Introduzione storica a Machiavelli
Machiavelli vive nei primi anni del Cinquecento, periodo in cui la regione italiana attraversa una crisi gravissima da cui, per altro, sarebbe uscita malissimo in termini politico-costituzionali. Nella seconda metà del Quattrocento l’Italia aveva però vissuto un lungo periodo di pace caratterizzato dall’equilibrio degli Stati che la compongono. Allo stesso tempo, si formano però le grandi monarchie nazionali come quella francese o inglese.
Nel 1492, la morte di Lorenzo il Magnifico crea una rottura degli equilibri tra gli staterelli italiani. L’episodio che rende evidente la fine degli equilibri è però la discesa di Carlo VIII in Italia con un esercito non particolarmente forte e proprio quest’ultimo dettaglio mostra la debolezza politica e militare dell’Italia di questo periodo. Luigi XII organizzerà poi un’altra spedizione nel 1499. L’Italia diventa da questo momento in poi terreno di conquista (armate francesi e spagnole si contendono il possesso del paese, rendendolo instabile e questa situazione si protrarrà fino alla seconda metà del Cinquecento con il trattato del 1559 di Cateau-Cambresis).
Sacco di Roma e conseguenze politiche
Un altro avvenimento è quello del sacco di Roma che fa sì che lo Stato Pontificio entri nell’orbita politica della Spagna. Tutto questo porta a crisi sociali e fallimenti economici e politici. Una profonda instabilità politica produce un senso di precarietà nell’uomo italiano del Cinquecento.
Questo porta però ad un’osservazione: nei primi trent’anni del Cinquecento appaiono alcune delle opere più alte della cultura europea (Ariosto – L’Orlando furioso, Bembo – Le Prose della Volgar Lingua, Machiavelli – Il principe, viene fondato il teatro moderno con le prime commedie moderne di Ariosto). Uno storico svizzero, Burckhardt, afferma che lo splendore della cultura italiana è proprio una risposta alla crisi. Il Classicismo vuole infatti imporre dei canoni di eccellenza di fronte alla crisi del presente. È una risposta estetica alla debolezza politica.
La vita e le opere di Machiavelli
Nelle vicende biografiche questa incertezza e instabilità della storia emerge con chiarezza. Machiavelli nato nel 1469 si trova a vivere in una situazione politica in continua trasformazione. Nel 1492 muore Lorenzo il Magnifico e al potere sale il figlio Piero. Alla prima grossa “scossa” (Carlo Ottavo) la Toscana crolla. Piero perde i territori nel Tirreno e alla fine del 1494 i Medici sono cacciati e alla guida della Toscana viene posto Girolamo Savonarola che dà vita a un potere di tipo autoritario.
Egli guiderà la repubblica fino al 1498 quando a Firenze nascerà una sorta di oligarchia guidata da Pier Soderini (detto “il Gonfaloniere”) fino al 1512 quando i Medici appoggiati dalla Spagna ritorneranno al potere. Nel governo del Gonfaloniere, Machiavelli è segretario generale della seconda cancelleria (oggi ministro della difesa/esteri). Si tratta di un personaggio che assume quindi un impegno politico di primissimo piano.
Nel 1512 tornano i Medici e Machiavelli viene processato ed estromesso da tutte le cariche politiche poiché aveva dato aiuto a coloro che avevano contribuito alla cacciata dei Medici. Questi sono gli anni in cui scrive le opere più importanti: il Principe (1513) e La Mandragola. Machiavelli è diventato presto un personaggio di riferimento per l’epoca, ma anche una figura proverbiale. Dal suo nome infatti sono stati coniati vari aggettivi (machiavellico) e motti quasi proverbiali (“il fine giustifica i mezzi” a lui attribuita erroneamente).
Il Principe è un trattato in cui l’autore cerca di analizzare le motivazioni delle sconfitte dei principi italiani dei suoi tempi e lo fa individuando i vari comportamenti che i principi possono intraprendere. È anche un trattato di analisi psicologica dell’uomo. Il senso finale dell’opera è quello di prevenire il mutare delle circostanze. Già qui è presente la dicotomia tra fortuna e virtù: la fortuna non è altro che quella condizione storica nella quale ognuno deve vivere. La fortuna è la condizione in cui è dato operare, la virtù è quello strumento che può limitare il ruolo della fortuna cercando di schivare le insidie o di approfittare delle condizioni favorevoli.
Virtù e fortuna
Pur avendo alle spalle una trattatistica importante, Machiavelli cerca di rinnovare questa riflessione (rapporto virtù e fortuna) che viene espressa in modo chiaro nel capitolo XXV del Principe. La virtù umana può cercare di prevenire le “piene” della fortuna che è così paragonata ad un fiume. Per Machiavelli questa regola di comportamento vale anche per gli enti collettivi, gli stati (non solo le singole persone). Egli afferma che l’Italia del suo periodo è una “campagna senza argini”. Costruire gli argini significa adeguare il proprio modo di procedere alle circostanze.
Ne parla anche nell’opera “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio” in cui sostiene che la grandezza dei Romani sia dipesa dalla loro straordinaria virtù, cioè dal fatto che siano state create istituzioni solide in grado di garantire la stabilità dello stato sia in pace che in guerra. Quest’opera è stata scritta contemporaneamente al Principe. Il teorico del Principe è anche lo scrittore che indaga ed esalta allo stesso momento il modello repubblicano romano. Questo vale sia per il singolo quanto per le istituzioni.
L'ampia produzione letteraria di Machiavelli
Machiavelli si occupa non solo di letteratura, di politica ma anche di trattatistica di guerra (strategie militari), è uno scrittore di novelle, di poesia satirica, scrive un trattato sulla lingua (questione della lingua) e di teatro e infine scrive commedie. Scrive talmente tanto e in modi diversi che anche questo può essere considerato la spia del fatto che per lui si debbano adottare linguaggi differenti per comprendere a pieno il mondo. La realtà può essere veramente compresa solo tramite diversi punti di vista.
Quello della commedia è un genere nuovo nella storia della letteratura italiana. La commedia umanistica italiana era quasi sempre in latino.
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