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Capitolo 1: Le discipline DEA, Fabio Dei

Che cosa significa M-Dea/01

M-Dea significa discipline demoetnoantropologiche, combinazione dei tre principali insegnamenti di questo settore che sono:

  • Antropologia culturale: Approccio teorico e comparativo
  • Etnologia: Studi settoriali su specifici popoli
  • Demologia o storia delle tradizioni popolari: Studio della cultura popolare e tradizionale della nostra stessa società

Entrambe si occupano dello studio dell’uomo e delle culture umane nelle loro articolazioni etniche e nelle loro espressioni popolari, cioè in tutto ciò che contraddistingue popoli e persone (come i mestieri, le usanze etc).

Per cultura si intende il complesso degli elementi non biologici attraverso i quali i gruppi umani si adattano all’ambiente e organizzano la loro vita sociale. Tra aspetti biologici e culturali c’è un rapporto inestricabile ma è fondamentale fare una distinzione perché sono oggetto di scienze diverse: l’antropologia fisica riguarda l’ambito scientifico, l’antropologia culturale ha una dimensione più filosofica ed è ambito umanistico.

L’antropologia non rappresenta un sapere cumulativo perché i suoi sviluppi e le sue evoluzioni sono reversibili nel tempo.

L’origine dell’antropologia culturale

Alcuni antropologi amano retrotardare le proprie origini vedendo precursori in Erodoto (primo narratore di viaggi interessato alla diversità culturale) o a Montaigne (col suo progetto di documentazione sistematica delle culture primitive della fine del settecento).

Nella seconda metà dell’800 l’antropologia culturale si organizza come disciplina autonoma, di solito la sua nascita si fa corrispondere con il 1871: anno di pubblicazione del libro di Edward B. Taylor dal titolo Primitive Culture che definisce e mette a fuoco il campo di studi della nuova scienza. Taylor è membro della scuola evoluzionistica britannica nel pieno periodo del positivismo, è l’epoca delle scoperte di Darwin.

Col termine primitivo si intende che è precedente all’evoluzione e lascia immaginare quindi che ci sia una gerarchia evolutiva, in questo caso quindi la diversità è ancora percepita come stereotipo di inferiorità. Per Taylor il modello alto di civilizzazione era l’epoca inglese contemporanea mentre ai popoli estranei mancavano elementi ma con l’aiuto avrebbero potuto raggiungere scale più alte. Questo pensiero è comprensibile alla luce delle campagne colonialistiche contemporanee che venivano così giustificate.

Altri pensatori sostengono che non si possa parlare di una antropologia prima dello sviluppo della ricerca sul campo avvenuto nel novecento.

L’antropologia è quindi nata definendosi come la scienza di ciò che l’Europa si è lasciata alle spalle. Ai popoli primitivi erano in qualche modo assimilati i ceti subalterni delle stesse società occidentali, gli studi etnologici appaiono quindi paralleli e complementari a quelli sul folklore e si delineano due tipi di dislivelli culturali: quello esterno e quello interno. Accade che da un lato ci si contrappose definendoli inadatti a portare valori e dall’altro si cercano di avvicinare attraverso il collezionismo col fine di mantenere ricordi di una cultura che sarebbe progredita e che si sarebbe quindi persa.

Antropologia oggi, vocazione per la diversità

Nel contesto della globalizzazione non ha più senso il termine “primitivo” e gli antropologi non si possono più considerare come avanguardie della cultura moderna. Siamo in una situazione sociale in cui è difficile chiarire con certezza chi siamo noi e chi siano gli altri, le culture non sono entità compatte e dai confini definiti, non coincidono nemmeno con un dato territorio.

In questa situazione l’antropologia continua il suo studio delle differenze che sono comunque sempre presenti e il metodo di ricerca consiste nella comparazione. In passato il metodo comparativo è stato sfruttato per compiere le più ardite e improponibili generalizzazioni, per questo deve sempre essere moderata e controllata.

Il confronto con l’altro è fondamentale non solo per una ricerca esterna ma anche perché costringe a una continua revisione e ad un ampliamento delle nostre categorie che, nel senso comune, sono date per scontate. In questo senso il compito dell’antropologo è anche quello di dimostrare che quanto ci sembra ovvio e naturale non lo è affatto. La comparazione suggerisce che le nostre istituzioni e i nostri modi di vivere non sono gli unici possibili e che non sono necessariamente i migliori. Questa diversità “sconvolgente” è stata chiamata da Ernesto De Martino “Scandalo Etnografico”.

La ricerca sul campo

L’attenzione per la differenza culturale è caratteristica ma non distintiva dell’antropologia; un suo tratto peculiare è invece la dimensione della ricerca sul campo (esperienza del fieldwork o lavoro di campo). Il modello del fieldwork si definisce con le prime scuole novecentesche anglosassoni e per un periodo non si diffuse in quanto era credenza che teoria e raccolta di dati dovessero essere ambiti separati. Al contrario, nelle scuole anglosassoni la figura del teorico e del ricercatore si fondono dando vita alla figura dell’antropologo. Il manifesto di questa nuova figura si trova nel libro “Argonauts of Western Pacific” scritto da Malinowsky, polacco di formazione inglese, nel 1922, rivendicando la necessità della compresenza delle due discipline in quanto senza la teoria non si saprebbe osservare ma senza l’esperienza non si comprenderebbe mai l’altra cultura.

Per ricerca sul campo si intende condividere la quotidianità all’interno della comunità che si studia, vivere un’esperienza di totale estraniamento dalla propria cultura di provenienza. Ciò che caratterizza la risposta antropologica è il fatto di passare attraverso l’immersione e la condivisione di pratiche sociali, nonché attraverso il rapporto diretto e il dialogo con le persone che ne sono protagoniste.

Malinowsky usa l’espressione “osservazione partecipante” e con la sua mobilità si presenta come perfetto mediatore culturale.

Oggigiorno la singola località non può più essere l’unità privilegiata d’analisi perché le persone e le culture circolano più spesso e più facilmente con le comunicazioni globalizzate, tuttavia, anche se in forme diverse, la ricerca sul campo continua ad essere il nucleo fondamentale delle discipline DEA.

Gli specialismi disciplinari

L’antropologia è aperta a una molteplicità di temi e campi di ricerca e si articola dunque in partizioni specialistiche che riguardano in primo luogo le aree geografico-culturali in cui si svolge la ricerca espresse in riferimento a grandi aree come continenti o sub-continenti, perciò gli studiosi sviluppano la loro ricerca solo in regioni e unità etniche circoscritte.

Un’altra suddivisione in specialismi è quella che riguarda le fonti e i tipi di rappresentazione culturale:

  • Fonti orali, lo strumento più comune nella ricerca
  • Fonti scritte d’archivio e letterarie, strumento cruciale per rappresentare la dimensione storica della disciplina
  • Fonti iconiche: fotografie e videoriprese, utili perché si pensa che possano far comprendere una cultura più in profondità rispetto alla rappresentazione scritta
  • Fonti materiali: manufatti artigianali. È importante perché l’esposizione di questi reperti ha rappresentato un filone importante del lavoro accademico antropologico: la museologia che si sviluppa in modo parallelo e che interessa tuttora per i dibattiti sulle rappresentazioni e sull’allestimento. Oggi non si tratta più quasi mai di semplici collezioni ma di complesse installazioni anche multimediali per cercare di ricostruire un’esperienza interattiva

A questi specialismi vanno poi aggiunti altri ambiti nei quali l’antropologia è combinata con diversi campi disciplinari come l’antropologia storica e sociale, l’antropologia linguistica, l’antropologia psicologica, l’antropologia medica, l’etnopsichiatria e l’antropologia filosofica.

Le partizioni della cultura

Un altro modo di articolare gli studi antropologici e le specializzazioni dei ricercatori riguarda i diversi aspetti della cultura e delle pratiche sociali. Nel novecento le varie componenti della cultura erano viste come un tutto inscindibile tuttavia questi aspetti si sono consolidati fino a diventare singole unità di analisi, i principali sono 7:

  1. Sistemi di parentela
  2. Sistemi economici
  3. Istituzioni sociali
  4. Linguaggi e comunicazione
  5. Religioni, miti e credenze
  6. Etnoscienza
  7. Espressioni estetiche

Un ottavo può essere rappresentato dal mutamento culturale dovuto a influenze esterne inevitabili un tempo concepite come dannose.

Oggi è emerso un settore nuovo che è rappresentato dall’antropologia urbana che comprende l’insieme delle ricerche svolte nelle grandi città. Assieme a questa, negli ultimi decenni sono nate nuove tradizioni di studio della nuova cultura globalizzata e sono l’antropologia del turismo, dello sport, dei media, della violenza; si tratta di aspetti cruciali della realtà contemporanea che muove un gran numero di persone e che costituiscono strutture portanti della vita quotidiana.

A cosa serve l’antropologia

L’antropologo è una figura cruciale in quanto si occupa di fare da mediatore tra le diverse culture, per questo deve essere valutata per la sua capacità di contribuire a un più generale sistema del sapere. In Italia i beni DEA sono riconosciuti come settore specifico dal ministero dei beni culturali e gli antropologi svolgono anche un ruolo importante in musei etnografici e folklorici.

L’antropologia ha svolto un costante ruolo di critica di segno scettico e anti etnocentrico, alimentando la riflessione sulla diversità culturale e contribuendo a diffonderla. Oggi l’appartenenza etnica e l’identità culturale e religiosa hanno soppiantato le filosofie della storia e i miti del progresso, ciò che pervade gli scenari culturali è l’immaginario identitario, per questo è necessario portare la sensibilità antropologica nella sfera pubblica, il che è tutt’altro che facile.

Capitolo 7: Folklore, cultura popolare, cultura di massa

Romanticismo e Positivismo

L'interno e l'esterno, l'alterità prossima e quella lontana fanno parte del progetto del sapere antropologico, questo è possibile quando i ceti colti e dominanti dell'Europa moderna divengono consapevoli della propria modernità e si apre, per riflesso, il campo dell'alterità non-moderna come oggetto di conoscenza. Il non moderno assume così una doppia sembianza: da un lato l'arcaico, il primitivo, il selvaggio, luoghi distanti dalla civiltà, dall’altro il tradizionale, ciò che resiste negli strati sociali più bassi.

Come accade per il «selvaggio», l'assunzione del «popolo» a oggetto di studio si accompagna a un ambivalente giudizio etico, da una parte si condanna l’arretratezza e dall’altra si esalta la nostalgia. È soprattutto il folklore contadino a rappresentare oggetto di scandalo, ancor più dei selvaggi, i colti popolari incolti suscitano derisione o indignazione per la loro arretratezza ma sono anche oggetto di ammirazione estetica e morale.

Questa ambivalenza si innesta su due grandi basi dalla quale escono gli studi sulla cultura popolare: quella romantica e quella positivistica.

  • Romantica: Alla fine del XVIII secolo, la cultura dei ceti popolari e in particolare contadini acquista un posto centrale nelle preoccupazioni degli intellettuali europei, ritenuta espressione del Volkeist di Johann G. Herder, ovvero lo spirito del popolo. Viene esaltata la spontaneità e l’autenticità dell’estetica popolare concepita come frutto di creazione collettiva; se ne privilegia inoltre il carattere nazionale e per il romanticismo nascente il riconoscimento del radicamento locale è fattore di fratellanza e di unione. Il romanticismo in ogni caso si concentra più sulla cultura orale e sui prodotti folkloristici a cui è possibile assegnare un valore artistico come per le raccolte di canti o di fiabe (le ballate di Thomas Percy 1765, le raccolte di fiabe dei fratelli Grimm 1812-15).
  • Positivismo: Domina gli studi della seconda metà dell’Ottocento e tenta di documentare tutti gli aspetti della cultura del popolo da un punto di vista esteso di cultura, non c’è una vera e propria delimitazione tra folklore e antropologia in quanto entrambe le discipline documentano stadi arcaici dell’evoluzione dell’uomo e vede il folklore come sopravvivenze, i «selvaggi» o «primitivi di oggi», al pari dei contadini europei, vivono letteralmente in un’epoca precedente; questa tendenza all’allontanamento dell’altro nel tempo è chiamata allocronia. Nei primi anni del Novecento il filone positivistico di studi raggiunge il suo culmine con Lamberto Loria (1855-1913) viaggiatore, studioso e collezionista che fondò a Firenze il primo museo di etnografia Italiana.

Nella scuola evoluzionistica di fine Ottocento il metodo di comparazione consiste nel ricondurre usi e costumi contemporanei a forme originarie che ne costituirebbero la spiegazione, nonostante la sua ingenuità, esso ha rappresentato un potente dispositivo teorico in grado di stimolare e documentare la ricerca teorica in tutti i campi della cultura popolare.

Il folklore come scienza e come politica

La denominazione di Folklore è stata coniata nel 1846 da William J. Thomas, con l'esplicito obiettivo di sostituire un termine anglosassone alle denominazioni latine, fa riferimento ai tempi antichi e ha un orientamento quasi nostalgico del passato, è evidente un’intenzione di salvataggio nei confronti di un patrimonio che sembra destinato a scomparire. Se in periodo positivista gli studi di folklore vanno di pari passo con quelli antropologici, ci sarà una nuova scissione dopo la Grande Guerra, come conseguenza della rivoluzione metodologica che investe l’antropologia culturale. A partire dagli anni 20 l’antropologia viene a fondarsi su due basilari principi: la ricerca empirica del fieldwork e l’elaborazione teorica di stampo sociologico. Gli studi sul folklore invece andranno a basarsi su una ricerca concentrata sui singoli tratti culturali più che sulle vite complessive in comunità, sarà più interessata sull’origine e sulla diffusione che sul funzionamento del sistema sociale.

Mentre l’antropologia si è prevalentemente occupata di pratiche di ricerca “pura” nelle università, gli studi di cultura popolare hanno trovato terreno nei musei e in altri ambiti “applicati” per questo l’antropologia ha prodotto un tipo di letteratura relativamente compatta e coerente in tutta Europa mentre il folklore si è maggiormente frammentato in scuole nazionali e ha una letteratura diversificata infatti oggi è abbastanza semplice ricostruire una storia unitaria degli studi antropologici mentre per quelli folklorici è più difficile.

Nel corso dell’Ottocento il folklore svolge una funzione pedagogica nella costruzione delle culture nazionali, il lavoro degli studiosi folkloristi contribuisce alla trasmissione e alla diffusione dei contenuti, non restano dunque esterni ma contribuiscono alla costruzione di ciò che studiano determinando quali contenuti saranno tramandati nei secoli successivi attuando rielaborazioni o persino creazioni delle forme che oggi definiamo folkloriche. La promozione del folklore a scopo pedagogico o per finalità politico culturale proseguirà nei regimi totalitari del Novecento, in verità in questi casi si dovrebbe però parlare di folklorismo dal momento che si tratta di una sua celebrazione e si guarda alla cultura popolare come deposito di simboli di appartenenza e identità, utili a forgiare una nuova ritualità a sostegno del potere.

Egemonia e subalternità

Dopo il congresso e la mostra etnografica del 1911, si verifica in Italia un brusco arresto degli studi antropologici, dopo la guerra saranno due i fattori di stagnazione della ricerca folklorica e antropologica: il primo è il fascismo che taglia i contatti tra gli studiosi italiani e le correnti internazionali, il soffocante abbraccio delle istituzioni fasciste sul folklore ne compromette infatti l’autonomia portandoli a un approccio puramente teorico. Il secondo motivo è l’idealismo ideologico di Benedetto Croce che non vede di buon occhio lo sviluppo delle scienze umane e sociali.

Le cose cambiano radicalmente nel secondo dopoguerra grazie alla riapertura verso la cultura internazionale e grazie agli interventi di Antonio Gramsci che dedica alcune importanti pagine dei Quaderni proprio al folklore definendo le dinamiche dei rapporti sociali un tratto culturale, non più quindi la tradizione e l’antichità. Secondo lui il folklore è formato da un “agglomerato indigesto” di diversi frammenti della cultura percepiti dalle classi popolari e lo ripensa quindi come fenomeno centrale nei rapporti tra classe e come conseguenza dei processi egemonici. Con Gramsci il folklore è posto al centro della teoria e della pratica politica.

In questo periodo intellettuali come De Martino (che cerca di dare voce alle plebi del Mezzogiorno), Gianni Bosio (che col magnetofono registra e raccoglie documenti dalla cultura popolare) e Alberto M. Cirese (che col manuale “cultura egemonica e cultura subalterna” mette in evidenza che non ci sono culture alte o basse ma la loro natura dipende dal contesto storico-sociale) dimostrano come la tem...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Bershley di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Rossi Emanuela.
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