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Il nemico in politica

Introduzione

È evidente come siano decisivi nei sistemi contemporanei gli aspetti psicologici e sociologici collegati alla questione del consenso e del dissenso e dunque, per estensione, alla ben più profonda questione della legittimazione-delegittimazione. È dunque necessario svolgere un’analisi delle modalità discorsive, comportamentali e simboliche con cui avvengono i processi politici.

Con legittimazione politica si intende il riconoscimento, da parte di una corrente alla gestione del potere politico in una determinata comunità, della legittimità di un altrui identica pretesa, per quanto contestata e contestabile nelle concrete espressione del suo esercizio, mentre con delegittimazione si definisce un atteggiamento di contestazione radicale della legittimità di un potere o di un’aspirazione al potere. I due termini assumono significato solo in funzione di un unico riferimento costituzionale.

L’autore si limiterà al tema relativo alla costruzione ideologica e alle modalità discorsive attraverso cui il conflitto politico tra avversari legittimi può trasformarsi nella tentazione di lacerare tale tessuto mediante il ricorso a pratiche di rigetto della legittimità politica dell’avversario, presentandolo come un potenziale nemico.

Si tratta di indagare le ragioni per cui una modalità discorsivo-simbolica delegittimante possa diventare uno strumento di lotta più o meno costante all’interno di una classe politica che si riconosce negli stessi principi legittimanti. La delegittimazione trattata riguarda quella tecnica di contestazione che cerca di rendere l’avversario politico un nemico, mediante la creazione di priorità valoriali che si prestano ad indebolire la credibilità della legittimazione dell’avversario, benché inserito nello stesso quadro di riferimento valoriale.

Il fatto che il nemico non diventi mai tale sino alle estreme conseguenze è connesso all’esigenza paradossale e contraddittoria della creazione del nemico come come pericolo diffuso ed il suo contemporaneo occultamento come estrema figura concreta.

Per trattare questi temi è necessario tracciare il confine tra conflitto politico e delegittimazione vera e propria, così si può identificare nell’avversario colui che propone una politica narrata come contraria gli interessi della comunità ma non ai suoi valori fondanti, mentre il nemico può essere descritto come il negatore di quei valori.

Assumendo che il contrasto politico non è sempre un processo di delegittimazione, bisogna domandarsi quando e perché si cede alla tentazione di trasformare un avversario in nemico. Tale processo di delegittimazione può riguardare la figura stessa dell’avversario (delegittimazione morale-patogenesi) oppure può far riferimento alle idee e agli interessi che esso rappresenta.

In particolare la classe politica italiana postunitaria ha impostato e interpretato le modalità della polemica politica finalizzata alla conquista e alla gestione del governo. L’indagine dell’autore vuole indagare le forme della retorica del conflitto tra avversari politici legittimi ovvero soggetti che avevano accettato come punto d’arrivo o anche solo come momento di partenza, di transizione o di mediazione l’impianto costituzionale esistente, prendendo in esame soprattutto le modalità simbolico discorsive.

Infatti possono esistere metodi di lotta politica che, facendo leva sulle virtù del costituzionalismo parlamentare, prospettavano una ricomposizione dei conflitti il nome delle potenzialità integratrici dell’universalismo liberale, oppure si potrebbe profilare la tentazione di dare vita a un contesto culturale e politico di larvata, virtuale guerra civile.

La verifica di questi metodi può essere avviata prendendo in esame caratteristiche e linguaggio delle polemiche presenti sulla stampa in occasione delle tornate elettorali del 1876, 1882, 1890, 1897, 1900.

Il contesto politico-istituzionale

In Italia la costruzione della nazione aveva posto alle classi dirigenti liberali un difficile problema di legittimazione. Dal punto di vista politico-istituzionale l’unificazione si era rivelata un’impresa tutt’altro che facile. Infatti non esisteva un qualsivoglia blocco sociale aggregante, a cominciare dall’aristocrazia, debole e assenteista e incapace di porsi come riferimento etico-politico nei confronti delle classi popolari. Mancava una casa regnante prestigiosa, l’ammirazione della comunità liberale per il mantenimento dello statuto Albertino si era trasformata in delusione per le difficoltà e le incertezze mostrate negli anni successivi.

Per quanto riguarda la legittimazione i Savoia ne godevano di una doppia ma contraddittoria: quella tradizionale e conservatrice nel regno di Sardegna e quella rivoluzionaria, devastatrice degli antichi ordini nel resto dei territori della penisola annessi. Due realtà, una politica in grado di collegarsi al costituzionalismo monarchico europeo, l’altra storica con un contatto popolare tanto ravvicinato quanto ottenuto, che tuttavia non ne garantivano una intera e che garantivano una “quasi legittimità” (Guglielmo Ferrero).

Fu una frattura che congelò la matrice storica, popolare e potenzialmente costituente lasciando prevalere quella del realismo politico. Uno sdoppiamento che garantì alla monarchia il ruolo di dinastia nazionale ma le tolse credibilità sia come forza di cambiamento sia come simbolo di stabilità.

Inoltre la precoce morte di Cavour aveva fatto sparire dalla scena quella che era ritenuta l’unica figura politica di livello europeo. Gli istituti sabaudi non erano ritenuti particolarmente moderni e liberali presso le comunità degli Stati “piemontesizzati”, mentre negli ex territori borbonici erano considerati giugulatori e violenti.

Inoltre i gruppi dirigenti avevano paura del popolo in armi e anche il Senato non fu mai un vitale centro di riferimento. In tale contesto la classe politica liberale si trovò a rappresentare il principale snodo istituzionale. La leadership della classe politica assunse così un ruolo di supplenza di istituzioni poco legittimate e si affermò come primaria fonte di legittimazione delle fragili istituzioni nazionali.

In questo modo, però, erano le figure, i ruoli a legittimare le istituzioni e non il contrario. Inoltre vi fu la doppia legittimazione con cui venne portato avanti il processo di unificazione del paese: da una parte, la componente diplomatico realista che ruotava attorno all’eredità ideale di Cavour, dall’altra quella azionista che si riconosceva nelle aspirazioni mazziniane. Dopo il 1861 esse furono costrette a convivere a causa del contributo garibaldino all’unificazione.

Nonostante le differenze programmatiche i due partiti, proprio perché uniti dall’intento unitario non si potevano percepire come incompatibili. Il leader radicale Felice Cavallotti nel 1860 ricordava come libertà ed unità potessero benissimo essere raggiunti anche con un governo costituzionale facendo attenzione però che il processo di unificazione non debba essere tutta opera di Cavour, anzi “se la nazione pensasse di rimanere quieta e di lasciar fare tutto a Cavour credo anch’io (Cavallotti) che non faremo nulla”.

Entrambe le formazioni pretendevano di rappresentare, sia pure con sfumature, la stessa nicchia nell’universo dell’immaginario politico: rivoluzionari che si battevano per il progresso. Come precisò il moderato Romualdo Bonfadini: “I nostri partiti parlamentari hanno tutti un’origine comune, l’origine rivoluzionaria. Nessuno storico che voglia essere imparziale potrà trovare il martirologio patriottico delle alte classi inferiore, in tutta Italia, a quello dei democratici”.

Si identificavano come rivoluzionari anche perché nessuno avrebbe potuto interpretare il ruolo del conservatore senza rimanere schiacciato da una forte ondata di delegittimazione riservata al clericalismo e la restaurazione antiunitaria. Questi erano i veri nemici, le forze antisistema, e dunque questi “se armati noi dobbiamo combattere con le armi perché siamo tutti allontanati dai pubblici uffici.” (Antonio Mordini).

Per i liberali il nemico di eccellenza era il partito clericale, il quale era il più implacabile fra i loro nemici perché sovversivo di un ordine legale, perché se da un lato si accorda con il partito repubblicano, più del partito repubblicano si può dire nemico dell’Italia perché almeno in questo può trovarsi il sentimento dell’unità nazionale.

Di fronte al tema unitario, le due grandi anime del processo risorgimentale non dovevano mostrare divisioni, infatti il principale valore che mantenne aperti i canali di comunicazione e di riconoscimento tra avversari fu la volontà di preservare quella traballante risorsa rappresentata dell’unificazione territoriale, perché “con l’unità se ne va anche la libertà“(Mordini).

Per tale ragione nei primi anni post unitari i rivoluzionari liberali ebbero di fronte solo un grande nemico dichiarato, la Chiesa cattolica ostile al processo di unificazione che operava come forza delegittimante e si muoveva concretamente come cultura d’ordine.

Nessuno ha vissuto l’esperienza italiana di nascere e svilupparsi convivendo con un’estesa e riconosciuta autorità morale e politica impegnata a delegittimare le premesse costituzionali e simboliche del nuovo sistema di potere. Questa presenza e stile permise l’individuazione di un nucleo polemico che favorì un linguaggio comune e inoltre contribuì al radicamento di un atteggiamento contestatario della legittimazione delle istituzioni liberali alimentato dall’estendersi della cultura internazionalista.

Il recinto parlamentare

Il parlamento del nuovo Stato ebbe il compito di fornire il luogo della rappresentanza politica del “paese legale“ e offrirsi come simbolo di una rivoluzione. La centralità del parlamento divenne lo spartiacque destinato a dividere in modo sempre più netto la prospettiva rivoluzionaria mazziniana da quella liberale parlamentare. Nel 1862 per Agostino Depretis era naturale affermare che “tutte le forze del paese, le monarchiche come le democratiche, tutte hanno perso la loro rappresentanza il re e il parlamento”, meno scontata apparve nel 1864 l’affermazione di Francesco Crispi secondo cui “La monarchia è quella che ci unisce, la Repubblica ci dividerebbe” invitando a considerare esaurita l’idea di partiti ostili in questo recinto.

Questo metteva fine all’ultimo fallimentare progetto, ideato da Agostino Bertani e Giovanni Nicotera di provocare una reale crisi egemonica attraverso le dimissioni dalla camera di tutti i deputati della sinistra per protesta contro il governo dei moderati. Il loro fu l’estremo tentativo di spostare il baricentro politico dal parlamento al paese ma non riuscì per resistenze all’interno della stessa sinistra. Superato un simile scoglio anche a destra non rimaneva che riconoscere come gli uomini dell’opposizione si siano persuasi dalla necessità di combattere il governo nelle aule del parlamento.

Ciò significa che nella costituzione materiale né il re nella piazza avrebbero potuto aspirare ad un ruolo centrale e privilegiato. “Al di fuori della camera non vi è pubblicità sufficiente, le autorità personale o influenza locale che basti a riunire”, ammise Bertani.

Proprio la centralità della camera elettiva definisce l’importanza della classe politica come fonte di riferimento per determinare la crescente rilevanza dell’armamentario polemico e simbolico delle narrazioni di legittimazione o delegittimazione. Il fatto che i parlamentari rappresentassero il cardine della legittimazione degli ordini nuovi non implicava affatto la portata popolare di questa legittimazione, ma solo che, in mancanza di alternative l’attività, le parole, i simboli utilizzati da tale classe dirigente fornivano la principale unità di misura attraverso cui si forma il processo di nazionalizzazione delle frammentate identità culturali.

Infatti l’asprezza dello scontro tra cavouriani e partito d’azione iniziò ad attenuarsi sin dai primi anni dopo l’unificazione per il richiamo alla comune risorsa unitaria e per una graduale istituzionalizzazione delle pratiche.

Per Francesco De Sanctis: “antica sinistra morì il giorno in cui Mordini e Crispi non vollero dimettersi, da quel tempo la sinistra entrata in una via di trasformazione e diventò una posizione costituzionale progressista. Nei programmi di quel tempo non vi fu più traccia di audionapoleonico, di agitazioni di piazza, di insurrezione, senza e contro il governo, di velleità repubblicane“.

Fine unico, metodi diversi

Il conflitto si era tramutato in una netta contrapposizione parlamentare che sembrava dover istituzionalizzare la spiccata divisione bipartitica. Tale divisione trovava i suoi motivi ispiratori nelle effettive dirigenze che si alimentava delle differenze circa i modi attraverso cui condurre a compimento il processo di unificazione nazionale. Come ricordava Minghetti “il fine era uno ma il metodo per giungervi era assolutamente diverso”.

Lo spirito del contrasto fu ricordato dallo stesso De Sanctis nel 1875 che si appello ai suoi lettori ricordando come “senza lotta non c’è vita. Lottate pure. Ma ricordatevi che se uomini civili siete, qualche cosa nelle vostre lotte vi deve pure unire”.

Tradire la tendenza a sostenere il proprio schieramento con un vero voto di partito, anche se la caduta dell’ultimo governo della destra del 1876 non provocò sulla stampa alcun significativo timore di crisi. Anzi la destra scelta addirittura incoraggiare l’esecutivo degli avversari: “non vorrei che intorno al nuovo ministero si creasse di voto un’atmosfera di implacabile ostilità, lo crederei grave danno per l’avvenire del paese“.

Pur nella sconfitta si tessevano le lodi di un intero sistema in grado di garantire una fattiva alternanza. Alla vigilia delle elezioni il capo dell’opposizione, Sella, ribadì infatti “che la moralità del governo parlamentare richiedeva la semplice e leale alternanza del potere tra i due grandi opposti partiti e si dichiarava lieto che la sinistra sia chiamata a potere sulla base del suo patriottismo”.

Tuttavia nell’imminenza del voto alcuni settori della destra non esitarono a denunciare il punto debole della sinistra ovvero l’eccessiva commistione tra la sinistra ed elementi anticostituzionali. Scrisse “La perseveranza”: “la sinistra deve dunque continuare a governare e la destra non deve avere fretta di abbatterla”.

Radicalismo alla chetichella

“La perseveranza” sottolineò come la sinistra favorisse un clima di corruzione: “È tutto un sistema che vizia il presente e rende oltremodo difficile ogni rimedio per l’avvenire. È una terribile falange che ci sta contro, e contro la quale dovremmo pure riportare vittoria, se vogliamo Italia salva non solo oggi ma per più anni, anzi secoli”.

Questo rappresentava il segnale di una nuova argomentazione polemica: quella della guida incerta dello Stato da parte degli uomini della sinistra a fronte di un incontrollata moltiplicazione interessi locali e della vicinanza con insidiosi nuclei antisistema. In particolare faceva paura la sua propensione a fungere da ponte per le ciniche mele dell’estremismo.

Il “Corriere della Sera” infatti enfatizzava il pericolo repubblicano in funzione della conflittualità elettorale: “non vi è ombra di dubbio che sei candidati di sinistra avessero in tutta Italia il colore che hanno in Lombardia e riuscissero a vincere la battaglia elettorale, avremo fra tre mesi la Repubblica”.

Entrambi corrieri erano preoccupati dell’estremismo repubblicano-radicale non in quanto tale, ma della sua vivace capacità mimetica che gli permetteva di influenzare una sinistra ministeriale ritenuta spenta e senza ideali. Nel 1876 si avviava così uno dei Leitmotiv della polemica elettorale ottocentesca dei liberali moderati: denigrare la componente progressista accusandola di contaminazione con gli elementi e le teorie del radicalismo di alimentare il fenomeno del “radicalismo alla chetichella“, appellando sì poi agli elementi d’ordine per una sorta di ralliement con cui contrapporsi alle forze del disordine.

In questo senso l’accettazione forzata dell’estrema repubblicana sembrava funzionale all’avvelenamento dei pozzi della credibilità politica del liberalismo progressista. Tale polemiche spesso si declinavano su vizi e virtù dei candidati in carne ed ossa. I contrasti spesso riguardavano comportamenti e vicende delle singole personalità in lizza.

“Il Secolo” (sinistra radicale) condannò tale degenerazione dei costumi, utilizzando la metafora della guerra, dove spesso “tra i caduti bisogna rimpiangere i migliori. Quanti nomi di persone onorate trascinate nel fango! Protestiamo contro questa triste legge dei tempi, che accende d’odio gli animi più miti e converte le tensioni in lotte civili. Protestiamo contro il mal seme della calunnia, che si avventa a piene mani contro l’avversario, quando non si può combatterlo con le ragioni. Vorremmo che nei due campi fosse accettato il patto di non contrastare lezione ai migliori per carattere, per dottrina e per virtù”.

L’ambiguo legame che aveva unito tutte le componenti della sinistra si spezzò nel 1877 quando l’estrema radicale si dissociò da Depretis sulla questione della tassa sullo...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher El-diez di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Cammarano Fulvio.
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