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Appunti per l’esame orale di Storia Contemporanea con il prof Cammarano

Appunti fondamentali per il superamento dell’esame orale di Storia Contemporanea del Prf Cammarano presso l’Universita di Bologna e studio autonomo del testo “La Via Italiana al Totalitarismo” di E.Gentile, dell'università degli Studi di Bologna - Unibo.

Esame di Storia contemporanea docente Prof. F. Cammarano

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La via italiana al totalitarismo

autoritari. A sostegno dei gruppi dominanti o dell’esercito. L’autore dà particolare rilievo alla storia

del partito nel periodo delle origini della conquista del potere soprattutto nel periodo fra la marcia

su Roma e il 1929. Particolarmente interessante è l’analisi dello squadrismo, identificato come un

mito che esercitarono sul fascismo un’influenza potente e tenace, e l’analisi del Rassismo sia dal

punto di vista sociologico e politico. Il fascismo rappresentò uno stadio ulteriore della generale

rivolta contro la leadership tradizionale degli agrari condotta da una nuova classe di piccoli

imprenditori agricoli che costituiva la spina dorsale del fascismo. La collaborazione tra la

borghesia fascista e gli agrari fu difficile ostacolata dalla volontà di dominio dei capi fascisti i quali

aspiravano a dominare l’intera vita delle province su cui esercitava il loro potere e perciò volevano

spezzare indipendenza dei datori di lavoro e portarli nell’orbita del partito. Gli agrari volevano

conservare la propria libertà d’azione, mentre i capi fascisti volevano creare un sistema di

controllo totale in cui tutti gli interessi fossero organizzati dal movimento e adesso subordinati. I

Ras si imposero nel 1921 grazie all’alla militare che prevalse sulla politica del movimento, in

quanto essi erano un’Elite politica informazione dalle origini sociali non omogenee generalmente

poco colti, emersi principalmente come comandante di squadra che esercitavano una sorta di

potere carismatico sul loro seguito di squadristi. Dopo la marcia su Roma il Ras sismo squadrista

rappresentò l’elemento più turbolento contro la volontà di normalizzazione del governo Mussolini

e, E dopo il delitto Matteotti, fu l’elemento decisivo per superare la grave crisi di forza e di

organizzazione del partito. L’importanza della politica di Farinacci E valutata in relazione con la

riorganizzazione del partito nonostante l’autore non creda che Farinacci sì sia posto

deliberatamente il preciso obiettivo di una centralizzazione monolitica e gerarchica del partito. Da

ciò deriva la debolezza della sua politica il segretario restò legato alla visione principale del potere

fascista, al feudalesimo locale dei Ras i quali non potevano accettare la centralizzazione senza

rinunciare al loro potere: la contraddizione interna al intransigentismo fece fallirle la politica interna

di Farinacci lasciando emergere il successo di Mussolini, che riuscì a liquidare le resistenze e ad

ottenere la sconfitta del partito, spezzandone l’indipendenza.

Egli prende in considerazione i fattori interni che contribuirono alla fine dell’autonomia politica del

PNF: la separazione della militare, con la creazione della MVSN, privo il partito del principale

elemento della sua forza, introducendo ragioni di conflitto e di rivalità fra gli uomini del partito

stesso e gli uomini della MVSN, in secondo luogo la sistemazione a livello di governo e di Stato

governo allontano molti capi del fascismo dalla vita del partito inserendoli nella burocrazia statale;

infine le continue trasformazioni nella composizione sociale del partito attraverso nuove iscrizioni

e larghi epurazioni mutarono la sua massa originaria.

Turati e Giuriati cercarono invano di far assumere al PNF il carattere di un partito selezionate e

colto, Starace distrutto il partito d’élite non meno efficacemente di quanto turati avesse

schiacciato la massa degli squadristi tuttavia la sfera dell’intervento amministrativo del partito

continuava ad espandersi attraverso il crescente numero delle organizzazioni ausiliarie, esso

continuava ad avere una parte di primo piano nel mondo del sottogoverno, e continuava ad

esercitare una considerevole influenza informale sulla distribuzione dei favori e delle risorse sicché

la sua attività era considerata per molti aspetti come un intralcio in essenziale e pernicioso al

funzionamento dell’apparato governativo legale. Tutto ciò comportò un mutamento negli

atteggiamenti e nei comportamenti di Elite fascista: la vecchia guardia venne allontanata fu ridotta

ad una totale dipendenza dal duce il quale pose le fondamenta del suo dominio personale sullo

Stato italiano.

Il dominio personale di Mussolini era fondato sulla capacità di combinare il controllo dall’alto

esercitata attraverso il suo dominio degli apparati di governo di partito con il controllo dal basso

esercitato mediante la popolarità da lui goduta presto i suoi sudditi. Per l’autore bisogna prendere

in considerazione anche i livelli di potere intermedi rappresentati dall’Elite di governo e dai quadri

del partito. Per l’autoreL’esistenza del partito rimane essenziale e necessaria per il suo potere, e

perciò non può essere abolita, e ciò spiega la tensione irrisolta tra un autografia poggiante su una

gerarchia legata alla persona del tiranno e un’oligarchia stabile di solito basata sul partito.

Applicando questa situazione al caso italiano l’autore riscontra una tensione costante e un

potenziale conflitto fra oligarchia e tirannide, fra i fautori di una evoluzione del regime fascista in

senso spagnolo (verso una maggiore riduzione del ruolo del partito a vantaggio delle istituzioni

tradizionali) e i fautori di un’evoluzione in senso tedesco (cioè per una ripresa del movimento con

l’estensione del controllo totalitario e l’eliminazione del potere autonomo della monarchia della

Chiesa e delle forze economiche).

Poiché Mussolini non aveva mai rinunciato alle sue aspirazioni totalitarie egli non poteva pensare

di sopprimere il partito o di sminuirlo troppo apertamente senza indebolire il regime, dal momento

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La via italiana al totalitarismo

che la presenza di elementi non totalitari come la monarchia e l’esercito rendevano anzi tanto più

necessaria la conservazione del partito come verifica e fonte di legittimità.

Tutte queste osservazioni dovrebbero portare a riconsiderare i termini del problema della sconfitta

del partito e della sua liquidazione politica.

Il partito nel regime: spunti per una nuova prospettiva

Ernesto Ragionieri osservò che indicando nella natura del PNF il punto di crisi e di dissoluzione

del regime fascista si finirebbe col sottovalutare l’indiscutibile presa che questo particolare tipo di

organizzazione ebbe su masse vastissime della popolazione italiana.

Giorgio Galli ha escluso che questo sia stato prodotto da esigenze dell’economia capitalistica o

dalla deliberata strategia di Mussolini che sostenne che l’acquisizione di tutto il potere politico al

fascismo fu l’ispirazione di un’élite emergente che si impose, in momenti cruciali, allo stesso

Mussolini. Questa Elite disprezzava il parlamento e rifiutava la mediazione dei conflitti esaltando la

soluzione della violenza, che fa uscire il fascismo dagli schemi dello stato democratico

rappresentativo di derivazione liberale borghese.

Il nuovo regime ha sue caratteristiche fondamentali:

1. La concezione del partito come organismo capillare in grado di influenzare e organizzare

permanentemente milioni di iscritti

2. La concezione del partito come canale di relativa promozione sociale, ai livelli inferiori della

sua gerarchia di migliaia di quadri intermedi provenienti dalle classi subalterne della società

capitalistica: piccola borghesia e operai.

Il significato della presenza del partito fascista fu un aumento della politicizzazione di massa, la

stretta connessione fra partito e pubblica amministrazione e lo strettissimo rapporto fra partito e

sindacato.

Gli effetti sulla società politica furono innovatori: il partito fascista sostituì la vecchia classe

politica con una “classe politica più giovane, meno colta, con un numero maggiore di elementi

origine proletaria, ma che si assimila alla borghesia e organizza politicamente la società attraverso

un partito capillare di massa, infatti il partito fascista è anche un luogo di partecipazione politica:

le sue sedi organizzano un processo di socializzazione politica imposta autoritariamente dall’alto

ma si tratta di una partecipazione e di una politicizzazione soprattutto negli strati medio-rurali e

piccolo-borghese.

Fini agli anni ‘30 l’egemonia politica e culturale della borghesia agraria fu prevalente, da quella

data emersero nel partito elementi di dinamismo con un processo di mobilitazione verticale.

Inoltre grazie a questi effetti il partito e il regime ottennero un notevole livello di stabilità e di

consenso. Secondo Galli anche negli anni 1939-1942 il regima era ancora in grado di recuperare

la maggioranza dei giovani aventi tendenze critiche.

Per questo motivo il regime crollo soltanto in seguito alla disfatta militare, disgregato dalle sue

contraddizioni interne lasciando riemergere il conflitto fra i moderati e gli intrigantissimi, fra i

fascisti che ponevano la patria al di sopra del partito e i fascisti che esaltavano il primato del

partito e reclamavano il “ritorno alle origini”.

Wolfgang Schieder ha messo a fuoco l’interdipendenza fra mutamento sociale della massa

fascista e cambiamento strutturale del partito, e il successivo scontro di gruppi all’interno del

partito dopo la marcia su Roma esaminando l’atteggiamento del fascismo estremista Che per sua

natura di agglomerato di feudi personali fu incapace di conquistare l’egemonia nel partito e di

contrastare l’azione dei mussoliniani e dei nazionalisti per sottomettere il partito al governo. Non

vi è dubbio che il partito fra 1923 e il 1925 attraverso la sua crisi più grave molto più per cause

interne che proprio delle opposizioni, e che l’esito dello scontro fra le sue componenti non era

affatto scontato. Proprio grazie questo lacerazione Mussolini poté emergere come elemento

insostituibile di coesione di mediazione e di arbitraggio fra le opposte fazioni fasciste.

Dopo il 1926 il partito divenne un’organizzazione burocratica per la formazione di carrieristi, senza

genuine motivazioni politiche Mussolini visse in una continua oscillazione di propositi e di

ambizioni, reclamando dal partito vitalità e funzioni che gli stesso deprimeva e privava di efficacia.

Gli studi che superano il confine del 1926 possono illustrare quale fu il ruolo del partito nel regime

e la sua funzione attiva nella politicizzazione della società civile e nel consolidamento del potere

fascista a livello periferico.

Marco Palla dirà che il partito conservava a livello periferico un’elasticità ed una presa sulla

società che ne facevano uno strumento importante di coordinamento della vita politica locale

essenziale al funzionamento di uno Stato e di una dittatura.Raffrontare il ruolo del partito fascista

la società italiana e necessario partire dalla constatazione che la rete organizzativa del partito

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La via italiana al totalitarismo

costituiva un fenomeno del tutto nuovo nella storia della società italiana. L’incidenza del partito

nazionale fascista nella vita locale non va sottovalutata nel suo aspetto peculiare di essere la

prima esperienza di organizzazione unitaria di massa del popolo italiano in vista della formazione

di un’identità collettiva e della nazionalizzazione delle masse attraverso l’integrazione politica

operata dal partito fascista. In questa integrazione si effettua, Accanto al trasformismo, l’ascesa al

potere di uomini nuovi.

Nell’ambito degli studi storia locale è prevalsa l’interpretazione della teoria fallimentare volta a

dimostrare che la vicenda del fascismo è una sequela di insuccessi culminata nel fallimento finale,

con il risultato dell’appiattimento della molteplicità delle esperienze fasciste a livello locale su

modello unico. La sua veridicità e dimostrata dall’esito finale della storia del fascismo.

Tutta via questa teoria può essere etichettata come inconfutabile ovvietà. Ciò va tenuto presente

per l’attività del partito nelle regioni meridionali dove, secondo la comune interpretazione

trasformistica del fascismo meridionale, meno incisiva ed innovatrice sarebbe stata la sua

presenza.

Tuttavia la mancanza di un aggiornato quadro di riferimento della storia del partito a livello

nazionale la rende oscillante fra vecchi e nuovi orientamenti le interpretazioni sulla natura del

partito fascista. Inoltre alcuni studi dimostrano come non possono essere trascurati gli effetti che

produceva l’affermarsi a livello locale di una struttura unitaria che formalmente si presenta come

partito politico ma che lascia trasparire dietro di sé lo Stato, infatti il partito Stato non solo diviene

il gestore unico del politico, ma penetra nelle realtà sociali del mezzogiorno con tecniche

assolutamente sconosciute ai tradizionali partiti dell’età liberale. Il partito filtra l’accesso alle

risorse disponibili e in più distribuisce status e ruoli.

Serve azioni analoghe sono state fatte per la Calabria dove la fondamentale novità di una capillare

organizzazione politicizzazione di massa si diffondeva nei più remoti villaggi di montagna e

riusciva nella costituzione di un movimento di massa che facesse dei ceti medi emergenti il suo

nervo e la sua forza.

Le ricerche sulla storia locale danno risalto alle caratteristiche peculiari, totalitaria del partito

fascista in quanto partito milizia e religione politica. Di grande utilità in questo caso sono le

ricerche su specifici aspetti dell’organizzazione politica fascista come i saggi di Nello, Detragiche,

Zapponi, Betti, Goglia, Fraddosio con lo scopo di conoscere meglio le strutture con le quali il

partito nazionale fascista mise in atto la sua politica di controllo e di integrazione totalitario.

L’inventiva del fascismo si avvantaggiò largamente e indiscriminatamente delle esperienze degli

altri partiti di massa e di organizzazioni collettive secolari come la Chiesa. Lo stesso partito

fascista subì un numero di trasformazioni, un rischio, come osservato Zapponi, di fraintendere la

logica sottostante alla metamorfosi del partito nazionale fascista: denunce volontaria a

determinare mansioni potrebbero apparire abdicazione imposte, e viceversa conquista faticosa gli

ulteriori compiti potrebbero figurare congestioni consolatoria, e viceversa, intuendo il lavoro fatto

dal segretario Starace con l’intento di ampliare i territori sottoposti al partito che volontariamente

si auto delimitava declamando la propria sottomissione all’unico indiscusso detentore del potere

politico e contemporaneamente procedendo verso l’infiltrazione delle strutture dello Stato per

esercitare su questo una pressione eversiva che nessuna autorità al di fuori di quella del duce alla

lunga avrebbe potuto contestare.

Uno studio della segreteria di Starace mise in evidenza che egli capì la logica: solo con l’ostentata

rinuncia a qualsiasi pretesa di interferire con il cervello politico del regime fascista e quello del

cimento meticoloso delle funzioni esecutive assegnato il partito si faceva affluire quasi in

avvertitamente il massimo di potere effettivo con l’assenso del duce che lasciava interamente a

Starace la gestione del partito.

Harry D. Fornari e Philip Morgan nella biografia di Farinacci si apprestano a far conoscere meglio

il modo di funzionare del partito che risentiva notevolmente dell’impronta del segretario generale.

Molti altri furono gli studi sulla politica dei singoli segretari e studi sue crisi del regime fascista,

come quelli di Deakin, Gianfranco Bianchi e De Felice.

Inoltre una sociologia del partito fascista potrebbe offrire spunti molto importanti all’analisi storica

della natura del partito e delle sue evoluzioni.

Juanz J.Linz ha esplicitato al meglio le caratteristiche sociali del partito fascista come movimento

giovanile con un’Elite in gran parte di nuova formazione.

Il partito fascista nel 1921 aveva una leadership formata da elementi con 1° più alto di formazione

tecnica e professionale, avevo una massa di scritti caratterizzata meno dall’elemento agrario e

con una proporzione maggiore di elementi operai, di membri provenienti dei colletti bianchi, dalla

burocrazia statale e municipale, dalle professioni libera e dall’insegnamento e dal mondo

studentesco, rispetto al partito nazionalesocialista tedesco.

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La via italiana al totalitarismo

Jens Petersen Studiando la base sociale del fascismo negli anni 20 in rapporto al processo di

sostituzione delle Elite liberale con una nuova Elite fascista è giunto a considerazioni analoghe.

Già nelle elezioni del 1921 quando ci furono i blocchi nazionali il successo fascista fu notevole,

nelle elezioni del 1924 il ricambio funk ora più marcato perché il fascismo invio alla camera un

gruppo di uomini nuovi e giovani nuovi all’attività parlamentare. Per questo motivo il partito

nazionale fascista aveva l’impronta della borghesia di formazione universitaria.

Paolo Farneti Ha individuato la massa di manovra del fascismo agrario nella nuova classe media

rurale costituita da 1 milione di nuovi proprietari: la novità politica del fascismo fu la convergenza

di interessi fra le classi possidenti (medie e piccole) nelle campagne e le classi acquisitive (medie

e piccole) nelle città, cioè tra proprietari ed esercenti, risparmiatori e stipendiati. Secondo lui

proprio regime fascista risale l’inizio di quella ascesa delle classi medie una scelta politica ed

economica.

Paolo Pombeni rileva l’interesse marginale degli studiosi per il problema del partito nel fascismo e

propone un’analisi della forma partito fascista. Egli è in contrasto con la tesi della fine del partito e

del suo svuotamento politico, mostrando che la posizione del partito nazionale fascista nel regime

fu sempre importante, aggiungendo ai lavori precedenti una esegesi di gerarchia e una lettura

critica della letteratura giuridica con leva sul problema del partito. Quest’ultima parte permette di

valutare l’ampiezza del dibattito sulla posizione costituzionale del partito dello Stato fascista

attorno a cui ideologi non riuscirono ad arrivare ad una razionalizzazione dei poteri capace di

imporsi perché nella costruzione di quello che era indubbiamente un tentativo di costituzione

fascista mancava ogni volontà di razionalità sia a monte sia valle degli atti singoli di legislazione.

Tuttavia rimane inesplorata la realtà storica concreta dell’organizzazione, del suo processo di

formazione, del suo modo di essere e di operare della vita interna. Egli sostiene l’importanza del

partito nazionale fascista nel regime ma senza mostrare come funzionava. Inoltre appaiono

discutibili le valutazioni su alcuni momenti decisivi della sua storia, dovuto alla mancata

percezione della sua unità di svolgimento derivante dall’ assunzione di una tesi fuorviante, se è

vero che ogni organizzazione porta con sé l’impronta delle sue modalità di formazione delle

decisioni politico amministrative cruciali operate dei suoi fondatori, le decisioni che hanno

modellato l’organizzazione: egli sostiene la tesi che in origine il partito nazionale fascista non era

un partito molto diverso dagli altri, se si eccettua l’aspetto riguardante le squadre di

combattimento. Tuttavia egli sottovalutava l’influenza decisiva che lo squadrismo ebbe nel

modellare la natura del partito e nel condizionare la sua evoluzione, infatti il partito nazionale

fascista nacque come partito armato e la sua fisionomia fu dominata dal carattere di milizia che

determinò le modalità di organizzazione del partito come pure determinò il tipo di rapporti

gerarchici, lo stile, la mentalità e l’ideologia. La militarizzazione del partito, formalizzata nel 1922,

lasciò un segno indelebile sull’organizzazione del partito nazionale fascista e sulle sue

trasformazioni istituzionali.

Inoltre risulta inaccettabile la valutazione di Farinacci come personaggio privo di statura politica

che aveva appetiti di potere ma non un programma politico in quanto la sua azione incise sulla

successiva sistemazione del partito unico anche se il Ras di Cremona non riuscì a conseguire gli

ambiziosi obiettivi che si era posto.

Allo stesso modo Giuriati viene presentato come una figura di trapasso un fedele di modesta

levatura, al punto che la sua segreteria viene definita un intervallo senza storia.

Maggiore attenzione viene data a Turati e Starace nel periodo in cui l’attività del partito fascista

più che restringersi si estendeva con il nuovo statuto che garantiva amplissime sfera di ingerenza

nella vita sociale che erano sconosciute non forse la pratica ma certo alla rappresentazione

normativa perfino nei precedenti partiti di massa (1926).

Peso politico del partito dunque non era diminuito ma fiera piuttosto trasformato: infatti pur

perdendo la funzione di elaborazione di progettualità politica era nelle mani del partito

l’organizzazione del consenso e la mediazione extraistituzionale.

Il PNF nella definizione storica del totalitarismo fascista

Spesso il significato di partecipazione e multicentro azione sono collegati ad un’idea della politica

come libera attività è libero dibattito, di conseguenza non si può certo sostenere il partito fascista

abbia desiderato, promosso, realizzato la partecipazione e la politicizzazione delle masse e si può

accettare la tesi della depoliticizzazione.

Aquarone noto che il partito conseguì risultati più felici nell’opera di fascistizzazione delle masse,

nell’opera di creazione di un generale clima d’opinione che rispecchiasse da vicino le direttive del

regime e la volontà del duce, osservando che il partito nazionale fascista ebbe una più incisiva

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La via italiana al totalitarismo

capacità di penetrazione formativa nei confronti dei giovani per il quale rappresentava in mania

egemonica e monopolistica la dimensione politica della vita associata dei successi materiali e di

ambizioni soddisfatte ovvero l’unico vero strumento per l’attuazione di prospettive effettivamente

rivoluzionaria.

Affrontare il problema di valutare la portata e il carattere gli scopi di questa influenza è un

elemento essenziale per l’interpretazione del ruolo e della funzione del PNF, ed Aquarone stesso

ha messe risalto la posizione predominante che il partito raggiunse nell’ambito delle corporazioni.

De Felice Ha individuato nel 1936 il momento della svolta totalitaria del fascismo, considerando

tale svolta conseguenza di un processo in atto già da tempo ma che era nella logica del regime

stesso e di commesso si è venuta sviluppando negli ultimi 10 anni, cioè il processo di progressiva

totalitarizzazione del regime.

Partendo dalla concezione del totalitarismo tipico della Arendt, la spinta alla svolta totalitaria fu

determinata dalla prospettiva del dopo Mussolini dalla necessità per il duce di agire rapidamente

per modificare a vantaggio del fascismo i rapporti con le forze tradizionali a danno delle

componenti tradizionali legate alla monarchia. Le varie iniziative per raggiungere questa direzione

furono il D.L dell’11 gennaio 1937 che conferiva al segretario del partito nazionale fascista la

qualifica di ministro-segretario di Stato; il nuovo statuto del partito nazionale fascista emanato il

28 aprile 1938 con il quale il partito era ufficialmente il partito unico del regime con personalità

giuridica e gli venivano esplicitamente assegnati compiti come la difesa e il potenziamento della

rivoluzione fascista politica dell’Italia; l’istituzione della camera dei fasci e delle corporazioni

(1939). Con la svolta totalitaria il fascismo accentuò in modo più radicale il distacco dall’antica

costituzione del regno e perfezionò l’inserimento del partito ai vertici dello Stato fascista in

costruzione dandogli un ruolo costituzionale di primaria importanza. Il totalitarismo italiano

differenza dagli altri per la mancanza del sistema concentrazionario e della sovrapposizione del

partito allo Stato, con il fascismo che fece anche molti passi importanti verso la totale

politicizzazione della società civile sino ad eliminare la distinzione tra Stato e società civile: un

obiettivo che corrispondeva alla ideologia e alla logica interna del fascismo. Questa prospettiva

pur essendo escluso una sovrapposizione del partito allo Stato nel senso nazista comunista

venivano riservati al partito nazionale fascista compiti assai importanti per lo sviluppo del regime e

un vasto potere chiesto poteva esercitare solo nella società civile.

Infatti viene postulata l’esistenza di una forma fascista di totalitarismo, È necessario porsi il

problema del ruolo che bel partito nella formazione del totalitarismo fascista e in che modo

contribuire alla realizzazione di un esperimento totalitario mirante alla politicizzazione, in senso

fascista della società civile e alla partecipazione, in senso totalitario delle masse.

D’altro canto demente essenziale che caratterizzò l’ideologia del fascismo italiano fu

l’affermazione del primato dell’azione politica, cioè il totalitarismo, inteso come risoluzione totale

del privato nel pubblico, come subordinazione dei valori attinenti alla vita privata al valore politico

per il Celenza, lo Stato. Per questo motivo l’ideologia fascista fu la più completa razionalizzazione

dello stato totalitario, il fascismo fu soprattutto un’ideologia dello stato di qui affermava la realtà

insopprimibile e totalitaria, necessaria per imporre un ordine alle masse ed impedire la

degenerazione Della società nel caos. Perciò non fu un’ideologia di masse ma per le masse

perché non riconobbe adesso è il diritto e la capacità di esprimere un’idea politica e di

autogovernarsi. Nello Stato totalitario la vita civile diventava uno spettacolo continua, dove un

uomo nuovo fascista si esaltava nel flusso della massa ordinata, fino a raggiungere la funzione

mistica della propria individualità con l’unità della nazione e della stirpe, attraverso la mediazione

magica del duce che avrebbe realizzato una democrazia di massa senza false rappresentanze.

Questa definizione del totalitarismo fascista porta necessariamente a riconsiderare la dinamica

storica del partito fascista vedendolo come effetto e sviluppo della sua originaria formazione

storica in quanto partito milizia ideologia totalitaria e religione politica, che riconosceva lo Stato il

valore e la funzione di un assoluto.

Alla luce di queste considerazioni si può parlare, per la politica fascista dopo il 1936, di un’azione

reazione totalitaria piuttosto che di una svolta totalitaria, perché si trattava non del mutamento di

un corso politico ma dell’accentuazione deliberata un processo in atto. Nel regime fascista fu

negata al partito qualsiasi possibilità di operare autonomamente dal duce, e in forma paradossale

si potrebbe dire che il partito nazionale fascista non aspiro mai ad avere un ruolo politico

autonomo e indipendente dal duce ad essere il cervello politico dello stato totalitario o la fonte

primaria della decisione sovrana, perché tale aspirazione era già compiutamente realizzata nella

persona del duce, capo del partito nazionale fascista. Per questo motivo anche per i più ardenti

fautori del primato del partito un corpo politico con due cervelli sarebbe stato un’assurdità, in

assoluto contrasto con il principio fondamentale dell’unità e unicità del comando. Il partito

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La via italiana al totalitarismo

nazionale fascista accetto volentieri di assumere la funzione di milizia civile dello Stato fascista

agli ordini del duce e di operare come il grande pedagogo della nuova Italia vagheggiata dal

fascismo, Con compiti per il partito nazionale fascista che assumevano una portata politica

enorme per la presenza del partito nella vita pubblica e nelle strutture. Il partito riconosceva di

essere un’organizzazione subordinato allo Stato fascista mitica entità appena abbozzata nella

realtà del regime, ma rivendicava il diritto di essere il corpo onnipresente del fascismo che si

dedicava con cura costante ad occupare di volta in volta gli spazi possibili nella società e nello

Stato. 25

La via italiana al totalitarismo

Parte Seconda

4. Partito, Stato e Duce nella mitologia e nell’organizzazione del

fascismo

Partito, Stato e duce furono i pilastri fondamentali del sistema politico fascista. Nella storiografia

tuttavia rimane ancora un territorio quasi del tutto inesplorato il mondo dei miti e delle

organizzazioni del fascismo, concependo il fascismo non come un fenomeno con una propria

fisionomia ma come una risultante di relazioni. Ciò deriva dalla sottovalutazione dei caratteri

propri del fascismo,Come movimento-regime, e dalla mancata percezione delle relazioni fra mito

e organizzazione nella formazione del sistema politico fascista. Questo non è stato considerato

secondo una concezione della politica e delle masse, ma piuttosto sotto l’impulso di situazioni

contingenti e di iniziative occasionali, dovuta principalmente alla volontà di potere personale di

Mussolini.

Tuttavia il fascismo è stato un movimento regime con una propria logica, che non può essere

interamente identificata risolta nella logica dell’interesse di classe e della politica di Mussolini,

infatti il fascismo fu un fenomeno nuovo scaturito dai conflitti inerenti alla moderna società di

massa.

L’analisi del rapporto tra queste tre entità deriva dalla constatazione di 2 fatti principali:

1. Il fascismo è stato il primo partito-milizia che ha conquistato il potere in una democrazia

liberale europea, con il dichiarato proposito di distruggerla ponendosi come scopo

l’affermazione del primato della politica su ogni altro aspetto della vita individuale attraverso la

risoluzione del privato nel pubblico, per organizzare in modo tale Italia la società,

subordinandola al controllo di un partito unico

2. Il fascismo è stato anche il primo movimento politico del nostro secolo che ha portato il

pensiero mitico al potere consacrando come forma superiore di espressione politica delle

masse e istituzionalizzando nelle credenze nei riti e le simboli di una religione politica.

Mito dell’organizzazione e organizzazione del mito

Mito e organizzazione furono le componenti essenziali e complementari della politica di massa del

fascismo e del suo sistema politico, essendo le categorie fondamentali attraverso le quali i fascisti

interpretarono i problemi della moderna società di massa e per agire in essa e trasformarla. Si può

dire che il fascismo ebbe il mito dell’organizzazione e cerco di organizzare un mito nella realtà con

la svalutazione della ragione come suprema regolatrice dell’uomo e della storia e la scoperta della

potenza dell’irrazionale nei movimenti collettivi.

LeBon, Sorel, Michels Li utilizzarono come strumenti fondamentali della politica di massa utili a

suscitare l’energia delle masse e trasformarla in un’ordinata ed efficace arma politica, esaltando la

funzione del mito e dell’organizzazione per una politica di massa definita come “volontà di

attuazione e di potenza”.

Il fascismo integro questa concezione con i miti nati dall’esperienza della guerra e dello

squadrismo dando forma ad una ideologia anti-ideologica caratterizzata da un orientamento

totalitario. Questi appresero che il mito era un potente fattore per la mobilitazione e la coesione

delle masse. Il “Popolo d’Italia” scriverà che un partito politico per diventare un incoercibile

movimento propulsore dell’avere un mito, per cui appaia supremamente bello e necessario vivere

e anche morire, sostenendo che il mito, per cui soltanto le grandi masse si muovono, è sempre la

sublimazione, la semplificazione di un faticoso e complesso processo spirituale e morale, la

sintesi superiore di tutta una nuova e più o meno organica concezione della vita.

L’Ideologia “anti-ideologica” del fascismo fu essenzialmente espressione di un pensiero mitico,

elaborazione di miti politici presenti già in embrione nel primo periodo di formazione del partito

milizia. La consapevolezza del potere mitico aveva indubbiamente un esito strumentale, ma gli

stessi fascisti operarono all’interno della logica dei miti che offrivano alle masse, i fascisti infatti

concepivano la politica come audacia, come tentativo, come impresa, come soddisfazione della

realtà, Come avventura, come celebrazione del rito dell’azione, infatti per essi la politica era vita

nel senso pieno, assoluto, ossessionante della parola.

Nella “Dottrina del fascismo” la politica era definita come l’azione creatrice libera e volitiva di

particolari gruppi di uomini che agiscono sotto l’influenza di miti sociali.

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La via italiana al totalitarismo

Nel 1942 un giovane ribadì la propria fiducia nel mito della politica affermando le nostre possibilità

future sono illimitate, non accettano altro confine se non quello che noi stessi stabiliremo di porvi.

Giuseppe Bottai dirà: “noi fummo tratti a fidare in noi; il che vuol dire nella nostra volontà, che ti

fece ritenere illimitata la nostra potenza creatrice… Operammo come se la politica fosse l’arte

dell’impossibile, del meraviglioso, del miracoloso.

La concezione fascista della politica assegno alla politica la funzione di creare e realizzare miti

politici cioè di creare monumenti storici realizzando nello Stato nuove forme di organizzazione

della vita collettiva. (Camillo Pellizzi)

Lo stesso Stato totalitario era concepito come strumento e meta della rivoluzione continua,

creazione perenne e mai esaurita di una nuova civiltà politica. Il totalitarismo fascista non può

ammettere zone neutre nella vita italiana, Il vero grande problema era quello di fascistizzare le

masse. Il successo della rivoluzione dipendeva dalla capacità di farlo operare il pensiero mitico

nella sistematizzazione della fede attraverso la vita collettiva dell’organizzazione, infatti

scrivevano: nel parlare dell’uomo nuovo è chiaro che intendiamo parlare della società nuova la più

seria e vera occupazione del fascismo e maturare dei nessi sociali, un humus Politico e storico in

cui l’individuo cresca e le nuove generazioni si formino. Per questo occorre molta fede e

pochissima teoria, occorre cioè che sulla vita nazionale imperino dei miti. Lo stesso linguaggio del

capo, la stessa prassi politica del regime regola sui miti che accompagnano sempre il formarsi di

una grande civiltà.

Compito di sistematizzare la fede fu svolto principalmente dal partito fascista con il compito di

realizzare in forma di vita collettiva il mito dello stato totalitario attraverso l’espansione

dell’organizzazione del partito nazionale fascista. Per questo motivo non si può sottovalutare la

pratica e il significato della messa in opera di tale esperimento e la logica con la quale esso è

stato condotto per un ventennio. Inoltre il fascismo trasferì nella lotta politica l’antitesi amico-

nemico.

Il partito fascista introdusse la militarizzazione della politica nelle sue forme di organizzazione e di

lotta, mentre nei riti nei simboli assunse il carattere di una milizia civile al servizio della religione e

della nazione, intollerante e integralista. La militarizzazione del partito fu il primo passo verso il

totalitarismo.

Obiettivo del fascismo fu una rivoluzione politica che avrebbe trasformato l’architettura e le

funzioni dello Stato unitario per edificare uno Stato nuovo, immaginato secondo le linee di un

progetto in edito di dominio politico assoluto da parte di un’aristocrazia del comando capaci di

trasformare il carattere degli italiani e creare una nuova attività politica, in cui sarebbe stato risolto

il problema delle masse e dello Stato, con l’integrazione della società nello Stato per mezzo del

partito unico totalitario.

Tuttavia il processo di costruzione dello Stato fascista non si svolse con una lineare ed organica

sistematicità ma mostro una coerenza sostanziale nella tendenza a rendere sempre più effettiva la

politicizzazione. La politica di massa del fascismo ebbe una prevalente attitudine pedagogica per

creare una comunità cimentata da una fede politica organizzata in una gerarchia di funzioni e di

competenze.

L’embrione totalitario si sviluppò con un’azione simultanea di distruzione del regime liberale e di

costruzione del regime fascista. Le basi giuridiche del regime fascista furono poste con la

legislazione autoritaria varata fra il 1925 e il 1929 che introdusse una frattura nella continuità

dell’ordinamento italiano come si era sviluppato con il regime liberale. I caratteri essenziali del

sistema politico fascista negli anni 30 erano definiti e consolidati: un regime chiuso, irreversibile,

Fondato su una concezione gerarchica del potere che emana dall’alto, con la sostanziale

eliminazione della divisione dei poteri e l’esaltazione del primato di quello esecutivo concentrato

nelle mani del capo del governo e duce del fascismo e sottratto al controllo del parlamento. Il

partito fascista con lo statuto del 1926 fu subordinato allo Stato ma conservo una posizione

centrale presentandosi esteriormente come una struttura monolitica e totalitaria sovrastata dalla

figura carismatica del duce, tuttavia all’interno vi era un complesso di forze diverse, tenuti insieme

dal compromesso che il fascismo aveva stabilito con le forze tradizionali, e gestito dall’arte

mediatrice e carismatica di Mussolini. Le istituzioni tradizionali si adattarono a nuovo regime, che

mantenne incontrastato il monopolio del potere politico. La Chiesa rappresentava il maggior

ostacolo alle ambizioni totalitarie del fascismo.

Sulla base di questi fatti molti studiosi sostengono che il fascismo non fu sistema totalitario ma

soltanto una dittatura personale un regime autoritario di tipo tradizionale e di conseguenza il

regime fascista dovrebbe essere considerato mussoliniano piuttosto che fascista. Tuttavia questa

valutazione lascia molti problemi insoluti ovvero il ruolo del partito fascista che viene ridotto alla

27

La via italiana al totalitarismo

funzione di una macchina di propaganda e di cerimonia interamente sottoposta al volere di

Mussolini e una visione del fascismo in modo statico.

Fascismo autoritario e Fascismo totalitario

Il fascismo va visto come un continuo movimento e in perenne cambiamento, sotto l’azione di

fattori oggettivi e soggettivi. Una distinzione fra questi fattori e necessaria per differenziare le

innovazioni che furono adottate per far fronte ai problemi che qualsiasi Stato capitalistico

moderno si trovò di fronte nel periodo fra le due guerre e quelle innovazioni che rispondevano

invece alla logica e alla dinamica propria del fascismo. Un altro fatto da considerare è la presenza

dell’attenzione costante fra il fascismo autoritario e il fascismo totalitario.

Due componenti erano concordi nella diagnosi della crisi di transizione della società tradizionale

alla società di massa, che comportava il rifiuto della democrazia liberale, ed accettavano come

soluzione moderna al problema delle masse e dello Stato il regime chiuso costituito da Alfredo

Rocco. Il fascismo autoritario tuttavia considerato il sistema realizzato fra il 1925 e il 1929 uno

stato definitivo e compiuto mentre per il fascismo totalitario si trattava soltanto di un primo stadio

verso la costruzione di uno Stato integralmente fascista, uno stadio che corrispondeva solo alla

fase di compromesso della rivoluzione Bisognava superare per procedere verso la realizzazione

del mito totalitario. Una volta consolidato il possesso del potere il cammino della rivoluzione

fascista doveva passare alla fase delle trasformazioni radicali, all’effettiva fascistizzar Sioni della

società. Il fascismo totalitario riclassifica nuovi sperimentalismi per realizzare in modo più effettivo

e capillare integrazione delle masse nello Stato e per creare lo Stato nuovo di qui il regime chiuso

degli anni 20 era solo la rudimentale ossatura.

Gli anni 30 il fascismo totalitario guadagno nuovo in pito movendosi in tre direzioni:

1. Verso la definizione ideologica dello stato totalitario

2. Verso l’ampliamento sistematico delle forme di organizzazione e di mobilitazione delle masse

3. Verso la radicalizzazione del processo di concentrazione del potere nel fascismo attraverso

una crescente espansione della presenza del partito nella società e nello Stato.

Dopo la conquista dell’Etiopia Vi fu l’accelerazione consapevole e programmata del processo di

totalitarizzazione della società e dello Stato. In questo periodo il partito nazionale fascista estese

la sua presenza attiva nella società, moltiplico il numero delle sue istituzioni e dei suoi compiti e

con la costituzione della GIL assunse il monopolio della formazione delle nuove generazioni

dall’infanzia alla maturità.

inoltre cerco di intensificare la fascistizzazzione del costume e del comportamento pubblico e

privato assumendo la funzione di istituzione custode della fede. Dal punto di vista istituzionale il

fatto più significativo fu la creazione della camera dei fasci e delle corporazioni allorché fu anche

deciso di procedere al completamento della riforma costituzionale con l’aggiornamento dello

statuto del regno. Importante fu anche il conferimento delle funzioni di ministro segretario di Stato

al segretario del partito (1937). Con lo statuto del 1938 il partito nazionale fascista di veniva

formalmente il partito unico e gli venivano ufficialmente assegnati come compiti specifici la difesa

e il potenziamento della rivoluzione fascista dell’educazione politica degli italiani.

Tuttavia anche in questa fase di accelerazione totalitaria il partito restava formalmente

subordinato allo Stato fascista in ciò distinguendosi nettamente il totalitarismo fascista da quello

nazista e da quello comunista, infatti il fascismo non giunse mai a sancire formalmente la

superiorità del partito sullo stato e a teorizzare che lo Stato era uno strumento del partito per

realizzare il proprio mito rivoluzionario. I fascisti non rimisero mai in discussione il primato mitico

dello Stato nuovo, questo però consentiva che si introducesse una contraddizione fra il mito dello

Stato nuovo e la realtà dello Stato esistente che conservava nelle istituzioni e nei valori

legittimante il carattere dello Stato tradizionale sopra partitico e non era ancora diventato lo Stato

fascista. Il partito aveva contribuito a trasformarlo in senso fascista ma il risultato non è ancora

totalitario.Per questo motivo i fascisti totalitari (giovani, intransigenti e integralisti) non si sentivano

vincolati alla conservazione dello Stato esistente che a loro appariva troppo limitata e

condizionata dalla sopravvivenza di numerose isole di separazione. Si può quindi affermare che

da parte del partito fascista vi fu un continuo anche se discreto lavoro antistatalista volto a

contrastare l’effettivo potere dello stato tradizionale. La antistatalismo fascista aveva una

potenziale carica eversiva che il partito nazionale fascista vuole alimentare ma cercando di non

provocare le reazioni sospettosa e le sanzioni punitive del duce, che si considerava il tutore

dell’integrità dello Stato sovrapartitico. Proprio l’accelerazione totalitaria negli anni 30 doveva

però ridare fiato alla antistatalismo del fascismo totalitario. Nelle nuove generazioni si

riscontrarono numerosi segni di soddisfazione per il compromesso con lo Stato tradizionale

28

La via italiana al totalitarismo

mentre si sollecitava il partito all’azione rivoluzionaria. Molti fascisti rievocavano la stagione eroica

dello squadrismo come momento dello Stato nascente del partito rivoluzionario, troppo

precocemente costretto a vivere lì lacci di un compromesso conservatore ricordando che il partito

nazionale fascista è l’unico depositario dell’idea rivoluzionaria, è quello che alimenta tutte le altre

istituzioni e organismi della nazione, le cui virtù il cui contenuto rivoluzionario trovano una sola

sorgente e quel che più conta un solo giudice, e cioè il partito... lo Stato fascista è stato creato

dalla rivoluzione.

Questi segnali sono spiragli che permettono di vedere le tensioni e gli orientamenti che si

muovono all’interno della realtà fascista nel momento in cui autoritarismo e totalitarismo,

statalismo e mito dello Stato nuovo entrano in una fase di confronto diretto di fronte all’ipotesi di

un futuro del fascismo senza Mussolini che costituì la drammatica incognita nell’ ”estate di San

Martino” del fascismo al potere.

Questo contesto acquisirono particolare significato le affermazioni contenute in una pubblicazione

ufficiale del partito nazionale fascista per celebrale il ventennio del fascismo al potere: il PNF ha la

missione più ampia e non trascurabile di far vivere senza soluzione di continuità l’idea del

movimento rivoluzionario nello Stato garantendo l’adesione piena completa ed operante dello

Stato ai suoi postulati, per questo non è possibile pensare lo Stato senza il partito.L’avvertimento

era rivolto a quanti pensavano ad una trasformazione del regime con un ritorno all’autoritarismo

tradizionale, adesso è il partito ricordava che il partito e senza dubbio superiore allo Stato perché

è portatore di quel complesso di valori politici che la vita è sostanza lo Stato. Il partito

politicamente sta dunque all’origine dello Stato mentre in senso strettamente giuridico invece lo

Stato assume il contenuto politico del partito.

Siri affermava il primato del pensiero mitico l’attivismo fascista impulso genuino e mai sopito

all’azione politica intesa come creazione di monumenti storici infatti i fascisti vedevano lo Stato

come lo strumento sociale per la realizzazione di un mito per cui lo Stato fascista non è una

fissata realtà ma un processo in atto. (Pellizzi).

Il primato dello Stato si fondava interamente su una visione mitica dello Stato: infatti il genuino

fascismo ha una diffida ripugnanza a cristallizzarsi in uno stato, infatti lo Stato fascista è, più che

uno Stato, una dinamo. Lo Stato fisso e determinato a un bisogno delle aristocrazie in declinare, o

delle masse anonime; il fascismo invece è un’aristocrazia che deve affermarsi e che per sua

natura non può rinchiudersi su se stessa. L’universo è il campo di azione di questo Stato dinamo

in cui il fascismo viene a costituirsi. L’universo è il panorama di questo ottimismo tragico è attivo

tipicamente italiano. Da queste considerazioni deriva il fatto che “a noi fascisti non è consentito di

pensare che questo processo di fascistizzazione i dello Stato possa avere mai la sua piena

realizzazione”. (Pellizzi)

La fascistizzazione delle masse

Il problema delle masse era per il fascismo il banco di prova per la sua capacità rivoluzionaria nel

costruire una nuova civiltà politica che doveva essere civiltà di masse organizzate e integrate nello

Stato.

Agostino Nasti scriveva che il fascismo è l’organizzazione politica delle grandi masse moderne.

Il “popolo d’Italia“ affermò che l’educazione delle masse come educazione integrale e totalitaria è

il problema centrale, e tutt’uno col problema politico del fascismo.

Organizzare le masse divenne il principale obiettivo della politica fascista, infatti il federale di

Roma scrivevo noi crediamo in un fascismo numeroso perciò totalitario che non lasci fuori della

circolazione politica nessun buon italiano. La preoccupazione di creare un regime totalitario non

ha valore di politica interna ne è ispirata da nessun timore.

Il fascismo segui questo genuino impulso per trasformare la massa in una collettività organizzata

imbevuta di miti fascisti ed entusiasticamente partecipe delle imprese di potenza decise dal duce,

infatti come egli stesso disse a Ludwig: “la massa per me non è altro che un gregge di pecore

finché non è organizzata. Nego che possa governare da sola. Ma se la si conduce bisogna

leggerla con due redini: entusiasmo e interesse. Il lato mistico il politico si condizionano l’un

l’altro.” (1932)

I fascisti consideravano la natura delle masse un materiale duttile, plasmabile sottrazione di una

volontà di potenza, per farne una nuova collettività organizzata e animata da un’unica fede. La

concezione delle masse riteneva possibile modificare la loro mentalità, per educarle a vivere nello

Stato, attraverso l’azione costante e quotidiana del mito e dell’organizzazione: “La folla ha

bisogno di spiritualismo di religiosità di catechismo di rito; l’uomo desidera un potere spirituale

affermativo e volentieri lo segue e ad esso ubbidisce.

29

La via italiana al totalitarismo

Mito e organizzazione dovevano promuovere simultaneamente il processo di integrazione delle

masse nello Stato cioè la riduzione ad unità delle varietà sociali, mercè l’adesione collettiva alla

formula politica del regime per cui la amorfa popolazione si trasforma nell’organismo del popolo.

Pietro De Francisci poneva al servizio del fascismo il mito della romanità, lo sviluppo dello stato

romano appare guidato da un continuo, ostinato, sapiente processo di integrazione, inteso a far

partecipare alla vita della civitas e a disciplinare entro le sue strutture un numero sempre maggiore

di cittadini suscitando in essi la coscienza della funzione e della missione dello stato romano.

Il testo dei giovani fascisti sentenziava che lo Stato fascista seguiva i cittadini in tutto il loro

sviluppo, e prima ancora dell’oro venire alla luce informarsi, non abbandonandoli mai, dando a

tutti una coscienza è una volontà unitaria e profondamente accentrate asserendo che l’idea dello

Stato operava nelle giovani anime con la suggestione del mito.

Lo scopo era di creare una collettività di cittadini partecipanti alla vita dello Stato fascista non

come individui autonomi, bensì come militi disciplinati ed obbediente pronti a far sacrificio della

vita per la potenza dello Stato. L’uomo nuovo del fascismo era il cittadino soldato che svuotava la

propria individualità per lasciarsi interamente assorbire della comunità totalitaria. Il fascismo cercò

di raggiungere questo obiettivo attraverso un triplice processo di organizzazione, educazione e

integrazione dell’individuo e delle masse.

Tutte le organizzazioni del fascismo dovevano effettuare questa costante e capillare opera di

socializzazione fascista, adattando naturalmente ai diversi livelli sociali codice di valori

differenziati in funzione del ruolo che il fascismo aveva assegnato ad ogni organizzazione del

pubblico a cui questa si rivolgeva.

Non vi è dubbio che questa fascistizzazione delle masse non aveva nulla in comune con il

processo di partecipazione dei regimi di democrazia liberale. Se si considera la politicizzazione

delle masse come forma di partecipazione libera, attiva e consapevole alla politica si può

senz’altro negare che il fascismo abbia promosso la politicizzazione delle masse. Tuttavia lo

storico non può trascurare il significato che la politica delle masse in senso totalitario aveva prima

cisti comprendendo anche il significato della trasformazione del partito nazionale fascista e la sua

subordinazione allo stato e al duce: Per le sue caratteristiche originarie, il partito non era

un’istituzione che contribuiva ad elaborare la volontà politica dello Stato ma era lo strumento per

attuare questa volontà che risiedeva esclusivamente nel duce. Il partito nazionale fascista doveva

essere il sistema nervoso attraverso il quale la volontà politica del duce penetrava e muoveva il

corpo politico della nazione. Il partito assumeva così la funzione di grande pedagogo che doveva

formare la coscienza delle masse fascista e preparare i soldati i confessori e martiri della religione

fascista. Anche il culto politico fascista acquista una sua razionale funzionalità dell’universo mitico

e organizzativo del fascismo come processo mistico di fusione della massa con il duce. Lo Stato

fascista doveva assumere il carattere di un’istituzione laica e religiosa, inglobante interamente

l’uomo, anima e corpo, nelle sue strutture. Solo attraverso miti e riti e simboli era possibile

coinvolgere il singolo e la collettività del corpo politico della comunità.

Il fascismo era una religione politica e civile, la religione d’Italia. (Bottai).

Infatti il fascismo non esito a rimettere in discussione il compromesso con la Chiesa per

rivendicare ed ottenere il monopolio dell’educazione delle nuove generazioni, confinando la

presenza del cattolicesimo ad elemento integrativo morale della religione fascista.

Il mito del duce

Il nesso fra mito e organizzazione trova una verifica concreta nella figura di Mussolini come duce

del fascismo, in particolare nella sua funzione di duce del fascismo e capo del governo.

Nell’organizzazione dei fasci di combattimento Mussolini era stato solo un membro dell’ufficio di

propaganda: egli era l’amico e compagno Benito. Per i fascisti il vero duce era allora D’Annunzio.

Solo dopo la trasformazione in partito Mussolini consolidò il ruolo di duce, non tanto per

suggestione carismatica quanto perché realisticamente i capi del fascismo riconobbero in lui

l’unica personalità politica capace di conservare l’unità del fascismo. Nonostante questo Camillo

Pellizzi gli ricordo pubblicamente che il “fascismo non si riassume in voi”.(1924)

Tutte le vicende fra la marcia su Roma del 1926 furono dominate dal braccio di ferro fra Mussolini

e il fascismo intransigente. Tuttavia proprio le lotte interne nel fascismo favorirono il sorgere e

l’affermarsi del mito di Mussolini e della sua figura di luce. Il mito del duce fu un elemento di

coesione fra i molti ducetti e l’unica fonte di autorità e di potere che essi riconoscevano.

Nello statuto del partito nazionale fascista del 1926 il duce era posto come guida suprema; nello

statuto del 1932 venne innalzato al di sopra e posto al di fuori della gerarchia di partito e nello

statuto del 1938 venne definito capo del partito nazionale fascista. La formula più completa che

30

La via italiana al totalitarismo

definiva di carattere politico mitico della figura del duce era nel catechismo fascista del 1939: “il

duce, Benito Mussolini, è il creatore del fascismo”.

Mussolini era anche un mito vivente. Al punto che Giovanni Gentile esaltò Mussolini come la

personificazione dell’idea fascista e il suo realizzatore.

Nel 1940, la scuola di mistica fascista, espressamente istituita per alimentare il mito di Mussolini,

istituiti corsi per maestri elementari che volevano edificare la propria fede nei valori spirituali e nei

principi della rivoluzione traendo dal mito mussoliniano le direttive d’azione pedagogica. Qualche

adulatore poneva Mussolini nella schiera dei profeti.

Il mito di Mussolini di lago e si affermò perché era coerente con la mentalità mitica del fascismo.

Giuriati scriveva a Mussolini manifestandogli la sua fede fermissima che tu sia il veltro vaticinato

da Dante, Bottai scriveva al duce dicendo di accettare con serenità le dimissioni ma che lo

assalirà solo talvolta la nostalgia del capo, ma che la supererà pensando che Mussolini opererà

come una forza incessante di miglioramento e di perfezionamento. Egli inoltre avvertiva sgomento

il vuoto che la fine di questa fede avrebbe lasciato: “ora sono solo senza il mio capo… Un capo è

tutto nella vita di un uomo: origine e fine, causa i scopo, punto di partenza e traguardo. Ho paura,

paura che questo non mi riesco più”.

Tutto il graduale processo di smantellamento del regime liberale e di costruzione dello stato

totalitario fu segnato dalla costante e progressiva concentrazione del potere in Mussolini, in cui si

vedeva realizzata la sintesi e l’integrazione tra partito e Stato ma in una condizione precaria

perché legata alla vita fisica di Mussolini. Il problema del successore di Mussolini era grave

perché coinvolgeva la realtà esistenziale del sistema politico fascista, il nesso fra mito e

organizzazione, le relazioni fra gerarchi, che per un ventennio avevano trovato un saldo perno nel

mito del duce.

Carlo Costamagna dirà: “ problema del capo è il più delicato fra tutti problemi aperti

dall’organizzazione dello Stato nuovo. Non bisogna confonderlo con il problema del duce. Se lo

Stato nuovo deve diventare un modo di essere permanente, vale a dire un sistema di vita, esso

non potrà dispensarsi dalla funzione di un capo.”

La figura del capo era coerente con la concezione totalitaria dello Stato in quanto regime

integralista fondato sulla concentrazione dei poteri nel comando unico. Lo Stato esige il suo

sommo un organizzatore il cui potere sia potere in atto, un fare, un agire, un ordinare diretto,

immediato, non necessariamente legato alla lettera di leggi o istituzioni. (Bottai)

Inoltre Bottai esaltava il pensiero mitico dicendo: “ai politici tocca creare i nuovi miti, interpretando

le esigenze dei tempi”. Il dramma della cultura moderna era conflitto fra coscienza critica e

necessità di verità salve: è proprio questo enorme complessità della vita moderna che genera a

un certo punto la necessità di semplificarla, di organizzarla e diriger la unitariamente.

Questa forma di organizzazione, a fondamento mitico totalitario richiedeva, per sua intrinseca

necessità un capo. Per il fascismo qualsiasi soluzione al problema avrebbe richiesto una presa di

posizione di fronte al problema del mito e dell’organizzazione, cioè avrebbe richiesto una

decisione sulla natura e gli scopi del sistema politico fascista sorto e fondato sul nesso fra mito e

organizzazione. Le soluzioni erano sostanzialmente due:

1. Detronizzazione del mito e smantellamento di tutte le organizzazioni del sistema che erano ad

esso funzionali

2. Esaltazione del primato del mito portando all’estremo la logica totalitaria.

Le soluzioni divennero concretamente operanti con la deposizione di Mussolini.

La via fascista al totalitarismo

Il Sistema politico fascista si può denominare come cesarismo totalitario volendo così definire una

dittatura carismatica di tipo cesaristico, integrata in una struttura istituzionale basata sul partito

unico e sulla mobilitazione delle masse, E in continua costruzione per renderla conforme al mito

dello stato totalitario, consapevolmente adottato quale modello di riferimento per l’organizzazione

del sistema politico e concretamente operante come codice fondamentale di credenze e di

comportamenti per l’individuo e per le masse.

Tuttavia il regime fascista non può essere ridotto a una forma di monocrazia personale. La

personalizzazione del potere che si realizzò nel regime fascista non fu identica al personalismo

delle dittature autoritarie che non sorgono da movimento rivoluzionario e non si propongono di

istituzionalizzare tale movimento in partito unico con il principale ruolo di realizzare il mito

totalitario. In realtà l’identificazione del fascismo con il mussolinismo porterebbe inevitabilmente a

banalizzare la stessa funzione del capo nei regimi totalitari, e a trascurare l’importanza

fondamentale dell’organizzazione di massa nel realtà del sistema politico fascista.D’altro canto

31

La via italiana al totalitarismo

anche nei regimi ritenuti totalitari perché hanno affermato il primato del partito sullo Stato, vi è

stata una fase di personalizzazione del potere che ha portato alla subordinazione del partito al

dominio del capo. Si potrebbe piuttosto consentire una definizione del fascismo come

totalitarismo incompiuto o totalitarismo imperfetto.

Si può dunque affermare che nella realtà storica il totalitarismo è sempre un esperimento continuo

cioè un processo in atto e non una forma compiuta e definitiva, specialmente se si considerano le

connessioni fra mito e realtà che sono presenti in tutti gli esperimenti totalitari.

Per sua natura l’integrazione totalitaria della società nello Stato con il partito unico è un processo

che deve perennemente rinnovarsi, istituzionalizzando il principio della rivoluzione permanente per

far fronte al problema dell’inarrestabile ricambio delle generazioni.

Tutti regimi totalitari sono forme di totalitarismo incompiuto o in perfetto e in questi e altrettanto

fondamentale la fase del movimento inteso come azione del partito rivoluzionario generatore del

nuovo Stato che è all’origine stessa del regime.

Tale prospettiva è ritenuta dall’autore inadeguata in quanto dà un’immagine statica del fenomeno

totalitario che contrasta con la realtà storica del totalitarismo come processo continuo.

Raymond Aron affermerà che I regimi sono diventati totalitari dietro la spinta di una loro intenzione

originale, la volontà, cioè di trasformare fondamentalmente l’ordine esistente in funzione di

un’ideologia. Inoltre, secondo lui, l’Italia fascista, regime a partito unico, non ho mai conosciuto

una proliferazione ideologica ne è un fenomeno totalitario paragonabile alla grande purga

sovietica voglio accessi degli ultimi anni del regime hitleriano.

Nella costruzione del regime fascista fu attiva e operante la volontà di trasformare

fondamentalmente l’ordine esistente in funzione di un’ideologia. In questo senso si preferisce

avvalersi del concetto di esperimento totalitario per rappresentare storicamente il processo di

formazione e di attuazione del dominio totalitario nelle sue specifiche caratteristiche nazionali.

Il fascismo è stato la via italiana al totalitarismo.

Il fascismo deve necessariamente essere incluso nell’esperimento totalitario in quanto fu il primo

di questi esperimenti messi in opera in una democrazia liberale, diventando modello per altri

progetti totalitari. Inoltre l’autore non crede che si possa espropriare il fascismo del termine

totalitario, in quanto è necessario ricordare che anche se il fascismo non fu liberatore del termine

totalitario esso fu certamente il primo movimento e l’unico regime politico che adottò

orgogliosamente questo termine, per questo non si può espropriare il fascismo dalla

qualificazione totalitaria. 32

La via italiana al totalitarismo

5. Il Ruolo del partito nel laboratorio totalitario fascista

L’embrione totalitario del partito-milizia

Nel 1921 la proposta di trasformare il movimento dei fasci di combattimento in un partito aveva

provocato una grave divisione fra le schiere fasciste, che fu superata solo superficialmente nel

congresso di Roma quando la proposta fu approvata quasi all’unanimità.

Primi anni del partito furono dominati da numerosi contrasti interni dovuti alla mancanza di

un’effettiva unità e alla precaria concordanza di idee e di prospettive politiche fra le varie

componenti temporaneamente solidali soltanto nell’attività terroristica contro le organizzazioni

socialiste e cattoliche e nella lotta per la conquista del potere. Superata la crisi nel 1925 il partito

vista in un’incertezza istituzionale finché la legge sulla costituzione del gran consiglio lo subordinò

giuridicamente allo Stato.

Tuttavia le discussioni sul problema del partito soprattutto per quanto riguarda la sua funzione i

suoi compiti nel sistema politico continuarono.

Partito nazionale fascista si configurava come una realtà formata da una successione di

atteggiamenti e di modi di operare nettamente distinti della struttura e delle funzioni. Questi

mutamenti corrisposero ad una logica coerente con l’intuizione della politica di massa che fu

proprio del fascismo, in base ad una logica totalitaria.

La decisione di dare al movimento dei fasci di combattimento l’organizzazione di partito fu presa

da Mussolini nell’estate del 1921. Creati come antipartito i fasci di combattimento si

consideravano un movimento di minoranza aristocratiche, che sfrecciavano le masse organizzate

e non intendevano mantenere in vita il loro movimento oltre il tempo necessario per assolvere il

compito contingente che saranno proposte alla fine del conflitto mondiale: difendere la guerra

valorizzare la vittoria e combattere il bolscevismo. L’ideologia era anti-ideologica ed esprimeva un

atteggiamento attivista verso la vita. Il movimento si autodefiniva libertario, e non avevano statuti

e regolamenti dettagliati: non vi erano vincoli di gerarchia e gli aderenti ai fasci potevano essere

iscritti anche ad altri partiti. In questo periodo ideologia e organizzazione del fascismo si

formarono spontaneamente.

Nei primi mesi del 1921 il fascismo era diventato un fenomeno di massa, basato

sull’organizzazione dello squadrismo, aveva un gruppo parlamentare e rappresentava una delle

maggiori forze politiche del paese. Il suo scopo era di assicurare al paese un fondamentale

rinnovamento dei suoi istituti. Il fascismo voleva portare al potere nuove forze e nuovi valori

scaturiti dalla guerra e dalla vittoria, e la costituzione del partito fascista intendeva dare alla nuova

ed eterogenea massa dei fascisti la stabilità di un’organizzazione fondata sull’ordine. In questo

modo Mussolini voleva prevenire la possibilità di una dispersione delle forze fasciste e imporre ad

esse la sua figura di capo del fascismo.

Questi motivi possono essere ricondotti in gran parte alla volontà dello squadrismo provinciale di

resistere alle pretese egemoniche di Mussolini e di rivendicare per se la rappresentanza della

direzione politica del nuovo movimento di massa. I capi dello squadrismo provinciale respinsero la

proposta per motivi essenzialmente politici: essi volevano togliere al gruppo milanese e a

Mussolini la guida del fascismo e conservare una piena libertà di azione.

Furono anche tentativi per dare a quest’opposizione un carattere ideologico:

Dino Grandi propose un’interpretazione del fascismo come erede del fiumanesimo, come

fenomeno rivoluzionario transitorio che avrebbe dovuto esaurirsi dando vita ad una nuova

democrazia nazionale, modellata secondo il progetto di Stato nazionale sindacale della carta del

Carnaro.

Piero Marsich voleva che il fascismo conservasse il carattere di un movimento con ideologia

aperta, antiparlamentare, e senza rigidi vincoli di un’organizzazione e di un programma di partito.

L’opposizione anti-partito aveva soprattutto un’origine psicologica, infatti i giovani squadristi

temevano che la pratica parlamentare e l’organizzazione in partito avrebbero corrotto lo spirito

genuino del fascismo che avrebbero mortificato il dinamismo rivoluzionario le meandri della

politica tradizionale. Infatti affermavano: “noi cominciamo a temere che il nostro fascismo si

impantani nelle mefitiche paludi di Montecitorio”. L’atteggiamento uscì sconfitto ma rimase in

costante sotterranea polemica contro il partito.

Per questo motivo la trasformazione dei fasci di combattimento in partito non arrecò una

sistemazione formalmente unitario, infatti lo squadrismo come istituzione essenziale del nuovo

33

La via italiana al totalitarismo

partito fu accolto dal nuovo statuto. Ogni sezione aveva l’obbligo di creare squadre d’azione che

formavano un tutto inscindibile con le sezioni. Le squadre d’azione dipendevano politicamente dal

direttorio che dovevano essere pronte per a correre in difesa dei supremi interessi della nazione.

Quando il governo Bonomi nel 1921 manifesto il proposito di sciogliere i corpi armati, il segretario

Michele Bianchi avverti minacciosamente che prima di sciogliere le squadre bisognava dichiarare

fuori legge il partito fascista.

Fin dalle origini il partito si presentava come un partito-milizia che agiva apertamente in una

democrazia liberale, disprezzando le sue leggi e utilizzando le sue istituzioni per distruggerla. La

strategia d’azione del nuovo partito combinava insieme politica parlamentare e politica

terroristica.

Italo Balbo scrisse: “ il segreto della strategia fascista stava nel conservare il dinamismo

rivoluzionario e nell’adattarsi alla realtà”.

Inoltre proclamandosi una milizia volontaria al servizio della nazione il partito nazionale fascista

pretese pubblicamente una posizione privilegiata nello Stato liberale, al di sopra della legge.

In questo periodo il mito principale del fascismo era ancora la nazione, non lo Stato. Il partito

nazionale fascista affermava di voler difendere la tradizione e si presentava già come nucleo di

uno Stato nuovo, con il proposito pubblicamente dichiarato di voler integrare, surrogare o

sostituire lo Stato liberale nella lotta contro i partiti antinazionali. Il PNF Si pose in una situazione

privilegiata sia verso gli altri partiti sia nei confronti dello Stato liberale, reclamando solo per se

una libertà di azione entro e fuori delle sue leggi. Un altro elemento fondamentale fu la pretesa alla

diversità privilegiata del partito: il diritto di discriminare fra gli italiani i nazionali e gli antinazionali.

In un discorso a Milano nel 1922 Mussolini dichiarò che lo Stato fascista non avrebbe concesso la

libertà di tutti cittadini ma avrebbe distinto gli italiani in tre categorie: gli indifferenti che rimarranno

nelle loro case attendere i simpatizzanti che potranno circolare E i nemici che non circoleranno.

I caratteri generali del partito fascista consentono di individuare disorientamento totalitario anche

se non corrispondeva ad un preciso disegno politico elaborato consapevolmente. Il partito milizia

era l’embrione del regime totalitario. Per lo squadrismo gli oppositori politici non erano avversari

da contrastare ma nemici da eliminare o da umiliare sottoponendoli ad un’obbedienza passiva.

Nella mentalità degli squadristi allora azione era una perpetuazione dell’esperienza bellica nella

lotta politica, soltanto che ora il confine che divideva la nazione dei suoi nemici passava al suo

interno e divideva gli italiani nazionali dagli italiani antinazionali. Nelle squadre evocavano l’afflato

cameratesco Della vita comunitaria nelle trincee e lo spirito guerriero che li univa nella mistica

della nazione, al di sopra delle distinzioni di classe, di professione, dieta. Lo squadrismo era

praticato come un esperimento concreto di nazionalizzazione delle classi. Nelle loro adunate i

fascisti rappresentavano visivamente il carattere interclassista e nazionale, tutti ceti partecipavano

al culto di una nuova religione della nazione celebrando con riti e simboli la profonda, indefinibile,

infinita fede fascista. Il partito nazionale fascista diedeMolta importanza a queste cerimonie e ne

esaltò la funzione pedagogica, semplificando si potrebbe dire che lo stile era l’ideologia; le forme

e i riti della sua organizzazione erano la rappresentazione dei suoi miti e la loro realizzazione. Il

nuovo stile faceva apparire l’ indistruttibile fatalità del divenire del fascismo. Per questi aspetti il

partito assumeva il carattere di una comunione, fondata sull’affinità elettiva dei suoi componenti e

consacrata dal sangue degli eroi di guerra e dei martiri della rivoluzione nel culto egualitario della

fede fascista.

Crisi e metamorfosi del partito al potere

Divenuto partito di governo il partito nazionale fascista inasprì i conflitti interni. Ci furono scissioni

e scontri violenti fra vecchi e nuovi fascisti, fra moderati ed estremisti, fra fautori della

normalizzazione e sostenitori della seconda ondata rivoluzionaria.

Nel 1923-24 ci fu una vera e propria eclissi del partito la sua fragile unità organizzativa si

scompose infrazioni dissidenti, gruppi autonomi, feudi di potere personale. L’ordinamento

direttivo del partito fu modificato varie volte in breve tempo dagli interventi del duce che cercò di

consolidare la sua posizione di capo del fascismo al di sopra del partito. L’istituzione del gran

consiglio avvio il travagliato processo di subordinazione del partito al governo mentre l’istituzione

della MVSN, togliendo al partito la funzione militare, decretò la fine dello squadrismo come forma

di organizzazione inscindibile dall’organizzazione politica e sindacale.

Anni fra il 1922 e il 1926 furono vitalità delle diverse correnti ideologiche del partito nazionale

fascista. Il mito dello Stato nuovo poneva altri problemi relativi alla funzione del partito. Le diverse

tendenze si dislocarono su un ampio arco di atteggiamenti: alcuni proponevano lo scioglimento

del partito, altri protestavano che il partito nazionale fascista non avevo esaurito la sua funzione

34

La via italiana al totalitarismo

rivoluzionaria reclamavano perciò il diritto rivoluzionario del partito a riconquistare il potere

integrale per creare il suo stato.

Critiche più ostili al partito vennero dai dissidenti e dei revisionisti moderati, come Massimo

Rocca. Questi pensavano che il fascismo avessero oramai concluso la funzione di partito per

assumere la funzione di governo. Il partito doveva sottomettersi agli ordini del governo e

collaborar e alla restaurazione dell’autorità dello Stato nel rispetto delle istituzioni tradizionali e nel

richiamo ideale allo spirito della destra storica.

“Critica Fascista” (rivista di Bottai) non metteva in discussione l’esistenza del partito ma riteneva

chiusa all’epoca dello squadrismo del partito armato. I revisionisti volevano una profonda

revisione di uomini, idee e metodi all’interno del partito in modo da creare una nuova classe

dirigente e costruire uno Stato nuovo. Per loro il partito milizia doveva essere sostituito ora da un

partito di intellettuali attraverso i quali i mentre le masse nello Stato nazionale. Nello stesso tempo

chiedevano di mettere in atto una strategia infatti gente per non confondere le idee e gli scopi del

fascismo con il moderatismo conservatore e con l’autoritarismo tradizionale.

Sul versante opposto erano integralisti dello squadrismo provinciale. Essi esaltavano la funzione

rivoluzionaria del partito verso la piena conquista del potere il loro era rappresentativo era Roberto

Farinacci uno di quei pochi capi fascisti dotato di un forte senso del partito. Gli integralisti

sapevano di essere la vera forza del fascismo e difendevano ad oltranza la diversità privilegiata

del partito contro qualsiasi manovra di compromesso e di normalizzazione. Essi invocavano e

tentavano di mettere in pratica una seconda ondata rivoluzionaria per arrivare ad una brutale e

completa fascistizzazione dello Stato esistente. In quel tempo Mussolini non era ancora il capo

indiscusso.

Molti estremisti dubitavano della sua volontà di continuare la rivoluzione e paventavano il

successo dei fiancheggiatori, dei moderati e dei nazionalisti nell’opera di eliminazione dello

squadrismo, arrivando a un orientamento totalitario che assumeva i contorni di un consapevole

disegno politico di conquista dello Stato con metodi rivoluzionari.

La crisi del fascismo, dopo l’assassinio di Matteotti fece vacillare il potere di Mussolini. La

corrente di Farinacci riuscì a trionfare nel fascismo. Ciò diede un vigore notevole all’azione del

partito nella trasformazione dello Stato. Con il ritorno di Farinacci come segretario unico si ebbe

la ricostruzione efficace dell’unità del partito con un’azione energica voluta, ad eliminare il

dissidentismo e le correnti centrifughe e a restituire al partito il carattere di un movimento

rivoluzionario. Farinacci ricompose il carattere specifico del partito nazionale fascista, integrando

gli elementi totalitari del partito milizia con le nuove funzioni di partito rivoluzionario al governo.

Secondo lui il partito doveva essere composto da un eletta minoranza di fascisti intransigenti

doveva essere un ordine chiuso pronto a sfidare l’isolamento pur di preservare l’integrità della

fede fascista dalla contaminazione dei moderati e dei normalizzatori.

Il partito doveva assumere il carattere di un esercito politico in stato di mobilitazione permanente

contro i nemici della rivoluzione, ricorrendo anche alla ricostruzione delle squadre d’azione. La

gerarchia interna deve essere il risultato di un rinnovato sistema di relazioni comunitarie fra i militi

della religione fascista. Nel attività della gerarchia doveva garantirsi il consenso e la

partecipazione delle masse all’iniziativa politica del partito ma, una volta eletto il capo doveva

essere seguito con la totale disciplina. Il segretario generale era il custode della fede fascista,

l’interprete della volontà della marcia fascista, la guida effettiva del partito. Egli cercò di affermare

il primato del partito delle corporazioni sindacali e sulla milizia. La sua politica di partito mirava a

garantire la piena autonomia del partito nazionale fascista nei confronti del governo di Mussolini.

Egli poneva il partito del governo come organi espressi dal fascismo per realizzare la sua

rivoluzione. Affiancando al duce del fascismo il capo del partito nazionale fascista e di cerco di

riservare al partito l’iniziativa rivoluzionaria limitando egemonia di Mussolini nell’ambito dell’attività

di governo. Inoltre vi fu il passaggio del partito nazionale fascista dalla diversità privilegiata al

partito unico nel nuovo regime. La discriminazione fra simpatizzanti nemici fu esasperata fino a

identificazione fra italiano e fascista.

Durante la segreteria Farinacci il partito visse nel periodo di matura autonomia, ma il disegno della

politica del partito non fu portato a termine nel senso che egli voleva, anche se la sua opera

contribuì notevolmente a mettere ordine nella vita interna del partito nazionale fascista e a

consolidare la sua struttura. Tuttavia l’ostilità di Mussolini impedì al partito di diventare il centro

attivo e autonomo dell’iniziativa rivoluzionaria per la costruzione dello Stato fascista.

La metamorfosi del partito nazionale fascista avvenne nel simultaneamente al suo inquadramento

giuridico del nuovo regime portato a compimento fra il 1926 e 1932. La situazione interna del

partito fu largamente modificata dall’azione epuratrice del nuovo segretario Augusto Turati e dal

suo successore Giovanni Giuriati. Entrambi furono scelti da Mussolini deciso a ridurre ai minimi

35

La via italiana al totalitarismo

termini l’autonomia politica del partito. Da questo punto di vista il periodo 1926 1932 è una fase

caratterizzata dall’affermazione del predominio del duce sul partito dalla trasformazione di questo

istituzione popolare dello Stato fascista.

Simbiosi fra partito e stato

Il partito fascista diviene di fatto il partito unico dopo il R. Di. 6 novembre 1926, numero 1848, che

diede ai prefetti la facoltà di sciogliere le associazioni ritenute contrarie all’ordinazione nazionale

dello Stato e la legge 25 novembre 1926, numero 2008 che considerava reato la ricostruzione

delle associazioni e dei partiti sciolti. La costruzione del regime fascista avvenne attraverso un

processo simbiotico di “fascistitation de l’Etat te de etatisation du parti fasciste”.

È necessario avere presente che la costruzione del regime fascista avvenne principalmente

attraverso un processo di creazione e di successive trasfusioni in seno allo stato di organi, entità

collaterali, principi e norme del partito che imprimono saldamente allo Stato il carattere fascista.

Le prime tappe furono nel 1923 la creazione del gran consiglio sede principale dove furono

elaborate le leggi per la trasformazione dello Stato; e l’istituzione della milizia volontaria per la

sicurezza nazionale, che mise la forza armata del partito alle dirette dipendenze del capo del

governo.

L’atto simbolico può essere considerato il R. Di. 12 dicembre 1926, numero 2061, che dichiarò

l’emblema del partito fascista, il fascio littorio, a tutti gli effetti emblema dello Stato. Il partito

nazionale fascista era l’organizzazione delle forze politiche ed amministrative del regime; i fascisti

dovevano essere soldati pronti in ogni istante, entro le frontiere ed oltre, singolarmente o in

massa, a confessare la propria fede col sangue. L’8 ottobre 1926 il gran consiglio dichiarò che la

funzione del partito è fondamentalmente indispensabile per la vitalità del regime, nello stesso

tempo però abolì le le attività delle cariche e stabili che gli ordinamenti e le gerarchie, senza le

quali non può esservi disciplina di sforzi ed educazione di popolo, ricevono luce e norma dall’alto.

Il partito nazionale fascista avrebbe svolto la sua azione sotto la guida suprema del duce e

secondo le direttive stabilite dal gran consiglio. Lo statuto del 1926 conferì al partito una funzione

che era affatto coerente con la sua natura di partito milizia e del tutto conforme al tipo di regime

che il fascismo aveva cominciato a costruire su una progressiva simbiosi fra partito e Stato. La

legge del 9 dicembre 1928 sull’ordinamento e le attribuzioni del gran consiglio, che divenne

organo costituzionale dello Stato ma rimase organo supremo del partito. Oltre a deliberare su

fondamentali questioni costituzionali il gran consiglio deliberava sugli statuti. Con questa legge

anche il partito nazionale fascista, che nei vecchi partiti, accampati nello Stato e in perpetua lotta

fra di loro per dominarlo, non ho più oramai che il nome, si avvia esso pure decisamente a far

parte delle forze organizzate dello Stato in quella posizione preminente per cui il partito viene ad

inquadrarsi nello Stato a formarne una delle fondamentali istituzioni.

Mussolini stesso affermò la posizione e la funzione del partito nello Stato dicendo: “il partito non è

che una forza civile e volontaria agli ordini dello Stato, così come la milizia volontaria per la

sicurezza nazionale è una forza armata all’ordine dello Stato. Il partito è l’organizzazione capillare

del regime. Esso arriva dovunque. Esso esercita una posto lato e con la sola presenza della sua

massa in quadrata S rappresenta l’elemento definito, caratterizzato, controllato in mezzo al

popolo. Ogni dualismo di autorità e di gerarchia è scomparso. Se nel fascismo tutte nello stato

anche partito non può sfuggire A tale necessità“.

La nuova legge del 14 dicembre 1929 numero 2099 usa il partito nazionale fascista direttamente

alle dipendenze del capo del governo mentre introdusse il partito attraverso la persona del

segretario generale degli organi dello Stato. La Costituzionalizzazione del gran consiglio doveva

operare la saldatura fra partito e Stato, ma non per questo relegato il partito in un ruolo del tutto

subordinato: il segretario del partito era di diritto segretario del gran consiglio e poteva essere

delegate dal capo del governo a convocare e presiedere il supremo organo del regime. Ciò conferì

a segretario del partito il titolo di più alto gerarca dopo il duce. Queste innovazioni furono

codificate in un nuovo statuto deliberato la gran consiglio approvato con R. Di. 20 dicembre 1929,

numero 2137 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Un successivo statuto approvato con R. Di. Il

17 novembre 1932 sancì la sistemazione del partito nello Stato con la formula:“Il partito nazionale

fascista è una milizia civile, agli ordini del duce, al servizio dello Stato fascista. Il partito accettava

la posizione subordinata non verso lo Stato in sé ma verso quel particolare tipo di Stato che esso,

hai ragione, poteva considerare come prodotto della sua azione rivoluzionaria e che sempre più

nettamente si andava configurando come uno stato di partito, nel quale sono l’adesione al partito

era condizione della piena capacità giuridica di diritto pubblico del cittadino italiano. Con il

decreto del capo del governo del 17 dicembre 1932 fu stabilito che per l’ammissione ai concorsi

36

La via italiana al totalitarismo

dell’amministrazione pubblica era necessaria l’iscrizione al partito nazionale fascista.

Successivamente si stabilì l’obbligo dell’iscrizione al partito anche per le ammissioni agli impieghi

presso enti locali e parastatali e infine l’iscrizione al partito fu richiesta anche per i salariati

dell’amministrazioni statali. Nel 1937 la tessera del partito fascista fu dichiarata equipollente alla

carta di entità, e inserito nello Stato fascista il partito rinuncio ad avere una propria volontà

riconoscendo come tale la volontà del suo duce ma questo notevoli poteri e privilegi esclusivi.

Il duce e il partito

Con la subordinazione del partito allo Stato Mussolini riuscì a sottomettere definitivamente il

partito ai suoi ordini. Per ragioni storiche il mussolinismo è parte del fascismo e non può essere

compreso al di fuori di questo così come il duce non può essere compreso al di fuori del PNF. La

monocrazia mussoliniana rimane comunque vincolata all’esistenza del partito. Nei regimi totalitari

di partito unico dove il partito non viene creato dall’alto ma è un movimento di massa autonomo

la personalizzazione del potere è un fenomeno che deriva dal partito unico quando nel suo interno

emerge per forza personale o per motivi funzionali un individuo dominante. Il potere di controllo e

di organizzazione della società per l’attuazione dell’esperimento totalitario rimane in mano al

partito.

L’atteggiamento di Mussolini nei confronti del partito fu sempre coerente nel negargli qualsiasi

forma di parità con lo Stato, e il duce assiri perentoriamente che il partito nazionale fascista era

subordinato allo Stato. Un atteggiamento che fu condiviso e sostenuto dai fascisti moderati, dei

fiancheggiatori e dai nazionalisti, confluiti nel partito all’inizi del 1923. Grazie all’opera di Luigi

Federzoni come ministro degli interni i nazionalisti ostacolarono la politica del partito. I nazionalisti

nei loro interventi accentuarono un’interpretazione del fascismo come erede spirituale del

movimento nazionalista ed esaltare uno gli aspetti del fascismo come fenomeno nazionale

rispetto a quelli di partito. Sostenevano che il fascismo dopo essere diventato un regime che

stava di esistere come partito perché regime fascista asseriva la propria incompatibilità con

l’esistenza dei partiti. I nazionalisti non accettarono mai con entusiasmo la presenza del partito

nazionale fascista. Enrico Corradini dirà che bisogna parlare meno di fascismo e più di Italia.

Giovanni Gentile dirà che la costituzionalizzazione del gran consiglio poneva praticamente le

condizioni per la liquidazione del partito e la fine della discriminazione tra fascisti e antifascisti

dell’unanime concordia degli italiani realizzata dallo Stato fascista. Del nuovo Stato vi erano ormai

soltanto italiani non più divisi in fautori della rivoluzione e imparati del vecchio regime, ma tutti

cittadini devoti all’autorità dello Stato e cooperanti per la grandezza della nazione.

Tutti i nazionalisti finivano per proporre la dissoluzione del fascismo in un patriottismo statalista

autoritario, in quanto ritenevano esaurita la funzione storica del fascismo come movimento e

partito politico.

Mussolini anche se nutriva per il suo partito un sentimento misto di diffidenza e talvolta persino di

disprezzo, sapeva che legame con il partito era indissolubile perché l’origine e la legittimità del

suo potere rivoluzionario derivavano dal partito perciò egli respinse l’ipotesi di uno scioglimento o

di un’auto soppressione del partito come dichiarò nel 1929: “il partito nazionale fascista, che ha

fatto la rivoluzione. Di pleonastico non c’è che la loro meschina per figlia o la loro insufficienza

mentale non si tratta di sapere se il partito debba esistere o meno perché se il partito non ci fosse

io inventerei e lo inventerei così come è”.

L’opera di sottomissione del partito richiede una faticosa risistemazione interna del partito

attraverso una massiccia revisione degli iscritti e dei quadri locali. Dopo la marcia su Roma il

partito nazionale fascista fiera ingrossate rapidamente con ogni sorta di arrivisti e opportunisti sul

carro del vincitore. All’inizio del 1927 il reclutamento di nuovi scritti sarebbe avvenuto

esclusivamente attraverso le organizzazioni giovanili del partito, con il rito annuale dell’allievo

fascista. Nonostante ciò il partito continua a crescere con l’afflusso delle nuove leve giovanili. Il

segretario del partito proseguirono le pura azione ed espulsero gente suscitando le proteste dello

stesso duce desolato di vedere le sue falangi tanto falci date. Probabilmente furono colpiti

principalmente, insieme con opportunisti profittatori e pregiudicati, molti fascisti dei primi anni che

si ribellavano al corso normalizzatori. Fino al 1929 la vita del partito fu travagliata da crisi locali

provocate generalmente da rivalità personali fra dirigenti fascisti, dal ribellismo degli squadristi, da

beghe per ambizione e interessi colpito insoddisfatti, dalla cronica protesta dei fascisti della prima

ora. Per certi versi la crisi interno del partito rifletteva anche la lotta di classe fa la piccola

borghesia, vado originaria del partito, i nuovi elementi dell’alta borghesia e dell’aristocrazia, affluiti

soprattutto dopo l’instaurazione del regime. Tuttavia i quadri dirigenti del partito furono in

larghissima parte composti da elementi della media e piccola borghesia. Tutti i gerarchi erano

37

La via italiana al totalitarismo

nominati da Mussolini su proposta del segretario del partito nazionale fascista. Qualsiasi velleità di

limitare il potere del duce era stato eliminato e ciò fu possibile per la mancanza di altre personalità

nel partito capaci di contestare effettivamente il ruolo di capo Mussolini e per la piena congruenza

della figura del duce quella concezione fascista della politica e dello Stato nuovo. Il partito fu il

primo artefice del culto della personalità e il principale responsabile dell’evoluzione del regime di

partito verso il cesarismo totalitario. Nello statuto del 1932 fu posto al di fuori e al di sopra del

partito, e lo statuto del 1938 fu indicato esplicitamente come capo del partito.

Il duce veniva considerata come un’istituzione politica, non solo come capo del governo, ma

come rappresentante concreto, attivo, presente ed operante della rivoluzione. Il duce e

l’istituzione fondamentale effettuale e dinamica di tutta la vita dello Stato. (Carlo Curcio). Inoltre la

legittimità della figura del duce derivava dal suo legame indissolubile con il partito, infatti il duce il

capo del partito nazionale fascista ed è diventato capo del complesso di organi che regolano la

vita Nazionale, perché il partito nazionale fascista è stato ed è l’animatore dello Stato nuovo,

elemento centrale e dinamico del regime.

Il Prefetto e il federale

La fonte primaria dei conflitti erano i rapporti fra i segretari federali e i prefetti. Nei primi anni vi era

stata una prevaricazione nei confronti dell’autorità prefettizia da parte dei Ras locali. Molti

prefettizio adeguarono altri furono allontanati per pressioni del partito. Con la circolare del 7

gennaio 1927 si affermava che il prefetto era la più alta autorità della provincia il segretario

federale doveva pertanto rispetto ed obbedienza. Questa circolare decretava anche la

subordinazione degli organi dello Stato al regime fascista: il prefetto diventava prefetto fa ci sta, e

fra le sue funzioni vi era quella di procedere all’epurazione che si rendono necessarie nella

burocrazia minore e indicare al partito e agli organi responsabili del regime elementi nocivi. Un

tentativo per prevenire i casi di conflitto fu l’allontanamento dei prefetti più invisi ai fascisti e la

nomina di prefetti politici cioè provenienti dal partito. Nel 1937 fu però stabilito che i 3/5 dei

prefetti dovevano essere scelti tra funzionari di carriera del ministero dell’interno. Lo stesso

accadeva ai vertici del regime presti criteri del partito nazionale fascista e sottosegretari all’interno

che furono sempre nominati tra fascisti di origine squadristi, come Michele Bianchi, Leandro

Arpinati e Guido Buffarini Guidi.Questione dei rapporti tra effetti federati fu una delle cause che

provocò la dimissione di Turati. Nel settembre 1930 nella direzione del partito nazionale fascista si

lamentava il dualismo dei poteri: “esiste ancora un problema insoluto, il dualismo che si riscontra

in ogni provincia tra prefetto e segretario federale. Si impone dunque un dovuto equilibrio ed è un

problema di conoscenza di situazione provinciale che va risolto non in sede di grandi rapporti né

di adunate ma nel contatto quotidiano del centro con la periferia”.

Turati aveva proposto di unificare la carica di segretario del partito nazionale fascista con quella di

sottosegretario all’interno, ma la proposta seccamente respinta dal duce.

Anche Giuriati urto contro lo stesso scoglio. La sua opera di epurazione E di sistemazione del

partito fu in varie forme osteggiata da Arpinati. Per Giuriati il dualismo era insostenibile e lo

denunciò prima di dimettersi: il segretario federale dipende da segretario del partito al centro e dal

prefetto in provincia. Ma il prefetto non dipende nessun modo dal segretario del partito. Nella

ferree condizioni in quel posto è evidente che il segretario del partito deve nominare il segretario

provinciale proposto dal prefetto e licenziare il segretario federale quando una bella promozione

del prefetto. Domando soltanto di sapere a chi spetti la responsabilità del partito.” Situazione era

ancora più sostenibile dal punto di vista dell’intransigenza fascista perché il partito era sottoposta

giudizio degli eroi della sesta giornata… In queste condizioni e se non si muta indirizzo nessuno

correggere partito, certo non io. Il suo successore Starace seppe agire subdolamente per minare

le posizioni dei rivali tanto che riuscì a far destituire Arpinati e l’espulso dal partito per

atteggiamenti contrastanti con le direttive del partito. Egli fu sempre fermo nell’esigere il rispetto

delle competenze e delle prerogative del partito, nutrendo forse anche personali ambizioni di

potere e di controllo sulla società e sullo Stato. I rapporti fra prefetti e federali rimasero sempre in

una situazione di precario equilibrio.

Vai inoltre osservato che la subordinazione del segretario federale al prefetto non fu Mai recepita

in nessuno degli statuti del partito che pure su questa delicata materia erano sempre precisi e non

fumai codificata in una forma di dipendenza gerarchica. Il segretario federale dipendeva

direttamente ed esclusivamente dal segretario del partito che in campo nazionale controlla le

organizzazioni del regime e il conferimento ai fascisti delle cariche e mantiene il collegamento con

gli organi periferici dello Stato e con i rappresentanti degli enti pubblici locali e vigila sull’azione

38

La via italiana al totalitarismo

delle associazioni sindacali per la stipulazione di contratti collettivi di lavoro. Contro i

provvedimenti adottati dal federale non era prevista alcuna possibilità di ricorso al prefetto.

La politica dei segretari

La subordinazione del partito fascista allo stato non impedì al partito di esercitare un ruolo attivo,

con poteri effettivi, nella vita del regime. Nelle gerarchie superiori del partito il segretario generale

non era un primus Inter paresMa un capo effettivo: aveva piena potestà all’interno ed esercitava

notevoli potere all’esterno del partito. Solo segretario del partito poteva infliggere sanzioni

disciplinari a deputati e senatori. Il segretario del partito nazionale fascista aveva inoltre la

funzione di mantenere il collegamento fra il partito e gli organi dello Stato, ed esercitava il

controllo politico sulle organizzazioni del regime e sul conferimento ai fascisti di cariche ed

incarichi di carattere politico. Lo Staracismo non fu altro che le traspirazione del carattere, della

funzione dei compiti che il partito aveva assunto a partire dal 1926, ad opera dei segretari che

avevano preceduto Starace.

Turati, Giuriati e Starace rafforzare, ampliarono e perfezionare la macchina del partito e

consolidarono la sua presenza nel regime e nella società. Il segretario del partito avrebbe dovuto

essere un altro elemento di saldatura fra partito e lo Stato: il garante della subordinazione del

partito nazionale fascista allo Stato e del rispetto dei confini entro i quali era stato delimitato il

potere del partito. In realtà i primi a non accettare l’intangibilità di questi confini con il segretario

del partito gelosi di storia delle prerogative e dei privilegi rivoluzionari. Si deve certamente a turati

la liquidazione della politica del partito e l’adattamento del partito nazionale fascista alla nuova

funzione nei confronti dello Stato. Turati il partito assunse un compito eminentemente educativo, e

di assecondare l’opera del governo comune esercito disciplinato e obbediente agli ordini del duce

il linea con la politica di Mussolini. Ciò significava accrescere la presenza del partito nella vita

pubblica. Secondo turati il partito conservava una posizione centrale nel regime fascista senza

con questo interferire con l’azione del duce. Turati inoltre pose le fondamenta per il culto del duce,

esaltando Mussolini come capo e guida suprema del fascismo unico depositario della volontà

politica, ovvero il solo capo da qui ogni potere romana, il solo pilota qui nessuna ciurma può

sostituirsi. Nell’azione concreta turati mantenere attiva la presenza del partito e cerco di estendere

la sua influenza fra le masse operaie. Il partito nazionale fascista assunse prevalentemente il

carattere di una scuola di vita civile, come modello esemplare di una nuova moralità collettiva.

Giuriati cerco di preservare la presenza attiva del partito nel regime diede un contributo

fondamentale all’opera di fascistizzazione delle nuove generazioni. Per lui il fascismo era la

religione civile della patria: il partito doveva dedicarsi alla formazione di una coscienza fascista

nelle nuove generazioni, contrastando su questo terreno l’influenza della Chiesa cattolica.

Il secondo comandamento del decalogo del giovane fascista affermava: “chi non è pronto a dare

corpo ed anima alla patria servire il duce senza discutere non merita di indossare la camicia nera.

Il fascismo ebbe fin dalle origini il carattere di una milizia al servizio di una fede. Dopo il 1926 le

manifestazioni del partito assunse lo formalmente il carattere di riti civili che dovevano manifestare

e perpetuare nella coscienza degli italiani la fede fascista. Il 28 ottobre, il 23 marzo e il 21 aprile

diventarono feste nazionali. Nel 1927 fu istituito il rito principale del fascismo, la leva fascista, rito

di iniziazione dei giovani che provenivano dalle organizzazioni degli avanguardisti ed entravano

nel partito.

Turati dirà: “noi già provati alla lotta e già logorati un poco nella prova affidiamo a voi giovani

camerati il moschetto e il pugnale: le buone armi per tutte le battaglie e per il ricordo dei nostri

morti di consultiamo fascisti; e turati fu descritto come il sacerdote che parla con voce mistica,

con appello vivificatore.

Starace con una vera e propria mania per lo stile fascista elaborò e moltiplico le forme della

liturgia fascista: introdusse il sabato fascista preciso i modi di comportamento, l’uso delle uniformi

nella vita del partito, i tipi di relazione formale fra gerarchi e gregari. Gli dava grandissima

importanza alle parate e alle manifestazioni sportive in quanto era convinto che contribuiscono a

formare lo spirito fascista degli italiani: “lo stile fascista era una espressione di rivelazione di un

intimo sostanziale contenuto. L’istituzione del sabato fascista doveva. Servire a formare i nuovi

italiani attraverso manifestazioni sportive esercitazioni militari e conferenze politica nella tradizione

rituale del partito che corrispondeva ai suoi ideali di politica di massa e la sua funzione nel regime

fascista.

Egli disse:” sono del parere che il segretario del partito debba realizzare sul terreno psicologico e

formativo, imprimendo ai fascisti all’italiano il nuovo stile del tempo che viviamo. Scorgere in ogni

contingenza anche le più tenui sfumature di carattere psicologico e potenziarle, in armonia con il

39

La via italiana al totalitarismo

vigente immediate e mediate dal regime. In realtà Starace cerco di attuare un ambizioso progetto

di politica di partito senza mai sfidare l’autorità del duce attraverso la costruzione di un solido

organismo di potere effettivo. Dopo tutto non era velleitario pensare che un probabile successore

di Mussolini poteva essere la volontà politica del partito nazionale fascista e quindi dell’uomo che

possedeva le leve del comando nel partito, facendo intuire lo scopo dell’azione di Starace.

La “Strategia di espansione” del PNF

Dietro la sacralità mitica dello stato totalitario venerato al fascismo si svolgeva una sorda lotta fra i

potentati dell’oligarchia fascista. Il partito nazionale fascista era deciso ad esercitare in modo

estensivo e soverchiatori il potere di controllo e di vigilanza che gli è attribuito, nei confronti della

burocrazia statale e delle altre organizzazioni del regime. Si possono individuare tre diversi modi

tattici seguiti dal partito per ampliare la sfera del suo potere: l’infiltrazione, il controllo diretto,

l’annessione.

L’Infiltrazione era adottata verso le istituzioni tradizionali dello Stato dove il partito non era riuscito

a porre alcun controllo proprio e che rimasero quasi del tutto fuori dalla sua influenza, anche se

non mancarono tentativi di fascistizzazione dall’interno. Iniziative di questo tipo ebrei invece più

successo adesso la magistratura, con l’imposizione di un controllo esterno.

Il controllo diretto fu attuato nei confronti di altre organizzazioni di massa del fascismo come

sindacati sui quali fin dal 1925 aveva stabilito la propria supremazia politica attraverso varie forme

di controllo dall’esterno, nella scelta dei dirigenti e con intervento risolutivo nelle vertenze di

lavoro. Nel 1927 erano stati istituiti i comitati provinciali Inter sindacali che avevano il compito di

collegare e dirigere l’attività delle organizzazioni sindacali. Inoltre il federale presiedeva la

commissione amministrativa paritetica degli uffici di collocamento, attraverso i quali i datori di

lavoro avevano l’obbligo di assumere i lavoratori dando la preferenza agli iscritti al partito vuoi

sindacati fascisti.

Nel settore sindacale corporativo un campo vasto e nuovo per la politica del partito fu aperto con

la guerra di Etiopia. L’organizzazione del partito e Bruno decisivo nella mobilitazione delle masse

per la guerra coloniale e lo stesso segretario del partito nazionale fascista partecipò in modo

spettacolare alla campagna militare, al comando della colonna celere che conquisto Gondar e la

regione del lago Tana.

Durante le sanzioni il partito assunse direttamente la regolamentazione dell’attività economica

nazionale e intensifico il consenso al regime di guerra. Dopo la fine della guerra il partito nazionale

fascista assunse subito una posizione preminente nell’organizzazione della nuova Colonia.

La nomina dei podestà era fatta dal governatore su indicazione del segretario federale. Oltre i

compiti soliti dell’inquadramento, del controllo e dell’educazione politica degli italiani e degli

indigeni, il partito ebbe la responsabilità di rappresentare le categorie produttrici attraverso gli

uffici della produzione e del lavoro. Nel 1937 fu stabilito che in AOI il partito doveva anche

intervenire nel settore economico per orientare, promuovere e stimolare le varie iniziative.

L’aspetto più importante fu la serie di annessioni compiute a danno di altri potentati del regime

che riguardavano l’organizzazione del tempo libero e l’organizzazione delle nuove generazioni. Nel

1926 il partito entra in competizione con il ministero delle corporazioni il controllo dell’opera

nazionale dopo lavoro dove il partito incontrava le maggiori resistenze per la sua campagna di

fascistizzazione. Nel 1926 il partito avviò l’operazione di annessione con la nomina di Turati a

vicesegretario dell’OND, l’anno dopo Turati riuscì ad estromettere il fondatore Dell’organizzazione,

fu nominato commissario straordinario e pose tutte le associazioni del OND sotto il controllo del

partito. L’altra annessione fu la conquista del monopolio dell’educazione delle nuove generazioni

sottraendo al ministero dell’educazione nazionale l’opera nazionale balilla. Tuttavia il partito non

riuscire ad essere onnipotente come si vagheggiavano riuscite certamente ad essere

onnipresente. Negli anni 30 il partito nazionale fascista perfezionò con minuziosità burocratica la

sua organizzazione capillare, condusse con martellante monotonia la campagna di

positivizzazione della vita pubblica e accentuò, in forme sempre più elaborate del suo stile politico

il carattere di esercito civile e di istituzione religiosa laica custode della fede fascista. Starace fu il

grande sacerdote del culto del duce e sviluppo la macchina tutta l’Italia del partito con il proposito

di coinvolgere milioni di uomini e donne di ogni età in una comunità morale organizzata allo Stato

fascista per allevare un nuovo tipo di italiano. La presenza del partito nazionale fascista della

società divenne invadente ed ossessionante fino agli aspetti risibili di una quotidiana emanazione

di disposizioni per educare gli italiani: infatti il segretario Starace è stato caratterizzato dalla

perfezionata attrezzatura del partito come organo. Si deve riconoscere che era necessaria e che

non era facile, specialmente tenuto conto del temperamento degli italiani. Si tratta di una forma

40

La via italiana al totalitarismo

che sostanza. Nell’Italia degli anni 30 i rappresentanti del partito erano ovunque: il partito

nazionale fascista portava il bacillo della burocratizzazioni totalitaria: l’azione del partito,

promossa o permesso al partito della deformare a soffocare, addirittura a sopprimere il genuino

funzionamento d’organi Che dovrebbero proprio agire la rivoluzione, operare la rivoluzione… Vi è

un paese, che chiede di vivere negli istituti creati per esprimere e soddisfarne esigenze

economiche, sociali e politiche, e c’è un partito, che boicotta e impedisce il funzionamento

normale di quegli organi. Il partito nazionale fascista aumento il suo potere di ingerenza e di

prevaricazione nei confronti dello Stato. La responsabilità di questo sistema viene attribuita a

Starace e a Mussolini che lo sosteneva e lo guidava.

Dino Grandi dovette fronteggiare direttamente la politica di infiltrazione e di controllo del partito

nel periodo in cui fu ministro della giustizia: “al partito vengono dati poco a poco potere

eccezionali. Esso controlla e dirige tutta la vita del paese. Il segretario del partito diviene il numero

due del regime, esso abbandona ogni fisionomia di partito e divenuta una specie di mezza

caserma. Egli è stato lo strumento con cui la dittatura ha ucciso il fascismo.

Buffarini Guidi denunciava a Ciano la tirannia personale settaria di Starace e la pericolosa

egemonia del partito su tutti settori della vita nazionale.

Bocchini inveiva contro Starace dicendo: “è il dominio della soffocazione e del terrore. Si è

lavorato perfino i carabinieri, che non usavano dire la verità.

Tuttavia fu proprio la rivista del duce ricordare autorevolmente che il partito rappresenta il nuovo

Stato in potenza che spetta al partito di custodire, di realizzare concretamente lo spirito della

rivoluzione delle camice nere e dirigere tutti gli elementi che compongono la società nazionale

verso il nuovo stato indicato da Mussolini.

Con il R.D.L 11 gennaio1937, n.4, fu conferita al segretario del partito la qualifica di ministro

segretario di Stato: “un provvedimento, lo definiva la legislazione fascista nella 19ª legislatura, che

ha voluto consacrare il potenziamento delle funzioni del partito quale organo dello Stato. Un

nuovo statuto emanato il 28 aprile 1938 designo ufficialmente il Pianese partito unico del regime

con personalità giuridica e preciso che i suoi compiti erano la difesa e il potenziamento della

rivoluzione fascista ed educazione politica degli italiani.

Il punto di vista del partito fu imposto nell’abrogazione della legge 19 gennaio 1939 con la quale il

fascismo diede il colpo finale alle ultima vestigia dello Stato parlamentare rafforzò la

compenetrazione del partito nello Stato. La camera dei deputati fu soppressa e venne sostituita

dalla camera dei fasci e delle corporazioni, formata automaticamente dai componenti del

consiglio nazionale del partito nazionale fascista e del consiglio nazionale delle corporazioni.

Nell’attesa di raccogliere l’eredità del duce, il partito nazionale fascista si dedicava con cura

costante, non appariscente, ad occupare di volta in volta con la sua organizzazione tutti gli spazi

possibili nella società adempiendo con meticolosità pedante la sua funzione di grande pedagogo

degli italiani.

Un popolo di tesserati alla scuola del grande pedagogo

Questa era una funzione essenziale e decisiva per la riuscita dell’esperimento totalitario. Essa

comprendeva oltre i compiti dell’inquadramento e del controllo la fascistizzazione delle masse e la

selezione della classe dirigente.

Fascismo concepiva la politica come un’attività di un’aristocrazia del comando che plasma il

materiale umano della massa tramite la strutturazione di miti politici e lo trasforma in una

collettività organica unitario. Il partito era l’organizzazione che operava la fusione e la

trasformazione, che realizzava la risoluzione del privato nel pubblico secondo il principio totalitario

fascista della politi città integrale dell’esistenza. Tutta la politica di massa perseguiva l’obiettivo di

fascistizzare gli italiani per formare una comunità politica integrata nello Stato. L’aspetto

coreografico, liturgico e ludico era nella logica totalitario del fascismo, una delle funzioni principali

della socializzazione fascista degli individui e delle masse, perché tutti i riti sono espressioni di

una vita collettiva, dirette a dare alla nazione un senso di esistenza in Italia e costituiscono una

catena di forme di vita che propagandano il senso collettivo della vita e lo rendono substrato

psicologico del nostro popolo. Il fascismo pretendeva di seguire i cittadini in tutto il loro sviluppo

non abbandonandoli mai, dando a tutti una disciplina, una coscienza e una volontà non uniformi

ma unitarie profondamente accentrata. Infatti sin dai più teneri anni l’idea dello Stato deve operare

sulle giovani anime con la suggestione di un mito che, crescendo l’età, si attua in forme di

disciplina operante milizia. Il partito mettere in atto una politicizzazione della società civile per

realizzare non la formazione di coscienza autonoma ma l’integrale dedizione dell’individuo e delle

masse allo Stato e alla potenza della nazione. Nessun aspetto, nessun settore della vita poteva

41

La via italiana al totalitarismo

essere concepito fuori dell’ambito della politica cioè fuori dell’ambito dello Stato. Il processo di

integrazione era condotto e coordinato dal partito.

Ciaone specifica l’avevano le organizzazioni femminili del partito. I primi fasci femminili erano sorti

nel 1920 e la loro funzione fu definita circoscritta nel campo della propaganda e dell’assistenza. Il

ruolo della donna determinato esclusivamente dalla sua funzione di sposa, di madre e di

educatrice. Il fascismo ostento la sua ostilità per l’emancipazione della donna e il femminismo,

opponendo un ideale di nuova femminilità che ricalcava i modelli tradizionali di sottomissione

della donna all’uomo, ma nello stesso tempo promuoveva la militanza politica della donna

attraverso il partito nazionale fascista.

In questo senso il fascismo considero la donna la migliore collaboratrice dell’educatore fascista

per armonizzare lo spirito della famiglia con quello più ampio dello Stato educando alla patria il

cittadino lavoratore e disciplinato. Alla donna era affidato il compito di fare figli per la patria e di

educare l’uomo fascista doveva impegnarsi anche fuori della famiglia, al servizio del partito per

l’espletamento delle attività assistenziali. La politica di massa del partito tendeva ad una

mobilitazione permanente, attraverso un’organizzazione capillare che non doveva lasciare spazi

privati all’esistenza dell’individuo e delle masse. L’attività della federazione provinciale

interamente dedicata all’applicazione continua dell’esperimento totalitario.

Fondamentale importanza avevano i gruppi regionali, che erano divisi in settori, ogni settore era

diviso in cinque nuclei. Alle dipendenze del nucleo erano posti i capi fabbricato. L’articolazione e

la moltiplicazione delle gerarchie periferiche aveva una duplice funzione: serviva per sistemare i

vecchi fascisti e per dare un frammento di potere del partito ai fascisti zelanti come premio per la

loro fedeltà e la loro dedizione all’organizzazione, nello stesso tempo i gruppi rionali funzionavano

come strumenti immediati e diretti per il controllo delle masse e l’organizzazione del consenso dal

momento che ogni singola famiglia, ogni singolo componente potevano essere conosciuti,

schedati, in quadrati e controllati. Il rapporto con le masse, soprattutto negli anni della grande

crisi fu basato sul tipo assistenziale, con il gruppo rionale che soccorreva famiglie bisognose. La

sua opera si orientava in special modo verso i ceti operai più refrattari ad una fascistizzazione

immediatamente ideologica per fare degli operai una massa disciplinata e ossequiente ai dettami

del regime.

La poderosa organizzazione del partito fascista era tutt’altro che efficiente compatta e

disciplinata. Le sue condizioni interne erano motivo di continue critiche a causa delle beghe locali,

del conformismo, dell’arrivismo, il formalismo e del burocratismo. In particolare il gruppo di

“critica fascista“ voleva che la macchina totalitaria del partito procedesse oltre il fatto materiale

dell’inquadramento di massa per divenire un organismo dinamico nelle mani di un’aristocrazia del

comando, formata da moderni Platoni capace di plasmare la coscienza dell’italiano nuovo.

Tutta via la macchina del partito rimase un farraginoso apparato burocratico con funzione di

inquadramento militaresco e di propaganda pedagogica. Non bisogna però sottovalutare il fatto

che il partito divenne col tempo l’unica dimensione politica entro la quale era possibile esercitare

una qualsiasi forma attiva di partecipazione alla vita dello Stato.

Il grado di attività delle federazioni, dei fasci e delle organizzazioni capillari era condizionato

dall’ambiente, dalla varietà delle situazioni sociali, dallo sviluppo dell’organizzazione, dalla

capacità delle persone e dall’atteggiamento della popolazione verso queste forme di controllo, di

inquadramento, di pubblicazione continua. Soprattutto nelle regioni più arretrate del mezzogiorno

il partito incontrava grandi difficoltà a mobilitare le popolazioni in senso totalitario. La situazione

descritta da segretario federale di Nuoro può essere considerata tipica di molte zone meridionali:

“ la popolazione delle province a spirito patriottico ed è sufficientemente disciplinata, ma nella

gran parte non ha compreso ancora il movimento fascista come movimento rivoluzionario. Il

partito nazionale fascista e considerato come il partito del governo, come partito dell’ordine e

niente più“, il federale non temeva atti contro regime ma vedeva una difficoltà enorme di

rivoluzionare i metodi e i modi di vivere. Si apprezza e siamo al fascismo per quello che ho fatto e

per quello che fa ma non si arde di quella fiamma necessaria per poter abbattere gli ostacoli del

vecchio mondo.”

Il vivaio dei “veri credenti”

Pensare sui tempi lunghi voleva dire però affrontare, nel presente, il problema del consolidamento

del regime, cioè assicurare al partito la conservazione del potere anche dopo la scomparsa del

42

La via italiana al totalitarismo

duce. Per questo investì impegno nell’organizzazione delle nuove generazioni, ritenendole un

materiale umano ancora intatto e perciò plasmabile secondo gli ideali del fascismo.

L’educazione fascista dei ragazzi dai sei ai 18 anni fu affidata alle organizzazioni dei balilla e degli

avanguardisti dell’opera nazionale balilla. L’organizzazione era alle dipendenze del partito, sotto la

direzione di uno dei vicesegretari, ma nel 1929 passo alle dipendenze del nuovo ministero

dell’educazione nazionale, insieme con le organizzazioni delle piccole e delle giovani italiane.

Il partito nazionale fascista non poteva tollerare la perdita di un organismo così importante e ri-

inizio subito l’azione di concorrenza e riconquista. Per questo motivo Giuriati Istituì i fasci giovanili

di combattimento. Starace proseguì l’azione sia contro il ministro dell’educazione nazionale sia

contro il potente capo dell’OND, Renato Ricci, con lo scopo di conquistare al partito il monopolio

dell’organizzazione e dell’educazione fascista delle nuove generazioni. Nel 1937 l’istituzione della

gioventù italiana del littorio fuse tutte le organizzazioni giovanili fasciste sotto l’egidia del partito

nazionale fascista. La GIL divenne così l’organizzazione unitaria e totalitaria delle forze giovanili

del regime fascista, i cui compiti erano la preparazione spirituale, sportiva e premilitare,

l’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole elementari e medie, l’istituzione e il

funzionamento di corsi, scuole, collegi, accademie attinenti alle proprie finalità. Con la carta della

scuola (1939) l’attività scolastica e quella prestata nella GIL divennero un unico servizio

obbligatorio. La GIL aveva i propri collegi per dare un’educazione integrale al giovane che dovrà

avere i posti di responsabilità nell’organizzazione. Per la formazione dei propri quadri, essa aveva

un’accademia che provvedeva alla preparazione dei dirigenti e degli istruttori, ed inoltre

organizzava corsi per ufficiali e graduati, per maestri, per insegnanti e dirigenti della scuola media.

Inoltre vi fu un costante e crescente flusso di denaro da parte dello Stato. La Gil doveva essere un

vero e proprio laboratorio per la formazione dell’italiano nuovo della nuova italiana, una scuola di

massa del partito nazionale fascista in cui poter allevare generazione integralmente fascista.

All’interno di questa massa il partito avrebbe poi selezionato E preparato i futuri dirigenti per

l’aristocrazia del comando. Infatti si sosteneva che il regime non sarà definitivamente vittorioso,

assoluto e imperituro se non quel giorno che noi sapremo che ad ogni posto di comando via una

camicia nera con il tatto entro l’anima lo spirito della rivoluzione.

Nel 1935 il partito istituì i corsi di preparazione politica per promuovere la preparazione di coloro

che formeranno i quadri della nazione fascista di domani ma senza far nascere la presunzione di

una gerarchia in potenza o in virtù. La preparazione riguardava soprattutto lo studio

dell’organizzazione del partito e del regime. I corsi si svolgevano in ogni federazione sotto la

direzione del federale ed erano affidati ai gruppi universitari fascisti e nel 1939 sorse un centro

nazionale di preparazione politica per i giovani alle dipendenze del segretario del partito, aveva

sede a Roma nel foro Mussolini, ed era aperto agli iscritti al partito nazionale fascista inferiori a 28

anni che avevano compiuto il servizio militare e avevano almeno uno dei requisiti.

Erano preferiti I giovani che avevano preso parte alle “guerre per la rivoluzione“. Le materie

insegnate erano: dottrina del fascismo, storia della rivoluzione fascista, ordinamento e funzioni del

partito nazionale fascista, ordinamento dello Stato fascista, economia politica e corporativa,

politica imperiale dell’Italia fascista, politica della razza, legislazione sociale, cultura militare.

I gruppi universitari fascisti , formati originariamente nel marzo 1920, svilupparono come i centri

più fervidi e meno ortodossi di mobilitazione dei giovani intellettuali, per la fascistizzazione

dell’università. Tenere in vita un ambiente di discussione critica all’interno del fascismo in cui

trovava sfogo l’attivismo irrequieto dei giovani più coinvolti nei miti, critici della burocratizzazione

e fautori entusiasti di un ruolo più intraprendente e dinamico del partito. Verso questi giovani il

partito ebbe un atteggiamento ambivalente di sostegno e di diffidenza e cerco di imbrigliare il loro

attivismo in una sorta di agonismo culturale, attraverso le gare dei Littoriali.

Le nuove generazioni, allevate entro un regime chiuso, conoscevano la realtà solo attraverso le

categorie del fascismo ed avevano scarse risorse interiori per resistere al suo appello, che

appariva esaltante e carico di futuro. La rivista comunista “stato operaio“ constatava che: “non vi

è dubbio che questa azione ideologica ed organizzativa del fascismo lasci profonde tracce.

Questa massa di giovani ha creduto più facilmente alla demagogie sciovinista e sociale del

fascismo.

Il problema principale era trasformare l’influenza sulle masse in una conquista delle coscienze tale

da rendere l’adesione al fascismo un atto spontaneo, naturale, normale per ogni nuovo nato in

Italia. Per questo motivo il partito né inseguiva un simulacro più immediato e pratico iscrivendo le

masse fin dalla nascita alla scuola del grande pedagogo. Una circolare del 26 aprile 1940

comunico alle fiduciarie dei fasci femminili che il comandante generale della GIL aveva disposto il

tesseramento dei figli della lupa fin dalla primissima età.

43

La via italiana al totalitarismo

La mania del tesseramento era un aspetto della frenesia con la quale il partito aveva lavorato per

attrezzare il suo laboratorio totalitario, ossessionato dall’idea di dover forgiare italiani nuovi per

affrontare la sfida del tempo e del destino. Con la sua virtù, il genio del duce avrebbe intuito

l’occasione offerta dalla fortuna ma, allo scoccare dell’ora fatale, il materiale umano prendere d’

assalto la storia doveva essere pronto. Mussolini, ossessionato dall’idea del tempo e del destino,

temeva di non avere il materiale umano per fare la storia. Egli voleva sottoporre gli italiani ad un

processo intensivo di rieducazione.

L’organizzazione del partito era l’armatura ortopedica che avrebbe corretto le deformazioni

secolari degli italiani e avrebbe formato il carattere disciplinato e guerriero dei nuovi italiani. I

fascisti erano convinti che l’abito avrebbe fatto il monaco: la pedagogia del partito, agendo sui

comportamenti, avrebbe modificato anche le coscienze. Il tutto era fatto nella volontà di durare

nel moto accelerato dei tempi moderni.

Alla fine del 1939, Starace poteva comunicare al duce che la costruzione del laboratorio era stata

completata: “la struttura capillare è stata sviluppata fino al limite estremo: ciò non vuol dire

soltanto che è stato portato ad un elevato grado di efficienza un meccanismo organizzativo, ma

vuol dire soprattutto che l’opera di coesione e di educazione, compiuta dal partito, è stata spinta

fino all’unità minima, alla quale essa potesse rivolgersi: cioè fino al singolo. La creazione

dell’uomo è stata infatti l’obiettivo costante. L’organizzazione è stata attuata procedendo sul

terreno della spersonalizzazione: l’attività del partito sia fondata non su individualismi ma sull’idea

che sorge dalla fede illimitata in un uomo in cui interamente si rispecchia.”

Problema principale risiedeva nel valutare, aldilà delle tessere, l’adesione delle coscienze, per la

mancanza di analisi specifiche e per la fluidità di un fenomeno qual è il consenso in un regime

totalitario. Nel caso del partito alcuni aspetti del consenso egli riuscì a aggiungerli con il

monopolio dell’attività politica e l’istituzionalizzazione del professionismo politico, con l’attività

assistenziale e ludica fra le masse, con l’inquadramento e la mobilitazione dei giovani. Tuttavia

molti sintomi rivelano che la politica del partito provocava reazioni negative quanto più diventava

invadente ed opprimente la sua mania di inquadramento e di mobilitazione.

Ciò è esplicato in un rapporto di informatori della polizia il 5 gennaio 1939: “si critica da molti che

il regime fascista abbia inquadrato in organizzazioni varie tutte le categorie di cittadini che in

modo da limitarne e controllarne ogni attività. Ne sopprime ogni libertà e le soffoca ogni iniziativa.

Ora tutti sopportano e non manifestano apertamente la loro contrarietà per timore, ma si pensa

che in caso di eventuali insuccesso che dovesse scuotere la salvezza del regime si potrebbe

aprire una violenta reazione a questa compressione. Si ritiene che si accordasse maggiore e più

ampia libertà, sia pure opportunamente controllata, all’iniziativa ed all’attività dell’individuo, il

regime riscuoterebbe vasti consensi e se acquisterebbe larga simpatie”.

Con la guerra il senso di disagio e di crisi del partito aumentarono nella prospettiva della sconfitta

militare. I sostenitori di una intensificazione del processo totalitario continuarono a valorizzare la

funzione del partito come motore della rivoluzione continua. La stampa giovanile fascista era la

più irrequieta e contestare la validità dei risultati e nel pretendere una ripresa della rivoluzione. Si

esaltava il ruolo del partito che è e deve essere ancora oggi il magico strumento al servizio della

rivoluzione ma il partito reale rischiava sempre più di essere soffocato e annichilito dai troppi

compiti di svariata natura.

I giovani fascisti polemizzavano contro la burocratizzazione del partito e il gigantismo

dell’organizzazione dicendo che è tempo di decidere se si vuol far vivere di vita propria il partito o

ci si vuol pascere nell’illusione che una mastodontica massa di individui costituisca una forza

politica ed esprima veramente una volontà è un movimento.

44

La via italiana al totalitarismo

6. L’edificio incompiuto. Lo stato totalitario del fascismo

Una nuova costituzione per lo stato fascista

Il dibattito sul partito riprese con rinnovata viva città dopo l’istituzione della camera dei fasci e

delle corporazioni a causa dei problemi nuovi che la riforma poneva per il futuro del regime e per

la stessa configurazione costituzionale dello Stato italiano. Difatti appariva improrogabile

procedere a una revisione dello statuto Albertino e all’emanazione di una nuova costituzione. Era

convinzione dei giuristi che la profonda trasformazione dell’ordinamento costituzionale italiano

aveva dato vita ad un nuovo tipo di Stato con una propria fisionomia e una propria dottrina.

Amedeo Giannini affermava che “nessuno sognerebbe di dire che la concezione dello Stato in

Italia non è mutata solo perché non è mutata la carta costituzionale. Ciò perché gli ordinamenti

non scritti hanno una propria vita, che trascendono quella della carta costituzionale. Siamo nella

fase costitutiva del nuovo diritto pubblico.” Infatti accanto agli Stati liberali stavano sorgendo

nuovi tipi di Stato la cui costituzione appariva ancora in via di definizione. “ I singoli ordinamenti

sono in pieno sviluppo, specialmente per gli Stati che presentano costituzioni tipiche nuove, ed il

cui sistema non è ancora compiuto”. Era ormai maturo il tempo per l’emanazione della nuova

carta costituzionale dello Stato. Infatti le riforme istituzionali introdotto dal regime fascista

imponevano una radicale revisione dell’antica costituzione per coordinare le sparse membra in un

unico solenne documento enunciando altri sì i fini essenziali che lo Stato fascista si prefigge,

grazie ai quali tanto si distingue dallo Stato liberale nella sua originaria concezione.

Gli ideologi dello Stato fascista erano sollecitati all’abbandono dell’antica costituzione da un certo

orgoglio di primato, suscitato dalla convinzione che l’Italia fascista fosse all’avanguardia nella

costruzione di un nuovo ed originale tipo di Stato, destinato a divenire prototipo e modello dello

Stato nuovo di una nuova civiltà.

“Stato e diritto“ scrisse: “l’Italia si da istituzioni originali Che sono quelle di uno Stato che per

eventi mirabili si trova al centro della storia del mondo”.

Bottai dichiarava che lo Stato corporativo nei suoi principi totalitari e con i suoi nuovi organi

costituzionali rappresentava la soluzione alla crisi dello stato moderno, individuandone la causa

nelle condizioni patologiche, in cui versava la società, per la presenza di quei grandi organismi

che vivono fuori dell’orbita dello Stato e della disciplina del diritto: da qui la necessità

improrogabile di una forte compagine statale.

Teoria fascista dello Stato Totalitario

Nell’Italia fascista termine come Stato totalitario e totalitarismo erano comunemente usati per

definire il sistema politico creato dal partito fascista dopo la conquista del monopolio del potere. Il

termine totalitario, cognato probabilmente dagli antifascisti fu fatto proprio dal fascismo con

ostentato compiacimento per definire la sua compendiata nella formula mussoliniana del 1925:

“tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato. Nel 1927 il duce sintetizzò il

processo di costruzione del regime fascista affermando: “Il partito armato conduce a regime

totalitario”. E anche se nella “dottrina del fascismo” non compare il termine Stato totalitario,

Mussolini, modificando il testo originale specifico che il fascismo è totalitario perché per il fascista

tutto e nello Stato e nulla di umano o di spirituale esiste e tantomeno ha valore fuori dello Stato.

Il termine totalitarismo compare nella pubblicistica fascista nella seconda metà degli anni 20:

“dovremmo entrare nell’anno 1928 con la realizzazione assoluta del totalitarismo fascista:cioè nei

nervi e muscoli e nelle ossa, nelle vene e nelle arterie, nella carne e nel sangue, nelle viscere e fine

alle midolla, dobbiamo fascistizzare il regime fascista”.

E la bozza di un disegno di legge sulla nuova camera presentato da Costamagna alla

commissione Solmi, incaricata di elaborare la riforma, l’articolo uno recitava: “lo Stato fascista

italiano è uno stato totalitario”.

Nel dizionario di politica le espressioni stato totalitario è partito totalitario sono ricorrenti, ma non

c’è una voce per definire il termine Stato totalitario o totalitarismo.

Tuttavia nel periodo fra il 1939 e il 1941 appaiono Italia i primi tentativi di definire teoricamente, sia

dal punto vista ideologico che giuridico il concetto di Stato totalitario.

Vezio Crisafulli riteneva che la nozione di Stato totalitario sembra oggi destinata ad entrare nel

campo della scienza giuridica inserendosi, precisamente, nella non pacifica teorica delle forme di

Stato o di governo… Stando all’idea dello stato totalitario, come di quello che realizza l’intera

funzione delle diverse forze, interessi e tendenze sociali nell’organizzazione statale, ossia

45

La via italiana al totalitarismo

l’identificazione, appunto, totale di società e Stato e che appare oggi l’unica forma di ordinamento

capace di esprimere le fondamentali esigenze dell’epoca di massa.

Altri giuristi con le loro definizioni fecero emergere il mito dello Stato totalitario, presentandosi

come modello ideale al quale avrebbe dovuto ispirarsi, nella sua pratica costituzione il sistema

politico fascista. I giuristi consideravano lo Stato totalitario una forma nuova di governo, che si era

imposta in seguito alla crisi dello Stato liberale, per risolvere il problema delle masse e dello Stato

e affermando la sovranità assoluta dello Stato e coinvolgendo le masse nella realizzazione di una

nuova comunità politica nazionale. Lo Stato totalitario era innanzitutto un regime di massa che

interpretava e realizzava il principio democratico secondo una formula nuovissima che sta vicino

alle forme di democrazia diretta con la partecipazione del popolo più intensa e più immediata. Il

governo e presso il suo capo si esprime dinanzi al popolo intero e non già dinnanzi al parlamento

e l’approvazione della camera è superata dall’approvazione del popolo.

La partecipazione delle masse era considerato un elemento fondamentale insieme

all’affermazione del primato della sovranità dello Stato nei confronti dell’individuo, la

concentrazione del potere nella persona del capo politico, l’istituzionalizzazione del partito unico,

la propaganda di un mito etico politico a carattere dopo mastico. L’insieme di queste

caratteristiche conferiva lo Stato totalitario un carattere qualitativamente differente dallo Stato

assoluto.

Per i fascisti era arbitrario attribuire la qualifica di Stato totalitario ad un qualunque Stato che

affermi non altro che il principio di autorità attuando il concentramento del potere nelle mani del

capo. Ciò che nella teoria fascista del totalitarismo costituiva carattere originale e predominante

del nuovo Stato era la tendenza ad identificarsi con la società nazionale. Nello Stato totalitario

non esistono più limiti all’estensione della sovranità: esso deve ordinare ogni contenuto della

realtà sociale e l’identificazione di Stato e società realizza un limitato comunismo statale.

Il totalitarismo era conseguenza di una nuova forma di rivoluzione, manifestatasi dopo la grande

guerra, la rivoluzione totalitaria, che perseguiva non solo un rinnovamento istituzionale, bensì in

primo luogo umano. Infatti “la rivoluzione contemporanea non si limita alla creazione di istituti

giuridici e sociali che toccano uomo soltanto nei suoi rapporti esterni, ma procede a volere che

l’anima dell’uomo le appartenga in ciò che è costume di vita. L’individuo quindi appartiene tutto

allo Stato”.

Lo Stato totalitario era una costruzione nuova, che nasceva da una radicale trasformazione della

concezione della politica: lo Stato totalitario e il regno della politica integrale. La politica

comprende in sé stessa la totalità delle manifestazioni della vita sociale, la quale tutta viene ad

essere orientata, guidata e governata in funzione di fini politici.

Lo Stato-Partito

Il partito rivoluzionario, è il partito che portando con sé una nuova concezione dello Stato, opera e

combatte, conquistato il potere con l’insurrezione, per attuare in un nuovo ordinamento giuridico

questa concezione. Pertanto il partito rivoluzionario è insurrezionale, dittatoriale, totalitario, unico.

E’ il partito rivoluzionario che spiega e giustifica il partito unico.

La totalitarietà è dal partito trasmessa allo Stato nuovo che è stato partito, stato creato dal partito

portatore dell’idea rivoluzionaria, per cui il partito rivoluzionario ecclesia che trasmette carattere di

ecclesiasticità allo Stato.

Lo Stato nuovo è caratterizzato dall’attiva presenza, in esso di un partito totalitario che è

legittimato da una rivoluzione ben più profonda che si è operata nelle concezioni politiche. Il

partito unico esprime e realizza la sostanza politica stessa dello Stato.

Il partito nazionale fascista faceva propria la concezione del partito totalitario come partito della

rivoluzione continua pur dichiarando di essere al servizio dello Stato fascista. Anche il partito

nazionale fascista prendeva posizione nell’annosa controversia sulla sua natura giuridica,

negando, sia pure con ambigue contorsioni dialettiche, che esso potesse essere considerato un

organo dello Stato in virtù della sua origine e della sua natura rivoluzionaria, perché il partito

fascista non è stato creato dallo Stato, anzi e foto in un primo tempo fuori dello Stato, soprattutto

in quanto spetta al partito la funzione di conservare lo spirito della rivoluzione, che spirito di qui è

permeato lo Stato.

Il fondamento dello stato totalitario è il partito unico.

Costantino Mortari Osservava che non vi potevano essere dubbi sull’impossibilità di intendere lo

Stato fascista senza precisare il posto occupato in esso del partito, ma lamentava la deficienza di

trattazione approfondita sull’argomento, attribuita allo scarso interesse che è destinato a suscitare

46

La via italiana al totalitarismo

un ente come il partito, le cui funzioni non si svolgono in un campo specificamente regolate dalla

legge.

Panunzio parlava di “tormento teoretico” della definizione del partito fascista. Ma dietro questa

definizione vi era un tormento ideologico che agitava sia coloro che volevano porre fine alle

pretese rivoluzionaria del partito unico sia coloro che invece di tali pretese si facevano interpreti e

persino fautori, sostenendo che il nuovo Stato fino ad allora edificata dal fascismo non era ancora

lo Stato nuovo totalitario. Il partito non poteva certo acquietarsi nella condizione di un partito

unico al servizio dello Stato fascista, ma doveva continuare la sua rivoluzione fino al

completamento dell’edificio. Tale completamento era però una meta ideale di un’inesauribile

rivoluzione continua.

Pellizzi spiego che: “tale concetto esclude che lo Stato qualsiasi, comunque aggettivato e

idealmente vagheggiato e desiderato, possa mai trovare piena attuazione. Esso implica che la

realizzazione piena dello Stato fascista integrale è un mito, esso ci impone di operare ad ogni

istante nella direzione e in funzione di questo mito, ma ci preclude l’illusione di poterlo mai

interamente realizzare.”

Tuttavia anche il mito della rivoluzione continua si presentava ad interpretazioni contrastanti per

quanto riguardava la posizione del partito nei confronti dello Stato. La concezione della

rivoluzione continua proposta da Pellizzi poteva facilmente essere invocata per arginare l’impeto

rivoluzionario dei turisti totalitari richiamandoli al dovere di obbedienza allo Stato divenuto ormai

un’opera compiuta entro la quale il partito doveva vivere attenendosi allo svolgimento di compiti

di carattere pedagogico e assistenziale. I sostenitori di questa tesi erano giuristi che rimanevano

legati alla tradizione e i fascisti autoritari (Dino Grandi).

Sul versante opposto i fascisti totalitari interpretavano la rivoluzione continua come opera

ideologica politica e giuridica e volevano liquidare tutto quanto, nello Stato fascista era ancora

eredità del vecchio Stato di diritto. La costruzione dello stato totalitario doveva sostituire lo stato

di diritto.

Costamagna osservava nel 1940: “Esperienza dello stato totalitario è appena ai suoi inizi, in

quanto nella trama del sistema permanevano profonde lacune lasciate aperte dal metodo della

gradualità adottato dalla rivoluzione fascista nella sua impresa della trasformazione dello Stato. In

particolare mancava la legalità che per risultare vitale, deve radicarsi nel costume e deve

confortarsi pur di una qualche armonia intellettiva.” Sua conclusione era una severa denuncia

dell’arretrato stato dei lavori della costruzione dello stato totalitario: “l’edificio dello stato totalitario

in Italia, sebbene più avanzato che in altri paesi in via di rinnovamento, è ancora un edificio

incompiuto. Manca il coronamento dell’edificio, manca la saldatura finale. A questo deve

provvedere la tua ultimo dei principi generali: non semplice carta del diritto, ma tavola

fondamentale della legge fascista.”

In effetti, l’edificio statale italiano si presentava come un ibrido ordinamento avente una

condizione giuridica confuso rubato da tensioni e contrasti e disposta a sviluppi incerti e

imprevedibili.

Il duce: eroe o istituzione?

Mussolini, il duce, era il perno sul quale si reggeva e attorno al quale ruotava tutto il complesso

istituzionale e organizzativo del regime fascista. Nella legge che istituiva la camera dei fasci

compariva l’espressione: “il duce del fascismo, capo del governo”: in tal modo la figura del duce

era conferito un vero e proprio carattere istituzionale.

La legislatura del 29 ha contribuito all’ulteriore affermarsi di quella preminente funzione di

direzione, di coordinamento, di propulsione in ogni campo dell’attività statale, che è propria del

duce del fascismo, capo del governo. L’estensione e l’intensità delle attribuzioni e erogative che

spettano al duce, nella sua qualità di capo di tutte le forze armate, di capo del partito nazionale

fascista e di presidente del gran consiglio del fascismo. La figura del duce del fascismo è

collegata all’altra di capo del governo. La qualifica di duce ha assunto compiutamente un

significato giuridico definendo il duce come capo supremo del regime.

Nella rivista “Gerarchia”, Pietro Chimienti sostenne che il duce era diventato una qualifica

costituzionale del regime fascista. Inoltre il 30 marzo 1938 le due camere avevano votato per

acclamazione il conferimento del grado di primo maresciallo dell’impero al re e a Mussolini, è

un’ulteriore conferma non più equivocabili veniva dal R. Di. 28 aprile 1938 che approvava il nuovo

statuto del partito nazionale fascista. Tutto ciò mostrava chiaramente che la figura del duce aveva

assunto carattere di diritto pubblico, e che la qualificazione costituzionale di duce del fascismo,

nel regime fascista, è inscindibile da quella di titolare dell’ufficio di capo del governo.

47

La via italiana al totalitarismo

Infatti un capo, una guida di tutte le forze morali e materiali della nazione, organizzata allo scopo,

e tecnicamente necessario che vi sia. A questa guida il diritto pubblico fascista ha dato un

carattere costituzionale con la qualifica di duce.

Tuttavia questa interpretazione della qualifica di duce non riscuoteva un consenso unanime. Vi

erano i pareri di coloro che consideravano la qualifica di duce un titolo personale di Mussolini

come lo era la qualifica di quadrumviro per i capi della marcia su Roma, e perciò non

trasmissibile, come titolo costituzionale, ad un suo successore nella carica di capo del partito

nazionale fascista. Nella stessa commissione Solmi furono tutti concordi nel ritenere che il titolo

era personale ed apparteneva solo a Mussolini.

Nella voce duce del dizionario di politica si precisava che la nozione espressa dalla parola è

legata indissolubilmente alla persona di Benito Mussolini. L’ipotesi che la successione toccasse il

segretario del partito, quasi “vice duce“, incautamente avanzato da un giovane, era stata

prontamente rintuzzata e respinta. All’interno del partito nessuno osava maculare la sacralità

carismatica della figura del duce con ipotesi di successione.

Ancora nel 1901 era respinta la tesi di una qualificazione giuridica dell’appellativo duce perché era

una figura di eccezionale portata storica e politica più e meglio che non giuridica, trovando un

degno posto nei “gli eroi“ di Carlyle.

Sergio Panunzio si rifece alla concezione del capo carismatico di Marx Webber. Il concetto di

duce andava differenziato da quello di capo del governo perché il duce è una figura storica

eccezionale, la dittatura del duce è una forma ideale a sé e uno stato di grazia dello spirito, e la

dittatura eroica, figura storica o se vogliamo filosofica, non figura giuridica quindi non ordinaria e

comune, non ripetibile e non riproducibile. Fatto che si trattasse di una qualifica personale al di

fuori al di sopra dello Stato fascista lo dimostrava il fatto che nessuno legge stabiliva la sua

trasmissibilità a differenza delle altre qualifiche Benito Mussolini e il duce perpetuo.

Tuttavia in questi termini veniva eluso il problema vero della discussione sulla qualifica del duce

ovvero quello che riguarda la successione del capo politico. Non si poteva negare il legame con

Mussolini ma non si poteva neppure negare che ormai il titolo duce del fascismo, capo del

governo indicava ufficialmente un istituto costituzionale sul quale poggiavano il sistema politico e

l’ordinamento giuridico dello Stato fascista. La questione della denominazione da dare a questo

istituto e all’uomo che lo rappresentava era secondaria: “se al sentimento nazionale ripugnerà

attribuire il titolo di duce ad altri che a Mussolini, si potrà benissimo cambiare il nome senza

perciò cambiare la configurazione politica.

L’incognita del nuovo duce

Si aprì la questione riguardo le procedure per la designazione del capo politico come del capo del

partito e capo del governo. La centralità della figura del capo politico deriva dalla concezione

fascista del comando unico, che si incarnava nella figura del capo. I fascisti erano unanimi nel

ritenere che al centro della vita statale fascista ci dovesse essere un uomo che vede, giudica e

vuole. Tutto il sistema gerarchico dello stato totalitario culminava nella figura del capo politico.

Secondo l’articolo 13 della legge del gran consiglio in caso di vacanza di capo del governo,

questo organo doveva presentare al Re una lista di nomi per la successione. Questa era la parte

delicata del problema in quanto unire insieme i tre aspetti cruciali della continuità dello Stato

partito: la scelta del capo del governo, la scelta del capo del partito, la connessione fra capo del

governo e capo del partito come secondo duce.

Chimienti Aveva sostenuto che in caso di vacanza del capo del governo politico chiamato dal re a

comporre il nuovo ministero doveva presentarsi come il rappresentante e qualificato di tutte le

forze morali e materiali organizzate e rappresentate in parlamento, cioè come duce del fascismo

quindi dotato già di una posizione di diritto pubblico sulla quale non è possibile equivocare.

Pertanto il prescelto della corona, tra i nomi indicati nella lista predeterminata dal gran consiglio,

porta anche con sé la qualifica di duce.

Secondo Panunzio La scelta del re era libera, perché la designazione da parte le gran consiglio

non era vincolante infatti spettava al re la scelta in quanto organo e interprete supremo del

popolo, e cioè il diritto della nomina del capo del governo.

Altri giuristi ritenevano invece che il re fosse vincolato alle indicazioni del gran consiglio.

Per Mortati la lista predisposto dall’organo supremo del regime non poteva contenere che un solo

nome, quello del duce del fascismo.

La natura totalitaria del regime fascista non avrebbe consentito al sovrano di compiere una scelta

che fosse in contrasto con l’indirizzo politico del partito unico, dal momento che nell’ordinamento

fascista la potestà del capo dello Stato consiste soltanto nel constatare se continuano quelle

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La via italiana al totalitarismo

direttive fasciste, che legalmente informano il sistema instaurato dalla recente legislazione

costituzionale. L’indirizzo politico dello Stato fascista era predeterminato istituzionalmente sia del

gran consiglio sia dal partito fascista allo scopo di mantenere il sviluppare nel paese lo spirito di

quell’indirizzo politico. Il governo dello Stato e quindi organizzato permanentemente in senso

fascista.

Conseguenza come il gran consiglio nel predisporre la lista è vincolato dal dovere di scegliere i

nomi di coloro che meglio possono attuare l’indirizzo politico in senso fascista, lo stesso dovere, il

capo dello Stato per provvedere alla nomina. Pertanto anche la scelta del nuovo capo del

governo, il capo dello Stato è tenuto giuridicamente a seguire la designazione del gran consiglio

in caso contrario compirebbe un atto in costituzionale arbitrario.

La posizione intermedia sosteneva che fosse prudente e così delicate affidarsi ad ipotesi che

lasciassero sempre aperta una via attraverso la quale le esigenze, talvolta improvvise ed

imprevedibili, della realtà trovino modo di affermarsi perché un’eccessiva rigidità non farebbe che

mettere in utilmente a rischio la vita stessa delle istituzioni del regime. Una di queste vie poteva

essere l’ipotesi che il re era libero di effettuare la sua scelta anche al di fuori di questo, il re non

avrebbe mai potuto chiamare tale carica un non iscritto al partito in quanto questo sarebbe stato

un atto rivoluzionario. Ma allo stesso modo era prerogativa del re revocare il capo del governo

quando risulti che egli non è più duce del fascismo cioè non si trova più in quella posizione

politica dominante nei confronti di tutte le forze della nazione.

Tuttavia rimaneva insoluta la questione dei rapporti reciproci fra le due qualifiche di capo del

governo e duce del fascismo.

Secondo alcuni constatata la mancanza nell’ordinamento attuale di un qualunque sistema di

designazione del capo del fascismo la dove ne esiste uno preciso e completo per la nomina del

capo del governo, e la dirigente che il conferimento della qualifica di capo del governo

determinava e condizionava il conferimento della qualifica di duce del fascismo. Quanto alle

prerogative del re e la nomina del capo del governo egli era assolutamente libero ed era proprio

ed esclusivo del re l’apprezzamento supremo del possesso e della perdita dei requisiti che

possono fare di un uomo politico il duce del fascismo. Questa tesi venivano fatti discendere due

corollari:

1. La subordinazione del partito agli ordini e alle direttive del capo del governo non comportava

l’inevitabile unificazione giuridica della carica di capo del governo con quella di capo del

partito.

2. La qualifica di duce del fascismo non si identificava necessariamente con quella di capo del

partito fascista, in quanto il duce del fascismo era titolo più ampio di capo del partito

nazionale fascista perché indicava duce della nazione di cui il partito nazionale fascista era

solo una parte.

In tal modo si rimetteva in discussione l’unità personale della carica di duce del fascismo e di

capo del governo nella figura del capo politico con funzione di comando unico.

Carlo Alberto Biggini temeva che con l’istituzione della camera dei fasci era confermata che

l’istituzione centrale del sistema di governo e il duce, che anche capo del governo. Infatti è

attraverso la figura del duce del fascismo, così inserita nell’ordinamento statuale, che si attua il

collegamento costituzionale tra Stato e partito e fra Stato e popolo pervenendo ad una unità

istituzionale già per centro il capo del governo.

La posizione di capo del partito era quindi il prerequisito fondamentale per il conferimento della

carica di capo del governo evidenziando come il partito unico era uno strumento agli ordini del

capo politico nello stesso tempo il fondamento della sua autorità. Infatti la figura del duce non si

capisce se non si tiene presente il suo rapporto col partito. Egli ha ai suoi ordini anche il partito

ma d’altra parte il suo potere politico si fonda sul partito in virtù di un processo sociologico.

Dietro le dispute teoriche si vedono in competizione orientamenti ideologici: i fautori del

potenziamento della volontà politica del re e quindi dello Stato tradizionale, e i fautori del

potenziamento della volontà politica del partito unico e della rivoluzione totalitaria.

Questo confermava che l’edificio totalitario non solo era compiuto, ma la costruzione realizzata si

reggeva ancora principalmente sulla persona di Mussolini.

Costamagna dirà che: “ non è la salute di una Repubblica o di un regno avere un principe che

prudentemente governi mentre vive, ma uno che l’ordini in modo che morendo ancora la si

mantenga.”

Panunzio osservava che non si può e non si deve pensare che esista o possa esistere la fabbrica

del capo politico.

Tuttavia nell’ambito del partito e da parte del partito innanzitutto andava affrontato il problema del

nuovo capo politico: “più volte sia riguardo paragonato il partito fascista alla Chiesa cattolica. È

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El-diez

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche, sociali e internazionali
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher El-diez di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Cammarano Fulvio.

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