Diogene Laerzio e la dossografia
Il vero problema per chi si occupa del mondo antico è quello della reperibilità delle fonti. Come si fa a recuperare i testi persi?
Metodi di recupero dei testi antichi
1) Attraverso le citazioni utilizzate da altri autori.
2) Parlando invece della dossografia vera e propria, la questione è più complessa perché si ha a che fare con un reportage antico, ovvero strutturato a mo' di elenco di opinioni già cristallizzate. Questi resoconti, o liste di opinioni, vengono chiamati dossografie. Si tratta di opere o di sezioni di opere che hanno per oggetto le dottrine e le massime degli studiosi del passato.
Mansfeld chiama questo oggetto in tre modi: doxa, aresconta, dogmata. Le aresconta sono quelle cose che dilettano, piacciono ed interessano un filosofo. Per doxai e dogmata, Mansfeld assume il significato di opinioni, tuttavia le doxai sono delle opinioni espresse su di un argomento senza la pretesa che abbiano una certa stabilità, le dogmata sono invece delle dottrine, ovvero delle soluzioni filosofiche cristallizzate non soggette a revisione. Nell'ambito delle scuole filosofiche infatti era richiesta una condivisione di dogmata. Nei placita o aresconta, potevano rientrare anche degli aneddoti o elementi del bios.
Origine e sviluppo della dossografia
La dossografia nasce con Diels, il primo che raccolse il materiale filosofico legato alla fisica antica, ovvero allo studio della natura. Nei dossografi, Diels colloca soltanto le opinioni di carattere fisico/naturalistico. Mansfeld imputa a Diels un errore fondamentale, poiché Diels partì da Teofrasto e dalla sua raccolta, dando per scontato che la data di inizio della dossografia antica coincidesse con la raccolta delle opinioni fisiche ad opera di Teofrasto, ignorando così Aristotele, Platone ed Ippia.
Quando possiamo parlare di dossografia? È importante citare Alio Didimo che compilò una raccolta di fonti sulle scuole. Tuttavia fu Cicerone a fornire la prima dossografia accreditata, ovvero nel I sec A.C. Egli fornì un resoconto sulle scuole ellenistiche. La sua produzione è condensata nei pochi anni in cui si ritirò a vita privata nella sua villa. Egli provò a traghettare il pensiero greco all'interno del pensiero latino. Il suo atteggiamento spesso parte proprio dalla resa dei conti con il passato ovvero non può non appoggiarsi ai greci per quello che riguardava le questioni più importanti. Il suo approccio più che dossografico è dialettico nei confronti del passato. In un senso più ampio cronologicamente risulta essere il primo ad occuparsi di dossografia.
A lui contemporaneo è Filodemo, colui che portò l'epicureismo da Atene a Roma nel circolo della villa dei Pisoni. Un'intera ala della villa dei Pisoni fu fondato un vero e proprio giardino epicureo. Filodemo scrisse tre testi fondamentali, un Achademicorum index, ed uno stoicorum index. Queste sono due opere che ripercorrono la storia dell'Accademia e della Stoà, a partire dai loro maestri.
Successivamente, sempre in ordine cronologico, troviamo Plutarco (50/140 D.C). Plutarco riempì la propria biblioteca con testi riguardanti la storia e l'unità dell'accademia platonica e compose una serie di opere contro gli epicurei e gli stoici. Anche Plutarco è annoverato tra le fonti dossografiche pur avendo una propria fisionomia precisa. Egli tuttavia non risulta essere molto attendibile in quanto era solito ritagliare frasi decontestualizzandole.
Pseudo Plutarco invece fu trasmesso come Plutarco ma non era affatto Plutarco, scrisse dei Placita, un'opera intera dedicata agli aresconta dei filosofi antichi, organizzate in modo sistematico e contenutistico. Questo testo è prettamente dossografico poiché rientra esattamente nei parametri previsti. Tuttavia manca totalmente la parte argomentativa nella trattazione dei filosofi greci che vengono restituiti solo con frasi molto brevi ed essenziali.
A Pseudo Galeno viene attribuita una storia dei filosofi risalente probabilmente al V sec D.C. Si tratterebbe di un riassunto dei Placita Pseudoplutarchei, tuttavia per alcune parti integra i placita. Teodoreto di Ciro scrisse una Cura delle malattie dei greci prendendo materiale da Aezio e da altri autori. Ippolito scrisse un libro contro gli eretici. Clemente Alessandrino nel II e nel III sec A.C scrisse gli Stromata, durante la trattazione cita filosofi e poeti per farne un tappeto culturale da presentare al mondo cristiano. La sua modalità di selezione non è quindi neutra, ma è comunque un testimone ricco, soprattutto di testi.
Diogene Laerzio
Diogene Laerzio è stato datato tra il I ed il III sec D.C. Chi era? Non si sa quasi nulla di lui. Egli però è così importante poiché scrisse 10 libri contenenti aneddoti riferiti ai filosofi più illustri. È l'unico autore di nostra conoscenza, a noi pervenuto, dove noi troviamo intrecciate le tre prospettive di approccio al passato: biografica, diadochistica, dossografica. Egli fornì di ogni filosofo sia la collocazione scolastica sia gli aresconta sia le doxai. Con i suoi testi coprì 9 secoli di storia della filosofia.
Lo stesso Mansfeld è costretto a riconoscere che nel 7 libro è condensata la quantità più ingente di dogmata concernenti lo stoicismo. Gli studiosi sono incerti nell'attribuire a Diogene, l'appellativo di autore e quindi l'auctoritas. L'altro protagonista è Stobeo del V sec D.C che scrisse le Ecclogai. L'arco temporale va quindi dal I sec A.C al V sec D.C. Questo perché secondo Diels, nel I sec A.C qualcuno avrebbe costruito i Vetusta Placita lavorando a partire dal materiale di Teofrasto. Questi Vetusta Placita sarebbero poi andati a confluire in Aezio e poi da lui ad altri.
Nell'800, trovando più codici di uno stesso autore con una scansione cronologica diversa, per conoscere quale sia il testo giusto, li si confronta per verificare se ci siano gli stessi errori, se ci siano delle differenze e così via. Ci sarebbero quindi delle famiglie imparentate di manoscritti, all'interno omogenee, ma tra di loro diverse. Il filologo dovrebbe poi decidere quale sia il testo più attendibile, dovrebbe quindi risalire al testo originario creandolo lui stesso (metodo del Lachman). Il filologo editerà quindi l'archetipo da lui creato in base al confronto di tutti i manoscritti e secondo le sue personali opinioni riguardo a come dovesse apparire il manoscritto originario.
Secondo Diels i Vetusta Placita sarebbero questo archetipo dossografico originario da lui inventato. La trasmissione culturale è sia materiale sia ideologica. L'ipotesi di Diels ruota intorno al fatto che tutto sia partito da Teofrasto dal I sec D.C in poi. Diels ricostruì le varie tappe per poi comporre l'archetipo della dossografia, ovvero i Vetusta Placita. Ma questa tesi è molto criticabile, perché non ha tenuto conto di tante opere come ad esempio quelle di Seneca che invece costituiscono un importante patrimonio dossografico.
Il primo problema riguarda quindi la raccolta dei dati, ma inoltre questa ricerca delle fonti (kwellenforshung) presenta delle lacune e delle mancanze enormi, facendo risalire tra l'altro la nascita di questa produzione da Teofrasto, bypassando Aristotele e Platone. Facendo cadere questa tesi però cadrebbe anche l'archetipo dei Vetusta Placita, la tradizione infatti può essere contaminata incontrollatamente, tutti i dati non possono essere perciò rimandati al vertice di un'unica piramide. La ricerca delle fonti non deve sposare quindi un metodo verticale o verticistico, bensì una metodologia orizzontale.
Mansfeld mette quindi in discussione l'ipotesi di Diels. Diels aveva dimenticato che spesso questi resoconti antichi non erano neutri, ma dialettici. Inoltre aveva mancato di classificare queste fonti secondo una tipologia controllabile. Aveva considerato soltanto le opinioni fisiche trascurando tutte le altre, ovvero etiche e logiche. Se avesse letto i Topici di Aristotele si sarebbe accorto che non si sarebbe dovuto limitare alla fisica. Lo stesso mestiere che è stato fatto per la dossografia di fisica, è stato fatto anche per la dossografia concernente l'etica.
Critiche e rivalutazioni
Dipendiamo da Aristotele e Teofrasto poiché utilizzarono il passato a vantaggio della loro soluzione filosofica, il telos era quindi la produzione di una nuova filosofia. Tuttavia nelle modalità di approccio al passato non c'è solo questa, ma ce n'è anche uno scettico che procede al fine di mettere in risalto le diafonie che conducono alla sospensione del giudizio. Diels ignora ad esempio questo tipo di comportamento rispetto al passato, ovvero quello diafonico.
Mansfeld esplicitamente enuncia due eccezioni che non rientrerebbero in nessuna etichetta: Cicerone e Diogene Laerzio. Essi non possono essere confinati in una stretta categorizzazione. Perché Diogene Laerzio sarebbe un caso a sé? Perché presenta differenti piani del passato, in particolare inserisce anche le opere sulle scuole, fondamentali per un quadro completo. Leggere Diogene Laerzio significa confrontarsi quindi con una fonte estremamente ricca.
È fondamentale capire cosa accadde quando fu introdotta un'associazione di filosofi facente capo alle scuole (323). Si può considerare filosofo qualcuno non appartenente ad una scuola? A partire da quella data la domanda è pienamente legittima, inoltre è legata all'identità professionale stessa del filosofo. Solo l'appartenenza ad una scuola infatti garantiva una conferma del proprio ruolo professionale. Le scuole filosofiche in età ellenistica erano almeno sei: L'accademia, il Liceo o Peripato, Epicureismo, Stoicismo, Cinismo (movimento), Scetticismo (movimento).
Quando si parla di aeresis? Una aeresis era un luogo in cui una serie di filosofi condividevano dei dogmata ovvero spiegazioni che non potevano essere modificate. Ciò presupponeva l'adesione a questi dogmata. All'interno dell'accademia i dogma vengono sposati fino ad Arcesilao. Con Arcesilao i dogma perdono la loro funzione. Alla morte di Platone l'eredità dell'accademia passa a Speusippo, suo nipote ed ateniese a pieno diritto, mentre Senocrate ed Aristotele non erano cittadini ateniesi. Morto Speusippo gli successe Senocrate, come mai?
Vilamoviz sostenne nell'800 che le scuole filosofiche erano assimilabili a delle associazioni religiose e che di conseguenza potevano essere amministrate anche da cittadini ateniesi in quanto non vi erano beni istituzionali o statali. Questa tesi resse per un secolo. Linch invece la sconfessò, affermando che l'accademia fosse una fondazione privata in ambito di diritto pubblico, tuttavia in quanto sostanzialmente privata poteva essere tranquillamente di proprietà di un meteco (Proprietà privata in un quadro pubblico).
Maffi nel 2008 ha sostenuto che le scuole filosofiche antiche e l'accademia erano solo delle comunità informali di colleghi, il cui scopo era quello del filosofare insieme, senza regole o restrizioni. L'idea di Maffi rende debole la struttura amministrativa della scuola, tuttavia si scontra con un'obiezione molto forte ovvero il fatto che i maestri facessero testamento. Il testamento era regolato giuridicamente. Il successore si sarebbe dovuto inserire quindi anche in un quadro giuridico. L'unica cosa certa era che le scuole avessero una gerarchia al cui vertice si trovava lo scolarca, in grado di fornire le direttive teoriche e dottrinali da trasmettere ai suoi discepoli.
La trasmissione del sapere era quindi verticale. Normalmente lo scolarca era scelto per la sua autorità, ma spesso avvenivano delle vere e proprie votazioni. In alcuni casi vi erano due scolarchi (diarchie). Come si mantenevano le scuole? La maggior parte erano delle scuole selettive a monte, ovvero non erano aperte a tutti. L'unica scuola davvero aperta a tutti era il Kepos (giardino) di Epicuro. Il Kepos era accessibile indipendentemente dall'appartenenza ad una particolare classe sociale o di censo. I membri ricchi ovviamente avrebbero dovuto inviare denaro per tutti, a seconda delle disponibilità ognuno versava la propria quota.
L'intento delle scuole era paideutico ossia educativo, il tipo di educazione si diversificava a seconda della scuola. L'idea principale era quella che la filosofia non si potesse fare da sola, il filosofo solitario non era concepibile come figura, a maggior ragione con la presenza di una scuola. In mancanza di una scuola era forse legittimato il filosofare da soli. Le scuole potevano attraversare però anche fasi critiche come ad esempio le secessioni, in quel caso la scuola non solo rischiava di spaccarsi e dividersi ma addirittura di chiudere, venendo a cadere per l'appunto la relazione amicale.
Il commento di Gigante a Diogene Laerzio
Gigante provò a rivalutare la figura di Diogene. Il punto di partenza per Gigante fu Benedetto Croce (storicismo). Benedetto Croce diede una nuova impronta storiografica, risvegliando la passione per l'aneddoto e per il dettaglio. Gigante, prendendo spunto dall'approccio di Croce, cercò di sottolineare l'importanza della trattazione di Diogene. Tuttavia lo stesso Croce non era molto propenso a considerare attendibile la testimonianza di Diogene in quanto nelle Vite egli aveva proceduto secondo una storia delle successioni. Di conseguenza non reputava che quello fosse il modo corretto di procedere nella ricostruzione del passato.
Hegel riteneva che il testo di Diogene Laerzio non fosse altro che una galleria di opinioni superflue e noiose, una vera e propria filastrocca. All'interno degli scritti di Diogene Laerzio troviamo sicuramente delle doxai, opinioni. È effettivamente vero che le opinioni siano superflue? Senza Diogene Laerzio ci mancherebbero pezzi interi del passato filosofico. Tuttavia, secondo la nozione di storia della filosofia Hegeliana, il modo di filosofare di Diogene non si potrebbe reggere in piedi.
Nonostante Croce sia Hegeliano, dovette ammettere una cosa, ossia che i filosofi del passato fossero innanzi tutto uomini, pieni di interessi e passioni. Per Croce quindi i filosofi antichi erano prima di ogni cosa uomini, quindi per raccontarli era necessario dare spazio anche al bios, a quegli interessi e a quelle passioni. Non ci si poteva quindi accontentare di una anatomizzazione o sterilizzazione, considerando solamente ciò che concerneva il pensiero.
Secondo Gigante quindi bisognava rivolgere lo sguardo anche all'aneddotica. Per Croce l'aneddotica "si nutriva del bisogno di tenere viva ed accrescere l'esperienza delle più varie manifestazioni dell'anima umana" quindi si dava voce direttamente all'anima umana, il passato diventa interessante anche per la ricchezza e l'esame dell'intero bios. Gigante quindi apprezzò il fatto che Diogene si fosse occupato della biografia.
Croce scrisse che la biografia intesa come storia, non si differenziasse dall'idea generale della restante storiografia, infatti entrambe condividevano lo stesso problema, ovvero determinare e qualificare ciò che è stato creato nel mondo spirituale e che è sia opera individuale, sia superiore alle persone stesse. Entrambi quindi ricercavano la novità nel passato? Oltre all'individuale Diogene Laerzio fu capace di percepire l'universale? Egli fu in grado di cogliere il ritmo della filosofia nell'individuo ed oltre l'individuo? Il suo scritto può essere definito una vera storiografia?
Il vero obiettivo di Gigante è quello di qualificare l'opera di Diogene Laerzio attribuendogli l'appellativo di cronista e storico dei filosofi antichi e non della filosofia antica. Diogene Laerzio ha assunto così sia il ruolo dello storico sia quello del cronista. In Diogene non è possibile rintracciare alcuna simpatia particolare per una certa scuola filosofica, non gli si può attribuire una casacca filosofica tipica di una scuola d'appartenenza.
A proposito di Diogene bisogna parlare quindi di una bio/dossografia che possiede certe caratteristiche:
- Coglie il nuovo del passato
- Ci aiuta ad individuare la creatività e la discontinuità del passato
- Fornisce un ritratto dell'uomo che è sia personale ma anche universale e tipizzabile (forma di vita)
- Capacità di analizzare la peculiarità di un filosofo ma anche la sua tipicità
Gigante isola cinque macrocaratteristiche:
- Emerge l'interazione tra biografia e dossografia (l'elenco delle doxai è quindi già filosofia)
- La funzione del bios è sicuramente informativa, ma anche formativa, in nessun caso è eulogetica o panegirica, non è finalizzata a lodare un particolare filosofo. Le biografie sono frutto delle molte letture e dell'erudizione di Diogene. Aveva la possibilità di dare informazioni per formare, ovvero perché se ne traesse una morale, un valore paideutico.
- Si intravede uno statuto del bios filosofico come un genere letterario. Ciò sta a significare che non è un'opera improvvisata ma risponde ad uno schema, ad un modello dotato di regole e norme interne. Confine invalicabile come garanzia di riconoscibilità.
- Si può evidenziare la cooperazione tra notizia e pensiero, aneddoto (accidente) e interiorità di pensiero.
- Il bios laerziano è concepito come profilo sufficiente, e nei casi migliori globale senza essere completo, del filosofo. Non è quindi possibile attribuirgli la completezza assoluta.
Proemio
Il fatto che ci sia questa non uniformità, questo carattere disomogeneo dei bios, ha fatto pensare che quest'opera fosse incompiuta. Di conseguenza non si potrebbe pretenderne la perfezione formale. Altri invece ne hanno sostenuto la completezza, considerando l'incoerenza interna come un risultato dell'aver lavorato con delle schede legate tra loro non sempre organicamente. L'ipotesi più attendibile è che...
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