Informazione e potere: storia del giornalismo italiano
La storia è una forma razionale di comprensione della realtà che si occupa di cose sufficientemente conosciute e delle quali si può fare un’analisi riguardo agli effetti. (Attentato Torri Gemelle 11 settembre 2001). Questo libro non tratta del fenomeno della stampa bensì tratta il rapporto presente tra l’informazione giornalistica ed il potere. Prima c’era l’informazione solo su carta stampata, successivamente è stata introdotta l’informazione per via radiofonica ed infine l’informazione televisiva. Il rapporto tra giornalismo e potere è molto specifico.
Introduzione
Viene posta al centro la questione dei rapporti tra giornalismo e potere – tema strettamente legato a quello dei legami tra media e potere – e quella degli strumenti attivati dal secondo per influenzare e piegare ai propri fini il primo. L'universo giornalistico ha dovuto spesso confrontarsi, oltre che con il pubblico, con i condizionamenti esercitati dai grandi gruppi economici e finanziari e con la tendenza del mondo politico a controllare la diffusione delle informazioni, individuate come potenziali pericoli per la saldezza dello Stato, o a tentare di sfruttarle per alimentare il consenso.
Va anche osservato che se il mondo dell'informazione ha dovuto soggiacere, sin dalle sue origini, a numerosi tentativi di controllo, sia da parte dei privati, sia da parte dello Stato, talvolta i rappresentanti della professione giornalistica si sono messi al servizio di questi ultimi senza essere stati indotti a farlo da particolari pressioni o condizionamenti. Non solo durante le dittature europee degli anni venti e trenta, ma anche nel secondo dopoguerra e negli stessi regimi democratici occidentali non pochi di loro si sono assoggettati volontariamente a varie forme di autocensura, tacendo ad esempio sulle notizie scomode per il potente di turno o privilegiando le fonti di informazione istituzionali per non “disturbare” i governi “amici”.
Il discorso potrebbe essere esteso anche all'influenza esercitata sul mondo giornalistico del mercato pubblicitario e dagli inserzionisti, i quali raramente si sono lanciati in sponsorizzazioni di quotidiani, riviste o programmi radiofonici e televisivi in cui fossero criticate le fondamenta economiche, politiche o culturali del paese entro il quale operavano o in cui fosse turbata la propensione all'acquisto dei lettori o dei telespettatori.
Tutto questo non equivale ad asserire che la diffusione delle informazioni attraverso i media abbia agito sempre e solo in senso manipolatorio o funzionale al potere; al contrario essa ha spesso garantito l'affermarsi di altre preziose funzioni, nutrendo nuove aspirazioni, veicolando immagini e stili di vita provenienti da culture e paesi lontani, fornendo a persone socialmente molto diverse dei linguaggi comuni di relazione, favorendo il diffondersi di un maggiore pluralismo culturale e politico. I mezzi di informazione sono del resto anche dei tipici strumenti a doppia mandata: da un lato influenzano i gusti e le inclinazioni del pubblico, dall'altro ne vengono condizionati e tendono a ritagliarsi attorno ad essi.
All'inizio del secolo scorso, Lippmann aveva osservato che il lettore giudica generalmente un giornale dal modo in cui viene trattata la parte delle notizie in cui si sente personalmente coinvolto e che non esiste per lui migliore criterio di preferenza di quello di vedere la propria interpretazione collimare con quella della testate.
Tutto questo ha permesso di interpretare le trasformazioni che, nel corso dei secoli, hanno determinato nei singoli paesi un particolare tipo di rapporto tra media, sistemi politici e contesti sociali, precisando ad esempio le ragioni per cui i paesi dell'Europa meridionale si sono storicamente connotati per una bassa percentuale di lettori di quotidiani e per uno scarso radicamento della stampa popolare. In questi stessi Stati gli organi di informazione hanno raramente goduto di un'ampia autonomia finanziaria, circostanza che li ha resi in genere molto dipendenti dai contributi di grandi gruppi capitalistici o dallo Stato.
Anche la sostanziale assenza di “editori puri” - e l'elevata presenza di industriali e finanzieri attivi nel settore informativo per ragioni diverse da quelle strettamente imprenditoriali – ha molto condizionato il livello e l'“indipendenza” del giornalismo in Italia. Non di rado i giornali, i radiogiornali e i telegiornali hanno finito per doversi occupare soprattutto degli affari dell'editore, con conseguenze facilmente immaginabili per i fruitori finali.
Una sentenza del tribunale civile di Roma dell'aprile 1901 aveva ad esempio disposto che, nel caso in cui un mutamento sostanziale di indirizzo politico di un giornale avesse snaturato l'obiettivo della prestazione, rendendola non corrispondente alla coscienza e alle intime convinzioni del giornalista, quest'ultimo avrebbe potuto richiedere la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni. Fu in questo modo attribuita alla libera scelta del giornalista la prerogativa di piegarsi o meno alla linea del direttore o dell'editore e di adattare ad essa il proprio lavoro intellettuale. Testate di prestigio, quali il “Corriere della Sera” o “La Stampa”, guidate all'inizio del Novecento da direttori autorevoli come Luigi Albertini e Alfredo Frassati, riuscirono ad esempio a opporre maggiori resistenze, se pur alla resa dei conti ugualmente vane, ai durissimi condizionamenti politici imposti dal fascismo e dagli editori subito dopo la marcia su Roma.
Va anche ricordato che i teorici del giornalismo fascista giustificarono l'introduzione, nel dicembre 1925, dell'istituto dell'albo con l'esigenza di assicurare ai cittadini garanzie sul valore professionale dei giornalisti. Ancora oggi molti osservatori ricordano come la figura del giornalista tenda a suscitare sentimenti oscillanti tra l'ammirazione e la diffidenza, tali per cui un professionista dell'informazione possa risultare, nello stesso tempo, “un testimone imparziale”, “un osservatore cinico”, “un interprete partigiano”, “un ribelle” o “uno smaliziato travisatore”.
Segnali piuttosto significativi di una seria riflessione sul lavoro giornalistico, dalla rivendicazione di una maggiore indipendenza dai governi e dagli editori a un rafforzamento del ruolo dei comitati di redazione, si manifestarono in Italia soprattutto nel periodo compreso tra la Liberazione e gli anni Settanta del Novecento. Come hanno bene documentato autori come Enzo Forcella e Umberto Eco, molti giornali di informazione assunsero al contrario, proprio in quegli anni, il ruolo di bollettini di gruppi di potere interessati a rivolgersi ad altri gruppi di potere.
Tecnologie e informazione: un meccanismo a doppia mandata
Sul piano dell'evoluzione degli strumenti di informazione e della comunicazione, soprattutto a partire dagli ultimi decenni del XX secolo si sono verificati sviluppi di particolare rilievo. Sistemi come internet hanno favorito per la prima volta nella storia la formazione di canali “orizzontali” di dialogo, attivabili in tempo reale e quasi ovunque attraverso le e-mail, i blog e altri sistemi; questi canali hanno finito per accrescere il ruolo del pubblico, dilatando il suo ventaglio di scelta e aprendo prospettive di comunicazione sino a poco tempo prima impensabili.
Le evoluzioni nel settore informatico hanno finito per aprire quindi la porta a una frontiera rivoluzionaria e non priva di rilevanti risvolti pratici, anche nella direzione di una crescente “democratizzazione” dell'accesso ai media. Se oggi attraverso il web tutti cittadini sono potenzialmente in grado di inviare e condividere messaggi e informazioni, non tutti – a causa della particolare morfologia della rete – godono delle stesse prerogative di fare breccia tra il pubblico. Gran parte del traffico si concentra anzi su pochi nodi privilegiati, con una concentrazione gerarchica di pagine e contatti determinata dal peso specifico degli operatori.
Si tratta di una delle conseguenze della particolare connotazione storico-politica di un paese come l'Italia, in cui una ristretta oligarchia economica e politica ha guidato tutti i passaggi decisivi della sua vita, riproducendo un modello spiccatamente “gerarchico nella distribuzione della ricchezza e del potere”, di cui un tratto essenziale appare proprio il controllo dei canali di informazione. Nella persistenza di modelli capaci di non alterare e anzi spesso di perpetuare una tipologia di organizzazione sociale e politica sedimentatasi nel corso dei decenni post – unitari potrebbe insomma essere individuato uno dei tratti di lungo periodo della vicenda del giornalismo italiano; un universo, questo, del resto mai del tutto immune dall'aspirazione di vari suoi celebrati rappresentanti di entrare a far parte di quella stessa ristretta oligarchia di potere pure talvolta formalmente e pubblicamente avversata.
Le rivoluzioni in America e in Francia, la parentesi napoleonica, i moti dei primi decenni dell’Ottocento avevano del resto nel frattempo contribuito allo sviluppo di nuove espressioni dell’opinione pubblica, non limitate a gruppi ristrettissimi di persone, a estese a nuove fasce di popolazione, favorendo in questo modo la spinta a una maggiore efficienza produttiva.
In un contesto politicamente, socialmente ed economicamente in evoluzione, divenne quasi indispensabile uno sforzo di adattamento degli strumenti tecnologici alle nuove esigenze, al fine di velocizzare i tempi di raccolta delle informazioni e di ampliare i volumi di produzione dei giornali. Mentre si intensificava la navigazione a vapore e si rafforzavano le reti ferroviarie, in campo tipografico fu introdotta la stampatrice a vapore piano piano-cilindrica capace di sfornare sino a 1200 copie all’ora. Nel 1827 fu eseguito il primo esperimento di fissazione su lastra di un’immagine fotografica. Nel 1837 fu brevettato, per opera dell’americano Samuel Morse, il primo telegrafo per la trasmissione via cavo di testi e notizie.
Anche il rivoluzionario sistema della rotativa si estese all’Europa, consentendo di triplicare i volumi di produzione e di ridurre considerevolmente i costi. Le innovazioni introdotte permisero la diffusione di testate in aree geografiche prima inaccessibili raggiungibili con molto ritardo. Di qui il rapido sviluppo delle cosiddette agenzie di stampa, strutture specificatamente deputate alla raccolta e alla fornitura ai giornali delle informazioni.
La prima di queste, la Havas, fu fondata a Parigi nel 1835. Le informazioni inviate ai giornali non erano pagate con denaro ma con spazi pubblicitari, che venivano poi venduti dall’agenzia a commercianti e industriali. Furono create in Europa altre agenzie di stampa, tra cui la Wolff a Berlino, la Reuters a Londra e la torinese Agenzia Stefani.
In Inghilterra il nuovo Libel Act, approvato nel 1843, dispose la dispensa dei giornalisti dall’onere di prova per gli articoli di denuncia contro i funzionari dello Stato, garantendo un accrescimento del potere di “controllo” e “vigilanza” della stampa sull’operato delle istituzioni. Un fenomeno particolarmente interessante fu quello della cosiddetta penny press, ben rappresentato dal 1833 da una testata come “The Sun” di Benjamin Day, primo quotidiano a essere venduto al prezzo di un penny (contro i sei abituali degli altri giornali).
Non estraneo a una certa vocazione al populismo, allo scandalismo e al sensazionalismo, tale quotidiano si distinse sin dall’inizio per un formato ridotto, per un taglio molto agile, per uno stile particolarmente adatto a un pubblico “popolare”, di cui si sforzò di interpretare gli interessi e le inclinazioni. I suoi articoli erano brevi e incentrati prevalentemente sugli episodi di cronaca. In quel periodo si ebbe una prepotente affermazione della figura del reporter, una sorta di investigatore privato, alla costante ricerca di notizie, ansioso di svelare retroscena inediti e piccanti anche a costo di invadere la sfera privata dei cittadini.
Parzialmente diversa fu l’esperienza avviata da un altro giornale americano destinato a un futuro radioso, il “New York Daily Times”, nato a New York nel 1851 (“The New York Times”).
Pur rifacendosi sostanzialmente al modello della penny press, tale giornale si mosse sul terreno di un maggiore rigore, non disdegnando di approfondire i temi della politica e della diplomazia internazionale e sforzandosi soprattutto di garantire la precisione e la completezza dell’informazione.
La seconda rivoluzione della stampa
Nei paesi dell’Europa occidentale e del Nord America la stampa stava attraversando una fase di notevole trasformazione. In alcuni paesi europei furono approvate le prime leggi per l’estensione dell’istruzione e dei diritti politici e civili, furono rafforzati gli apparati burocratici statali e le relative funzioni di controllo, furono introdotti nuovi sistemi fiscali, nacquero le prime forme di partito e di sindacato.
Sotto certi punti di vista, nel settore delle comunicazione la “prima rivoluzione” coincise con la “seconda rivoluzione industriale”. Nel mondo dei giornali le innovazioni tecnologiche incisero soprattutto sui costi di produzione della carta, che diminuirono sensibilmente, e sui tempi di composizione e di stampa. Nel luglio 1886, fu introdotta negli uffici del “New York Tribune” la linotype, che avrebbe rivoluzionato il vecchio sistema della composizione manuale. Tra il 1875 e il 1895 furono introdotti il fonografo, il cinetoscopio, il telefono e, nel campo specifico della tipografia, macchine per la piegatura veloce dei giornali e diversi sistemi di stereotipia.
Tutti questi sono aspetti di contenuto politico e sociale dell’informazione. È importante vedere il ruolo della stampa giornalistica/d’informazione nel sistema storico-politico italiano ed è necessario tenere ben presenti le caratteristiche che nell’età contemporanea ha la stampa d’informazione. Questi giornali quotidiani che fanno parte del mondo in cui viviamo non esistevano prima della fine del ‘700; il giornale e l’informazione su ciò che accade nel mondo esterno è uno dei tratti caratteristici delle società contemporanee.
Non è infatti un caso che il fiorire di questo “oggetto” lo vediamo soprattutto nel corso delle prime rivoluzioni, americana e francese su tutte. Tutto questo perché determinati soggetti collettivi ritenevano che l’utilizzo di questo strumento fosse molto importante, nonostante all’inizio la produzione di un giornale richiedeva molto tempo e la carta costava parecchio. È presente inoltre un nesso strettissimo tra la trasformazione delle società borghese e il tema della libertà di stampa che ha avuto il suo baricentro nella possibilità di informare e commentare la vita pubblica. Questo sviluppo avvenne anche nei paesi in cui solamente una assoluta minoranza sapeva leggere e scrivere. In Italia, per esempio, l’alfabetizzazione è stata tardiva rispetto ad USA, Gran Bretagna, Francia etc.
I soggetti politicamente attivi ritennero che quello era lo strumento giusto e decisivo per rivendicare tutta una serie di libertà, a cominciare appunto da quella di stampa. Dire che cos’è l’opinione pubblica non è facile, anzi. L’opinione pubblica non è ciò che il pubblico pensa ma, come intendeva Walter Lippmann, rappresenta un sistema di informazioni.
Nel corso del Novecento il concetto di opinione pubblica si è evoluto e modificato in rapporto alle trasformazioni economiche e politiche, ai conflitti bellici che hanno coinvolto tutti i paesi imponendo la partecipazione delle masse, nonché all’influenza sempre più organica e massiccia dei mezzi di comunicazione sulla società. Sempre secondo Lippmann i mezzi di comunicazione, all’epoca soprattutto dei giornali, potevano svolgere un ruolo preponderante nella formazione ma anche nella manipolazione della collettività. Emergeva la consapevolezza del ruolo preminente che i mezzi di comunicazioni erano in grado di esercitare all’interno della società di massa.
L’opinione pubblica rappresenta quindi l’insieme delle produzioni del sistema dei mezzi di comunicazione di massa.
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