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La via italiana al totalitarismo

Parte prima

Il Partito fascista nell'analisi politica dei contemporanei

È un fatto singolare la scarsa attenzione che gli storici hanno mostrato per la storia del Partito fascista, al punto che nel 1974 i curatori di un’antologia rivelarono la mancanza di “una storia soddisfacente del Partito fascista nella sua dinamica interna”. La conseguenza di ciò fu la cristallizzazione di interpretazioni opinabili non sottoposte a nessuna verifica storiografica, assumendo valore di giudizi definitivi. Corre quindi il bisogno di definire la storia del Partito, nei confini del criterio di metodo secondo il quale “non è lecito accostarsi a un tema storico senza precisa informazione di tutto il lavoro compiuto intorno ad esso”.

La novità del Partito-Milizia nelle interpretazioni degli anni '20

Mario Missiroli, al momento della sua costituzione, definirà il partito come “un partito di eretici nel quale convivevano opposti pensieri e opposte anime ma continuava ad essere un aggregato eterogeneo di atteggiamenti diversi interprete delle passioni più svariate e dei sentimenti più contraddittori.” Infatti nel tempo passato tra l’adunata di piazza San Sepolcro nel marzo 1919 e il congresso di Roma nel novembre 1921 non vi fu nel fascismo un processo di sedimentazione e di fusione fra le molteplici realtà che confluirono nel nuovo partito, per questo “nel suo amalgama informe di forze discordanti e contraddittorie e tenuti insieme dal prestigio personale di un uomo“ si intravidero forze che si sarebbero scontrate.

Guido Dorso, dirà che la crisi “esplose per l’incrociarsi delle azioni e delle reazioni delle forze che del partito costituivano l’amalgama”: da una parte i gruppi costituzionali (aderivano per far riassorbire la rivoluzione piccolo borghese), dall’altra le originarie forze rivoluzionarie che si rinserravano sempre più nello squadrismo. Fra queste posizioni Mussolini attuò una politica pendolare, atteggiandosi a duce della rivoluzione ma senza spingere coerentemente la sua azione verso la creazione dello Stato partito. Infatti lo squadrismo era la vera forza del PNF, ma era anche l’avversario più riottoso della sua politica di normalizzazione che mirava alla liquidazione dello squadrismo. Lo spirito ciecamente totalitario del fascismo vanificò la manovra neo trasformista di Mussolini, e nel 1924 spinse il duce verso l’estremismo Farinacciano. Tuttavia la manovra fiancheggiatrice dei costituzionali, nonostante il successo degli intransigenti, sarebbe riuscita ad attuare un nuovo compromesso trasformista. La diagnosi di Dorso era inevitabilmente condizionata dalla situazione confusa, ma conteneva elementi importanti quali l’accenno all’impeto totalitario dello squadrismo, ovvero un fenomeno sociale ed un nuovo orientamento politico antiliberale e potenzialmente totalitario.

Luigi Salvatorelli osservo che il fascismo pur trasformandosi in partito rimaneva soprattutto milizia, cioè organizzazione armata che rivendicava il diritto di identificarsi con la nazione e di sostituirsi allo Stato nella repressione dei presunti partiti antinazionali; infatti scriveva “il fascismo si è sostituito allo Stato ed ha stabilito la propria dittatura schiacciando gli avversari”. Egli ritenne che il fascismo fosse un vero e proprio movimento politico espressione di una nuova classe sociale organizzato per fini propri e mirante alla conquista del potere per proprio conto, non illudendosi che le parole e gli atti antiliberali del fascismo fossero degli azioni occasionali e momentanee, in quanto rappresentavano la più vera natura del fascismo. Egli teorizzò che pensiero teorico del fascismo forse incerto e nebuloso, ma appariva ben chiaro attraverso i verbalismo retorici e confusionari che lo Stato fascista non ammette opposizione politica attiva.

Queste considerazioni erano inerenti alla mentalità del PNF che catalogava il “non fascismo“ come antistatale e antinazionale, con una mentalità che conduceva al partito unico. Egli teorizzerà: “da un lato gli spartìati, dall’altro gli iloti. L’unico partito legittimo e autorizzato a cui chiunque non si adatta a far da ilota corre ad iscriversi, finché anche il partito privilegiato sparisce. Correndo dietro la vita perfetta si arriva così alla morte politica della nazione.”

L’orientamento totalitario del fascismo corrispondeva a una tendenza che si stava formando in Europa, e ciò dimostrava che non si trattasse di una situazione contingente e transitoria, ed era il fenomeno di una nuova relazione dell’assolutismo statale uno statalismo nuovo perché nazionalista e bellicoso, demagogico e invadente, che pretendeva l’assoggettamento delle coscienze, elevando la guerra di conquista al suo scopo supremo.

Giovanni Amendola scrive “la caratteristica più saliente del fascismo rimarrà lo spirito totalitario, il quale non consente all’avvenire di avere albe che non saranno salutate con il saluto romano, come non consente al presente di nutrire anima che non siano applicate nella confessione: “credo“

Antonio Gramsci rileva l’originalità del fascismo nella forma adeguata di organizzazione, ovvero l’esercito in campo. La milizia è quindi il perno del partito nazionale fascista. Il partito fascista è solo un aggregato un meccanico indifferenziato e in differenziabile dal punto di vista delle capacità intellettuali e politiche, che vive solo perché ha acquistato nella guerra civile un fortissimo spirito di corpo rozzamente identificato con l’ideologia nazionale.

Egill intuì che uno dei problemi del fascismo sarebbe stato posto dalla necessità di superare la condizione di aggregato per divenire un’organizzazione unitaria. Il superamento di quest’situazione avvenne per una serie di fatti politici. La crisi del partito fascista dopo la marcia su Roma, fu dovuta allo scontro fra le sue eterogenee componenti in particolare la matrice dello scontro fu affidato alle diatribe sociali tra la piccola borghesia (aspirazioni rivoluzionarie) e la borghesia conservatrice (disegno di fascistizzazione dello Stato in senso autoritario-costituzionale), tuttavia mancavano informazioni per stabilire i nessi fra i conflitti politici e conflitti di classe all’interno del partito.

Ignazio Silone sulla base di dati relativi alla composizione sociale del partito forniti da militanti comunisti cooperavano clandestinamente nel paese, provo a spiegare la crisi del partito fascista, e la sua attendibilità fu data dallo stesso segretario del partito, ovvero Augusto Turati. Egli, secondo i canoni dell’analisi classicistica, parti dall’intuizione che il fascismo era un fenomeno sociale vasto ed eterogeneo, formato dalla stratificazione successiva di gruppi che si erano raccolti nella sua organizzazione.

L’agnosticismo ideologico, consentì al fascismo di incorporare strati sempre più larghi del vecchio personale dirigente della borghesia italiana, già organizzati attorno ai capi liberali e democratici, e di avvantaggiarsi dell’apporto di gruppi compatti da tutti i partiti politici italiani eccetto il partito comunista. Senza un piano precedentemente elaborato il partito divenne un movimento politico autonomo, presentandosi come il realizzatore dell’unità politica della borghesia e il costruttore di un nuovo tipo di Stato. Tuttavia questo processo fu tormentato dallo scontro interno fra la massa originaria (piccola borghesia produttiva) e le componenti sociali della media e alta borghesia (confluite dopo la marcia su Roma).

L'oggetto dello scontro e i piani interni

  • Piano Farinacci: il partito doveva dominare e doveva realizzarsi il potere della piccola borghesia sullo Stato.
  • Piano Federzoni: il partito, avendo esaurita ormai la sua funzione di partito, avrebbe potuto anche essere liquidato o essere conservato come mero supporto propagandistico per la politica del governo.

Mussolini oscillò fra i due piani, egli sapeva che senza sostegno del partito non avrebbe potuto mantenere il potere, ma sapeva anche che l’adozione del “piano Farinacci” avrebbe comportato pericoli maggiori, seppure fosse stata praticabile. Alla fine prevalse un piano intermedio (“piano Mussolini”) che attenuò gli effetti negativi del dissidio fra partito e governo, e che si identificò come il tentativo di modificare radicalmente la composizione sociale del partito spalancando le porte alla borghesia vera e propria ed espellendo su larga scala il maggior numero di fascisti della prima ora.

Il piano riuscito solo in parte, e la trasformazione del partito avvenne in questi termini:

  • In tutte le federazioni vi è una prevalenza politica assoluta degli industriali e degli agrari.
  • In tutte le federazioni vi è una prevalenza quantitativa assoluta di ceti medi.
  • In tutte le federazioni vi è un numero ristrettissimo e trascurabile di operai industriali e di braccianti agricoli.

Tuttavia il fatto che la massa fosse composta soprattutto dai ceti medi non oscurava la tensione che vi era fra la borghesia e ceti medi, a cui si aggiunsero anche motivi di conflitto latente. Tuttavia era un errore considerare gli attuali rapporti delle forze interne come qualcosa di definitivo perché la situazione del partito era una posizione di transito verso una diversa disposizione di forza, infatti l’egemonia politica della borghesia si urta contro difficoltà obiettive data la varietà dei gruppi in cui la borghesia si divide e data la debolezza relativa della borghesia in alcune province. Per questi motivi bisognava tenere presenti la tensione e il dinamismo. Lo studio sulle componenti interne del fascismo rimase tuttavia uno schizzo, abbozzando correnti e gruppi interni, come i revisionisti.

Le interpretazioni dei fascisti e la prospettiva storica

Herbert W. Schneider in “Making The Fascist State”, scompone il fascismo nei “molti fascismi”, ciascuno con un carattere peculiare di tipo sociale, ideologico e politico. Inoltre, soltanto il fascismo milanese ebbe sin dall’origine una visione nazionale, e il PNF è un’operazione del fascismo milanese per consolidare i rapporti fra i molti fascismi e preservare l'unità del movimento su una dimensione nazionale. Tuttavia la conquista del potere moltiplicò i fattori di divisione e di conflitto, specialmente fra la massa degli squadristi e la massa dei nuovi iscritti. L’unico elemento che tenne unito il PNF fu Mussolini, al quale tutti dichiaravano la propria fedeltà, e infatti proprio la disgregazione fece emergere il mito del duce, perché tanti più accentuavano le loro divisioni tanto più accrescevano essi stessi la funzione unificatrice del duce. Inoltre, soltanto l’appoggio dello squadrismo consentì a Mussolini di superare questa crisi.

Farinacci fu un organizzatore e un propagandista molto abile, ma non ebbe la duttilità politica necessaria per poter convivere al potere con Mussolini e con Federzoni: il suo errore fu di aver dato l’impressione di voler sovrapporre la sua immagine a quella del duce al vertice del partito, e di voler imporre l’autorità del PNF sul governo. Il suo successore, Turati, era una figura neutra, scialba, inoffensiva, docile strumento nelle mani del duce, ma era una valutazione errata. Le valutazioni di Schneider risultano meno efficaci dopo il 1925 in quanto era convinto che il partito fascista avesse perso importanza, trasformandosi in una sorta di club nazionale per la classe dirigente, con compiti più culturali che politici.

In uno studio con Shepard B. Clough, modificò la sua concezione di Turati riconoscendo che la sua politica aveva una propria fisionomia e che il partito aveva assunto compiti nuovi e non di minore importanza, aspirando a perpetuarsi e a diffondersi. I due autori ritenevano che la posizione del partito, nel 1928 avesse conquistato maggiore prestigio nel regime, e avesse rafforzato il suo status politico. I due cercavano così di affrontare il problema della metamorfosi del partito nazionale fascista. Tuttavia rimaneva il quesito fondamentale, ovvero cos’era il partito nazionale fascista e come si collocava nella tipologia dei partiti politici.

Il problema fascisti è che si descrive come avrebbe dovuto essere o si immaginava che fosse il partito e la sua posizione. Scritti pseudo storici possono essere “il partito fascista” (Arturo Marpicati), o dal saggio di Antonio Canepa. In generale si può notare che la prospettiva storica dei fascisti, con il consolidamento del regime, subisce un progressivo appiattimento, per cui il passato del partito si riduce ad una rappresentazione teleologica e apologetica, come dimostrano “Storia del fascismo” (Giorgio Pini e Federico Bresadola) e “storia del movimento fascista“ (Gioacchino Volpe).

In “storia del fascismo“, sono presentati i contrasti fra posizioni diverse, con la figura di Mussolini che predomina ma con il partito che conserva ancora una certa individualità fatta di elementi eterogenei legati da atteggiamenti unitari, inoltre le vicende del partito hanno altri protagonisti oltre al duce ritratti con polemica è apologia. La crisi era descritta con un certo realismo, avente faziosità e alterazioni per l’evidente simpatia verso gli atteggiamenti del fascismo squadrista e intransigente, e il motivo della sua nascita fu riscontrato nello scontro fra la falange dei nuovi arrivati, che cercarono di compensare la mancanza del passato squadrista con una pretesa preparazione tecnica e politica, e la vecchia massa fascista, i quali sentivano che la rivoluzione non era stata completata. Lo scontro provocò crisi locali, mentre la direzione del partito finisce per essere pressoché inesistente. Il fascismo delle province si rivoltò contro l’inquinamento del fascismo e contro certi personaggi che trafficano per il loro esclusivo interesse.

Dopo il delitto Matteotti, la crisi fu vinta dal fascismo delle province, il quale riaffermò energicamente la risoluta volontà di continuare la rivoluzione secondo il più intransigente dei programmi. Il partito torno così sotto una guida unica con Farinacci il quale attuò un’opera assidua di riordinamento dei quadri, e con Turati si ebbe la definitiva sistemazione del partito cioè una trasformazione radicale che fece sparire quanto ancora resta di impalcatura democratica ed elettorale del partito, procedendo ad una revisione generale delle situazioni nelle singole province che fosse veramente la parola fine a tutte le battagliole di campanile e a tutte le croniche crisi locali. In questo modo il partito acquisì una salda disciplina interna diventando un potente e sicuro strumento nelle mani del duce: esercito di militi prima che partito di tesserati. Inoltre egli vuole estendere l’influenza del fascismo sulla nazione e assicurare al partito una posizione preminente influente e saldo.

Il libro “storia del fascismo“ esprime la prospettiva storica del fascismo intransigente temperata da una pervasiva esaltazione del duce, Nonostante negli anni del regime il ricordo di questo periodo di storia del partito venne adottato ad una revisione del passato per dare l’immagine di una sostanziale uniformità e coerenza e continuità di svolgimento del fascismo. L’immagine storica del fascismo lo rappresentava come movimento forgiato dalla volontà creatrice del duce per la rivoluzione nazionale, per questo motivo il processo storico del partito era una marcia trionfale verso la conquista dello Stato, facendo così perdere al partito la propria individualità per confondersi e immergersi in un generico fascismo monolitico e totalitario.

Gioacchino Volpe, fa apparire il partito solo nella lotta per il potere e dopo la marcia su Roma quasi esce dalla scena. Infatti il fascismo era un modo di rinnovarsi della nazione italiana venuto progressivamente identificandosi con la nazione perdendo i suoi caratteri di partito, mostrando un’evidente sottovalutazione del partito in quanto tale. Volpe attribuiva al solo Mussolini la trasformazione del movimento in partito per l’esigenza di coesione disciplina e definizione rispetto ad altri partiti, egli voleva mettere in rilievo la figura di Mussolini, ovvero il capo, cioè colui che impersona ormai il movimento, da lui stesso suscitato, nei suoi elementi essenziali. Il fascismo non si esaurisce tutto nel partito, in quanto si identifica con l’interesse generale e con l’Italia. I pochi accenni alle vicende interne del partito prima della marcia su Roma indicavano gli impazienti vagheggiatori di più grandi e più rivoluzionari colpi di stato che incalzavano e ostacolavano la corda strategia del duce, dopo la conquista del potere questi accenni rievocavano le ambizioni di regole provinciali del fascismo, certa tentazione di strafare da parte degli zii lentissimi se non sempre sincerissimo, certa volontà di sopraffazione verso i poteri dello Stato da parte degli impazienti di marciare ancora. Negli anni dal 1922 al 1925 vi fu una prova di forza fra il duce e una massa di fascisti, Infatti il partito si era troppo rapidamente ingrossato di opportunisti, e ciò causò una crisi di sovrabbondanza: cioè troppa gente in cui il parlare è il sentire parlare e operare non rispondevano, con l’impressione che si scalzasse il principio di autorità. Queste furono le condizioni in cui Mussolini e il fascismo affrontarono la tempesta dopo il delitto Matteotti, che produsse caos, fino a che nel 1925 Mussolini riprese appieno il timone, con un fascismo che usciva dalla tempesta un

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher El-diez di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Cammarano Fulvio.
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