Estratto del documento

Storia del pensiero politico contemporaneo

Prof. C. Palazzolo

Prima parte del corso: le origini del pensiero liberale

1. Introduzione – Definire la rappresentanza

Il corso si concentrerà sull’analisi in prospettiva storica della fine della democrazia liberale, che Francis Fukuyama nel 1992 aveva visto come la vincitrice di un vero e proprio scontro di civiltà conclusosi con la dissoluzione del blocco sovietico. Oggi questa previsione di Fukuyama sembra però essere contraddetta dalle vicende contemporanee: lo stato di salute delle democrazie liberali non appare infatti particolarmente florido, ma anzi queste hanno registrato negli ultimi anni numerosi attacchi che le hanno fatte regredire in molti territori e le hanno messe in discussione anche nei paesi di più ampia tradizione liberale.

Oggi si parla quindi di crisi del principio di rappresentanza, su cui le democrazie liberali si sono fondate e che si trova oggi ad essere attaccato dai movimenti c.d. populisti. La rappresentanza ha costituito la cerniera fra le istituzioni e i cittadini per le democrazie liberali e per questo è opportuno iniziare da una definizione di questo principio centrale.

Una prima definizione dizionaristica che possiamo dare del termine è “essere al posto di qualcuno per qualcosa”, ma anche “evocare simbolicamente qualcuno o qualcosa” e ancora altre. Tutte queste definizioni sono però utili per tracciare un quadro generale della rappresentanza, che emerge anzitutto come dimensione specifica della volontà e dell’azione, in quanto si tratta di un volere o di un agire negli interessi di un altro secondo determinate procedure o regole di comportamento, che vincolano il rappresentante per conto del rappresentato.

Andando ancora oltre un secondo significato vede la rappresentanza come rispecchiamento, vale a dire come capacità di rispecchiare e riprodurre caratteristiche e proprietà altrui. Si tratta insomma della capacità del soggetto rappresentante di riprodurre caratteristiche e proprietà del soggetto rappresentato.

Questa duplicità di significato va tenuta presente quando il problema di rappresentanza politica è analizzato dal punto di vista della sua funzione di cerniera fra società e Stato. Il principio della rappresentanza rinvia infatti ad un tipo di rapporto fra questi due elementi che si fonda su un tipo di distinzione reciproca fra loro, diverso da altri modi proposti in altri paradigmi politici, essenzialmente la separazione da un lato e l’identità dall’altro.

Un rapporto Stato-società fondato su un principio di separazione significa che lo Stato non è correlato responsabilmente alla società, ma viene concepito come una semplice unità di comando che si impone dall’esterno alla società senza altre forme di mediazione che non siano la forza implicita nella capacità di comando. L’altro estremo, quello dell’identità Stato-società, vede nella sua prospettiva un intreccio di questi due elementi fino alla sovrapposizione piena fra funzioni sociali e funzioni politiche.

In entrambe queste prospettive quindi non c’è spazio per il riferimento alla rappresentanza. La tesi della separazione si materializza infatti nell’idea dello Stato totalitario o assoluto, che per definizione esclude qualunque forma di controllo sociale della politica e di partecipazione dei governati. Spazio per la rappresentanza non c’è nemmeno però nell’altra tesi, dove i confini degli elementi finiscono per corrispondere l’uno nell’altro senza più alcuna forma di autonomia dello Stato dalla società e della società dallo Stato e quindi con una rappresentanza solo apparente o limitata a un livello embrionale, come avviene nella democrazia diretta.

Se quanto appena detto è vero possiamo sostenere che la rappresentanza appartiene allo statuto essenziale del liberalismo, che rappresenta il rapporto fra Stato e società in una prospettiva di distinzione. Da un lato lo Stato è chiamato a disciplinare la società nell’ottica dell’instaurazione di un ordine che permetta l’esercizio delle libertà, dall’altro tuttavia ci sono spazi relazionali che sfuggono alla sfera dello Stato appartenendo invece alla sfera dell’autonomia privata. Se volessimo rappresentare questa situazione graficamente l’area dello Stato sarebbe minore a quella della società, creando quindi lo spazio per la rappresentanza.

Per comprendere davvero appieno questi principi più che dai classici del pensiero liberale, come Locke e Montesquieu, che partono da una logica strettamente oppositiva al pensiero assolutista monarchico, è forse più utile iniziare con pensatori successivi, come Benjamin Constant, che scrivendo agli inizi dell’Ottocento ha ben chiaro come lo statuto rappresentativo del liberalismo debba essere difeso non solo dall’assolutismo ma anche da altre forme di radicalismo democratico, diffusesi in seguito al pensiero di Rousseau e all’esperienza rivoluzionaria giacobina.

1.1 "La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni" di Constant

L’opera più rappresentativa in questo senso di Constant è il pamphlet La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, che parte dal chiedersi quale significato abbia il termine libertà per i suoi contemporanei in rapporto a quello che le davano le popolazioni e i classici antichi.

La risposta di Constant a questa domanda è che la libertà è, per ognuno di loro, il diritto di non essere sottoposto che alle leggi, di non poter essere né arrestato, né tenuto in carcere, né condannato a morte, né maltrattato in alcun altro modo, causa della volontà arbitraria di uno o più individui. È per ognuno il diritto di esprimere la propria opinione, di scegliere il proprio lavoro e di esercitarlo; di disporre della sua proprietà e perfino di abusarne, di andare e di venire senza chiedere permessi, e senza rendere conto delle sue intenzioni e dei suoi passi. È, per ognuno, il diritto di unirsi con altri individui, sia per ragione dei propri interessi, sia per professare il culto che egli e i suoi associati preferiscono, sia semplicemente per occupare il proprio tempo nel modo più conforme alle proprie inclinazioni e fantasie. E infine è il diritto, per ognuno, di esercitare la propria influenza sull’amministrazione del governo, sia concorrendo alla nomina di tutti o di alcuni dei funzionari, sia con rimostranze, petizioni, domande, che l’autorità è in qualche modo obbligata a prendere in considerazione. (Constant, 1819)

La definizione di Constant si riferisce quindi essenzialmente al complesso delle libertà negative e anche la stessa rivendicazione della libertà di partecipazione politica è chiamata in causa solo a garanzia delle libertà negative e solo tramite un meccanismo di tipo strettamente rappresentativo, che caratterizza la libertà dei moderni e la differenzia dall’orizzonte di valori di quella degli antichi, che mitigavano le rivendicazioni della libertà individuale favorendo invece l’esercizio diretto delle funzioni politiche.

In questo senso la libertà degli antichi si identifica non con la volontà di ottenere libertà dallo Stato, ma con l’autodeterminazione e con la sentita necessità di essere ognuno in prima persona legislatore e identificato all’interno dello Stato. Secondo Constant questo tipo di libertà era perfettamente compatibile con uno schema, quello antico, in cui il complesso delle libertà negative scompariva all’interno dell’entità statuale.

La conclusione di Constant è che la libertà degli antichi vede il cittadino pienamente libero sul piano politico, ma schiavo nella sua vita privata, viceversa la libertà dei moderni corrisponde ad una sovranità limitata (dalla rappresentanza appunto), che garantisce tuttavia il pieno esercizio dell’autonomia nella sfera privata. Constant non traccia qui giudizi di valore, ma individua piuttosto le condizioni storico-culturali che hanno favorito l’affermarsi di due diversi concetti di libertà, a cui si annette la critica a chi si propone di realizzare un ordine di libertà diverso da quello che permettono le condizioni storiche.

Ad esempio, a differenziare notevolmente le due situazioni storiche è l’estensione delle entità statuali, che vede da un lato la polis antica e dall’altro lo Stato moderno, ma anche il fatto che l’attività prevalente dei moderni è il commercio, che rappresenta per Constant un’alternativa alla guerra, caratteristica della società degli antichi. Guerra e commercio rappresentano per Constant un perseguimento dello stesso obiettivo, ma vengono differenziati dall’elemento scatenante, che da un lato è l’impulso e dall’altro è il calcolo.

C’è da considerare inoltre che più il numero dei partecipanti ad uno Stato cresce più è bassa l’influenza che il singolo può avere sulla decisione finale, un problema che si ripropone però, anche se in misura minore, in qualsiasi elezione di tipo democratico. Infine, v’è da tenere in conto che le società basate sulla deliberazione diretta potevano contare sulla pratica della schiavitù per la produzione della ricchezza, che, una volta abolita, non ha più concesso l’uso del tempo per la partecipazione costante e attiva alla cosa pubblica. Questo si lega al fatto conseguente che il commercio, a differenza della guerra, non permette intervalli nell’attività che viene perseguita individualmente senza interruzioni e quindi senza possibilità di dedicarsi alla piena deliberazione.

Da questa ultima considerazione parte la critica di Constant nei confronti della democrazia e in particolare dei filosofi democratici a lui contemporanei, come l’abate Mably e soprattutto Rousseau, che sarebbero colpevoli di voler resuscitare la concezione antica della libertà in assenza delle condizioni necessarie per la sua realizzazione. Questi sarebbero responsabili soprattutto del fatto di aver formato una classe politica, quella giacobina della fase del Terrore, che ha dimostrato quanto la pretesa di libertà positiva e di una piena democrazia fosse illusoria, ricreando un regime comunque oppressivo.

Per Constant tuttavia può ancora sopravvivere un certo tipo di libertà positiva, anche se nell’ottica di mezzo e non di fine e volta quindi allo scopo di una libertà politica, che funzioni da controllo e garanzia delle libertà negative della società contemporanea. Proprio per tale ragione questa libertà non può essere quella di Rousseau, ma deve piuttosto seguire i canoni della rappresentanza, il nuovo termine entro il quale deve inserirsi il rapporto fra la libertà positiva, ridefinita in questa sua funzione strumentale, e la libertà negativa.

La libertà individuale, lo ripeto, ecco la vera libertà moderna. La libertà politica ne è la garanzia; la libertà politica è perciò indispensabile. Ma chiedere ai popoli di oggi di sacrificare come facevano quelli di una volta la totalità della libertà individuale alla libertà politica è il mezzo più sicuro per staccarli dalla prima, per poi, raggiunto questo risultato, privarli anche dell’altra. (Constant, 1819)

È centrale in questa riflessione di Constant il tema, già caro a Montesquieu, dell’abuso di potere e dei modi per evitarlo, che risiedono appunto nella cornice della libertà politica. Il problema dell’abuso di potere è visto da Constant infatti nell’ottica della possibilità che, un potere privo di controlli, possa andare a influire negativamente sul fine dello Stato, vale a dire il nucleo fondamentale della libertà individuale, tipica dei moderni.

La libertà politica non può tuttavia essere più messa in campo attraverso una partecipazione diretta di ogni cittadino, ma può essere recuperata sotto la forma della rappresentanza, che permette un controllo della forma e dei provvedimenti di un governo nel nuovo contesto degli Stati moderni.

Il sistema rappresentativo non è altro che una organizzazione mediante la quale una nazione scarica su alcuni individui ciò che non può o non vuol fare da sé. [...] Il sistema rappresentativo è una procura data a un certo numero di uomini dalla massa del popolo che vuole che i suoi interessi siano difesi e che però non ha il tempo di difenderli sempre da sé. (Constant, 1819)

Resta della libertà politica quindi la possibilità di verificare periodicamente (in concomitanza delle elezioni) il modo in cui i propri rappresentanti hanno svolto la funzione loro delegata e di rinnovare o negare il loro mandato sulla base di questa valutazione.

2. Locke, padre del liberalismo moderno

In quanto esposto da Constant ci troviamo quindi di fronte all’idea di un rapporto fiduciario fra la società civile e lo Stato, sul quale già Locke, come padre della dottrina liberale, aveva costruito nel Secondo Trattato sul Governo (1690) la sua teoria contrattualistica del potere civile in polemica tanto contro il modello del Leviatano di Hobbes quanto contro il paternalismo proposto da Robert Filmer ne Il Patriarca.

2.1 Locke il giusnaturalismo moderno

Nel giusnaturalismo classico al di sopra del diritto positivo sta come presupposto il diritto naturale, che incarna contenuti di verità e giustizia superiori al punto che, secondo questa visione, il diritto positivo è valido solo laddove si uniformi, o comunque non confligga, con il diritto naturale. Il giusnaturalismo viene rivisto in chiave più moderna da Locke, ma era una corrente già presente fin dal mondo classico, come si evince ad esempio dalla tragedia di Sofocle, Antigone. Questa corrente sopravvive nel Medioevo intrecciata con la tradizione filosofica cristiana, dove il diritto naturale viene sovrapposto a quello divino, fino ad arrivare ai tempi moderni, dove il principio di razionalità viene incarnato molto più facilmente nel diritto naturale piuttosto che in quello positivo.

Il giusnaturalismo moderno si caratterizza quindi per tre elementi fondamentali, che ritroviamo nell’elaborazione politica di John Locke:

  • Lex naturalis, un tema già presente nella versione classica di questo pensiero;
  • L’idea dello stato di natura;
  • L’idea del contratto come modalità specifica attraverso cui si compie il passaggio dallo stato di natura allo stato di società.

Proprio questi ultimi due sono le caratteristiche fondanti del giusnaturalismo moderno.

2.2 Lo stato di natura

Lo stato di natura, centrale non solo in Locke ma anche in molti altri pensatori del tempo (Hobbes, Grozio, poi anche Rousseau), potrebbe essere definito come uno “stato antecedente allo Stato”. Ci troviamo infatti in una situazione in cui gli esseri umani convivono nell’assenza di un ordinamento statale, che possegga il monopolio della forza, e quindi in assenza di diritto positivo. Quello che caratterizza il giusnaturalismo moderno è il fatto che questo riferimento allo stato di natura acquista una consistenza effettiva, come se esso riflettesse una condizione storica attraverso cui l’umanità è passata e non una semplice idea della ragione.

Questa idea si crea soprattutto sulla spinta delle grandi scoperte geografiche del Cinquecento e della prima metà del Seicento, che avevano prodotto un forte impatto sulla coscienza europea mostrando l’esistenza di popolazioni vissute con tipologie di rapporti sociali molto diverse da quelle impostesi nello spazio europeo. Così numerosi pensatori potevano vedere in quelle strutture una sorta di non-potere e attraverso di esse teorizzare che fosse potuto esistere un periodo antecedente in cui in effetti poteva non sussistere alcuna struttura di potere.

Da questo comune punto di partenza con scopi diversi i pensatori seicenteschi sottolineeranno da un lato i limiti di questo stato di natura allo scopo di sostenere la necessità di un potere forte (Hobbes), ma dall’altro anche i meriti di questa situazione e quindi la necessità di allentare i margini del potere costituito (Locke).

Nello stato di natura come delineato da Locke la giurisdizione e il potere degli esseri umani sono identici e dunque nessuno può vantare più potere degli altri. La libertà del singolo trova quindi unico limite teorico nella libertà dell’altro e si esprime nella piena e libera disponibilità di se stessi e delle proprie cose, ma non nella possibilità di distruggere lo spazio di libertà altrui. In questo senso vi si contrappone l’idea di licenza, una sorta di perversione della libertà, che rende la convivenza impossibile in quanto esclude l’idea del limite.

La situazione di convivenza nello stato di natura è una condizione di libertà e non di licenza, poiché, anche se manca un potere costituito, sussiste comunque la legge di natura, che è espressione di quello stesso principio di razionalità di cui sono parte gli uomini e quindi è vincolante. Proprio attraverso il rispetto di questa legge è possibile la sussistenza di...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher joeMarco di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del pensiero politico contemporaneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Palazzolo Salvatore.
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