Canto XXVI dell'Inferno
L'apostrofe a Firenze
I primi dodici versi del canto si ricollegano a quello precedente, sono uno sfogo amaro e ironico nei confronti della propria città, a cui Dante è legato da un rapporto di amore e di odio. L'apostrofe, motivata dall’aver incontrato ben cinque fiorentini tra i ladri, è giocata sulla metafora del volo e sull'ironia per mettere in luce la cattiva fama della propria città.
Viene aggiunta una profezia di funesti eventi punitivi che già le città rivali si augurano nei suoi confronti, anche se è bene, dice Dante, che ciò accada il più presto possibile, perché visto che così deve essere, la sciagura sarà più dolorosa da sopportare per il poeta con l’avanzare dell’età. Il poeta perciò si rivolge a considerare le colpe dei suoi concittadini e l’inevitabile castigo che già incombe sulla patria amata e odiata. Firenze riempie i suoi figli di parte dell'Inferno.
Difficoltà deambulatorie e la descrizione dell'ottava bolgia
Segue poi un accenno, per altro non infrequente soprattutto nel basso inferno, alle difficoltà deambulatorie nel risalire gli scalini che conducono al ponte dell'ottava bolgia. I versi che seguono, fino oltre a metà del canto, sono in gran parte descrittivi e didascalici ed hanno una precisa funzione preparatoria, sia dal punto di vista dello stile che dell'atmosfera, all'episodio culminante di Ulisse.
Il pellegrino esordisce con un'espressione di dolore, provato anche dal solo ricordo dello spettacolo che si presentò ai suoi occhi, che non ha ancora descritto, tanto che deve tenere a freno la propria immaginazione poetica affinché sia assistita dalla virtù. Dante presenta in modo insolito la natura del peccato che viene punito in questa bolgia: come un vizio che nasce dal non tenere nei giusti limiti l'eccellenza dell’ingegno, che è un dono di Dio e un privilegio concesso a pochi.
Dante con cautela effettua un esplicito richiamo alla propria esperienza personale e alla particolare cautela che deve avere lui stesso, perché dotato di altezza di ingegno. Tale è infatti la colpa che in questa parte dell'inferno si castiga, cioè il cattivo uso dell’ingegno, adoperato per conseguire con fronde il trionfo del singolo, del partito o dello stato; insomma l'astuzia o la malizia politica e, più generalmente, l'abuso dell'intelligenza in contrasto con le norme morali e religiose. Dante vuole sottolineare la necessità di sapersi mantenere entro i limiti che non portano l'attività intellettuale a servire scopi negativi.
La descrizione della bolgia
Segue la descrizione della bolgia, in cui l’elemento predominante è il fuoco, attraverso due similitudini:
- La prima è una scena agreste, quasi bucolica. Dante che guarda l’ottava bolgia è come il contadino che dall’alto di un colle, durante l’estate e verso la sera (da notare l’attenzione di Dante per i particolari fenomenologici con cui indica il tempo, l’estate, dicendo che è il periodo in cui il sole nasconde meno a lungo il suo viso, e l’ora, il crepuscolo estivo, caratterizzata dal momento in cui la mosca lascia il posto alla zanzara) posa il suo sguardo sui campi e sulle viti, i luoghi del suo duro lavoro, e vede splendere le luci di miriadi di lucciole. Così ci sono miriadi di fiammelle che illuminano l’ottava bolgia.
-
Appunti sul V Canto Inferno di Dante
-
Appunti sul VI Canto Inferno di Dante
-
Appunti X Canto Inferno di Dante
-
Appunti della lezione del docente Bellomo Saverio riguardo al XXVI canto dell'Inferno della Divina Commedia di Dant…