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Appunti per l’esame orale di Storia Contemporanea con il Prof Cammarano

Appunti fondamentali per il superamento dell’esame orale di Storia Contemporanea del Prof Cammarano presso l’Universita di Bologna e studio autonomo del testo “Il Nemico in Politica” di F.Cammarano, dell'università degli Studi di Bologna - Unibo. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia contemporanea docente Prof. F. Cammarano

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Il nemico in politica

2. Il nemico interno: Francia e Germania nella guerra del

1870-71

Introduzione

Carl Schmitt riteneva che la sostanza della politica moderna risiedesse nella differenza tra Freund

(amico) e Feind (nemico). Particolare egli individuava questa dicotomia nel periodo della guerra e

della rivoluzione. Un mondo in cui la possibilità della guerra fosse stata esclusa a priori, sarebbe

stato un mondo senza politica. Questo enfatizza l’importanza dei meccanismi di legittimazione e

di legittimazione. La legittimità deriva dalla richiesta normativa di legittimità di un sistema politico

e sociale dato, e dalla convinzione del soggetto in una legittimità di sistema e dalla

sovrapposizione di entrambe le prospettive. Secondo la connotazione normativa, la legittimità

rappresenta la legalità di un sistema politico e sociale basato su principi definiti.

Jurgen Habermas sosteneva che la legittimità in questo senso rappresenta in se stessa un

insieme di valori chiave ed interessi collettivi che sono sentiti come universali e che per questa

ragione svolgono una funzione normativa, la fede in una legittimità del sistema e quindi prima di

tutto basata sull’evidenza empirica.

Per Max Weber legittimità si distingue in tre forme di potere legittimo: il potere tradizionale (basato

sull’esperienza storica e sui sistemi di fede), il potere carismatico (basato sulla personalità

eccezionale) e il potere legale (fondato sulle regole razionali).

Seymor Martin Lipset sottolineato come legittimità normativa e fede nella legittimità di un sistema

non possono essere facilmente separate ma tendono a sovrapporsi. Di conseguenza la legittimità

e la capacità del sistema di far sorgere e mantenere in vita la convinzione che le istituzioni

politiche esistenti siano le più adatte per quella data società. Di conseguenza l’attività dei sistemi

politici è in grado di generare sostegno e lealtà di massa. Per questo motivo i processi di

delegittimazione non possono essere realmente interpretati mediante concetti statici ma riflettono

processi dinamici che sfuggono a semplici formalizzazione come nella famosa frase legittimità

mediante procedimenti giuridici (Niklas Luhmann).

Legittimità e delegittimazione rispecchiano il mutare delle credenze collettive e della trasmissione

di immagini basate sul dualismo amico-nemico nella sfera pubblica.

In particolare L’autore analizza la categoria empirica di legittimità nell’esperienza di guerra nel

1870-71 in Francia Germania cercando di mettere a fuoco la delegittimazione interna e ideologica.

L’esperienza della rivoluzione francese costrinse i contemporanei a sviluppare nuovi modelli di

governo legittimo come quello basato sul principio di legalità riconducibile ad una costituzione

scritta e ad istituzioni rappresentative che garantivano la partecipazione politica. Inoltre emerse

una nuova e rivoluzionaria relazione tra la guerra e la nazione generando un nuovo tipo di

guerriero eroico e governante carismatico nella persona di Napoleone Bonaparte.

Sia legittimazione che delegittimazione si cristallizzarono nell’esperienza di guerra posteriori al

1792 e furono un test della fede collettiva, in un sistema che voleva rappresentare la nazione

come un tutto e assicurarne la sopravvivenza in un periodo di crisi. La guerra trasformò

l’avversario militare del nemico ideologico identificato dalle rappresentazioni nazionali del nemico.

L’ipotesi è che le guerre come periodi di crisi collettive, permettono agli storici di ricostruire i

fattori determinanti.

Guerra e costruzione della nazione

I concetti moderni di nazione e di Stato nazionale legittimo erano inestricabilmente legati

all’esperienza della guerra. Anche le stesse giustificazioni della guerra mutarono, assumendo i

nuovi significati di nazione e di Stato-nazione come paradigmi dominanti della legittimità politica e

sociale. La guerra rappresentava anche un possibile mezzo di emancipazione e partecipazione,

combinando i differenti modelli di potere legittimo con ciascuno degli altri. La guerra cambiò il suo

carattere da una questione puramente dinastica a una guerra nel nome della nazione e da tutte le

nazioni in armi. Questo perché nuove forme di guerra, come la guerra di indipendenza americana

e la guerra della Francia rivoluzionaria dopo il 1792, mostrarono che diversi segmenti della società

erano adesso coinvolti direttamente nella guerra. Inoltre le guerre nazionali rafforzarono la

legittimità dello Stato come istituzione dominante in grado di procurare i mezzi finanziari e militari

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Il nemico in politica

per l’attività bellica. Una guerra combattuta dall’intera nazione produceva aspettative fino ad

allora sconosciute di partecipazione politica e sociale.

L’ambivalenza della guerra era presente anche nei discorsi sulla guerra e nelle controversie sul

preciso significato e sulla possibile giustificazione della guerra quando veniva messa in relazione

alla legittimità dello stato di agire. Così il concetto di guerra civile ritrovò spazio nelle

giustificazioni della guerra dopo il 1750.

La Guerra civile divenne un conflitto combattuto il nome dei concetti Lightning di libertà e di

uguaglianza. Dal 1790 i conflitti occuparono una posizione intermedia fra le tradizionali guerre di

gabinetto è un nuovo concetto di guerra civile condotta in nome dei principi astratti. Le guerre

rivoluzionarie non potevano più essere collegate al diritto divino dei re, ma erano il prodotto di

un’azione rivoluzionaria costituita da cittadini uguali. La costituzione delle nazioni era il simbolo

del potere legale basato sulle istituzioni rappresentative.

Fu Bonaparte Che tradusse con successo la gloria e le vittorie militari in potere politico, con il

potere carismatico basato sulle virtù militari dei soldati della rivoluzione. Le guerre del XIX secolo

erano ancora combattuta secondo le regole delle tradizionali guerre di gabinetto, tuttavia queste

guerre riflettevano l’identificazione individuale del combattere con un più astratto concetto di

nazionalità e nazioni.

In ogni caso l’identificazione con la propria nazione da parte di ognuno si dimostrava essere il

punto di partenza per conflitti di ampia portata all’interno delle società: in tal modo l’esperienza

delle guerre nazionali introdusse molteplici e complesse differenziazioni tra amici e nemici

ideologici. La guerra provocò conflitti interni attorno al vero significato della nazione e si sviluppò

un confronto tra oppositori politici e ideologici.

Sconfitta militare e delegittimazione multipla: la lunga ombra della Francia postrivoluzionaria

Il regime Bonapartista di Napoleone III aveva fin dall’inizio tentato di fondere elementi diversi della

legittimità al fine di stabilizzare l’ordine sociale e politico dopo la rivoluzione. Esso si identificava

con il ruolo progressista della Francia. Nello stesso tempo presentava se stesso come l’unico

regime in grado di restaurare la stabilità politica. Da una parte il Secondo impero insisteva sulla

sua missione di pace universale (“L’Empire, c’est la paix “) voleva sottolineare per le classi medie

le prospettive di Pacifico sviluppo economico in contrasto con le esperienze passate di guerra

civile. Dall’altra parte il Secondo impero era dipendente dalle guerre per dimostrare la sua

aspirazione di rappresentare all’estero la grandeur della nazione francese e di usare i successi

della politica estera per stabilizzare la situazione interna.

Una fondamentale fonte di legittimità era derivata dall’associazione tra il primo e il secondo

impero napoleonico. La storia è la memoria collettiva furono usate per diffondere rendere

popolare l’aspirazione di entrambi regimi a rappresentare la missione della Francia.

Secondo Marx, Napoleone III doveva continuare le giornate di dicembre 1851 trasferendo le dai

Boulevards di Parigi alla Crimea del 1854 Alitalia o al Messico. Queste guerre contribuivano alla

legittimazione politica e nazionale e catalizzavano in conflitti ideologici sul significato preciso della

legittimità del regime e della missione della nazione nella storia.

I cattolici insistevano sulla battaglia contro i principi atei rivoluzionari in patria e all’estero, i

repubblicani vedevano le guerre del 54 e del 58 come parte di una liberazione planetaria la

nazione francese doveva accettare come sua missione universale.

Rispetto a questi precedenti e all’episodio traumatico di Sadowa 1866 la Francia non aveva

ottenuto alcuna compensazione per essere rimasta neutrale nel conflitto e la guerra del 1870 servi

come verifica della legittimità del Secondo impero portando alla fine alla sua rapida

delegittimazione e il suo collasso, nonostante il successo di Napoleone III nel plebiscito del

maggio 1870. Avendo accettato riforme costituzionali l’impero fu trasformato in un impero

liberale, una delle maggiori sconfitte militari inflitta dall’esercito tedesco condusse al crollo del

regime. Napoleone III aveva fuso elementi moderatamente rivoluzionari e bonapartisti

presentando le campagne militari come parte della missione universale della Francia,

considerando la responsabilità francese per le nazioni sorelle Latina il tentativo di espandere

influenza francese oltre l’Atlantico. Allo stesso modo le guerre servivano come canale di

esportazione di un’immagine nazionale progressista, che costituiva una via intermedia tra il

passato rivoluzionario e i valori borghesi del periodo post rivoluzionario. Ciò spiega perché nel

momento della sconfitta la sua grandezza poté rivolgersi contro lo stesso regime bonapartista.

Lo scoppio della guerra nel 1870 radicalizzò leaspettative e collettive e Rise estremamente

vulnerabile la legittimità del regime. La salvezza dell’impero dipendeva dai successi militari di

Napoleone III. Non erano rimaste fonti alternative di legittimità, la continuazione del mito

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Il nemico in politica

carismatico bonapartista nel settembre 1870 dipendeva da un grande successo militare sulla

Prussia. Dal momento in cui si presentò come uomo d’ordine e antirivoluzionario, l’aspirazione di

rappresentare le forze progressive della nazione dovette venire spostata nella sfera internazionale.

Ciò diede alle guerre la funzione decisiva di stabilizzare la legittimità del regime finché furono

considerate pubblicamente dei successi nazionali.

L’effetto dellegittimante della sconfitta militare divenne ovvio lei giorni successivi a Sedan. La

distinzione tra amici e nemici non si riferiva solo alle forze di invasione, ma si rivolgeva contro i

gruppi ideologicamente antagonisti all’interno della società francese. La delegittimazione interna

agiva chiaramente come possibile compensazione per la traumatica sconfitta, ma rifletteva anche

il riemergere di una linea di divisione ideologica post rivoluzionaria e il parziale insuccesso del

secondo impero dopo il 1851 nel porre fine alla lunga ombra del 1789. Si possono individuare

quattro livelli di delegittimazione:

1. Opposizione repubblicana per prendere le distanze dal passato bonapartista e per chiedere

l’immediata promulgazione di una terza Repubblica, per loro la sconfitta significava il collasso

di un regime autoritario, infatti sulla base del ricordo del 1851 era il regime bonapartista che

meritava la catastrofe, non la Francia, personalizzando la sconfitta. Secondo questa

interpretazione la vera nazione non era stata coinvolta nella guerra del monarca, me era pronta

a iniziare una guerra di popolo repubblicana contro nemico straniero.

2. Repubblicani radicali, democratici e socialisti presero le distanze dal governo repubblicano

moderato di Versailles che stava per avviare negoziati di pace con la Germania. La comune di

Parigi della primavera del 1871 rappresentava un periodo di radicalismo politico e sociale che

cerco di delegittimare il governo di Versailles di Thiers e Favre. Nello stesso tempo

presupponeva una auto rappresentazione positiva, l’ideale eroico di un popolo repubblicano in

armi che legava la propria liberazione a quella di altri popoli in una guerra rivoluzionaria che

era conseguenza del conflitto interno.

3. Tentativi del governo di Versailles di rappresentare la comune come un’avanguardia di una

guerra civile sociale che avrebbe messo a rischio la posizione della Francia in un momento

delicato della sua storia.

4. Secondo I cattolici e i conservatori la rapida erosione e il crollo improvviso del Secondo

impero e il successivo conflitto sulla futura Repubblica avevano dimostrato che la Francia

stava ancora sconto pagando l’eredità politica e sociale della rivoluzione.

La storia francese era costituita da una catena ininterrotta di conflitti interni che paralizzavano la

nazione.

Nazionalismo di guerra e oltre: delegittimazione politica e stigmatizzazione confessionale in

Germania

La guerra sembrò completare il processo di costruzione della nazione tedesca. In verità

l’apparente unità nazionale ce lava aspettative politiche molto diverse tra i contemporanei. In

Germania esisteva la lunga ombra della rivoluzione che risaliva al 1848 e al tentativo di

raggiungere allo stesso tempo libertà politica e unificazione nazionale sulla base di un parlamento

tedesco e di una monarchia costituzionale. Il fallimento era stato usato dai conservatori per

delegittimare. Infatti, secondo Bismarck, non furono solo le maggioranze parlamentari ma il ferro il

sangue che decisero Grande questione del giorno.

I liberali criticavano Il modo in cui Bismarck strumentalizzo l’esperienza negativa del 1848 per

sostenere una realpolitik prussiana. Essi usarono la politica di Bismarck al fine di rendere il Primo

Ministro l’incarnazione di un corso antiliberale e anticostituzionale.

Fu la vittoria prussiana nelle guerre del 1864 e 1866 che cambio lo scenario di mutua

delegittimazione. Fin dal 1859 liberali tedeschi avevano sperato in un forte leader politico che

potesse imitare l’esempio di Cavour in Germania (con le parole di Baumgarten).

Nel 1866 la mutua delegittimazione di Bismarck e dei liberali tedeschi apri la strada ad un

compromesso. Sulla scia della vittoria prussiana sull’Austria Arnold Ruge commento che fosse

troppo tardi per concentrarsi su una vera riforma sociale e politica (“la guerra e ora la vera

rivoluzione“) e Bismarck sembrava essere il simbolo autentico di questo mutamento storico. Nel

1870 le speranze di un movimento di liberazione nazionale si concentrarono su Bismarck e

Moltke.

La guerra contro la Francia sembro far rivivere la situazione storica del 1813, un’altra liberazione

della nazione tedesca, che consentiva di oscurare la memoria della fallita rivoluzione del 1848.

Al di sotto dell’entusiasmo divenne evidente la fragilità dei tentativi di legittimare la nuova nazione

sotto il dominio prussiano. La vittoria prussiana spinse ad identificare il 1866 come una sconfitta

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Il nemico in politica

storica e a considerare l’esclusione di parti della Germania della monarchia asburgica dalla futura

nazione tedesca come una tragica perdita. I tedeschi e i democratici della Germania meridionale

rimasero riluttanti.

La guerra del 70 71 portò a un periodo di delegittimazione interna dell’apparente nemico interno

che ebbe inizio subito dopo la guerra. I sentimenti collettivi di lealtà nazionale e la soddisfazione

dei sogni liberali di una Germania unificata, a seguito della guerra del 70, condussero

all’intensificazione dell’esclusione dei nemici interni del nuovo impero.

Il Kulturkampf anticattolico che iniziò nel 1872 tento di delegittimare la Chiesa cattolica come una

forza papista e antinazionale. Allo stesso modo la delegittimazione dei socialdemocratici mirava a

eliminare un potenziale segmento antinazionale all’interno del nuovo Stato nazionale. Seguì una

duplice strategia di delegittimazione del nemico immaginato e di rafforzamento della legittimità del

nuovo Stato nazionale attraverso schemi di assicurazione sociale.

Conclusione

Nel caso francese la guerra del 1870 condusse a multipla e reciproche delegittimazione dei nemici

ideologici, rimaneva una società ancora post rivoluzionaria in cui forti antagonisti ideologici

presentavano i loro programmi sociali e politici come le uniche possibili vie per raggiungere un

futuro migliore e più stabile. Anche nella costruzione della terza Repubblica del 1871 questi aspri

conflitti continuarono. I meccanismi della crisi Boulanger e dell’affare Dreyfus riflettevano la

loungue duree dei codici ideologici di delegittimazione che definiva les deux france.

In Germania causò l’ evoluzione di un concetto ipertrofico di lealtà nazionale che dipendeva da

una differenzazione antagonistica di ciò che era considerato nazionale o internazionale, in altre

parole antinazionale, nella società tedesca. Lo Zentrum e la spd sopravvissero alla fase di

stigmatizzazione politica e trassero profitto da essa a lungo termine rafforzando i rispettivi

retroterra. Nel 1913 il partito socialdemocratico era il partito più forte nel Reichstag.

Dalla nuova relazione tra guerra e costruzione della nazione come una conseguenza della

rivoluzione francese discendeva una nuova premessa sulla natura della politica, essa

presupponeva una chiara distinzione tra amico e nemico al fine di consentire l’auto legittimazione

e la delegittimazione dell’altro. Le guerre del XIX secolo ebbero una duplice cornice: da un lato

furono un’esperienza collettiva della nazione e dello Stato-nazione, definiti per contrasto con una

nazionalità altra, dall’altro catalizzavano la delegittimazione dei nemici interni e ideologici. Di

conseguenza gli avversari politici mutarono in nemici ideologici, attraverso la strategia di usare

codici basati su analogia storiche. Un’altra strategia consisteva nel preconizzare futuri differenti: in

Francia il pericolo di guerra civile, in Germania la minaccia preconizzata dei nemici cattolici e

socialisti.

Così la guerra del 1870 rispecchiava la debolezza delle convinzioni collettive in base alle quali un

sistema politico e sociale era ora in grado di rispondere alle aspettative individuali e agli interessi

nazionali immaginavi. In entrambi casi la trasmissione delle immagini al pubblico mirava offrire

adesso un orientamento collettivo riflettendo allo stesso tempo la disintegrazione ideologica

all’interno di ciascuna società dietro l’apparente narrazione nazionale dominante della vittoria o

sconfitta militare. 15

Il nemico in politica

3. “Red Scare”: pericolo rosso e Gran Bretagna nel XX secolo

Introduzione

L’uso della delegittimazione ebbe un ruolo marginale nel confronto politico britannico del XX

secolo. L’antifascismo è stato invocato in funzione anti-british National Party (BNP), il partito

erede del British Union of fascists (BUF) di Oswald Mosley nei confronti del quale i tre partiti

maggiori (conservatori, laburisti e liberali) non hanno esitato a ricorrere a strategie delegittimanti, il

sistema maggioritario secco operante in Gran Bretagna si è rivelato uno strumento prezioso nel

contenere la crescita di un partito che non è mai riuscito a portare un deputato in parlamento.

Quanto al Partito conservatore, l’antifascismo non è mai stata una carta elettorale utilizzabile da

parte di liberali e laburisti. Il partito conservatore scontava la politica di appeasement per la

simpatia manifestata da numerosi Tory verso Mussolini.

Politiche di delegittimazione di segno anticomunista hanno anche esse trovato un terreno poco

fertile nella dialettica politica britannica. Il Communist party of Great Britain (CPGB) È rimasto fin

dalla sua nascita del partito di dimensioni esigue. Lo strumento di delegittimazione fronte di questi

ultimi stato utilizzato in occasione di vertenze sindacali scioperi in cui comunisti si siano trovati a

giocare un ruolo chiave, come in quello dello sciopero dei minatori del 1984. L’unico che ogni

tanto calcò la mano contro il partito comunista fu il partito laburista.

La vera minaccia elettorale che liberali e conservatori hanno cercato di arginare giocando sì la

carta dell’anticomunismo è stata quella posta dal partito laburista.

Laburisti e “Red Scare” negli anni fra le due guerre

L’anima lib-lab Che ha caratterizzato il partito laburista nei suoi primi anni di vita ha a lungo reso

difficile per l’establishment britannico ricorrere al ricco repertorio di refrain antisocialisti messi

appunto a fine del XIX secolo dai partiti moderati di paesi europei. Tuttavia la retorica del pericolo

rosso viene rompere anche in Gran Bretagna. In particolare la Si volse verso il partito laburista

appena conclusa l’esperienza dei governi di coalizione nazionale durante la guerra. Produzione

del suffragio universale poneva le premesse per la veloce avanzata di un partito che sembrava

farsi sempre più minaccioso. I laburisti si smarcarono durante la guerra dalla rassicurante alleanza

fino ad allora intrattenuta con il partito liberale.

Nel 1918 il partito adottò un nuovo statuto inserendovi la clause IV introduceva l’impegno alla

nazionalizzazione dei mezzi di produzione, segnò la definitiva affermazione di un orientamento

socialista sull’anima lib-lab una forte retorica, insieme alla azione delle lotte operaie che si

prefigurarono agli occhi di molti scenari rivoluzionari.

In alcuni ambienti liberali e conservatori torno a farsi strada l’idea di una fusione delle due forze

politiche e della creazione di un partito unico capace di arginare la minaccia socialista. Il National

party project cade nel nulla ma la antisocialismo sarebbe rimasto un potente collante se non un

leitmotiv ricorrente all’interno della compagine coalizionista, Sia durante la campagna elettorale

del 1918 sia durante gli anni al governo, Il partito laburista ricevette attacchi durissimi passando

dai tributi ed al rispetto ad esso prestati durante la guerra all’essere improvvisamente abitato

come settario e sleale, come disse Kenneth Morgan.

All’estate 1919 l’home Office directorate of intelligence fu incaricato di redigere rapporti

settimanali sull’attività rivoluzionarie.

Il “Daily express” Gli esponenti unionisti proposero la creazione di un gruppo di oratori di

estrazione operaia antibolsceviche come strumento di contenimento del pericolo rosso. Da parte

dei settori più conservatori dell’establishment arrivo a sollecitare la nascita di milizie locali e

guardia di sorveglianza cittadina.

Il governo di Lloyd George lasciò cadere larga parte delle proposte più radicali prestando scarso

credito ai rapporti diligentemente compilati dai servizi segreti sui presunti focolai rivoluzionari. Il

ministero del lavoro diretto da Sir Robert Horne, A favore di una politica di dialogo e di

collaborazione con i sindacati che ottennero aumenti salariali e la regolamentazione dell’orario di

lavoro. Tuttavia si continuano a fare uso dello spauricchio comunista. Fra i motivi che spinsero il

partito conservatore nel 1922 a mettere fine all’esperienza coalizionista vi fu la speranza che una

certa retorica antisocialista avrebbe potuto agire da catalizzatore dell’elettorato moderato. Le

elezioni del 1922 vinte da conservatore Andrew Bonar Law, ridere conservatori di spiegare con

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Il nemico in politica

forza la carta dell’anticomunismo e ciò successe anche due anni dopo nel 1924 quando dovettero

cedere le redini del governo alla purista Ramsay MacDonald.

Dinnanzi alla prospettiva di un governo laburista i conservatori imboccarono il ritorno ad una

santa alleanza con il partito liberale affinché la minaccia bolscevica che molti videro allora

incombere sul paese venisse scongiurata. Il sostegno esterno che il leader liberale Herbert

Asquith decise di offrire ai laburisti incontrò la ferma condanna di numerosi esponenti del suo

partito, fra qui Churchill che migrò nelle file conservatrici.

Asquith fu subissato da numerose lettere che lo invitavano a salvare la nazione dagli orrori del

socialismo e dalla prospettiva dell’esproprio proletario. L’estrazione operaia dei ministri che

MacDonald portò al governo alimento l’idea che fosse davvero giunta per la Gran Bretagna l’ora

di vedere realizzati gli scenari descritti da Marx.

La stampa conservatrice come il “Daily Mail” e il “Morning Post” diedero vita a un incessante

campagna di demonizzazione nei confronti dei laburisti che conobbe il proprio apice all’indomani

della decisione di McDonald di avviare una normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Stalin

e di siglare nel 1924 un trattato con l’unione sovietica. Per la propaganda tory la decisione di Mac

Donald rappresentava la prova inequivocabile della collusione laburista con il comunismo

sovietico, che avrebbe trovato ulteriore conferma nell’atteggiamento poco limpido tenuto nei

confronti del partito comunista britannico.

Il quotidiano comunista “Worker’s Weekly” aveva pubblicato un articolo in cui si incitavano le

truppe a fare fronte comune con i dimostranti in sciopero, ciò portò gli oppositori a dipingere i

laburisti come abile infido cavallo di Troia del partito comunista. I liberali accusarono allora il

governo di aver ceduto a pressioni provenienti dall’estrema sinistra e presentarono una mozione

con la quale venne chiesta l’istituzione di una commissione di inchiesta, a questa richiesta Mac

Donald decise di rassegnare le dimissioni e tornare al voto.

Chiamati i cittadini nuovamente alle urne, i liberali e conservatori fecero della minaccia bolscevica

il tema cardine della propria campagna elettorale. Le correnti più moderate e lo stesso Stanley

Baldwin, leader conservatore, avevano accettato i laburisti come alternativa di governo. Tuttavia

permaneva la preoccupazione che le correnti di sinistra più estremiste o intellettuali dottrinari

potessero avere il sopravvento sul pragmatismo e il riformismo moderato sposati de facto dalla

leadership laburista, il quale però tramite una paziente opera di educazione sarebbe stato

possibile instillare nel partito laburista la fiducia nel sistema parlamentare inglese. Tuttavia anche

conservatori più moderati non seppero resistere alla tentazione di far leva sulla paura del

socialismo.

La breve permanenza a Downing Street di MacDonald aveva messo bene in luce che il mondo

della city avrebbe avuto ben poco da temere da una riedizione del governo laburista. Fin dalla sua

nascita il Communnist Party of Grest britain aveva incontrato da parte di laburisti ostilità, con lo

scopo di salvare la propria rispettabilità e di preservare i propri consensi presso i proletari delle

insidiose incursioni da un partito comunista. Le due richieste di adesione al partito laburista che i

comunisti avanzarono vennero entrambe respinta. In modo analogo venne vietata la possibilità di

affiliarsi al partito laburista o di candidarsi sotto le insegne laburista perché fosse già iscritto al

partito comunista.

Tuttavia la propaganda conservatrice insistette che il partito laburista in realtà manovrato da forza

sotterranea di ammiratori della russa sovietica. La strategia di delegittimazione dei conservatori

investì anche il sindacato che attirò su di sé sospetti e accuse. Lo sciopero generale del 1926 fu

descritto dalla stampa come una sfida alla libertà del popolo britannico nonché inconfutabile

dell’influenza moneta per citata da Mosca, e fu presentato dal “Sunday Times” come un nemico

interno in guerra con la nazione.

Baldwin fu consapevole che la minaccia del Trade Union Congress era diretta ad un assetto

salariale che il governo il fronte padronale non potevano permettersi di modificare se non a costo

di una pesante perdita di competitività delle esportazioni britanniche. I conservatori ebbero

tuttavia gioco facile a dipingere lo sciopero come una minaccia rivoluzionaria per sventare la

quale il paese era chiamato a fare quadro intorno al governo.

Lo spostamento a sinistra del partito laburista che segui il fallimento della seconda esperienza di

governo del 1929, una nuova linfa all’anticomunismo.

Tiratura ha da tempo sconfessato il mito della Red decade. È vero che il Labor fece proprio in

questi anni una retorica più radicale ma gradualismo e parlamentarismo non furono mai messi in

discussione. Tuttavia erano molto influenti studiosi come il marxista Harold Laski o John Strachey

e molto seguita era la socialist league.

Nessuna delle forze politiche autrici di una linea più radicale costituì una reale sfida alla leadership

esercitata della puristi sul movimento operaio. L’Independent Labor party, separatosi nel 1932,

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Il nemico in politica

perse in soli tre anni più di due terzi dei propri iscritti. Il partito comunista britannico rimase una

forza di carattere fortemente minoritario e la Socialist league era il più piccolo partito di massa.

Tuttavia la tattica allarmista della propaganda conservatrice e liberale cerco di far leva sulla figura

di un paese in balia di forze radicali pericolosamente contigue a Mosca e disposte a tutto pur di

realizzare il socialismo anche nel regno unito. I conservatori procedettero così a un ulteriore

radicalizzazione dei propri messaggi elettorali il manifesto Red scare invito gli elettori a permettere

al faro conservatore di salvare la Gran Bretagna dalle rocce del socialismo.

Come ripetè Baldwin durante le elezioni del 1931 una vittoria del partito laburista, il cui

programma venne descritto come bolscevismo impazzito, avrebbe costituito una seria minaccia

per la sopravvivenza dell’istituto democratico-parlamentare. Insieme a questa propaganda

elettorale che nei toni e nei contenuti strideva fortemente con i rapporti personali cordiali, in

occasione delle elezioni del 1924 il partito di Baldwin diffuse una lettera di Zinoviev (falsa) in cui il

leader dell’internazionale comunista incitava alla rivoluzione il partito comunista britannico. La

missiva era intesa a gettare sospetti sulla politica di normalizzazione diplomatica con l’unione

sovietica perseguita da MacDonald.

Non disponendo di sondaggi e focus groups è difficile poter dire fino a che punto la paura del

comunismo contribuì alla vittoria del partito conservatore. I numerosissimi voti liberali che negli

anni fra le due guerra passarono al partito conservatore si spiegano con la paura del socialismo e

l’urgenza di ricompattare il voto antilaburista dietro le insegne tory e con la graduale disaffezione

degli elettori liberali per un partito segnato da profonde lotte intestine e incapace di

modernizzarsi.

Inoltre lo stigma di partito incompetente indebolì il labour per tutti gli anni fra le due guerre, infatti

il partito era caratterizzato da una limitata esperienza politica e da una debole preparazione

tecnica che furono rese evidenti nelle sue esperienze di governo del 1924 del 1929. Infatti come

rimarcò Asquith nel 1924: “ la conoscenza del partito laburista della politica parlamentare era pari

alle nozioni di una gallina in fatto di astrologia“.

Tutto ciò instillò in molti laburisti un forte complesso di inferiorità e rafforzò l’immagine di partito

incompetente da cui il labour sarebbe riuscito a liberarsi solo grazie all’esperienza positiva nella

partecipazione al governo di coalizione nazionale formato da Churchill.

Un altro fattore è la capacità del partito conservatore di affiancare ad una propaganda negativa

anche messaggi di segno positivo: il conservatorismo sociale ottenne significative incursioni nel

voto operaio. Inoltre venne in aiuto la decisione di rimettere nel cassetto la questione della riforma

dei dazi, che tacitò i malumori interni al partito ma privo anche liberali e la puristi della bandiera

antiproibizionista dietro la quale erano riusciti a strappare voti al parlamento conservatore.

Il tema della paura del socialismo sarà usato come carta elettorale vincente anche nelle tornate

elettorali successive.

Gli anni del consenso (1945-79)

Lo scoppio della seconda guerra mondiale e il ritorno al Whitehall dei labouristi mise

temporaneamente il silenziatore alla retorica del pericolo rosso. A guerra conclusa i conservatori

rispolverarono l’old bogey.

Quando venne meno l’urgenza bellica i laburisti decisero di abbandonare il governo di quali

azione nazionale costringendo Churchill a costituire un governo di transizione in attesa di nuove

elezioni, inoltre decise di giocarsi la carta del pericolo rosso. Come torno a ripetere nei suoi

messaggi letterali una vittoria da parte socialista sarebbe stata una minaccia non solo per le

industrie britanniche ma per i comuni cittadini che non avrebbero più potuto respirare liberamente

senza che una mano invisibile cercasse di tappar loro la bocca e narici e soffocarli.

Churchill si era distinto per un acceso anticomunismo e una retorica anti-labour, E riteneva il

partito conservatore l’unica forza politica in grado di contrastare l’avanzata socialista. La

convinzione che fosse necessario un cordone sanitario attraverso il quale impermeabilizzare

l’Europa occidentale dal pericolo rosso alla spinto Churchill ad offrire sostegno entusiasta alla

gerarchia fascista italiana e a complimentarsi con Mussolini per la sua battaglia vittoriosa contro

gli appetiti bestiali del leninismo. Egli insistette sulla subalternità del partito laburista all’unione

sovietica, infatti come disse nella campagna elettorale del 1929 i ministri laburisti avrebbero agito

come marionette manovrate da una giunta internazionale segreta, non esitando a dare libero

accesso al paese ai polsi ricchi russi per organizzare un nuovo sciopero generale.

Tuttavia le dichiarazioni del leader conservatore apparvero ai più alquanto farneticanti: i laburisti

avevano già avuto modo di dar prova della propria fedeltà al metodo democratico parlamentare

ed erano lo stesso partito cui il premier conservatore uscente aveva chiesto solo qualche mese

18

Il nemico in politica

prima di proseguire l’esperienza di coalizione. Il rischio che un governo laburista potesse rivelarsi

una quinta colonna del comunismo sovietico fu anche esso una carta difficilmente spendibile: il

partito laburista non aveva avuto alcuna esitazione nell’esprimere la sua ferma condanna di Stalin

all’indomani della firma del patto nazi-sovietico.

Dinanzi alla crisi di Dunkerque il partito di Atlee non aveva esitato a fare quadrato intorno al

Churchill. I laburisti si presentavano all’appuntamento elettorale con credenziali nazionale

patriottica che non subivano neppure lo stigma dell’appeasement.

Il partito conservatore rese presto conto che anche il tema dell’incompetenza era ormai diventata

un’arma spuntata, in seguito alla gloriosa partecipazione labourista al governo di coalizione. Il

peso che il premier concesse ai laburisti all’interno del “gabinetto dei cinque“ fu di molto

superiore rispetto alla reale forza parlamentare ed elettorale del partito, con i laburisti che

ottennero due posti (Atlee e Greenwood) e i laburisti che si distinsero per un impeccabile gestione

dei rispettivi dicasteri (Bevin-Morrison).

Inoltre andò a favore dei labouristi la nuova rispettabilità che sindacati seppero guadagnarsi

durante la guerra. La politica di totale collaborazione da questi perseguita sotto la guida di Walter

Citrine, distintosi per la sua strenua lotta contro il cancro dell’influenza comunista all’interno del

sindacato, lasciò dietro di sé un’immagine di sindacalismo responsabile che contribuì ad

accrescere notevolmente la benevolenza dei ceti medi verso il partito di Attlee.

Rafforzate le credenziali di partito di governo e impadronitosi di una nuova agenda programmatica

che attrezzare futuri governi laburisti per la conduzione politiche economiche di breve e lungo

periodo assolutamente nuove nelle elezioni del 1945 il partito ottenne una maggioranza di quasi

80 seggi grazie ai diffusi consensi presso la classe media.

Con le elezioni del 1951 i conservatori si presero la loro rivincita. Tenutesi in piena guerra fredda,

si trattò direzioni alquanto surriscaldate e connotate da una retorica permeata da una forte

polarizzazione. I laburisti giocare la carta della stabilità internazionale il rischio che la presenza di

Churchill al governo avrebbe costituito per la pace. Come titolò il “Daily Mirror” (sinistra) L’irruenza

e l’anticomunismo viscerale del leader conservatore gli avrebbero fatto prendere dal grilletto

facile. I conservatori facendo leva sulle forze radicali dietro il moderato Attlee, ventilarono

nuovamente il pericolo rosso.

Inoltre vi sono altre motivazioni: per i ceti medi e medio-alti il periodo bellico dell’immediato

dopoguerra segnarono un significativo abbassamento del tenore di vita. Gli stipendi di tale

categoria non tengono il passo con il costo della vita, e si aggiunse l’aumento delle imposte

dirette che si registrò durante il periodo bellico i successivi governi laburisti. Inoltre essi tennero

conto della lentezza con cui i governi laburisti procedettero allo smantellamento del sistema di

tesseramento introdotto durante la guerra. L’espansione dei consumi fu il tema su cui il partito

conservatore imbastire la trama della campagna elettorale del 1951. Il ritorno del partito di

Churchill al governo avrebbe significato un ritorno alla libertà. Simbolicamente i conservatori

stampare uno le proprie promesse su finte essere di razionamento.

Il voto il partito conservatore sarebbe stato un voto a favore della fine del regime austerità, ma

non certo a favore delle politiche di lasseiz faire. Negli anni all’opposizione il partito conservatore

procedette a una profonda revisione della propria agenda programmatica abbracciando modelli di

politica economica che fecero del modello keynesiano la nuova ortodossia. Gli anni dal 1945 al

1979 sono stati a lungo descritti dalla storiografia britannica del consenso, anni in cui la storia

della Gran Bretagna fu contraddistinta da una profonda convergenza ideologico-programmatica

fra i due partiti maggiori su una ricetta di governo che individuava nella piena occupazione, nello

stato sociale il sistema di economia mista i suoi parametri di riferimento. Laburisti e conservatori

si spirarono per buona parte del secondo dopo guerra ad un programma politico per molti aspetti

simili.

Anche dopo il 1951, nonostante la retorica del ritorno comunista, vi sarebbe stata una sostanziale

continuità tra il governo laburista e governi conservatori, guidati da Churchill, Eden, Macmillan e

Home, tutti con lo scopo della piena occupazione che mantennero un atteggiamento di dialogo

con i sindacati e non misero mano al Welfare state se non per infondervi maggiori risorse. Infine

ad eccezione dell’industria siderurgica nessuna delle industrie nazionalizzate durante il governo

laburista sarebbe stata privatizzata. Infatti fino alla fine degli anni 70 prevalse nel partito

conservatore una dottrina che, ispirandosi a a saggi come The Middle Way di Macmillan, avvallò

politiche economiche di stampo Keynesiano e di riformismo sociale, tanto che nel 1954

“L’Economist” descrisse gli indirizzi di politica economica del governo Churchill quella quanto mai

rivelatrice espressione “Butskellism” (Unione di Butler, ministro di Churchill, e Gaitskell, ministro di

Attlee). 19

Il nemico in politica

Anche il partito laburista negli anni 60 affronto un profondo ripensamento della propria agenda.

Su pressione di Gaitskell il labour ridimensionò il peso attribuito allo strumento delle

nazionalizzazioni estese però nel contempo la marcata immagine operaia che aveva

contraddistinto il partito fin dalla sua nascita e che inizio allora ad essere ritenuta di ostacolo ad

un maggiore appeal laburista presto la classe media. L’ ascesa all’interno del partito della corrente

di centro sinistra guidata da Wilson coincise con il revival di misure più strutturali. Ciò non di

meno la riscoperta della programmazione fu il linea con la conversione in direzione di politiche di

maggiore intervento statale che ebbe luogo negli stessi anni anche in casa dei conservatori: lo

strumento del planning fu per laburisti e conservatori l’arma vincente con cui la Gran Bretagna

avrebbe invertito la perdita di competitività della propria economia. In quanto a politica estera i

laburisti prestarono ancora meno il fianco a possibili allarmi presso l’establishment britannico,

infatti la presenza di un ministro laborista agli esteri non avrebbe certo costituito una minaccia alla

special Relationship tradizionalmente in trattenuta dalla Gran Bretagna con gli Stati Uniti. L’unica

carta che conservatori poterono giocarsi fu rischio di affidare la gestione del contenimento della

minaccia comunista ad un partito che aveva fino ad allora insistito sullo strumento del dialogo

mostrandosi eccessivamente arrendevole.

Dal 1951 a fronte del clima di consenso si affiancò il clima di distensione che segui il 1953, i

conservatori smisero di fare uso nella propria propaganda elettorale della Red scare. MI5 continuo

guardare con sospetto ai laburisti ad una possibile collusione del labour con nemico sovietico.

All’interno dei servizi segreti britannici fu addirittura una fronda convinta che lo stesso Wilson

fosse una spia del KGB, si però non fece trapelare la stampa informazioni che potessero

danneggiare i suoi ministri. Si trattò di attacchi privi di un reale impatto sull’immagine laburista e

sulla percezione della legittimità del British Labour come alternativa di governo.

Infatti il partito laburista continuò a fare del suo meglio per mantenere le distanze dal partito

comunista britannico, una vicinanza che costò ad alcuni deputati addirittura l’espulsione. Attlee

1948 collaborò strettamente con il Dipartimento di Stato americano nel lavorazione di un piano di

controinformazione e propaganda anticomunista. Il lavoro dell’information research department Al

fine di contenere la minaccia comunista si focalizzò anche su possibili focolai rivoluzionari interni.

Per quanto riguarda i sindacati essi furono determinanti nella rottura tra le forze sindacali

socialiste e social-democratiche e la World federation of Trade Unions, controllata da Mosca, e

nella nascita dell’International Confederation of Freezer Trade Unions, ma durante la leadership di

Arthur Deakin (segretario TUC) resero impossibile per regolamento a tesserati del partito

comunista di poter ottenere qualsivoglia carica all’interno dell’organizzazione. Negli anni 60 e 70 il

ruolo chiave che partito comunista britannico gioco durante i governi Wilson il scioperi imponenti

come quello dei pescatori (66) o della sconfitta di in place of strife (proposta di legge intesa a

promuovere una maggiore centralizzazione della contrattazione collettiva che rendesse più facile

per l’esecutivo l’esercizio di un fermo controllo sull’andamento dei salari) rinsaldò l’ostilità

laburista nei confronti dei comunisti percepiti come nemico interno.

La fine della “Consensus Politics” e il revival del pericolo rosso

La vittoria di Margaret Tatcher alle elezioni del 1979 pose fine all’era della Consensu politics degli

anni postbellici e diede il la ad una progressiva polarizzazione dello spettro politico. Il partito

conservatore divenne neoliberista ed ebbe una forte rottura rispetto al conservatorismo sociale.

Allo stesso tempo i laburisti assisterono alla graduale marginalizzazione delle correnti più

moderate e all’ascesa ai vertici del partito della sinistra. Dinanzi al radicalismo di Michael Foot

(segretario laburista 1980) la Tatcher e il suo entourage ebbero gioco facile a rispolverare la

retorica del pericolo rosso, che torno particolarmente utile nel braccio di ferro con i sindacati.

Margaret Thatcher proseguì una politica di dialogo con l’unione sovietica, facilitata dall’arrivo di

Gorbachev. Ella inoltre continuo a rammentare ai propri compatrioti E all’opinione pubblica

internazionale la minaccia posta al mondo libero dalle ambizioni espansionistiche sovietiche. Le

dure reprimende le valsero il nome di “lady di ferro“.

La minaccia sovietica fu uno dei fattori per giustificare la modernizzazione dell’arsenale nucleare

britannico operata a costi elevatissimi, infatti il comunismo non dorme mai e si sarebbe fatto

strada attraverso la potenza militare sovietica e i numerosi nemici interni: uno per tutti il Trade

Union congress sulla cui pericolosità e insidiosità si venne a imbastire nel corso di tutti gli anni 80

una potentissima campagna di demonizzazione.

La fine degli anni 60 coincide con una fase di crescente conflittualità e progressiva

radicalizzazione per i sindacati britannici, che portò con se una graduale apertura della macchina

organizzativa al partito comunista britannico. Nel 1972 fu tolto il divieto ad esponenti comunisti di

20

Il nemico in politica

partecipare ai congressi dei Trade councils inoltre il partito comunista britannico riuscì a

conquistare nel corso del decennio il controllo di federazione importanti come la Transport and

General Workers Union e la Amalgamated engineering Union ed ad entrare nel Tuc general

council, un organismo decisionale.

La maggiore influenza che il partito comunista venne ad esercitare all’interno dei sindacati, riflessa

dalla scelta nel 1977 del TUC di adottare la strategia economica alternativa, ovvero

nazionalizzazioni selettiva e politica di piano, su proposta di Ken Gill provoco allarmi presso

l’establishment conservatore.

MI5 intensifico in quegli anni la propria attività di spionaggio nei confronti del partito comunista

britannico e di quei rami del sindacato ritenuti particolarmente esposti al contagio comunista. Nel

1972 “the Times“ in un articolo di Nigel Lawson notò che la Gran Bretagna si trovava di fronte ad

una minaccia comunista reale, che sarebbe stato ingenuo e pericoloso sottovalutare. Nel 1974 il

governo conservatore di Edward Heath, dinanzi ad unimponente sciopero nazionale organizzato

dal sindacato dei minatori decise di andare ad elezioni anticipate, la lobby industriale Aims of

Industry ricordo agli elettori la minaccia posta dal partito comunista britannico e dall’influenza che

comunisti stavano conquistandosi all’interno dei sindacati. L’ascesa del partito laburista di

formazione di estrema sinistra di isperazione trotzkista non fece che rafforzare la retorica del

pericolo rosso, usata nello sciopero dei minatori del 1984-85.

Uno dei settori maggiormente colpiti dei nuovi indirizzi della Thatcher fu quello estrattivo

carbonifero che registro tassi di disoccupazione altissima. Sotto la guida di Arthur Scargill alla

guida del National Union of Mineworkers dal 1982, unione dei minatori decise nell’aprile 1984 di

indire uno sciopero nazionale di protesta per porre freno alla politica di chiusura e di

smobilitazione del settore minerario, la decisione del NUM offri al nuovo governo conservatore

un’occasione d’oro per la tanto attesa resa dei conti. Le forze dell’ordine ricevettero da parte del

governo il via libera per una risposta che fu tutt’altro che morbida nei confronti dei dimostranti. Lo

sciopero fu presentato come un attacco politico al governo con tentativo di strumentalizzare una

questione di politica industriale, insistendo a dipingere Scargill come un nemico interno quanto lo

era stata l’Argentina nella guerra recentemente conclusasi nelle Falkland, un nemico per

combattere il quale il popolo avrebbe dovuto ritrovare l’unità nazionale e lo spirito patriottico.

Come ammoniva la Thatcher la Gran Bretagna si confrontava allora con una sinistra estrema

pronta ad utilizzare il sindacato e le amministrazioni locali laburista (le “giunte rosse” contro le

quali la Thatcher con il local government act del 1986 ottenne un ridimensionamento significativo

delle autorità cittadine e l’eliminazione Tout court delle metropolitane authorities) al fine di sfidare

e sovvertire la legge.

Conclusioni

I governi Thatcher si sono distinti per un roboante ed insistente retorica anticomunista, la Red

scare ha aiutato il partito conservatore a guadagnare alle politiche di fermezza perseguite del

sindacato il favore dell’opinione pubblica anche se i cumuli di spazzatura e il caos con cui si

chiude l’inverno del malcontento (1968) entro nell’immaginario collettivo britannico come

l’epitome di un periodo di agitazioni giocarono un ruolo altrettanto importante nel guadagnare alla

Tatcher il sostegno incondizionato degli elettori.

Allo stesso modo non fu la paura del socialismo a tenere all’opposizione i laburisti, furono la

popolarità dei governi Thatcher che, grazie la guerra del Falkland, alla ripresa economica e alle

politiche popolari come il programma di privatizzazione delle case popolari, poterono contare su

ampi consensi presso la classe media così come presso i ceti popolari, fu la frattura del voto a

sinistra fra l’alleanza dei liberali,del social democratic party e laburisti, infine un’immagine di

partito diverso e settario, di partito prigioniero del sindacato, ideologizzato e incompetente.

Lo slogan creato per i conservatori dall’agenzia pubblicitaria dei F.lli Saatchy per le elezioni del

1979 era “Labour isn’t working”, come dimostra l’approssimazione di Michael Foot che contribuì

alla sconfitta.

Su queste debolezze, negli anni ‘90 John Smith e Tony Blair avrebbero lavorato per cercare di

riportare i laburisti al governo e ricucire lo strappo con la Middle England dell’era Foot.

L’abolizione della Clause IV (nazionalizzazione dei mezzi di produzione) e una vittoria di Blair nel

‘95 fu la prova di indipendenza dei sindacati che il partito seppe allora dare. La gestione

impeccabile dell’economia di Gordon Brown, l’allentamento dei rapporti con il Tuc, la

deproletarizzazione dell’immagine e della politica del partito, l’unità che ha regnato nel partito,

hanno spuntato una dopo l’altra le armi tradizionalmente utilizzate dai conservatori del confronto

con l’avversario laburista. Il Red scare non avrebbe alcun effetto contro il New Labour oggi.

21

Il nemico in politica

4. Il nemico nelle campagne elettorali italiane del primo

dopoguerra

Introduzione

Nel primo dopoguerra ci fu un forte senso di frustrazione, derivato dall’enormità del sacrificio

compiuto che appariva sproporzionato rispetto ai benefici raggiunti. All’euforia dei primi mesi si

sostituì la depressione, avvolto da una sensazione di inutilità di quella sanguinosa vittoria militare.

Una sorta di sindrome da paese vinto si impossessò dell’opinione pubblica nazionale.

In particolare vale per quella parte del mondo politico che non era stata capace di affermare un

sistema di potere alternativo al Giolittismo.

La chiamata alle armi non aveva compattato la borghesia italiana dietro le bandiere del

patriottismo e sotto la guida della destra liberale. La lunghezza del conflitto evidenziò le eccessive

speranze a proposito della capacità egemonica in possesso della borghesia italiana. All’evidente

debolezza della borghesia si aggiunsero i numerosi errori commessi dalla classe dirigente liberale.

Così i pochi spiragli per una vera nazionalizzazione del conflitto finirono per essere perduti. Dopo

Caporetto la classe liberale non riuscì a dare vita a una vera formula di Union Sacree, ma neppure

la società borghese sembro capace di allontanarsi dalle forme viscerali di patriottismo. Per questo

motivo l’embrassons-nous non resse alla fine dell’eccezionalità bellica. Neppure sopravvisse alla

pace l’effimero cartello interventista che si era formato nei mesi più difficili della guerra. Il padre

della Vittoria era Vittorio Emanuele Orlando, cioè un politico sospettato di vicinanza a Giolitti, E

l’uomo incaricato di gestire la nuova Italia era Francesco Nitti, quanto più lontano dalla destra

liberale.

Notando le condizioni è facile comprendere la frustrazione provata da una larga parte del mondo

politico intellettuale, da qui derivò una astiosa svalutazione dei risultati bellici e un ininterrotto

lamento per il tradimento di cui la borghesia si era resa colpevole.

Ciononostante, la frustrazione apparteneva a una parte minoritaria dello schieramento politico,

infatti l’Italia vittoriosa del primo anno di pace sembrava in grado di poter condurre il travagliato

processo di transizione da un sistema di tipo liberale a uno più chiaramente connotato in senso

democratico, d’altro canto nel 1919 gran parte dell’opinione pubblica borghese era disponibile ad

accettare i rischi connessi con un allargamento dei diritti politici alle classi popolari: la

comprensione per le rivolte del pane dell’estate 1919 e per la concessione del suffragio

proporzionale a scrutinio di lista, dimostrano tale buona volontà.

Si può concordare con Vittorio Foa nell’affermare che la vera novità del 1919-20 va vista nel

disegno di una democrazia più reale, nella quale forze sociali decisive trovavano finalmente il loro

posto. Per questo motivo il fascismo non fu una risposta al disordine ma la risposta a questo

disegno istituzionale di democrazia moderna. Non risposte alla rivoluzione ma all’espansione della

democrazia.

Di certo l’Italia dell’immediato dopo guerra non rappresenta un caso di studio di semplice analisi,

la modernizzazione del sistema produttivo italiano, disordinatamente cresciuto durante il conflitto

e bisognoso di una forte azione di riorganizzazione, avrebbe imboccato con decisione la strada

corporativo. Nel primissimo dopo guerra i motivi di crisi furono più politico istituzionali. Inoltre nel

paese c’era una forte disomogeneità culturale e politica, e la reazione fascista ebbe la sua culla

nelle regioni a più alto grado di capitale sociale.

La disomogeneità territoriale, con un Meridione pronto a seguire la volontà di un centro politico

riformatore, avrebbe anche potuto rivolgersi in fattore di accelerazione della transizione alla

democrazia attenzione particolare bisogna dare al ruolo delle Elite e all’importanza dell’unità di

quest’ultima di fronte ai processi di transizione. Il punto dolente risiede nella classe dirigente

italiana, già divisa dal maggio 1915, nell’immediato dopoguerra approfondì ulteriormente quel

primo squarcio con il dibattito sull’opportunità di appoggiare o meno il processo di

democratizzazione. Tuttavia per parecchio tempo gran parte della classe dirigente italiana fu

convinta della necessità di aprire alle classi popolari e ai partiti che tali classi rappresentavano.

L’estrema disponibilità dimostrata nei confronti di riforme importanti come quella elettorale o

come quella relativa al regolamento della camera ne sono la prova. Tuttavia la classe dirigente non

ebbe il coraggio di spingere fino in fondo sul pedale delle riforme. La situazione era estremamente

fluida, e ciò che fece pendere la bilancia verso la reazione antidemocratica fu la forza delle

retoriche che insistevano sui pericoli di guerra civile, sull’incapacità delle istituzioni liberali di

22

Il nemico in politica

gestire l’eccezionalità del momento e sulla necessità di affidare la difesa della borghesia

minacciata agli uomini e alle parole turbine degli ultras del patriottismo bellico. Quel idioma

politico finì per trasformarsi in senso comune. L’insistere sul registro della necessità di adottare

soluzioni di giacobino rigore produsse effetti negativi, accreditando l’immagine di una classe

politica liberale incapace di normalizzare il paese, prolungando la capacità di attrazione esercitata

da una politico (quello basato su frattura interventismo/neutralismo).

Un principio di applicazione che si era dimostrato incapace di sostituire il Giolittismo.

Il ricordo astioso delle divisioni del tempo di guerra finì per aggiungere tossine a sistema politico

liberale.

Vincitori o vinti, sentimenti e reazioni a confronto

Il mito della vittoria mutilata fu fattore culturale in grado di accelerare la crescita di consensi verso

il movimento fascista, quale fattore di ristrutturazione del campo politico italiano che rendeva

inutilizzabile il clima di euforia che permette di largheggiare nei riconoscimenti, che consente un

po’ tutti di fregiarsi del titolo di meritevoli.

Tutto ciò è ancora più vero qualora si consideri che la condizione di vincitore che determinò

reazioni perlopiù simili nei differenti contesti nazionali, quasi dei modelli di azione-reazione

politico-istituzionale.

Prendendo ad esempio la Francia e la Gran Bretagna: le opinioni pubbliche furono inizialmente

percorse da euforia, il futuro appariva roseo e tutte le mirabolanti promesse sparse dalla

propaganda sembravano destinate a realizzarsi. Era del resto la stessa condizione dei perdenti,

arresi senza condizioni, a permettere il diffondersi delle più fantasiose speranze. In realtà esisteva

una distanza tra la pienezza delle possibilità che la formula della resa incondizionata sembrava

offrire e la ristrettezza delle opzioni che sul campo realmente esistevano per costringere i vinti al

volere dei vincitori.

Tale preoccupazione influenzano i comportamenti politici poiché funzionò quale sfogo per la

pressione fin li esercitata dalle istanze di rigenerazione morale e politica. La paura di

compromettere i frutti della chiara e indiscutibile vittoria militare spinse francesi ed inglesi ad

optare per un assetto politico moderato posizionato sul centrodestra. Un assetto politico che,

giustificato in base alla forza persuasiva del topos retorico dello spirito di servizio, tendeva a

nascondere i tradizionali cleavages politici per individuare un’unico avversario: l’estremismo di

destra e di sinistra.Questa cultura dell’unità nazionale avrebbe trovato traduzione politica nel Bloc

National e nel Coalition Government.

Anche linguaggio politico utilizzato in quei paesi non poté che essere influenzato dalla formula di

unione sacra, infatti la retorica di unione sacra permetteva di condizionare gli attori politici, ma la

stessa non poteva spingersi fino a definire come nemico della nazione chi non si fosse allineato

alla direzione di marcia dei governi.

In Francia e Gran Bretagna l’unione sacra si resse sul senso di solidarietà che traeva origine dalle

vicende del periodo bellico piuttosto che sul vincolo esercitato dal ricatto politico, come

dimostrano le campagne elettorali, in cui il consenso elettorale fu cercato esaltando le virtù dei

propri candidati assai più che stigmatizzando le nefandezze degli avversari.

Anche nei paesi vinti si dispiegarono modelli similari di azione/reazione.

Si deve a Wolfgang Schivelbusch una convincente riflessione sulla cultura dei vinti, la quale è

riconducibile a un insieme di modelli o archetipi:

A una prima fase di comprensibile frustrazione presto subentra un periodo di euforia, la sconfitta

inizia così ad essere rappresentata in modo differente: non più solamente un flagello, ma anche

una possibilità inaspettata. Un evento doloroso che apparve come una penitenza necessaria alla

redenzione dei passati peccati, come un passaggio in grado di purificare la nazione e condurla

sulla strada di un nuovo inizio. Per questo in tutti paesi sconfitti si svilupparono movimenti di tipo

rivoluzionario. Infine, di fronte alla constatazione dell’ampiezza dei problemi sociali, ricompare

nelle opinioni pubbliche un senso di profonda insoddisfazione, in particolare cresce l’irritazione

nei confronti degli ex nemici e aumentano le giustificazioni autoassolutorie, facendo divenire più

forte la ricerca di un capro espiatorio.

Rispetto alle campagne elettorali quelle dei paesi vinti furono caratterizzate da un assai più

marcata ricerca del responsabile della sconfitta, risultò più forte l’importanza attribuita all’obiettivo

di delegittimare l’avversario politico. Inoltre, poiché i grandi cambiamenti di sistema avevano

prodotto anche un sensibile indebolimento delle forze tradizionalmente al potere, la virulenza delle

campagne elettorali fu accentuata dalla corsa a riempire il vuoto di potere creatosi.

23

Il nemico in politica

L’asprezza della lotta politica non poté che rafforzare e amplificare il ricorso alla delegittimazione

dell’avversario.

In questo quadro la situazione italiana appare particolarmente ambigua. L’Italia era senza dubbio

un paese vincitore. Tuttavia ci furono processi politici simili a quelli che caratterizzavano la

battaglia politica dei paesi vinti. Il comportamento dell’opinione pubblica italiana seguire uno

schema conforme a quello che caratterizzava le nazioni vincitrici. Nel nostro paese le euforia per

la vittoria durò fino alla tarda primavera del 1919. Le pasticciate azioni della delegazione italiana a

Versailles furono un campanello d’allarme.

Iniziò così a montare un sentimento di angoscia e la paura di perdere i diritti acquisiti con la

vittoria. Fu a quel punto che il caso italiano virò da paese vincitore a paese vinto.Una serie di

avvenimenti contribuì a rafforzare la sterzata: divenne chiara l’intransigenza antisistemica del

partito socialista, infatti le continue provocazioni dell’estate fecero crescere l’insoddisfazione di

larga parte dell’opinione pubblica della politica del dialogo ad ogni costo perseguita da Nitti.

Inoltre l’eccentricità della situazione del partito cattolico intralciava la manovra dei liberali, il partito

popolare italiano combinava importanti vantaggi (dimensione di massa, consenso, ramificazione)

e debolezza (disomogeneità delle componenti, incertezza del rapporto tra partito e struttura

ecclesiastica). Da una parte erano le dimensioni del partito popolare a impedire ai cattolici di

accontentarsi di una generica essenza governativa, dall’altra parte era la giovinezza del partito a

fungere da evidente limite nei confronti di una qualsivoglia pretesa di guida dello schieramento

moderato. La stessa retorica del patriottismo condizionava assai poco i cattolici. Al contrario la

responsabilità e la misura dimostrato durante il conflitto li immunizzava dall’ansia di dimostrare

quanto fossero affidabili.

A proclamare il diritto a guidare la nazione in virtù della capacità di condurre il paese alla vittoria

rimasero i soli liberali. Tuttavia anche questi ultimi ebbero una divisione interna. Continuando a

ravvivare la frattura dell’intervento (aver voluto la guerra quale determinante fonte di legittimazione

politica) una parte dello schieramento liberale riuscì a impedire il ricompattamento dei

costituzionali all’interno di una maggioranza di tipo centrista.

Questa frazione dei liberali si stava dirigendo verso l’approdo del radicalismo e la scelta fu

premiata dal crescere dei consensi presso l’opinione pubblica borghese. La capacità di fondere

questioni di principio e volontà di realizzazione attraverso l’azione violenta, l’abilità

nell’intercettare, con l’occupazione di Fiume da parte di D’Annunzio, esigenze ben radicate

all’interno della borghesia italiana attraevano non solo gli impauriti borghesi ma anche numerosi

esponenti della classe politica liberale che si facevano affascinare dalle soluzioni autoritarie e

muscolari.

In Italia evocare il ricordo della guerra non rappresentò uno strumento capace di rafforzare i

vincoli della comunità politica. Questo fallimento fu all’origine delmontare di un sentimento di

frustrazione assimilabile a quello provato dai paesi militarmente vinti.

Il 1920 sarebbe stato segnato dal moltiplicarsi delle manifestazioni rivelatrici: reciproche accuse,

affermazioni di taglio estremistico, reciproca negazione dell’appartenenza alla comunità nazionale,

scontri fisici.

La retorica del nemico in campagna elettorale

Il momento elettorale costituisce l’occasione in cui le diverse fazioni poterono affrontare il nodo

del rapporto con il ricordo della guerra, dimostrando che il paese si trovava nel pieno della

transizione. Il clima di grande incertezza era confermato dallo scarso utilizzo del tema patriottico,

e dal frequente tentativo di utilizzare il ricordo del conflitto per delegittimare l’avversario politico:

partiti politici o singoli candidati.

Il partito socialista uso le armi della criminalizzazione dei concorrenti. Il ricordo della guerra servì

per individuare il responsabile delle sofferenze popolari: la borghesia, militarista e guerrafondaia,

utilizzata come prova decisiva da usare nel grande processo che il proletariato stava celebrando

contro la classe borghese. I liberali furono definiti guerrafondai, dei cinici individui che non

avevano esitato a trascinare il paese in guerra, ma c’era di peggio, infatti gli sgherri della

borghesia non avrebbero esitato a provocare una nuova guerra pur di impedire l’inevitabile

successo del partito socialista. Il discorso socialista nei confronti dei cattolici Negava il ruolo di

legittimi rappresentanti delle classi popolari, in quanto si celavano uomini appartenenti alla

borghesia. Non a caso i cattolici avevano infine sposato le ragioni della guerra e inviato i contadini

e gli operai a morire nelle trincee.

Le strategie di delegittimazione dispiegate dai liberali furono molteplici: fermo restando la

condanna senza appello per i socialisti (diffamatori della guerra che si aggrappano a Caporetto

24

Il nemico in politica

perché non hanno voluto fabbricarsi nel 1915 un paio di polmoni capaci di respirare altra

atmosfera che non sia quella della sconfitta) il sistema argomentativo adoperato vuoto attorno al

topos pericolo del salto nel buio. Alle forze tradizionalmente estranee al processo risorgimentale

non poteva essere affidata la responsabilità della guida del paese perché avrebbe voluto dire

precipitare la collettività nazionale in un sicuro disastro.

Contro il partito guidato da Sturzo liberali adottarono una tattica tesa a mettere in dubbio

l’autonomia del partito popolare dai voleri del Vaticano, confondendo deliberatamente gli obiettivi

del partito con i fini della Chiesa facendo ricorso a una serie di radicati pregiudizi. In particolare

accanto alla sottolineaturadella estraneità dei cattolici alle vicende della nazione italiana, venne

messa in risalto il tema della gesuitica e naturale ambiguità degli uomini di Chiesa. Inoltre liberali

batterono sull’atteggiamento cauto dei cattolici nei primi mesi di neutralità. Il non aver compreso

tempestivamente la necessità di entrare in guerra era una prova della loro scarsa attitudine al

comando e alle responsabilità. Infine motivo di delegittimazione era il continuo refrain attorno al

rischio che il voto per i popolari si trasformasse nel più classico dei cavalli di Troia per

l’affermazione dei socialisti e della rivoluzione.

“La Provincia Di Brescia”, foglio liberale, scriverà: “Noi constatiamo che per conservare il dominio

delle masse, i clericali corrono al fianco dei bolscevichi rossi”.

Il partito popolare fu quello che meno si affida alla carta della delegittimazione dell’avversario, in

quanto non aveva bisogno. La proposta politica era efficace, l’organizzazione con laterale forte e

motivata, l’appoggio della struttura ecclesiale efficace. L’unico vero nemico era rappresentato dai

socialisti, e concentrare il fuoco su di loro significava candidarsi alla guida del paese come eredi il

linea diretta dei notabili costituzionali. “Il Cittadino” scrisse: “ voi lavoratori sapete che dietro le

macerie di questo mondo che crolla sta per sbucare per voi un padrone ben più triste e tirannico

dell’antico.”.

Nicolas Rousseellier ci ha ricordato come in Francia l’aver indossato la divisa divenne le plus se

moyen de se faire elire en novembre 1919. In Gran Bretagna, l’invito di George a fare del regno a

land fit for heroes. Inoltre in entrambe le nazioni gli ex combattenti furono eletti all’interno di liste

approntate alla tradizionali formazione politiche.

In Italia, I candidati ex combattenti furono proporzionalmente meno premiati. Soprattutto lo furono

in virtù di altre qualità.

Anche i candidati excombattenti doc furono premiati più per il carattere di novità che quel

particolare partito rappresentatava, come il “Partito dei Contadini del Sud”.

Mentre al di là delle Alpi le numerazione dei meriti di guerra da parte dei candidati fu sempre

nettamente preponderante rispetto all’ironia o le frasi adatte a delegittimare il patriottismo, in Italia

avvenne l’esatto contrario. La legittimità offerta dal ricordo della guerra era fragile e molto

insidioso. In ogni banchetto elettorale sarebbe bastato un nonnulla per trasformare l’atout in

svantaggio.

Lo scoglio degli articoli prodotti in quelle settimane conferma che l’arte della denigrazione superò

di gran lunga quella dell’esaltazione dell’eroismo dei candidati. Assai incisiva fu l’offesa di

imboscato che si coniugò con quella di interventista, neutralista e imboscatore. Infine non vanno

dimenticati gli appellativi di pescecane, disfattista, caporettista e rinunciatario, come dimostra la

cronaca di un comizio repubblicano tenuto a Napoli.

In Italia la delegittimazione passo per la denigrazione delle loro qualità personali. Accusare il

candidato avversario di essersi imboscato equivaleva a colpirlo nel profondo, mettendone in

dubbio non solo il coraggio ma anche la fibra morale. Essere definito come pesce cane insisteva

sulla mancanza di coraggio e la presenza di spregevolezza. Tutto ciò dimostrava il clima di

tensione e di reciproca delegittimazione.

Conclusione

Tutto ciò dimostra l’incapacità di elaborare formule politiche in grado di sfruttare le opportunità

offerte dallo stesso conflitto. La sensazione che la grande occasione fosse stata perduta avrebbe

reso inefficiente l’atout politico più importante a disposizione dei popoli e delle classi dirigenti. Il

definitivo passaggio dell’Italia al campo dei paesi vinti sarebbe avvenuto con le campagne

elettorali amministrative del 1920 da quelle politiche del 1921 e del 24. Infatti il timbro

complessivo fu dato dalla guerra civile tra fascismo e bolscevismo.

Queste elezioni sembravano rientrare nella frustrazione e nella ricerca di un capro espiatorio

trovato nel socialismo, soprattutto nel elezioni del 1924 la figura stessa del nemico subì una

variazione: da strumento di mobilitazione, in grado di aggregare lo schieramento conservatore in

25

Il nemico in politica

virtù della sensazione di pericolo, esso si trasformò in feticcio. Quel nemico non solo era già vinto

ma soprattutto come tale venne descritto.

Si trattava di una delegittimazione della memoria di un nemico più che del nemico stesso.

Su “La Fiamma” di brescia, nel 1921 si scriveva: “ il fascismo ha salvato l’Italia dalla tragedia

grottesca del bolscevismo: amici e avversari devono riconoscerlo.”

Evidentemente in Italia non esistevano più nemici. La collettività della grande guerra si era

finalmente ritrovata ed era divenuta la padrona del paese, e a lei spettava il compito di far

scomparire anche i residui avversari. 26

Il nemico in politica

5. Uno Strumento di conquista dello spazio politico. De

Gasperi e i liberali 1900-14

Introduzione

Il government by discussion non sarebbe infatti immaginabile senza una competizione fra

tendenze politiche diverse.

Ciò non ha significato che si fosse in presenza di un’automatica legittimazione alla rilevanza

politica per tutte le forze che potevano affacciarsi nell’arena elettorale facendo leva su una quota

di consenso sociale.era problematico l’accesso all’arena politica di forze diverse da quelle che si

arrecavano, alle varie anime del liberalismo e alle ragioni di rappresentatività vantate dai membri

delle elite burocratiche. Il dibattito infinito sulla normatività del modello inglese aveva perso la sua

presa con l’affermarsi del modello tedesco, un modello legato alla tecnicità dell’agire politico che

sarebbe stato legato solo alle scienze dello stato la cui interpretazione era appannaggio della

burocrazia che trovava il suo vertice nel governo.

Questo contesto rese problematico l’affermarsi sulla scena politica dei nuovi partiti sociali, dando

maggiore attenzione ai partiti di classe per i quali erano a disposizione due strumenti che

permettono di definirli come liberali: la legittimazione attraverso una ideologia politica che entrava

direttamente nello schema competitivo del costituzionalismo attraverso l’idea della classe

generale ad unione una società percorsa da tensioni, che molti erano disposti a considerare come

risorse per l’inserzione nel sistema di nuove componenti con effetti di riequilibrio sociale che

potevano presentare i loro vantaggi.

Il problema dei partiti cattolici fu un fenomeno più difficilmente integrabile ne sistema liberale, il

cui successo era derivato dal venire meno del presupposto del government by discussion

nell’originario significato di confronto di tesi parafilosofiche e la dialettica parlamentare era già

stata accettata come una dialettica di forze insediate nel sociale, per questo l’ingresso di forze

politiche sotto la bandiera del cattolicesimo poneva problemi sul terreno della legittimazione

politica (partito conservatore inglese-anglicanesimo)

Legami forti con il retroterra religioso esistevano in altri partiti senza che ciò facesse particolare

problema. Il cattolicesimo era pero altra cosa dal cristianesimo, il problema era la sua presunta

subordinazione alle direttive del vaticano: un fatto che lo avrebbe posto fuori della legittimità

costituzionale, in quanto essa si subordinava alla volontà del pontefice romano, vertice di una

sovranità estranea. Questa e la ben nota polemica dell’ultramondanesimo.

Tuttavia la capacità di controllo del Vaticano fu marginale e labile, infatti De Gasperi si batté per

dimostrare come il cattolicesimo politico fosse prima di tutto nazionale e solo successivamente

universale.

Il caso Trentino

Il Trentino era considerato dall’Impero Asburgico come parte della principesca contea del Tirolo:

abitato solo da popolazioni di lingua ed etnia italiana e di religione cattolica. Le restanti parti della

contea erano di lingua tedesca ma sempre cattolici. Formalmente la gerarchia ecclesiastica non

teneva conto di queste differenze linguistiche, nonostante questo fatto il movimento cattolico

Trentino e quello cattolico tirolese furono fieramente avversari per ragioni nazionalistiche e il

rispettivo clero fu coinvolto militando attivamente nelle lotte interetniche. Il nuovo modello del

cattolicesimo sociale Leonino fu molto sentito dal movimento cattolico italiano, mentre il clero

tirolese fu legittimista e conservatore, e solo in un secondo momento divenne sociale.

Il Trentino era una provincia povera, montuosa con due soli centri urbani rilevanti (Trento-

Rovereto) e alcuni centri urbani minori e un ricco tessuto di paesi e vallate con vie di

comunicazione poco agevoli. In questo contesto il sistema religioso costituiva un tessuto di

rilevante connessione e integrazione sociale. Il tempo della Chiesa era quello che scandivano la

vita delle comunità, il catechismo forgiava le abitudini morali. Il clero aveva così funzioni sociali

rilevanti, in un mondo in cui la dimensione del sacro era ancora accettata come una componente

importante del sistema di disciplinamento delle comunità, presentandosi come un’istituzione di

collegamento verso il potere politico, la cui invadenza cresceva con la modernizzazione del

sistema. Nel sistema asburgico il clero era incluso nella categoria dei pubblici ufficiali, in quanto

esercitava funzioni per la tenuta dell’anagrafe e aveva compiti nel campo dell’assistenza agli

indigenti e dell’educazione scolastica. 27

Il nemico in politica

La religione cattolica era tutti gli effetti una religione di Stato, anche se con la riforma del 1868 e

del 1870, ci fu una deconfessionalizzazione, questa era stata respinta nel Tirolo, dove il

conservatorismo era dominante. A partire dalla riforma elettorale del 1873, al parlamento

imperiale di Vienna (Reichsrat) si accedeva per elezione diretta, sebbene sulla base di una

selezione censitaria molto ristretta.

La rappresentanza trentina era stata tradizionalmente in mano alla borghesia colta delle tue grandi

città, che era di orientamento liberale. Infatti i liberali avevano rappresentato la corrente nazionale

e insieme quella autonomista (reclamava la separazione della provincia di Trento dal Tirolo).

Tuttavia si manifestò subito un problema con l’autorità ecclesiastica: il membro più autorevole era

l’abate Giovanni a Prato, che fu censurato dalla Chiesa per non aver sostenuto con la dovuta

forza le posizioni confessionali.

Il cattolicesimo aveva il suo periodico “la voce cattolica“ che usciva dal 1866. Inoltre si

cominciava a registrare una presenza politica clericale poiché nelle elezioni del 1877 nei collegi

rurali riuscirono elette tre personalità esponenti di quella corrente. Nella pratica però non si

trattava di veri esponenti di un partito E quindi nelle vicende parlamentari fecero sempre prevalere

l’indirizzo nazionale su qualsiasi componente identità ideologica. Situazione simile si ebbe nelle

elezioni del 1885, dove vennero eletti due dei clericali, ovvero Bazzanella e Gentilini.

Dall’inizio degli anni 80 si era registrato un certo sviluppo economico, con la ripresa

dell’agricoltura e con i miglioramenti colturali, società cooperative e casse rurali. Questa crescita

economica aveva visto un’autentica leadership del clero in cura d’anime, che rappresentava un

punto di riferimento delle comunità di villaggi e una componente acculturata delle classi popolari

da cui proveniva.

Gli sviluppi del cattolicesimo sociale sotto l’impulso del pontificato di Leone XIII, con l’uscita del

15 maggio 1891 dell’enciclica Rerum Novarum e il ritorno di Don Celestino Endrici a Trento

causarono nuovi fermenti culturali del cristianesimo sociale.

I clericali cominciarono a guadagnar terreno anche nell’arena elettorale, sebbene a scapito della

loro tradizionale posizione Clerico-nazionale. Alle elezioni dell’aprile 1891 e clericali ne ebbero tre.

La collaborazione con i liberali sulle questioni nazionali divenne però ardua perché il vescovo di

Trento (monsignor Valussi) temeva troppo liberalismo e irredentismo per consentire a queste

collaborazioni.

La svolta arrivo nelle elezioni del novembre 1896 quando la rappresentanza fu divisa tra quattro

liberali e quattro clericali, ma più importante era notare che accanto ai tradizionali esponenti del

notabilato Clerico-nazionale risultassero ora eletti il prete era stato l’inventore e l’anima del

movimento cooperativo cattolico (Don Guetti) E un giovane laico, Enrico Conci.

Il giovane laico venne inserito nel club Italiano che univa gli eletti trentini e giuliani, che

riconosceva libertà di voto in materia religiosa per i membri sacerdoti, che quindi non gliela si

voleva riconoscere in quanto laico, nonostante l’abbia ottenuto per interessamento del barone

Malfatti.

Si è quindi in presenza di un mondo cattolico che certamente è già attivo e consapevole delle sue

potenzialità in termini di mobilitazione politica, ma che agisce ancora come una presenza per così

dire di nicchia: manda suoi rappresentanti in parlamento, ma questi vengono inquadrati nella

delegazione nazionale e la loro specificità è riconosciuta solo sul piano confessionale. Per il resto

la leadership politica appartiene all’universo liberale promotore del risorgimento economico, con

figure di rilievo come il podestà Paolo Oss Mazzaruna e Vittorio De Riccabona.

Tuttavia il pontificato Leonino con la sua enciclica-manifesto avrà un peso fondamentale, perché

spingerà il cattolicesimo ad uscire dal suo orizzonte circoscritto. Come noterà nel 1898 il comitato

diocesano Trentino per l’azione cattolica: “non basta essere cattolici nella vita privata, ma bisogna

comportarsi, secondo disciplina, da cattolici anche nella vita pubblica“.

Progressivamente la nuova generazione del personale politico espresso dal mondo cattolico vorrà

Agire nella sfera politica a tutto campo, presentandosi come l’unica rappresentante di quello che

potremmo chiamare il paese profondo. Per quest’operazione avrò però bisogno di presentarsi

come legittimata e ciò la porrà nella necessità di delegittimare il ruolo dirigente della Elite

precedente, cioè di quella liberale. Infatti si tratta non semplicemente di realizzare una circolazione

delle Elite, ma di sormontare e cancellare le rappresentazioni culturali che hanno sedimentato le

precedenti attribuzione di ruoli. I liberali rappresentano la tradizione del saper governare e se

accreditano come la parte colta della popolazione. I clericali sono espressione del formarsi di

nuove Elite della piccola borghesia, delle realtà extra urbane e non hanno tradizione di governo se

non nel clero come pastori anime non essendo neanche accreditati come Elite colte.

Era necessario quindi disporre degli strumenti per legittimare la propria domanda di egemonia e

questo significa minare se non distruggere la legittimazione al governo della classe dirigente.

28

Il nemico in politica

Il “giovane” De Gasperi e il problema dell’egemonia cattolica

Alcide De Gasperi diviene il portabandiera del movimento cattolico Trentino. Nato nel 1881, figlio

di un gendarme, grazie alle strutture ecclesiastiche era approdato alla facoltà filologica

dell’Università di Vienna. Quindi viene un leader riconosciuto del movimento universitario cattolico

Trentino grazie all’appoggio di Don Celestino Endrici.

Il primo manifesto è il discorso che De Gasperi tiene il 30 agosto 1902 al congresso

dell’associazione universitari cattolici trentini, in un momento in cui si sta acuendo la

contrapposizione fra la parte trentina e la parte tirolese della contea con l’ennesima negazione

delle aspirazioni autonomistiche della parte italiana, al punto che si parla di italianofobia degli

austro-tedeschi. Inoltre fu rinnovata la triplice alleanza, fumando le speranze di sponde

irredentistiche, il che apparve come un colpo innegabile alle strategie del partito liberale. Nel

congresso De Gasperi agiva come vice presidente della terza sottocommissione. Egli denunciava

il cuore della questione: “l’associazione ha scritto sulla propria bandiera: pro Fide, Scientia et

Patria... lascerò gli astrattismi e esprimerò i nostri ideali più concretamente: cattolici, italiani,

democratici“. Essere universitari significato frequentare luoghi che furono per tutto il secolo 19º le

officine di nuovi rivolgimenti intellettuali e sociali ostili al cattolicesimo, e tutti i vili compromessi

erano stati fatti con quel po’ di cattolicesimo che doveva restare per amore delle tradizioni

familiari etichettando il resto come clericalismo.

Nelle parole si notò l’imperativo di passare dalla religione ad una militanza religioso che servisse

come strumento di costruzione di una identità politico culturale. Per farlo non ci si tratteneva dal

presentare un cleavage Al tempo stesso sociale e simbolico: “il Trentino è un paese pagano“.

Questa era la presentazione di una frattura, necessaria, per la costruzione di una cerchia

identitaria imposta dalle condizioni di un’epoca militante. Per rafforzare questo ragionamento si

ricorreva ad un efficace paragone: “i polacchi dicono che per loro polonismo E Cattolicismo è la

medesima cosa, per noi trentini più ragione: cattolici significa già italiani“. Egli era perfettamente

cosciente dell’accusa corrente, dovuta al fatto di vivere in un paese di confine secondo la quale i

cattolici mancavano di patriottismo ed amore alla propria nazione. La risposta era cercata

saldando italianità e cattolicesimo: “ infatti questi giovani che si propongono d’essere anzitutto

cattolici non dimenticano socialmente di essere anche buoni italiani.”. Da qui deriva lo slogan

“prima cattolici e poi italiano, e italiani solo fino là dove finisce il cattolicissimo”. Infatti in un

passaggio che divenne celebre De Gasperi disse : “ all’università si esce democratici o

aristocratici già fatti… Non è mancanza di modestia, o signori, se noi, studenti cattolici, ci

mettiamo senz’altro fra i democratici“.

Il programma mescolava la consapevolezza della forza che si poteva trovare in una larga base

popolare con un abile rinvio al problema dell’identità nazionale italiana, opportunamente depurata

dalle elemento del romanticismo post risorgimentale. Il tutto era condito con un rinvio alla

spaccatura fra le valli (mito positivo della montagna come metafora di purezza e di vigore). Alcune

tematiche derivavano dai topoi classici della polemica antimoderna, altri risentivano dei dibattiti

interni al populismo cristiano viennese dei circoli attorno a Lueger, altri si rifacevano ai propositi

Murriani di una nuova inserzione dei giovani.

Il giovane leader universitario si mostrava consapevole della necessità di mettere in discussione il

primato politico-culturale della classe dirigente del momento a cui facevano riferimento la

maggioranza degli studenti universitari del periodo.

La questione universitaria era molto accesa: la minoranza italiana si batteva per avere un ateneo

nazionale ne chiedeva la costituzione a Trieste. Il governo asburgico vi si opponeva perché non

aveva nessuna intenzione di riconoscere il carattere italiano del porto più importante dell’impero,

lasciava però intendere di essere disposto a far nascere un ateneo italiano a Trento o a Rovereto.

Liberali e socialisti trentini si opponevano con lo slogan “o Trieste o nulla“, la componente

cattolica riteneva pragmaticamente che fosse preferibile portare a casa comunque un risultato

positivo e si prendevano le accuse di essere scarsamente patriottici e insensibili al dogma

dell’unità e solidarietà nazionale.

Anche in questa occasione De Gasperi approfitto della polemica per procedere sulla via della

delegittimazione dei liberali, dipinti come una classe chiusa nei suoi interessi ed avulso dal

popolo. In un articolo del 1905 rilevava che l’impostazione radicale del nazionalismo liberale e

socialista con la sua impuntatura sul “Trieste o nulla“ rinunciando ad una facoltà italiana in

Trentino era roba da signori.

In un comizio a Fondo egli espresse in modo limpido la sua idea: “crede di dover protestare

anche qui che in tempi di qui i liberali vogliono chiamarsi democratici e i socialisti hanno

29

Il nemico in politica

proclamato nel Trentino il regno della democrazia ci si dimentichi della scarpa grossa che la

grande maggioranza del paese e che deve sostenere pesi maggiori di fronte allo Stato e alla

provincia e dei comuni. Io sono certo che se si facesse un referendum e si domandasse ad

ognuno il proprio parere in questione, un enorme maggioranza si dichiarerebbe contraria allo

slogan liberale. Gli studenti cattolici lottarono sempre contro la prepotenza teutonica, protestano

e lottano ora contro codesti tranelli dell’opinione pubblica.“

De Gasperi torno spesso sul tema della contrapposizione di classe fra la posizione liberale e

socialista e quella dei cattolici, insistendo, ad esempio, sullo spirito fattivo che rientrava

benissimo nel tradizionale inquadramento dell’immagine del popolo come costretto a saper fare i

conti con la dura realtà, contro i signori che invece potevano dedicarsi ai sogni e all’utopia.

La delegittimazione sarebbe poi proseguito sul piano della coerenza politica. Il 1 settembre 1905

De Gasperi diveniva il direttore del quotidiano “la voce cattolica“. Nell’impero asburgico si è

appena aperta la questione della riforma elettorale prevedendo l’introduzione finalmente del

suffragio universale ed eguale al posto del vecchio sistema delle curie, incideva direttamente sul

problema della bilancia etnica. Si pensava che il suffragio allargato avrebbe favorito i partiti

popolari A discapito dei tradizionali partiti di notabili e delle Elite perciò liberali erano ostili alla

riforma.

Era un’occasione per attaccare la coerenza del liberalismo che per ragioni di bottega si alleava coi

liberal conservatori Italo-tedeschi al potere. De Gasperi parlo di un governo che, attraverso una

manovra sulla formazione dei collegi, voleva non “il suffragio universale proprio e quale… Ma il

suffragio universale ed è uguale… Disuguale” Per salvare i privilegi della nazione tedesca. Si

stupiva però che questo trovasse sostegno anche fra i deputati liberali italiani, e ciò era forse

spiegabile a Trieste, ma che gli italiani sudditi nella contea principesca del Tirolo si dichiarino al

principio del privilegio è un’enormità. Con questo egli poteva definire i liberali come saltimbanchi

della democrazia.

Il problema scottante era la definizione dei collegi elettorali, con la disuguaglianza che si poteva

introdurre per questa via. De Gasperi denunciava così le sperequazione già esistenti. Il tema di

fondo che teneva in piedi le strategie delle varie forze conservatrici era quello di comporre la

salvezza dei predomini liberali con quella dei feudi nazionali, così prendendo spunto da una

proposta del tirolese Karl Grabmayr la si denunciava in questo modo: “faremo in modo che 1000

liberali trentini varranno tanto che 2000 clericali. Così noi salveremo l’egemonia tedesca e voi

l’egemonia liberale nel Trentino”.

Divenne facile così denunciare il voltafaccia dei liberal-radicali che fecero solenni dichiarazioni di

fede nel suffragio universale ma poi avevano fatto marcia indietro definendo chi aveva la forza dei

numeri come forza bruta, incosciente. La conclusione era tipica dei cristiani: “il popolo cristiano si

sarebbe levato a spazzar via i farisaici democratici”.

La Campagna procedeva lungo una direttrice che tendeva a lasciare da parte la vecchia bandiera

clericale per assumere sempre più quella del cattolicesimo politico, in questo modo “la voce

cattolica“ assumeva la nuova testata della “Trentino“. Anche questa era una sfida ai liberali: la

rivendicazione dell’identità trentina era una loro tradizionale bandiera, E ciò irritava anche il

mondo tirolese che per essi era solo il Tirolo latino e non il Trentino.

In questo modo De Gasperi poteva aprire una polemica su due fronti. Rispondendo al benevolo

nostro tutore Innsbruckese quale affermava che il popolo non vuole saperne del fantastico

Trentino e che faremmo bene a non scivolare sulla china fatale del nazionalismo egli coglieva

Occasione per precisazioni importanti: “il Trentino ha un sapore liberale. Sì, se lo lasceremo in

feudo a chi se ne arroga il monopolio; no, se ne assumiamo la rappresentanza e la difesa, noi che

ne abbiamo il diritto e il dovere perché siamo la stragrande maggioranza del paese.“

Così il giovane leader poteva spiegare il programma politico del nuovo partito cattolico: non più

genericamente i clericali, ma un vero e proprio partito, l’unione politica popolare trentina. Lo

schema di conferenze si apriva con un’annotazione: “politica vuol dire per i più chiacchiere al

vento“ occorreva così chiarire che: “è l’arte di governare,, Dirigere lo Stato, gli enti pubblici. Dalla

politica dipendono gli interessi più gravi, più sentiti dell’individuo e del corpo morale. Da questo

non si scappa: la politica o la si fa o la si subisce“.

Inoltre affrontava le problematiche legate alla riforma elettorale: disuguaglianze create dai sistemi

elettorali precedenti, opportunità del voto obbligatorio, rifiuto del voto indiretto.

Arrivava così alla questione nazionale, dove rilevava che l’Austria è composta di vari popoli ma

che in realtà i tedeschi vogliono spadroneggiare. I cattolici erano schierati a difesa degli italiani,

ma non al modo dei liberali che “fanno della politica nazionale negativo. Domandano sperando

che ti risponda di no”. Al contrario i cattolici: “noi vogliamo fare una politica nazionale produttiva,

noi vogliamo formare nel popolo Trentino una coscienza nazionale positiva.

30

Il nemico in politica

L’obiettivo che ci si proponeva era il progresso economico del popolo declinato in proposte:

assicurazione agli operai e ai contadini, risanamento delle finanze comunali, riduzione del servizio

militare, esenzione dalle tasse ereditarie e tasse ereditaria progressiva, assistenza credito rurale,

lotta all’alcolismo, istruzione tecnica e per agricoltori.

Egemonia cattolica fra elettoralismo e ideologia antiliberale

Alle elezioni del 14 maggio 1907 con il nuovo suffragio universale, il movimento cattolico affermò

la sua nuova egemonia, con i liberali che per tenere la città di Trento dovettero fare un’alleanza

con il socialisti cedendo il seggio al rappresentante di questi ultimi. In entrambi si dovette andare

al ballottaggio con un candidato popolare che ottenne un consenso di poco inferiore a quello dei

vincitori.

Era evidente, come scrisse Scipio Sighele, il partito liberale avesse un’unica via di salute:

l’anticlericalismo.

A De Gasperi questa svolta dava spazio per rinsaldare la presa identitaria, accentuando l’analisi

della distanza fra il mondo liberale e quello cattolico e del disprezzo che questa Elite avevano per

il popolo cattolico. In particolare egli poneva l’accento sulla peculiarità del movimento cattolico,

che vedeva una sinergia di laici ed il clero che era proprio quello che liberali facevano fatica a

comprendere. “ lo sappiamo che per tutto il liberalume il prete fuori di chiesa è uno spino

nell’occhio” e spiegava subito che nella “gran parte dei paesi nostri solo i sacerdoti possono per

la loro cultura e per il contatto continuo che hanno con la povera gente, educare questa a una

vera coscienza civile e sociale”.

Il quadro organico dipinto serviva per sottolineare la spaccatura fra cultura liberale e il mondo del

popolo, egli ricordava così la polemica dei giornali liberali contro quello che si definivano lo stocco

di zucche che il partito popolare manda al parlamento, convinti che tutta la vittoria fosse dovuta ai

preti intriganti e imbroglioni. De Gasperi partendo dal fatto che nel collegio di Trento la dirigenza

liberale aveva preferito appoggiare per l’elezione al parlamento il socialista Avancini anziché il

moderato Tambosi che aveva buone relazioni con i cattolici, riteneva di poterne smascherare

l’arretratezza: “lo sviluppo dei partiti ha dimostrato che voi siete anzitutto liberali e anticlericali

poiché il nazionalismo passo in seconda linea, l’anticlericalismo, il liberalismo puro si manifestò

anche i ciechi come la vera ragion d’essere dei liberali”.

Ora la bandiera nazionale era passata ai popolari, e liberali veniva imputata una ben grave rottura.

De Gasperi si impadroniva così anche di un’altra bandiera quella della città capoluogo: “non sarà

il partito popolare quello che tenterà di isolare Trento. Trento sarà sempre per noi il centro del

paese.”

Il liberalismo aveva dato uno schiaffo al Trentino cattolico e credente e i popolari alzavano la

bandiera cattolica ed italiana.

Fondamentale per capire i criteri di delegittimazione è la ricostruzione della storia

dell’associazione degli universitari cattolici trentini. In questo testo, in cui a De Gasperi era

riservato il compito di illustrare attraverso la storia dell’associazione la discesa in campo del

nuovo movimento cattolico, si sarebbe lanciata la nuova parola d’ordine del “Trentinismo”, ma

questo non era un modo per sottrarsi alla questione dell’identità nazionale italiana.

Secondo la ricostruzione di De Gasperi il nuovo movimento degli universitari cattolici nasce nel

novembre 1895 per reazione al circolo universitario di Vienna. Gli adriatici facevano più che altro

festa delle matricole e scene di schifoso penalismo. Come rifiuto di questo universo si avrà la

creazione di una organizzazione autonoma da parte degli studenti cattolici trentini, in cui

“la sintesi del pensiero che li riuniva è un certo spirito di oneste indipendenza, che si potrebbe

chiamare di fronte alle sullodate radiazioni della gente di mare: Trentinismo”.

In particolare vi sono due elementi portanti di questa nuova retorica: l’identità regionale fa premio

sulla identità nazionale vecchia maniera e si segnala una spaccatura di classe all’interno della

gioventù universitaria.

La “gente di mare” rappresenta l’ambiente di una città in grande sviluppo economico figlia

perlopiù di una borghesia ricca. I “montanari“non rappresentano tanto una realtà marginale,

quanto una realtà socialmente nuova con l’apertura dell’accesso universitario ai figli della piccola

e media borghesia.

De Gasperi nota che “la questione universitaria, più ancora l’anticlericalismo” approfondirono la

scissura tra gli universitari Trentini per poi dire che “grande fu l’attività degli studenti nostri nella

lotta contro il Volksbund”.

In Questo passaggio si colgono i tre aspetti che avrebbero dato forza e struttura al movimento: il

Trentinismo un opposto contro il generico spirito nazionale, velatamente irredentista, grazie a

31

Il nemico in politica

quella che venne definita da allora in avanti la scelta per una politica positiva. Sul versante

opposto la lotta contro il Tiroler Volksbund (organizzazione pangermanista) riportò in auge la

centralità del sistema comunitario dell’organizzazione sociale trentina, che si difendeva contro una

penetrazione nazionalizzatrici e che arrivava dall’esterno. Il clero era un asse portante

dell’organizzazione comunitaria.

Si trattava di un programma politico che si lasciava alle spalle un vecchio paternalismo cattolico e

che rispondeva all’appello del padre Agostino Gemelli: “ l’ora triste di lotta contro la religione che

ora volge deve far sentire a noi cattolici vivo il bisogno di affermarci dinanzi al paese e di far

sentire la nostra voce”.

Il 1907 fu un anno di svolta. Il notevole successo elettorale, che aveva creato una nuova

egemonia cattolica anche a livello della rappresentanza parlamentare, era possibile in virtù di una

migliore organizzazione politica sul territorio e di una coscienza che era stata costruita attraverso

il superamento delle tradizionali forme di riverenza verso le Elite sociali dominanti. La battaglia

continuò naturalmente a lungo, anche se, le argomentazioni rimasero sempre più o meno le

stesse: i liberali rappresentavano i signori che potevano permettersi la politica come utopia,

mentre al popolo questo non era concesso. I liberali disprezzavano il cattolicesimo popolare,

perché avrebbero voluto una religione ridotta ad affare privato e di conseguenza erano anticlericali

e anticattolici e disponibili alle alleanze coi socialisti.

L’egemonia del nuovo partito popolare non venne più scalfita, ma i liberali mantennero il

sentimento di rappresentare l’Elite E la vera cultura moderna che impedì loro un dialogo proficuo

con i cattolici e li rese vittime di una certa deriva anticlericale. Il fatto è che i liberali non riuscirono

a scalfire la costruzione ideologica di De Gasperi. Nel 1909 in occasione delle solenni celebrazioni

che il Tirolo promosse nel centenario della rivolta di Andreas Hofer contro gli occupanti avaro-

francesi, I cattolici si trovavano tra due fuochi: da un lato comprendevano che si trattava di una

manifestazione degli austro-tedeschi anche in chiave anti-italiana, dall’altro erano celebrazioni

promosse a livello ufficiale, perciò avrebbe partecipato l’imperatore in persona e quindi era

pericoloso cadere nella trappola di farsi definire antipatriottici. Per i liberali era un’occasione per

mettere in difficoltà i cattolici per togliere loro la possibilità di continuare ad ergersi a campioni

della politica nazionale positivo. Il direttore del quotidiano liberale “alto Adige”, Giuseppe

Stefenelli, scrisse una lettera aperta a De Gasperi in cui da un lato gli riconosceva

strumentalmente il suo atteggiamento a difesa dell’italianità, ma dall’altro gli chiedeva di schierare

i cattolici contro le feste e celebravano il mito di Hofer. De Gasperi passava la cosa sotto silenzio,

dando così modo al suo collega liberale di denunciare come farisaico il famoso slogan della

coscienza nazionale positivo.

De Gasperi scrisse: “due ideali affascinano soprattutto i giovani: libertà e patria perché essi

prediligono come naturale le aspirazioni più radicali ed estreme e si in bevono di un romanticismo

nazionale”. Si trattava però di una politica facile, che faceva appello più al cuore che alla ragione.

Il suo esito sarebbe stato quello di formare degli uomini divisi oramai moralmente dal popolo, Che

si sarebbero rinchiusi nell’egoismo della loro carriera. Si ricorreva allora ancora una volta alla

retorica di classe: “eccovi costituita per un processo naturale la classe dei siori, quella borghesia

superficiale che visse in buona parte di un nazionalismo astratto ed impopolare”. Da questo

bisognava di staccarsi perché e poi la democrazia che rinnova il nazionalismo e che gli da il

contenuto sociale. Ciò De Gasperi lo aveva imparato a Vienna dal successo dei Cristiano-Sociali

guidati da Lueger.

Nel necrologio di quest’ultimo, De Gasperi rinviava da un lato alla parola magica di Lueger,

agitazione, propaganda coraggiosa, instancabile, senza posa, e dall’altro alla fiducia che egli

stesse impostando una nuova battaglia vittoriosa mentre i conservatori si ritirano nei pagi delle

Alpi o nei feudi boemi, paurosi ogni novità, retrivi ad ogni riforma” paraganodali all’ “ottimismo di

Leone XIII e di Montalembrt”.

Oramai vi era la consapevolezza che è una prima vittoria fosse stata conseguita e che

l’organizzazione e la costruzione di una identità politica cattolica avevano pagato anche in

Trentino.

L’ultima fase dell’antiliberalismo degasperiano

La cartina di tornasole era a questo proposito la città di Trento, dove l’egemonia politica liberale

era ancora forte grazie ad una legge elettorale organizzata con un misto di criteri cetuali e

censitari. 32

Il nemico in politica

De Gasperi si trovava ora faccia a faccia in posizione di netta minoranza con quella classe politica

che aveva combattuto aspramente dalle colonne del suo giornale. La battaglia ora avevo obiettivi

più concreti, con una classe che conservasse un potere notabilato che le consentiva una forte

presa sugli affari pubblici locali.

Il direttore del “Trentino” attacco su più fronti: attacco al sistema fiscale che gravava troppo di

tasse i ceti popolari, battaglia per l’introduzione della rappresentanza proporzionale il sistema

comunale, insistenza sul ruolo che il municipio poteva avere come erogatore di servizi.

Nel 1910, De Gasperi proseguì la sua linea di classe, cioè quella che mirava a mettere il popolo

contro le vecchie Elite. I liberali ripresero ad attaccarlo sul tema nazionalista che avevano sfruttato

un anno prima. Il direttore del “Trentino“ denunciava il solito trucco di “spacciarci noi per

governativi contro cui tutti i nazionali convinti devono marciare”, dicendo che a lui “che lotta

contro la germanizzazione e per l’esistenza nazionale del paese si caccia vigliaccamente il coltello

nella schiena per la semplice ragione che per costoro viene in prima linea il dominio politico del

liberalismo”. Aggiunse poi il consueto motivo classista: “lotta per la giustizia contro il privilegio“.

Le suppletive per il consiglio comunale di Trento furono un successo per i popolari, pure

attraverso una alleanza con una piccola formazione denominata gruppo degli impiegati.

La vittoria viene registrata positivamente ma fu occasione per ribadire che essa era un atto di

ribellione contro i notabili tradizionali che si rifiutavano di riconoscere la nuova presenza politica:

“poco valse richiamarsi al civis tridentinus sum, eravamo clericali e tanto basta”.

Questo modulo retorico sarebbe tornato per le elezioni al parlamento di Vienna nella primavera

del 1911. L’attacco di De Gasperi si concentrava particolarmente sulla loro incapacità di capire la

religione da cui generava poi il loro anticlericalismo, subito sottolineava che essi di solito si

divertono un mondo a parlare della scopa di Francia (allusione alle leggi anticlericali francesi).

Era l’occasione per affermare che l’unica difesa consisteva nell’avere “al parlamento un forte

numero di deputati cattolici.

I liberali venivano dipinti come infidi e privi di principi, ma pronti al disprezzo verso il mondo

cattolico. Il partito nazionale liberale da una parte aveva parlato molto di religione per lodare il

vecchio equilibrio e per attaccare i preti moderni bottegai e intriganti politici, dall’altra aveva

giocato con l’idea nazionale per la quale “liberali e socialisti trattandosi del municipio furono

alleati per l’l’idea nazionale, trattandosi del parlamento i liberali e i socialisti saranno nemici”.

Il Risultato delle elezioni replico quello del 1907 con sette collegi ai popolari e i due urbani al

socialista Battisti a Trento e al liberale Malfatti a Rovereto, ma quello che premeva rilevare a De

Gasperi era che il partito popolare mantiene nel Trentino la sua posizione predominante.

Il tema più controverso restava quello del sentimento nazionale che aveva ragioni di regionalismo

identitario piuttosto che di pensiero nazionalista nel senso dell’irredentismo risorgimentale. Era un

terreno scivoloso perché metteva in forte contrasto con il governo di Vienna, ma dall’altro

costituiva un indubbio collante comunitario il quale si costruiva facilmente consenso.

Nel suo intervento al parlamento di Vienna il 25 ottobre 1911, che aveva per tema l’apertura di

università italiana De Gasperi torno sul tema della nuova contrapposizione di classe che si

formava per gli studenti universitari: “se però si vuole forse dire che tale facoltà sarebbe soltanto

l’Accademia militare della nostra borghesia, allora alla base di questa affermazione sta l’enorme

ignoranza delle nostre condizioni. È vero esattamente il contrario. La facoltà dovrebbe offrire la

possibilità anche ai figli dei contadini di studiare senza troppa spesa e comodo amente a casa

propria. Chi è dunque contro la facoltà, non è contro lo cosiddetta Irredenta, ma pecca contro i

figli di un popolo che secondo un noto detto del nostro stesso imperatore è di idee molto più

austriache di quanto si possa credere”.

In molte altre occasioni egli non mancava di ribadire i meriti cattolici nella difesa della nazionalità,

contrapponendo un nazionalismo signorile con sottocorrenti clericali e non rare dimostrazioni

piazzaiuole E il movimento cattolico sociale che esercitò dal punto di vista nazionale una funzione

mediatrice ed educatrice provvidenziale. Era ancora la teoria del sentimento nazionale positivo:

“liberiamolo ancora dal pregiudizio che attaccamento alla propria nazione e movimento antistatale

sia tutto una cosa da ripudiar sì o da accettarsi insieme, sfruttiamolo come strumento di civiltà e

di progresso morale, non come incentivo ad odiare o a disprezzare le altre nazioni”.

Nelle elezioni del 1914, si ebbe l’ultima grande polemica coi liberali Che porta ad emergere

unulteriore elemento significativo. Emersero i temi del divario fra una politica moderna fondata sul

partito come organizzazione, mentre quello liberale restava ancorato al mondo dei notabili, e del

sostanziale fossato culturale che divideva il mondo cattolico-popolare da quello in senso lato

borghese.

In un articolo del marzo 1914, che era una risposta all’attacco dei liberali contro le pretese del

partito popolare di disciplinare e contenere entro certe parole d’ordine il voto dell’elettorato

33

Il nemico in politica

cattolico, il direttore del “Trentino“ effettuò una denuncia del sistema notabilato che veniva visto

come un peso: “una delle principali disgrazie della nostra politica è che il partito liberale non è

saldamente organizzato, è semplicemente un partito con cui non si può trattare”. In secondo

luogo emerse il dovere della lotta al socialismo che come dottrina è antireligioso e antisociale,

passava di fatto in secondo piano rispetto al problema di verificare la reale tenuta del blocco

liberale socialista.

La nozione sociologica con cui fu giustificata questa scelta fu così evidenziato: “a Trento i confini

fra proletariato e borghesia, i contrasti fra nazionalismo e internazionalismo sono indefinibili”, il

problema era quello di dare un segnale contro l’ibridismo dei socialistoidi cioè contro quei liberali

che, per anticlericalismo preferivano appoggiare un socialista piuttosto che venire a patti con la

nuova egemonia politica.

La prova cercata Venne ottenuto: battisti risulto eletto dimostrando che la contrapposizione per

l’egemonia aveva saldato l’alleanza di gran parte del liberalismo Trentino con quelli che

ideologicamente avrebbero dovuto essere in conciliabili avversari ma che in realtà erano più che

altro una espressione radicale di quella borghesia tradizionalmente dominante.

De Gasperi aveva accolto bene che non ci sarebbero potuto resistere solo con la forza dei numeri:

questa bastava per produrre una rappresentanza clericale, ma non per legittimare una nuova

classe politica. Per quest’operazione era necessario costruire un’ideologia che arrivava dal lavoro

che si svolgeva in varie nazioni sotto impulso del pontificato di Leone XIII. Era però necessario

scalzare la rendita di posizione dell’egemonia tradizionale e per questo bisognava delegittimarle:

per conquistare davvero uno spazio politico era necessario liberarlo il più possibile dai suoi

inquilini precedenti.

Questa considerazione nacque dal naturale istinto politico di un leader, che comprese che la

conquista di uno spazio politico e raramente aggiuntiva rispetto all’esistente, quanto piuttosto

presuppone operazioni di sostituzione e di sottrazione della credibilità. La cerchia del noi

supponeva la creazione sia di un livello di parità con gli altri, sia la consapevolezza della

competizione che regnava tra questi due campi, per mezzo anche di un’operazione eminemente

culturale. 34

Il nemico in politica

6. Sull’utilizzo della vita privata nella (De)legeittimazione politica

Introduzione

All’inizio dell’estate del 1914 l’attentato di Sarajevo passo quasi in osservato sulla stampa

francese.

L’attenzione era tutta rivolta verso il processo ad Henriette Caillaux, moglie di Joseph Caillaux che

aveva assassinato con quattro colpi di pistola il direttore di “Le Figaro”, Gaston Calmette, Che

dall’inizio dell’anno stava portando avanti un insistente campagna denigratoria contro suo marito.

Nel corso delle udienze l’avvocato della difesa, Fernand Labori, scelse di orientare il processo

verso la vita privata e di distogliere l’attenzione dalle pesanti accuse politiche rivolte da Calmette,

infatti Henriette avrebbe agito spinta dal timore che si sarebbe saputo che la sua relazione con il

ministro delle finanze sarebbe iniziata quando era sposato con la sua ex moglie, Berthe Geydan.

La paura principale dell’omicida era dunque che il quotidiano potesse pubblicare informazioni

riguardanti la sua vita sentimentale. Eppure “Le Figaro” perseguiva un obiettivo eminentemente

politico. Il direttore appoggiava la politica di Poincarè e Barthou Che rivendicavano l’esigenza di

maggiore fermezza sulla scena internazionale e combattevano la politica fiscale di sinistra

promossa da Caillaux. I due leader della destra moderata avevano così spinto a lanciare la

campagna di stampa per indebolire il loro avversario, e l’abilità della stampa è stata quella di aver

recuperato presso la sua ex moglie alcuni documenti, di cui Calmette si servì per mostrare la

doppiezza del ministro delle finanze che temeva la pubblicazione di una serie di lettere che

avrebbero testimoniato le trattative messe in piedi con la Germania e avrebbero potuto costargli

l’accusa di tradimento.

Il 13 marzo 1914 il quotidiano pubblico una lettera nella quale il ministro delle finanze criticava

l’imposta sul reddito che aveva pubblicamente difesa. Fu un attacco alla vita privata.

La violazione dell’intimità serviva a distruggere l’immagine di integrità che Caillaux tentava di

mantenere, essa si intrecciava però con ragioni di natura politica. Qualche anno prima d’altronde

un’offensiva sulla vita privata di Clemenceau era fallita miseramente in parlamento, in quanto

l’assemblea nazionale aveva ritenuto che le questioni sentimentali non riguardassero i deputati.

L’affare Caillaux costituiva quindi un’eccezione.

A un secolo di distanza, le immagini di Cecilia Sarkozy con un amante scatenano una polemica

sull’ingerenza nella vita privata degli uomini pubblici ma, comunque, non rappresentano più un

caso politico, ne sono sfruttate dagli avversari. Anzi il ministro dell’interno si serve dell’occasione

della crisi di coppia per annunciare che maturato. I suoi discorsi giocano sui silenzi e si muovono

sul filo dell’ambiguità, mentre i suoi avversari non osano utilizzare la vicenda per accusarlo di

essere incapace di gestire la sua famiglia. Nessuno ha il coraggio di mettere in gioco la propria

credibilità politica e dunque l’utilizzo della vita privata nel processo di delegittimazione resta

difficilmente praticabile.

Madame Caillaux si assunse la responsabilità dell’omicidio di colui che aveva infranto il tabù e

sottrasse così il marito a questa pressione. Al contrario, è stato Nicolas Sarkozy A introdurre

personalmente la propria vita privata nel dibattito pubblico, ma agito in prima persona per

impedire nuovi ingerenze e nuovi accessi, minacciando i giornali intenzionati a proseguire su

questo terreno. Numerosi problemi sono poi sorti dopo il divorzio il nuovo matrimonio con Carla

Bruni.

Il nostro quadro di riferimento si limita alla politica di massa e ci obbliga a riflettere sui

comportamenti nella scena pubblica collocandoli all’interno di un contesto differente da quello di

una monarchia del 17º o XVIII secolo, quando la distinzione tra vita pubblica e privata era

impossibile poiché la politica si incarnava la figura del sovrano. Infine si arrivò a una concezione

fondata sul fatto che l’intimità non dovesse essere svelata nell’esercizio dell’azione pubblica.

L’affermazione della vita privata

Il tema della vita privata è emerso progressivamente a partire dalla fine del XVII secolo, si impose

infatti la distinzione tra uno spazio regolato dalla legge ed un altro che potrebbe esserne escluso.

Questa distinzione è ripresa da coloro, come Montesquieu, che definiscono uno spazio del diritto

che si arresta dinnanzi all’ambito dei costumi e dunque suppone che lo Stato non debba

occuparsi delle prerogative delle famiglie. Attraverso la progressiva formazione dell’opinione

pubblica, con la crisi del modello assolutista e il graduale riconoscimento dei diritti individuali si

definì la rottura tra una scena politica e di una sfera privata. Questa rottura sancì la fine della

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El-diez

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche, sociali e internazionali
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher El-diez di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Cammarano Fulvio.

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