti la direzione, e quali sono le velocità, nelle fasi

fenologiche critiche (1. durante la la fioritura → ostacolo all’impollinazione; 2. maturazione → perché fa

cadere i frutti). Il frangivento deve avere la giusta permeabilità, perché se fosse un muro “impermeabile”

creerebbe delle turbolenze.

Requisiti di un buon frangivento vivo (usati soprattutto pioppo, eucalipto, cipresso, olivo): • rapido

accrescimento • grande sviluppo • longevo • chioma elastica • rivestimento uniforme • ridotta invadenza ipo-

epigea • poco esigente (in specie al Sud) • resistente ai più comuni parassiti

Tipica la consociazione nel metapontino dell’olivo, usato come frangivento degli agrumi o dell’uva da

tavola. La specie è più delicata e suscettibili ai venti sono gli agrumi, poi la vite. Normalmente per queste

specie si usano frangiventi sia vivi che morti.

MESSA A DIMORA DEGLI ALBERI

Quando si mette a dimora? Dipende dal tipo di materiale vivaistico comprato, e dipende dal tipo della specie

(caducifoglie/sempreverde). Se la specie è caducifoglie con radici nude dobbiamo mettere necessariamente a

dimora nel cuore dell’inverno. Se invece la specie è sempreverde (nelle quali è obbligatorio il pane di terra)

oppure caducifoglie con pane di terra mettiamo a dimora in primavera. Poiché, tuttavia, oggi i frutteti sono

esclusivamente in irriguo, si può posticipare la messa a dimora del frutteto stesso alla fine della

primavera/estate.

La profondità della messa a dimora è il più superficiale possibile (20 – 30 cm al massimo): fare buche meno

profonde è meno costoso e poiché inoltre la frutticoltura è in irriguo, le radici non hanno bisogno di

approfondirsi. La profondità è funzionale alla dimensione del materiale di propagazione. Inoltre, il materiale

di propagazione ha un costo tanto maggiore quanto più è “fisicamente” grande (i moderni materiali di

propagazione sono sempre più ridotti, perché si sono adeguati ai moderni sistemi colturali: costano sempre di

meno e ce ne stanno nello stesso spazio sempre di più). La profondità di messa a dimora è in funzione della

grandezza del pane di terra del materiale di propagazione.

TRAPIANTO DI ALBERI ADULTI.

Il trapianto di un albero o di una porzione di frutteto adulto si effettuo ad esempio per l’olivo (espianto –

trasporto – e reimpianto) ed esistono delle linee guide per garantire almeno il 90% dell’attecchimento.

IL SESTO DI IMPIANTO

Come disporre gli alberi in campo?

Il sesto di impianto è la distribuzione/disposizione degli alberi in campo. Il sesto di impianto DEVE essere

deciso dall’agronomo, secondo alcuni criteri di scelta precisi. Bisogna decidere COME disporre gli alberi e

QUANTI metterne: sono due valori correlati, ma si esplicano in due tecniche diverse (sesto e densità). La

progettazione del frutteto prevede la scelta: 1. dell’areale/appezzamento, 2. della cultivar, 3. dell’eventuale

portinnesto, 4. del sesto di impianto, 5. della densità di impianto 6. della forma di allevamento. Ognuno di

questi passaggi è una tecnica colturale.

Quali possono essere i sesti di impianto? Come sceglierne uno piuttosto che l’altro?

I sesti possono essere REGOLARI O IRREGOLARI.

Il sesto di impianto irregolare fa parte di una certa frutticoltura oramai tipica solo di una specie: l’olivo, e

comunque è un sesto già acquisito, oggi nessuno mette a dimora un nuovo frutteto con un sesto irregolare

(senza alcuna precisa disposizione in campo). Un sesto di impianto irregolare prevede che gli alberi siano

messi in modo casuale nell’appezzamento: ciò era fatto nell’olivicoltura, “per termite”. I sesti di impianto

attuali sono tutti regolari e possono essere in quadrato o in rettangolo.

Nel sesto di impianto in quadrato non c’è fila ed interfila. Nel sesto di impianto a rettangolo c’è una fila ed

una interfila. Un sesto di impianto regolare, non più usato oggi, era il quinquonce: gli alberi erano disposti ai

vertici di un triangolo e i triangoli erano ripetuti per tutto l’appezzamento. Non è più usato perché impedisce

la meccanizzazione delle operazioni colturali.

Il sesto di impianto si esprime con due numeri: il primo numero esprime la distanza (in metri) tra le file, il

secondo numero la distanza sulla fila di ciascun albero, ad esempio 6 x 4. Se il sesto è in quadrato i due

numeri sono uguali e di fatto non c’è né fila né interfila (esempio 5 x 5).

La densità di impianto è invece il numero di alberi ad ettaro. Ovviamente, la densità di impianto è la

conseguenza della scelta del sesto: deciso qual è il sesto, automaticamente la densità di impianto è fissata. La

densità di impianto è dunque una tecnica colturale derivata dalla prima.

Una stessa densità è ottenibile con sesti di impianto diversi. Ad esempio:

- 300 alberi/ha: questa densità è ottenibile con i stesti 6x6, 7x5, e 8x4

- 400 alberi/ha: questa densità è ottenibile con i sesti 5x5, 6x4, 8x3

A parità di densità di impianto, possiamo avere due tipi di sesti: in quadrato e in rettangolo. Non è possibile

definire la densità di impianto prima, e successivamente il sesto di impianto (sarebbe un errore). Il sesto di

impianto va deciso prima della densità, che è conseguentemente ed automaticamente calcolata (la densità

non indica come gli alberi sono disposti in campo!). La densità di impianto ha invece effetto sulla

dimensione degli alberi; è una tecnica di secondo piano che dunque interconnette altre due tecniche: la scelta

del sesto e la dimensione degli alberi.

CRITERI PER LA DETERMINAZIONE DEI SESTI DI IMPIANTO

Il sesto di impianto va deciso in base a: clima, terreno, irrigazione, forma di allevamento, ma soprattutto in

funzione della MECCANIZZAZIONE. La seconda operazione, dopo la scelta della specie e della

combinazione d’innesto, che l’agronomo deve effettuare è la scelta delle macchine impiegata per la gestione

del frutteto, poiché tutte le macchine (per la potatura, per la gestione del suolo, per i trattamenti fitosanitari,

ecc.) devono essere note all’agronomo prima della messa a dimora del frutteto; bisogna considerare i

requisiti dimensionale (ingombri) e gli spazi di manovra delle macchine. Dalle macchine dipende la scelta

del sesto, quindi della densità, quindi della dimensione degli alberi, quindi della forma di allevamento.

In subordine, tra i fattori che influenzano la scelta del sesto è presente l’irrigazione, perché la disponibilità di

acqua irrigua permette di modificare la densità di impianto: se c’è l’irrigazione possiamo stringere il sesto di

impianto ed aumentare la densità, e quindi ridurre le dimensioni degli alberi. Il sesto in rettangolo dà la

possibilità di gestione integrata del suolo (obbligatoria), aumenta l’efficienza della distribuzione irrigua e

quella della raccolta meccanica: il sesto in rettangolo è obbligatorio per una frutticoltura ecosostenibile e da

reddito. Il sesto in quadrato, come i sesti irregolari e quelli irregolari in triangolo, devono essere aboliti.

Nel sesto in quadrato, oltre ad essere obbligati a fare le lavorazioni incrociate, le ali gocciolanti sono in

sospeso perché altrimenti non si potrebbe passare con le macchine, e ciò determina la riduzione

dell'efficienza del metodo localizzato, che sarebbe tecnicamente del 100%.

La scelta del sesto di impianto dipende dalla specie: le dimensioni biologiche della specie richiedono spazi

più o meno grandi (la dimensione naturale delle specie da frutto è estremamente variabile). Ad esempio i

ciliegi di Vignola sono altissimi grazie al clima favorevole, fertilità alta, portinnesti vigorosi; i ciliegi pugliesi

sono di dimensioni pari ad un terzo dei primi! La scelta del portinnesto naninazzante riduce la taglia

dell’albero, quindi possiamo avere maggiore densità di impianto e sesti di impianto molto più stretti.

La fertilità naturale e/o indotta

L’irrigazione aumenta la capacità produttiva potenziale della specie (aumenta la fertilità del terreno); quindi

quel terreno è capace di “supportare” più individui e quindi aumentiamo la densità, modificando il sesto e le

dimensioni degli alberi. Se il terreno non è stato migliorato (ad esempio se presenta roccia affiorante, o ha

pendenze elevate, ecc.) il potenziale produttivo del terreno è limitato, e quindi quel terreno non può

supportare elevate densità di impianto, ma solo basse densità (e quindi i sesti saranno larghi e le dimensioni

degli alberi saranno elevate). Se operiamo col miglioramento fondiario, quello stesso terreno potrà

sooportare la fertilità di più alberi, permettendo cioè di aumentare la densità, stringere i sesti e ridurre le

dimensioni degli alberi.

ESIGENZE DELLA MECCANIZZAZIONE

L’erpice a dischi è uno strumento ottimo, poiché è uno strumento discissore che non rovina la zolla, non

distrugge la sostanza organica; i dischi permettono inoltre l’interramento dei concimi granulari ecc: è

eccezionale da usare a fine inverno. Una volta messo a dimora il frutteto, se non è stato fatto a “misura delle

macchine” o ci si arrangia con le operazioni manuali (aumentano i costi e l’obiettivo della redditività crolla!)

oppure ci si fa fare una macchina a misura (costi impropnibili).

LA DENSITÀ DI IMPIANTO

La densità di impianto è il numero di alberi/ha. Conoscendo il sesto di impianto, la densità si calcola:

• Nel caso il sesto in quadrato (sopravvive nel tendone, forma di allevamento per l'uva raccolta a

2

mano): N = S/a 2

a= sesto di impianto; S=numero fisso, cioè 10.000 m ; N = densità

• Nel caso di sesto in rettangolo: N = S : (b x h) 2

b x h = sesto di impianto; N = numero di alberi per ettaro; S = 10.000 m

L’unità di misura è alberi ad ettaro. Solo l’ettaro è l’unità di misura utilizzata. Il sesto di impianto

corrisponde alla superficie disponibile per ogni singolo albero.

SCELTA DELLA DENSITÀ DI IMPIANTO

Dipende dagli stessi fattori da cui dipende la densità di impianto, così come la forma di allevamento, poiché

queste 3 tecniche colturali sono altamente interfacciate.

La densità di impianto è dunque funzione di: clima, terreno, irrigazione, forma di allevamento,

meccanizzazione. Importanza del genotipo e del portinnesto: cv poco vigorosa e a chioma compatta.

• SESTO LARGO → densità bassa

• SESTO STRETTO → densità alta

La larghezza del sesto è inversamente proporzionale alla densità di impianto. La dimensione degli alberi è

inversamente proporzionale alla densità e direttamente proporzionale al sesto di impianto.

I SISTEMI COLTURALI

Il sistema colturale è l’insieme delle tecniche colturali finalizzate al raggiungimento di un predeterminato

risultato agronomico. Come nei sistemi algebrici mettiamo a sistema delle equazioni (note) e non sono noti i

risultati, il concetto nei sistemi colturali è simile: ogni equazione è rappresentata da una tecnica colturale

(sesto di impianto, irrigazione, ecc) ma non si mettono a sistema al fine di cercare la soluzione, che è invece

Nel grafico c'è una curva di iperbole riferito agli assi: xy=1200 (k,densità costante). Sull’asse delle ascisse

troviamo la densità di impianto, sull’asse delle ordinate troviamo l’altezza degli alberi: per ogni altezza

abbiamo una sola densità di impianto e viceversa. Altezza degli alberi e densità di impianto sono

inversamente proporzionali. Man mano che riduciamo l’altezza degli alberi, possiamo aumentare la densità

di impianto. Oltre certe dimensioni, tuttavia, non si può andare (la curva diventa piatta e le variazioni di

dimensione non sono più significative).

Questa relazione inversa è legata all’utilizzazione (efficienza) del fattore luce: l’agronomo deve evitare zone

disfotiche, cioè quelle zone della chioma ombreggiate, nelle quali la radiazione incidente (PAR) non è di

saturazione luminosa per i fotosistemi. Se gli alberi sono piccoli, saranno tutti illuminati anche se sono di

più, se sono di grandi dimensioni essi vanno allontanati perché altrimenti si ombreggiano l’un l’altro

(motivazione ecofisiologica).

LARGHEZZA DELL’INTERFILARE (L)

Secondo Odier (1978) e Loreti (1982): altezza dell’albero (H); tg λ =tangente dell’angolo di latitudine λ

L=H tg λ

Il sesto di impianto è calcolato in base alla λ (la latitudine). In base alla latitudine precisa dell’appezzamento,

è possibile scientificamente calcolare la larghezza dell’interfila. Ad esempio, in Puglia, a Nord (in

Capitanata), poiché la latitudine è molto alta, la tangente sarà alta e quindi, a parità di altezza, si deve

allargare la distanza fra le file; al Sud, poiché la latitudine è bassa, la tangente è piccola, e, a parità di altezza

dell’albero, possiamo stringere gli interfilari. Con un sesto di impianto troppo largo, massimizziamo sì l’uso

della luce, ma deprimiamo l’uso del fattore terra (c’è terreno improduttivo, poiché è sfruttato solo in parte):

in difetto ed in eccesso comunque abbattiamo l’utilizzo di una risorsa non rinnovabile (la larghezza troppo

stretta dell'interfilare provoca ombreggiamento e fattore luce non è usato al 100%; con una distanza

dell'interfilare troppo larga, il fattore terreno non è utilizzato al 100%).

Variazione del sesto e della densità di impianto in funzione della latitudine Scendendo di latitudine il

sesto di impianto si stringe, poiché il sole è sempre più alto e la zona disfotica man mano si elimina; tuttavia,

o

ad un certo punto, superato il 37,5 di latitudine nord, la regola non è più valida, perché il fattore limitante

diventa l’acqua e non più la radiazione luminosa: i sesti, a Sevilla e Tunisi riprendono ad aumentare, anche

se i frutteti sono in irriguo (poiché l’obiettivo è la massimizzazione delle risorse naturali luce/acqua/terreno).

La forma di allevamento, nella vite, ha effetti sulla qualità della bacca di uva sia da tavolo che da vino, certe

forme di allevamento sono esclusive per certe destinazioni d'uso: uva da vino → controspalliera; uva da

tavola → a tendone (appiattita orizzontale).

ZONA OMBREGGIATA = PORZIONE IRRIGUA

2

SC = π D N/400

SC=superficie coperta; D= diametro della chioma; N = densità

Bisogna calcolare la zona ombreggiata ombreggiate considerando le proiezioni orizzontali (come se il sole

o

fosse a 90 perfettamente orizzontale, come a mezzogiorno del solstizio d’estate). Con questa formula si può

calcolare la superficie ombreggiata del frutteto; è importante per l’irrigazione poiché la porzione

ombreggiata corrisponde alla porzione irrigua: a seconda che la superficie coperta sia del 50 o del 60%,

avremo una gestione irrigua diversa.

Stringendo i sesti oltre i 1000 alberi/ha (superintensivo), aumenta la percentuale di superficie coperta al 62%:

questo è un vantaggio enorme perché aumenta la sostenibilità ambientale del superintensivo, poiché aumenta

l’utilizzo delle risorse luce – acqua – suolo (a basso impatto ambientale: produciamo di più inquinando di

meno). Gli impianti ad alta intensità massimizzano l’efficienza l’uso delle 3 risorse naturali non rinnovabili

(suolo, acqua, luce).

Il sesto dinamico consisteva nel mettere a dimora, inizialmente, più alberi (il doppio) spetto a quanti si

desiderava averne a maturità, poiché da giovani questi impianti sfruttano al massimo le risorse; quando il

frutteto diventa adulto si diradavano (si lascia una fila sì e l’altra no) al fine di ottenere il sesto definitivo.

Prevede dei costi notevoli ed è dunque poco praticato.

Aumentando la densità, quando il frutteto è giovane, aumenta la produttività; quando è adulto, aumentando

la densità, diminuisce la produzione perché subentra il fattore ombreggiamento. Con l’avvento dell’alta

densità non ha più senso il sesto dinamico.

Ha senso solo col sesto in rettangolo, perché se in quadrato non esiste il filare!

L'orientamento necessariamente deve essere N-S, così la maturazione sia identica a destra e sinistra.

Se, per assurdo, disponessimo i filari in direzione est-ovest si avrebbero:

- danni fotosistemi (al lato Sud, sovraesposto alle radiazioni solari )

- ombreggiamento e filloptosi → zona disfotica, troppa ombra (lato Nord)

- fototropismo chioma e squilibrio produzioni (lato Sud)

- ritardo maturazione (lato Nord)

Se l’appezzamento è naturalmente disposto E-O, dovremmo fare tanti piccoli filari cortissimi per rispettare la

direzione N-S, se non si può fare altro che usare quell’appezzamento.

TRASFORMAZIONE DEGLI IMPIANTI ESTENSIVI (rinfittimento) comporta.

- infittimento

- irrigazione

- dimensioni e forme allevamento

- meccanizzazione raccolta

Fino all’introduzione della condizionalità, nel 2005 (fino a quando ancora il pagamento del sostegno era al

livello produttivo dell’albero), cioè da quando invece i sostegni si ottengono a parità di terreno coltivati ad

olivo, gli infittimenti erano frequenti. Oggi è più comune dover attuare la potatura di riforma per far sì che

quell’oliveto diventi adatto alla raccolta meccanizzata. Per fare un infittimento bisogna cambiare

completamente il sistema colturale, perché cambia la densità di impianto.

FORME DI ALLEVAMENTO

Si tratta dell'ultima tecnica colturale che riguarda la progettazione del frutteto.

La forma di allevamento è la distribuzione nello spazio degli organi epigei (dello scheletro in primis)

dell'albero. La forma di allevamento modifica la architettura (habitus) naturale dell'albero. Ad esempio

l'olivo ha l'habitus naturale diverso da quello della forma di allevamento. La potatura riguarda

essenzialmente gli organi epigei assili (sia lo scheletro che gli organi effimeri, ma essenzialmente i primi,

perché gli organi effimeri si adattano di conseguenza). Quindi in realtà la forma di allevamento è la

distribuzione dello scheletro (tronco/fusto, branche primarie e secondarie) nello spazio, gli organi effimeri si

adattano di conseguenza.

Le forme di allevamento possono essere in volume ed appiattite. Le forme a volume possono essere a loro

volta:

- forme di allevamento a volume ad accrescimento determinato/definito (a tronco e sue varianti)

- forme di allevamento a volume ad accrescimento indeterminato/indeterminato (a fusto e sue varianti)

Le forme appiattite possono a loro volta essere ad appiattimento in verticale o ad appiattimento in

orizzontale.

Nel caso delle forme appiattite, una delle 3 dimensioni (lo spessore) è molto ridotta rispetto alle altre 3 (non

si sviluppa la profondità, l'asse z è molto più contenuto rispetto alle altre due dimensioni); nelle forme di

allevamento a volume, l'albero si sviluppa equamente lungo tutte e tre le direzioni dello spazio (x, y e z).

Le forme a volume possono avere come base il tronco e il fusto. Quelle ad asse definito ad un certo punto

terminano l’accrescimento dell’asse centrale, e si dipartono direttamente le branche primarie (di un unico

ordine). FORME DI ALLEVAMENTO IN

VOLUME AD ASSE DEFINITO:

VASO E GLOBO

Formazione del tronco → potatura di

allevamento: una volta portato a

dimora l’albero, si lasciano schiudere

tutte le gemme laterali, ad un certo

punto si capitozza l’asse centrale e si

impostano le branche primarie (tutte

di primo ordine), tutte le altre si

eliminano. A seconda dell’altezza

dell’impalcatura, della lunghezza e

dell’angolo di inserzione delle

branche primarie e alla disposizione

delle branche secondarie, avremo

vasi per la raccolta manuale o

meccanizzata e vasi per la raccolta

meccanica.

Il vaso è la forma tipica di allevamento in volume, la più usata in frutticoltura. Ha due superfici produttive ed

esposte alla luce: una interna e una esterna, poiché il vaso al centro è “vuoto” (non c’è vegetazione). Nel

vaso ci sono tre branche primarie; le branchette fruttifere sono attaccate generalmente direttamente alle

branchette secondarie. La chioma si posizionerà “a corona” attorno a queste tre branche primarie, lasciando

esposte alla luce due superfici.

La potatura di formazione si fa in campo e la sua direzione spetta all’agronomo (è l’ultima delle scelte

colturali che si fanno al momento della progettazione).

La distribuzione nello spazio degli organi effimeri dipende da quello dello scheletro.

L’altra forma in volume ad accrescimento definita è il globo: nel globo, a differenza del vaso, non c’è però

una seconda parete produttiva, l’interno è completamente occupato dalla vegetazione, per proteggere i frutti

dalla radiazione solare. La chioma è così folta per proteggere gli esperidi dal sole!

Una forma in volume è anche l'alberello, tipica della viticoltura tradizione, dove la vite ha un modesto

sviluppo. Si pratica nelle ragioni meridionali caldo-aride (deficienza idrica).

FORME DI ALLEVAMENTO IN VOLUME AD ASSE INDEFINITO: PIRAMIDE

Le forme ad asse indefinito hanno nello scheletro un fusto: nella potatura di formazione non si capitozza

l’asse centrale, che si lascia invece accrescere, e lateralmente si lasciano crescere le branche primare di

primo, secondo, terzo ecc ordine, a seconda della distanza del colletto.

La potatura di formazione viene fatta DOPO la messa a dimora in campo: in campo deve arrivare un albero

ad asse centrale, e solo dopo l’agronomo in campo deciderà se vogliamo una forma a volume o appiattita.

Negli alberi a fusto, le tipologie possibili sono tantissime: un esempio è la piramide (alberi di 3-4 m,

costituita da un asse centrale e da branche primarie con lunghezza ed inclinazione decrescente dal basso

verso l’alto: è una forma di allevamento molto costosa e pertanto abolita); a colonna, ecc. Le forme ad

accrescimento indefinito sono tipiche delle Pomacee, coltivate in ambienti nordici, specie nelle quali il

fattore limitante è la radiazione luminosa e si impiegano forme colonnari per avere la maggior parte della

superficie fogliare esposte alla radiazione. La piramide è classica dei vecchi impianti, soprattutto di pero:

fusto diritto e verticale, la freccia sovrasta la chioma. Sul fusto sono inserite le branche primarie, a palchi o a

spirale. La lunghezza delle branche è 1/3 della distanza fra il loro punto di inserzione e la sommità della

freccia. Simili alla piramide sono il fuso, lo spindelbusch, il fusetto e il monocono.

FORME DI ALLEVAMENTO APPIATTITO

Le forme di allevamento appiattite possono essere o verticali o orizzontali. Hanno numerose tipologie. La

profondità è ridotta rispetto alle altre due dimensioni: abbiamo una “parete doppia” produttiva disposta

orizzontalmente o verticalmente. Le forme di allevamento appiattite possono avere il tronco o il fusto.

Le forme appiatte di tipo verticale (in parete)

Sono dette anche controspalliere: questo termine risale al tempo in cui gli alberi venivano addossati alle

pareti ("spalliere"). La controspalliera è una forma ad accrescimento indefinito in verticale usata nella vite.

La palmetta è la più importate controspalliera adottata in frutticoltura nel dopoguerra (la cosiddetta

controspalliera alta). Rispetto al vaso e ai suoi derivati, la controspalliera ha spesso produzione

unitaria/hamaggiore, grazie alle minori distanze di piantagione e in sostituzione delle scale permette

l'impiego di carri a piattaforme laterali per le operazioni di potatura e di raccolta nelle parti più alte. La

palmetta regolare a branche oblique è un esempio di forma di allevamento appiattita (tuttavia forme così

regolari e precise sono time consuming, assorbono un sacco di giornate operaie perché in un albero con

gemme alterne una disposizione come quella in figura è molto difficile da ottenere).

Le forme appiattite permettono la

meccanizzazione di tutte le operazioni

colturali, diversamente da quelle in

volume (che permettono unicamente la

raccolta meccanica, ma non delle altre

operazioni colturali, come la potatura!).

Le forme appiattite essenzialmente

abbattono i costi grazie alla

meccanizzazione della potatura (che

rimane la voce di costo n.1 nelle forme in

volume!). Nella vite da vino le forme

appiattite servono alla raccolta meccanica;

nelle specie che producono frutti per

l’industria queste forme di allevamento

permettono la meccanizzazione sia della

potatura che la raccolta (es vite da vino allevato a controspalliera per la raccolta con scavallatrice). Alcune

forme di allevamento, molto complesse, furono introdotte per tenere a bada la vigoria, prima che venissero

licenziato i portinnesti nanizzanti.

La forma ad ipsilon è una controspalliiera verticale alta; è costituita da un tronco di 50-100 cm e le branche

o

primarie biforcate con 30 di inclinazione. Le branche primarie possono essere orientate o nella direzione del

filare oppure ortogonalmente ad esso (Y trasversale).

L'ipsilon trasversale, perché appiattita nel senso trasversale al filare, sono delle “v” parallele: è molto diffusa

in pescheti ed albicoccheti, perché massimizza l’intercettazione della radiazione luminosa (ha un'alta

efficienza di conversione energetica); poiché l'impalcatura è bassissima, la quantità di “legna” prodotta è

bassissima e il frutteto entra presto in produzione; la raccolta è manuale (pesche e albicocche da consumo

fresco); la potatura non è meccanica ma comunque i costi sono abbattuti perché le dimensioni sono ridotte e

si può quantomeno pedonalizzare il tutto. In certi casi c’è la necessità di una intelaiatura (tutori) che

reggano. Sono frutteti da reddito ad alta densità per la raccolta manuale pedonalizzata, in irriguo.

Le forme appiatte di tipo orizzontale (pergolati)

Riguardano soprattutto la vite. La chioma è sostenuta da apposite armature e si sviluppa su un piano

orizzontale od inclinato (leggermente) detto tetto. La maggior parte dei frutti pende sotto questo tetto ed è

riparata dal diretto irraggiamento.

LA VITE

La vite è la specie arborea da frutto con la più alta variante di forma di allevamento: ha quasi tutte le forme,

poiché è ad habitus sarmentoso di tipo rampicante e quindi offre estrema plasticità, non ci sono limiti

“organografici”.

In Puglia (areale jonico, Negramaro e Primitivo soprattutto, frutteti nei quali la raccolta non è meccanica ma

manuale, in quanto DOP e quindi ad alto reddito, grazie alla qualità del vino ottenuto) è diffusa una forma in

volume ad asse definito: l’alberello. L'alberello è molto longevo (anche un secolo).

L’altra forma molto diffusa è il cordone speronato (forma di allevamento appiattita in verticale).

Un'altra forma di allevamento si realizzata con la potatura mista ed è detto Guyot: alcuni rami sono tagliati

corti ed altri lunghi. Ad un capo si lascia lungo lungo con 6-8 gemme e questa estremità è detta sperone

(potatura lunga), l'altro capo si accorcia a due gemme ed è il lato dei tralci fruttiferi (potatura corta).

Si tratta di rami e non di branche, perché nella vite le branchette fruttifere sono innestate direttamente sul

tronco, poiché non ha neanche i brachiblasti.

Il cazenave consiste invece tanti in Guyot attaccati l’uno dopo l'altro.

ALTRA FORMA DI ALLEVAMENTO IMPORTANTE PER LA VITICOLTURA DA TAVOLA:

ALLEVAMENTO A TENDONE

Non permette né potatura né raccolta meccanica, ma permette la pedonalizzazione di tutte le operazioni

colturali.

La meccanizzazione è l’unico criterio di scelta della forma di allevamento (la meccanizzazione definisce

anche il sesto di impianto e quindi anche la dimensione/altezza dell’albero). Determinando il grado di

meccanizzazione definiamo anche densità, sesto di impianto, dimensione dell’albero e forma di

allevamento. Il metodo di raccolta dei frutti è il main factor di TUTTO il sistema colturale:

• Il vaso si presta sia alla raccolta manuale che a quella meccanica che a quella meccanizzata.

• La controspalliera (appiattita in verticale) necessariamente implica potatura e raccolta meccanica.

• L'ipsilon trasversale è pensato per la pedonalizzazione, non per la meccanizzazione. È impiegata

infatti nei frutteti per il consumo fresco.

• Il cordone speronato permette tanto la pedonalizzazione quanto la meccanizzazione.

L’Italia stende a meccanizzare la raccolta della viticoltura dell’uva da vino (solo 2% della superficie è

vendemmiata a macchina).

LA POTATURA

La potatura è una tecnica colturale che permette di avere diversi obiettivi, l’uno più strategico dell’altro. La

potatura è la tecnica colturale per eccellenza della arboricoltura. La potatura (al contrario della gestione del

suolo, della concimazione, eccetera) non è una tecnica che si sostituisce a qualcosa che “la natura avrebbe

fatto da sola” (ad esempio, l’irrigazione sopperisce ad un certo deficit climatico). La potatura, così come la

forma di allevamento, è stata “inventata”per gestire le specie arboree e dunque risulta essere una tecnica

“pura”. Quali sono i fini?

1. La potatura serve innanzi tutto per costruire e mantenere nel tempo la forma di allevamento dell’albero,

oltre che mantenerne nel tempo le dimensioni. La potatura è strettamente ancorata alle tecniche di sesto di

impianto/densità/forma di allevamento. La potatura ha un obiettivo squisitamente economico. In certi casi

non possiamo integralmente meccanizzare la potatura, ed essa rimane la voce principale di costo.

2. Poiché la forma di allevamento è costruita e mantenuta nel tempo con la potatura e la forma di

allevamento, la potatura distribuisce nel tempo e nello spazio le risorse idriche e luminose. Potando, di fatto

distribuiamo le risorse a disposizione: con la potatura quindi aumentiamo la sostenibilità ecologica,oltre che

economica, del frutteto. Con la potatura interveniamo sia in fase di progettazione di impianto, sia in fase di

gestione del frutteto.

I criteri di potatura

I criteri di potatura variano in funzione del sistema colturale, a seconda cioè dello scopo dell’arboricoltura

pratica (da legno, da frutto, da biomassa, ornamentale). A seconda dell’obiettivo economico, variano sesto di

impianto/densità/forma di allevamento, perché essa realizza e mantiene nel tempo la forma di allevamento.

Scopi economici della potatura

- equilibrio tra gli organi epigei ed ipogei (nb: sul Sansavini si accenna anche ad una potatura degli organi

ipogei, comunque rara perché pressoché superflua; quando si pota, gli organi ipogei riconoscono questo

“squilibrio” e agiscono di conseguenza.)

- equilibrio tra le funzioni riproduttive e vegetative.

In senso agronomico questi “equilibri” vanno intesi come “squilibri” indotti. Il vero scopo della potatura è

quella di indurre lo squilibrio, poiché, se ci fosse un “vero equilibrio biologico”, il frutteto non produrrebbe

quanto e come desideriamo agronomicamente (non raggiungeremmo cioè l’obiettivo prefissato dal sistema

colturale).

Scopi agronomici della potatura

- costruire la forma di allevamento

- mantenere la forma di allevamento

- agevolare la raccolta/metodo di raccolta

- tecnica di aridocoltura*

*Con la potatura viene deciso quante gemme a fiore/miste e a legno lasciare sull’albero. Il numero delle

gemme a legno implica il numero di germogli e foglie, e quindi determina la superficie traspirante; in

condizioni in cui la risorsa idrica scarseggia e siamo consapevoli che la riserva idrica naturale è fissa, noi non

possiamo consumarne oltre; quindi possiamo agire regolando l’estensione della superficie traspirante,

decidendo cioè a priori il numero di gemme a legno lasciate in inverno, grazie agli interventi cesori: la

potatura diventa di fatti una tecnica di aridocoltura.

Effetti della potatura

- squilibri vegetativi

- perdita di sostante di riserva

- ferite

Gli squilibri sono tanto maggiori quanto maggiore è il calibro dei tagli che effettuiamo. Tagli grossi

(effettuati con motoseghe) devono essere aboliti. I tagli grossi implicano ferite grandi, che non si

rimarginano (sopra 1 cm le ferite sono considerate “grosse”); tali ferite diventano vie di ingresso per gli

organismi patogeni; i tagli grossi, oltre a pregiudicare lo stato fitosanitario, “fanno fuori” le riserve stipate

per far fronte agli stress, con conseguente indebolimento dell’albero.

Oltre che nelle potatura di riforma/risanamento/ringiovanimento (potature straordinarie), solo in alcuni casi

l’agronomo può ordinare di fare tagli grossi: nel caso cioè di potature ordinarie che si attuano per “mettere

una pezza a colori” nel momento in cui subentriamo ad agronomi che hanno causato danni in campo, al fine

di correggerne gli errori.

Scopi della potatura degli alberi da frutto

- accelerare l’entrata in produzione → meno si pota, prima il frutteto entra in produzione, poiché quando

l’albero è giovane riconosce l’intervento cesorio come stimolo a vegetare, ritardando l’entrata in produzione.

- agevolare la gestione → soprattutto la raccolta

- regolare gli equilibri

Una scarsa potatura non è una potatura bensì un mero taglio, perché per definizione la potatura non è né

scarsa né eccessiva.

Conseguenze di una scarsa potatura

- calo produttivo (tristezza) → sterilità ambientale di natura agronomica.

- alternanza di produzione→ poiché sull’albero è stato lasciato “troppo”

In seguito ad una scarsa potatura, l’olivo produce meno e peggio, oltre ad alternare! Con una potatura scarsa,

l'intervento umano è così leggero che l’albero torna dallo stato coltivato allo stato spontaneo, tanto da

cambiare l’habitus.

Conseguenze di un’eccessiva potatura

- calo produttivo (tristezza)

- aumento numero di polloni e succhioni

Quindi, sia in caso di potatura eccessiva che di potatura scarsa abbiamo casi di sterilità ambientali (è stata

sbagliata l’intensità di produzione)

POTARE O TAGLIARE?

Molti tagliano, pochi potano. Vangelo secondo Giovanni 15,2: “ogni tralcio che in me non porta frutto, lo

toglie”, “ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto”

Quando si taglia, quello che rimane è da “gettare nel fuoco” (Camposeo dixit). Quando si pota l’obiettivo è

che porti più frutto. Bisogna aspettare che quel frutteto produca, e se il frutteto produce di più e meglio di

prima significa che il frutteto è stato potato, se il frutteto produce di meno e peggio il frutteto è stato tagliato.

Non esistono altri strumenti per decidere in maniera chiara e controvertibile se il frutteto è stato tagliato o

potato. Quando un frutteto è potato, il livello produttivo è regolare e la produzione è quella voluta.

Se l’obiettivo non è raggiunto, non è stato potato, bensì tagliato.

La potatura è una delle voce di costo principali; nei frutteti nei quali siamo riusciti a meccanizzare la

raccolta, la potatura diventa la voce di costo primaria delle spese colturali di un frutteto.

Un frutteto “tagliato” avrà frutti di pezzature/epoca di maturazione/ecc non voluti.

Perché l’agronomo dia disposizioni corrette, l’agronomo deve porsi 4 domande deve azzeccare i seguenti

parametri.

- turno/frequenza: ogni quanti anni potare il frutteto? Il turno può essere annuale, biennale o poliannuale

(ogni 3-5 anni). Il turno risponde alla domanda ogni quanti anni devo potare? Il turno è deciso dal sistema

colturale.

- intensità: quanto? Potatura ricca o potatura povera: cioè, di quello presente sull’albero, quanto devo

lasciare sull’albero? Se lascio molto, la potatura è ricca; se tolgo molto la potatura è povera, perché

sull’albero ho lasciato poche gemme (il punto di vista è ciò che rimane sull’albero, poiché decide il ciclo

vegeto-produttivo).

- epoca: invernale o secca; verde o estiva. Si parla di verde o di secco solo nel caso delle specie caducifoglie,

poiché nelle sempreverdi non possiamo parlare di verde o di secco, parliamo invece di potatura invernale o

estiva. Ogni specie ha la sua epoca e la sua intensità e il turno di potatura!

- operazione: COSA POTARE: raccorciamento, diradamento (rami, branche), … ogni specie ha le sue

operazioni specifiche.

La fase 4 è l’ultima in senso cronologico – logico – agronomico ed applicativo.

Le potature si dividono in ordinarie e straordinarie.

Le potature ordinarie :

1. potatura di allevamento o di formazione;

2. potatura di trapianto (una tantum e in vivaio eseguita alla fine dell'inverno, nel momento della messa a

dimora delle piantine, per eliminare le radici rovinate, contorte o mal disposte e per effettuare il taglio o

intestatura dell'Astone all'altezza dell'impalcatura);

3. potatura di formazione (permette di impostare la forma di allevamento );

4. potatura di produzione (ogni anno, fatto in campo).

La potatura ordinaria di produzione permette di gestire nel tempo la potatura ordinaria di produzione. Dopo

la potatura di trapianto, le potature sono a carico dell’agronomo di campo: imposta la forma di allevamento

con la potatura ordinaria di formazione (tutt’al più dura due anni) e quando il frutteto entra in produzione,

tutto il resto è la potatura ordinaria di produzione (la più lunga, per tutta la durata della vita del frutteto).

LA POTATURA DI PRODUZIONE

Informazioni preliminari necessarie (DA FORNIRE) alla squadra di potatori:

1- combinazione d’innesto → che cultivar è presente e se innestata, qual è la vigoria del portinnesto: è

importante perché, se è una cultivar vigorosa. tagli consistenti non possono essere fatti, perché se tagliamo

una cultivar vigorosa essa risponde vegetando; se la cultivar è di bassa vigoria possiamo fare tagli più grossi

perché la risposta vegetativa sarà comunque più blanda.

2- destinazione commerciale → potare un frutteto da consumo fresco è diverso da potare frutteto da consumo

industriale, poiché con la potatura decidiamo il numero delle gemme e quindi la carica produttiva (e quindi la

pezzatura), perché hanno metodi di raccolta diversi e sbagliare la potatura significa inficiare la facilità di

raccolta (meccanizzata o manuale).

3- metodo di raccolta → se il metodo è manuale, se è agevolato, se meccanico (macchina scuotritrice?

Bacchia? Vibra?), ecc. varia le modalità di potatura.

4- clima e irrigazione → se il frutteto è in irriguo, servirà lasciare più vegetazione, perché la pioggia

permette di sostenere una quantità di chioma maggiore dello stesso frutteto in asciutto.

5- alternanza di produzione → il potatore deve sapere se esasperare o ridurre l’alternanza di produzione

Il turno varia in funzione di:

- cultivar (vigoria, tipo di fruttificazione). Ad esempio c’è differenze fra le cultivar tradizionali e le cultivar

moderne di pesco, albicocco, mandorlo: le cultivar moderne producono sui rami misti, quelle tradizionali sui

brachiblasti; un conto è potare una cultivar che produce su brachiblasti (dardi e brindilli), un altro potare una

cultivar, come quella moderna, che produce sui mesoblasti (sui rami misti). Poiché cambia il modello di

fruttificazione, bisogna rivedere le modalità di potatura. Anche nel caso dell’olivo, fra le varie cultivar le

branchette produttive possono essere molto diverse.

- forma di allevamento e metodo di raccolta

- alternanza di produzione

Regolare l’intensità di potatura nel caso di frutteti alternanti

L’intensità è in funzione soprattutto dell’annata di carica e di scarica. Come si governa l’alternanza di

produzione (eliminarla è impossibile)?

Innanzi tutto bisogna sapere se l’imprenditore vuole attenuare o esasperare l’alternanza di carica. Se la si

vuole attenuare, si agisce sull’intensità di potatura .

• Dopo l’annata di carica → potatura ricca (20% di asportazione): si asporta il meno possibile,

poiché se l’annata è stata di carica, al resto dei sink (germogli) è arrivato solo il rimasuglio delle

risorse e questi pochi germogli non devono essere pressoché intaccati.

• Dopo l’annata di scarica → potatura povera (35% asportazione), si elimina un terzo della

vegetazione presente dell’albero, poiché i germogli saranno lunghissimi e se lasciati tutti l’anno

successivo ci sarebbero troppi frutti.

Così facendo nel giro di 4-5 anni (due cicli on-off) l’alternanza inizierà a scomparire dal frutteto, e in 5-6anni

il frutteto non alternerà più e, poiché non esisterà più annata di carica/scarica, non esisteranno più variazioni

annuali di intensità di potatura; l’intensità di potatura è correlata alla carica produttiva dell’anno n-1 (quindi

da un certo punto in poi ogni anno ci sarà la stessa intensità di potatura). L’intensità di potatura, in un frutteto

in costanza, dipende dal livello produttivo al quale abbiamo portato il frutteto (poiché abbiamo mutato anche

epoca di raccolta, concimazione ed irrigazione il livello produttivo è variato notevolmente).

Quando invece si desidera esasperare al massimo l’alternza, si fa esattamente il contrario: potatura povera

dopo annata di carica (massima asportazione), potatura ricca dopo annata di scarica (minima asportazione).

LE POTATURE STRAORDINARIE

Sono quelle potature eseguite in via eccezionale, anzi nei frutteti non sono normalmente eseguite:

1- ringiovanimento → ad oggi abolita, non si fa più, in passato si faceva per l’olivo ora non si fa più neanche

per essa: la potatura di ringiovanimento sopravvive però come potatura ordinaria, nel momento in cui si

effettua rinnovo delle branchette fruttifere (quando una branchetta, ogni 4-5 anni, in funzione della cultivar e

delle condizioni agronomiche si esaurisce, essa va rinnovata).

2- riforma → è quella potatura straordinaria che permette di cambiare la forma di allevamento, tipicamente si

effettua quando si deve cambiare il metodo di raccolta. Necessità però di: a. verificarne la convenienza

economica (vaglio economico), poiché se siamo costretti a cambiare un frutteto “in corso d’opera” siamo

costretti a cambiare lo scheletro dell’albero, albero per albero, per tutto il frutteto: è un’operazione

estremamente costosa (e per un certo numero di anni il frutteto non sarà produttivo) 2. bisogna essere capaci

di effettuarla (sia l’agronomo sia l’operaio devono possedere l’abilità di effettuare le potature straordinarie).

La prima cosa che si fa nella potatura di riforma è ridurre l’altezza degli alberi, poiché quelle in cima non

possono essere raccolte meccanicamente.

Le potature straordinarie sono tipiche dei frutteti di grande longevità (se il frutteto ha una durata economica

bassa, non è conveniente effettuarle), come l’olivo, che dura secoli: nel corso dei secoli sono cambiati i

metodi di raccolta (in questo caso, considerate le dimensioni, si fa una potatura di riforma delle branche e

non del tronco)

3 - risanamento → slupatura, tpica eliminazione delle carie, funghi tracheomicotici. Anche nel caso della

xylella: scavare nel tronco delle branche eliminando la parte colonizzata dalle carie. (i tronchi si separano,

ma l’esemplare continua a vivere).

Quando la raccolta è manuale o agevolata bisogna:

- eliminare gli affastellamenti

- isolare le singole branchette

Il potatore deve distanziare le branchette perché successivamente, alla raccolta, deve essere permesso

all’operatore di inserire la mano per raccogliere. Per la stessa specie, se la destinazione è da industria non

c’è la necessità di eliminare gli affastellamenti.

CRITERI DI SCELTA DEI SUCCHIONI PER RINNOVO DELLA BRANCHETTA (ex potatura di

ringiovanimento): - posizione – direzione – vigoria – natura

Altri criteri generali di potatura: si inizia sempre a potare dell’alto e si inizia coi i tagli “più grossi” (max 1,

5 cm)

L’obiettivo della pre-potatura meccanica (l’operaio comunque deve finire l’operazione facendo un lavoro di

rifinitura), che si fa per riprendere in mano oliveti abbandonati (riformandoli): ridurre altezza della chioma e

e ridurre larghezza della chioma al fine raccolta meccanica efficiente

I TRATTAMENTI RAMEICI

Entro 24 h dall'intervento cesorio bisogna fare un trattamento rameico di copertura, soprattutto se siamo stati

costretti a fari tagli grossi (i trattamenti rameici vanno fatti anche dopo la raccolta): essi servono a far

risanare le ferite provocata delle potature e dalla raccolta.

Qual è la forma di allevamento ideale per la raccolta meccanica con lo scuotitore di tronco? (per l’industria)

Perché il 90% dei frutti pendenti sia raccolto alla prima passata, il frutteto va costruito su misura per quella

macchina: il sesto deve essere costruito con sesto stretto e in rettangolo, perché tra un albero e il successivo

la macchina “sprechi” il minor tempo possibile. La distanza sulla fila deve essere il più breve possibile.

Quando la distanza sulla fila è superiore alla larghezza della chioma è l'importante è che le due chiome si

sfiorino: se stringiamo la distanza sulla fila fra un albero e l'altro, dobbiamo ridurre la larghezza della

o

chioma, riducendo l’angolo di inserzione delle branche primarie sul tronco: l’inserzione dovrà essere di 30

o

gradi rispetto alla verticale (cioè di 60 rispetto all’orizzonte) così che sulla fila possiamo mettere più alberi

senza ridurre la quantità di chioma: prestare attenzione all'inclinazione da dare alle branche primarie in fase

di potatura di allevamento. Per la raccolta meccanica si avranno alberi molto chiusi (possiamo mettere più

alberi, stringendo gli alberi sulla fila). Più gli alberi sono stretti (branche primarie chiuse), maggiore è la

capacità degli organi legnosi di trasferire le vibrazioni/onde meccaniche. L’altezza dell’impalcatura delle

branche primarie è di 80 cm, in funzione dello scuotitore: non di più perché una quota delle vibrazioni

verrebbe attenuata perché dovrebbe percorrere uno spazio maggiore e perché se si ha avuto un punto più alto

di inserzione, si è prodotto più legna e quindi risorse sono state inutilmente destinate alla vegetazione. Ad

altezza troppo basse lo scuotitore, invece, non riuscirebbe ad agganciare l’albero.

In un albero perfettamente allevato per la raccolta meccanica le branche secondarie non presentano

dicotomia, sono attaccate a spina di pesce lateralmente a ciascuna branca primaria; la branca primaria arriva

fino alla cima dell’albero, così che lo smorzamento dell’urto meccanico si molto basso: con pochi secondi di

scuotimento il 95% cade. In due minuti e mezzo, tempi morti compresi, si riesce a raccogliere i frutti di un

intero albero.

Cambiando lo scuotitore cambia la forma di allevamento.

Gli errori più comuni, che si tende a fare anche nei moderni oliveti con raccolta meccanizzata, sono:

- si sbaglia l’altezza di impalcatura, si tende a farla troppo alta;

- si assecondano le dicotomie sulle branche secondarie.

In questi casi si è costretti spesso a passare due volte.

21/06/2016

Sostenibilità

La sostenibilità è da intendersi come sostenibilità agronomica, economica, ecologica.

Dal 2014 è obbligatorio in Unione Europea l’agricoltura integrata (sostenibile). Gestione “integrata” è

sinonimo di gestione ecosostenibile. Quando si “centrano” la sostenibilità agronomica ed economica,

automaticamente si azzecca anche quella ecologica. Se in un sistema colturale si raggiunge un obiettivo

agronomico, e si raggiunge un obiettivo economico (sostenibilità economica), si raggiunge automaticamente,

nel 90% dei casi, anche la sostenibilità ecologica e con essa la sicurezza sui luoghi di lavoro, sicurezza

alimentare, salvaguardia del paesaggio, governo del territorio → agricoltura multifunzionale. Ognuna di

queste sostenibilità richiede specifiche metodiche per il loro ottenimento:

• sostenibilità agronomica → tecniche colturali per raggiungere un obiettivo quantitativo e qualitativo

• sostenibilità economica → gestione aziendale

• sostenibilità ecologica → esistono società di servizi che la valutano attraverso strumenti informatici.

Con la prossima PAC saranno obbligatori i disciplinari (linee guida) per tutta l’agricoltura pugliese

ecosostenibile.

GESTIONE DEL SUOLO

Il 60% dei problemi di un frutteto è legato ad una cattiva gestione del suolo (e di conseguenza degli organi

ipogei).

SCOPI della gestione del suolo:

1- abitabilità delle radici

2- aumentare l’infiltrazione dell’acqua meteorica

3- ridurre perdite di acqua per evaporazione

4- controllare infestanti

5- interrare i concimi*

* Gestire il terreno significa gestire il bilancio idrico della coltura.

Strategie per la gestione del suolo:

• tradizionali → controllo totale ABOLITO, PERCHÉ FUORI LEGGE

• integrate → controllo stagionale: L’UNICA PRATICABILE

Nel controllo totale, dal 1 gennaio al 31 dicembre non ci sono infestanti ed è tipico dell’agricoltura

tradizionale; nell’agricoltura integrata ci sono invece momenti in cui le infestanti, non solo non possono, ma

devono stare nel frutteto.

Abbiamo due grandi famiglie di metodi: non lavorazioni e lavorazioni. Gestione integrata significa utilizzare

tutti e quattro i seguenti strumenti, nello stesso anno, nello stesso appezzamento:

✔ LAVORAZIONE

1 – lavorazioni

✔ NON LAVORAZIONE:

2– diserbo

3– inerbimento

4 – pacciamatura

Vantaggi delle lavorazioni del suolo:

• Creare le condizioni fisiche per permettere: la penetrazione dell’acqua e gli scambi gassosi

• Garantire l’abitabilità alle radici

• Controllare infestanti

Svantaggi delle lavorazioni del suolo:

• Danni al terreno:ossidazione S.O., peggioramento della struttura, suola di lavorazione, erosione (80

t/ha pendenze>10%)

• Danni alla coltura: eliminazione radici superficiali, ferite alle radici.

LAVORAZIONI: • arature • frangizollature • erpicature • fresature • zappettature • rullature

Ognuno delle quattro metodiche ha pregi e difetti, usarli tutti nello stesso anno e nello stesso appezzamento

permette di minimizzare gli svantaggi di tutti e massimizzare i vantaggi di tutti.

L’operazione per eccellenza della frutticoltura è l’erpicatura: l’erpice a dischi dovrebbe essere lo strumento

principe per tutti i frutticoltori. È uno strumento discissore (non rivoltatore) e taglia la fetta, ma poiché ha la

forma concava, permette un minimo di rimescolamento e rivoltamento e si ha un po' di interramento.

Bisogna invece assolutamente evitare le fresature (lavorazione secondaria di affinamento per preparare il

letto di semina e di trapianto; la fresatura sminuzza le zolle e causa l’ossidazione la sostanza organica,

abbattendone il contenuto, con conseguente asfissia del terreno, perché senza sostanza organica, la struttura

del suolo collassa) e le sarchiature (operazione tipica nella coltivazione delle erbacee sarchiate, la quale

serve per rompere il flusso idrico e per eliminare le infestati sotto il colletto delle specie erbacee/orticole; al

colletto delle colture arboree non bisogna però avvicinarsi con gli organi lavoranti, perché anche il minimo

taglio potrebbe permettere l’ingresso di batteri e virus). Nei frutteti sono permessi dunque solo tutti gli

strumenti discissori: tutte le varianti di ripper, mai strumenti rivoltatori né rimescolatori.

La gestione integrata è possibile unicamente col sesto in rettangolo: nel sesto in quadrato non avremo né file

né interfila, siamo costretti a fare “croce e scroce”. Non bisogna mai applicare la lavorazione totale.

NON LAVORAZIONE

• nuda → diserbo chimico

• inerbita → inerbimento

DISERBO CHIMICO

– alternativo o associato alla lavorazione

– frutteti in irriguo

– soprattutto sulla fila

– impianti giovani e vivai

– raccolta da terra (raccattatura)

Non bisogna fare assolutamente il diserbo chimico totale, tranne nella raccolta da terra: in questo caso siamo

costretti a fare il diserbo totale, perché è funzionale al metodo di raccolta (paradossalmente, in Salento, gli

oliveti da olio lampante sono difesi dal vettore, non essendoci sotto le erbe infestanti, dove svernano le uova

e si sviluppano gli stadi preimaginali dell'insetto vettore).

La non lavorazione (sia essa diserbo chimico oppure l’inerbimento) può essere fatta solo su certi tipi di

terreno: unicamente in quelli tendenzialmente sciolti o con scheletro prevalente.

Mentre l’analisi granulometrica (fisica) va fatta una tantum, l’analisi chimica va ripetuta periodicamente.

Nelle aziende, soprattutto se di grandi dimensioni, le parcelle possono presentare specifiche caratterizzazione

fisiche e granulometriche. Ad esempio, un terreno di tessitura media che ben sopporti la non lavorazione è il

seguente:

• terra fina diametro <2 mm

• SABBIA >65%

• LIMO 10-15%

• ARGILLA <25%

Spesso i laboratori non determinano la % dello scheletro (particelle di diametro maggiore di 2 mm). Bisogna

richiedere al laboratorio che effettua l’analisi granulometrica anche l'indicazione della percentuale dello

scheletro. Questo può essere presente nelle seguenti percentuali:

• Scarso <5%

• Comune 5-15%

• Frequente 15-35%

• Abbondante 35%-70%

Se la percentuale di scheletro non è almeno del 30%, non si può applicare il diserbo chimico o l’inerbimento;

nel caso in cui siamo costretti a farlo, meno facciamo “non lavorazioni, meglio è”: è un terreno che andrebbe

lavorato molto più frequentemente, pena la sofferenza degli organi ipogei e problemi di natura fitosanitaria.

La non lavorazione nuda non si avvantaggia della temporanea presenza delle infestanti.

VANTAGGI DELLA TEMPORANEA PRESENZA DELLE INFESTANTI:

- riduzione erosione

3-

- aumento SO e NO

- sviluppo apparato radicale olivo

- trafficabilità: la capacità cioè di un terreno di sopportare il passaggio delle macchine; è un proprietà fisica

che si chiama portanza, ed è legata alla composizione granulometrica e alla struttura del terreno. Più un

terreno è protetto dalle specie spontanee, più aumenta la sua portanza e quindi la sua trafficabilità; è un

parametro importantissimo nell'agricoltura meccanizzata, nella quale l'inerbimento è di uso comune: i frutteti

meccanizzati sono comunque necessariamente in irriguo (e ci sono risorse sia per gli alberi sia per le

infestanti e non si crea competizione), non si hanno perciò problemi di trafficabilità.

- risparmio meccanizzazione

- aumento produttività (10%)

Terreni in pendenza, se non inerbiti (come in Umbria), scivolano a valle, e quindi in questi areali la presenza

delle infestanti è permanente, al fine di evitare l’erosione. Dal Tevere in giù la presenza delle infestanti è

temporanea, per evitare la competizione per l'acqua.

Quando le piante spontanee diventano malerbe?

Dipende dal momento. In alcuni momenti deve essere lasciata ed altri in cui deve essere eliminata. I criteri

per decidere se lasciarle/eliminarle sono i fattori della competizione: se c’è competizione eliminiamo l’erba

spontanea che “diventa” infestante, se non c’è competizione l’erba deve essere lasciata perché “amica del

frutteto”. I parametri da cui ciò dipende sono:

• età degli alberi: nel caso di giovani frutteti, dopo pochi mesi o un anno dalla messa a dimora, la

competizione è fortissima e quindi tutte le erbe evidentemente da considerasi infestanti, e per tutto

l’anno devono essere eliminate, tramite lavorazioni o diserbo. Quando il frutteto è adulto, non

sussiste più il problema per competizione per età/dimensione, ma compare la competizione per

l’acqua.

• presenza dell’irrigazione: se il frutteto è in irriguo, c’è la risorsa-acqua è sufficiente alle erbe

spontanee e al frutteto; i frutteti in irriguo tollerano maggiormente la presenza delle erbe spontanee,

e per più tempo le teniamo sotto al frutteto, maggiori sono i vantaggi che le infestanti che portano.

Questa è una delle motivazioni per le quali i frutteti in irriguo permettono (così come ogni altra

innovazione agronomica) la sostenibilità ecologica.

• fase fenologica: nell’ambito dell’annata la fase fenologica dell'albero determina la durata della

competizione tollerata. Ci sono fasi fenologiche più sensibili e altre più tolleranti alle erbe infestanti.

IN AUTUNNO E INVERNO → NO COMPETIZIONE, LASCIAMO LE INFESTANTI

Effetti: Riduzione erosione - Aumento portanza - Aumento sostanza organica - Riduzione lisciviazione

nutritivi

IN PRIMAVERA ESTATE → PRESENTE LA COMPETIZIONE, ELIMINIAMO LE INFESTANTI

C’è competizione per acqua e nutrienti, inoltre le infestanti possono essere ospiti primari o secondari di

vettori, oppure direttamente parassiti e patogeni.

INERBIMENTO

Può essere:

• naturale o artificiale,

• permanente o temporaneo

• totale, interfilare o sul filare

Nel caso della frutticoltura (sia in asciutto che in irriguo) negli areali mediterranei va escluso l’inerbimento

totale e quello permanente. Normalmente l’inerbimento è naturale, temporale, dell’interfila (non permanente

perché c’è la competizione per l’acqua, in Umbria e Toscana invece è permanente perché c’è acqua e quindi

non c'è competizione, e in più i terreni sono in pendenza e non possono lasciare i terreni nudi); se il sesto di

impianto è in quadrato è l’inerbimento è necessariamente totale, se il sesto in rettangolo, invece,

l’inerbimento è solo dell’interfila e non della fila (meglio tenere le infestanti lontane dalle radici degli alberi!

Perché per toglierle, dovremmo intervenire con gli organi meccanici ed eventualmente danneggiare il

colletto, con conseguenti rischi fitosanitari).

Inerbimento artificiale: ad oggi non si conoscono esattamente le specie seminate (come se fossero da

sovescio) per gestire l'inerbimento in modo artificiale, da seminare nei frutteti. Il sovescio delle infestanti è

possibile dal punto di vista tecnico, ma quasi mai sostenibile economicamente.

INERBIMENTO CONTROLLATO

- naturale → lasciare inerbire

- temporaneo → sfalciare quando l’infestante arriva a 20-25 cm; tenerle più alto significa farle arrivare a

seme ed aumentare di conseguenze la carica di infestanti, oltre che far aggrovigliarle nelle macchine.

GESTIONE INTEGRATA: CRITERI DI ECOSOSTENIBILITÀ

1. usare tecniche diversa per la fila e l'interfila: un frutteto con sesto in rettangolo è molto più ecosostenibile

di uno in quadrato

2. ridurre la ripetizione di uno stesso intervento (lavorazioni – sfalcio – diserbo chimico devono essere

avvicendati, per evitare la selezione di poche infestanti “recalcitranti”): poiché abbiamo più strumenti, li

usiamo tutti, per evitare fenomeni di resistenza acquisita delle infestanti (usando sempre lo stesso metodo,

viene stimolata la pressione selettiva e le forme sopravvissute diventano estremamente resistente); ciò vale

per il diserbo, lo sfalcio e anche per le lavorazioni. Un esempio esemplificativo è ciò che succede nel campo

da calcio: lo sfalcio continuo ha selezionato la flora spontanea (malgrado arrivino semi di infestanti da

altrove) un certo tipo di flora, che ha la capacità di rigenerarsi quando sfalciata, poiché ha organi perennanti.

Dunque lo sfalcio continua porta, col tempo, ad avere una o pochi infestanti, non più controllabili

(l’equilibrio floristico si sposta verso le monocotiledoni perennennanti). Le lavorazioni del terreno, invece,

spostano l’equilibrio verso le annuali dicotiledoni, che rapidamente vanno a seme e che quindi sono

disseminati dagli organi lavoranti. In un frutteto, se c’è variabilità di infestanti e non ce ne sono di dominanti,

ciò è un buon sintomo. Se ci sono solo una o poche specie è stata sbagliata la gestione del suolo.

CRITERI PER IL MEZZOGIORNO

1. il frutteto deve essere liberato da infestanti da marzo ad ottobre. È un intervallo di date indicativo. Per il

vigneto e l’uliveto marzo va bene per togliere le infestazioni temporanee di fine inverno, perché queste due

sono specie isterante ed hanno fioritura tardiva (a maggio); per le specie proterante (ciliegio e mandorlo),

marzo è già estremamente tardi per eliminare le infestazioni temporanee, ed inoltre la fioritura avviene quasi

nel cuore dell’inverno: più precoce la fioritura prima dobbiamo togliere di mezzo le infestanti, perché la

fioritura è una fase fenologica molto sensibile alla competizione; ed in ogni caso non possiamo togliere le

infestanti durante la fioritura: questa operazione deve essere fatta prima. Se ciò non riesce, per riprendere la

gestione del frutteto, al massimo possiamo aspettare la fine allegagione.

2. lavorazioni a max 10 cm (effetto diserbante della siccità, salvaguardia apparato radicale)

3. diserbanti di post-emergenza, soprattutto lunga la fila.

L’uso di campane anti-deriva permette di usare meno principio attivo (risparmio economico e evitano effetto

deriva, che potrebbe arrecare danno anche ai pronubi); in biologico si usano strumenti simili che invece degli

ugelli spruzzanti il diserbante hanno delle piccole zappette per il controllo meccanico delle infestanti: si tratta


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AUTORE

homerina

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7 mesi fa


DETTAGLI
Esame: Arboricoltura
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecnologie agrarie
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher homerina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Arboricoltura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Camposeo Salvatore.

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