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V canto dell'Inferno

Alto-basso: simbolismo di bene e male

Una delle coppie oppositive fondamentali della Commedia è quella alto-basso, con forte valenza allegorica e simbolica di bene-male, peccato-perdizione. Questo moto discensionale, la discesa agli inferi, è subito evidenziato all'inizio di questo canto. Dante scende dal primo cerchio giù nel secondo, ribadendo perciò come il peccato non sia altro che un andare giù e uno sprofondare negli abissi della perdizione. Le pene corrispondenti ai peccati vengono così scontate in una progressiva voragine, l'imbuto infernale che a mano a mano che si scende, più piccolo è il diametro dei cerchi infernali, ma tanto maggiore è il dolore provocato dalle pene in essere assegnate ai peccatori, perché l'ampiezza dei cerchi è inversamente proporzionale alla sopportabilità delle pene. Più si va in basso più gravi sono i peccati che vengono puniti.

Minosse

All'ingresso del secondo cerchio si trova un demone, Minosse, con la funzione di giudice infernale. Questo personaggio, come altri nel poema, è ripreso dalla mitologia classica (anche Virgilio presenta Minosse come giudice delle pene infernali nell' Eneide). Dante si rifà spesso alla descrizione data da Virgilio dell'inferno e lo riconverte in chiave cristiana, seppure come un demonio, secondo un processo consueto in età medievale, di deformazione storica e di adattamento alla mentalità del tempo. Inoltre, Minosse adesso ha anche le caratteristiche fisiche di un vero demone. La sua funzione è quella di giudice infernale. Le anime che giungono all'inferno vanno una ad una di fronte a lui e confessano tutti i loro peccati, tra i quali Minosse individua il peccato più significativo per quell'anima, e indica attraverso il numero degli avvolgimenti della sua coda intorno al proprio corpo, il numero del cerchio dove l'anima è destinata. Si badi bene a non confondersi: il giudice supremo è Dio, ma in sua vece è stato posto Minosse a svolgere questa funzione tanto importante. Minosse abbandona questa funzione solo per un momento, per mettere in guardia Dante dal passo che sta per compiere: l'ingresso nell'Inferno. La replica di Virgilio è perentoria: il viaggio di Dante è voluto da Dio. Il senso di questo rapido scambio di battute è allegorico: le forze del male (Minosse) cercano di far vacillare la parte razionale dell'uomo perché gli istinti peccaminosi riprendano il sopravvento, ma la ragione (Virgilio) mette a tacere, reprimendole, le tendenze al peccato.

Il cerchio e i dannati e la bufera infernale

Rispetto alla quieta atmosfera del Limbo, che aveva contrassegnato il viaggio precedente, già nella terzina iniziale di questo canto si preannuncia una realtà dolorosa. Il dolore e la sofferenza dei dannati è un sottofondo costante del canto, scandito tanto dalle loro urla quanto dal muggito della bufera infernale che li trascina. La dimensione sonora del canto è evidente, anche nella sinestesia che descrive il secondo cerchio come "un luogo di ogni luce muto". La mancanza di luce indica l'assenza della luce divina e quindi della Grazia divina. L'assenza della luce si contrappone al frastuono dei lamenti dei dannati e al muggito della bufera che li tormenta, paragonata a un mare in tempesta. Le grida si fanno più acute quando il vento che trascina con sé i dannati li spinge verso la "ruina", forse la via che porta al cerchio successivo.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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