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ECONOMIA DELLE AZIENDE DI CREDITO (APPUNTI DI LEZIONE)

A.A. 2017/2018 2°SEMESTRE

PROF. CESARE BISONI

PROF. STEFANO COSMA

IL SISTEMA BANCARIO

Normativa primaria:

Il punto di riferimento normativo/legislativo per le banche è il “TUB” (Testo Unico Bancario) cioè

il testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia del 1993.

Si tratta di una legge che stabilisce i principi generali di funzionamento e comportamento delle

banche; è una legge che si è formata nel tempo attraverso passi successivi, partendo dalla legge

bancaria del 1936, cioè una legge creata in un momento particolare della storia Italiana (anni del

à

dopo crisi inizi anni 30 crisi estremamente grave sia dal punto di vista industriale che

finanziario).

Questa situazione di grande crisi che aveva travolto aziende industriali importanti e banche

importanti, aveva reso necessario stabilire norme che aiutassero da un lato a costruire e ad evitare

che negli anni successivi si potessero creare situazioni simili a quelle verificatesi negli anni 20/30.

Verso la metà degli anni ’80, si rendono necessari alcuni interventi normativi: dopo un periodo di

grande stabilità normativa, si pensa che sia necessario intervenire attraverso alcune leggi per

aggiornare la legge Bancaria del 1936. Ciò porta al Testo Unico del 1993.

LEGGE BANCARIA DEL 1936:

à

Legge nata in tempo di crisi c’era un problema di ricostruzione e di porre le condizioni perché la

crisi non si ripetesse.

Si stabiliscono due grandi principi:

1. L’attività bancaria è una funzione di interesse pubblico: c’è un interesse superiore e questo

può determinare la necessità che l’attività bancaria non sia libera o non sia completamente

libera. È una peculiarità dell’attività bancaria.

2. Assoluta necessità di garantire la stabilità del sistema creditizio: la crisi era nata

dall’instabilità e in particolare era successo che il settore industriale nella sua complessità

era andato in crisi per diversi motivi e aveva travolto anche le banche. Perché c’era stata

questa trasmissione della crisi? Perché le banche erano banche miste, cioè finanziavano le

imprese e detenevano partecipazioni nelle imprese, quindi il loro attivo era principalmente

influenzato dall’andamento delle imprese. Una grossa ragione della crisi era stata attribuita

al fatto che le banche avevano questo “attivo misto”. Il secondo problema era evitare che gli

andamenti della crisi portassero a progressiva instabilità del sistema finanziario.

Dovendo raggiungere questi due principi, si è intervenuti attraverso 3 strumenti:

1. Specializzazione temporale degli intermediali creditizi: siccome uno dei grandi rischi della

banca è che può raccogliere fondi a breve e prestare a lungo termine, si riduce il rischio che

deriva da questa situazione e si creano due categorie di banche: banche che raccolgono a

breve e prestano a breve e banche che raccolgono a medio-lungo e prestano a medio-lungo.

à

2. Stabilità: si raggiunge la stabilità attraverso una attenta vigilanza attraverso le autorità di

vigilanza dell’epoca, vengono assegnati “poteri autorizzativi discrezionali” attraverso cui le

banche, per svolgere la maggior parte delle mansioni, devono chiedere l’autorizzazione della

Banca d’Italia (una banca non può essere creata se non si ha l’autorizzazione della Banca

d’Italia).

3. Separatezza tra banca e impresa: il modo per evitare che esse siano unite, alle banche non

à

viene più concesso di avere partecipazioni nelle imprese significa avere un sistema

bloccato, in cui la concorrenza è poca, la regolamentazione è tanta insieme alla vigilanza.

Siamo in un sistema di cosiddetta vigilanza strutturale: le autorità di vigilanza

intervengono sulla struttura del sistema perché si differenziano le banche a seconda

dell’attività che svolgono; perché serve l’autorizzazione per aprire una banca o per aprire

uno sportello. In questo modo si ottiene una certa incidenza della vigilanza.

La vigilanza strutturale si contrappone alla vigilanza prudenziale (in vigore oggi).

Che effetti producono queste norme che vengono varate con la legge bancaria del 1936?

1. Prevalenza degli operatori di natura pubblica: si realizza perché molte delle banche in quel

à

periodo per effetto della crisi stanno fallendo e interviene lo Stato per salvarle le banche

diventano pubbliche (lo Stato interviene nel capitale delle banche) e gli istituti specializzati

nel finanziamento a medio-lungo termine non esistevano e il sistema specializzato del

medio-lungo termine viene creato attraverso l’intervento dello Stato e delle province (enti

pubblici);

2. Segmentazione del mercato: la segmentazione deriva dalla nuova struttura che il mercato

assume (chi vuole finanziarsi a breve deve andare nelle banche che finanziano a breve…).

Questi nuovi istituti specializzati sono specializzati anche per tipologia di attività;

3. Basso grado di concorrenza: conseguenza della forte segmentazione

C’era il problema anche della stabilità, in quanto non doveva ripresentarsi il problema degli anni

‘20/’30.

4. Redditività delle banche fondata sullo spread: si garantisce alle banche un reddito minimo

à

per cui queste rimangano in vita si deve garantire il raggiungimento di uno spread

à

minimo alle banche garanzia di stabilità

Queste sono le principali conseguenze della legge del ’36 e si determinano cambiamenti

nell’ambiente:

1. Evoluzione della domanda di servizi finanziari: gli individui non si accontentano di dare

fondi alle banche per conservarli in fondi ma guardano strumenti più redditizi; le imprese

vogliono strumenti più appropriati per finanziarsi;

2. Progresso tecnologico e innovazione finanziaria: nascono operatori e istituzioni;

3. Sviluppo della concorrenza: tra operatori e banche che offrono gli stessi strumenti ma che

comunque offrono un tipo di fabbisogno più appropriato a diverse categorie di utenti;

Sia nella domanda che nell’offerta si generano situazioni nuove in modo che la concorrenza si

sviluppi.

4. Mercato unico europeo: prende sempre più forza e con lo sviluppo di questo,

necessariamente, alcuni aspetti normativi devono essere uguali in tutti i paesi del Mercato

unico (necessità di uniformarsi).

Le banche si trovano in una situazione diversa: à

1. Non hanno più garanzia di reddito/profitto hanno una perdita di redditività

2. Inadeguatezza delle strutture patrimoniali: le banche si presentano nel momento del

cambiamento con capitali molto modesti perché siccome c’era l’obiettivo della stabilità, non

potevano fallire. Le banche si presentano in questa situazione più concorrenziale, di

cambiamento, con capitali modesti e la cosa non va più bene siccome c’è una forte necessità

di capitalizzazione delle banche e quindi alla metà degli anni ’80 comincia rendersi

necessario intervenire dal punto di vista normativo.

EVOLUZIONE NORMATIVA: TAPPE PRINCIPALI

• D.P.R. 350/85 (1° direttiva CEE 77/780): liberalizzazione dell’accesso all’attività bancaria

à

(nuove banche e nuovi sportelli) possono essere create nuove banche purché ci siano

certe caratteristiche e una banca è libera di aprire sportelli dove e quando crede (non è più

l’autorità di vigilanza a decidere dove, quando, come);

• à

L. 287/90 “anti trust”: disciplina del rapporto banca-impresa questa legge “anti trust”

riguarda essenzialmente il settore industriale però in una parte disciplina il rapporto tra le

imprese e le banche e interessa anch’esse. Attraverso questa legge la separatezza tra banca-

impresa stabilita dalla legge del ’36, è concesso qualcosa di più rispetto a prima in quanto è

concesso il rapporto per un determinato tempo;

• L. 218/90 “Amato – Carli”: trasformazione degli istituti di credito pubblici in società per

à

azioni il grande problema che si era presentato a metà degli anni ’80 era quello della

bassa patrimonializzazione delle banche. La maggioranza delle banche era pubblica e come

si fa a capitalizzare una banca pubblica? Lo Stato dovrebbe investire risorse nel capitale ma

come sappiamo non ha soldi e non era possibile fare ciò. Le banche pubbliche non erano

società per azioni ed erano costituite prevalentemente nella forma di “fondazione” o

“associazione” e diventava necessario/favorire la trasformazione delle banche pubbliche in

società per azioni, in modo di andare sul mercato e di raccogliere capitale per le banche.

à

Vengono inoltre inseriti incentivi alla concentrazione delle banche un modo per favorirle

era dare un sostegno fiscale, cioè la “non tassazione delle plusvalenze”, la quale rendeva

indolore dal punto di vista del costo l’operazione di fusione.

N.B: privatizzazione banche e concentrazione di esse.

Obiettivi della legge Amato – Carli:

Cosa vuol dire trasformazione delle banche pubbliche in società per azioni?

Le banche pubbliche avevano come forma giuridica la forma di associazioni o di fondazioni.

Le banche pubbliche sono principalmente:

ICDP

o Casse di risparmio (localizzate in alcuni territori)

o

Queste erano fondazioni o associazioni e successivamente, per consentire la trasformazione, si

à

scorpora da esse la funzione di “attività bancaria” la parte di attivo e passivo che ha a che fare

con l’attività bancaria, viene scorporato e collocato in una società per azioni di nuova costituzione.

Nella fondazione, rimangono le attività/passività che non hanno a che fare con l’attività bancaria e

sono essenzialmente attività di utilità sociale perché queste banche pubbliche che erano associazioni

o fondazioni, avevano un duplice obiettivo:

svolgere attività bancaria (attività attribuita alla società per azioni costituita);

o sostenere attività di utilità sociale di vario tipo (erogazione somme/contributi ad ospedali…)

o à questa attività di utilità sociale bisognava preservarla e per fare ciò, bisognava lasciare in

vita l’associazione con l’unico scopo di svolgere attività di utilità sociale, detenendo il 100%

del capitale della banca.

Nessuna fondazione, oggi, detiene più il 100% del capitale della banca.

Laddove c’erano fondazioni che non volevano cedere la quota di partecipazione della banca, sono

state costrette da norme a ridurre le proprie partecipazioni.

Richiamando l’altro aspetto della legge Amato (incentivi di concentrazione delle banche), oggi

abbiamo più fondazioni che hanno partecipazioni in un’unica banca e se tutte quelle fondazioni si

fondono, hanno partecipazioni nell’unica banca rimasta (Banca Intesa Sanpaolo, Unicredit).

Le operazioni di concentrazione delle banche, ha determinato anche una ricomposizione delle quote

azionarie.

La legge Amato – Carli ha consentito alle banche di andare sul mercato ad offrire azioni e a

à

capitalizzarsi nuove società per azioni andate sul mercato per vendere azioni.

• à

D.P.R. 481/92 (2° direttiva CEE 89/646): definizione di ente creditizio la banca è

un’impresa. Sostenere che la banca è un’impresa, significa garantire a chi gestisce la banca,

libertà di scelta. La vigilanza è necessaria ma non incide direttamente sulle scelte gestionali

e quindi sulle strategie.

La 2° direttiva CEE è lo strumento di creazione del mercato unico nel settore bancario.

La prima idea è quella di creare un testo unico europeo ma questa idea è abbandonata per

motivi politici ma inoltre perché occorre tenere conto delle diverse tradizioni/conoscenze dei

vari sistemi nazionali.

Si segue la strada di stabilire alcuni principi guida:

a) Convergenza degli ordinamenti;

b) Despecializzazione: non possono esistere sistemi specializzati nei Paesi che partecipano al

mercato unico che finanziano specialmente in una determinata attività;

c) Vigilanza prudenziale: nessun ordinamento può essere basato sulla vigilanza strutturale e

quindi si basa prevalentemente sul fatto che i rischi che una banca assume devono essere

rapportati al patrimonio che una banca ha (non si devono assumere rischi maggiori rispetto

alla propria sostenibilità);

Inoltre esiste un elenco di determinate attività che le banche, operanti nel mercato unico europeo,

possono svolgere nei determinati paesi

• L. 27 agosto 1993: Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia (banche e società

à

finanziarie) nascita del TUB (Testo Unico Bancario): si riscontrano duplicazioni di

norme e ci sono aree che non sono coperte dalle norme e ci vuole un’operazione di riordino.

Il Testo Unico del 1993 è il risultato di questa operazione di riordino e quindi mettere tutto

ciò che riguarda le banche in un Testo Unico.

Questa legge è entrata in vigore il 1° gennaio 1994 e rappresenta lo strumento normativo per

quanto riguarda banche e società finanziarie.

Principi fondamentali:

Ø Riservatezza dell’attività bancaria a favore degli enti autorizzati: significa che per svolgere

l’attività bancaria, bisogna disporre dell’autorizzazione della Banca d’Italia;

Ø Superamento della specializzazione temporale e introduzione della banca universale: per

predisposizione di una normativa Europea, una condizione per far parte del Mercato Unico,

bisogna evitare specializzazione obbligatoria all’interno del settore;

Ø à

Allentamento delle norme che regolano la separatezza tra banca e impresa un primo

allontanamento ci fu con il varo della legge anti-trust

Questi principi fanno si che la banca da allora, abbia la possibilità di scegliere la via della

specializzazione o quella della diversificazione.

Specializzazione: concentrare la propria attività su 1/2/3 tipi di attività tra quelle ricomprese

nell’elenco.

Diversificazione: svolgere numerose attività. Se si sceglie la diversificazione, il modello può essere

quello della banca Universale, in cui solo la Banca svolge le attività che ha deciso di svolgere;

oppure si può scegliere il modello del Gruppo Bancario, in cui un soggetto (capogruppo) svolge

l’attività bancaria e ci sono altri soggetti (coordinati dal capo gruppo) che svolgono altre attività.

Rispetto al 1970, le banche sono diminuite (sono diventate 604) a causa di processi di integrazione,

in cui gruppi bancari si sono fusi oppure hanno acquisito il controllo di altri gruppi bancari.

La crescita del numero dei sportelli è conseguente alla liberalizzazione: prima le banche potevano

aprire un nuovo sportello solamente se la Banca d’Italia era d’accordo; invece oggi c’è liberta

assoluta nella decisione di apertura di uno sportello.

Quando c’è stata la liberalizzazione c’è stata un’esplosione: in 40 anni (dal ’70 al 2010), gli

sportelli sono cresciuti di 3 volte ma poi sono cominciati a diminuire, poiché ci si è accorti che:

Ø aprire uno sportello costa molto: costa in termini di impianti fissi; costa in termini di

personale da assumere; costa in termini concorrenziali (se apro uno sportello in un

territorio dove non ero e voglio fare concorrenza alle banche già presenti, devo

à

avvicinare i miei clienti offrendo condizioni di favore) rientrare nei costi sostenuti

per l’apertura di questi sportelli, l’impresa è disperata e impossibile e quindi le

banche hanno cominciato a pensare che dove i costi erano maggiori dei benefici, era

meglio abbandonare: nei primi tempi le banche hanno venduto gli sportelli che non

volevano tenere ad altre banche; successivamente anche le banche di grandi

dimensioni hanno cominciato a guardare al problema dei costi e hanno deciso di

risparmiare, chiudendo progressivamente sportelli. A partire dal 2010, quindi, non

c’è stata più l’apertura agli sportelli ma alla chiusura di essi.

Ø Agli sportelli sono affiancati altri servizi più moderni: sviluppo dei canali

à

distributivi a fine 2016, il numero di sportelli in Italia è di 29039, mentre

all’estero sono 63.

Alcune banche italiane importanti sono presenti all’estero non attraverso banche

controllate ma come presenza diretta sono pochissime.

§ I promotori finanziari sono quei soggetti che vendono alcuni prodotti delle

banche e sono normalmente soggetti che possono essere o non essere

dipendenti dalla banca e hanno una retribuzione legata alle provvigioni;

§ i negozi finanziari sono sostanzialmente piccoli sportelli che vendono

solamente alcuni prodotti (es. strutture molto piccole per effettuare

operazioni di mutuo);

§ ATM (Bancomat) sono 42.000;

§ POS sono 2.125.376;

Questi dati sono in continua crescita poiché le banche stanno spingendo molto su questi canali

à

distributivi che costano meno di uno sportello attività della banca diretta a promuovere l’utilizzo

di questi strumenti da parte della clientela rispetto alla tradizionale presenza degli sportelli.

Problema: spingere questi canali è vantaggioso in termini di costo da parte della banca e

vantaggioso da parte dei clienti che non devono muoversi per svolgere un’operazione; dall’altro lato

genera spersonalizzazione della clientela, in quanto riduce la fidelizzazione della clientela

(mantenimento dei rapporti). Le banche hanno effettivamente questo problema.

QUADRO SULLE 604 BANCHE OGGI PRESENTI IN ITALIA:

- sono 162 società per azioni

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/11 Economia degli intermediari finanziari

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher riccardo.melegoni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia delle aziende di credito e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia o del prof Cosma Stefano.
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