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(per gli impiegati), che nella versione più complessa (per il direttore).

Da qui l’idea di design democratico.

Nel 1936 a Milano ha luogo la VI Triennale; all’interno della cui mostra

dell’arredamento c’è l’allestimento di Gio Ponti per un piccolo

appartamento, un’abitazione dimostrativa. Una casa dalle dimensioni

fuori dall’usuale, pensate in base alle diverse configurazioni che la casa

potrebbe assumere, seguendo le esigenze di vita degli

occupanti. Due ambienti a comporre la casa,

di cui il maggiore

adibito a soggiorno e

zona giorno. I mobili

sono formati da più

pezzi (come il divano) e

permettono più

disposizioni. Anche lo

stile d’arredamento non è ben definito: diversi colori,

legni e stoffe possono essere utilizzate, a sottolineare la flessibilità del progetto. L’ultimo

elemento era il terrazzo: tutti gli ambienti vi sono collegati, quasi come a sottolineare

l’importanza della vita all’aperto.

Nel 1941, Ponti, abbandonata temporaneamente la direzione di "Domus”, crea per l'editore

Garzanti la rivista "Stile", che dirigerà fino al 1947, portando avanti il suo programma di

diffusione della cultura artistica e architettonica, per la formazione di un'inedita "cultura

dell'abitare". In questi anni si verifica un progressivo allontanamento di Ponti dalla

committenza pubblica ufficiale e un rinnovato interesse per le arti decorative. Per esempio,

sviluppa diversi progetti che hanno a che fare con le stoviglie e il necessario per un pasto,

applicando l’idea del decoro a quella della composizione della tavola.

La sedia Leggera segna l’inizio nel 1952 di un iter che comprende in un

unicum tutto il percorso progettuale ed esecutivo di collaborazione tra Gio

Ponti, Cesare Cassina e i suoi artigiani, che approderà nel 1957 alla

Superleggera. Rispetto a quest’ultima, la Leggera ha dei montanti a sezione

quadrata e, per la sua estrema resistenza e semplicità che esprime tutta la

nobiltà dell’oggetto anonimo, è una sedia che ha avuto negli anni una

diffusione commerciale e distributiva elevatissima. Una silhouette

realizzata in legno massello di frassino e una seduta rivestita in tessuto

oppure in pelle oppure in corda di carta naturale.

Nel 1954 Ponti inventa il premio Compasso d'Oro e, nello stesso anno, è partecipe della

nascita, per conto di Alberto Rosselli, socio e genero, della rivista "Stile Industria".

Nel 1956, progetta il grattacielo Pirelli, uno dei primi edifici con le

facciate continue e le curtain walls, vetrate continue a filo della parete.

La pianta ad esagono allungato, come quella della Torre Littoria, è

chiusa ai lati da due cunei, e la base dell’edificio si trova all’interno di

un solco nel terreno, di modo che venga data un’ idea di continuità. Il

soffitto, che pare ergersi da solo sull’ultimo piano del grattacielo, è

costituito da una lastra di cemento armato sospesa sulla quale si erge un

obelisco: ciò non consente di aggiungere o togliere elementi senza

alterarne la forma. I pilastri di cemento armato sulla facciata sono

volutamente lasciati a vista.

La teoria della ''forma finita", punto cardine dell'opera di Ponti, coinvolge tutti i livelli della

progettazione: dagli oggetti più minuti alle grandi architetture. Temi fondamentali diventano

cosi quelli dell'"invenzione strutturale", dell'"essenzialita", dell'"espressivita" e

̀ ̀ ̀

dell'"illusivita". E’ evidente nelle sue opere la tensione a comporre pareti staccate, non saldate

̀

alla copertura, caratteristiche che rendono la costruzione un'immagine di leggerezza e

illusivita. Su questi concetti si esprime nel libro "Amate l'architettura: l'architettura e un

̀ ̀

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cristallo", ripubblicato nel 1957 dopo la prima edizione del '45, alludendo ad una forma finita,

affascinante dal punto di vista sia estetico che formale.

Nello stesso anno progetta la casa di Via Dezza, adiacente allo studio, dove abiterà da allora

in poi, in un appartamento espressione della sua “cultura dell'abitare”, delle sue passioni e dei

suoi temi. Sempre nel 1957, progetta la sedia Superleggera, un pezzo da collezione che

unisce solidità e leggerezza (pesa appena 1,7 kg e si solleva con un dito). La

sezione della struttura è triangolare, e la sedia è disponibile in frassino naturale

oppure laccato bianco o nero, con sedile in canna, in tessuto o pelle.

L’architettura di Gio Ponti è rivolta anche a edifici religiosi, per

esempio la Chiesa di San Francesco, la Chiesa di San Luca e la

Chiesa di San Carlo Borromeo. Particolare è la struttura delle

finestre della Chiesa di San Francesco d’Assisi, edificata nel 1964,

le cui finestre verticali (sono obelischi) vuote, incorniciando il cielo

rappresentano il contatto con esso e con Dio.

Negli anni settanta, Gio Ponti disegna per l’azienda di Ermes Ponti (coincidenza di

omonimia) un concept abitativo (“La Casa Adatta”) e una collezione completa di arredi

dedicata ad essa: “La Serie Apta”. Egli concepisce una nuova idea di spazio

interno flessibile per lo stile di vita moderno; «la casa deve adattarsi a noi e

non il contrario», redigendo anche un manifesto intitolato “Guida alla Casa

Adatta”.

Nel 1971, progetta Gabriella, conosciuta anche come poltrona di poco

sedile, per la seria Apta. «Per stare seduti comodi, accavallando le gambe,

occorre poco sedile e molto schienale» dice lo stesso Gio Ponti.

Nel 1979, muore a Milano, nella casa di via Dezza.

BRUNO MUNARI

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Bruno Munari nasce nel 1907 a Milano. Artista più legato alla contemporaneità, inizia a

lavorare con la II generazione di futuristi e con i pittori, sperimentando analogie tra pittura e

design nel mestiere del grafico.

« Conservare lo spirito dell’infanzia dentro di sé per tutta la vita vuol dire conservare la

curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare» dice Munari. Ed è questo

il pensiero con cui conduce la sua vita, con la curiosità e l’innocenza di un bambino che

scopre nuove cose. Il libro “Fantasia” ragiona su cos’è la creatività, l’invenzione, la fantasia e

l’immaginazione. Grazie alla divulgazione ed all’attenzione che ha ricevuto tra gli insegnanti,

in particolar modo di scuole materne ed elementari, l’attività di Munari in quest’ambito è

probabilmente quella più nota: se la diffusione geografica si potesse rappresentare con un

fascio di bandiere, qui davvero si vedrebbero sventolare molti colori. Con i giochi e libri per

bambini – il Gatto Meo in gommapiuma, i Prelibri di Danese, i Libri illeggibili di fogli

variopinti e senza testo, i libri con i buchi, le pagine trasparenti, tattili, componibili, le fiabe

riscritte visivamente e le molte altre invenzioni che hanno letteralmente fatto scuola – Munari

è entrato nelle camerette e nelle aule di molti paesi del mondo. La sua didattica si fonda

partendo dalla consapevolezza che la sperimentazione diretta facilita la comprensione e la

trasmissione delle conoscenze.

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Le Macchine Inutili costituiscono il lavoro più importante

con il quale Munari ha esordito nel panorama futurista

milanese degli anni trenta. Per la sua particolare idea di un

astrattismo fluttuante nello spazio, dà al suo progetto un nome

paradossale, un nome che ha l’indubbio merito di farci

riflettere, attraverso la sintesi di un ossimoro, sull’inutilità di

ciò che è utile (la macchina) e sull’utilità di ciò che è inutile

(l’arte). Munari crea dunque delle macchine da appendere al

soffitto composte da elementi di materiali leggerissimi (ad

esempio bacchette di legno di balsa, fogli di cartoncino dipinti

su entrambi i lati, vetro soffiato, fili di acciaio elastico) liberi

di muoversi nello spazio senza vincoli tra loro. La Macchina Inutile è una composizione che

cerca, attraverso la sua trasformazione dinamica, di suscitare nello spettatore la percezione di

una forma instabile.

Nel 1945, per la Zanotta, Bruno Munari inventa una sedia, parafrasando

uno stile di vita frenetico. I materiali sono classici, noce lucidato a cera

con intarsi e sedile in alluminio, per garantire, forse, un migliore

scivolamento dell’ospite verso l’uscita. Vengono prodotti solo nove

esemplari, tutti firmati da Munari. La seduta della Sedia per visite

brevissime, inclinata a 45°, invita l’ospite a non fermarsi troppo, perché

non c’è tempo, perché la sua visita probabilmente non è gradita, perché

c’è altro da fare e il tempo speso nell’incontro è valutato come perso.

Come uno scivolo per bambini, perché, forse cerchiamo riparo nei giochi

dell’infanzia dalla vita che facciamo da adulti, fare in modo che chi ci

viene a trovare sia indotto ad andarsene senza doverglielo dire è più

facile, più divertente. Bruno Munari nel 1946 espone a Parigi una nuova opera, una nuvola

costruita con una rete metallica quadrata che l'autore chiama Concavo-

convesso. Concavo-convesso assume delle forme plastiche che ci

ricordano forme naturali, per esempio quelle delle conchiglie o delle

nuvole, o forme topologiche della matematica. Utilizzando una fonte di

luce puntiforme direzionata su concavo-convesso è possibile generare

delle ombre che si muovono casualmente in base. Al contrario delle

vecchie decorazioni murali statiche si ottengono immagini dinamiche,

cinetiche, che cambiano in continuazione, come nel caso di un film o di

un video.

Le pitture negative-positive sono tra le opere più note di Bruno Munari. Con i

negativi-positivi ogni forma, ogni parte della composizione, sta in primo

piano o sullo sfondo a seconda della lettura di chi guarda. Si tratta di opere

d’arte bidimensionali, senza cornice, che teorizzano la visione di Munari del

mondo, relativo e soggettivo a seconda di chi lo osserva.

Tra il 1947 e il 1948, fonda il Movimento Arte Concreta (MAC), segnando il passaggio

successivo all’arte astratta. A partire dal 1950 Munari realizza delle proiezioni di

composizioni costruite con materiali «trasparenti, semitrasparenti

e opachi, violentemente colorati o a colori delicatissimi, con

materie plastiche tagliate, strappate, bruciate, graffiate, liquefatte,

incise, polverizzate; con tessuti animali e vegetali, con fibre

artificiali, con soluzioni chimiche». Questi materiali vengono

inseriti all’interno di comuni telaietti per diapositive. La

proiezione ottenuta dalle micro composizioni toglie fisicità alle opere e restituisce, attraverso

la luce, con proiezioni su larga scala, una dimensione monumentale, spettacolare. L’autore

immagina l’ambientazione di questo nuovo tipo di opere d’arte nel contesto della

progettazione di una casa moderna.

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Nel dicembre del 1951, Munari presenta la mostra di Oggetti trovati presso la Saletta

dell'Elicottero del Bar dell'Annunciata, a Milano in via Fatebenefratelli 22, un bar che diventa

a tutti gli effetti una sede per le mostre del M.A.C. (Movimento Arte Concreta). Quella di

Munari del 1951 è una mostra rilevante perché si presenta già formato il suo paradigma; quel

paradigma che darà luogo in seguito a mostre, cicli di opere ed interventi di spirito

pedagogico, tra i quali ricordiamo: il mare come artigiano (oggetti trovati sulla spiaggia), da

lontano era un'isola (mostra di sassi raccolti sulle spiagge liguri), museo immaginario delle

isole eolie (frammenti raccolti durante le vacanze alle isole eolie), ricostruzioni teoriche di

oggetti immaginari (raccolte di frammenti di origine incerta e di uso ignoto che vengono

completati graficamente dalla fantasia di Munari), fossili del 2000 (frammenti di oggetti

tecnologici dismessi, immersi nel perspex a futura memoria) e tanti altri frammenti utilizzati

per spiegare i processi morfologici della natura.

Zizì, progettata nel 1952, è l’esito della ricerca condotta da

Munari sulla gommapiuma Pirelli, già sperimentata nel

1949 con la progettazione e realizzazione del gatto Meo

Romeo. La scimmietta è in origine un giocattolo

tecnologicamente innovativo per l’utilizzo dei materiali:

gommapiuma armata internamente con un filo di metallo, e

per tale motivo morfologicamente manipolabile per

ottenere soluzioni di posture pressoché infinite che

permettono atteggiamenti espressivi diversificati. Alla scimmietta Zizì, viene assegnato, nella

prima edizione del 1954, il 1° Premio Compasso d’Oro La Rinascente. Munari con la

scimmietta Zizì, progetta un oggetto espressivamente simpatico e gradevole al tatto, la cui

manipolazione diviene un elemento di stimolazione creativa e della fantasia. Munari sceglie

come imballo un sacchetto trasparente con stampato un disegno a rete per comunicare a chi

l’apre la possibilità di liberare Zizì dalla gabbia, per stabilire con lei un rapporto amichevole.

Con il posacenere Cubo (1957), Bruno Munari, reinventa un

oggetto da tavola tradizionalmente aperto. Composto da due

elementi semplici, ovvero: una scocca cubica, aperta su un lato, e

una lamina metallica inserita al suo interno, che grazie alla sua

conformazione e all'inclinazione del taglio su di essa crea una

fessura capace di accogliere e nascondere cenere e mozziconi di

sigaretta al suo interno. La sua forma e la sua capacità

d'occultamento richiedono uno sforzo psicologico e astrattivo tale

da non comprendere facilmente che si tratti di un posacenere.

Infatti, il pensiero del posacenere e generalmente associato alla vista dei mozziconi. Forse e

̀ ̀

per questo motivo psicologico che risulto invenduto nei primi tre anni di produzione, finche

̀ ́

non arrivo Danese...

̀

Nel 1958 disegna le Forchette Parlanti; chiedendosi da cosa è nata la forchetta,

ipotizza che l’oggetto in questione sia un finto braccio, che ha sostituito l’uso

delle mani per mangiare: i rebbi della forchetta diventano dita e assumono

posizioni diverse, ispirandosi al gesticolare frenetico degli italiani mentre parlano.

Nel 1963, progetta un orologio utilizzando dischetti con colori primari

come lancette. L’oggetto prende il nome di Ora X, poiché è difficile leggere

l’ora: essa infatti assume di nuovo una valenza relativa, a seconda del ruolo che

l’osservatore assegna a ciascuna lancetta.

Munari è uno dei primi artisti ad utilizzare per scopi creativi le macchine fotocopiatrici,

inventate e commercializzate dalla Xerox a partire dagli anni '50. Le iniziali realizzazioni

artistiche sono datate 1963 e 1964. L’idea di Munari è semplice e consiste, durante il tempo

della scansione, nel mettere in movimento delle immagini, dei pattern o delle texture. Si

ottengono in questo modo immagini deformate dal movimento, rese uniche da un atto

creativo e non ripetibile. Le xerografie ottenute sono pertanto originali e grazie ad una

dettagliata sperimentazione dei materiali e della tecnica l'autore è in grado di creare in pochi

secondi delle opere d’arte, disegnando per superfici invece che per linee. La luce si muove

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sotto il vetro di esposizione in modo che sulla carta venga fissato tramite il

toner non solo la forma degli oggetti esposti, ma anche il loro movimento,

creando in questo modo una immagine nuova, dinamica, distorta, il cui unico

scopo è quello della comunicazione con finalità estetiche.

La lampada da soffitto Falkland è stata disegnata da Bruno Munari nel 1964

per Danese, pensata in origine usando una maglia elastica tubolare, prodotta

in un calzificio, che prende forma mediante l'inserimento di alcuni anelli

metallici di diverso diametro. La storia della nascita di questo oggetto è

sintomatica della genialità progettuale di Munari: coinvolgere una ditta che

fabbricava calze da donna nella realizzazione di una delle lampade più

conosciute del design italiano. La lampada Falkland definita "forma spontanea"

assume il suo aspetto quando viene sospesa, per effetto della gravità. Alta più di un metro e

sessanta quando sospesa, con un diametro di quaranta, si compatta nella sua confezione alta

pochi centimetri. «E' un abitacolo costituito da un telaio in acciaio

elettrosaldato, corredato da un letto e accessori vari in

materiali diversi. [...] E poiché è una struttura, è pure

facilmente smontabile, pronta ad assumere una nuova veste,

correndo dietro alla fantasia… E' una struttura ridotta

all'essenziale, uno spazio delimitato e allo stesso tempo

aperto... E' un modulo abitativo, un habitat, contiene tutti gli

oggetti personali... Uno spazio nascosto in cui la presenza del

bambino rende superflui i mobili, su cui la polvere non sa

dove posarsi. […] L'habitat diventa l'ambiente adattabile alla

personalità dell'abitante. Pesa 51 chili e può portare anche

venti persone.» Bruno Munari presentava così il suo Abitacolo nel lontano 1971. Realizzato

con l'idea di disegnare un nuovo spazio per i ragazzi, prodotto da Robots, raggiunse l'intento

di permettere ai più giovani di lasciare tutto in uno stato di 'ordinato disordine' per sentirsi

protetti dai giochi, dai libri, dagli oggetti familiari durante il sonno. Premiato nel 1979 con il

prestigioso Compasso d'Oro, è stato poi incluso nella collezione del Moma.

L’orologio Tempo libero fu prodotto a partire dal 1994 da Swatch.

Munari fu chiamato a produrre questo orologio da Alessandro

Mendini, allora direttore artistico di Swatch. Lui pensò a dodici

piccoli dischi con i numeri delle ore che, posti trai due vetri sul

quadrante, possono muoversi liberamente ad ogni movimento del

polso. Munari, con la sua proverbiale ironia, si prese gioco del

concetto di tempo frenetico e inesorabile dei giorni nostri. I dodici

dischi indisciplinati ci fanno riflettere che forse non è importante

sapere esattamente che ora sia, bensì di riuscire a sforzarci di fare

del nostro un Tempo Libero, e non una Schiavitù.

Bruno Munari muore a Milano nel settembre 1998.

ETTORE SOTTSASS

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Ettore Sottsass nasce ad Innsbruck nel 1917, cresce in Trentino- Alto Adige e studia

architettura al Politecnico di Torino. È figlio d’arte e muove i primi passi in campo

professionale proprio nello studio paterno. Nel 1947 il giovane Sottsass apre a Milano il suo

primo studio di architettura. Inizia ad occuparsi quasi prevalentemente di design solo dal

1958, in quello stesso periodo inizia a collaborare con Giuseppe Pagano.

Sviluppa progetti che indagano il mondo della ceramica, dello smalto

su rame, del gioiello, del vetro. Tante sono le collaborazioni e i

progetti realizzati e tra questi spicca quella con Bitossi Ceramiche,

l’azienda toscana nota per la realizzazione di oggetti ceramici. Trenta

anni di collaborazione, l’architetto Sottsass fa il suo ingresso alla

Bitossi nel 1955 con l’incarico di ideare nuove ceramiche per la

newyorchese Raymor, ma ben presto, avvia ricerche più personali

che lo porteranno alla creazione di opere come i portafrutta, gli Yantra, o i celebri Totem.

Nel 1957 Sottsass riceve un primo importante incarico, è

nominato art director della società Poltronova, ma la grande

occasione arriva un anno più tardi. La Olivetti punta tutto su di lui

e gli affida il compito di disegnare la linea del primo calcolatore

elettronico italiano, datato 1959, e chiamato Mainframe Elea

9003 e che gli valse il suo primo Compasso d’Oro nello stesso

anno. Si tratta del primo computer della storia: i calcolatori erano

impiegati dalle aziende e Sottsass decide di farli diventare pezzi di

arredamento, utilizzati come elementi separatori nell’ambiente di

lavoro, invece che rilegarli in una stanza a loro adibita. A questo

successo seguirono ancora la calcolatrice Logos 27, datata 1963, le

macchine da scrivere Praxis 48, del 1964, e soprattutto la macchina

da scrivere Valentine, del 1969, e che è entrata a far parte della

Collezione Permanente del MoMa di New York.

Altrettanto importante è il legame tra Sottsass e la Poltronova. Fondata nel 1957 l'azienda di

Sergio Camilli sceglie da subito l'architetto milanese come art director. La collaborazione tra

Poltronova ed Ettore Sottsass ha sicuramente segnato la storia del design italiano e il suo

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in design della moda
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AngelicaRaimondi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del design e dell'architettura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Milano - Polimi o del prof Pirola Matteo.

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