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Arboricoltura

Indice

  1. Introduzione
  2. Morfologia e fenologia piante: radice e ciclo radicale, fusto, foglia e ciclo vegetativo, gemme, rami, fiori, frutti e ciclo di fruttificazione.
  3. Ambiente: vocazionalità, temperatura, umidità.
  4. Forme di allevamento:
    • In volume: vaso, vaso ritardato, globo, piramide, fuso, fusetto, spindelbusch.
    • In parete: palmetta regolare a branche orizzontali, a branche oblique, palmetta irregolare, ipsilon, tatura, bibaum, pergoletta.
  5. Potatura: pratiche, modalità, tempistiche e tipologie.
  6. Propagazione:
    • Gamica
    • Agamica:
      • Innesto: marza (trinagolo, spacco inglese semplice, doppio spacco inglese, cadillac, spacco diametrale, corona, becco di clarino), gemma (vegetante, dormiente, pezza, scaglia), microinnesto, reinnesto.
      • Autoradicazione (talea, margotta, propaggine, pollone, micropropagazione)
  7. Impianto e gestione del frutteto: messa a dimora, gestione suolo, irrigazione e concimazione.

Introduzione

La coltivazione delle piante arboree è stata scoperta ben dopo l’inizio delle attività agricole, infatti mentre i cereali venivano coltivati appositamente per le cariossidi, i frutti venivano raccolti dalle piante spontanee. Il corso dell’evoluzione agricola ha permesso agli agricoltori di capire che le piante arboree potevano essere coltivate, selezionate, riprodotte per ottenere produzioni costanti e più abbondanti.

Tutti gli ecosistemi selvatici (foreste, parchi naturali, boschetti campestri) che oggi ci circondano sono il risultato di una lunga evoluzione tra uomo e natura mentre le colture specializzate (frutteti, vigneti) sono un elemento dell’ecosistema con la differenza che sono state modellate dall’uomo per un certo numero di anni, queste due componenti formano il paesaggio rurale.

L’arboricoltura si può dividere in:

  • Arboricoltura da frutto (es. meleto, vigneto ecc.)
  • Arboricoltura da foglia (es. Thè a Cylon, Gelso per bachicoltura in Friuli)
  • Arboricoltura da legno e biomassa (es. pioppeti per la produzione di pasta di legno oppure per biomassa ad uso energetico)
  • Arboricoltura speciale (es. sughero in Sardegna, Manna dei frassini per uso medicinale in Sicilia, Rosa canina in Bulgaria per l’acqua di rosa)
  • Arboricoltura ornamentale
  • Arboricoltura da sostegno e frangivento (es. vite maritata su pesco oppure alberi ai confini del campo)

La frutticoltura intensiva si afferma nel nord Italia solo a fine 1800, prima nelle colline piemontesi ed in Trentino e dopo la guerra anche nella pianura padana. Va detto che l’arboricoltura specializzata era presente al Sud Italia fin da inizio 1900 con oliveti, agrumeti, mandorleti mentre al nord le colture arboree erano spesso poste in coltivazioni promiscue, nei giardini dei nobili e dei proprietari terrieri, nei conventi e nelle coorti della pianura.

Durante il ‘900 la frutticoltura ha iniziato a svilupparsi più che proporzionalmente con l’avanzare degli anni, aprendo nuovi mercati, portando ricchezza e lavoro arrivando fino al punto di destare preoccupazione per l’artificiosità delle coltivazioni.

Dal 1950 (rivoluzione verde) ad oggi i paesaggi agrari o sono stati abbandonati o si sono specializzati. Nel primo caso, l’abbandono delle terre ha portato al dissesto idrogeologico ed in alcuni casi al ritorno della natura selvatica mentre nel secondo caso si è affermata la coltivazione di una sola specie in un determinato distretto (monocoltura) con una conseguente semplificazione del paesaggio e perdita di biodiversità al solo fine di produrre denaro.

Nel 1970 si hanno i primi risultati del massiccio uso di sostanze chimiche ovvero grandi produzioni ma nel 1980 nasce la frutticoltura integrata e successivamente, nel 1990, si inizia a parlare di frutticoltura biologica. Negli anni 2000 si ebbe la crisi della frutticoltura italiana, la qualità del prodotto non è più sufficiente e si inizia a parlare di qualità dei servizi.

Negli ultimi decenni le superfici coltivate si sono ridotte ma sono aumentate le produzioni ad ettaro, il meridione si è specializzato nelle coltivazioni di diverse specie arboree il tutto usando metodi di gestione diversi ma coesistenti. La classifica dei frutti più coltivati al mondo trova nelle prime 7 posizioni frutti destagionalizzati e molto semplificati quali: banana, mela, uva, fragola, arancia, anguria, limone. I consumi di frutta dal 1950 ad oggi sono aumentati vertiginosamente, negli ultimi 30 anni gli agrumi sono stati i frutti con il maggior aumento in consumo.

A livello mondiale la produzione di frutta è passata da 489 a 643 mln di T (+25-30%), in Europa ed USA le produzioni sono calate del 7-9% mentre sono aumentate in Sud America, Estremo Oriente e Asia.

Classificazione della frutta

La frutta si può dividere in base alla latitudine di coltivazione:

  • Frutta delle regioni temperate:
    • Frutta autunnale o pomacee: mele, pere, cotogno, nashi.
    • Frutta estiva o drupacee: pesche, nettarine, albicocche, susine, ciliegie.
    • Uva da tavola
    • Piccoli frutti: fragola, lampone, mirtillo, ribes, mora di rovo, uva spina.
  • Frutta delle regioni subtropicali:
    • Agrumi: pompelmo, limone, lime, mandarino, clementina, arancia.
    • Avocado
    • Actinidia
    • Melograno
    • Fichi
  • Frutta delle regioni tropicali: 90% prodotta in PVS
    • 78% frutta maggiore: banana, mango, papaya, ananas.
    • 22% frutta minore: carambola, durian, lynchee, tamarillo, rambutan, guava, passiflora.

In Europa, 2,3 mln di ha sono destinati alla produzione di frutta e bacche. La Polonia detiene il primato nella produzione di mele (frutto più coltivato in Europa) e ciliegie mentre la Spagna è la maggiore produttrice di pesche e fragole. L’Italia è la seconda maggior produttrice di mele, pesche e ciliegie.

Ortofrutta in Italia

In Italia esistono oltre 1 mln di aziende agricole ad indirizzo ortofrutticolo e più di metà gestiscono almeno un ettaro (ha) di terreno e di questi solo la metà è specializzato. La superficie coltivata dalle aziende specializzate si attesta sui 2,5 ha. La frutta fresca incide per il 7% circa sul totale delle produzioni agrarie, i canali di vendita dell’ortofrutta possono essere:

  • Canali diretti: forme moderne di vendita diretta dall’agricoltore al consumatore.
  • Canali indiretti: O.P. (organizzazione produttori) e A.O.P. (associazione organizzazione produttori).
    • Le O.P. sono promosse a livello Europeo per accorpare il prodotto (valorizzano, organizzano, commercializzano il prodotto) e ricoprono quindi un ruolo commerciale/promozionale. Quest’accorpamento serve per rendere consistente il mondo agricolo sulla GDO e sugli esportatori.
    • Le O.P. sono sempre state aiutate economicamente dall’Unione Europea mentre i frutticultori hanno iniziato da poco a ricevere la PAC. Le O.P. per ricevere le sovvenzioni devono presentare un progetto ogni 5 anni dove propongono innovazioni per le proprie aziende.

Esempi di innovazione:

  • Nel 1990 le O.P. hanno introdotto nel Saluzzese le reti antigrandine.
  • Le O.P. hanno da sempre promosso i cambi di produzione di impianti a fine carriera (es. da pesco a mirtillo).

Oggi tutti i frutticultori sono associati ad un magazzino che a sua volta è legato ad una O.P. che detta leggi e regolamenti in quel distretto. Se l’agricoltore sceglie di seguire le proposte dell’O.P. viene aiutato sia economicamente che tecnicamente dall’O.P. stessa. Le O.P. hanno sia uffici commerciali che conoscono e studiano il mercato che uffici tecnici che sono aggiornati sulle nuove varietà, pratiche agronomiche innovative, tecniche di difesa nuove, regolamenti produttivi. Le A.O.P. sono associazioni di O.P., sono nate dall’idea dell’Unione Europea di aggregare più O.P. di nazioni diverse (es. Francia + Italia + Germania). Quest’idea è fallita perché il mondo agricolo è molto restio ad associarsi soprattutto tra nazioni diverse.

La filiera corta o farmer market è quell’idea commerciale che vuole far incontrare direttamente produttore e consumatore. Gli agricoltori hanno come riferimento i mercati locali, questi richiedono vecchie varietà, bassi input, poca tecnologia che quindi provocano basse produzioni, estetica imperfetta e qualità a volte ridotta. Il fatto di essere direttamente a contatto con il consumatore richiede all’agricoltore una forte diversificazione aziendale per poter offrire in ogni mese dell’anno un prodotto fresco e di stagione.

Panorama frutticolo italiano

L’Italia è caratterizzata da:

  • Geografia: l’Italia si sviluppa tra le latitudini 47,5° e 37,5°, tra Alpi, Appennino e Mediterraneo. Tutto ciò influenza venti, piovosità e temperature.
  • Clima: essendo sviluppata per lungo presenta più situazioni climatiche infatti al Nord Italia si ha un clima più continentale con forti rischi di gelate mentre al sud il clima è Mediterraneo (scottature).
  • Suoli: vulcanici (Lazio, Sicilia, Campania), alluvionali (Pianura Padana), morenici (Alpi e Appennino).

Le regioni italiane con le maggiori superfici investite in frutticoltura sono Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto, Trentino, Lombardia, Lazio, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia, Puglia.

Piemonte: questa regione ha risposto bene a tutte le crisi passate grazie alla forte diversificazione delle aziende agricole. In Piemonte ci sono ottime condizioni climatiche e varie situazioni pedologiche che permettono di coltivare numerose specie vegetali. In passato era la maggior produttrice di kiwi in Italia ma la PSA ha causato forti perdite di produzione. Alcune zone di forte importanza frutticola sono:

  • Canale nel Roero: produzione di pesche in passato ora di uva.
  • Borgo d’Ale: frutta estiva negli anni ’60 basato sui mercati generali di Milano, ora è una zona di farmer market legati a Milano.
  • Cuneo, Val di Susa: castagna IGP (marroni) da bosco oppure da impianti specializzati.
  • Monferrato, Alta Langa: nocciole IGP in territori prima non frutticoli.

Lombardia:

  • Valtellina: mele che però finiscono nei magazzini di distribuzione del Trentino.

Trentino:

  • Melinda: solo mele golden in passato, ora anche red delicious e pink lady per paura dell’attacco di parassiti su golden. Le aziende hanno superficie media di 0,5-1 ha e gli agricoltori coltivano di secondo lavoro.

Veneto:

  • Nord: mele che finiscono nel sistema Trentino e kiwi e ciliegie che entrano nel sistema Emilia.

Emilia-Romagna: ottima posizione sia pedoclimatica che geografica infatti commercialmente tutta la frutta del sud Italia deve passare dall’Emilia. In questa regione si coltiva tutto tranne che le mele.

Lazio:

  • Latina: kiwi, primo produttore italiano ma conferiti nei sistemi Emilia e Piemonte poiché non ci sono abbastanza centri di gestione del prodotto. Vi è anche la produzione di nocciole (tonda romana) usata per i baci perugina. Castagni come impianti e non come boschi.

Campania: mele (annurca), castagne (del prete) e le pesche (per cocche).

Puglia: regione in cui c’è stato un grande sviluppo tecnologico, si coltiva uva da tavola e da vino, ciliegie (% maggiore in Italia) e ulivo.

Basilicata e Calabria: fragole, uva, agrumi, castagne in boschi.

Sicilia: agrumi, uva da tavola, pistacchio, mandorlo, frutti tropicali (avocado e mango), frutti estivi precocissimi (pesche e albicocche), olivo.

Morfologia piante arboree – apparato ipogeo

L’apparato radicale è quella parte di pianta con geotropismo positivo che non si vede ma svolge alcune funzioni indispensabili per la propria sopravvivenza, queste sono:

  • Ancoraggio della pianta al terreno.
  • Assorbimento di acqua e nutrienti tramite peli radicali e fenomeni chimico-fisici, ciò è direttamente legato a crescita e produzione.
  • Trasporto acropeto dei nutrienti e fitoregolatori.
  • Organo temporaneo di riserva di fotosintetati, ormoni e ormoni secondari. I carboidrati vengono immagazzinati nelle radici nel periodo successivo alla raccolta (es. melo ha nelle radici sottili il 4% di riserve mentre nelle radici grandi il 10%).
  • Metabolismo di molecole assimilate e bioregolatori: da molecole azotate adsorbite nella soluzione circolante ad amminoacidi. Qui vengono anche sintetizzate le citochinine e l’acido abscissico.

In arboricoltura si distinguono 2 apparati radicali: fittonante e fascicolato.

  • Fittonante: apparato composto da una radice principale derivante da seme che si sviluppa verticalmente nel suolo (anche per 1 – 1,5m), ha dimensioni maggiori rispetto a tutte le altre radici collegate ad essa. Dall’asse principale si dipartono le radichette da cui si originano i peli radicali. Sviluppandosi a fondo nel terreno permette di ancora la pianta nel suolo (castagno), la pianta non avrà bisogno di sostegni artificiali (pali, fili). Questo apparato da una spinta di grande vigore alla pianta. In frutticoltura non serve questo apparato radicale.
  • Non fittonante: si sviluppa più orizzontalmente e superficialmente (30-40 cm) nel suolo rispetto al fittonante e comprende radici primarie, secondarie, radichette e peli radicali. Questo tipo di apparato diminuisce la vigoria della pianta. In frutticoltura questo apparato radicale è il migliore. Lo si può ottenere tagliando il fittone per favorire l’accrescimento delle radici laterali.

N.B.: Vigoria pianta = viene valutato misurando l’accrescimento dei rami al primo anno di vita (rami dell’anno). Es. cv. pesco 1,5 m (vigoroso), 60-80 cm (medio vigore), 40 cm (basso vigore). Può essere misurato anche l’accrescimento in volume delle branche. In arboricoltura da legno si prediligono piante vigorose (non innestate = riduzione della qualità del legno), nel caso del noce da legno, che imbrancano a 2,5 – 3 m (altezza porte). Il fittone serve anche per permettere alla pianta di rifornirsi di acqua ed elementi nutritivi autonomamente (non si effettuano irrigazione e concimazioni articolate nell’arboricoltura da legno).

In frutticoltura si cerca di limitare lo sviluppo vegetativo (altezza massima 3m), mantenendo il minimo possibile di legno (solo lo scheletro). Tutto ciò è favorito dall’apparato radicale non fittonante. In frutticoltura intensiva si usano portainnesto e nesto, il primo corrisponde alla radice e non è fittonante. Nel melo, uno dei principali portainnesti usati è l’M9 (nanizzante), si espande esclusivamente sull’orizzontale di 20-30 cm per parte rispetto al tronco e 20-30 cm in profondità, ha moltissime radichette che permettono un elevato assorbimento. Imprimendo poco vigore ed espandendosi poco nel suolo permette di avvicinare di molto le piante, di contro necessita di pali e fili per supportare il peso della pianta ed ha una vita limitata (15 anni).

Espansione: le radici si espandono oltre la proiezione della chioma sul terreno in maniera diversa in base all’anno preso in considerazione.

  • Al 1° anno: 1 / 2,5.
  • Al 5° anno: 1 / 1,5.
  • Piante adulte: 1 / 1 (caso che si osserva normalmente).

Struttura radice: è formata da apice radicale, zona di distensione, zona di accrescimento primario e zona di accrescimento secondario.

  • Apice radicale (angiosperme e gimnosperme): è formato da 3+1 sistemi tessutali iniziali che svolgono attività anticlinale (allungano la radice):
    • Dermatogeno o protoderma: sistema tegumentale = epidermide radicale o rizoderma.
    • Periblema: sistema fondamentale = corteccia primaria o tessuti parenchimatici.
    • Pleroma o procambio: sistema vascolare = cilindro centrale.
    • Caliptrogeno: forma la cuffia o caliptra (columella e cellule periferiche).
    • Centro quiescente: zona centrale dell’apice radicale che non si moltiplica.
  • L’apice radicale possiede un insieme di cellule all’apice detto cuffia o caliptra, che svolge 3 funzioni essenziali:
    • Protezione: protegge l’apice radicale durante la penetrazione nel suolo.
    • Lubrificazione: il contenuto delle sue cellule più vecchie viene rilasciato come mucigel nella rizosfera per consentire alla radice di perforare meglio il suolo.
    • Gravitropismo: nella columella della cuffia le cellule sono ricche di statoliti (granuli di amido) che permettono lo sviluppo radicale nel verso della forza di gravità (geotropismo positivo).
  • Zona di distensione: successivamente all’apice radicale si trova una zona di pochi millimetri in cui le cellule aumentano di volume e si differenziano nei vari tessuti. Dal pleroma si originano protoxilema, protofloema e dal pleriblema il tessuto fondamentale. Esternamente si forma dal dermatogeno il rizoderma che al termine della zona di distensione origina i peli radicali (tricoblasti).
  • Zona di struttura primaria: composta da 3 parti:
    • Rizoderma: tessuto monostratificato privo di cutina e stomi che riveste la radice proteggendola. Presenta i tricoblasti che ne aumentano la superficie di assorbimento, vengono cambiati ogni giorno e quando cadono lasciano la superficie a contatto con il suolo suberificata formando così l’esodermide.
    • Cilindro corticale o corteccia: tessuto pluristratificato composto da cellule con grandi vacuoli e spesso amiloplasti (riserva amido). L’ultima fascia di cellule a ridosso del cilindro centrale è chiamata endoderma, queste cellule presentano suberificazione sulle pareti radiali e trasversali formando così la Banda del Caspary che obbliga la soluzione apoplastica a passare nella via simplastica.
    • Cilindro centrale: suddiviso in una zona esterna ed una interna:
      • Periciclo o strato rizogeno: tessuto monostratificato di cellule parenchimatiche a contatto con la Banda del Caspary. Da questo tessuto hanno origine le radici laterali perde differenziazione di alcune cellule.
      • Stele centrale: formata da arche xilematiche e floematiche disposte in maniera raggiata in un’actinostele, il numero delle arche identifica il tipo di pianta:
        • Gimnosperme e angiosperme dicotiledoni: 4-6 arche.
        • Angiosperme monocotiledoni: 10-30 arche.
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Scienze agrarie e veterinarie AGR/03 Arboricoltura generale e coltivazioni arboree

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AndreaPi99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Arboricoltura generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Peano Cristiana.
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