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Esame di Antropologia culturale docente Prof. E. Rossi

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CAPITOLO 1

LE DISCIPLINE DEA, Fabio Dei

Cosa significa M-Dea/01

M-Dea significa discipline demoetnoantropologiche, combinazione dei tre principali insegnamenti

di questo settore che sono:

- Antropologia culturale Approccio teorico e comparativo

- Etnologia studi settoriali su specifici popoli

- Demologia o storia delle tradizioni popolari studio della cultura popolare e tradizionale

della nostra stessa società

Entrambe si occupano dello studio dell’uomo e delle culture umane nelle loro articolazioni etniche

e nelle loro espressioni popolari, cioè in tutto ciò che contraddistingue popoli e persone (come i

mestieri, le usanze etc)

Per cultura si intende il complesso degli elementi non biologici attraverso i quali i gruppi umani si

adattano all’ ambiente e organizzano la loro vita sociale. Tra aspetti biologici e culturali c’è un

rapporto inestricabile ma è fondamentale fare una distinzione perché sono oggetto di scienze

diverse: l’antropologia fisica riguarda l’ambito scientifico, l’antropologia culturale ha una

dimensione più filosofica ed è ambito umanistico.

L’antropologia non rappresenta un sapere cumulativo perché i suoi sviluppi e le sue evoluzioni

sono reversibili nel tempo

L’origine dell’antropologia culturale

Alcuni antropologi amano retrotardare le proprie origini vedendo precursori in Erodoto (primo

narratore di viaggi interessato alla diversità culturale) o a Montaigne (col suo progetto di

documentazione sistematica delle culture primitive della fine del settecento)

Nella seconda metà dell’800 l’antropologia culturale si organizza come disciplina autonoma, di

solito la sua nascita si fa corrispondere con il 1871: anno di pubblicazione del libro di Edward B.

Taylor dal titolo Primitive Culture che definisce e mette a fuoco il campo di studi della nuova

scienza. Taylor è membro della scuola evoluzionistica britannica nel pieno periodo del positivismo,

è l’epoca delle scoperte di Darwin.

Col termine Primitivo si intende che è precedente all’evoluzione e lascia immaginare quindi che ci

sia una gerarchia evolutiva, in questo caso quindi la diversità è ancora percepita come stereotipo

di inferiorità. Per Taylor il modello alto di civilizzazione era l’epoca inglese contemporanea mentre

ai popoli estranei mancavano elementi ma con l’aiuto avrebbero potuto raggiungere scale più alte.

Questo pensiero è comprensibile alla luce delle campagne colonialistiche contemporanee che

venivano così giustificate.

Altri pensatori sostengono che non si possa parlare di una antropologia prima dello sviluppo della

ricerca sul campo avvenuto nel novecento.

L’antropologia è quindi nata definendosi come la scienza di ciò che l’Europa si è lasciata alle

spalle. Ai popoli primitivi erano in qualche modo assimilati i ceti subalterni delle stesse società

occidentali, gli studi etnologici appaiano quindi paralleli e complementare a quelli sul folklore e si

delineano due tipi di dislivelli culturali: quello esterno e quello interno. Accade che da un lato ci si

contrappose definendoli inadatti a portare valori e dall’altro si cercano di avvicinare attraverso il

collezionismo col fine di mantenere ricordi di una cultura che sarebbe progredita e che si sarebbe

quindi persa.

Antropologia oggi, vocazione per la diversità

Nel contesto della globalizzazione non ha più senso il termine “primitivo” e gli antropologi non si

possono più considerare come avanguardie della cultura moderna. Siamo in una situazione

sociale i cui è difficile chiarire con certezza chi siamo noi e chi siano gli altri, le culture non sono

entità compatte e dai confini definiti, non coincidono nemmeno con un dato territorio.

In questa situazione l’antropologia continua il suo studio delle differenze che sono comunque

sempre presenti e il metodo di ricerca consiste nella comparazione. In passato il metodo

comparativo è stato sfruttato per compiere le più ardite e improponibili generalizzazioni, per questo

deve sempre essere moderata e controllata.

Il confronto con l’altro è fondamentale non solo per una ricerca esterna ma anche perché costringe

a una continua revisione e ad un ampliamento delle nostre categorie che, nel senso comune, sono

date per scontate. In questo senso il compito dell’antropologo è anche quello di dimostrare che

quanto ci sembra ovvio e naturale non lo è affatto. La comparazione suggerisce che le nostre

istituzioni e i nostri modi di vivere non sono gli unici possibili e che non sono necessariamente i

migliori. Questa diversità “sconvolgente” è stata chiamata da Ernesto De Martino “Scandalo

Etnografico”

La ricerca sul campo

L’attenzione per la differenza culturale è caratteristica ma non distintiva dell’antropologia, un suo

tratto peculiare è invece la dimensione della ricerca sul campo (esperienza del fieldwork o lavoro di

campo) Il modello del fieldwork si definisce con le prime scuole novecentesche anglosassoni e per

un periodo non si diffuse in quanto era credenza che teoria e raccolta di dati dovessero essere

ambiti separati. Al contrario nelle scuole anglosassoni la figura del teorico e del ricercatore si

fondono dando vita alla figura dell’antropologo. Il manifesto di questa nuova figura si trova nel libro

“Argonauts of Western Pacific” scritto da Malinowsky, polacco di formazione inglese, nel 1922

rivendicando la necessità della compresenza delle due discipline in quanto senza la teoria non si

saprebbe osservare ma senza l’esperienza non si comprenderebbe mai l’altra cultura.

Per ricerca sul campo si intende condividere la quotidianità all’interno della comunità che si studia,

vivere un’esperienza di totale estraniamento dalla propria cultura di provenienza. Ciò che

caratterizza la risposta antropologica è il fatto di passare attraverso l’immersione e la condivisione

di pratiche sociali, nonché attraverso il rapporto diretto e il dialogo con le persone che ne sono

protagoniste.

Malinowsky usa l’espressione “osservazione partecipante” e con la sua mobilità si presenza come

perfetto mediatore culturale.

Oggigiorno la singola località non può più essere l’unità privilegiata d’analisi perché le persone e le

culture circolano più spesso e più facilmente con le comunicazioni globalizzate, tuttavia, anche se

in forme diverse, la ricerca sul campo continua ad essere il nucleo fondamentale delle discipline

DEA

Gli specialismi disciplinari

L’antropologia è aperta a una molteplicità di temi e campi di ricerca e si articola dunque in

partizioni specialistiche che riguardano in primo luogo le aree geografico-culturali in cui si svolge la

ricerca espresse in riferimento a grandi aree come continenti o sub-continenti, perciò gli studiosi

sviluppano la loro ricerca solo in regioni e unità etniche circoscritte.

Un’altra suddivisione in specialismi è quella che riguarda le fonti e i tipi di rappresentazione

culturale:

- Fonti orali, lo strumento più comune nella ricerca

- Fonti scritte d’archivio e letterarie, strumento cruciale per rappresentare la dimensione

storica della disciplina

- Fonti iconiche: fotografie e videoriprese, utili perché si pensa che possano far comprendere

una cultura più in profondità rispetto alla rappresentazione scritta

- Fonti materiali: manufatti artigianali. È importante perché l’esposizione di questi reperti ha

rappresentato un filone importante del lavoro accademico antropologico: la museologia che

si sviluppa in modo parallelo e che interessa tuttora per i dibattiti sulle rappresentazioni e

sull’allestimento. Oggi non si tratta più quasi mai di semplici collezioni ma di complesse

installazioni anche multimediali per cercare di ricostruire un’esperienza interattiva

A questi specialismi vanno poi aggiunti altri ambiti nei quali l’antropologia è combinata con diversi

campi disciplinari come l’antropologia storica e sociale, l’antropologia linguistica, l’antropologia

psicologica, l’antropologia medica, l’etnopsichiatria e l’antropologia filosofica.

Le partizioni della cultura

Un altro modo di articolate gli studi antropologici e le specializzazioni dei ricercatori riguarda i

diversi aspetti della cultura e delle pratiche sociali. Nel novecento le varie componenti della cultura

erano viste come un tutto inscindibile tuttavia questi aspetti si sono consolidati fino a diventare

singole unità di analisi, i principali sono 7:

1- Sistemi di parentela

2- Sistemi economici

3- Istituzioni sociali

4- Linguaggi e comunicazione

5- Religioni, miti e credenze

6- Etnoscienza

7- Espressioni estetiche

Un ottavo può essere rappresentato dal mutamento culturale dovuto a influenze esterne inevitabili

e un tempo concepite come dannose.

Oggi è emerso un settore nuovo che è rappresentato dall’antropologia urbana che comprende

l’insieme delle ricerche svolte nelle grandi città. Assieme a questa negli ultimi decenni sono nate

nuova tradizioni di studio della nuova cultura globalizzata e sono l’antropologia del turismo, dello

sport, dei media, della violenza; si tratta di aspetti cruciali della realtà contemporanea che muove

un gran numero di persone e che costituiscono strutture portanti della vita quotidiana.

A cosa serve l’antropologia

L’antropologo è una figura cruciale in quanto si occupa di fare da mediatore tra le diverse culture,

per questo deve essere valutata per la sua capacità di contribuire a un più generale sistema del

sapere. In Italia i beni DEA sono riconosciuto come settore specifico dal ministero dei beni culturali

e gli antropologi svolgono anche un ruolo importante in musei etnografici e folklorici.

L’antropologia ha svolto un costante ruolo di critica di segno scettico e anti etnocentrico,

alimentando la riflessione sulla diversità culturale e contribuendo a diffonderla. Oggi

l’appartenenza etnica e l’identità culturale e religiosa hanno soppiantato le filosofie della storia e i

miti del progresso, ciò che pervade gli scenari culturali è l’immaginario identitario, per questo è

necessario portare la sensibilità antropologica nella sfera pubblica, il che è tutt’altro che facile.

CAPITOLO 7

FOLKLORE, CULTURA POPOLARE, CULTURA DI MASSA

Romanticismo e Positivismo

L'interno e l'esterno, l'alterità prossima e quella lontana fanno parte del progetto del sapere

antropologico, questo è possibile quando i ceti colti e dominanti dell'Europa moderna divengono

consapevoli della propria modernità e si apre, per riflesso, il campo dell'alterità non-moderna come

oggetto di conoscenza. Il non moderno assume così una doppia sembianza: da un lato l'arcaico, il

primitivo, il selvaggio, luoghi distanti dalla civiltà, dall’altro il tradizionale, ciò che resiste negli strati

sociali più bassi.

Come accade per il «selvaggio», l'assunzione del «popolo» a oggetto di studio si accompagna a

un ambivalente giudizio etico, da una parte si condanna l’arretratezza e dall’altra si esalta la

nostalgia. È soprattutto il folklore contadino a rappresentare oggetto di scandalo, ancor più dei

selvaggi, i colti popolari incolti suscitano derisione o indignazione per la loro arretratezza ma sono

anche oggetto di ammirazione estetica e morale.

Questa ambivalenza si innesta su due grandi basi dalla quale escono gli studi sulla cultura

popolare: quella romantica e quella positivistica.

- Romantica: Alla fine del XVIII secolo, la cultura dei ceti popolari e in particolare contadini

acquista un posto centrale nelle preoccupazioni degli intellettuali europei, ritenuta

espressione del Volkeist di Johann G. Herder, ovvero lo spirito del popolo. Viene esaltata la

spontaneità e l’autenticità dell’estetica popolare concepita come frutto di creazione

collettiva; se ne privilegia inoltra in carattere nazionale e per il romanticismo nascente il

riconoscimento del radicamento locale è fattore di fratellanza e di unione. Il romanticismo in

ogni caso si concentra più sulla cultura orale e sui prodotti folkloristici a cui è possibile

assegnare un valore artistico come per le raccolte di canti o di fiabe (le ballate di Thomas

Percy 1765, le raccolte di fiabe dei fratelli Grimm 1812-15)

- Positivismo: Domina gli studi della seconda metà dell’Ottocento e tenta di documentare tutti

gli aspetti della cultura del popolo da un punto di vista esteso di cultura, non c’è una vera e

propria delimitazione tra folklore e antropologia in quanto entrambe le discipline

documentano stadi arcaici dell’evoluzione dell’uomo e vede il folklore come sopravvivenze,

I «selvaggi» o «primitivi di oggi», al pari dei contadini europei, vivono letteralmente in

un’epoca precedente; questa tendenza all’allontanamento dell’altro nel tempo è chiamata

allocronia. Nei primi anni del Novecento il filone positivistico di studi raggiunge il suo

culmine con Lamberto Loria (1855-1913) viaggiatore, studioso e collezionista che fondò a

Firenze il primo museo di etnografia Italiana

Nella scuola evoluzionistica di fine Ottocento il metodo di comparazione consiste nel ricondurre usi

e costumi contemporanei a forme originarie che ne costituirebbero la spiegazione, nonostante la

sua ingenuità, esso ha rappresentato un potente dispositivo teorico in grado di stimolare e

documentare la ricerca teorica in tutti i campi della cultura popolare.

Il folklore come scienza e come politica

La denominazione di Folklore è stata coniata nel 1846 da William J. Thomas, con l'esplicito

obiettivo di sostituire un termine anglosassone alle denominazioni latine, fa riferimento ai tempi

antichi e ha un orientamento quasi nostalgico del passato, è evidente un’intenzione di salvataggio

nei confronti di un patrimonio che sembra destinato a scomparire. Se in periodo positivista gli studi

di folklore vanno di pari passo con quelli antropologici ci sarà una nuova scissione dopo la Grande

Guerra, come conseguenza della rivoluzione metodologica che investe l’antropologia culturale. A

partire dagli anni 20 l’antropologia viene a fondarsi su due basilari principi: la ricerca empirica del

fieldwork e l’elaborazione teorica di stampo sociologico. Gli studi sul folklore invece andranno a

basarsi su una ricerca concentrata sui singoli tratti culturali più che sulle vite complessive in

comunità, sarà più interessata sull’origine e sulla diffusione che sul funzionamento del sistema

sociale.

Mentre l’antropologia si è prevalentemente occupata di pratiche di ricerca “pura” nelle università,

gli studi di cultura popolare hanno trovato terreno nei musei e in altri ambiti “applicati” per questo

l’antropologia ha prodotto un tipo di letteratura relativamente compatta e coerente in tutta Europa

mentre il folklore si è maggiormente frammentato in scuole nazionali e ha una letteratura

diversificata infatti oggi è abbastanza semplice ricostruire una storia unitaria degli studi antropologi

mentre per quelli folklorici è più difficile.

Nel corso dell’Ottocento il folklore svolge una funzione pedagogica nella costruzione delle culture

nazionali, il lavoro degli studiosi folkloristi contribuisce alla trasmissione e alla diffusione dei

contenuti, non restano dunque esterni ma contribuiscono alla costruzione di ciò che studiano

determinando quali contenuti saranno tramandati nei secoli successivi attuando rielaborazioni o

persino creazioni delle forme che oggi definiamo folkloriche. La promozione del folklore a scopo

pedagogico o per finalità politico culturale proseguirà nei regimi totalitari del Novecento, in verità in

questi casi si dovrebbe però parlare di folklorismo dal momento che si tratta di una sua

celebrazione e si guarda alla cultura popolare come deposito di simboli di appartenenza e identità,

utili a forgiare una nuova ritualità a sostegno del potere.

Egemonia e subalternità

Dopo il congresso e la mostra etnografica del 1911, si verifica in Italia un brusco arresto degli studi

antropologici, dopo la guerra saranno due i fattori di stagnazione della ricerca folklorica e

antropologica: il primo è il fascismo che taglia i contatti tra gli studiosi italiani e le correnti

internazionali, il soffocante abbraccio delle istituzioni fasciste sul folklore ne compromette infatti

l’autonomia portandoli a un approccio puramente teorico. Il secondo motivo è l’idealismo

ideologico di Benedetto Croce che non vede di buon occhio lo sviluppo delle scienze umane e

sociali.

Le cose cambiano radicalmente nel secondo dopoguerra grazie alla riapertura verso la cultura

internazionale e grazie agli interventi di Antonio Gramsci che dedica alcune importante pagine dei

Quaderni proprio al folklore definendo le dinamiche dei rapporti sociali un tratto culturale, non più

quindi la tradizione e l’antichità. Secondo lui il folklore è formato da un “agglomerato indigesto” di

diversi frammenti della cultura percepiti dalle classi popolari e lo ripensa quindi come fenomeno

centrale nei rapporti tra classe e come conseguenza dei processi egemonici. Con Gramsci il

folklore è posto al centro della teoria e della pratica politica.

In questo periodo intellettuali come De Martino (che cerca di dare voce alle plebi del Mezzogiorno),

Gianni Bosio (che col magnetofono registra e raccogli documenti dalla cultura popolare) e Alberto

M. Cirese (che col manuale “cultura egemonica e cultura subalterna” mette in evidenza che non ci

sono culture alte o basse ma la loro natura dipende dal contesto storico-sociale) dimostrano come

la tematica gramsciana sia radicata nell’antropologia italiana. Questi modelli si avvicinano a forme

di inchiesta e di denuncia che quindi sfocia anche al di fuori dell’ambito di studi antropologico.

I lavori più noti sono quelli di Carlo Guinzburg (1966-1976) che cerca di ricostruire strati culturali

autonomi analizzando i processi dell’inquisizione, una ricerca particolarmente difficile in quanto per

le culture subalterne generalmente non sono conservati documenti ufficiali.

Folk Revival

Tra gli anni 50 e 70 l’apprezzamento per il valore progressivo o alternativo del folklore si salda a un

folk revival di tipo estetico e commerciale. Il folk da oggetto di interessi specialistici diviene un

apprezzato genere del consumo di massa. Dall’inizio il folklore è stato assunto come argine alla

modernizzazione che con l’industrializzazione e i flussi di inurbamento avevano portato allo

spopolamento delle campagne. La televisione nei primi anni 50 realizza l’unificazione linguistica, e

per certi aspetti culturale, del paese. L’universo culturale contadino nel giro di una generazione si

disgrega.

La modernizzazione non cancella le differenze di classe ma non c’è più una corrispondenza

lineare fra esse, l’alterità non è definita da distanze spaziali o sociali ma un tratto del passato da

ricordare, valorizzare e rappresentare. Se la generazione dell’inurbamento vedeva la cultura

contadina come un imbarazzante retaggio di arretratezza, le generazioni successive ne hanno

fatto oggetto di nostalgia. Con la poetica del folk revival ci si contrappone alla “volgarità” e

all’inautenticità della cultura di massa, come Pier Paolo Pasolini denunciava i suoi effetti

omologanti e alienanti. Questa diffusa poetica spinge a una volontà di recuperare il passato

contadino e si dà impulso alla museografia antropologica su piano locale per realizzare questo

“salvataggio”. Tutto ciò accade sulla base dell’alleanza e della convergenza tra gli obbiettivi di tre

diversi agenti culturali: studiosi, protagonisti portatori della tradizione e amministrazioni locali.

Il paradigma patrimoniale

Il folk revival culmina negli anni ’70 e combina diverse tendenze: Il pensiero e la partecipazione

Gramsciana, l’attrazione di un ampio pubblico, la poetica anticonsumistica e la valorizzazione del

territorio; si indebolisce tuttavia negli anni 80 e dagli anni 90 si afferma una nuova cornice o

paradigma, incentrata intorno alla nozione di memoria e di patrimonio, l’Unesco se ne fa interprete

e detta il nuovo linguaggio e i nuovi obbiettivi per la valorizzazione delle culture locali e tradizionali.

Una convenzione del 1972 ha creato la lista dei beni culturali e naturali in prevalenza di carattere

storico-artistico e monumentale, a questa liste se ne sono aggiunte altre successivamente come

quella delle memorie del mondo e quella del patrimonio immateriale.

Nel 1993 un programma denominato “Tesori umani viventi” e nel 1999 quella dei “capolavori de

patrimonio orale e intangibile dell’umanità” cercarono di favori il sistema della trasmissione di

saperi tradizionali ma il termine tesoro o capolavoro non è adatto perché sottintende che siano

migliori rispetto ad altri, la cultura in senso antropologica non è qualcosa di raro ma è tanto

importante quanto ordinaria e invisibile.

La “convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale intangibile” del 2003 e entrato in

vigore nel 2006 istituisce una lista analoga a quella del patrimonio storico-artistico e naturale e

contribuisce alla definitiva affermazione della nozione di intangibile o immateriale per definire ciò

che un tempo si chiamava folklore o cultura popolare. Nel patrimonio intangibile sono compresi i

seguenti ambiti culturali:

- Tradizioni ed espressioni orali

- Arti dello spettacolo

- Pratiche sociali, riti, feste

- Conoscenze e pratiche concernenti la natura e l’universo

- Artigianato tradizionale

La logica delle liste suscita però azioni lobbistiche e competitive da parte di istituzioni e gruppi

locali per ottenere un riconoscimento che può avere un ritorno in termini di immagine e di afflusso

turistico, inoltre l’accento sulla salvaguardia porta a congelare i fenomeni culturali in una presunta

dimensione autentica e tradizionale bloccandone le vive dinamiche di mutamento.

Le differenze che si intendono proteggere e salvaguardare non sono più le differenze di classe

perché è richiesto un totale consenso comunitario attorno ai tratti culturali da salvare, la forza

politica e la cornice patrimoniale gramsciana vanno perdute e non si dà più voce ai protagonisti dal

basso della storia, Clemente sostiene che le storie della gente comune sia ormai resa banale

attraverso la loro l’assuefazione dalla televisione.

Cultura popolare e cultura di massa

Il nuovo paradigma cambia anche il ruolo degli antropologi che devono rapportarsi alle emergenze

patrimoniali, lo fanno da un lato proponendosi come tecnici del patrimonio etnografico materiale e

immateriale (producendo perizie nelle pratiche di riconoscimento dell’UNESCO o proponendo

allestimenti museali e forme di rappresentazione), Da un altro lato si dedicano ad analizzare i

processi di patrimonializzazione stessi. Si distinguono quindi uno sguardo interno, in coloro che

cerano di guidare le pratiche del patrimonio, e uno sguardo esterno, che le studia criticamente.

Nei recenti dibattiti teorici è stato ripensato il concetto di tradizione: non deve essere pensata come

permanenza del passato bensì come un processo di costruzione attiva in relazione alle esigenze

del presente, si dovrebbe più propriamente parlare di processi di tradizionalizzazione o di

folklorizzazione, lo studioso Richard Baum sostiene che sono le dinamiche e gli interessi del

presente a decidere quali aspetti del passato occorre ricordare e quali si possano invece

dimenticare, solo di fronte a rotture storiche e a processi di rapido mutamento il passato viene

recuperate, tematizzato e salvato.

Rimane ancora aperto il problema di Gramsci e di Cirese, cioè l’esistenza di dislivelli interni e la

correlazione tra differenze culturali e differenze sociali, ci si chiede se non ci sia uno spazio nella

contemporaneità della cultura popolare e per rispondere a questa domanda ci sono due modi:

- Cercare la moderna cultura popolare o folklore al di fuori della sfera di influenza della

cultura di massa. Non si tratta solo di cercare nelle aree periferiche ma anche all’interno

della più avanzata modernità ad esempio gli aneddoti sui professori degli studenti o i

pettegolezzi, talvolta questi si cristallizzano in veri e propri generi come le leggende

metropolitane, le barzellette e le dicerie.

- Cercare il popolare nelle modalità del consumo di massa, molte ricerche etnografiche

hanno dimostrato che il consumo non è una pratica puramente passiva ma implica

differenziati metodi per usare e attribuire significato ai prodotti consumati. A questo

proposito lo studioso Stuart Hall ha parlato di decodifica dei prodotti che non coincide

necessariamente con il modo in cui la produzione industriale li ha codificati, questo

dimostra che anche nella cultura di massa si possono trovare pratiche di resistenza di tipo

gramsciano. Per questi studi non basta analizzare i prodotti dell’industria ma è necessario

vedere e ascoltare cosa la gente fa e dice mentre ne fruisce

Il modello gramsciano è stato sviluppato da due studiosi: Pierre Bourdieu, che analizza le

differenze estetiche e di gusto come materia prima per l’ascesa sociale, e Michel De Certeau che

analizza le tattiche di resistenza culturale, attraverso cui i soggetti subalterni sovvertono

dall’interno.

Al centro dell’attenzione si collocano quindi non le grandi e ostentate emergenze patrimoniali ma

gli oggetti e le pratiche quotidiane e di routine, spesso quasi invisibili nella vita di tutti i giorni.

I Beni culturali demoetnoantropologici

1 Il patrimonio demoetnoantropologico

Beni culturali e cultura

Cultura in campo antropologico assume ampi significati, è un termine che ha infatti subito più

analisi e revisioni nel tempo. La più nota risale al 1871, inserita da Burnett Taylor nel testo

“Primitive culture” intendendola come <<insieme complesso che include conoscenza, credenze,

arte, la morale, il diritto il costume e qualsiasi altra abitudine conquistata dall’uomo come membro

della società>>.

Non corrisponde più all’erudizione del singolo e non è più associata alla distinzione tra colti e

incolti, è un fatto che appartiene a un gruppo umano. Ne consegue che ogni società umana in

quanto tale è creatrice di cultura ed è oggetto di trasmissione, diventando al tempo stesso

tradizione.

In quel periodo gli studiosi e i ricercatori in campo antropologico avevano privilegiato

sostanzialmente due tipi di studi di cultura: quelle delle popolazioni extraeuropee e quella delle

comunità europee.

- Interne: ha oggi maggior peso in quanto a diffusione, si intendono quelle società

caratterizzate da marcate differenze di reddito, di potere, di prestigio, di stili di vita etc. che

spesso sono state ricondotte all’articolazione della società in classi sociali, provviste poi di

sottoinsiemi in poca comunicazioni con i sottoinsiemi delle altre classi. Comprende dunque

le culture popolari e i suoi studi sono indicati come studi di folklore o di tradizione e cultura

popolari.

Sviluppando le osservazioni di Gramsci sul folklore, pubblicate nei “quaderni delle carceri”

Alberto Mario Cirese ridefinisse il folklore come la cultura delle classi subalterne

(riferendosi al mondo operaio o agro-pastorale) e definisce i <<dislivelli interni di cultura>>.

Nonostante il peso che hanno avuto gli studi sulla classe operaia sono stati più sporadici e

ci si è maggiormente occupati del mondo agropastorale e secondariamente di pescatori,

artigiani e altre professioni preindustriali. Mentre il paese si industrializzava le campagne

perdevano addetti e le comunità si trasformavano o si depauperavano.

- Esterne: Un altro campo dal quale si costituisco i beni dea sono le testimonianze di viaggi,

esplorazioni, ricerche etnografiche e missioni in paesi degli altri continenti.

Formazioni dei beni DEA

Il riconoscimento e l’individuazione entro il complesso dei tratti di cultura dei beni DEA è un

problema, disponiamo di elencazioni generiche come appare nel codice dei beni culturali e del

paesaggio del MIBAC del 2004. C’è la tendenza a attribuire maggiore importanza a valori estetici e

di identità, alle antichità e alla fama dell’autore.

Per quanto riguarda la cultura popolare ricostruire le origini e tracciarne le vicende è un problema

complesso in quanto è un settore di ricerca che è stato a lungo ignorato, i pochi dati che abbiamo

anche se essenziali sono notazioni casuali e mirati ad altri intenti. Solo a partire dal XIX secolo si

può parlare di raccolte e ricerche organiche dedicate allo studio della tradizione popolare ma

comunque non possediamo memorie dirette come archivi, biblioteche o musei antecedenti in

quanto i suoi elementi sono diffusi, condivisi e di materia comunitaria. Inoltre è soprattutto priva di

intellettuali specializzati nella registrazione di cronologie in vista della trasmissione. Ciò che oggi

riusciamo a ricavare viene in gran parte dalla memoria contemporanea dei membri di quelle classi.

Nella seconda metà del Novecento le osservazioni gramsciane muovono quella che si configura

come “cultura di contestazione” e di contrapposizione alla logica dominante di profitto ed è da qui

che parte il primo impegno di elaborazione di schede di catalogo. Da questa base nasce poi il

Museo nazionale di arti e tradizioni popolari di Roma con l’intento di promuovere un’immagine di

idillio pastorale rifiutando ad esempio i vestiti di lavoro e prediligendo quelli da feste e cerimonie. In

questo caso interviene una scelta ideologica mirata a far permanere l’immagine del bello popolare

intrisa di implicito evoluzionismo che lo vede come primitivo, semplice e schietto assecondando il

gusto borghese, l’immagine del popolo si distanzia dal mondo reale in cui è nato per essere

cristallizzato in un esempio di immutabile e ingenua bellezza.

Per i reperti esterni i criteri di scelta, le linee di ricerca e il gusto è lo stesso. Un posto importante è

occupato da oggetti di rilevanza simbolico e mistico-religiosa ricondotti anche in questo caso a una

dimensione estetica e artistica. I popoli vengono decontestualizzati e allontanati dalla loro e dalla

nostra storia.

Le testimonianze materiali conservate nei grandi musei rappresentano un patrimonio stabile ma

non si tratta di un settore statico, quello dei beni culturali è un patrimonio in espansione.

La rivitalizzazione delle tradizioni popolari

Al nord a partire dall’ultimo quarto del Novecento gli intellettuali locali si improvvisano organizzatori

e diffusori di cultura con una larga varietà d’interessi. Un esempio è dato dal gruppo spontaneo di

Magliano Alfredi che verso la metà del 60 anticipa la riproposta della tradizione contadina e

preindustriale lavorando alla raccolta e registrazione del patrimonio locale concentrandosi su

testimonianze materiali in vista della creazione di un museo inaugurato solo nell’estate del 94.

Erano inoltre attivi nella difesa dell’ambiente.

Questi gruppi reagiscono a quella che sentono come un’aggressione da parte della civiltà urbana

che depaupera le campagne e mette in crisi la cultura e l’economia contadina; in una sorta di

controffensiva intendono salvaguardare i lasciti della tradizione e la festa sarà un aspetto

fondamentale dei loro interessi, sarà studiata e messa in scena attivamente riannodando le fila

della vita locale. Si tratta di interventi mirati alla valorizzazione e a una più o meno implica tutela in

fruizione comunitaria.

È proprio la festa l’oggetto principale dei riti di rivitalizzazione come il Canto delle uova o la notte

della Taranta. La riproposta rivitalizzata e comunicata mette in evidenza la componente ibrida tra

passato e presente di ogni cultura nel riferimento a radici “vere” di vecchie generazioni. La festa è

intesa a coinvolgere un pubblico largo ed eterogeneo e a possibili flussi turistici. Spesso implicano

la consumazione di cibo locale e tradizionale con richiami alla genuinità della terra.

Un altro importante aspetto del rinnovato interesse per la tradizione è quello dei musei contadini e

locali che nell’ ultimo quarto del Novecento si costituiranno in numero sempre maggiore, il tema

privilegiato è quello dei mestieri preindustriali. La quantità ha indotto il ministero ha considerare di

minore interesse queste collezioni in quanto ripetitive anche se non è corretto applicare ai beni

DEA i criteri di originalità e unicità.

Questa raccolta di oggetti è un patrimonio costituito spontaneamente da una comunità come

risorsa di memoria e comunicazione per testimoniare i prezzi pagati dalle vite industriose come

l’emigrazione, l’esilio, la perdita del rapporto con quegli oggetti e la conseguente obliterazione dei

saperi e della ritualità a loro legati. Gli elementi di cultura locale rivestono una funzione di simbolo

da inserire come tradizionale e rappresentativo ne quadro complesso delle culture del presente.

Le tematiche più frequenti dei musei locali sono, accanto alla festa, quello del lavoro, come a voler

rappresentare i due momenti costitutivi dello scorrere dell’esistenza nelle comunità agropastorali,

la ricostruzione del passato e la produzione dei suoi documenti diventa un’attività diffusa così

come la loro fruizione e vengono sottratte al monopolio di esperti in un processo di

democratizzazione.

Conclusioni

Recuperare e rimettere in circolo il patrimonio si configurano come produzione di risorse per il

territorio; internamente contribuiscono a rinsaldare reti di rapporti facendo emergere elementi

condivisi di storia e di appartenenza, all’esterno fornisce una sorta di marchio di qualità con il quale

ci si presenta per attrarre risorse e promuovere il mercato.

I problemi che insorgono riguardano le possibili concessioni a mode superficiali, l’imitazione

strumentale, il tentativo di compiacere i detentori de potere finanziario.

Gli addetti ai lavori, ricercatori e museografi esperti di catalogo, funzionari e consulenti hanno la

responsabilità nel contribuire alla valutazione e per questo si sono proposti diversi criteri:

- È necessario l’interesse e l’impegno documentario, la ricerca e le interviste.

- Sono necessarie capacità e impegno ad integrarsi nel territorio e a coinvolgere i testimoni.

- È necessaria la collaborazione con istituzioni scolastiche.

- È necessario privilegiare supporti di enti pubblici piuttosto che partner commerciali.

- È necessario il ricorso a consulenze qualificate per la ricerca e anche per l’allestimento.

È un’impresa che nasce dalle tradizioni ma deve essere fondata sullo studio del territorio, delle

iniziative e dei loro contenuti, delle finalità e degli attori sociali protagonisti. Questa impostazione

consente di valorizzare al meglio i contributi di studiosi e ricercatori.

I beni DEA non possono essere tutelati semplicemente registrandoli, la loro tutela, soprattutto per

quelli immateriali, sta nel renderli disponibili per la fruizione comunitaria e più ampiamente per

quella do ogni visitatore interessato, sta nel renderli oggetto di comunicazione.


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AUTORE

Bershley

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia e tutela dei beni archeologici, artistici e librari
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Bershley di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Rossi Emanuela.

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