Introduzione
Incipit: Citazione di Fontana, lo squarcio. Non la consideravano arte. Andava contro l’arte, separa da pittura e scultura. Con il taglio ci induce a riflettere su un’altra percezione. Il gesto c’è sempre. L’arte è viva e deve essere vissuta.
Partecipazione
Questa lezione si fa insieme. Non esiste arte se non c’è qualcuno che la guarda. Marcel Duchamp, avanguardista. L’arte è rivoluzione perché induce a pensare, mette in moto il muscolo del cervello. Parliamo di happening.
1913 Ruota di bicicletta, Marcel Duchamp: fissa sopra un trespolo una ruota di bicicletta. Provoca uno shock. Cosa è accaduto? Cambia completamente l’approccio, la visione e la percezione di cosa si intende per opera d’arte, viene messa in discussione la manualità, la maestria tecnologica dell’aver fatto un oggetto con le proprie mani, un oggetto che di fatto è un oggetto estetico. Quella ruota di bicicletta è un oggetto di produzione industriale già esistente, che viene prelevato e decontestualizzato: in questo modo si mette in discussione l’artigianalità.
Lucio Fontana è un artista enigmatico: ha parlato pochissimo nella sua vita ed ha prodotto moltissimo. Da validissimo scultore di lapidi in Argentina a scultore simbolista in Italia a pittore che inganna la giuria delle mostre, dando ai membri dei vetusti tromboni, sostenendo che le sue tele sono sculture, cosicché, seppur invitato da scultore, potesse esporre delle tele, Lucio Fontana ha sempre saputo stupire.
Lo squarcio provoca stupore. Molti critici nei confronti di quello che è stato il gesto più significativo dell’arte del ‘900: “avrei potuto farlo anch’io”; “l’è un büs, e ciao…”; “non significa niente”; “lo saprebbe fare anche un bambino”; “e lo vendono a milioni di euro..”. Eppure quel gesto racchiude in sé una quantità di significati.
- Una ricerca di potenzialità spaziali ancora inesplorate, di luoghi dell’arte oltre e dopo la tela, su cui, in centinaia di anni di storia dell’arte, si è impresso tutto quanto si poteva, da Caravaggio a Pollock, liberandosi di quella tradizione rinascimentale che tanto metteva l’uomo al centro del mondo, quanto lo ancorava alla gestione di questo mondo, alla preoccupazione della mondanità, all’impossibilità della trascendenza. L’arte con Fontana diventa tridimensionale: quel buco apre il retro della tela, l’oltre, il di qua e di là che si integrano in un unico spazio: Fontana supera la storia dell’arte prima di lui, con un gesto fisico, tanto d’impulso quanto di chirurgica precisione, operando, insomma, quella che a diritto, qui, si può chiamare “cesura”. Il suo è un gesto di ribellione iconoclasta, di rottura della sacralità dell’immagine e della tela, di passaggio dalla complessità alla semplicità, che, come sosteneva Brancusi, è già complessa di per sé.
- Il taglio di Fontana è il gesto che apre la luce al buio e il buio alla luce: ed in effetti dai suoi tagli sembra di vedere irradiarsi un buio luminoso che pervade l’atmosfera. Si crea un’unità, un ambiente di mutuo scambio di emozioni: c’è chi suggestivamente ha parlato dei Tagli come di una metafora visuale dell’Inconscio, di quel luogo crepuscolare dove alloggiano tutte le immagini e le emozioni della nostra vita. Sembra che quel singolo gesto, veloce, istintivo eppure meditato, prezioso, ricco di significati, celebrato in un secondo, spazzi via gli sforzi di chi calcola con certosina pazienza il modo di fare più cose in meno tempo, senza contare, però, l’umanità, l’arte, i pensieri, le cesure, i “no”, gli altri. Fontana, al contrario, apre al nuovo, alla comunicazione, al diverso, all’opposto, apre il colore all’oscurità. Fontana apre la tela a ciò che ha sempre rifuggito, al suo terrore: il buio, con il quale essa non è più niente.
- Il taglio di Fontana è poi una ferita, uno squarcio. La si può anche interpretare come metafora dell’amplesso e della penetrazione. In realtà, di quest’ultima teoria, l’unico aspetto interessante, al di là delle inutili e triviali provocazioni, è che Fontana ha lo scopo di ridare vita umana, far vivere quei monocromi assoluti che fanno da sfondo ai tagli.
- C’è l’idea di un movimento in avanti ed in indietro, in versi tra loro opposti: ogni taglio può svuotare tutto il mondo e creare un circolo di moto ininterrotto, di vita perenne, in un senso e nel senso opposto (Sinisgalli), come a dare evidenza plastica all’oscillare della vita attorno ad un movimento dentro/fuori, sì/no, eternamente in contraddizione con se stesso, eternamente in fallimento, ma eternamente in circolo, con la stessa forza che sprigiona dal buio quando si è abbagliati dalla luce e dalla luce quando si è travolti dal buio.
Marcel Duchamp
(Blainville-Crevon, 28 luglio 1887 – Neuilly-sur-Seine, 2 ottobre 1968) è stato un pittore, scultore e scacchista francese naturalizzato statunitense nel 1955. Considerato fra i più importanti e influenti artisti del XX secolo, nella sua lunga attività si occupò di pittura (attraversando le correnti del fauvismo e del cubismo), fu animatore del dadaismo e del surrealismo, e diede poi inizio all'arte concettuale, ideando il ready-made e l'assemblaggio.
Gli happening sono una forma d'arte contemporanea che nasce a opera di Allan Kaprow (18 Happenings in 6 Parts, New York, 1959) e si focalizza non tanto sull'oggetto ma sull'evento che si riesce ad organizzare: «L'"happening" è una forma di teatro in cui diversi elementi alogici, compresa l'azione scenica priva di matrice, sono montati deliberatamente insieme e organizzati in una struttura a compartimenti».
Legenda
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1917 Fontana, Marcel Duchamp: orinatoio. Stesso processo. Non è solo contemplazione estetica del mi piace o non mi piace, ma il processo mentale di prelevare un oggetto di produzione industriale, spostando l’attenzione sul processo, la percezione dell’oggetto che provoca qualcosa davanti ai nostri occhi. È il pugno nel cervello che questa azione provoca che ci fa pensare. Toglie dal contesto un oggetto industriale, un contesto come il nostro che oggi è banalizzato e stratificato. È un pittore: infatti l’ultima sua opera è un nudo che scende le scale. Rimanda ad un movimento delle prime avanguardie del futurismo (prime avanguardie storico artistiche con cui non c’è proprio una cesura).
L’arte non esiste se non c’è qualcuno che fa qualcosa o mette in mostra un’idea, un pensiero un concetto (infatti è arte concettuale) qualcosa che non dipende necessariamente dalla manualità. Agisce di più su di noi e sulla società qualcosa che non capiamo. L’arte contemporanea è ostica perché preclude un processo di conoscenza, di informazione, di acquisizione. Non si ferma ad un semplicistico giudizio kantiano estetico, di bello o brutto. Cum tempora= connessione col contemporaneo.
Arte contemporanea è tutto: se prendiamo vasi egizi, affreschi pompeiani e li mettiamo stampati su grandi teli cambia l’approccio perché la nostra sensibilità è cambiata perciò non la fruiremo e non la vivremo più come è stato per i greci o pompeiani. C’è sempre da considerare la relazione, il processo di cambiamento soprattutto della sensibilità del tempo. In questa presa di consapevolezza c’è una corsa ad annullare la barriera storico cronologico tra passato e contemporaneo.
Ve ne siete resi conto? Duchamp ha detto TUTTA L’ARTE È CONCETTUALE: perché sposta l’attenzione su quello che alcune cose che noi produciamo già fatte, con una funzione decontestualizzate ed esposte, non assume valore scultore ed estetico, forma pura, che si installa in uno spazio.
Secondo voi una ruota cosa vuole significare come rimando simbolico metaforico? L’arte è soggettiva ma la ruota è un simbolo, cos’è fuori dalla sua funzione, cosa vuol dire?
- Cerchio
- Perfezione (nel rinascimento)
- Movimento (produzione industriale)
È il primo simbolo del progresso e dell’evoluzione perché fa fare all’uomo “qualche passo in più”. La ruota mentre vai in bicicletta ad esempio, inserita nel contesto non ti fa interrogare su cosa significhi, non ha valore estetico. Messa così come Duchamp fa pensare. Questi simboli (come la ruota) valgono per tutte le culture, concetto universale.
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Emilio Vedova
Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, Renzo Piano. Ha come premessa opere in movimento. Ci sono dei bracci meccanici che performano lo spazio, ci sono delle grandi ruote. Performatizzazione dello spazio da sempre appartiene. Biennale delle arti visive da maggio a novembre 2017. Alzare un braccio in aula modifica la percezione dello spazio. La curatrice della biennale è la Christine Macel, direttrice del Centre Pompidou che museo problematico, ha compiuto 40 anni. 1976, Centre Pompidou Renzo Piano e Rogers.
Perché? Quale è la novità sul piano architettonico concettuale? Tabula Rasa. Non ha l’aspetto di edifici rinascimentali aulici.
- Estetizzati gli impianti: aspetto di fabbrica grande. Dentro c’è l’idea di fabbrica e di laboratorio, di qualcosa che include movimento sempre.
- Fuori ci sono degli oggetti pop, coloratissimi, in realtà sono cestini. Valore decorativo ma spiazzano con quei colori.
- Ma l’elemento portante di questo edificio che permette la smaterializzazione delle pareti, rivoluziona il modo di guardare interno ed esterno è il vetro. Diverso da tutti gli altri musei (Prado, Louvre, Palazzo Strozzi). Circolare, faticosa perché bisogna avere gli occhi del proprio tempo. Vetrato e si vede tutta la struttura brutta, si vedono le scale strutturante e decorativo insieme, la scala porta movimento, circolare. Le pareti vetrate permettono la comunicazione tra interno ed esterno ed è stato un modello. Fattori sconcertanti. L’arte è superficiale, si vede.
Nato a Venezia nel 1919 da una famiglia di artigiani-operai inizia a lavorare intensamente da autodidatta dagli anni trenta. Nel 1942 aderisce al movimento antinovecentista “Corrente”. Antifascista, partecipa tra il 1944 e il 1945 alla Resistenza e nel 1946, a Milano, è tra i firmatari del manifesto “Oltre Guernica”. Nello stesso anno a Venezia è tra i fondatori della “Nuova Secessione Italiana” poi “Fronte Nuovo delle Arti”. Nel 1948 partecipa alla sua prima Biennale di Venezia, manifestazione che lo vedrà spesso protagonista: nel 1952 gli viene dedicata una sala personale, nel 1960 riceve il Gran Premio per la pittura, nel 1997 riceve il prestigioso Leone d’Oro alla carriera. All’inizio degli anni cinquanta realizza i suoi celebri cicli di opere: Scontro di situazioni, Ciclo della Protesta, Cicli della Natura. Nel 1954, alla II Biennale di San Paolo, vince un premio che gli permetterà di trascorrere tre mesi in Brasile la cui estrema e difficile realtà lo colpirà profondamente. Nel 1961 realizza al Teatro La Fenice le scenografie e i costumi per Intolleranza ‘60 di Luigi Nono con il quale collaborerà anche nel 1984 al Prometeo. Dal 1961 lavora ai Plurimi, prima quelli veneziani poi quelli realizzati a Berlino tra il 1963 e il 1964 tra cui i sette dell’Absurdes Berliner Tagebuch ‘64 presenti alla Documenta di Kassel nel 1964 dove ha esposto anche in numerose altre edizioni. Dal 1965 al 1967 lavora allo Spazio/Plurimo/Luce per l’EXPO di Montreal. Svolge un'intensa attività didattica nelle Università americane e poi alla Sommerakademie di Salisburgo e all’Accademia di Venezia. La sua carriera artistica è caratterizzata da una costante volontà di ricerca e forza innovatrice. Negli anni settanta realizza i Plurimi/Binari dei cicli Lacerazione e i Carnevali e negli anni ottanta i grandi cicli di “teleri” fino ai Dischi, Tondi, Oltre e ...in continuum. Tra le ultime mostre personali di rilievo, la grande antologica al Castello di Rivoli nel 1998 e, dopo la sua scomparsa nel 2006, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e alla Berlinische Galerie di Berlino.
La Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, istituita da Emilio e dalla moglie Annabianca, con sede in Venezia alle Zattere, Dorsoduro 42, ha come scopo essenziale la valorizzazione dell’arte e del lavoro del maestro e lo studio della sua figura nella vicenda artistica del XX secolo, attraverso una serie di iniziative culturali quali, ad esempio, studi, ricerche, analisi, esposizioni, percorsi e spazi di didattica, convegni, borse di studio, premi.
Il progetto al Magazzino del Sale è stato commissionato dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova all’architetto Renzo Piano al quale Vedova era legato da lunga e profonda amicizia. La Fondazione ha seguito le indicazioni del maestro veneziano che, ancora in vita, aveva potuto condividere la straordinaria idea dell’amico Piano con grande entusiasmo e partecipazione. Lo spazio del Magazzino è stato rispettato senza nessun intervento sulle originarie pareti in mattoni né sulle capriate che sostengono la copertura. Sul pavimento in masegni di pietra è stato appoggiato un impalcato in doghe di larice spazzolato, leggermente inclinato, che accentua la percezione prospettica del Magazzino. Al centro delle capriate e per quasi tutta la lunghezza dell’edificio è fissato un binario lungo il quale si muovono dieci navette robotizzate. Comandate elettronicamente, dotate di bracci mobili ed estensibili e di un argano che ne permette differenti altezze, prelevano le opere dall’archivio, le portano nello spazio espositivo e le posizionano nel punto previsto. Una macchina realizzata dalla Metalsistem di Rovereto, incaricata dallo studio RPBW - Renzo Piano Building Workshop.
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Negli anni 70, di moda c’è l’arte concettuale: pittura e scultura (sostituita da installazione ambientale) sono considerati out, si è contro l’arte che produce oggetti di mercato: ora c’è sperimentazione di performance e happening. L’arte è fuori: il luogo prediletto sono luoghi urbani. Fine degli anni 60: tutta l’arte è stata rivoluzionaria se rompe con la tradizione del passato.
Il linguaggio
Di cosa parliamo? Cosa facciamo noi oggi? Abbiamo avviato il processo di conoscenza, comunicazione e relazione.
Nei primi anni 40. Il 900 è all’insegna delle catastrofi, distruzione, fallimento. Ha come input la catastrofe. Torniamo indietro per capire le avanguardie. La prima strage non riconosciuto oggi che crea un modello a Hitler, strage degli armeni, 1915.
2017, è un centenario 1917 orinatoio di Duchamp 1917 movimento rivoluzionario per eccellenza del dadaismo (Duchamp padre del dadaismo). Tommaso Filippo Marinetti. Fondatore del manifesto del futurismo letterario, pubblicato a Milano nel 1909 su Le Figaro, è un poeta e scrittore. Si presenta come un testo letterario, ma è testimonianza dell’importanza della comunicazione. Ne fanno tanti di manifesti. Cosa sceglie per dichiarare un manifesto di un movimento che non esiste: poetica, la decidevano gli artisti stessi non i critici o i contemporanei o le recensioni sui giornali. L’arte contemporanea, tutta l’arte contemporanea, deve almeno aspirare a fare il nuovo, sperimentare il nuovo e rompere con la tradizione, l’unione fa la forza. In francese perché era la lingua più diffusa. Manifesto della pittura futurista, 1910.
Il museo del ‘900, che chiude futurismo e arte povera due movimenti interdisciplinari e internazionali. Milano Mondo Fontana, 1959. L’arte contemporanea è random: si combina qualcos'altro, ti richiama, si rielabora. Il 900 almeno fino al ’45 e dopo con la guerra fredda, produce stragi. 1917 Rivoluzione d’ottobre, avanguardie russe. Tabula Rasa. Malevich: nome rivoluzionario che ha fatto tabula rasa. Centra il cubismo. Suprematismo e poi costruttivismo. 1915-18 è la prima guerra mondiale. Gli artisti non vivono fuori dal mondo, si rendono conto che c’è qualcosa che cambierà. Azioni di riflessioni e dichiaratamente brutte e provocatorie sono indotte dall’idea di fallimento della civiltà umana. Quale bellezza? Che senso ha? I dada viene da questo, c’è un passato che porta a questo. Sono tutti dichiaratamente contro la guerra, fanno delle azioni forti, spostano tutto sull’ironia. È l’ironia, non tanto la bellezza, che salverà un mondo. Ironia e provocazione fanno pensare. In questo periodo fino al 45 chiudendo, ma non è chiusa, con lo sgancio di una bomba atomica. I primi oggetti prodotti in modo seriale sono le armi: riproducibilità. Ci fa riflettere sulla produzione. Quell’aura dell’unicità non ha più senso, viene a mancare. Bisogna spostare la nostra attenzione su altro.
Il periodo cronologico che affrontiamo è dal 45 fino agli anni 90, 90 perché tutti gli autori in scena oggi hanno 70-80 anni che hanno fatto negli anni ’60-70 queste rivoluzioni. Es. Pistoletto, Cambridge (multimedialità introdotta già dai futuristi). Es. Anni 60-70 non è più la pittura, ma fotografia, video, performance, media. Si parlava sulla parola avanguardia: coniata da Marinetti. Avanguardia in una prima guerra mondiale, d...
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