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1 - 28/09/2020

Manuale letteratura (Giulio Ferroni)

Gerusalemme Liberata

Aminta

Il Re Torrismondo

Rime (alcune)

Due testi a scelta.

(siti: bibliotecaitaliana.it

google.books.com)

2 – 30/09/2020

Nel caso di Tasso, vita e opere si intersecano in modo importante. È un poeta malinconico,

sicuramente uno dei primi rappresentanti di una poesia che tende ai chiaroscuri della malinconia.

In una delle Operette morali di Leopardi viene data un'interessante descrizione di Tasso durante il

suo ricovero in un ospedale psichiatrico: Leopardi immagina il Tasso che soffre pensando alla sua

donna amata ed incontra un fantasma con il quale dialoga su questioni esistenziali come la felicità.

Un ritratto che in qualche modo prepara Tasso all'immaginario romantico.

Tasso è uno dei principali esponenti del Manierismo italiano. La letteratura italiana era dominata dal

petrarchismo, in particolare dal 1525 con le Prose della volgar lingua di Bembo che impose tale

modello come il migliore da imitare. Un'imitazione che in alcuni casi fu molto forte, consistente

nella riproposizione di forme, lingua, strutture, quasi una parafrasi; in altri casi ci fu una presa di

distanza per contraddire e quasi capovolgere quel modello, soprattutto nel Manierismo.

[Slide Power Point sulla biografia – Disponibili su Teams]

La figura paterna (Bernardo) assente e lontana dalla famiglia ma anche un modello. La madre

(Porzia de' Rossi) dovrà lottare con i propri fratelli per questioni ereditarie, fatto che peserà nella

formazione di Tasso.

A 10 anni raggiunge il padre a Roma, separandosi con gran sofferenza dalla madre e dalla sorella,

anche perché la madre, morendo due anni dopo, non la vedrà più. Qui comincia un periodo di lunga

erranza tra corti italiane al seguito del padre.

Nel 1559 segue il padre a Venezia e lì entra in contatto con diversi intellettuali riuniti intorno

all'editore Giulioni. Tra questi conosce Sperone Speroni e frequenta il suo cenacolo a Padova,

autore teatrale di tragedie e di poemi e in forte polemica con altri intellettuali della sua generazione

come Trissino. Da Venezia si sposta a Padova. Conosce in Veneto figure importanti dell'editoria,

come Manuzio, o scrittori come Lodovico Dolce.

Così giovane già inizia a scrivere i primi versi di quella che sarà la sua opera più nota. I contatti con

questi grandi lo porta a teorizzare sull'arte poetica, e a scrivere un'opera, Rinaldo, che poi confluirà

nella Gerusalemme.

A Padova si trova presso Scipione Gonzaga il quale appoggia la sua opera poetica, ma poi inizia ad

avvicinarsi alla famiglia Este: dedica il Rinaldo al cardinale Luigi D'Este, presso il quale lavorava

Bernardo. Nella corte estense conosce vari personaggi come Alfondo II D'Este e si innamora di

Lucrezia Bendidio, dama di corte di Eleonora D'Este. A lei dedica il primo nucleo delle rime

d'amore. In quest'ultime si nota il sottofondo petrarchista ma anche delle innovazioni: dedicate ad

una sola donna, Lucrezia appunto, rappresentano il primo gruppo compatto di rime di quello che si

potrebbe definire “il Canzoniere di Tasso”. In realtà è solo una raccolta, non c'è organizzazione

come quella di un vero Canzoniere. Le sue poesie sono state semplicemente divise per stile, per

blocchi tematici, in poesie d'amore, religiose, encomiastiche e così via.

Esistono più donne amate: nelle poesie d'amore successive ci sono altre donne, come Laura

Peperana conosciuta nel 1563. Poesia che col tempo si distacca dal petrarchismo classico.

Poeta d'amore → Si nota la differenza tra la poesia petrarchista e quella di Tasso, ma anche nel

poema epico si nota quanto l'elemento amoroso viene ascritto al campo pagano, discostandosi dai

modelli classici. Il tema dell'amore risente dal punto di vista stilistico sempre della poesia di

Petrarca: pur essendo mediato dal Tasso, il petrarchismo comunque confluisce nel poema nella

definizione di episodi e descrizioni legate al mondo pagano.

Petrarchismo quindi filtrato dal Manierismo e riproposto dal Tasso per definire il negativo

dell'amore pagano.

Stabilizzatosi alla corte di Ferrara, si occupa della celebrazione della famiglia oltre che della sua

opera. Continua anche a seguire il padre nell'allestire delle opere, dedicandosi agli intermezzi

teatrali (l'intermezzo è la pausa tra una parte e l'altra fatta di musica, canto, ballo). L'intermezzo è

probabilmente lo spazio drammaturgico nel quale nasce l'opera pastorale: questa fase potrebbe

essere stata una sorta di laboratorio poetico per la realizzione della sua scrittura pastorale.

Proprio tra anni '60 e '70 del Cinquecento infatti, Tasso inizia a scrivere l'Aminta. Nel carnevale del

1574 verrà messa in scena e si diffonderà la sua fama di autore teatrale.

La fama → Prima ancora di dare alla stampa le sue opere, Tasso diventa un riferimento perché

iniziano a circolare tra le corti le sue rime. A circolare più di tutti è il poema. Man mano che scrive

di Gottifredo (primo titolo della Gerusalemme) inizia a mandare i canti all'amico romano Scipione

Gonzaga, intorno al quale si riunisce un gruppo di inntellettuali che legge e commenta il poema

proponendo suggerimenti e correzioni. Rapporto controverso con questi gruppi: c'è un desiderio di

confronto con il lettore, a dimostrazione di quanto l'opera abbia una funzione anche di oralità,

destinata cioè anche per un racconto orale e una condivisione collettiva. Ci sono infatti momenti nel

poema in cui l'autore esce dall'opera e dialoga con il lettore, cercando di coinvolgerlo nel giudizio e

nel commento dell'opera. All'autore quindi importa molto il rapporto con il lettore.

Altra cosa da notare è come il narratore/autore si pone con il lettore, e come quest'ultimo venga

posto come spettatore: è una chiave importante per entrare nel poema. Questo aspetto conferisce

una certa teatralità all'opera perché l'autore punta a trascinare il lettore dentro l'opera stessa.

L'opera quindi inizia a circolare da sola, i primi manoscritti non autorizzati, finché non arrivano ai

primi editori come Angelo Ingegneri che cura la prima edizione chiamandola Gerusalemme

Liberata senza il permesso dell'autore e uscita nel 1580-1. Inizia il dramma dell'autore. Intanto

Alfonzo D'Este lo nomina storiografo di corte. Tuttavia il rapporto con la corte diventa tormentato,

con sospetti di congiure e un clima di terrore. Cominciano i primi segnali di problemi psichici:

accusato di aver attaccato un servo con un coltello, viene chiuso in una prigione e gli vengono

somministrati dei calmati. Fugge e va a Bologna per poi raggiungere la sorella Cornelia a Sorrento.

All'inizio del 1578 rientra a Ferrara. In quegli anni scrive i Dialoghi, gli stessi che daranno vita

all'immaginario leopardiano sul Tasso: spazio importante di teorizzazione sulla poesia, sulla

filosofia ed altri temi. Continuano episodi di rabbia e crisi psicologiche: viene rinchiuso

nell'ospedale di Sant'Anna.

Prigionia → In quegli anni continua a comporre i Dialoghi, ma anche rime encomiastiche e

religiose per riconquistare il favore degli Este. Intanto il poema, uscito nel 1581, viene affiancato

dalla pubblicazione delle rime ad opera di Aldo Manuzio, molte delle quali già circolavano.

Se si dovesse sintetizzare in una parola la poesia di Tasso è la «contraddizione», aspetto tipico di

quelle antitesi e dei contrasti della poesia manieristica. Il massimo della sua fortuna lo vive durante

la sua prigionia con la circolazione senza il suo consenso delle rime, con una ripartizione non voluta

dall'autore. Nel poeta cresce una grande insoddisfazione, convinto che venga sfruttato dagli editori.

Leggendo alcune sue lettere private, racconta infatti di allucinazioni, visioni, e deliri: aspetti

riproposti da Leopardi e da molti altri autori che si occuperanno di lui.

Gli ultimi anni → Riesce a lasciare Sant'Anna. Segue a Mantova Vincenzo Gonzaga e lì lavora alla

tragedia Il Re Torrismondo. Da Mantova va a Napoli, in un convento: rimette mano al poema in un

clima religioso dominato dalla Controriforma. Questa ossessione religiosa porta un irrigidimento

dell'opera e all'eliminazione di quegli elementi considerati inaccettabili. Ritorna dai Gonzaga e

progetta una revisione totale della sua opera, sia del poema che delle altre. Si sposta ancora per

l'Italia finché a Roma, ospitato al Gianicolo nel monastero di Sant'Onofrio, morirà nel 1595.

Una vita passata nell'ossessione per la forma, per l'elemento religioso.

3 – 1/10/2020

Canzone al Metauro

(Rime d'occasione o d'encomio, II, 573)

Scritta nel 1578 mentre era in fuga da Ferrara, la canzone rimasta incompiuta vuol essere un

omaggio al duca Francesco Maria II della Rovere (suo ex-compagno di studi) da cui si aspettava

protezione e nel testo l'autore si rivolge idealmente al fiume Metauro, che scorre non lontano da

Urbino nel territorio soggetto alla signoria dei della Rovere: Tasso rievoca con nostalgia e amarezza

gli anni dell'infanzia, segnati dalla morte della madre e dall'esilio del padre, presentando se stesso

come "eroe" dolente e perseguitato dalla sorte. La lirica è tra i componimenti più celebri del poeta

ed è un alto esempio di stile elevato e tragico, da lui stesso indicato come tale nei "Discorsi del

poema eroico".

O del grand’Apennino O piccolo figlio del grande Appennino, e

figlio picciolo sì ma glorioso, pure glorioso e illustre per fama assai più

e di nome più chiaro assai che d’onde; che per l'abbondanza delle acque; io,

fugace peregrino errante e fuggitivo, vengo presso queste tue

5 a queste tue cortesi amiche sponde cortesi e amichevoli sponde per cercare

per sicurezza vengo e per riposo. sicurezza e riposo. L'alta quercia [simbolo

L'alta Quercia che tu bagni e feconde araldico dei della Rovere] che tu bagni e

con dolcissimi umori, ond’ella spiega fecondi con dolcissime acque, per cui essa

i rami sì ch’i monti e i mari ingombra, dispiega i rami fino a ricoprire monti e mari,

10 mi ricopra con l’ombra. possa ricoprirmi con la sua ombra.

L’ombra sacra, ospital, ch’altrui non niega L'ombra sacra, ospitale, che non nega agli

al suo fresco gentil riposo e sede, altri riposo e sosta alla sua nobile frescura,

entro al piú denso mi raccoglia e chiuda, mi accolga e mi chiuda nel suo fogliame più

sì ch’io celato sia da quella cruda fitto, così che io sia nascosto da quella

15 e cieca dèa, ch’è cieca e pur mi vede, crudele e cieca dea [la Fortuna], che è cieca

ben ch’io da lei m’appiatti in monte o ‘n valle eppure mi vede, anche se io mi nascondo da

e per solingo calle lei nei monti e nelle valli e cammini di notte

notturno io mova e sconosciuto il piede; per un sentiero solitario e ignoto; e mi

e mi saetta sì che ne’ miei mali prende di mira, così che nelle mie sventure

20 mostra tanti occhi aver quanti ella ha strali. dimostra di avere tanti occhi quante sono le

sue frecce.

Ohimè! dal dì che pria Ahimè! Dal giorno in cui iniziai a respirare

e aprii gli occhi in questa luce mai serena

trassi l’aure vitali e i lumi apersi per me, fui il divertimento e il bersaglio

in questa luce a me non mai serena, dell'ingiusta e malvagia dea, e dalla sua

fui de l’ingiusta e ria

25 mano ricevetti ferite che il lungo tempo a

trastullo e segno, e di sua man soffersi malapena fa rimarginare. Lo sa bene la

piaghe che lunga età risalda a pena. gloriosa e nobile sirena [Partenope] presso

Sàssel la gloriosa alma sirena, la cui tomba io ebbi la culla: potessi avervi

appresso il cui sepolcro ebbi la cuna: avuto la mia tomba onorata o una fossa, al

così avuto v’avessi o tomba o fossa

30 primo colpo della Fortuna!

a la prima percossa! L'empia Fortuna strappò me, ancora

Me dal sen de la madre empia fortuna piccolo, dall'abbraccio di mia madre. Ah, mi

pargoletto divelse. Ah! di quei baci, ricordo tra i sospiri di quei baci che lei

ch’ella bagnò di lagrime dolenti, bagnò di dolorose lacrime e delle ardenti

con sospir mi rimembra e degli ardenti

35 preghiere che i fuggevoli venti si portarono

preghi che se ‘n portár l’aure fugaci: via: infatti io ero destinato a non accostare

ch’io non dovea giunger più volto a volto più il mio volto al suo, accolto tra quelle

fra quelle braccia accolto braccia con legami così stretti e tenaci.

con nodi così stretti e sì tenaci. Povero me! e dovetti seguire con passi

Lasso! e seguii con mal sicure piante,

40 incerti mio padre nel suo vagabondare,

qual Ascanio o Camilla, il padre errante. come se fossi Ascanio o Camilla.

In aspro essiglio e ‘n dura

povertà crebbi in quei sì mesti errori; Crebbi in un doloroso esilio e in una dura

intempestivo senso ebbi a gli affanni: povertà, durante quelle tristi peregrinazioni;

ch’anzi stagion, matura

45 acquisii una precoce sensibilità agli affanni:

l’acerbità de’ casi e de’ dolori infatti l'asprezza dei casi e delle pene fece

in me rendé l’acerbità de gli anni. maturare anzi tempo in me la giovinezza.

L’egra spogliata sua vecchiezza e i danni Racconterò tutto sulla vecchiaia inferma e

narrerò tutti. Or che non sono io tanto misera [di mio padre] e sui suoi danni. Non

ricco de’ propri guai che basti solo

50 sono forse così pieno dei miei propri guai

per materia di duolo? che ciò basti a fare di me solo esempio di

Dunque altri ch’io da me dev’esser pianto? dolore?

Già scarsi al mio voler sono i sospiri, Dunque chi altri, oltre a me stesso, deve

e queste due d’umor sì larghe vene essere oggetto di pianto da parte mia?

non agguaglian le lagrime a le pene.

55 Ormai i sospiri sono scarsi alla mia volontà

Padre, o buon padre, che dal ciel rimiri, e queste due fonti così copiose di acqua [i

egro e morto ti piansi, e ben tu il sai, miei occhi] non rendono le lacrime pari alle

e gemendo scaldai pene che provo. Padre, o buon padre, che mi

la tomba e il letto: or che ne gli alti giri guardi dal cielo, io ti piansi malato e morto,

tu godi, a te si deve onor, non lutto:

60 e tu lo sai bene, e tra i lamenti scaldai [con

a me versato il mio dolor sia tutto. le mie lacrime] la tua tomba e [prima] il tuo

letto: ora che tu sei beato nei cori celesti a

te è dovuto l'onore, non il lutto: il mio dolore

sia riversato tutto su di me.

Interpretazione complessiva

• Metro: canzone formata da tre stanze di 20 versi ciascuna, alternante endecasillabi e settenari, con

schema della rima aBC; aBC; CDE; eDFGGFHhFII. La lingua è il fiorentino letterario della

tradizione (al v. 27 "Sàssel" significa "lo sa", secondo la forma delle Origini); presenza di latinismi

al v. 28 ("cuna", culla) e ai vv. 47, 56 ("L'egra", "egro", malato).

• Nel 1578 Tasso, dopo essere fuggito dal convento di S. Francesco e aver lasciato Ferrara, si trovava

presso Urbino intenzionato a chiedere ospitalità e protezione al duca Francesco Maria della Rovere,

suo vecchio amico nonché signore di quelle terre: la lirica è un omaggio celebrativo a lui e alla sua

famiglia, prendendo a pretesto il dialogo col fiume Metauro che nasce sull'Appennino ed è un

piccolo corso d'acqua, di grande fama perché vide nel 207 a.C. un'importante battaglia tra Romani e

Cartaginesi nella seconda guerra punica. Il poeta si augura che la quercia, simbolo araldico dei della

Rovere, possa proteggerlo col suo fogliame e nasconderlo dai colpi della Fortuna, che pur essendo

cieca sembra avere mille occhi per colpirlo continuamente con le sue frecce (Tasso si presenta come

un esule e un perseguitato, volendo dare di sé un'immagine dolente e dignitosa a causa delle sue

vicissitudini personali). In effetti l'idea dell'esilio è quella dominante nella poesia, dal v. 4 in cui

l'autore si definisce "fugace peregrino" e spera di trovare riposo all'ombra della quercia, alla

rievocazione dell' "aspro essiglio" cui fu costretto il padre Bernardo che lo portò con sé, "errante",

in "mesti errori", separandolo inoltre dalla madre che non avrebbe mai più rivisto. Tasso si descrive

come un uomo sradicato e senza patria, costretto dalla sorte a vagare di terra in terra senza trovare

un posto dove accasarsi, condizione che in effetti non lo avrebbe abbandonato sino alla morte (che

avvenne a Roma dopo anni di inquieti viaggi e spostamenti). La lirica vuole anche essere un

omaggio postumo al padre, morto nel 1569 in difficili condizioni economiche e amaramente pianto

dal figlio, che ha quindi perso precocemente gli affetti della famiglia.

• Il testo è ricco di rimandi letterari e di riferimenti storici e mitologici, a cominciare dalla

rievocazione della battaglia del 207 a.C. al fiume Metauro e dalla figura della Fortuna, dea cieca

che perseguita il poeta: il luogo natale di quest'ultimo, Sorrento, è indicato come vicino al sepolcro

della sirena Partenope, collegata alla fondazione di Napoli, mentre il piccolo Torquato che segue il

padre in esilio è paragonato a Iulo Ascanio che segue il padre Enea fuggendo da Troia e a Camilla

che viene portata via dal padre Mètabo re dei Volsci (il racconto è contenuto nel libro XI

dell'Eneide). L'inizio della canzone, con il poeta che idealmente si rivolge alle acque del Metauro,

ricorda quello di “Chiare, fresche et dolci acque” di Petrarca, da cui è anche tratta l'espressione "con

sospir mi rimembra" del v. 34 (Canzoniere, 126.5; ► TESTO: Chiare, fresche et dolci acque). Il

testo si interrompe nel momento in cui Tasso sta per raccontare la triste vicenda del padre, non si sa

se per un

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Matteofranchi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana M e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di L'Aquila o del prof Merola Valeria.
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