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Capitolo 1: Le rivoluzioni del 1848

1.1 Le cause

Nel 1848 il moto rivoluzionario si diffuse in tutta l’Europa continentale con eccezionale rapidità. Non furono toccate dall’ondata delle rivoluzioni solo:

  • La Russia (dove l’arretratezza della società civile e l’efficienza dell’apparato repressivo impedivano l’emergere dei fermenti democratici)
  • La Gran Bretagna (dove al contrario il sistema politico si dimostrava più adatto a recepire le spinte della società).

I fattori scatenanti:

  • Un primo elemento comune era dato dalla situazione economica: nel biennio 1846-47 l’Europa aveva attraversato una fase di crisi;
  • Ma il disagio economico e l’inquietudine sociale non sarebbero bastati di per sé a provocare una crisi di così vaste proporzioni se su di essi non si fosse inserita l’azione consapevole svolta dai democratici di tutta Europa, depositari di una tradizione comune che affondava le sue origini nella rivoluzione francese.

Simile fu il contenuto dominante delle insurrezioni:

  • La richiesta di libertà politiche e di democrazia,
  • Variamente intrecciata - in Italia, in Germania e nell’Impero asburgico - alla spinta verso l’emancipazione nazionale.

Simile fu anche la dinamica dei moti: cominciarono cioè con grandi dimostrazioni popolari nelle capitali, sfociate poi in scontri armati. Comune fu la massiccia partecipazione dei ceti popolari urbani: un altro tratto comune delle rivoluzioni del 1848 fu rappresentato dalla massiccia partecipazione dei ceti popolari urbani, in particolare a Parigi, la componente popolare e operaia si mosse in relativa autonomia, e spesso in contrasto, rispetto alle forze democratico-borghesi e cercò di imporre propri specifici obiettivi di lotta.

1.2 La rivoluzione di febbraio in Francia

La monarchia liberale di Luigi Filippo d’Orleans era uno dei regni europei meno oppressivi. Ma la stessa maturazione economica, civile e culturale della società francese faceva apparire sempre meno tollerabili i limiti oligarchici di quel regime e la politica “ultramoderata” praticata da Luigi Filippo. Si andò così coalizzando un vasto fronte di opposizione che andava dai liberali progressisti ai socialisti, senza escludere alcune frange di opinione pubblica cattolica.

Per i democratici, l’obiettivo da raggiungere era il suffragio universale. Nettamente minoritari in parlamento, i democratici cercarono di trasferire la loro protesta nel “paese reale”. Lo strumento scelto fu la cosiddetta campagna dei banchetti: riunioni in forma privata che aggiravano i divieti governativi. Fu proprio la proibizione di uno dei banchetti, previsto per il 22 febbraio a Parigi, a innescare la crisi rivoluzionaria. Lavoratori e studenti parigini organizzarono una grande manifestazione di protesta. Per impedirla, il governo ricorse alla Guardia Nazionale, il corpo volontario di cittadini armati. Ma questa volta, chiamata a difendere un governo largamente impopolare, finì col fare causa comune con i dimostranti. Il successivo intervento dell’esercito radicalizzò la situazione e rese impossibile qualsiasi soluzione di compromesso. Dopo due giorni di barricate e violenti scontri, gli insorti erano padroni della città. Luigi Filippo abbandonò Parigi. Fu costituito un governo provvisorio che si pronunciò a favore della repubblica e annunciò la convocazione di un’Assemblea Costituente da eleggere a suffragio universale.

Nel governo figuravano tutti i capi dell’opposizione democratico-repubblicana ed erano presenti anche due socialisti:

  • Fu abrogata ogni limitazione della libertà di riunione,
  • Fu abolita la pena di morte per i reati politici,
  • La repubblica si impegnava inoltre a rispettare l’equilibrio europeo, rinunciando così ad “esportare la rivoluzione oltre i suoi confini”,
  • Fu fissata in 11 ore la durata massima della giornata lavorativa,
  • Fu affermato il diritto al lavoro. Per dare attuazione a tale diritto, furono istituiti degli “ateliers nationaux”, il cui nome faceva pensare a quegli “ateliers sociaux” che Luis Blanc aveva teorizzato, ne “L’organizzazione del lavoro”, come vere e proprie cooperative di produzione.

Una prima secca sconfitta per le correnti di estrema sinistra venne dalle elezioni per la Costituente. Il suffragio universale portò infatti alle urne un elettorato rurale di gran lunga più conservatore della popolazione delle città. I veri vincitori furono i repubblicani moderati. L’assemblea approvò a stragrande maggioranza una costituzione democratica, ispirata al modello statunitense, che prevedeva un presidente eletto direttamente dal popolo per la durata di 4 anni e un’unica assemblea legislativa eletta anch’essa a suffragio universale. Ma alle elezioni presidenziali i repubblicani si presentarono divisi, mentre i conservatori di ogni gradazione fecero blocco sulla candidatura di Luigi Napoleone Bonaparte. Bonaparte assicurava, per la sola forza del suo nome, una forte presa su vasti strati dell’elettorato popolare. Il calcolo si rivelò esatto. Una vera e propria valanga di voti si riversò su Bonaparte. Si chiudeva così la fase democratica della seconda repubblica francese.

1.3 La rivoluzione nell’Europa centrale

Nell’Impero asburgico, negli Stati italiani e nella Confederazione germanica gli echi degli avvenimenti parigini fecero esplodere una situazione già tesa:

  • Il malcontento suscitato dalla crisi economica si univa alla protesta contro la gestione autoritaria del potere,
  • Si mescolava alle tensioni provocate dalle numerose “questioni nazionali”.

Diversamente da quanto era accaduto in Francia, la componente sociale rimase in secondo piano. Il primo importante episodio insurrezionale ebbe luogo a Vienna. L’occasione della rivolta fu data da una grande manifestazione di studenti e lavoratori duramente repressa dall’esercito. Dopo giorni di combattimenti, gli ambienti di corte furono costretti a sacrificare il cancelliere Metternich: l’uomo simbolo della Restaurazione. Le notizie dell’insurrezione di Vienna e della fuga di Metternich fecero precipitare la situazione:

  • Vi furono tumulti a Budapest (Ungheria),
  • Si sollevarono Venezia e Milano,
  • I cittadini di Praga inviarono una petizione all’imperatore chiedendo autonomia e libertà politiche.

L’imperatore dovette abbandonare la capitale e promettere la convocazione di un parlamento dell’impero eletto a suffragio universale. In Ungheria le promesse del governo non bastarono, sotto la spinta dell’ala democratico-radicale i patrioti ungheresi profittarono della crisi per creare un governo nazionale e per agire in totale autonomia da Vienna. Fu eletto un parlamento a suffragio universale, infine, Kossuth cominciò a creare un esercito nazionale. Anche a Praga fu formato un governo provvisorio, ma i patrioti cechi non mettevano in discussione il vincolo con la monarchia asburgica, si limitavano piuttosto a chiedere più ampie autonomie per tutte le popolazioni slave dell’impero. La capitale boema fu assediata e bombardata. La sottomissione di Praga segnò l’inizio della riscossa per il potere imperiale:

  • Il maresciallo Radetzky, sconfiggendo i piemontesi, ristabiliva il controllo austriaco in Lombardia,
  • L’imperatore rientrava a Vienna sotto la protezione dell’esercito.

Per venire a capo della secessione ungherese il governo imperiale si servì delle rivalità che dividevano gli slavi dai magiari. I magiari sognavano una grande Ungheria comprendente tutti gli slavi del sud. Gli slavi furono indotti così ad appoggiarsi all’impero che offriva loro maggiori garanzie di conservare la propria identità nazionale. Ma per il momento l’Ungheria si salvò grazie ad una nuova insurrezione scoppiata a Vienna. I reparti impegnati in Ungheria furono richiamati per schiacciare la rivolta che veniva così stroncata nella sua punta più avanzata. Poche settimane dopo, l’imperatore Ferdinando I abdicava in favore del nipote, il diciottenne Francesco Giuseppe. Nel marzo 1849 il nuovo sovrano sciolse il Reichstag imperiale e promulgò una costituzione “moderata”.

Un corso simile ebbero gli avvenimenti in Germania. Le grandi manifestazioni popolari scoppiate a Berlino costrinsero il re Federico Guglielmo IV di Prussia a:

  • Concedere la libertà di stampa,
  • Convocare un parlamento prussiano.

Intanto agitazioni erano scoppiate in molti degli stati della Confederazione germanica. Ne era scaturita la richiesta di un’Assemblea costituente dove fossero rappresentati tutti gli stati tedeschi, Austria compresa. La costituente eletta a suffragio universale stabilì la sua sede a Francoforte. Ben presto fu chiaro che la costituente di Francoforte non aveva i poteri necessari per avviare un processo di unificazione nazionale, le sue sorti dipendevano da quanto sarebbe accaduto in Prussia. Intanto Federico Guglielmo scioglieva il parlamento prussiano e promulgava una costituzione assai poco liberale. I lavori della costituente erano assorbiti dalle dispute fra “grandi tedeschi” e “piccoli tedeschi”. Alla fine prevalse la tesi piccolo-tedesca, ma quando nell’aprile ’49 una delegazione dell’Assemblea si recò a Berlino per offrire al re di Prussia la corona imperiale, questi la rifiutò in quanto gli veniva offerta da un’assemblea popolare. Il gran rifiuto di Federico Guglielmo segnò la fine della Costituente di Francoforte.

1.4 La rivoluzione in Italia e la prima guerra di indipendenza

La rivoluzione in Italia ebbe, nella sua fase iniziale, uno sviluppo autonomo. Già all’inizio del 1848 tutti gli stati italiani apparivano percorsi da un generale fermento:

  • Nel Regno delle Due Sicilie. Fu la sollevazione di Palermo del 12 gennaio - legata soprattutto alle tradizionali rivendicazioni autonomistiche dei siciliani - a determinare il primo successo in questa direzione, inducendo Ferdinando II di Borbone ad annunciare la concessione di una costituzione nel Regno delle due Sicilie. La mossa inattesa di Ferdinando II ebbe l’effetto di rafforzare l’agitazione costituzionale in tutto il resto d’Italia.
  • Nel Regno di Sardegna. Nel Granducato di Toscana. Nello Stato Pontificio. Spinti dalla pressione dell’opinione pubblica e dalle continue dimostrazioni di piazza, prima Carlo Alberto di Savoia, poi Leopoldo II di Toscana e Pio IX si decisero a concedere la costituzione. Annunciate prima della rivoluzione di febbraio in Francia, le costituzioni del ’48 avevano tutte un carattere moderato. Lo statuto promesso da Carlo Alberto, che sarebbe poi divenuto legge fondamentale del Regno d’Italia, prevedeva una camera dei deputati, un senato di nomina regia e una stretta dipendenza del governo dal Re.

Lo scoppio della rivoluzione in Francia e nell’Impero asburgico giunse a mutare i termini del problema, dando nuovo spazio all’iniziativa dei democratici e riportando in primo piano la questione nazionale.

  • A Venezia, il 17 marzo, una grande manifestazione popolare aveva imposto al governatore austriaco la liberazione dei prigionieri politici, pochi giorni dopo, una rivolta degli operai dell’Arsenale militare, cui si unirono ufficiali e marinai costringeva i reparti austriaci a capitolare. Un governo provvisorio proclamava la costituzione della Repubblica veneta.
  • A Milano l’insurrezione inizio con un assalto al palazzo del governo, e si protrasse per 5 giorni (le 5 giornate di Milano). Borghesi e popolani combatterono fianco a fianco sulle barricate contro il contingente austriaco. La direzione delle operazioni fu assunta da un consiglio di guerra composto prevalentemente da democratici e guidato da Carlo Cattaneo. Anche gli esponenti dell’aristocrazia liberale finirono per appoggiare la causa degli insorti e diedero vita ad un governo provvisorio. Radetzky preoccupato per un eventuale intervento dei Savoia, decise di ritirare le sue truppe al confine tra Veneto e Lombardia, all’interno del cosiddetto quadrilatero formato dalle fortezza di Verona, Legnago, Mantova e Peschiera.

Inizia la prima guerra d’indipendenza. All’indomani della cacciata degli austriaci da Venezia e Milano, il Piemonte dichiara guerra all’Austria. Diverse furono le ragioni che spinsero Carlo Alberto:

  • La pressione congiunta dei liberali e dei democratici, che vedevano l’occasione per liberare l’Italia dagli austriaci;
  • La tradizionale aspirazione della monarchia sabauda ad allargare i confini ad est;
  • Il timore che il Lombardo-Veneto diventasse un centro di agitazione repubblicana.

Anche in questo caso l’esempio di un sovrano finì col condizionare gli altri. Ferdinando II, Leopoldo II e Pio IX decisero di unirsi alla guerra antiaustriaca, accompagnati da un grande entusiasmo popolare, assieme a folte colonne di volontari. Ma l’illusione durò poco: Carlo Alberto mostrò scarsa risolutezza nel condurre le operazioni militari e si preoccupò soprattutto di preparare l’annessione del Lombardo-Veneto al Piemonte. Particolarmente imbarazzante era la posizione di Pio IX, che si trovava in guerra contro una grande potenza cattolica. Il Papa annunciò il ritiro delle sue truppe. Lo imitavano Leopoldo II e poco dopo Ferdinando II che intanto aveva sciolto il parlamento appena eletto. Rimasero i volontari toscani e giunse dal Sud America Giuseppe Garibaldi, che si mise a disposizione del governo provvisorio lombardo, ma il contributo dei volontari fu poco e male utilizzato da Carlo Alberto. Mentre venivano indetti nei territori liberati frettolosi plebisciti per sancire l’annessione al Regno sabaudo, l’iniziativa tornò nelle mani dell’esercito asburgico, nella prima grande battaglia campale, che si combatté a Custoza, le truppe di Carlo Alberto furono nettamente sconfitte. Il 9 agosto 1848 fu firmato l’armistizio con gli austriaci.

1.5 Lotte democratiche e restaurazione conservatrice

Nell’autunno ’48, la situazione in Italia era ancora fluida.

  • La Sicilia restava sotto il controllo dei separatisti che si erano dati un proprio governo.
  • Venezia, rimasta in mano degli insorti anche dopo la battaglia di Custoza, aveva proclamato nuovamente la repubblica.
  • In Toscana, il granducato fu costretto dalla pressione popolare a formare un ministero democratico.
  • A Roma, l’uccisione in un attentato del primo ministro pontificio, aveva indotto il Papa ad abbandonare la città e a rifugiarsi a Gaeta sotto la protezione di Ferdinando II. Nella capitale presero il sopravvento i gruppi democratici. In tutti i territori dello Stato pontificio si tennero le elezioni, a suffragio universale, per l’Assemblea costituente, la quale, appena eletta, proclamò la decadenza del potere temporale dei papi e annunciò che lo Stato avrebbe assunto il nome glorioso di “Repubblica romana”.

Gli sviluppi della situazione a Roma ebbero immediate ripercussioni in Toscana, Leopoldo II abbandonò il paese mentre veniva convocata un’Assemblea costituente e i poteri effettivi passavano ad un triumvirato. Intanto i democratici ripresero l’iniziativa anche in Piemonte. Carlo Alberto, schiacciato fra le loro pressioni e l’intransigenza degli austriaci che ponevano condizioni molto pesanti per la firma della pace, si decise a tentare di nuovo la via delle armi. L’esercito di Radetzky affrontarono le truppe sabaude e gli inflissero una netta sconfitta. La stessa sera, per non mettere in pericolo le sorti della dinastia, Carlo Alberto abdicava in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Questi, il giorno dopo, firmò un nuovo armistizio con gli austriaci. Gli Asburgo potevano ora procedere alla restaurazione dell’ordine in tutta la penisola. Le truppe imperiali strinsero d’assedio Venezia, che avrebbe resistito eroicamente per quasi 5 mesi, occuparono il territorio delle legazioni pontificie e posero fine all’esperienza della repubblica toscana. Nel frattempo Ferdinando II riusciva a riconquistare la Sicilia. Il presidente francese Bonaparte invia le truppe nel Lazio.

Più lunga e gloriosa fu la resistenza della Repubblica romana, il cui governo si qualificò per l’energia con cui cercò di portare avanti l’opera di laicizzazione dello stato e di rinnovamento politico e sociale. Furono aboliti i tribunali ecclesiastici e fu decretata la confisca dei beni del clero e la rassegnazione alla popolazione secondo una riforma agraria. Frattanto però, da Gaeta, Pio IX si era rivolto alle potenze cattoliche per essere ristabilito nei suoi territori. Il presidente Bonaparte – sia per assicurarsi l’appoggio dei cattolici sia per prevenire un intervento austriaco – si riservò il ruolo principale nella restaurazione pontificia, inviando nel Lazio un corpo di spedizione che attaccò all’inizio di giugno del ’49. I repubblicani riuscirono a tenere in scacco i francesi per più di un mese e poco prima di annunciare la resa, simbolicamente, l’Assemblea approvò il testo della Costituzione. Mentre i francesi entravano a Roma Garibaldi lasciava la città nel vano tentativo di salvare almeno la repubblica Veneta.

L’unico focolaio di rivolta in Europa restava l’Ungheria di Kossuth (oltre l’estrema resistenza di Venezia). Per venire a capo della ribellione il governo austriaco chiese l’aiuto dello Zar di Russia, preoccupato dalla persistenza di un focolaio rivoluzionario ai confini del suo impero. Attaccato da due eserciti contemporaneamente il neonato stato magiaro fu costretto a soccombere. Due settimane dopo capitolava anche Venezia. La causa principale di questo generale fallimento va individuata nelle profonde fratture che attraversavano allora interno le forze del cambiamento e della rivoluzione, dividendo sempre più le correnti democratico-radicali dai gruppi liberal-moderati.

1.6 La Francia dalla seconda repubblica al secondo impero

Portato al potere da una coalizione di conservatori, Bonaparte...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sharer of notes di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Cassamagnaghi Silvia.
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