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La pianta, simile a quella della basilica di San Lorenzo,

è a croce latina e strutturata con una serie di basiliche

per tutto il perimetro e con una sistema di colonne

molto fitto (paragonabile alla Basilica Ulpia di

Apollodoro di Damasco a Roma del 106 d.C.).

Nonostante Brunelleschi volesse lasciare gli estradossi

delle cappelle perimetrali all’esterno che disegnano i

fianchi della chiesa, vennero successivamente

annegate nella muratura.

La facciata non venne mai realizzata e, inoltre, si

voleva anche mettere una volta nella navata centrale

che, però, non venne mai realizzata.

Interno

Le colonne sono tutte a fusto liscio sormontate da un capitello corinzio; il ciborio invece

copre quasi completamente l’altare.

Le navate e il transetto sono sormontate da un complicato sistema di volte a vela. Le cappelle

arquate (cioè semi circolari) sono sormontate da un arco uguale a quello delle navate

(diversamente da San Lorenzo) e, inoltre, c’è una separazione tra il piedritto e l’arco.

EX-CHIESA DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI (Firenze, 1435)

È una piccola chiesa che faceva parte del complesso monastico di Santa Maria degli Angeli; si presenta con una

pianta centrale con un esplicito riferimento al tempio di Minerva Medica a Roma e al padiglione negli Horti

Liciniani della Domus Aurea (quest’ultimo caratteristico per le sue grottesche).

PALAZZO DI PARTE GUELFA

Non venne mai terminato. Era una sede politico-mercantile con un grosso salone creato attraverso una

sopraelevazione. Al di sotto di questa sopraelevazione non era suggerito un pilastro ad angolo e, quindi,

Brunelleschi lo spezza in due paraste così da identificare il nuovo intervento.

BASILICA DI SANTA MARIA DEL FIORE, Tribune e Lanterna (Firenze, 1436-39)

 Tribune

Aggiunge degli speroni esterni associati a delle nicchie (dette

tribune morte). Inoltre le nicchie del tamburo riprendono le

tombe romane dell’appia antica mentre la conchiglia sembra

penetrare nella muratura come se fosse parte di essa.

 Lanterna

I lavori per la lanterna iniziano nel 1446 e si arriva a un elemento

organico che si ingloba perfettamente alla preesistenza. Il legame

col gotico si nota ancora per la forte verticalità dell’elemento, a

cui si ispireranno i francesi per la costruzione dei castelli della

Loira.

LEON BATTISTA ALBERTI (1404-72)

Nasce a Genova nel 1404 come figlio illeggittimo di una famiglia fiorentina in esilio; in seguito vive a Venezia e

(forse) studia a Padova. Nel 1421 muore il padre e inizia un periodo di difficoltà e ostilità verso i parenti che lo

portano a lasciare Venezia per studiare a Bologna, dove si laurea nel 1428 in Diritto Canonico e Civile. Dal 1433

diventa segretario del patriarca di Grado, Biagio Molin, che gli procura il posto di abbreviatore apostolico e il titolo

di priore di San Martino a Gangalandi presso Firenze. Grazie a questa carica, dal 1434 fino al ’43 risiede a Firenze

dal papa Eugenio IV e riesce ad integrarsi nell’èlite fiorentina. Nel 1435 redige il De Pictura mentre nel 1450 scrive

il De Re Aedificatoria.

Dal 1443 al ’55 si trasferisce a Roma, per poi lasciarla nel 1453 per iniziare dei progetti a Rimini e a Firenze. A

Roma non esercitò mai la professione dell’architetto-autore ma l’unica opera che suggerisce una sua diretta

partecipazione è il palazzo Pietro Lunense a Viterbo completato nel 1455. Gli ultimi anni della sua vita invece

costruirà molto a Mantova.

La figura di Alberti emerge dagli studi di Howard Burns, che riesce a inquadrare la sua personalità in una serie di

parametri: egli è la figura più influente della storia rinascimentale e il suo De Re Edificatoria è un trattato scritto

prima che si potessero rilevare i monumenti in rovina a Roma; senza il libro di Alberti il corso della storia non

sarebbe stato lo stesso perché non sarebbe nato un Palladio, un Le Corbusier e neanche un Movimento Moderno

(citando Howard Burns).

De Re Aedificatoria

Per molto tempo è rimasto il trattato di architettura più “Tutti gli edifici dell’antichità che potessero

completo esistente; probabilmente venne elaborato tra la avere importanza per qualche rispetto, io li ho

esaminati, per poterne cavare elementi utili.

metà degli anni ’40 del ‘400 e l’inizio dei ’50. Il manoscritto Incessantemente ho rovistato, scrutato,

completo è conservato all’ Eton College, mentre un altro è misurato, rappresentato con schizzi tutto quello

conservato a Chicago. che ho potuto, per potermi impadronire e

servire di tutti i contributi possibili che l’ingegno

Il punto di partenza di Alberti per scrivere il De Re Aedificatoria e la laboriosità umana mi offrivano”

è Vitruvio, così come indicato nella scansione del trattato in 10

libri. Vitruvio offriva alcuni concetti fondamentale:

- Triade di requisiti correlati: firmitas, utilitas, venustas

- Distinzione tra edifici pubblici e privati

- Trattazione dei principali tipi di edifici

- Trattazione degli ordini

- I problemi di proporzionamento

- Il rapporto tra la parte e l’intero

- Clima, salubrità, orientamento

- Il concetto dell’architetto come professionista istruito adeguatamente e dell’architettura

Da altri testi antichi invece emergono altri temi:

- Concetto di appropriatezza

- L’economia nel costruire contro la stravaganza

- I pregi della varietà

- Distinzione tra pubblico e privato

- La città come centro di vita religiosa, politica e sociale

Altri temi invece li deduce dagli edifici studiati:

- Solidità delle fondamenta

- Tipi di piante e di volte usati in preferenza

- Soluzioni strutturali e i materiali impiegati

- I modi di impiegare le colonne

- Soluzioni tipiche e soluzioni innovative

Per Vitruvio l’architettura è composta da ordinatio, dispositio, eurythmia, symmetria e decor; per Alberti

invece ci deve essere sempre Concinnitas, cioè armonia delle parti, e la bellezza architettonica per Alberti si

basa sul numero, sulla finitio, e sulla educatio. Inoltre si basa su:

- Finitio che governa i rapporti tra altezza, lunghezza e profondità

- Collocatio che è simile alla dispositio vitruviana ma è più intuitiva e implica un ragionamento

funzionale e un rapporto simmetrico tra le parti

La concinnitas non riguarda solo l’architettura ma permea l’intera natura. Cicerone usa questo termine come

equilibrio simmetrico tra frasi. La bellezza e la concinnitas non dipendono dai materiali ma dal disegno

mentale generale. Anche Palladio, dopo, dirà: “le fabbriche si stimano più per la forma che per la materia”

Alberti non era estraneo all’uso di materiali di qualità. L’ornamento è “una luce ausiliaria e complimento alla

bellezza”, ma è aggiuntivo. La bellezza è intrinseca all’idea.

Per Alberti l’ornamento è necessario negli edifici pubblici e religiosi, e questo sta nelle colonne. Costituiscono

struttura ma anche ornamento (come le paraste e le trabeazioni, “ossatura” dell’edificio).

La trattazione degli ordini differisce rispetto a Vitruvio, non è fatta per tipo di ordine ma per elementi

(colonne, capitelli, trabeazioni…), non presenta i differenti sistemi nella loro interezza. Trae però da Vitruvio

i dati sulla nascita dei vari ordini, ma avendo lavorato “sul campo” respinge quanto dice Vitruvio sulla base

ionica e prende a modello quella del pronao del Pantheon. Inoltre descrive il capitello composito, che Alberti

chiama italico. I capitoli dedicati agli ordini sembrano più attenti al dato archeologico che uno strumento per

il progettista.

Il De Re Aedificatoria è suddiviso in 10 libri:

- Prologo: importanza dell’architettura e definizione di architetto

- I Scelta dell’ambiente e del terreno, il progetto, le componenti principali dell’edificio

- II materiali

- III la costruzione

- IV architettura e società, infrastrutture urbane

- V edifici pubblici e residenze per privati

- VI la composizione del trattato, analisi della bellezza, macchine impiegate per la costruzione, tipi di

rivestimenti e decorazione

- VII templi, loro parti, decorazione, gli ordini, le basiliche, uso delle statue

- VIII tombe, torri, strutture pubbliche (strade, porti, archi trionfali, fori, teatri, etc.) curie senatorie, terme

- IX decorazione di case private, bellezza e decorazione

- X Le acque e il loro impiego, difetti delle strutture e restauri

OPERE

- Tempio Malatestiano, Rimini:

In origine era un’umile chiesa gotica dedicata a San Francesco ma viene chiamato Leon Battista Alberti per

intervenire su di essa con uno dei suoi primi progetti. Viene chiamato da Sigismondo Malatesta per far

diventare la chiesa un mausoleo per i Malatesta. In questo intervento Alberti tenta di annullare la preesistenza

gotica con l’inserimento di elementi totalmente nuovi: la facciata (ora incompleta) fa riferimento all’arco di

trionfo romano per l’alto zoccolo, le tre fornici al cui centro è posto il portale, ecc. Questo riferimento risulta

però debole perché geometricamente l’arco di trionfo è come fosse un rettangolo e in questo caso, avendo un

tetto a falde, doveva trovare una soluzione ma non ci riesce e tutt’ora la facciata risulta incompiuta. Inoltre

aggiunge una nuova struttura sia per la facciata principale che per quelle laterali e in origine avrebbe voluto

inserire anche una cupola su modello del pantheon ma per problemi tecnici non ci riesce. Nelle facciate laterali

si nota come la sua architettura sia un vero e proprio involucro (forse ispirato agli acquedotti romani) e appare

evidente la preesistenza gotica dopo le nicchie e, in alcuni casi, le finestre antiche risultano anche decentrate

per una non corrispondenza tra simmetria gotica e simmetria classica. In questo caso, però, la volontà di

Alberti era proprio di far passare il II piano la preesistenza gotica o addirittura annullarla. In realtà nessun

documento indica l’autore dell’intervento e, probabilmente, il coordinatore principale dei lavori fu Mattei

De’Pasti, la cui firma di architetto e autore appare in un’iscrizione posta tra la prima e la seconda cappella a

sinistra. In realtà, nonostante quanto affermato dalla critica, secondo Burns l’originalità e l’intelligenza

si ritrova all’interno sembrano indicare Alberti come vero coordinatore dei lavori.

architettonica che

- Sant’Eustachio, Parigi

- Palazzo Ruccellai, Firenze:

Alberti viene chiamato da Giovanni Rucellai a restaurare la facciata della sua casa in Via dell Vigne. Già nel

1452 la ristrutturazine dell’interno, con il cortile, la loggia e l’androne era completata. I lavori della facciata,

come dimostrato da Brenda Preyer, iniziarono quasi certamente dopo il 1452 con un progetto a 5 interassi

completato nel 1458. Nello stesso anno Giovanni acquistò la casa adiacente su cui si estese il rivestimento

lapideo dell’edificio, che però si interrompe bruscamente per un fallito tentativo di comprare da una parente

la casa successiva. La facciata si presenta, quindi, come una sottile impiallacciatura lapidea aggiunta sul muro

esistente con finestre a bifore regolari su I e II piano; gli irregolari ricorsi di bugne del piano nobile, la

progressiva riduzione dell’altezza dei piani, la decisione di impiegare solo pietra in facciata e persino il sedile

previsto per concittadini, clienti e vicini, sono tutti elementi che qualificano il palazzo sia come antico che

come tipicamente fiorentino. Inoltre, per la prima volta, Alberti crea un’intelaiatura di paraste impiegate

lungo tutta la facciata su tutti e tre i livelli. L’ordine inferiore è differente dagli altri due perché presenta delle

finestrelle quadrate e porte all’antica la cui cornice si sovrappone alle paraste contigue, come le finestre

dell’attico del pantheon.

SANTA MARIA NOVELLA, FIRENZE

Con il progetto per la basilica di Santa Maria Novella Alberti agisce su una

preesistenza: la facciata da lui progettata è solo un’aggiunta su un corpo

di fabbrica medievale mai terminato. Essa presenta ancora elementi

romanici come la bicromia che era già accennata nella facciata

preesistente nella parte basamentale; nonostante il dialogo con la

vecchia struttura, Alberti domina l’esistente utilizzando un’ossatura più

grossa rispetto a quella originale nel basamento.

All’interno si nota la preesistenza gotica e lo spessore degli archi

medievali viene utilizzato da alberti per inserire il portale con una volta a

botte cassettonata.

Ciò che determina l’aspetto rinascimentale dell’opera è la sfumatura che

Alberti applica al gotico trasformandolo in rinascimentale: numerose

lesene reggono archi a tutto sesto (e non archi a sesto acuto, tipici del

gotico). Alla base dell’idea progettuale di Alberti c’è un sistema basato

sugli ordini: un primo ordine supporta una trabeazione che regge un

attico sovrastante. Il riferimento classico si ritrova sì nella riporposizione di un tempio tetrastilo imperfetto

nella parte superiore, ma anche nella ripresa di un arco trionfale (sovradimensionato) nel portale con

riferimento all’arco di Septimio Severo o a quello di Costantino (per gli elementi che fuoriescono dal piano

verticale).

La volta a botte cassettonata del portale è una chiara ispirazione alla medesima nel Pantheon, nonostante la

scala sia diversa. Il rosone centrale, preesistente, era un vincolo per il progetto: Alberti lo inquadra in un

sistema di 4 paraste che reggono un timpano a ripresa di un fronte templare con intercolumnio scorretto a

causa della presenza del rosone; inoltre le paraste del “tempio” non poggiano su nulla.

Le volute che “nascondono” le altezze delle navate laterali sono un elemento totalmente innovativo che verrà

ripreso dal barocco.

TEMPIETTO DEL SAN SEPOLCRO (all’interno di San Pancrazio), 1461-66

Con questo progetto, inserito all’interno della chiesa sconsacrata di San Pancrazio a Firenze, Alberti cercò di

fare una visione simbolica del Santo Sepolcro alla maniera rinascimentale: è un sorta di tempietto all’interno

della cappella.

Con l’arrivo di Napoleone a Firenze, la cappella venne murata spostandone le colonne in facciata (1808);

PROGETTI A MANTOVA

I committenti di Leon Battista Alberti a Mantova sono i Gonzaga.

CHIESA DI SAN SEBASTIANO, MANTOVA

La chiesa di San Sebastiano arriva a noi molto manomessa a causa di un restauro radicale di inizio ‘900.

Il commitente è Ludovico Gonzaga.

La cripta è in realtà come se fosse un’altra chiesa basamentale che rialza la chiesa per sicurezza in caso di

esondazione; inolte, grazie ad uno scizzo di Labacco, si nota come la cupola non si costruì mai. La pianta della

chiesa si presenta centrale a croce greca, così come la Cappella Pazzi e la Sacrestia Vecchia di Brunelleschi.

In facciata si ritrovavano numerosi riferimenti classici: il tempietto di Giove Ansur a Terracina per il

basamento rialzato, il tempietto di Perugia e il Tempio di Diocleziano a Spalato.

CONCATTEDRALE DI SANT’ANDREA, MANTOVA

La concattedrale di Mantova, che si affianca a Piazza delle

Erbe, fu richiesta dal cardinale Francesco Gonzaga che voleva

costruire una chiesa come simbolo del potere della famiglia:

chiama, infatti, Alberti per un progetto molto monumentale.

La chiesa si presenta con una cupola retta da 4 pilastri

centrali anche se essa venne poi costruita in epoca tardo-

barocca da Juvarra. Sul fianco della chiesa sono ancora

presenti le abitazioni addossate.

La pianta si presenta a croce romana con una navata unica:

Alberti trova l’ispirazione per la pianta nella spazialità dei

templi etruschi in cui le 3 cappelle ricordane la triade di celle del tempio etrusco.

La grande volta a botte (con 19m di luce e 100m di lunghezza) che forma la grande navata è in laterizio e si

ispira alla basilica di Massenzio con le sue grandi volte a botte laterali.

All’interno si alternano un ordine minore che regge una

trabeazione e grandi archi sotto i quali si aprono grandi

aperture: c’è una travatura ritmica, cioè un’alternanza di arco –

trabeazione – arco (così come nella galleria di Diana della Reggia

di Venaria).

In facciata si nota una sintesi monumentale tra un arco di trionfo

romano e il pronao di un tempio; inoltre il riferimento al

Pantheon è sempre presente nel portale che è come fosse il

pronao del tempio con la sostituzione delle colonne con delle

lesene.

LA VILLA RINASCIMENTALE : le ville medicee

Il tema della villa è un topic rilevante per l’architettura del Rinascimento; è la sua quinta essenza.

Villa medicea di Poggio Arcaiano

“Chi ha casa e podere può piegare e non cadere”, Benedetto Dei, 1472

È la villa per eccellenza perché è il primo esempio di villa

da cui si possono desumere le caratteristiche essenziale di

questa tipologia abitativa.

Riferimenti alla villa di Poggio Arcaiano li ritroviamo anche

nel Decameron di Boccaccio, in La vita solitari di Petrarca

(1346), nel De dignitate et eccellentia hominis di Gianozzo

Manetti (1452) e nella Cronaca di Benedetto Dei (1472).

Il tema della villa è importante per il Rinascimento soprattutto per il suo legame con l’Umanesimo: la villa riflette

la centralità dell’uomo.

Il primo a trattare la Villa come nuova tipologia abitativa è Leon La villa, a mio giudizio, dev’essere

Battista Alberti nel De Re Edificatoria in cui ci racconta come essa situata in quella parte della campagna

sia un simbolo di libertà dai condizionamenti della città poiché in che meglio si confaccia alla posizione

mancanza di vincoli urbani l’architetto è libero di costruire della abitazione urbana dello stesso

seguendo il suo estro creativo. La villa comunque mantiene il suo padrone. Secondo Senofonte è bene

rapporto con la città, cioè è un fatto Suburbano: è sì staccata dalla recarsi in villa a piedi,per esercitarsi al

città ma in stretto rapporto con essa e perlopiù le ville sono moto,e tornare a cavallo. A questo fine

elementi complementari alla vita urbana. essa non dovrà essere troppo lontana

dalla città.

Ciò che diversifica l’uomo dall’uomo,è

ciò che lo distingue nettamente dagli

animali, cioè la ragione e la conoscenza

delle arti liberali, a cui si può anche

aggiungere la prosperità della sorte

C’è un gran numero di persone e di

oggetti appartenenti alle famiglie i

quali non possono essere assegnati con

pari libertà alla città o alla campagna.

Nel costruire una casa in città, infatti,

Benozzo Gozzoli, Adorazione dei Magi, 1472, Palazzo Medici, un muro vicino, uno scarico d’acqua, un

particolare. terreno pubblico, una strada […]

Come si nota nel particolare dell’opera di Gozzoli, la campagna

fiorentina era già costruità a partire dal ‘300: in ogni dove si ostacolano compiutamente

vedevano castelli e cascine. Nonostante l’edificio del quadro riporti l’attuazione del nostro progetto. Ciò

ancora molti elementi di fortificazione vicini al castello medievale, non succede in campagna. Qui tutti gli

si notano delle aggiunte di elementi di apertura verso l’esterno tipici spazi sono liberi, là sono occupati

della villa (logge, altane, terrazze). Si capisce, quindi, come il Leon Battista Alberti.

castello sia un’architettura aperta verso l’interno (cioè centrifuga),

mentre la villa sia un’architettura aperta verso l’esterno (centripeta).

Il primo luogo di diffusione della villa rinascimentale è proprio

Firenze, città attorno alla quale la famiglia Medici iniziò a farsi costruire

dei veri e propri sistemi articolati di ville suburbane.

MICHELOZZO DI BARTOLOMEO (1396-1572)

Palazzo comunale di Montepulciano (1440-51)

L’aspetto militare rimane solo dal punto di vista formale ed è molto vicino allo stile tipico medievale

Palazzo Medici, Firenze (1444)

Ispirato allo ‘Spedale degli Innocenti di Brunelleschi, si nota come in pianta gli

spazi a sud sono adibiti a giardini del palazzo. La profondità dei portici dei

giardini cambia verso sud perché venivano utilizzati con scopi conviviali. A

partire da questo palazzo nascono i tipici elementi del rinascimento fiorentino: le

trifore, le facciate divise in 3 fasce ben distinte, utilizzo del bugnato (riferimento

sia al medioevo che alla classicità, come il Palazzo di Augusto a Roma), il

cornicione come riferimento alla classicità, ecc.

LE VILLE

Le ville di Michelozzo di inizio ‘400 hanno ancora un aspetto militare ma con alcuni elementi legati alla funzionalità

di loisir della villa come il giardino, i padiglioni, la natura che viene dominata dalla natura, ecc.

 Villa di Cafaggiolo (1433-43): sussistono i caratteri militari ma il giardino è molto più articolato

attraverso dei padiglioni molto strutturati con cupole verdi, fontane, compartimenti bordati e una certa

assialità rispetto alla fontana; la vicinanza con lo stile medievale si nota ancora però nell’asimmetria del

giardino.

 Villa di Careggi (1420-59): costruita a solo

un’ora di cavallo dalla città, veniva utilizzata

come luogo di svago e/o rappresentanza. Ci

sono delle fattorie collegate alla villa e col

passare del tempo si fanno sempre più

interventi su di essa per nasconderne gli

aspetti più militareschi. Michelozzo in questa

fabbrica intervenne su una preesistenza e

aggiunse i porticati sul giardino; è proprio

quest’ultimo l’elemento nuovo che apre

totalmente l’edificio verso la vista più bella e

affascinante verso il fiume.

 Villa medicea di Fiesole (1451-57): con questa villa ci

si avvicina sempre di più agli insegnamenti di

Brunelleschi e alla nuova tipologia abitativa della Villa e,

infatti, la villa di Fiesole per la critica è il primo esempio

di villa compenetrata tra l’architettura e il paesaggio

circostante. La villa si presenta come un cubo

appoggiato su un declino attorno al quale si forma un

giardino sviluppato su 3 livelli. Il rapporto con la città è molto forte perché, come ci dice Poliziano, la si

può vedere in lontananza dai loggiati e dalle terrazze della villa. Il collegamento con la natura è

sottolineato ancora di più dai loggiati: uno guarda il retro dell’edificio mentre l’altro permette di entrare

nel giardino. L’elemento nodale di tutto il complesso è il salone coperto che è centrale ma aperto sul

paesaggio circostante con un loggiato.

VILLA DI POGGIO A CAIANO (1485), GIULIANO DA SANGALLO

Lorenzo il Magnifico chiede a Giuliano da Sangallo di

costruirgli una villa suburbana. Rispetto alla villa di

Fiesole, si notano elementi aggiuntivi: la scalinata di

ingresso come conseguenza del piano nobile su cui avere

un grande salone con la vista più bella della casa (cioè si

costruisce la villa su un basamento come facevano i

romani). La simmetria con i giardini e le aperture è quasi

perfetta. L’edificio viene nobilitato ancora di più dalla

ricostruzione di una facciata di un tempio classico che funge da ingresso principale sul salone; in pianta si nota

come il salone sia aperto su 3 lati, mentre il piano superiore è a forma di H.

Altro riferimento alla classicità si ritrova nella tecnica costruttiva: Giuliano da Sangallo utilizza, infatti, l’opus

cementicium per la struttura e delle volte a botte decorate per gli spazi interni del piano nobile.

VILLA DI POGGIOREALE, NAPOLI (1487 – ora distrutta), GIULIANO DA MAIANO

Il fiorentino Giuliano da Maiano viene chiamato a Napoli per costruire una

villa ad ispirazione di quella di Poggio a Caiano che successivamente verrà

distrutta ma ci arriva grazie alla documentazione effettuata da Sebastiano

Serlio nel suo trattato. La villa era più simile ad un palazzo reale perché, per

problemi di scala, non aveva un salone ma un grande cortile centrale. La

villa-palazzo era corredata da un grande giardino all’italiana con un parterre

pieno di compartimenti, porticati e una grande esedra che faceva da

ingresso al palazzo.

PIENZA

È come fosse una concretizzazione degli studi di

Leon Battista Alberti; è una città nell’entroterra

toscano.

Pienza nasce come una città “nuova” su una

preesistenza: prima si chiamava Corsignano e viene

rinominata Pienza come omaggio alla committenza,

Papa Pio II Piccolomini, nativo di Corsignano ed

eletto papa nel 1458.

Papa Pio II non limita, quindi, le sue energie a costruire in Roma ma si dedica alla ricostruzione del suo paese

natale “a sua immagine e somiglianza”. Nel 1458-59 viene elaborato il progetto di Pienza da Bernardo Rossellino

(1409-1465) con il contributo di Leon Battista Alberti. Nel 1459 si aprono i cantieri della città: si acquistano 39

edifici da ricostruire con uno stock edilizio del 10-15%. Lo scopo era non solo cambiare l’aspetto della città ma

anche cambiarne i connotati sociali per attirare anche le nobiltà clericali romani. Una delle conseguenze

dell’intervento architettonico-urbano e sociale è la costruzione di 12 case a schiera per ospitare le persone che

erano state dislocate per la costruzione della nuova città (nella via Case Nuove).

Nel 1462 viene inaugurata la Chiesa della città e il papa muore nel 1464 mentre organizzava una crociata.

La città è arroccata su un’altura; l’intervento incide nel tessuto urbano senza stravolgerlo totalmente ma solo con

l’inserimento di nuovi edifici di notevole importanza.

Il paesaggio ha una notevole importanza sulla città per la sua posizione: le proprietà attorno a Pienza era di

proprietà dei Piccolomini e, quindi, il paesaggio non ha solo una valenza estetica ma anche politica.

Dal punto di vista urbanistico si nota una strada principale su cui si

affacciano i principali edifici che, soprattutto, si affacciano sulla

piazza che è il cuore dell’intero sistema su cui si affaccia la Chiesa, il

Palazzo dei Piccolomini, il palazzo municipale con la sua torre e il

Palazzo vescovile. Pur essendo di fine ‘400 presenta ancora degli

elementi gotici-militari (come nel palazzo municipale) ma legate alla

tipica simbologia dei palazzi comunali.

Il tema del paesaggio riguarda tutti i palazzi tra cui anche quello dei

Piccolomini che presenta un loggiato ( ora tamponato) verso il

paesaggio.

La pavimentazione della piazza in laterizi (diversa da quella della strada) è originale e segue le paraste del palazzo

Vescovile.

LA CHIESA

Progettata da Bernardo Rossellino ed è frutto della

contaminazione fra un’Hallenkirche (chiesa tipica del nord europa

in cui le navate laterali sono alte come la navata centrale e, perciò,

le aperture sono della stessa grandezza), una chiesa a pianta

centrale e un arco trionfale in facciata.

La chiesa viene collocata dov’era la chiesa precedente ma per

averla in asse ortogonale alla piazza viene ruotata di 90° mentre

prima faceva da fianco alla strada: prima era collocata così per lo

spazio limitato ma per avere una piazza più grande si ruota la

chiesa contro le condizioni geologiche del terreno (che causa

tutt’ora forti problemi strutturali).

Per il progetto della facciata si fece un grandissimo studio affinché

l’ombra portata della facciata desse un’ombra completa verso la

piazza anche il 29 Agosto secondo il calendario Giuliano (che non

è il nostro, quello Gregoriano).

In pianta si nota che c’è un giro di absidi come fosse la metà di un

impianto centrale intersecato con un impianto longitudinale; si

nota anche che la chiesa si sporge oltre il limite naturale su cui si

sporge la città.

In facciata si nota l’ispirazione all’arco trionfale con due ordini

sovrapposti vicini alle scelte architettoniche di Alberti. È

visibilmente rinascimentale nei suoi aspetti formali mentre nei

fianchi si notano i riferimenti gotici delle finestre ogivali delle

Hallenkirche che si portano insieme dei retaggi formali tipici del medioevo.

Al di sopra dei capitelli venne sopraelevata in corso d’opera e nella filigrana si nota ancora la vicinanza al Gotico

per le sue proporzioni non vicine alla grana della città.

Per ovviare i problemi strutturali la pavimentazione della chiesa tende a scendere di livello man mano che si avvicina

all’abside e c’è un progetto per il risanamento delle strutture.

L’estroflessione della piazza rispetto alla città è legata anche al paesaggio: ai fianchi e dalla chiesa si aprono 3

cannocchiali prospettici verso il paesaggio in cui si trovavano i possedimenti della famiglia Piccolomini (uno verso

il Monte Amiata e gli altri due verso due castelli della famiglia; riferimenti nodali del territorio nobiliare).

IL PALAZZO PICCOLOMINI

Il palazzo venne concepito per il Papa Pio II da Bernardo Rossellino; il cantiere

venne aperto nel 1460 e concluso solo 4 anni dopo.

In pianta c’è un portale sulla destra che si affaccia sulla piazza Pio II e un portale

centrale verso la strada; in mezzo c’è un tipico cortile porticato e, inoltre,

un’altra struttura porticata che si affaccia sul giardino a sud. I porticati del

cortile non sono omogenei perché il portale sud verso il giardino era utilizzato

con scopi conviviali (come per Palazzo Medici di Michelozzo; hanno un

sistema similare per cui c’è una linearità che concatena l’ingresso, il porticato,

l’ingresso al giardino e il giardino stesso).

Nella facciata verso la strada si nota la sovrapposizione di finestre

bifore rinascimentali con un richiamo a Palazzo Ruccellai anche

se con materiali meno nobili (hanno entrambi le finestre

quadrangolari sul basamento e un doppio ordine di bifore

superiormente).

Il giardino, molto semplice diviso in 4 compartimenti, è

importante per la sua relazione con il paesaggio. Per questo il

palazzo di Pienza può essere considerato un edificio che sta tra

una villa e un palazzo.

L’intera facciata verso il giardino è risolta con 3 livelli di loggiati

(archi a tutto sesto, archi senesi e all’ultimo piano una trabeazione con colonne - per la I volta) così da avere una

totale apertura verso la campagna. Il giardino ha una muro di cinta in laterizio ricoperto di piante con 3 aperture e

una rampa. Al di sotto di esso ci sono spazi di servizio che lo rende un giardino pensile che trattiene alcuni aspetti

dell’hortus conclusus medievale ma con aspetti di apertura assolutamente rinascimentali. Il giardino è come fosse

incorniciato attraverso l’architettura com’è tipico del giardino all’italiana.

Le scuderie del palazzo sono poste al di sotto del cortile e collegate sulla strada attraverso una rampa che collegava

la parte bassa esterna alla città alla via principale. Il palazzo venne pensato in maniera molto moderna: raccoglie

l’acqua piovana dalla corte centrale per portarla alle scuderie negli abbeveratoi dei cavalli e nella cisterna della

cucina. Un altro aspetto tecnologico sta nei percorsi: ci sono numerosi percorsi minori attraverso zone per i

servitori che portano ad ambienti sovrapposti più piccoli con maggior calore.

Un riferimento molto vicino, anche se su scala molto più

grande, è il Palazzo ducale di Urbino dei Montefeltro

realizzato a partire dal 1463 e in cui lavorò come architetto

Luciano Laurana (architetto di Castel Nuovo a Napoli;

1420-79) dal 1466 fino al 1472; dal 1472 venne chiamato

Francesco di Giorgio e ad inizio ‘500 Girolamo Genga . Ad

Urbino si costruisce questo grande palazzo ad imitazione

dello stile fiorentino che dettava lo stile architettonico

dell’epoca in tutta Europa. È un palazzo così grande che

Baldassare Castiglioni lo descrisse come “Città sotto forma

di Palazzo” e che quindi determinò anche la definizione

della città stessa di Urbino.

Il palazzo ducale di Urbino è uno spazio molto articolato che all’interno presenta diversi spazi e cortili; inoltre

presenta anche uno spazio dedicato alle terme.

Quello che accomuna il palazzo ducale di Urbino e il palazzo Piccolomini di Pienza è il rapporto palazzo-paesaggio

attraverso il giardino, le aperture e il loggiato a 3 livelli che si presenta in facciata verso lo spazio circostante.

Altro riferimento al palazzo di Pienza sta nelle scuderie sottostanti con la rampa di collegamento.

BRAMANTE

Periodo Milanese

Milano dal 1450 è la città degli Sforza ed è una città con una serie di cantieri aperti:

- Il Duomo: è durante il Rinascimento che si fanno progetti per il tiburio della grande chiesa

dall’impianto gotico; ci sono progetti di Leonardo e Bramante, ma si completò poi nel ‘700.

- La certosa di Pavia (1473) di Amodeo: è un grande palazzo in stile rinascimentale-lombardo

con caratteristiche endemiche legate al luogo.

L’architetto degli Sforza era Antonio da Verlino detto Il Filarete; egli per la famiglia progettò la torre del

Castello Sforzesco e Sforzinda, una città ideale vicina a Milano. All’interno della stessa Sforzinda progettò

anche un Palazzo-giardino con riferimento ai famosi terrazzi di Babilonia. Il Filarete progettò, inoltre,

l’ospedale di Milano (ora sede dell’università statale) con un sistema panottico a croce in pianta che venne

adottato per secoli come soluzione perfetta per gli ospedali di tutta Europa. Il Filarete a Milano progettò

anche il Banco de’ Medici (ora distrutto) con retaggi gotici ma con riferimenti espliciti al rinascimento

fiorentino come l’uso del bugnato, i tondi, una trabeazione in facciata, ecc. Oltre che in quest’ultimo

progetto, il dialogo Milano-Firenze si nota anche nella Cappella Portinari in cui il tiburio e lo spazio

interno con la scarsella ricordano la Cappella Pazzi di Firenze.

BRAMANTE

Donato Bramante nasce a Fermignano, nei pressi di Urbino, cioè nelle vicinanze dei luoghi nativi del

Rinascimento toscano.

Tempietto di Santa Maria presso San Satiro, Milano

Bramante in questo caso viene chiamato ad agire su una preesistenza, cioè

all’aggiunta di un nuovo volume alla struttura originaria della chiesa di San

Satiro. La sacrestia è ottagonale con 4 nicchie (così come nel Ninfeo di

Gerazzano) con un un forte riferimento all’antichità. Alla chiesa lavora dal

1482 mentre la facciata venne affidata all’Amadeo ed era una volta posta

dove adesso c’è l’altare con l’ingresso sul fondo: nell’intervento di

Bramante si sposta l’entrata su Via del Falcone dov’era posto l’altare e crea

così una navata centrale che termina con un altare con un abside accennato

da un gioco prospettico. Il transetto, invece, non è solo una parte

dell’antica chiesa ma ne venne aggiunta la parte in cui le navate cambiano

direzionalità.

Il tiburio con le sue paraste copre la cupola dall’esterno con una copertura

a falde che parte con la fine del tamburo. All’interno della sacrestia si

ritrova una struttura ad arco al livello superiore e una coppia di aperture sovrastate al centro da un arco.

Le decorazioni sono formate da una serie di tondi posti nell’area tra ogni arco.

Duomo di Pavia

Il grande complesso è caratterizzato da una pianta a croce latina – a ripresa della pianta della chiesa del

Santo Spirito a Firenze e con riferimento al Canòpo di Villa Adriana – e presenta delle piccole gallerie

esterne in corrispondenza del secondo ordine di facciata; come

tipico degli edifici lombardi presenta, inoltre, un grande tiburio

ottagonale e 4 sacrestie agli angoli come se fossero tempietti a sé. La

cupola ottagona viene posizionata sui pilastri radiali del presbiterio.

In facciata presenta delle partiture decorative molto complesse e, ai

lati, dei contrafforti lungo tutto il lato che terminano con delle

edicole.

I lavori per il duomo iniziano nel 1488 e il progetto di Bramante si intreccia a quello precedente

dell’Amodeo. La cupola, il tamburo, la facciata e il transetto vengono costruiti, invece, dal ‘700. La

verticalità dell’intera struttura suggerisce un legame con il gotico.

Piazza Ducale, Vigevano, 1492-94

Bramante a fine ‘400 viene chiamato da Ludovico il Moro per la costruzione

della piazza principale di Vigevano. Bramante per la piazza suggerisce un

porticato continuo in cui le colonne e i capitelli risentono della tradizione

locale; le decorazioni a graffiti della piazza non sono solo dipinte ma anche

incise. Gli accessi delle strade laterali erano prima mascherati dalla

continuità del porticato, ma anche denunciati dalla presenza di strutture

arcate simili ad archi trionfali.

Chiesa di Santa Maria delle Grazie, Milano, 1492

Bramante per questa chiesa viene chiamato a lavorare su una

preesistenza gotica a cui aggiunge la struttura cupolata tipica

rinascimentale. Tra gli archi pone, come tipico del Rinascimento,

delle decorazioni a tondi che decorano lo spazio (come per la chiesa

di San Satiro). In facciata il fronte è spezzettato attraverso

numerose partiture.

All’interno i costrasti cromatici del bianco e del cotto lombardo

sono una ripresa della bicromia fiorentina e pisana in chiave lombarda. La cupola è inoltre appoggiata su

un tamburo con una sequenza regolare di aperture che potrebbero ricordare il Pantheon.

Basilica di Sant’Ambrogio – Chiostro della canonica Milano, 1492

Progetta un chiostro porticato su tutto il perimetro in cui gli archi sono retti da colonne; la colonna ad

trunconos che regge il grande arco dell’entrata al chiostro è un riferimento esplicito a Vitruvio e all’albero

che, liberato dai rami, sorregge la colonna più alta che corrisponde all’entrata del complesso.

Periodo Romano

Nel 1500 Bramante si trasferisce a Roma e si nota una certa discontinuità col periodo lombardo: con le

sue opere a Roma trasferisce il ruolo di città innovatrice da Firenze a Roma. Il vero salto lo compie infatti

con la conoscenza diretta dell’antico a Roma da cui riprende molti aspetti per “contemporaneizzarli” nella

sua architettura.

Palazzo Venezia – Viridarium (Palazzetto), Roma, 1464

Non è un edificio di Bramante ma da qui si notano le tendenze romane del tardo rinascimento; nel Background

viridarium si nota la presenta di un doppio loggiato realizzato da Francesco di Borgo e, novità materica,

la volta dell’atrio è fatta in conglomerato cementizio.

Palazzo della Cancelleria, Roma, 1489

In facciata ci sono due livelli di bugnato, un ordine dorico e delle paraste corinzie.

Chiesa di Santa Maria della Pace - chiostro, Roma, 1500

È la I opera di Bramante a Roma e viene chiamato a progettare il chiostro;

quest’ultimo è caratterizzato da un doppio loggiato: al piano terreno arcato ma

con delle paraste che reggono gli archi e al piano superiore architravato con

una successione pilastri e colonne.

Tempietto di San Pietro in Montorio, Roma

È la vera grande opera che caratterizza l’intervento

romano di Bramante, tant’è che Lotz afferma che

nessun altro architetto influenzo l’architettura a lui

contemporanea come Bramante e, inoltre, fa notare le

grosse differenze tra le opere di Bramante a Milano e

quelle a Roma, in cui viene a conoscere l’antico in

maniera diretta. Dall’antico riprende molti aspetti per

il tempietto di San Pietro in Montorio, costruito sopra

il luogo del martirio di San Pietro. Per farlo progetta

un tempio monoptero periptero a pianta centrale con

una cella molto piccola (diametro di 4,5m): non è una

chiesa, ma è una traduzione di un tempio periptero a

pianta centrale in chiave rinascimentale, con forte

riferimento al tempio di Vesta. È il tempio che celebra il martirio di San Pietro, cioè uno dei luoghi più

sacri per la cristianità, che però viene celebrato non con riferimento ad un’architettura “cattolica” ma

pagana (il tempietto poteva avere riferimenti più liberi).

Sin dalla sua costruzione divenne famoso anche se non fu mai completata l’architettura che doveva

circondarlo. Palladio, che amava molto questo progetto per la maestria di Bramante nel riferirsi all’antico,

lo pubblicò anche nei suoi libri; venne pubblicato anche da Serlio nel suo trattato (III libro).

Il tempietto differisce dai templi a pianta circolare per la cupola che appoggia

su un tamburo finestrato e nicchiato e una balconata che ne segue il

perimetro; tutto il tempietto segue delle regole proporzionali: l’altezza delle

colonne eguaglia l’altezza della cella interna, ma il dimensionamento della

colonna segue un rapporto tra colonna e intercolumnio (quest’ultimo

proporzionato su 1/3 della colonna). Inoltre l’altezza del tamburo

corrisponde al raggio della cupola.

Il tempietto si appoggia su un basamento con 3 gradini e l’ordine è

visibilmente dorico sulla cui trabeazione ci sono dei triglifi con riferimenti ai

simboli del cristianesimo; al di sopra della trabeazione il balconcino è protetto

da una balaustra tipica del rinascimento formata da due elementi speculari

sovrapposti. Nella parte basamentale si nota come ad ogni colonna, corrisponde una parasta all’interno

della cella.

Il soffitto del porticato è trattato a lacunari mentre all’interno si nota la nicchia con la cupola semisferica

e la nicchia della statua del santo è decorata da una conchiglia che inquadra il l’effige.

Il tempietto era inizialmente pensato come una cella con altare al centro con 4 ingressi, mentre ora si

presenta con un solo ingresso ed un altare al fondo. Sotto il tempietto esiste una II cella sotterranea.

Nel 1633-34 a Torino, nell’area dei giardini reali, venne creata una cappella dedicata a San Lorenzo in

mezzo ai giardini con riferimento al tempietto di San Pietro in Montorio del Bramante; venne demolito

poco dopo.

Logge di Raffaello, Roma, 1509

I dipinti sono di Raffaello ma le logge sono state progettate

da Bramante. I dipinti di Raffaello divennero così famose

che vennero anche copiati identici nel ‘700, tant’è che

queste decorazioni vennero chiamate Raffaelle. Dall’esterno

si nota di più il progetto di Bramante: era pensato come una

facciata aperta dei palazzi vaticani su modello del Palazzo

dei Piccolomini a Pienza.La sovrapposizione degli ordini e degli archi, inoltre, ci riporta ad un altro

modello: il Colosseo.

Chiesa di Santa Maria del Popolo – Coro, Roma (piazza del Popolo),

Con l’allungamento del presbiterio, si chiama Bramante per creare una nuova area

pensata come luogo di sepoltura. Il riferimento classico è dato dal cassettonato

della volta che segue uno schema di rettangoli. Secondo la critica il trattamento

dell’abside a conchiglia è affine a quello che Bramante pensava per la sua versione

della basilica di San Pietro. La chiesa non è una delle chiese gemelle di piazza del

Popolo, ma quella sul lato.

Casa della Vergine di Loreto, Roma, 1509

Ha un aspetto veneto perché tutto l’apparato scultoreo è di Sansovino ma il solido è bramantesco.

L’ordine corinzio è usato sia a partire dagli insegnamenti di Serlio ma anche perché secondo la sua

trasposizione cristiana si ritiene che sia quello più coerente con la figura della vergine Maria.

Palazzo Caprini (detto Casa di Raffaello che lo compra nel 1517), Roma

Venne demolito per la costruzione di Via della

Conciliazione. In questo edificio troviamo un’altra

variante per la costruzione di una facciata; è un palazzo

urbano con usi commerciali al piano terreno e

appartamenti borghesi al piano nobile. La divisione

delle due funzioni è accentuata da diversi trattamenti

della facciata: l’ordine minore è trattato con archi

bugnati mentre il II ordine è trattato con semicolonne

doriche; c’è quindi una forte divisione dei due ordini

ma legati verticalmente con le stesse linee di

costruzione.

Palazzo Caprini verrà spesso replicato in altre zone di Roma anche da Raffaello stesso; il bugnato è a

stucco (è meno nobile di quello in pietra) realizzato con delle casseforme e secondo il Vasari questa

invenzione è di Bramante.

RAFFAELLO (… - 1520)

Con la morte di Raffaello inizia il Manierismo, ma ovviamente si sfuma in una maniera molto labile perché

spesso non c’è una differenza così netta (Michelangelo e Peruzzi sono totalmente manieristi). Si può dire

che il II ‘500 è Manierismo.

Raffaello è anche pittore ma nel 1514 viene nominato I architetto della Fabbrica di San Pietro; nel 1514

completa anche gli affreschi della Stanza della Segnatura dove si nota la sua maestria nella prospettiva e

il suo forte legame con la classicità, ricordandosi che era anche stato nominato prefetto alle antichità dello

Stato Pontificio.

Raffaello inizia ad approcciarsi all’architettura lavorando ad alcuni edifici religiosi.

Santa Maria del Popolo – Cappella Chigi, Roma, 1511

I Chigi chiamano Raffaello per costruire una nuova cappella per la famiglia all’interno della chiesa di Santa

Maria del Popolo come luogo di sepoltura; con questo progetto riesce a guadagnarsi il cantiere di San

Pietro.

Ha degli archi di accesso di dimensione minore della cupola che danno origine a pennacchi trapezi su cui

poggia la cupola; è, quindi, uno spazio in cui bisogna entrare per capirlo. Agli angoli forma, invece, 4

nicchie. La cappella è decorata da Raffaello nella parte superiore della cupola ispirandosi agli edifici

romani e alle loro decorazioni.

Le paraste poggiano sul pavimento senza piedistallo per dare una dimensione più umana alla cappella.

Chiesa di Sant’Eligio degli Orefici, Roma, 1515 (costruita da Peruzzi su disegni di Raffaello)

CANTIERE DI SAN PIETRO, ROMA

Al posto di Via della Conciliazione c’era la spina dei borghi che venne demolita negli anni ’20 durante il

Fascismo.

Via Alessandrina: 1. Tevere; 2.ponte di Castel Sant’Angelo; 3.Castel Sant’Angelo; 4. casa Ferrari(Del

Pozzo); 5. Chiesa di San Giacomo; 6. Palazzo di Domenico Della Rovere; 7. Palazzo Cortellesi (Giraud-

Torlonia); 8. Piazza Scossacavalli; 9. Palazzo Caprini; 10. Palazzo di Jacopo da Brescia; 11. palazzo

Branconio Dell’Aquila; 12. piazza san Pietro; 13. mura di Leone IV (passetto di Borgo); 14. palazzi

Vaticani; 15. San Pietro

Palazzo di Jacopo da Brescia, Roma, 1515-19

Raffaello parte dal Palazzo Caprini di Bramante da cui tiene il bugnato basamentale e il gioco di ordini al

piano nobile e al piano superiore, però con delle paraste e contro-paraste al posto delle semicolonne

(non è così plastico come per l’intervento bramantesco). Il piano basamentale differisce da quello

bramantesco perché il negozio è inserito nella cornice dell’edificio. In questo intervento non c’è solo una

serie di timpani triangolari ma un’alternanza tra timpani curvi e triangolari che sarà una soluzione utilizzata

fino all’800 ma derivata dall’architettura romana.

Sul fianco è presente una sorta di edicola; il bugnato è sì molto forte ma è diverso nel disegno: è fatto da

una fascia alta e una fascia più fitta più bassa.

Palazzo Caffarelli Vidoni, Roma, 1515

Ci sono molto similarità con il Palazzo

Caprini di Bramante: il bugnato basamentale

e la coppia di semicolonne al piano nobile; il

ritmo del bugnato è però diverso e, inoltre,

c’è un’alternanza di aperture architratravate al

primo piano.

La parte di sinistra è stata aggiunta

successivamente e si nota dalla diversa

texture del bugnato: nella parte originale di

raffaello è a blocchi, mentre in quella

successiva è a strisce. Il palazzo venne poi

continuato su Corso Vittorio Emanuele nel 1886 riprendendo l’alternanza di ordini ma con lesene al

posto delle semicolonne.

La differenza stilistica con il Palazzo Caprini: nell’opera bramantesca la verticalità è più accentuata perché

le semicolonne hanno ognuna il proprio piedistallo, mentre in palazzo Caffarelli – Vidoni le semicolonne

poggiano su un unico piedistallo.

Questa scansione di ordini la troviamo anche a Firenze in Palazzo Uguccioni (1550, attribuzioni plurime)

in cui abbiamo sia il bugnato al piano basamentale, che il gioco di ordini con doppie semicolonne ai piani

sovrastanti. La diffrenza sostanziale era che questo era un palazzo nobiliare di Piazza della signoria,

mentre l’altro no.

Palazzo Alberini, Roma (Via dei Banchi), 1515 (è stato terminato anche da Giulio Romano)

C’è sempre il bugnato nel piano commerciale e un gioco di ordini al piano sovrastante; invece che esserci

una coppia di paraste ci sono delle semplici lesene sovrastate da un architrave e le aperture sono dei

semplici riquadri. Anche il II piano è molto semplice ma continua la verticalità degli altri due piani.

La critica sottolinea la perdita fondamentale all’ordine come disegno della facciata e prevale la decorazione

delle aperture rispetto agli ordini, che sono meno evidenti per la presenza di lesene e non semicolonne e,

inoltre, le specchiature della facciata rendono meno tridimensionale il disegno. All’ultimo piano le lesene

spariscono per dar posto a riquadri un po’ più rialzati con al centro le aperture.

 Palazzo Stati Cenci (poi Stati Maccarani), Roma, Giulio Romano, 1519-24

Anche in questo palazzo si vede un disegno di facciata simile a Palazzo Alberini di Raffaello per

le specchiature che attutiscono la tridimensionalità di facciata bramantesca. Il portale ha una forta

presenza e le paraste che reggono il timpano sono trattate a bugnato. L’ornato di facciata è molto

forte grazie ai conci delle piattabande che sono estremamente robusti e occupano l’intero spazio

del timpano tagliandolo nella parte inferiore (elemento tipico di Giulio Romano).

Palazzo Branconio (Distrutto), Roma, 1520

È sicuramente di Raffaello ma venne distrutto già nel ‘600.

Presentava all’ordine basamentale dedito al commercio non

più l’utilizzo del bugnato ma un ordine di semicolonne e

aperture ad archi nell’intercolumnio; negli ordini superiori

invece delle semicolonne reggevano le aperture sovrastate

dall’alternanza di timpani curvi e triangolari, sopra cui stava

un grosso festone riccamente decorato da tondi e stemmi.

L’alternanze di nicchie e edicole del piano nobile, così come

la fascia dei parapetti, sono molto articolare e decorate. Le

edicole tra le aperture sono delle vere e proprie architetture:

la facciata è più una somma di elementi decorativi.

In questo progetto c’è un continuo movimento di concavo e

convesso: è tutto un contrasto di vuoti e pieni. Quello che

differisce da un normale palazzo è l’assenza di paraste

agli angoli del piano I e II, cioè non c’è nulla che

definisca l’angolo: tutta la sua decorazione si

smaterializza sull’angolo.

L’alternanza di timpano curvo e triangolare la si

ritrova nei Mercati Traianei.

A questo progetto si ispirarono per la costruzione di

Palazzo Spada sempre a Roma.

La corte interna era completamente diversa dalla facciata per n forte utilizzo di ordini: su tutto il perimetro

aveva un loggiato doppio con colonne che reggevano una struttura architravata.

BALDASSARRE PERUZZI

Palazzo Massimo Alle Colonne, Roma (Corso Vittorio Emanuele), 1532

È uno dei 3 palazzi della famiglia Massimo. In questa

facciata ci sono elementi di continuità con il progetto di

Palazzo Branconio per la presenza dell’ordine con

colonne, paraste e una grande trabeazione solo al piano

terreno senza botteghe; l’elemento di continuità tra sopra

e sotto è il bugnato “finto” tra le paraste che è uguale a

quello della parte superiore. Le finestre non hanno timpani

ma solo cornici rette da mensole. Il cortile interno ha una

certa somiglianza con quello di Palazzo Branconio per

quanto riguarda le logge; le aperture del portico tra i due

piano tagliano la volta a botte e sono tipici dei porticati

semisotterranei per il passeggio.

In pianta la cosa più evidente è l’impianto della facciata: in realtà

è una curva. Il palazzo presenta elementi classici all’interno e la

curva è data dalle fondazioni dell’Odeon di Domiziano sopra il

quale il palazzo venne costruito. Il realtà il palazzo si affacciava

su una via importante e ha un ingresso sulla strada che sta di fronte per cui la facciata è in asse con essa:

per esigenze di simmetria si ruba un pezzo di facciata dal palazzo a fianco. Il cortile non è in asse con la

facciata.

Guardando il progetto precedente, sempre di Peruzzi, a questo la facciata non teneva conto della

fondazione dell’Odeon, ed era quindi più costoso perché bisognava fare ex novo le fondazioni.

L’innesto tra la facciata di Palazzo Massimo alle Colonne e il palazzo (del fratello) alla sua sinistra è fatto

da una linea verticale di bugnato delicato che segna la superficie. Le finestre del piano nobile sono quelle

del salone e le finestre sopra corrispondo ad un altro piano amezzato alcune e altre al salone. La cornice

delle finestrelle del II piano è curvilinea con un taglio nella parte centrale: questo tipo di disegno deriva

dal cuoio tagliato che si arrotola ed è stato molto usato nel rinascimento francese.

La cornice che chiude il palazzo è di ispirazione classica (ninfee, acanto, ecc); il ritmo delle colonne non

ha un interasse regolare perché sono dinamiche e generano un movimento che si focalizza poi sul centro

e sul portale di ingresso (si userà poi per la facciata del Museo del Louvre del ‘700). Non è un fronte

templare ma è una soluzione di Peruzzi per nobilitare il palazzo.

Il portico d’ingresso ha un soffitto piano con grandi cassonettature: è più simile ad un ingresso di un

tempio piuttosto che di un palazzo. L’elemento funzionale è dato dai sedili all’ingresso che però sono

“scorretti” perché la parasta si ingloba all’interno di esse.

Sul retro del palazzo si trova una delle colonne romane.

ANTONIO DA SANGALLO IL GIOVANE

La zecca, Roma, 1530

In facciata si nota l’arco trionfale centrale che forma una facciata monumentale adatta ad un edificio

pubblico come questo.

Palazzo Farnese, Roma, 1541

È ora l’ambasciata di Francia. È il palazzo romano per antonomasia: un grande cubo scavato da un cortile

cubico che si potrebbe usare come esempio tipologico del Palazzo Italiano.

Nel 1515 si inizia a costruire come palazzo della famiglia ma con l’ascesa alla soglia papale dei Farnese

diventa un palazzo più ricco adatto ad una famiglia così importante. La pianta è del 1541 relativa alla fase

monumentale: è un quadrato con 4 aperture (due laterali, una sulla piazza e un’altra su via Giulia cioè

verso il Tevere e la Farnesina). Anche in pianta ha un aspetto tipico perché il passaggio al giardino si apre

su una loggia molto ampia. L’ingresso articolato con colonne è un’interpretazione di Sangallo dell’atrio

vitruviano attraverso una delle edizioni del trattato di architettura fatta da Fagiocondo, che aveva fatto

una prima edizione nel 1511 con aggiunta di illustrazioni da cui Sangallo prende ispirazione.

La facciata è definita da marcapiani e grandi bugne angolari che segnano gli angoli della facciata e, inoltre,

edicole simi a quelle di Raffaello: al I piano alternanza curvo – triangolare (la finestra centrale è di

Michelangelo che completa la fabbrica) mentre al II piano l’apertura arcuata porta via una porzione del

timpano.

La decorazione del piano di facciata era stata realizzata in laterizio come per Palazzo Ducale a Venezia.

IL GIARDINO ALL’ITALIANA

I caratteri del giardino all’italiana si sviluppano totalmente nel ‘400 ma alcuni temi si presentano già da prima, come nei giardini

delle ville medicee di Fiesole e di Poggio a Caiano. Già nel ‘400 il giardiano all’italiana si diffonde in tutta Europa ma è solo

col ‘500 che diventa il giardino per eccellenza imitato dalle corti di tutto il continente.

Di giardini quattrocenteschi non ce ne rimane neanche uno ma abbiamo solo descrizioni di essi come quella all’interno

dell’opera Hypneotomachia Poliphili (Combattimento sognante amoro di Polìa) che è un testo corredato di immagini da cui

vennero estrapolate le “linee guida” per i giardini rinascimentali. È proprio all’interno di questo romanzo che troviamo il tema

dell’isola circolare all’interno di un bacino d’acqua.

Caratteri principali:

 Giardino come espressione del dominio dell’uomo sulla natura (Umanesimo)

 Trattamento della natura attraverso l’architettura: forme regolari dei tracciati e potatura di alberi e arbusti

 Predominanza dell’elemento lapideo e laterizio su quello vegetale

 L’acqua e’ sempre usata come decorazione, in forme artificiali; l’acqua, infatti, è essenziale, sempre dinamica e non

è un semplice specchio

Elementi architettonici:

 Dislivelli naturali risolti con terrazzamenti e scalinate

 posizionamento della villa sulla sommita’ o a mezza costa (caratteristica legata anche all’utilizzo dell’acqua e il bisogno

di pressione per le fontane)

 articolazione dal naturale (il monte, la selva) all’artificiale

 forte presenza scultorea legata alla funzione del giardino non solo come loisir ma anche come luogo di ostensione

del proprio potere attraverso miti trasformati in metafore sulla vita del padrone (tant’è che spesso solo il giardino

segreto veniva usato dal proprietario) e, soprattutto a Roma, le statue possono essere anche di derivazione antica

perché il giardino acquista un fine museale.

 forte presenza dell’acqua: le fontane, l’isola, il ninfeo, i giochi d’acquala catena d’acqua

 presenza delle grotte

Elementi vegetali:

 Uso di piante sempreverdi che mantengono la forma: cipressi, pini, lecci, ecc.

 Uso di arbusti a foglia minuta riducibili a forme geometriche (ars topiaria): tasso, alloro, bosso, mirto, ecc.

VILLA DI INNOCENZO VIII (Belvedere Vaticano), Roma

La villa venne costruita alla fine del ‘400 da Jacopo da Pietrasanta (o, forse,

da Antonio del Pollaiolo); essa ha ancora dei retaggi militareschi ma venne

costruita rivolta verso il paesaggio e totalmente adornata da un giardino

decorato da aranci e regolato dall’architettura. Il cortile del Belvedere venne

costruito dal Bramante nel 1503 per collegare la villa al Vaticano. Questo è

uno dei primi esempi di giardino rinascimentale; è formato da più giardini

con diversi livelli e diverse funzioni: 2 giardini composti da 4 compartimenti

con una fontana al centro e una zona per gli spettacoli ispirata, per la sua

forma, al circo romano (soprattutto al circo Massimo – anche in questo

caso si facevano le naumochie e altri tornei).

VILLA D’ESTE, TIVOLI (1550 – 72)

La villa nelle campagne romane venne costruita per Ippolito d’Este da Pierro Ligorio. La villa precedentemente era un

convento che venne trasformato completamente e inserito all’interno di un folto sistema di giardini.

I giardini della villa erano di rappresentanza e, infatti, è presente anche un giardino privato al latere sinistro della villa. Tutte le

sculture ripercorrono due temi tipici dei giardini rinascimentali: la rappresentazione geografica e le virtù della committenza.

La statuaria celebrativa della famiglia d’Este riprende il mito di Ercole e il giardino delle Esperidi

( II fatica di Ercole), durante il quale l’eroe uccide il drago Ladone per impadronirsi dei pomi d’oro

del giardino, e il mito di Eros e Dafne rappresentato nella Grotta di Diana e Venere. Il tema

geografico si ritrova invece nel corridoio delle cento fontane in cui si fa riferimento a Tivoli e al

suo rapporto con Roma tramite delle allegorie del Tevere.

Sul lato destro della villa c’è il belvedere, mentre subito sottostante ad esso c’è un viale di olmi;

l’aspetto più artificiale si ritrova nella fontana dell’organo in cui lo strumento viene suonato dal

movimento dell’acqua grazie a tecniche avveneristiche. L’assialità centrale di tutto il complesso dei

giardini è data dalla fontana del dragone legata al mito di Ercole e il giardino delle Esperidi.

VILLA LANTE A BAGNAIA (Viterbo), J. BAROZZI DA VIGNOLA (1568-78)

Per arrivare alla villa Lante a Bagnaia costruirono un’asse viario che partiva da Viterbo e conduceva all’entrata di Bagnaio.

Ormai, essendo la fine del ‘500, si è ormai entrati nel Manierismo. Il borgo di Bagnaio è formato da una piazza centrale da cui

partono delle strade che scendono dalla rocca: le architettura iniziano a determinare anche l’assetto urbano del centro abitato

intorno alla villa. All’interno del borgo c’è anche un palazzo direzionato verso l’asse che arriva a Viterbo.

La villa di Bagnaia è uno dei più vistosi esempi di rapporto diretto villa-giardino: il giardino, infatti, divide in più parti l’edificio

stesso e, lo stesso giardino, è diviso in un’area boscata, precedentemente alla villa adibito all’arte venatoria, e in un giardino

rappresentativo verso cui si affaccia la villa. La presenza del parco di caccia però, con la costruzione della villa, perde la sua

fuzione per diventare l’area naturale della villa con all’interno fontane rustiche che rimandano all’età dell’oro delle Bucoliche

di Virgilio.

La villa è del Vignola ma studi recenti rivelano che la costruzione della villa venne soprattutto seguita da Tommaso Pinci.

Il Palazzo e il borgo

Il palazzo ha il loggiato direzionato verso l’asse per Viterbo e sulle sue pareti sono rappresentati degli affreschi ad imitazione

di quelli delle gallerie del Vaticano. Vicino al palazzo si trova la piazza di Bagnaia in cui arriva l’asse viario che porta ad un

portale d’uscita dal paese.

La villa

I vari livelli del giardino potrebbero essere legati ai 4

elementi o come racconto del ciclo di ere delle Bucoliche di

Virgilio e della teoria dell’età dell’oro; sulla destra si trova la

fontana del Diluvio che rappresenta il passaggio dall’età

dell’oro ad uno stato più negativo in cui è passato l’uomo.

La fontana ottagona dei delfini aveva in origine un

padiglione ligneo di copertura che suggeriva il nuotare dei

delfini nell’acqua subito dopo il Diluvio. Dopo la fontana

dei delfini, parte una catena d’acqua che utilizza al massimo

grado l’acqua che esce da un Gambero, simbolo della

committenza del cardinal Gambara. L’acqua giunge ad un

grande ripiano dove arriva ad una vasca con le raffigurazioni

del Tevere e dell’Arno. Nel mezzo si trova la tavola del

cardinale circondata da Platani, che, citando Plinio, veniva usato per accogliere i cibi dei banchetti su delle piccole imbarcazioni.

La fontana nel mezzo è la Fontana dei Lumini in cui ci sono piccoli e tanti getti d’acqua che ricordano le luci dei teatri

dell’epoca (questa fontana potrebbe essere vista a simboleggiare l’elemento Fuoco, mentre le altre due l’acqua e la terra).

Alla fine della villa si trova il grande giardino che rappresenta il dominio sulla natura che l’uomo è riuscito a raggiungere con

una fontana tonda in mezzo a quattro peschiere, che è l’elemento centrale del giardino dell’isola ripreso dall’ Hypneotomachia

Poliphili. I disegni dei compartimenti attuali non appartengono al ‘500 ma sono successivi e appartengono alla tipologia del

giardino alla francese.

Fontana del diluvio: i due padiglioni ai lati indicano le due vette del Parnaso che durante il diluvio universale erano rimaste

fuori dall’acqua; il Parnaso è indicato dalla figura di Pegaso (fontana di Pegaso) che è la rappresentazione allegorica del monte.

La catena d’acqua: la linearità è enfatizzata dalle siepi potate in maniera molto regolare e gli elementi arcuati animano il

movimento dell’acqua.

La fontana dei fiumi: i fiumi sono rappresentati seguendo l’iconografia canonica dei fiumi, cioe delle figure maschili con

cornucopie, simbolo dell’abbondanza data dall’acqua che irriga i campi.

PALAZZO FARNESE A CAPRAROLA, J. BAROZZI DA VIGNOLA (1557)

L’edificio era inizialmente nato come fortezza: è, infatti, pentagonale (il Paciotto, fautore della

cittadella di Torino, era un consigliere dei Farnese) ed era la grande villa dei Farnese trapiantati

in Roma. La fortezza non venne mai continuata ma il palazzo venne appoggiato sulla stessa

pianta così da poter essere annoverato all’interno di una tipologia tipica del ‘500: il Palazzo in

fortezza, che è una tipologia che si ritrova moltissimo in centro Italia e in Polonia.

All’interno dell’edificio c’è una corte tonda paragonabile alla corte della casa del Mantegna a

Mantova (1476) e alla corte del palazzo di Carlo V nell’Alhambra di Granada (Pedro Machuca,

1527); il cortile tondo venne fatto a partire dalle descrizioni delle Ville raccontate da Plinio il

Giovane, soprattutto della Villa Laurentina in cui è presente una grande corte tonda.

Il rapporto tra il borgo di Caprarola e il palazzo è marcato da un lungo asse

viario che dalla parte bassa del paese porta all’entrata trionfale della villa (la

via diritta).

All’interno del giardino è presente un altro palazzo. I giardini sono murati ma

nel muro sono presenti delle arcate che permettono di fruire del paesaggio

circostante, così come nella villa di Pienza.

Il giardino sulla destra è dedicato a Venere, nel mezzo c’è la grotta dei Satiri

creata con elementi naturali in cui si crea una “natura artificiale” tipica

dell’epoca. La fontana dei fiumi ha le raffigurazioni dei due fiumi e la fontana

dei delfini è movimentata da figure marine.

Nel giardino ci sono anche dei giochi d’acqua per cui attraverso un

meccanismo si attivavano dei getti che andavano a formare una serie di arcate

d’acqua.

Palazzo Farnese divenne uno dei modelli europei per la costruzione di ville,

come Villa Vanderbilt a Budapest (1877).

Ci sono due giardini: uno antistante e uno sul retro della villa. Uno è un

giardino a fiori.

Le rocce calcaree delle fontane erano recuperate da altri siti e sono le stesse

che vennero usate per la villa di Castello nei pressi di Firenze.

SACRO BOSCO DI BOMARZO (Orvieto)

È un bosco separato dal palazzo; non è un giardino regolare ma un bosco con all’interno un sistema di sculture. Venne

realizzato da Vicino Orsini. È un giardino molto complicato nell’interpretazione.

Cronologia secondo Enrico Guidoni

Cronologia generale secondo Horst Braedekamp 1547-1552 Prima fase di lavori (restauri

1523 Nasce Vicino Orsini -

- entro il 1564). Le opere letterarie e le

1541 Sposa Giulia Farnese iconografie riconosciute con legami a

- Bomarzo seguono e non precedono le

1547-1572 Prima fase di lavori

- opere

1562 Obelisco con datazione e

- 1551 Cerbero

-

committenza (Vicino Orsini) 1552 (ante) Maschera infernale

-

1565-70 Casa inclinata

- 1553 Casetta pendente

-

1565-70 Testa gigantesca

- 1562 Obelisco con datazione e

-

1554-55 Vicino Orsini è prigioniero

- committenza (Vicino Orsini)

1559 Ultimo incarico politico

- 1563 E’ finito il Tempio

-

1571 Conclusione della carriera militare

- 1563 (ante) Le orche

-

1578 Simone Moschino lavora

- 1565 (ante) Tartaruga gigante

-

alle sculture 1565 (ante) Elefante turrito

-

1580 Conclusione lavori

- Seconda fase: completamenti e mutamenti

-

1584 Muore Vicino Orsini

- in accordo alle censure della Chiesa

controriformista

Attribuzione: Michelangelo e la sua cerchia di artisti:

Raffaello da Montelupo, Leone e Pompeo Leoni,

Simone Mosca, Francesco e Simone Moschino

Nessuna scultura riesce ad entrare in un discorso unitario. Dal sacro bosco si vede il castello sopra ed il nome del parco

proviene dal sacro bosco di Roma citato in varie opere letterarie. L’elemento architettonico più evidente è un tempio

all’interno. L’ingresso originario è opposto a quello attuale. Nel percorso statuario ci sono temi legati alla fama del committente

e ci sono moltissime citazioni.

La casa pendente fa riferimento all’attitudine della persona che significava le capacità della famiglia di resistere alle avversità

della moglie essendo il marito in guerra. Il tempietto invece sembra riunire elementi toscani e romani: la cupola di Santa Maria

del Fiore e le colonne posizionate come nell’entrata di Palazzo Farnese a Roma. L’elefante che schiaccia il soldato è simbolo,

invece, di vendetta perché l’animale, se ucciso dal soldato, si vendica cadendogli addosso e uccidendolo a sua volta.

La sala da pranzo estiva è all’interno di una maschera mostruosa con un riferimento a Dante.

VILLA MEDICEA DI CASTELLO (Firenze, 1538)

I caratteri rinascimentali della villa sono evidenti così come è evidente lo stretto legame tra l’edificio e il suo giardino. Il legame

con la città di Firenze è alimentato da tutto l’apparato scultoreo che racconta la situazione politica di firenze in maniera

allegorica; la villa, infatti, venne costruita dopo il 1537, anno in cui salì al potere Cosimo I de Medici che sancì il potere della

famiglia sulla città dopo che da pochi anni erano diventati duchi. La situazione di Firenze viene raccontata attraverso la figura

di Venere-Fiorenza, statua di Giambologna.

L’elemento più peculiare del giardino è la differenza netta tra il parterre e la parte terrazzata che sta a monte: una rappresenta

la porzione selvatica in antitesi con il grande parterre dominato dall’architettura. Nel muro di contenimento sono rappresentati

due monti che fungono da riferimento geografico. Sicuramente l’elemento più famoso è la Grotta degli animali, che viene letta

come rappresentazione del mito di Orfeo o come riferimento agli

animali esotici ospitati dalla famiglia Medici all’interno della cascina di

Tavola. La grotta degli animali è opera del Vasari e presenta due trionfi

di animali su vasche: in una ci sono gli animali di terra e nell’altra quelli

di mare.

La prima terrazza, quasi un prolungamento della villa stessa, presenta

16 aiuole quadrate o quadrangolari con al centro una grande fontana a

vasca che rappresenta Ercole e Anteo.

La scultura del Gennaio (o dell’Appennino) ha una sorta di getto con

un basamento in spugna che riproduce le rocce naturali.

VILLA DI PRATOLINO (ora Villa Davidoff, 1569)

Non più esistente, l’edificio era molto famoso all’epoca per il suo giardino che era costituito da zone molto vicine al manierismo

e irregolari; conservata nella sua posizione originale ci rimane però la grande scultura dell’Appennino del Montalenti e di

Giambologna: ricoperta di rocce calcaree, è una statua enorme con ambienti anche interni.

Nel basamento della villa era presente un folto sistema di grotte in cui l’acqua riusciva a muovere persino degli automi (con

riferimento all’opera greca di Herone Alessandrino De gli Automati).

LE VILLE ROMANE DEL ‘500

Le ville romane sono espressione dell’opulenza del papato in cui il giardino diventa una vera e propria

ostensione del potere del committente, per la quale si arriva ad una forte monumentalità e un folto

rapporto con l’antico.

Caratteristiche:

- L’immagine della casa di campagna quattrocentesca, sia medicea o sforzesca o di un più modesto dominus

proprietario terriero è sempre legata ad una risposta alle esigenze del nucleo famigliare, alla cura dei campi

e all’ozio.

- La cultura romana pone la villa in una dimensione totalmente differente, proiettata non al

soddisfacimento dei bisogni in un quadro quotidiano consolidato ma tesa a fissare con ostinazione

l’eccezionalità di una situazione come stabile e quotidiana. E’ la ricerca di una dimensione monumentale

e definitiva.

- Il recupero della storia va oltre il buon senso pratico dell’Alberti.

Si recupera l’iconografia classica, si recuperano i significati connessi ai tipi in funzione di un progetto del

presente: l’approccio al passato diventa un sistema coerente che va dall’uso dei modelli fino alla

conservazione dei materiali, dalla scala urbana a quella privata.

- il territorio romano diviene un contesto archeologico culturale che giustifica i punti di osservazione delle

ville quanto nel milanese e nel bolognese era la struttura agrario produttiva.

- In parallelo la villa diviene un contenitore di materiali storici nelle sale e nei giardini. Questo gusto

antiquario è una delle componenti della trasformazione dei tipi edilizi e della formazione della nuova

strutture dei giardini. Lo stesso Giulio II fu accanito collezionista di opere, che faceva collocare nel

giardino del Belvedere

- Una conseguenza di questo rapporto con la storia si esprime nel rapporto profondamente mutato tra

committente e progettista: quest’ultimo assume una grande autonomia. Fino ad allora la villa era

l’interpretazione di una quotidianità di vita ed interessi sulla quale solo in parte si proiettavano intenzioni

di rappresentatività e fasto.

- Il rapporto committente-progettista in questo senso aveva visto un primo momento di forza nel caso

di Poggio a Caiano (Lorenzo il Magnifico / Giuliano da Sangallo)

NINFEO DI GENAZZANO, DONATO BRAMANTE

Il ninfeo di Genazzano era

un padiglione da giardino

che recuperava dagli edifici

termali romani una tipologia

architettonica; gli edifici

termali all’epoca erano

molto evidenti e molto

studiati – Palladio, per

esempio, studiò molto le

terme romane e i suoi studi

vennero poi pubblicati nel

1732 dal Lord Conte di

Burlingthon.

LA FARNESINA, BALDASSARRE PERUZZI (1502-05)

La villa dei Farnese era posizionata nei pressi del Tevere in assoluta

apertura verso il paesaggio circostante grazie ad un evidente porticato. Essa

non è di grande dimensioni perché utilizzata solo come loisir; la parte

basamentale infatti è come composta da un grosso porticato senza forti

simmetrie ma Peruzzi, con questa novità, riesce a riunire in una nuova

soluzione il salone e la loggia con il giardino.

Ora alcuni loggiati sono tamponati, ma si notano ancora i grandi ordini di

lesene e il grande fregio del prospetto.

All’interno le decorazioni sono ricchissime: affreschi di Giulio Romano su

disegi di Raffaello.

VILLA MADAMA. RAFFAELLO

La villa Madama è un incompiuto perché

avrebbe dovuto avere, oltre alla loggia

aperta, anche un cortile centrale che non è

mai stato costruito.

La particolarità della villa è il suo Vaticano

posizionamento: è situata in asse con

il Belvedere Vaticano a Nord di Roma ed è

sul Monte Mario, in asse col Ponte Milvio,

cioè uno dei punti più importanti della Ponte Milvio

cristianità per la battaglia di Ponte Milvio

durante la quale Costantino ebbe la meglio su Massenzio (312 d.C.).

La villa venne progettata da Raffaello su una preesistenza per Leone X e suo cugino Giulio de Medici

usufruendo delle maestranze vaticane e , nonostante la sua incompiutezza, divenne da subito una delle

ville più importanti di Roma tanto da essere descritta anche dal Vasari. Per la sua costruzione Leone X

emanò una bolla papale nel 1516 che agevolava finanziariamente i lavori di abbellimento dei suburbi di

Roma.

In una lettere, Raffaello spiega anche come la spazialità interna della villa la studiò anche in base alla

direzione del vento tanto da suddividere la villa in due spazi: uno dedicato al periodo estivo-primaverile

e uno dedicato al periodo autunnale-invernale.

I giardini

I giardini non sono stati progettati da Raffaello. Il riferimento

all’antico è evidente nella ricostruzione di un teatro classico

all’interno di essi e la peschiera a nord-ovest è pensata come una

piscina termale romana. Dal taglio della scena del teatro si può

osservare il paesaggio perché è ad un livello maggiore rispetto

alla villa, così come succedeva negli antichi teatri greco-romani.

Verso est è presente anche un Hortus Conclusus di matrice

medievale.

Il cortile circolare è un riferimento ad altri esempi della trattattistica del tempo ma, soprattutto, alle

descrizioni di alcune ville romane descritte da Plinio.

Assialità

I asse: è l’asse verso il Ponte Milvio e taglia la villa dalle spalle del teatro ricongiungendosi alla via

Triumphalis.

II asse: è l’asse verso il Vaticano che porta dalla Porta Angelica fino all’asse monumentale d’ingresso alla

villa.

Prospetti

Prospetto Sud-Est (Vaticano): mantiene un certo aspetto militaresco per la presenza di torri.

Prospetti Est e Ovest: il prospetto Ovest corrisponde alla peschiera, mentre quello Est al giardino dei

Melognoli; le torri sono sì retaggi medievale ma con le loro finestrature sono totalmente aperte verso il

paesaggio circostante.

Prospetto Nord-Est (Verso il Tevere): è presente una sorta di arco trionfale che dà l’accesso alla villa

VILLA GIULIA (1550 ca.)

In questo progetto vi operano il

Vignola per il fabbricato,

Ammannati e il Vasari per il

giardino e gli interni; la

committenza è costituito da

Papa Giulio II.

Il Piano terra è come se fosse

“mangiato” dal grosso

porticato che si apre verso

un’aesedra, che riprende le

descrizioni della Villa

Laurentiana di Plinio.

All’interno del Piano terra sono

presenti solo due ambienti e

l’elemento nodale che definisce la corte e conduce al giardino – ninfeo è l’esedra prolungata attraverso

due viali alberati.

VILLA IMPERIALE, GIROLAMO GENGA (Pesaro, 1529 – 30)

L’elemento caratterizzante della villa è il giardino in cui domina l’architettura.

PALAZZO TE, GIULIO ROMANO (Mantova, 1925 – 35)

Giulio Romano lo progetta a partire da edifici antichi: archi trionfali, terme, ecc.

MICHELANGELO

Michelangelo da architetto lavorò soprattutto per i papi De Medici come Leone X e Paolo VII.

BASILICA DI SAN LORENZO, FIRENZE

All’interno della chiesa c’è la Sacrestia vecchia di

Brunelleschi, luogo di sepoltura della famiglia De Medici.

Il fronte però presentava una facciata rustica con delle

ammorsature fatte per attaccare successivamente una

facciata.

Dal 1515 Leone X richiede il completamento della

facciata della chiesa e indice un concorso a cui

partecipano Giuliano da Sangallo, Raffaello e altri

architetti. Nel I progetto di Sangallo, per esempio, è

presente una tripartizione con due ordini e un attico

(simile al progetto dello stesso per la basilica di San Pietro

a Roma); nel II progetto, invece, Sangallo nasconde le

altezze delle navate laterali con due grossi campanili

sovradimensionati rispetto alla facciata. Nel III progetto

è presente la tripartizione ma è esplicita la trasposizione

di un arco trionfale romano sormontato da un tempio; in quest’ultima facciata ci sono delle reminiscenze

bramantesche per l’utilizzo di nicchie tra ogni parasta.

Nonostante i vari progetti, nel 1516 Michelangelo vince il concorso e, dopo vari progetti preliminari,

redige il progetto finale con un modello ligneo correlato. In esso una grande facciata non denuncia le

varie altezze interne della chiesa e l’unico movimento è dato dalla tripartizione verticale; i livelli degli

ordini sono intervallati da un attico intermedio che accentua ancora di più l’aspetto palatino e compatto

della facciata. In realtà questa facciata funge da vero e proprio atrio alla chiesa per la sua profondità e,

inoltre, doveva essere corredato da un folto sistema statuario che non conosciamo perché ci è arrivato

solo il modello ligneo.

Il cantiere per la facciata michelangiolesca di

San Lorenzo parte nel 1518 ma dopo poco Sacrestia

si abbandona tutto; Michelangelo viene Vecchia Sacrestia Nuova

chiamato a progettare la Sacrestia Nuova

all’interno della medesima chiesa.

Biblioteca

laurenziana

Sacrestia Nuova

La Sacrestia nuova presenta diverse analogie e differenze con la Sacrestia Vecchia di Brunelleschi.

Differenze:

- La nuova è più alta e ha una cupola a lacunari, simile a quella del

Pantheon

- Negli archi interni della nuova si appoggiano sulle controparaste gli

angoli delle paraste

- Diverso trattamento degli spazi

- La pianta presenta in entrambe un cerchio ma in quella nuova esso non

taglia il perimetro per creare delle nicchie

Analogie: Sacrestia vecchia, Brunelleschi

- Nervature su intonaco bianco

- Medesimo volume in pianta

La Sacrestia Nuova si presenta come una cappella sepolcrale con un folto

sistema di statue; il fuoco del disegno architettonico è la parte superiore e non

l’ordine basamentale. Lotz sottolinea che l’architettura comprende già in sé la

sua scala senza nessun riferimento alla scala umana, infatti le porte fanno da

incipit per il disegno architettonico inventando una nuova composizione di Sacrestia Nuova, Michelangelo

elementi architettonici. Le finestre del tamburo sono rastremate, cioè si

restringono in altezza per enfatizzare la verticalità della cappella.

Biblioteca Laurenziana e Ricetto

Il cantiere per la costruzione della nuova

Biblioteca per la famiglia Medici parte

nel 1523; il progetto non venne ultimato

da Michelangelo perché morì prima ma

fu completato da Tribolo, Vasari e

Ammannati (venne completata nel XIX-

XX Sec).

Per la Biblioteca Laurenziana

Michelangelo si trova davanti a una forte

preesistenza: egli costruisce il vestibolo

d’ingresso e la sala lettura al di sopra del

refettorio preesistente del convento; parte del vestibolo esisteva già e le cappelle della chiesa si appoggiano

lateralmente ad esso. Michelangelo quindi, per permettere al nuovo vestibolo di prendere luce è costretto

ad alzarlo sopra l’altezza delle cappelle di un piano. Questo però crea un altro problema di tipo strutturale,

perché la nuova altezza necessiterebbe di una struttura con una più grande sezione muraria ma il muro

non può essere allargato perché preesistente: trova la soluzione scolpendo grandi colonne monolitiche

agli angoli con la funzione di sostenere la scatola muraria.

Anche l’interno (sedili, tavoli, ecc.) è di

Michelangelo, così come i grandi riquadri

delle finestre. La parte più scenografica del

complesso è però il ricetto, dove si nota la

trasformazione verso il manierismo

dell’architettura di Michelangelo.

Nel ricetto le colonne binate sono inglobate

nella muratura così da far emergere

maggiormente il muro estroflesso; l’ordine

superiore, invece, è un’aggiunta

ottocentesca.

Il livello inferiore e quello intermedio è formato da grandi colonne che non reggono le trabeazione perché

esse sono affiancate da grandi blocchi murari posti tra ogni coppia di colonne; Lotz afferma che gli

elementi orizzontali non hanno nessuna potenza rispetto alle grandi colonne.

La scala è, invece, dell’Ammannati che concentra in questo progetto tutte le particolarità del progetto di

Michelangelo.

Il vestibolo venne poi completato con i lavori del 1894 – 1905.

Piazza del Campidoglio, Roma

Era il luogo in cui nell’antica

Roma c’erano i templi di

Giove capitolino e di Palazzo Senatorio

Giunone. L’edificio

principale era stato ricavato

dal Tabularium romano che

in età medievale conserva la

sua funzione di luogo della

memoria storica e nella

piazza si raccolgono oggetti

antichi di vario tipo che

avevano importanza per la

cristianità.

Nel 1536 papa Paolo III

ordina al comune di

provvedere alla Cordonata

risistemazione dell’area Ara Coeli

nominando come Mastro di

Strada Latino Giovenale

Valenti; nel 1538 si sposta la

statua di Marco Aurelio,

prima conservata nei Palazzi

Lateranensi, al centro della piazza.

Michelangelo viene chiamato ad operare solo a partire dal 1539, quando gli si chiese di fare da consigliere per il posizionamento

della statua equestre. Nel 1540 subentra un nuovo Mastro di strada e iniziano i lavori di regolarizzazione della piazza finalizzati

a rendere essa più autonoma rispetto al complesso dell’Ara Coeli: costruiscono quindi un muro parallelo alla facciata di Palazzo

dei Conservatori dove ora c’è Palazzo Nuovo per rendere la piazza più simmetrica.

Nel 1942-43 viene realizzata la scalinata con loggia finale che conduce al convento della chiesa e venne poi replicata

simmetricamente sull’altro lato nel 1550-53 con una seconda entrata per il Palazzo dei Conservatori.

Nel 1546 viene chiamato Michelangelo per lavorare al Palazzo senatorio:

Michelangelo inserisce lo scalone con la grande seduta

basamentale (legata alla funzione pubblica della piazza) ed esso

accoglie le dimensioni della facciata allungando o accorciando i

gradini. Il Bugnato è un’aggiunta successiva, così come la facciata

che venne realizzata da Della Porta su disegno di De Cavalieri con

i suoi 3 piani paralleli, finalizzati ad una percezione il più regolare

possibile. Michelangelo, quindi, in palazzo dei Conservatori non

interviene creando un edificio ex novo ma interpreta la

preesistenza; l’entasi negativa non è progetto di Michelangelo ma

è obbligato a farla per la presenza in precedenza delle due torri

laterali dalle quali parte per creare una nuova facciata con le due

entasi laterali. Anche la rampa centrale era già stata accennata in

precedenza ma Michelangelo la ripropone in maniera più sontuosa

ed evidente.

Nel 1549 muore papa Paolo III e la piazza cade dagli interessi papali. Nel 1554 muore anche il secondo Mastro di Strada che

viene succeduto da Tommaso dei Cavalieri, grande amico di Michelangelo, che chiama il Maestro per realizzare il progetto

dell’intera piazza.

A Michelangelo gli si chiese di progettare il trattamento dello spazio e l’affaccio sulla città dell’intera piazza (Balaustre, l’ovale

e le linee di travertino che prima erano contornate da laterizio).

Come si nota in pianta il palazzo dei conservatori non è orientato di 90° e speculare ad esso si costruisce il grande complesso

di Santa Maria in Aracoeli a fianco a cui Michelangelo progetta Palazzo nuovo. La forma trapezoidale è una configurazione

che Michelangelo utilizza a partire dai palazzi preesistenti e un progetto concettualmente ex novo (non è quindi vera la teoria

dei cannocchiali ottici atti a vedere i fori romani perché là dove ci sono i fori una volta c’era il campo baccino, cioè il mercato

dei bovini – solo con l’800 vennero poi portati alla luce del Sole).

Palazzo dei conservatori: il palazzo esisteva già ed era nella stessa

posizione; inoltre aveva anche un portico. All’interno di Palazzo dei

Conservatori ci sono ancora le tracce dell’edificio medievale in cui antico

e rinascimentale si incontrano; non potendo conservare totalmente

alcune preesistenze, egli le ripropone in chiave rinascimentale attraverso

degli espedienti, come per esempio affresca delle finte colonne là dove

aveva inglobato quelle medievali all’interno della muratura. In facciata

Michelangelo propone un ordine gigante con delle paraste che

corrispondono alla faccia libera dei pilastri. Le colonne, invece, reggono

il piano sopra il porticato – cioè hanno una funzione strutturale. È una

facciata aggiunta a una preesistenza.

Palazzo nuovo: viene costruito ex novo demolendo una parte del

complesso di Santa Maria in Aracoeli. Esso viene solo iniziato da Michelangelo perché muore prima della fine dei lavori e

verrà completato da Della Porta, che progetta la grande balaustra della copertura uguale a quella realizzata tra la piazza e la

cordonata da Michelangelo. I lavori per Palazzo Nuovo partono nel 1603 sotto la direzione di Giacomo Della Porta.

L’intervento di Michelangelo è interessante anche per l’apparato decorativo; egli infatti colloca le statue in un luogo

determinato dopo averle restaurate e le opere antiche, prima sparpagliate su tutta l’area, assumono un valore puntuale. La

piazza col ‘400 doveva diventare proprio il simbolo della ribalta di Roma per la cristianità e il papa deve con questo progetto

mostrare di essere il signore della città, e quindi il potere temporale, ma allo stesso tempo anche il potere spirituale e questo

suo dualismo lo mostra proprio in questa piazza.

Per questo motivo Michelangelo organizza la piazza utilizzando tutti i simboli della memoria storica rifunzionalizzando in

chiave romana e cattolica i simboli: nella statua del Nilo e del Tevere in realtà la lupa era una tigre che stava a raffigurare il

Tigri alla quale vengono aggiunti Romolo e Remo per cambiarne la simbologia; la lupa di Roma (che una volta era esposta

nella piazza) diventa la lupa capitolina solo col ‘500 quando il Pollaiolo ci aggiunge Romolo e Remo (in origine era una statua

etrusca che rappresentava un normale animale). Anche nella scalinata di accesso alla piazza Michelangelo pone i due Dioscuri

Castore e Polluce che erano semidivinità che rappresentano l’incontro tra l’uomo e Dio, cioè come incontro tra potere

spirituale e temporale, come il papa sovrano di Roma e della Cristianità.

Nel XX secolo i musei capitolini sono stati restaurati da Aymonimo che è riuscito a riportare fuori anche i resti dell’antico

tempio di Giove Capitolino.

La Piazza porticata con la statua equestre nel mezzo porterà alla nascita del modello della Plaĉe Royal.

Porta Pia, Roma

Michelangelo viene chiamato alla costruzione di una nuova porta, Porta Pia, perché la porta Nomentana

era ormai desueta. È chiaro dal progetto come il portale centrale sia un suo progetto diversamente da

quelli laterali. In questo progetto c’è una concentrazione forte di elementi architettonici: le paraste sono

scanalate, c’è un doppio timpano, ecc.

Chiesa di Santa Maria degli Angeli, Roma

Michelangelo viene chiamato ad intervenire all’interno degli spazi delle

terme di Diocleziano per creare una chiesa al posto del vecchio

Tepidarium.

Le terme di Diocleziano erano un antico complesso romano che

considerato il più nuovo e il più grande di tutta Roma; esso aveva un

vero e proprio percorso che partiva dall’attuale piazza dell’Esedra (o

piazza della Repubblica) per poi entrare nell’Apoditerium (l’ingresso-

spogliatoio), nel calidarium e poi nel Tepidarium al quale sui lati c’erano i Frigidaria, il percorso terminava

con la Natatio, cioè una grossa piscina all’aperto. Con il suo smantellamento lo spazio delle terme di

Diocleziano assunse diverse funzioni:

La parte Sinistra divenne di proprietà dei Massimo

- che si costruirono Palazzo Massimo alle Terme

Nella parte centrale, invece, nel ‘400 era ancora

- presente il tepidarium abbandonato e si pensò di

inserirci un complesso monacale dei Certosini; per

farlo chiamano l’architetto Del Duca che inizia

inserendo all’interno del complesso del Tepidarium

vari altari. Visto il Giubileo del 1575, si chiama

Michelangelo che elabora un progetto per farlo

diventare un punto di incontro per i fedeli e creare

Santa Maria degli angeli e dei martiri ma muore poco

prima. Nel progetto Michelangelo approfitta

dell’entrata all’apoditerium da piazza dell’esedra per

la facciata, de calidarium per il vestibolo e del grande

tepidarium per la grande navata. Attraverso questo

sistema crea una chiesa con 3 ingressi con la

medesima importanza affinche i pellegrini, a

seconda della basilica da visitare durante il giubileo,

scegliessere la giusta uscita verso la corretta direzione. Michelangelo, inoltre, sceglie di tamponare

lo stretto necessario per far vedere il più possibile la preesistenza e, infatti, l’unica cosa che

aggiunge sono l’abside e il presbiterio (aggiunto al posto della Natatio). Nel ‘700 si chiama ad

intervenire Vanvitelli per un progetto di restauro durante il quale chiuse due ingressi e modifica

completamente le decorazioni michelangiolesche che aveva scelto esplicitamente di conservare il

più possibile (ad esempio aveva mantenuto le volte originali romane intonacandole solo e le

colonne portanti enormi).

CANTIERE DELLA BASILICA DI SAN PIETRO

Gli architetti che hanno lavorato a questo cantiere sono moltissimi

architetti:

 Bernardo Rossellino (1409-64)

 Fra’ Giocondo (1433-1515)

 Donato Bramante (1444-1514)

 Giuliano da Sangallo (1445-1516)

 Michelangelo Buonarroti (1475-1564)

 Baldassarre Peruzzi (1481-1536)

 Raffaello Sanzio (1483-1520)

 Antonio da Sangallo il giovane (1484-1546)

 Etienne Dupérac (1525 ca.-1601)

 Giacomo della Porta (1533-1602)

 Carlo Maderno (1556-1629)

 Gianlorenzo Bernini (1598-1680)

Al di là della facciata del Maderno, il dna della chiesa sta Pianta dell’antica basilica di San Pietro coi

nell’intervento interno di Bramante. contorni dell’edificio realizzato da Bramante

negli interni e da Maderno in facciata.

È un’architettura che si colloca in ambito manierista ma che termina con il Barocco ampiamente

sviluppato. Visto il prolungamento nei secoli del cantiere, i papi che assistono al suo cambiamento con il

legame con gli architetti sono:

 1503-1513, Giulio II della Rovere (Bramante)

 1513-1521, Leone X Medici (Bramante, Raffaello, Sangallo, Peruzzi)

 1521-1523, Adriano VI

 1523-1534, Clemente VII Medici

 1534-1549, Paolo III Farnese (Peruzzi, Sangallo, Michelangelo)

 1550-1555, Giulio III Del Monte (Michelangelo)

 1555 Marcello II Cervini (Michelangelo)

 1555-1559, Paolo IV Carafa (Michelangelo)

 1559-1565, Pio IV Medici di Marignano (Michelangelo)

 1566-1572, S. Pio V Ghisleri

 1572-1585, Gregorio XIII Boncompagni

 1585-1590, Sisto V Peretti (Della Porta)

 1592-1605, Clemente VIII Aldobrandini

 1605-1621, Paolo V Borghese (Maderno)

Bernardo Rossellino

Il primo passo verso il grande cantiere viene fatto da Papa Pio Piccolomini che chiama Bernardo

Rossellino nel 1452 ca. per progettare un nuovo interno conservando la vecchia chiesa costantiniana.

Bernardo Rossellino pensa di

conservare il cortile antistante alla

chiesa, che aveva il tipico assetto

della basilica paleocristiana con

delle navate principali e una

struttura voltata del soffitto. Il

progetto di Rossellino voleva

conservare il cortile antistante alla

chiesa e la vecchia facciata

dell’avancorpo del cortile ma

inglobare una cupola circolare Pianta della basilica costantiniana con l’ampliamento di Rossellino.

modificando il transetto; il coro

inoltre modificarlo con un grande altare. Questo cantiere parte parzialmente e l’abside e il coro

condizioneranno l’intervento di Bramante.

Donato Bramante

Momento fondamentale è però l’incontro tra Bramante e Giulio II. Nel 1505 arrivano i primi progetti di

Bramante: San Pietro è una realtà in cui si cambia continuamente da progetti con pianta centrale e altri

con orientamento longitudinale.

Il I progetto di Bramante parte dall’intervento di Rossellino aggiungendo dei grandi spazi absidali agli

angoli del coro e del transetto precedente. Aggiunge quindi una novità: articola il sistema attorno alla

cupola con 4 elementi a pianta centrale ( un quinquus) e modificazione dei 4 pilastri che reggono la cupola

in diagonale così da far sì che l’arco della cupola sia maggiore (strombatura simile a quella presente a

Santa Maria del Fiore a Firenze). Con questo sistema la tomba di Pietro sarebbe stata sotto la cupola e

quella del Papa Giulio II addossata all’altare.

Sempre nel 1505 però arriva un punto di svolta: il pianto di

Pergamena, cioè il progetto della nuova San Pietro a pianta

centrale. È una struttura con una grande complessità degli

spazi con moltissime sacrestie e grandi schermi di colonne.

Nel I progetto la crociera era più bassa mentre in questo è

a 46 metri. L’idea era sempre di coprire con una cupola la

tomba di Pietro al centro.

È un tempio a pianta centrale con 4 entrate principali e 4

facciate; il discorso del quinquus continua e gli spazi sulle

diagonali sono dedicate ad ospitare al di sopra delle torri.

Esternamente la chiesa doveva essere formata da una

struttura con due campanili simmetrici e una grandissima

cupola che ricorda quella del Pantheon per il grande

tamburo e per gli anelli con funzione di compressione delle

spinte laterali per tenere la cupola. Il Piano di Pergamena di Bramante con l’inserimento

È un progeto molto complesso in pianta che non forma delle fondamenta di Nicolò V e Rossellino e della

basilica costantiniana.

una struttura compatta.

Dal progetto della cupola divulgato da Serlio (Libro III) si nota come essa fosse ispirata, in pianta, dal

tempio periptero.

Per ragioni economiche questo progetto non venne mai realizzato e

preso in considerazione e orienterà il suo progetto verso una pianta

longitudinale in dialogo col primo intervento di Rossellino. Le novità che

inserisce sono: modifca i pilastri seguendo i consigli di Sangallo

rafforzandoli per reggere la cupola e, andando contro le fondazioni di

Rossellino, aggiunge dei grandi deambulatori dietro al transetto e al coro.

Il nuovo progetto prosegue articolandosi sempre di più fino ad arrivare

ad una pianta a 5 navate e 3 campate longitudinali. Nel 1511, inoltre, si

iniziano i lavori alla cupola del coro in opus cementicium.

Con l’arrivo di Leone X si avvia un altro progetto che porta

all’allungamento delle navate impostando una facciata con una citazione

molto forte con il pronao del pantheon.

All’interno la basilica di San Pietro dopo l’intervento di Bramante si Progetto per San Pietro

commissionato da Leone X (1513) con

presenta con grossi pilastri ad angolo nella parte del transetto da cui una facciata simile al pronao del

partono grandi arconi cassettonati sorretti da paraste. I pilastroni sono Pantheon.

arricchiti da nicchie a più livelli decorati da statue.

Bramante muore nel 1514 e iniziano una serie di progetti successivi:

 Fra Gicondo, che opta per una pianta longitudinale

 Giuliano da Sangallo che invece opta per una pianta centrale molto complessa con una

moltitudine di cappelle laterali. Egli presenta anche altri progetti che si collegano ai progetti di

Rossellino e Bramante. Nel II progetto ritorna ad un assetto longitudinale.

Raffaello

Il suo progetto del 1515 venne pubblicato da Serlio nel

III libro del suo trattato.

Egli nel suo progetto propone la demolizione

dell’intervento di Rossellino e Bramante per ricreare dei

grandi deambulatori. È un’idea molto complessa in cui ci

sono grandi campanili, cupole di varie grandezze, ecc.

L’idea di facciata di Raffaello denuncia un unico grande

timpano che definisce il corpo centrale con al centro la

grande loggia papale delle benedizioni. L’ordine gigante

della facciata regge il grande timpano.

Alla fase raffaellesca si aggiunge un progetto di Antonio da Sangallo il giovane che elabora un progetto

nel 1516.

Antonio da Sangallo il Giovane (1484 – 1456)

Antonio da Sangallo Il Giovane lavorava al cantiere di San Pietro già dagli anni ’20 del ‘500 al fianco di

Raffaello come si nota nel suo progetto di studio per la facciata della basilica del 1519-20, in cui un ordine

gigante in facciata copre quasi completamente il portalo d’ingresso e il cuore della facciata è definita nel

mezzo dalla loggia papale ed è composta da una grande serliana sormontata da un grande arco.

Antonio da Sangallo progettò anche il deambulatorio

dell’emiciclo meridionale con delle edicole molto

prominenti in cui la trabeazione è retta da paraste, come nel

suo progetto per Palazzo Farnese.

Nel suo primo progetto per San Pietro del 1516 egli opta per

una soluzione con sviluppo longitudinale in cui il doppio

ordine dorico è sovrastato da un attico a cui è necessario

sovrapporre un II ordine.

Nel 1534 Paolo III Farnese diventa Papa e con esso Sangallo

riesce a fare i primi passi verso la direzione dei lavori del

cantiere di San Pietro. Nel Maggio 1536, infatti, Sangallo

viene confermato architetto papale e coordina tutto il

progetto con la cosiddetta setta sangallese formata perlopiù da

suoi parenti.

Diventato ormai capomastro, redige un progetto definitivo

con un evidente cambio di rotta: passa da una soluzione a

pianta longitudinale ad un assetto centrale, così come aveva Progetto per San Pietro.

progettato Bramante. Paolo III Farnese era così contento

del progetto di Sangallo il Giovane da chiamare persino il

Vasari per raffigurare il cantiere della chiesa in corso d’opera.

Nel progetto definitivo si notato 4 grandi deambulatori e 2

cappelle minori e si nota, inoltre, come ci sia un tentativo di

temperare la centralità con la creazione di una facciata ad

hoc con una coppia di campanili addossati. In facciata si nota

una trabeazione con dei trigrili al I ordine che è differente

rispetto agli altri fianchi della chiesa; l’ordine era formato in

tutte le facciate da un ordine superiore con un attico

sovrastante. La facciata principale differiva da tutte le altre

per la presenza dei due campanili e della grande loggia delle

benedizioni.

Nonostante l’apertura del cantiere, il progetto non va in

porto.

Michelangelo ( 1546 – 1593)

Sempre sotto il papato di Paolo III Farnese viene chiamato Michelangelo alla direzione dei lavori; nel suo

progetto maniene la pianta centrale ma ritornando all’ordine gigante già pensato da Bramante. Inoltre

decide per la demolizione del deambulatorio, dei vestiboli e dell’emiciclo così da illuminare meglio

l’interno della basilica che viene pensata come un grande basamento su cui appoggiare la cupola come

fosse una scultura.

In pianta si nota come Michelangelo semplifica l’impianto centrale in cui le paraste giganti segnano il

perimetro della chiesa.

Nel prospetto laterale si nota invece che la grande trabeazione non chiude la facciata continua ma fa

emergere la verticalità della cupola; quest’ultima con la sua grandezza e verticalità diventa il simbolo della

riacquisizione del potere della chiesa dopo il Concilio di Trento (1445 – 63).

La cupola è decorata da grandi riquadri con festoni all’interno, volute di raccordo accentuate e nervature

che segnano la struttura; l’alternanza tra timpani curvi e triangolari del tamburo sono tipici romani ma

non sono presenti nel modello ligneo, dove sono presenti solo i timpani triangolari.

Maderno (1613)

Dopo il progetto Michelangiolesco, a inizio ‘600 si rinnova l’interesse per la chiesa antica e partono due

idee diverse: c’era chi voleva continuare la chiesa verso la piazza e chi, invece, voleva la distruzione di

essa per la mancanza di campanili, di una sacrestia e di un coro.

La manomissione della concezione di Michelangelo con la

costruzione di una chiesa longitudinale non vedeva favorevole il

partito degli ammiratori di Michelangelo. Il cardinale Maffeo

Barberini (poi Urbano VIII, 1623-4) rispondeva punto per

punto ai punti critici del progetto del Maestro elencati dal papa

Paolo V:

- Mancano i campanili: vi sono le 4 piccole cupole

- Manca la sacrestia: si possono ricavare in due degli spazi

destinati alle scale a lumaca e in altri ambienti

- Manca il coro: si può fare sotto, intorno ai corpi degli Apostoli,

dove oggi è la Confessione

- E’ sconveniente che rimanga scoperta una parte della chiesa

vecchia: il portico di Michelangelo si dovrebbe fare nell’area

della chiesa vecchia, e nella parte centrale del

tempio da lui progettato si ha spazio per la

loggia delle Benedizioni. Il popolo starebbe

sotto il portico, e quello che sarebbe rimasto

fuori avrebbe dato un’idea di grandezza.

Nel 1605 Paolo V decide di demolire la

vecchia facciata e nel 1607 indice un concorso

per il rifacimento della stessa a cui

partecipano grandi architetti dell’epoca come

il Fontana, Cigoli, il Maderno, ecc.

Il concorso viene vinto dal progetto del

Maderno in cui la facciata è divisa in 3 livelli con un corpo centrale timpanato (la sperimentazione coi

vari piani in facciata ispirerà il barocco pochi decenni dopo). Il progetto definitivo è del 1613 e

comprendeva una coppia di campanili che delimita una facciata molto palatina in cui il timpano è

inglobato nella facciata.

Con Bernini si costruì il campanile sinistro che non era stato ancora costruito; esso non piaceva e venne

demolito insieme all’altro campanile del Maderno lasciando la forte orizzontalità che tutt’ora esiste; al

posto dei campanili vennero posti due orologi.

Le colonne del timpano escono di più rispetto alle altre e in origine avevano anche colorazioni differenti.

Una curiosità sulla facciata sta nel suo parallelismo: essa non è costruita su piani paralleli ma su piani

inclinati così da sembrare diritta alla percezione visiva.

LE VILLE DI FRASCATI

Frascati è una cittadina in prossimità di Roma, che divenne con il ‘500 il luogo privilegiato per la villeggiatura

papale, per cui si iniziò a costruire numerose ville cardinalizie fino al 1623, anno in cui venne scelto Castel Gandolfo

per sostituire le ville di Frascati.

Nella veduta di Frascati di Matteo

Greuter, si notano tutto il sistema

composto da 12 ville cardinalizie

rivolte verso Roma che disegnano il

territorio.

L’inizio della costruzione del sistema di villeggiatura a Frascati risale al 1537, anno in cui la Camera Apostolica

acquista numerosi territori della famiglia Colonna in cui negli anni successivi iniziarono i cantieri delle residenze;

infatti nel 1567 partirono le ricostruzioni delle ville preesistenti.

Villa Mondragone

La villa era di proprietà della famiglia Borghese e aveva un corpo

originario formato da un porticato, un loggiato e dei padiglioni

progettati da Martino Longhi il Vecchio. Passata alla proprietà

del cardinale Marcus Sitticus, iniziarono i lavori per il rinnovo

della villa; il contratto di progetto prevedeva la consegna dopo

8 mesi e in questo lasso di tempo si costruirono dei locali di

servizio sotto la grande terrazza di entrata in cui c’erano le

cucine e delle torri ornamentali che fungevano da camini per

evacuare i fumi delle cantine. Il cuore della villa era la parta

antica a pianta quadrata che venne trasformata in reggia per la

corte papale nella quale manica sinistra erano posti i servizi e gli

appartamenti e il salone era posto in centro. Durante i lavori venne costruita anche un’esedra retrostante con un

ninfeo, composto da una struttura a semicerchio con delle fontane all’interno, e un grande emiciclo pavimentato.

Anche l’assetto urbano venne cambiato, costruendo un lungo viale in asse con la villa con un relativo portale.

Il salone era a doppia altezza, centrale e si affacciava sul grande loggiato rivolto verso Roma; il loggiato aveva degli

spazi tondi alle due testate. Verso il giardino, invece, venne costruito da Vasanzio un grande porticato a doppia

altezza con una finestra direzionata verso la città di Roma.

Il giardino verso Nord e la lunga manica adiacente vennero aggiunti negli anni ’20 del XVII secolo per mano

dell’architetto Vasanzio.

Villa Aldobrandini

Rinominata Villa Belvedere per il suo importante rapporto con il

paesaggio, è caratterizzata soprattutto da un complesso sistema

di giardini retrostanti alla villa. Come scrive Giovanni Battista

Alucchi il paesaggio in questo progetto ha una grande

importanza perché genera le diverse logge della fabbrica, la villa,

infatti, venne costruita in funzione del giardino coi suoi giochi

d’acqua, le colline, ecc.

Per la costruzione della villa venne chiamato inizialmente Giacomo della Porta, che venne seguito da Carlo

Maderno e, infine, da Giovanni Fontana.

In pianta Giacomo della Porta riprende una tipica pianta di ispirazione classica con

riferimenti alle terme nella grande esedra e con riferimenti all’ippodromo antico dello

stadio di Domiziano per il sistema di rampe. Con i lavori del Maderno e di Giovanni

Fontana venne, inoltre, costruito un grande teatro delle acque con fontane nelle

nicchie che funge da divisione tra il selvatico e l’artificiale. Dal teatro d’acqua parte

una lunga catena d’acqua spettacolare.

Di chiara ispirazione a questa villa è il progetto per Villa della Regina a Torino, che

parti proprio per un legame tra la famiglia Aldobrandini e i Savoia. Infatti nel 1598

Clemente VIII donò al nipote e cardinale Pietro Aldobrandini la villa di Frascati (poi

nota come Villa Aldobrandini); nel 1601 si chiama allora Giacomo della Porta per

demolire la villa preesistente e realizzarne una nuovo. L’anno successivo però

Giacomo della Porta muore, e subentra come direttore dei lavori Carlo Maderno per

il complesso architettonico e Giovanni Fontana per gli aspetti idraulici del giardino.

Nel 1608 il principe Maurizio, figlio quindicenne di Carlo Emanuele I duca di Savoia,

riceve la porpora cardinalizia dal papa Paolo V Borghese e il cardinale Pietro Aldobrandini nel 1608 viene ospitato

dai Savoia a Torino e nel 1611 viene chiamato il Monsignor Giovanni Battista Agucchi per redigere la Relatione della

Villa Belvedere da inviare a Carlo Emanuele I di Savoia, che poi farà partire il cantiere per villa della Regina,

dichiaratamente ispirata alla villa di Frascati.

Villa della Regina

Dopo che Agucchi manda nel 1611 la descrizione di Villa

Aldobrandini a Carlo Emanuele I di Savoia, nel 1615 il

Cardinal Maurizio di Savoia acquista la villa dai fratelli

Forni e dà avvio ai lavori di trasformazione su progetto di

Ascanio Vitozzi. Nel mentre Vitozzi muore l’anno stesso,

il cardinal Maurizio diventa protettore della Corona di

Francia in Roma e sposa la nipote Ludovica, con cui sta

fino alla sua morte nel 1657. Con il 1677 però la moglie

Ludovica, commissiona l’ampliamento della villa con dei

padiglioni angolati e l’abbellimento dell’intera fabbrica.

Morta anche la principessa Ludovica nel 1693, la villa

passa ad Anna D’Orleans, moglie di Vittorio Amedeo, duca di Savoia che nel 1723 dà avvio a dei interventi sulla

villa da parte di Filippo Juvarra, che trasformano il corpo centrale e i padiglioni laterali e impostano le architetture

del giardino, su progetto di Giovanni Pietro Baroni di Tavigliano. Con la morte di Vittorio Amedeo II, nel 1758 la

villa è di proprietà della duchessa di Savoia Maria Antonia Ferdinanda che ordina al Tavigliano di continuare i

lavori per il Giardino. Con la morte di quest’ultimo, nel 1767 si chiama Paolo Masazza di Valdandona per

completare il padiglione dei Solinghi e, lo stesso, lavorerà anche alla facciata della villa nel 1779. Nel 1776, invece,

vennero trasportate nella villa le migliori statue dei giardini secenteschi di Venaria Reale, smantellati agli inizi del

XVIII secolo. Nel 1811 la villa risulta bene demaniale in possesso del Dipartimento del Po e iniziano i lavori di

ripristino condotti da Giuseppe Battista Piacenza, dopo i quali inizia la restaurazione del complesso nel 1814. Nel

1868, però, la villa venne dismessa perché era divenuta proprietà dell’Istituto Figlie dei Militari e venne

completamente restaurata solo nel 2005.

GALEAZZO ALESSI (1512 – 1572) | GENOVA

Alla metà del ‘500 il discorso della villa cardinalizia romana viene applicato ad un’altra realtà: la borghesia

e la nobiltà genovese. Già dal ‘400 si iniziano a costruire delle ville suburbane complementari alla vita in

città perché erano estremamente vicine ad essa.

A Genova nel ‘500 finisce la dominazione francese per dare inizio a quella spagnola dando il via al

decadimento di Genova per il commercio ma diventando la banca di Spagna.

Proprio nel ‘400 si iniziano a costruire una serie di ville nobiliari molto vicine alla città: Palazzo Doria,

Villa Pallavicini, Villa Sauli e Villa Cambiaso a est, e le ville ad Ovest a Sampierdarena (che ora si presenta

come un’area portuale).

Villa Tomati a Granarolo, Genova, Metà del XV secolo

Già nel ‘400 c’era un sistema di ville come per Villa Tomati; si presentava come una struttura con retaggi

gotici (gli archi acuti) e non coerente ma fatta con addizioni di elementi diversi.

Villa Imperiale a San Fruttuoso, Genova, 1502

È ora una villa di proprietà comunale; non è ancora alessiana ma ha una certa coerenza compositiva

nonostante i retaggi gotici dei pilastri ottagonali. Dal punto di vista dimensionale non può essere

considerato una villa ma più un palazzo, nonostante abbia comunque la funzione di villa. Ora la villa

presenta di fronte la stazione marittima che ha distrutto l’ambiente storico in cui la villa imperiale si

collocava. Essa si trovava subito fuori porta San Tommaso ed è vicino all’attuale stazione Principi; a

destra di essa si trova la Via Balbi di inizio ‘600 (la I strada nuova) e l’attuale via Garibaldi (la II strada

nuova) in cui si collocavano i palazzi delle famiglie patrizie che divenne esempio per tutta Europa.

Palazzo Doria Panphilj

In questo progetto sono quasi più importanti i grandi giardini che il

palazzo in sé.

L’edificio era un preesistenza di scarso interesse che venne acquistato

nel 1521 e si trovava fuori dalla porta di San Tommaso; nel 1521 fino

al ’29 iniziano i primi lavori di ampliamento per la costruzione di una

grande stecca con un grande loggiato centrale e i giardini, che si

formano sia a valle che terrazzati.

Nel 1428 passano di qua anche Andrea Doria degli Spagnoli e Perin

del Vaga, un pittore a cui si attribuiscono gli affreschi dei grandi loggiati centrali. Dal ’29 iniziano i lavori

per la manica orientale che sono seguiti, nel 1539-42, da ulteriori acquisti di terreni sulla collina

circostante. La sistemazione dei giardini venne fatta poco dopo nel 1545-47 da Giovanni Antonio

Montorsoli e poi decorati dalla nuova fontana del Nettuno dei giardini terrazzati di Carlone nel 1599. I

giardini arrivano fino al mare con una sorta di loggiato finale.

Questa villa soddisfa i parametri della villa albertiana per la sua

posizione privilegiata di fronte al mare e in mezzo ai colli.

In pianta si nota l’importanza dei loggiati a U in facciata, la

struttura a mare e tutta la zona a monte con tutto il suo sistema

di terrazze che si raggiunge attraverso un ponte. È un tipico

giardino all’italiana che domina su tutto il progetto rispetto alla

villa.

Ora la villa si trova tra la sopraelevata, la ferrovia e la stazione marittima che cambia totalmente le

prospettive della villa.

GALEAZZO ALESSI (1512 – 1572)

La figura di Galeazzo Alessi è legata alla figura di Pieter Paul Rubens (1577 – 1640) che venne a Genova

nel 1606. Rubens studiò molto Genova e pubblicò nel 1622 la prima edizione de I palazzi di Genova con

72 tavole illustrative, seguite da un II edizione arricchita. In questo libro portò l’esempio di Via Garibaldi

coi suoi palazzi patrizi in tutta Europa. Le incisioni vennero comprate da Rubens a Genova per poi

diffonderle nel resto del vecchio continente.

“Sarà detto da noi palazzo o casa privata […] quella che avrà la forma di un cubo solido col salone in mezzo, o’ vero

ripartito in apartamenti contigui senza luce nel mezzo, come sono la maggior parte li palazzi genovesi” le ville

genovesi sono simili a Palazzi perché hanno due piani principali. I palazzi nel libro di Rubens non sono

mai indicati coi nomi della famiglia ma con delle lettere perché gli interessava celebrare solo l’architettura

genovese e non le famiglie.

Galeazzo Alessi nasce a Perugia ed è attivo sia nella sua città natale ma anche a Milano, Assisi e Genova;

inoltre è a Roma tra il 1536 e il 1542 in cui assorbe tutta la cultura romana di quel periodo di Sangallo,

Michelangelo, ecc.

Villa Giustiniani-Cambiaso ad Albaro, 1548

È la villa alessiana per antonomasia; ora è una sede della facoltà

di ingegneria. La villa è subito fuori dalla città a mezza costa e

gode del panorama sia della collina che del mare. Questo edificio

ha una struttura cubica con dei tetti abbastanza pendenti coperti

da scandole; utilizza un ordine dorico con semicolonne al piano

terreno e un ordine corinzio con paraste al piano superiore. La

balaustra superiore copre in parte il tetto e sormonta il piano

superiore con due livelli di finestre coi mezzanelli che possono

essere anche di ambienti ammezzati o di stanze con un’altezza

maggiore.

La villa sorge su un basamento che corrisponde ad un piano

seminterrato con delle cucine e dei locali di sgombero; la

trabeazione corinzia è provvista di toro. L’ingresso è dato da un

porticato con una scala a doppia rampa. Il rapporto tra villa-

portico-loggia è un rapporto nuovo e complesso: il salone non è

al piano terreno ma al I piano. L’atrio centrale del piano terra è

cieco e ospita lo scalone che raggiunge il loggiato del I piano con

un movimento molto complesso che governa lo spazio: in molte

ville alessiane il porticato al piano terreno è verso il mare, mentre

la loggia al piano nobile è verso la collina. Al I piano, quindi, il

salone si affaccia verso il mare dalle finestre ma verso la collina La loggia

attraverso il loggiato. Il loggiato è decorato da Erme, cioè

decorazioni scultoree per metà antropomorfe e per metà astratte.

All’interno si notano le finestre con le sedute per godere del

paesaggio circostante.

Villa Pallavicino (detta delle Peschiere), 1556

La villa si trova subito fuori Genova nella parte nord;

la facciata verso il mare presenta un porticato al piano

terreno e delle aperture ad arco al piano superiore: ci

sono logge al I piano sia verso il mare che verso la

collina, riprendendo lo schema a U della Farnesina di

Roma. Nelle logge di ingresso si nota come uno spazio

tripartito porti ad uno spazio bilobato, cioè absidato ai

lati.

Nel I piano è posto il salone con due logge verso il

mare e un porticato verso la collina; anche in questo

caso lo scalone fa un giro complicato da est a ovest. Sotto le scale in pianta si

trova un ottagono con 4 nicchie che ricorda un ambiente termale: è la sala da

bagno della villa che è come fosse un piccolo ambiente termale (tipico per le ville

genovesi). Studiando la pianta si notano i numerosi percorsi secondari: scale a

chioccola, piani ammezzati, ecc.

Altro richiamo alle architettura bramantesche sono gli spazi absidali delle camere

interne, ma che sono fortemente influenzate dal manierismo per il forte

decorativismo di ispirazione classica e in cui natura e artificio si mescolano

insieme.

Villa Grimaldi – Sauli, 1554

Esiste ancora in parte vicino alla stazione Brignole; la villa era famosa per le

sue sale da bagno termali.

È una struttura quadrangolare con spazi porticati e una grande loggia rivolta

verso monte grande quasi quanto il salone.

Galeazzo Alessi realizzò a Genova anche la chiesa di Santa Maria Assunta di Carignano nel 1552, con

una pianta a quinquus: pianta centrale con più ingressi tranne per il lato con l’abside e l’altare maggiore.

È una chiesa di grande scala che ci dà l’idea di come il tema del quinquus di san Pietro sia arrivato anche

a Genova attraverso Alessi.

La chiesa venne poi completata nel ‘700 ma conserva ancora l’impianto alessiano. La cupola di Alessi

presenta la stessa soluzione di San Pietro per il tamburo che venne finestrato con delle serliane.

Oltre a Genova, Galeazzo Alessi agì anche a Milano per Palazzo Marino. Come solito del ‘500, Alessi

aveva iniziato la sostituzione sopra la preesistenza che però non venne terminata e, quindi, il progetto di

Alessi si presentava solo per metà fabbrica. Prima del restauro, perciò, si presentava come un agglomerato

di più edifici diversi con il progetto cinquecentesco solo per le prime 5 campate a sinistra. Nell’800 si

chiama Beltrami che ricostruisce completamente l’edificio a imitazione di quello di Alessi completandolo.

Sampierdarena: villa Imperiale-Scassi, villa la Fortezza, villa Spinola di San Pietro

Sampierdarena è la zona ovest in cui c’era una bella spiaggia con una serie di ville, tra cui le più importanti

erano villa Imperiale Scassi, Spinola di San Pietro e la villa La fortezza. Sampierdarena ora si presenta

totalmente diversa dall’epoca perché nella II metà dell’800 divenne uno dei maggiori centri industriali

italiani: qui vennero realizzate le ferrovie nella zona della foce del torrente Polcevera (zona la fiumara) e

venne aperta la prima fonderia dei Fratelli Balleydier che più tardi diventerà Ansaldo; è qui che venne

costruita la I locomotiva italiana chiamata Sampierdarena.

Nel 1926, in occasione della creazione della Grande Genova, fu annessa al capoluogo in virtù di una legge

speciale insieme ad altri diciotto comuni del Genovesato divenendo quartiere periferico della città con

conseguente aumento dei problemi sociali riconducibili appunto alla sua decentralizzazione.

Tra il 1927 e il 1936 ebbe luogo l'ampliamento del porto in conseguenza della crescita dei traffici. Questa

struttura ha sottratto a Sampierdarena la bella spiaggia di sabbia, al posto della quale sono state edificate

le moderne banchine ed i docks del porto nuovo. Per facilitare i collegamenti tra Sampierdarena, Genova

e la costruenda autostrada Genova-Serravalle, nonché per liberare spazi utili alle attività portuali, negli

anni trenta venne abbattuta la collina di San Benigno, in cui è stato edificato negli anni novanta un

moderno quartiere adibito a centro direzionale.

Villa Imperiale-Scassi (detta La Bellezza), Giovanni e Domenico Ponsello, 1561-64

Attribuita ad Alessi ma in realtà è opera di Giovanni e Domenico Ponsello che erano già attivi a Torino

per il Castello di Rivoli. La loggia al I piano e verso il mare e un forte ordine dorico al piano terra. La villa

presentava un complicato sistema di giardini all’italiana con terrazzamenti, ninfei, ecc. Oggi si presenta in

maniera più scarna ma che danno comunque l’idea delle diverse altezze.

Villa Grimaldi (detta La Fortezza), Bernardo Spazio e De Giovanni Ponsello, 1559-1569

Bisogna immaginarla completamente dipinta in facciata; la loggia è orientata verso nord ma l’ingresso

non è in asse alla loggia ma su un fianco: il percorso dello scalone è molto complicato. Nel piano

seminterrato erano presenti tutti i servizi di cucina e lo spazio per la servitù. L’ingresso è dato da un

porticato ad est grazie al quale si arriva allo scalone che porta alla loggia superiore a nord.

Villa Spinola di San Pietro, 1625

Ha un porticato di ingresso e le due logge in facciata come villa La Peschiera; l’ingresso è verso il mare,

così come le due logge, e al I piano presenta un porticato verso la collina.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti del corso di Storia dell'Architettura Moderna basati sulle lezioni del professore e sulla rielaborazione basata sui libri consigliati: "Storia dell'Architettura italiana. Il Quattrocento" a cura di Francesco Paolo Fiore, "Architettura in Italia 1500-1600" a cura di Deborah Howard, "Storia dell'architettura italiana. Il Seicento" a cura di Aurora Scotti Tosini e "Storia dell'Architettura italiana. Il Settecento" a cura di Giovanna Curcio e Elisabeth Kieven.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in architettura (I Facoltà di Architettura e II Facoltà di Architettura)
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gian.luca.mazza di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'architettura moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Torino - Polito o del prof Cornaglia Paolo.

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